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L’APOCALISSE DEI BAMBINI SICILIANI

Risultati immagini per anna ammanniti romanzoAnna” è il settimo romanzo del cannibale Niccolò Ammanniti. La prima volta che sentii parlare di lui fu ai tempi dell’antologia “Gioventù cannibale” cui partecipò diventando forse il più noto di quel gruppo di autori definiti “Cannibali”.

Questo romanzo del 2015 è una storia ambientata in un mondo post-apocalittico. Rispetto a molte altre opere del genere, presenta due novità fondamentali: è ambientato in Sicilia e i sopravvissuti, nonché i protagonisti, sono dei bambini.

L’ipotesi è che l’umanità sia stata sterminata da un virus che si sviluppa solo negli adulti, per cui in Sicilia (e si immagina sia così anche nel resto del mondo) sono rimasti solo bambini, con i più grandi che hanno quattordici anni, perché appena diventano adulti la “rossa” (come chiamano il virus) li attacca e uccide.

Ammanniti ci racconta di una tredicenne, Anna, in viaggio con il suo fratellino piccolo, nella speranza di arrivare sul continente e trovare degli adulti che possano curarli. Come in un “Dead man walking” in miniatura dovranno affrontare bande e intere orde di bambini inselvatichiti, con l’aiuto di un “quaderno delle cose importanti” su cui la madre morente aveva scritto i suoi consigli di sopravvivenza per loro.

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Niccolò Ammanniti

I protagonisti sono bambini, ma non per questo sono privi di spessore. Hanno un loro passato, un loro carattere e loro sogni e sono capaci di grandi gesti di solidarietà.

Li accompagnerà, tra gli altri, anche uno strano cane, prima ferocissimo, poi amichevole.

Vedere tanti bambini marciare verso la rovina fa pensare anche a “La Crociata dei Bambini” del francese Marcel Schwob (1896). Il loro tentativo di organizzarsi rimanda, invece, a “Il signore delle mosche” del nobel Golding.

Forse, questa non è la migliore delle storie post-apocalittiche, debitrici del pionieristico “La peste scarlatta” (The Scarlet Plague, 1912) di Jack London, e non può reggere il confronto, per esempio, con altre storie di sopravvissuti solitari come “Io sono leggenda” di Matheson, “Sulla strada” di McCarthy o con il citato telefilm “Dead man walking”, ma di certo è meglio di “Memorie di una sopravvissuta” della nobel Doris Lessing e si può considerare uno dei migliori esempi di apocalissi italiane, genere non certo molto ben rappresentato nel Bel Paese.

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L’IMPORTANZA STORICA DEI SISTEMI ELETTORALI

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Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano.

Volendo fare una riflessione sul recente referendum costituzionale, ho letto il saggio storico di Luciano CanforaLa democrazia”, sottotitolo “Storia di un’ideologia”.

Storico è anche l’approccio al tema, con un’analisi che ci mostra come questo concetto, nato prima dei greci, ma affermatosi con loro (soprattutto con moltissimi limiti, primo fra tutti la sua applicazione solo a parti ristrette della popolazione), si sia poi perso per lunghi secoli, per riaffiorare con la rivoluzione francese. Da lì l’analisi prosegue attraverso Ottocento e Novecento fino ai giorni nostri.

La prima importante distinzione è quella tra democrazia, libertà e uguaglianza, tre concetti del tutto diversi e non sempre compatibili. Spesso si chiede maggior democrazia, volendo, però, intendere maggior libertà o uguaglianza o viceversa, senza rendersi conto di quanto queste siano differenti tra loro e spesso incompatibili. La conclusione dell’autore è che ai nostri tempi prevalga l’ideale di libertà su quello di democrazia e che questa sia stata solo assai raramente in auge.

Gran parte dell’analisi di questo volume riguarda, però, l’importanza dei diversi sistemi elettorali e Canfora dimostra come la democrazia sia stata fortemente limitata ogni qualvolta ci si sia allontanati dal suffragio universale, verso varie forme di rappresentanza ridotta, quali quelle dettate dal sistema maggioritario, secondo il quale una parte dei voti si rivela “inutile”, in quanto non trova alcuna rappresentanza nei governanti.

