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UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

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Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

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L’ASSURDO MONDO PERDUTO IN CUI VIVIAMO

Apologia del perdutoBisogna dire che la scelta di un titolo come “Apologia del perduto”, per di più corredato da un sottotitolo come “Reductio ad absurdum” non mi pare sia stata, da parte dei due autori Massimo Acciai e Lorenzo Spurio, dettata da valutazioni di marketing, anche perché il lettore tutto può immaginare da tali definizioni tranne che una raccolta di racconti tutto sommato vivaci e concreti. Si pensa, infatti, subito a qualche verboso trattato di filosofia.

Si tratta, invece, proprio di racconti, per lo più scritti a quattro mani dai due autori, ma alcuni firmati da uno solo dei due, e stesi tra il 2010 e il 2013.

Acciai e Spurio si erano conosciuti tramite alcune collaborazioni di quest’ultimo alla rivista che Acciai dirigeva e tutto dirige “I segreti di Pulcinella”.

Come notano gli autori nella prefazione, i racconti sono accomunati dalla presenza di personaggi al limite della società, quali malati di mente, barboni, immigrati, malati terminali. Forse per questo nel titolo si parla di “difesa del perduto”, dato che ciascuno di loro ha perduto o, quantomeno, è privo di qualcosa.

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Lorenzo Spurio

Quanto al sottotitolo, “Reductio ad absurdum”, significa “dimostrazione per assurdo” ed è un metodo della logica per dimostrare una certa proposizione mostrando la contraddittorietà che deriva assumendone la negazione, quasi che con questi racconti Acciai e Spurio abbiano voluto dimostrare con esempi estremi, la natura assurda del mondo che ci circonda.

Credo che dove nell’antologia non sono riportati i nomi degli autori, si debba considerare il racconto come opera di entrambi, mentre è espressamente scritto quando lo ha realizzato solo uno dei due. È questo il caso dei due racconti finali, “Il cacciatore” di Massimo Acciai e “Una casa fredda” di Lorenzo Spurio.

Il primo racconto è “Il cantiere” e comincia in modo un po’ surreale ma con tinte horror, con una sorta di scemo del villaggio (o del quartiere, vista l’ambientazione), Mario, che finisce in una buca scavata per qualche lavoro cittadino, dove qualcuno lo ricopre di terra fin quasi a farlo morire. Condisce la storia l’incontro-scontro del sopravvissuto Mario con una zia che di testa è messa peggio di lui ed è una pazza pericolosa. Lo sviluppo si fa angoscioso, con tanto di morte della madre del protagonista.  Il racconto è, soprattutto, una riflessione sul problema della chiusura dei manicomi e sulla difficoltà di gestire in famiglia i malati di mente. Vi compare un vecchio centenario, cui vengono a chiedere consiglio. Il vecchio, tra le altre cose lascia un interessante considerazione sulla lettura “Nel suo discorso ci teneva a sottolineare che la prospettiva con la quale il lettore legge e si immedesima nella storia, cambia nel corso degli anni e che questo è un fatto inevitabile”. Credo, infatti, che a scrivere un libro (al di là di collaborazioni come questa tra Acciai e Spurio) ci siano sempre due soggetti: lo scrittore e il lettore. Il lettore rende il libro diverso, reintepretandolo con il proprio vissuto e, poiché nel corso della vita ognuno cambia, leggere un libro in un momento o in un altro della propria vita, lascia messaggi e sensazioni diverse.

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Massimo Acciai Baggiani

Questo primo racconto credo sia il più lungo del volume, di cui occupa quasi un terzo.

Il secondo, “Appuntamento nella capitale”, racconta di un incontro su un caldo autobus con una donna e due bambini a seguito di disguidi ferroviari. Il protagonista si recava a Roma per incontrare una ragazza conosciuta in chat, ma una serie di vicissitudini lo fanno incontrare e avvicinare alla donna con i bambini, con cui riuscirà a instaurare un rapporto più vero di quello che sperava di concretizzare da un amore virtuale. Lo sguardo verso il mondo circostante del protagonista è sempre titubante e un po’ spaventato e osserva chi gli sta attorno con diffidenza, quasi a voler mostrare la difficoltà dei rapporti sociali nel nostro tempo, in cui solo il contatto virtuale sembra tranquillizzarci, mentre andiamo perdendo la capacità di raffrontarci con le persone reali.