Rileva anche come un sistema a bassa rappresentanza (il più ristretto sarebbe la monarchia, che sempre rischia di sfociare in tirannide) – spesso Risultati immagini per luciano canfora democrazia storia di un'ideologiainvocato dalla storia per la sua efficienza e velocità di esecuzione – corrisponda allo sfruttamento della popolazione non rappresentata. Interessante la riflessione su come per amministrare uno stato si pensi spesso a sistemi maggioritari, mentre in altre forme associative (rapporti tra soci di aziende, decisioni collegiali) nessuno lo proporrebbe mai.

Altra cosa ancora sono democrazia e rappresentanza parlamentare. Basti pensare alla “dittatura del proletariato” che è certo governo del popolo e quindi democrazia, ma non certo forma di rappresentanza parlamentare perfetta, né tantomeno esempio di libertà.

Il volume fa parte di un interessante progetto editoriale internazionale denominato “Fare l’Europa”, nato nel 1993 e sfociato in una collana diretta da Jacques Le Goff, pubblicata contemporaneamente da cinque editori:

  • H. Beck Verlag, di Monaco (Germania)
  • Basil Blackwell di Oxford (Regno Unito)
  • Editorial Crítica di Barcellona (Spagna)
  • Laterza di Roma-Bari (Italia)
  • Éditions du Seuil di Parigi (Francia).

L’intento dell’iniziativa è stato, fin dall’inizio, quello di ricostruire i temi comuni del vecchio continente prossimo a diventare Unione europea (l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht quasi coincide con il lancio della collana). Tra l’altro, anche altri editori portoghesi, olandesi, cechi, slovacchi, polacchi, ungheresi, bulgari, ma anche lituani, turchi, coreani e giapponesi traducono parte dei suoi libri. Nella “prefazione”, presente in ogni volume e firmata da Le Goff, si dice che l’avvenire deve fondarsi sull’eredità dal passato, gettando luce sulla “costruzione dell’Europa” e sui “suoi punti di forza non dimenticabili”, pur senza nascondere i conflitti e le contraddizioni che il continente ha vissuto nella sua tensione verso l’unità.

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LA BATTAGLIA DI MONTAPERTI, ORGOGLIO DI SIENA

Sono nato a Roma, ma vivo a Firenze e lavoro per una banca senese, avendo lavorato per alcuni anni a Siena. Un classico esempio di campanilismo italiano e, nello specifico, toscano, è la battaglia di Montaperti.

Ricordo che quando lavoravo a Siena, più di una volta fu rinfacciato a qualche collega fiorentino l’esito inglorioso (per Firenze) di questa battaglia. Un po’ come un tifoso di una squadra di calcio minore (tipo la Fiorentina – ridacchio) quando rinfaccia a una squadra più importante (tipo la Juventus), una delle rare volte in cui la sconfisse.

La cosa che mi stupì allora era che ancora si potesse gloriarsi di una vittoria del 4 settembre 1260! Avete letto bene, parliamo di oltre 750 anni fa! Del resto, si tratta di una città che ha difeso con i denti la storia di una banca del 1472, la più antica del mondo!

Il romanzo “Il cavaliere del giglio” di Carla Maria Russo, mi è stato regalato e dunque l’ho letto un po’ per caso, scoprendo mentre lo leggevo, che narrava le vicende che hanno preceduto la suddetta battaglia di Montaperti e questa stessa, focalizzandosi soprattutto su una famiglia fiorentina di parte ghibellina (pro-Impero), gli Uberti, e, in particolare su Farinata degli Uberti, che nella battaglia e, soprattutto dopo, ebbe un ruolo assai importante.

Il caso vuole che quando ho cominciato a leggere “Il cavaliere del giglio” avessi appena finito di scrivere un racconto ucronico proprio ispirato a questa battaglia. Dunque, ho potuto leggerla con particolare interesse e anche con un minimo di competenza, essendomi da poco documentato sulla battaglia.

Chi sono

Carla Maria Russo

Sto, infatti, scrivendo alcuni racconti che vorrei riunire in un’antologia che penso di poter intitolare “Apocalissi fiorentine”. Nel racconto in questione, immagino che alla fine della battaglia, effettivamente vinta da Siena e dai suoi alleati, Farinata degli Uberti, che in quanto ghibellino (sebbene fiorentino), aveva aiutato la ghibellina Siena, contro la guelfa Firenze (pro-Papa), non sia riuscito nel suo intento di mitigare i desideri di vendetta e di supremazia di Siena. I senesi, infatti, dopo la battaglia avrebbero voluto radere al suolo Firenze, ma fu grazie a Farinata che questo fu evitato e che Firenze poté così crescere e fiorire, ricoprendo poi il ruolo che ben conosciamo nel Rinascimento. Nel mio racconto, immagino, invece che l’Uberti fallisca e Firenze venga distrutta.