La vicina rumena”, il terzo racconto, è una storia di amore, che nella prefazione è definita come erotica, ma è soprattutto una storia che parla del disagio di un giovane nel cercare e trovare rapporti con l’altro sesso. Disagio che trova la sua soluzione nell’incontro con la badante rumena della vicina, che, nella sua solitudine di straniera, si appoggia al giovane per supplire alla perdita degli affetti familiari, da cui è ora separata da tanti chilometri, in una terra che non è capace di accoglierla pienamente. La loro storia si risolve, in realtà, in un solo rapporto sessuale, che il protagonista percepisce come un proprio cedimento a pulsioni animalesche e di cui si pente, invece di rendersi conto che di essere riuscito, per poco, a sbloccarsi dalle proprie inibizioni.Risultati immagini per ragazza rumena

I cruciverba di Valérie” raccontano di un tragico amore ospedaliero tra due giovani e sfortunati malati terminali, che dà luogo a un matrimonio i cui festeggiamenti andranno a confondersi con le condoglianze del funerale. Una storia che ci parla sia della fragilità delle nostre esistenze, sia della possibilità di vivere pienamente e trovare l’amore anche quando tutto sembra ormai perduto.

Vera”, ultimo racconto a quattro mani, riprende il tema appena accennato in “Appuntamento nella capitale” degli amori in chat, affrontando il più ostico argomento degli scammer, ovvero delle truffe on-line per rubare soldi o organizzare matrimoni miranti solo a ottenere la cittadinanza o alimenti futuri mediante l’adescamento in rete da parte di ragazze straniere.

Assai singolare è la storia firmata solo da AcciaiIl cacciatore”, nella quale un eccentrico riccone americano invita a cena dei barboni e gli offre… carne di cane. Il clochard protagonista diventa poi suo compagno in scorribande per Firenze a caccia di… cani, da uccidere, cucinare e mangiare. Qui, più che negli altri racconti, si nota l’ambientazione fiorentina, particolarmente concentrata nel quartiere di Rifredi, dove vive l’autore.

Una casa fredda” è scritto solo da Spurio e parla delle difficoltà di una ragazzina ad adattarsi a vivere con il patrigno, dopo la morte del padre. Troverà in uno zio “zitello” l’appoggio per affrontare la situazione. Il vecchio zio, quando la nipotina lo lascerà, ricadrà nel grigiore della sua vita Risultati immagini per Cacciatore caniprecedente, non riuscendo, per altro a sopravvivere.

Questa raccolta, dimostra, ancora una volta, la grande capacità di Massimo Acciai Baggiani (nome d’arte di Massimo Acciai) di spostarsi con disinvoltura tra produzioni letterarie assai diverse, come la poesia, la saggistica, il fantasy, l’ucronia, la fantascienza e, qui, una narrazione mainstream che potremmo forse definire di analisi sociale, sebbene con toni che spingono le situazioni all’assurdo, divenendo talora quasi surreali.

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Grazie a Giovanni Agnoloni per questa intervista su “La poesia e lo spirito”: “Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Carlo Menzinger di Preussenthal, scrittore nato a Roma ma residente a Firenze, si muove tra ucronia e distopia. L’anno scorso è uscito il primo atto di una serie ucronica intitolata “Via da Sparta”Il sogno del ragno (Porto Seguro editore). In uscita in questi giorni, il sequel Il regno del ragno: domani 29 settembre, il libro verrà presentato in anteprima a “Firenze Libro Aperto” viene presentato (alle ore 16,30 allo stand di Porto Seguro Editore).

In quest’intervista con l’autore, cerchiamo di sviscerare potenzialità derivanti da questi scorci – e incroci – di generi diversi.

– Il tuo approccio alla narrativa fonde generi diversi, su tutti la distopia e l’ucronia. Che significato particolare assume la combinazione di ipotesi a-storiche con visioni antiutopiche? In altre parole: immaginare fatti mai accaduti nella storia vera può aprire squarci di comprensione intuitiva sulle non rosee prospettive per la specie umana anche oggi?