Il romanzo di Carla Maria Russo ci mostra la famiglia Uberti fin dai tempi del nonno di Farinata, Schiatta, le vicissitudini che portarono Firenze e Siena a contrapporsi fino allo scontro, e il ruolo degli Uberti nel coinvolgimento dell’Impero.

La lettura è interessante e piacevole, anche se risente di una certa freddezza narrativa, inutilmente mitigata dall’inserimento di storie d’amore tra gli Uberti e varie donne, che, a volte sono pura ricostruzione storica, altre semplice tentativo di dare un po’ più di calore alla narrazione, ma nella mano dell’autrice si sente più la vocazione della storica che quella della romanziera. Il risultato, comunque, è egregio, e la lettura è un utile strumento per rinverdire le nostre conoscenze storiche di quegli anni.

 

QUEGLI OMETTI DEI MEDICI

Leggere della storia patria in saggi scritti da autori stranieri fa sempre uno strano effetto, per non parlare di certi documentari americani. Personaggi e fatti italiani assumono spesso tutta un’altra dimensione e una diversa prospettiva.

Ascesa e caduta di casa Medici”(“The Rise and Fall of the House of Medici”) dell’inglese Cristopher Hibbert non ha rivoluzionato la mia visione e conoscenza della famiglia che guidò il rinascimento fiorentino, ma (sarà per effetto della lunghezza dedicata alla parte sulla decadenza) l’impressione che ne ho avuto è quella di una famiglia ricca e importante, che più che ospitare artisti e organizzare eventi non è che abbia fatto molto altro.

Due sole figure escono abbastanza positivamente, Cosimo il Vecchio e Lorenzo Il Magnifico, tutti gli altri mi sono parsi poco più che degli “ometti”, per non dir di peggio.

Persino la figura del Magnifico mi è parsa profondamente ridimensionata: in fondo non era lui direttamente a finanziare la maggior parte delle opere rinascimentali, ma si limitava a ospitare e far incontrare i principali artisti, raccomandandoli poi a questo o quel sovrano o principe, affinché gli commissionassero delle opere.

La stessa Firenze, nel suo massimo splendore storico, non appare come un luogo in cui venga una gran voglia di vivere, con tutti i suoi intrighi, le sue divisioni censuarie e le continue battaglie.

Christopher Hibbert

Lorenzo Il Magnifico

A proposito di queste, la “guerra all’italiana” viene vista come il muoversi di due eserciti sul territorio, senza scontrarsi mai, in attesa che uno dei due si arrendesse per mancanza di rifornimenti. Situazione che cambierà radicalmente con le prime invasioni straniere.

Si parla insomma del Rinascimento, dell’uscita dell’Europa intera dai secoli bui, di nuovi ordinamenti statali, ma in queste pagine si percepisce ben poco splendore e ben poca grandezza, come se non fosse stato anche grazie alla politica di questa famiglia di banchieri che il continente si è risvegliato.

 

VITA E MORTE DI ARTISTA FIORENTINO AI TEMPI DEL RINASCIMENTO

Il tormento e l’estasi” è senz’altro un bel titolo ed è anche grazie a esso che ho deciso di leggere questa biografia romanzata di Michelangelo Buonarroti scritta da Irving Stone. Eppure, per quanto sia un titolo suggestivo, mentre leggevo, più volte mi sono chiesto come si chiamasse libro, dato che proprio non mi restava in mente. Tormento ed estasi sono, infatti, termini troppo generici e, nel cercare di ricordare, si tende a sostituirli facilmente con loro sinonimi o addirittura con altre coppie di parole che ci sembra possibile attribuire a Michelangelo.

Oltretutto, difficilmente avrei pensato a due parole simili per descrivere l’opera dell’artista fiorentino. Era tormentato? Forse più da problemi materiali che non dello spirito e comunque, direi, non più di altri artisti. Il tormento mi pare un’idea che riguarda più che altro artisti romantici o successivi, a meno che non si voglia definire “tormento” l’ossessione di Michelangelo per la scultura, descritta da Stone. Michelangelo dipingeva e scolpiva soggetti religiosi ma non è l’estasi al centro della sua opera, bensì l’uomo, con la sua materialità, vera riscoperta dell’umanesimo e del rinascimento. L’estasi mi pare un concetto che meglio si adatta a opere e personaggi di quel Medioevo che uomini come Michelangelo stavano appunto contribuendo a seppellire.

Irving Stone

Insomma, un titolo evocativo ma sostanzialmente sbagliato, a mio sentire, che poco descrive il personaggio e il romanzo.

Quanto alla biografia, per quel poco che posso sapere e ricordare di Michelangelo, mi è parsa piuttosto corretta, a parte alcune note di “costume” che, da fiorentino acquisito quale sono, poco mi hanno convinto. Una tra tutte, per la quale chiedo conforto culturale a chi può. Conosco la frase “meglio un pisano all’uscio che un morto in casa” come espressione livornese, spesso ripresa dai fiorentini, ma non mi pare sia usata con riferimento a Roma. Sbaglio? Lo era ai tempi del Buonarroti?

 

Pietà di Michelangelo Buonarroti

Una biografia deve essere creativa? Certo qualcuno sosterrà di no, che deve cercare di descrivere al meglio il personaggio scelto, il suo tempo e il suo mondo. Se fosse solo una biografia, la risposta potrebbe essere negativa. Se però parliamo di biografia romanzata, mi aspetto un certo contributo creativo da parte dell’autore. Ho, per esempio, appena finito di leggere l’Iliade riscritta da Manfredi, che la descrive con lo sguardo di Ulisse. Questo è il tipo di creatività cui penso. Saper dare una visione nuova a una storia antica e nota. A volte basta poco, anche solo alzare di un tanto l’angolo della visuale tradizionale. Stone mi pare che poco inventi da questo punto di vista. Scrive bene, delinea bene i personaggi, ma non aggiunge molto alla Storia, alla vita dei suoi personaggi.

Peccato, perché quello che ha scritto è un romanzo, ne ha tutte le caratteristiche, ed è anche un buon libro, e con un pizzico di originalità in più sarebbe potuto diventare qualcosa di più di una biografia.

 

 

Tondo Doni – Michelangelo Buonarroti

INDIETRO NON SI PUÒ: AVANTI TUTTA (CON 4 LIBRI ASSIEME!)

Anni fa lessi “L’unico peccato” (Editrice Zona, 2006) di Sergio Calamandrei e mi colpì come, inserito nella struttura del giallo, ci fosse un romanzo decisamente più mainstream, intendendo con questo quella parte di narrativa che non si lascia ingabbiare nei generi letterari. Già “L’unico peccato”, insomma, incamerava in sé alcuni interrogativi fondamentali sulla nostra società, sui rapporti interpersonali, in particolare uomo-donna, sul mondo dell’editoria e dei libri.

Non mi stupisce dunque che, in occasione della pubblicazione di un nuovo episodio delle indagini dell’investigatore privato fiorentino Domenico Arturi, Sergio Calamandrei abbia pensato di inserire i due romanzi non già in una semplice serie di gialli, ma in un progetto di assai più ampio respiro che ha denominato “Sesso motore”, in quanto, le varie opere si incentrano sull’interrogativo fondamentale: il sesso è il motore principale delle azioni umane? Se non lo è, lo è la sua assenza, come nota uno dei personaggi del secondo romanzo “Indietro non si può”?

Calamandrei, dunque, ha ridenominato “L’unico peccato” “L’unico peccato – Sesso motore Zero”, definendo così il secondo romanzo “Indietro non si può – Sesso motore 1” e aggiungendo a questi, con pubblicazione contemporanea, un saggio “Perché si fa poco sesso – Sesso motore 3”, una raccolta di racconti “Il mestiere più bello del mondo – Sesso motore 3”, un’antologia gratuita “Assaggi gratis – Sesso motore 4”, un sito internet http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm e un blog http://sessomotore.wordpress.com.

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Firenze – Foto di Carlo Menzinger

Indietro non si può” è comunque un romanzo del tutto autonomo, questo per tranquillizzare chi tema di dover per forza leggere tutto, e altrettanto lo sono gli altri volumi: ciascuno può essere letto autonomamente dagli altri, anche se è consigliata la lettura integrale per rendersi meglio conto dell’ampiezza degli intenti dell’autore

 

Come già “L’unico peccato”, “Indietro non si può” è ambientato a Firenze negli anni ’90 (tra fine 1995 e inizio 1996).