Se solo potessi avere abbastanza tempo scriverei libri di ogni genere, ma, in effetti, ucronia e distopia sono spesso presenti nella mia produzione attuale. Massimo Acciai Baggiani nel suo saggio Il Sognatore divergente, di prossima pubblicazione (Porto Seguro Editore), afferma che nei miei libri è spesso presente una vena pessimista. Probabilmente non sono troppo fiducioso sulla capacità del genere umano di migliorare, dunque, anche nel disegnare una realtà alternativa come ho fatto con il ciclo Via da Sparta, gli elementi distopici prevalgono su quelli utopici. Il mio obiettivo scrivendo questa storia era, però, soprattutto quello di mostrare la precarietà delle situazioni storiche, far vedere come il nostro presente non sia il solo possibile, giacché basterebbe pochissimo a mutarlo radicalmente. Via da Sparta insegna che nulla è scontato, che modelli sociali, economici, culturali che diamo per ovvi potrebbero non essersi realizzati per nulla. Dunque, sì, l’ucronia può aiutarci a comprendere meglio il passato e il presente, ma anche il futuro. Farci capire come alcune scelte storiche siano state sbagliate e, magari, aiutarci a non fare nuovi errori domani. Certo, aver scelto una civiltà come quella spartana, per tanti aspetti percepita come negativa, mi è servito a delineare un mondo molto diverso, ma anche molto distopico, secondo il nostro moderno punto di vista. Tutto è relativo, però. Gli spartani probabilmente inorridirebbero a vedere il nostro modo di vivere.

– Parlaci della tua serie Via da Sparta, che mette al centro del suo interesse una civiltà – quella spartana – storicamente sconfitta ma portatrice di un’immagine scabra e violenta, che trasuda dalle tue pagine.

Per poter delineare un mondo attuale, ucronicamente mutato, era utile scegliere una civiltà “sconfitta” e immaginarla, invece, incedere verso il massimo successo possibile. È quello che è stato fatto da molte altre ucronie, ma soprattutto con la storia recente, per esempio da Dick con il suo La svastica sul sole o da Harris con Fatherland, in cui immaginano una Germania vincente nella Seconda Guerra Mondiale. Far, invece, sopravvivere una città, sconfitta irrimediabilmente moltissimo tempo fa, 2400 anni, era qualcosa di nuovo. La filosofia spartana è qualcosa di radicalmente diverso dal nostro modo di pensare. Per loro la guerra era centrale. La forza e la salute fisica erano fondamentali. Gli uomini vivevano separati dalle donne. Le donne potevano avere più mariti. L’amore omosessuale e la pedofilia erano la norma. La proprietà privata era quasi assente. L’onore militare aveva un peso che non riusciamo più a immaginare. La tecnologia era malvista. Il solo lavoro onorevole per un uomo era la guerra. Il superfluo era disprezzato. Portare tutto ciò in un mondo moderno mi affascinava.

– Il tema dell’amore, della sessualità e delle sue distorsioni è pure parte importante della tua scrittura. Si tratta forse di un’allusione “sotto mentite spoglie” a quello che è diventata la società umana nel mondo reale? Anche in questo senso, insomma, Sparta è solo un pretesto per parlare di “noi”?

Certo, anche se si parla di mondi alieni, di realtà alternative, di passati remoti o futuri lontanissimi, ogni autore parla ai suoi contemporanei e del suo presente. Sparta è distopia, ma non tutto è negativo. L’attenzione per l’ambiente (seppur con modalità difficili da apprezzare) è, per esempio, qualcosa che potremmo imparare da questo ucronico Impero di Sparta, ma altri aspetti, sono esagerazioni di situazioni reali, come il bullismo, l’odio per il diverso, l’incomprensione tra i sessi, la guerra come soluzione a ogni problema, la violenza gratuita. Una delle cose che in questo romanzo appare davvero diversa è proprio il sesso. Il matrimonio è divenuto solo una forma di accordo economico, ma il vero amore, si dice, è “solo tra uguali”, ovvero tra uomini della stessa classe sociale o donne della stessa classe sociale. La famiglia è osteggiata come forma organizzativa. I bambini vengono allontanati dalle madri. Solo i padri più potenti della classe dominante mantengono contatti con i figli. Il romanticismo e la cavalleria non sono mai esistiti in questo presente ucronico, dunque anche l’amore romantico non esiste. Immaginare una società in cui l’eterosessualità e l’amore sono visti in modo negativo credo ci faccia riflettere sull’approccio che oggi abbiamo verso il sesso, in primis, sulle discriminazioni sessuali, ma anche verso il pudore. Nei romanzi gli spartani non usano abiti. Questo renderà difficile ricavarne un film, ma è la maniera visiva per rendere più evidente la radicale differenza tra i nostri universi.

– In negativo, la tua idea sembra rimarcare il peso decisivo che la cultura greca (segnatamente, ateniese) ha avuto per lo sviluppo della nostra civiltà. Avevi in mente anche questo tipo di risvolto, nello scrivere Il sogno del ragno e il suo sequel Il regno del ragno adesso in uscita?

Uno dei motivi per cui ho scelto di far sopravvivere proprio Sparta, oltre che la sua lontananza nel tempo, era proprio in contrapposizione ad Atene. Quello che ho voluto mettere in evidenza è proprio un mondo in cui l’intera cultura ateniese è stata cancellata. Quando pensiamo alla cultura classica greco-romana, a volte, la immaginiamo quasi come un tutto unico, ma non era per nulla così. Sparta, per esempio, era diversissima culturalmente da Atene. Immaginate un mondo senza Socrate, Aristotele, Platone, Fidia, Prassitele, Eschilo, Sofocle, Euripide. Immaginate un mondo che non ami la filosofia, la musica, la pittura, la scultura: questo è il mondo di Via da Sparta. Senza la cultura ateniese non avremmo avuto il Rinascimento. Senza il Rinascimento, quante altre cose avremmo perso? Forse anche la Rivoluzione Francese, quella industriale e così via. Perdere la cultura ateniese, avrebbe significato avere oggi un mondo del tutto diverso, qualcosa, forse, di simile a quello che potete trovare nei tre volumi di Via da Sparta: Il sogno del ragnoIl regno del ragno e La figlia del ragno. Spero di aver fatto meglio della McDougall con il suo Romanitas, in cui, al giorno d’oggi, c’è ancora l’impero romano, ma la gente guarda la TV e va in automobile!

– Pensi che l’attitudine prevalentemente realistica della narrativa italiana rappresenti un limite? E, per converso, che i generi cosiddetti “fantastici” costituiscano invece un’opportunità?

Ritengo che il genere fantastico sia decisamente superiore alla narrativa “realistica”, per la semplice ragione che un autore fantastico non solo si limita a raccontare una storia, ma crea un mondo, un universo nuovo. Credo che un creatore di universi sia una figura assai più artistica e geniale di un semplice “cronista” di fatti di vita quotidiana. Eppure, so bene come la letteratura fantastica sia considerata, dalla critica letteraria “più importante”, come secondaria, se non inferiore. Eppure nella fantascienza, nell’ucronia, nel gotico, nell’horror, nel fantasy molti autori s’interrogano sulla condizione umana, sulla nostra psiche, sul nostro futuro, sul senso della vita e di molto altro in modo assai più ricco, fantasioso e approfondito di chi racconta solo di vicende ordinarie. Uno Stephen King, con i suoi mostri, è, per esempio, un grande esploratore delle schizofrenie e delle paure infantili e adulte.

– Parlaci del tuo rapporto – e magari del tuo “metodo” – di scrittura, e dei tuoi prossimi progetti.

C’è una barzelletta famosa sui carabinieri (odio le barzellette, ma questa mi pare utile, per quanto non mi faccia ridere) che chiede perché vadano sempre in giro in coppia e che risponde “perché uno sa leggere e l’altro sa scrivere”. Bene, io non voglio essere come uno di questi due. Amo leggere e, nella misura in cui leggo, sento il bisogno di scrivere. Dunque, recensisco qualunque cosa legga, rifletto su quello che ho letto e mi sento stimolato a scrivere qualcosa magari di opposto rispetto a quanto ho letto. Leggere e scrivere, insomma, sono per me un tutto unico. Spesso, infatti, negli ultimi libri, inserisco varie citazioni all’interno dei capitoli o come inizio o nelle note, per far capire come tutto quello che scrivo ha delle radici in altri scritti.

Come scrivo? Per stratificazione. Magari un racconto posso anche scriverlo quasi per intero al primo passaggio, ma i romanzi prima li scrivo dall’inizio alla fine, poi li rileggo e nel rileggerli li modifico totalmente, poi li rileggo ancora e li modifico di nuovo. Smetto con questi passaggi solo quando le nuove modifiche diventano marginali.