Calamandrei è fiorentino, Firenze la conosce bene e questo certo giova al romanzo, perché ne esce fuori un’ambientazione corretta, precisa ma, state tranquilli, non puntigliosa o invadente.

L’autore sembra ben conoscere la regola aurea degli scrittori: scrivi di ciò che conosci. Si capisce quindi bene che si è accuratamente documentato su ogni aspetto (e un’idea del suo grande lavoro si percepisce leggendo i ringraziamenti finali, rivolti a tanti professionisti che lo hanno consigliato su vari aspetti). Oltre che di Firenze, nel romanzo si parla dell’Italia, della politica nazionale di quei tempi di primo berlusconismo (ma l’autore ci parla soprattutto degli altri personaggi dell’epoca, tralasciando, forse volutamente, il fondatore del partito-azienda), delle grandi novità che cominciavano a cambiarci la vita, come l’avvento dei cellulari, che i protagonisti, con riflessioni che ricordano le stesse che si sentivano allora, non riescono ad accettare, delle infiltrazioni mafiose, delle speculazioni edilizie.

Positiva, dunque, l’ambientazione, ma positivo anche tutto il resto, i personaggi, la trama, i contenuti.

I personaggi non sono pochi, oltre al citato protagonista Domenico Arturi, voce, narrante, ma neanche troppi e questo permette di caratterizzarli piuttosto bene.

La trama verte attorno al classico omicidio di un nobile fiorentino e al furto di un libro antico, avvenuti separatamente. Partendo da questa struttura di base, Calamandrei ci mostra i rapporti tra i vari personaggi, denuncia un mondo di sfruttamento del lavoro, con segretarie non pagate, laureati che fanno gli autisti. Ci parla di abusi edilizi, di corruzione, di mafia, per riflettere così sul nostro tempo e, soprattutto, tema centrale del progetto “Sesso motore”, per interrogarsi – sia tramite i rapporti dei personaggi l’uno con l’altro, sia tramite la loro visione – sulla funzione del sesso nella nostra società e, persino, nell’evoluzione della nostra specie. Rilevante appare la considerazione sull’interessenza tra sesso, potere e ricchezza.

Romanzo insomma denso di contenuti, scritto con professionalità, intenso e di piacevolissima lettura.

Infine, posso anche osservare di aver imparato da questa lettura qualcosa di nuovo sull’affascinante mondo del collezionismo di libri antichi.

 

Chi lo ha pubblicato, vi chiederete forse ora, chi ha sostenuto questo suggestivo progetto? Qualche grande editore? Niente affatto! Qualche medio editore di buon fiuto? Neppure.

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Sergio Calamandrei – Lisbona, agosto 2013

Sergio Calamandrei, che già aveva pubblicato con editori minori, non solo “L’unico peccato” nella prima edizione ma anche altre sue opere, conosce ormai bene il mondo dell’editoria, su cui ha scritto interessanti studi (il tema viene accennato anche nel romanzo che ci parla oltre che di libri antichi, anche di moderni editori) e così sembra aver capito che ormai un editore, soprattutto se non è veramente importante e non vuole investire in modo significativo su di te, serve davvero a poco e, quindi, ha pubblicato da solo, con l’aiuto di alcuni amici per le copertine (il bravo Paolo Milanese) e per la revisione dei testi, avvalendosi di uno dei servizi di self-publishing che si può trovare on-line: Youcanprint. Forse il solo modo per avvalersi in modo proficuo di un editore è quello escogitato dallo stesso protagonista Domenico Arturi, ma non voglio rivelarvelo qui, perché merita scoprirlo nel romanzo, così come leggendo le pagine scritte da Calamandrei penso sia più piacevole scoprire lo sviluppo dei vari misteri che vi compaiono (non solo l’omicidio del Conte Puccetti e il furto de “Les liasons dangereuses”) e, delle varie storie, amorose e non, che vi si dipanano, dall’attrazione dell’investigatore per la bellissima vedova dell’assassinato, agli incerti amori dell’Avvocato Parisi, alle imprese letterarie di Arturi, che, oltre a condurre le sue indagini sta scrivendo un romanzo, che si chiama “L’unico peccato” (proprio come il primo romanzo di Calamandrei! Un metaromanzo, insomma, che si scrive da solo!), ai rapporti familiari della famiglia Puccetti, dilaniati dalle questioni ereditarie dopo la morte del Conte.