I miei progetti? Tra pochi giorni uscirà Il regno del ragno, il secondo volume di Via da Sparta. Il terzo, La figlia del ragno, spero possa uscire dopo Natale. Ho poi scritto due raccolte di racconti apocalittici, entrambi rigorosamente ambientati a Firenze, il primo che descrive svariati modi in cui la città potrebbe venire distrutta e il secondo che la descrive dopo questi eventi. Queste antologie potrebbero uscire a fine 2019 o forse nel 2020. Sto ora scrivendo un intero romanzo sull’argomento, ma non so se funzionerà. Ho anche scritto un romanzo di fantascienza davvero particolare con Massimo Acciai Baggiani, si chiamerà Psicosfera e parla del potere della mente. Anche questo penso che uscirà tra vari mesi. Quando avrò finito il romanzo apocalittico, ho già una sfilza di idee da mettere in atto. Spero solo di campare abbastanza da realizzarne ancora qualcuna!  Se solo potessi avere una macchina per dilatare il tempo!

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3.01.1964, sposato, ha una figlia e vive a Firenze, dove lavora nel project finance.

Ha pubblicato varie opere tra cui romanzi ucronici (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno”, “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”), thriller (“La bambina dei sogni”, “Ansia assassina”),  fantascienza (il ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”), un romanzo gotico – gallery novel (“Il Settimo Plenilunio” scritto con Simonetta Bumbi). Ha curato le antologie “Ucronie per il terzo millennio” e “Parole nel web”, partecipato ad altre e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è                 www.menzinger.it

Il suo blog è              https://carlomenzinger.wordpress.com/

GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

IL CALEIDOSCOPIO BOLOGNESE

MandalaConoscevo Massimo Bernardi come fotografo, avendo collaborato alla gallery novel “Il Settimo Plenilunio” da me curata. Ho, dunque, affrontato con curiosità questa sua prova in un campo alquanto diverso quale la scrittura, con il romanzo surreale “Mandala”. Il sottotitolo suona “Il romanzo che il vento soffia via” e credo che sia piuttosto esplicativo dell’approccio narrativo seguito, che un succedersi caleidoscopico di immagini, di situazioni, di citazioni che sfumano l’una nell’altra. Non per nulla il mandala del titolo è un disegno composto di figure geometriche sovrapposte.

Ho scritto “citazioni”, perché Bernardi cita un po’ di tutto, dalle opere d’arte alla letteratura, al cinema, alla cultura pop, alle pubblicità, alla televisione e anche i luoghi che qui compaiono sono quasi essi stessi delle citazioni. Forse il tocco del fotografo si sente proprio in questo, in un vorticoso succedersi di scatti da diverse angolature.

Il carattere surreale scivola con leggerezza dal tono della fiaba, al paranormale al fantascientifico.

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Massimo Bernardi

Dietro a tutto c’è la vita reale, c’è l’Italia, c’è Bologna. E dentro ci sono alcuni personaggi, dal protagonista Dario, che vive questo sogno irreale, a una misteriosa ragazza sosia di Iréne Jacob, agli amici di Dario.

E in questo caleidoscopio viene frullato anche il tempo. Ritroviamo così anche Dario bambino. Non per nulla si parla talora di psicologia e troviamo Dario sul famoso lettino terapeutico.

Ne esce fuori un romanzo originale e vivace, che scompone le regole della narrazione in chiave onirica, se non allucinatoria.

 

 

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“DEL MARE SOLTANTO L’ECO” –PRESENTAZIONE A “MAGGIO DI LIBRI” – BIBLIOTECA ERNESTO RAGIONIERI – SESTO FIORENTINO

Oggi ho presentato nei bei locali della Biblioteca Ernesto Ragionieri di Sesto Fiorentino  “Del mare soltanto l’eco”.

Introduceva la serata del “Maggio di Libri” sestese Sara Pollastri. Lettore era Alberto Cavallaro.

Il mio intervento è stato un po’ diverso e più lungo, ma più o meno quello che ho detto di questo romanzo è quanto segue:

 

Ho conosciuto Barbara Carraresi alla presentazione d’esordio del suo libro “Del mare soltanto l’eco” questo stesso libro che oggi ho il piacere e l’onore di presentarvi in questa bella biblioteca.