Insomma, questo romanzo è la dimostrazione che anche tra i romanzi autopubblicati si possono trovare ottime letture.

LA VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

Girando per le community di lettori, in particolare in anobii, avevo notato la presenza di un autore piuttosto amato dai frequentatori: Tiziano Terzani. Incuriosito, ho, allora, letto il volume “La fine è il mio inizio”, senza sapere bene cosa aspettarmi.

La fine è il mio inizio” non è un romanzo, né, come ci si potrebbe aspettare da un giornalista quale era Tiziano Terzani, un reportage. Non è neppure un saggio. Si tratta, in sostanza, di un’autobiografia, anche se messa sotto forma di dialogo tra il padre Tiziano e il figlio Folco, che ne ha raccolto e trascritto le parole. Considerata la vita avventurosa di quest’uomo (che ha vissuto in alcuni affascinanti Paesi dell’Asia, dal Vietnam, alla Cambogia, alla Cina, a Singapore, all’India) sarebbe potuta essere una biografia molto interessante e così è. “La fine è il mio inizio”, però, è molto di più di una semplice autobiografia: è il testamento spirituale di un padre al figlio, ai figli, ai lettori, a tutti noi, è la raccolta delle riflessioni di un uomo, che, passo dopo passo, è arrivato alla saggezza, è una riflessione sull’Asia e sull’Occidente. Eppure tutto ciò ancora non basta per definire ciò che è questo libro. Si potrebbe allora dire che è un manuale per affrontare la vita e come tale, prima ancora di aver finito di leggerlo, l’ho consigliato a mia figlia adolescente.

Credo, infatti, che questo libro, che dal punto di vista letterario non è nulla di speciale, abbia contenuti di una profondità tale da qualificarlo più che come un libro che si deve leggere, come un libro che sarebbe un vero peccato non aver letto.

Mia figlia è all’inizio del penultimo anno di liceo. Presto dovrà scegliere che strada prendere nella vita. Potrà essere solo  la scelta di una facoltà, ma sarà il primo passo verso la definizione di ciò che sarà da adulta.

Terzani in questo libro ci parla di come e perché abbia scelto di studiare giurisprudenza, di come e perché sia entrato a lavorare all’Olivetti, di come e perché sia diventato giornalista, di come e perché sia diventato il giornalista che è stato, un corrispondente che parlava della vita della gente più che dei grandi fatti e dei potenti della terra.

Tiziano Terzani

Il suo è stato un percorso. Suggerire a un ragazzo questa lettura non serve a dirgli: guarda è per questo che devi studiare legge o giornalismo. Serve a far capire perché si decide di fare qualcosa. Serve a capire come si diventa se stessi. E i consigli che contiene, se detti così, in poche righe, possono sembrare semplicistici e scontati sono piccole perle che ogni ragazzo dovrebbe appuntarsi da qualche parte: la scelta della via di mezzo, il sorridere se ci aggrediscono (ci puntano un fucile contro, dice Terzani), il saper parlare della morte, il trovare la propria strada, il vivere il presente, il cercare la risposta ai problemi dentro di sé, il cogliere l’attimo. Ogni suggerimento si inserisce nella storia della sua vita e del mondo, illustrato da precise vicende. In realtà, anzi, è proprio l’opposto: sono i suggerimenti che nascono dalle vicende narrate, persino dai grandi eventi della politica.

Mentre si impara a riflettere su di noi, per veloci accenni, si vede scorrere la storia del mondo degli ultimi decenni.

Ora vivo a Firenze e lì è nata mia figlia. A Firenze è nato e cresciuto anche Tiziano Terzani, ma quanto diversa era la Firenze che ha conosciuto dalla nostra! Anche per questo, per le pagine in cui ne parla, per un fiorentino è bello leggere questa biografia.

Insomma, un libro importante, letto quasi per caso, ma che sarebbe davvero stato un grosso peccato non aver letto.

Chissà – mi chiedo ora – se altri libri di Terzani sapranno riservarmi tante sorprese!

 

 

Tiziano Terzani

 

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