Credo si fosse a novembre del 2017, al Montecarla Club. Da allora ho incontrato ancora Barbara in occasione di altre presentazioni di questo libro e del mio ultimo romanzo “Il sogno del ragno”. Quello che ci accomuna, infatti, è, innanzitutto, l’aver pubblicato entrambi con Porto Seguro, lei questo suo primo libro, io quello per me è ancora l’ultimo romanzo edito.

Ci accomuna, poi, oltre a questa Toscana e a Firenze in cui viviamo, l’amore per la lettura, per i libri e per le storie.

Barbara con “Del mare soltanto l’eco” è riuscita a fare qualcosa che io ancora non ho avuto il coraggio e la forza di fare: scrivere la storia della sua famiglia e, in fondo, anche la propria storia.

Quella che io sogno di scrivere è una storia dei miei antenati, andando indietro nei secoli. Mi spaventa un po’ quindi l’impegno e la mole di lavoro che questo comporterebbe.

Barbara, in questa sua storia familiare, ha scelto, però, di concentrarsi su due figure sua nonna e se stessa.

Biblioteca Ragionieri

In questo credo che ci sia il coraggio che mi è mancato. Il coraggio di parlare di ciò che più c’è vicino, di ciò che più ci sta a cuore. Il coraggio di aprirsi, seppure davanti a una pagina, davanti a un foglio, davanti alla tastiera di un computer. Il che può sembrare più facile che davanti a due occhi o a un viso, ma in realtà significa parlare al mondo, quando poi questo libro si pubblica. Significa parlare a tutti, amici e sconosciuti, a chi ti guarda attraverso il vetro opaco della conoscenza, dell’idea che già ha di te e a chi ti guarda con l’occhio distaccato di chi non sa nulla di chi tu sia.

E BarbaraDel mare soltanto l’eco” l’ha pubblicato con questa ancora giovane casa editrice che ho scoperto a Firenze Libro Aperto e che mi parve abbastanza dinamica e vivace da tentare una pubblicazione. Tale, in effetti, è questo editore, che organizza tante occasioni di incontro tra gli autori e i lettori potenziali  e tra autore e autore, come è successo tra Barbara e me. Qui, però, non è stato Porto Seguro Editore a portarmi, ma Barbara a chiamarmi, cosa che mi ha fatto molto piacere, perché, in così poco tempo e in così poche occasioni con lei, come con altri, si sono create delle relazioni, a volte di stima, a volte di amicizia.

La cosa più sorprendente che mi è capitata, frequentando gli autori di Porto Seguro, a parte l’occasione di presentare questo libro, è stato un altro autore che nel giro di poche settimane si è letto una sedicina di libri che avevo scritto e ora ci ha scritto sopra, un libro. Insomma, tra poco pubblicherà la mia biografia. Si tratta di Massimo Acciai Baggiani, un altro autore, che come Barbara, conosco solo da pochi mesi! Qualcuno pensa che la scrittura sia un’attività per solitari. Credo che si sbagli di grosso. Scrivere è forse uno degli hobby che più ti mettono in contattato con la gente.

Biblioteca Ragionieri

Barbara, scrivendo “Del mare soltanto l’eco” sta offrendo, in fondo, la sua amicizia a tutti voi, a tutti noi. Non ci sentiamo amici di chi ci racconta la sua vita? E un libro così è questo che fa. Credo che “Del mare soltanto l’eco” sia un’offerta di amicizia di Barbara a noi tutti. Se qualcuno vi offre la sua amicizia, non volete accettarla?

Se volete accogliere quest’offerta, avete un semplice gesto da compiere: acquistare una copia di questo libro che certo Barbara sarà felice di arricchire con una sua dedica.

 

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

Del mare soltanto l’eco, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

Alberto Cavallaro, Carlo Menzinger, Sara Pollastri e Barbara Carraresi

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della Sardegna, la partenza, dal sapore di fuga, verso la Toscana, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

La storia di Peppa Luisa è la storia di una piccola “esploratrice”: di una donna nata tra i campi della Sardegna e che non sapeva cosa ci fosse oltre ma che è partita, ha attraversato il mare, imbarcandosi per una grande avventura, per lei che a un certo punto dice:

Barbara Carraresi al teatro del Duomo

Guardavo quella distesa sconfinata di un’ocra uniforme immaginando la vita di chi abitava oltre quell’orizzonte che non avevo mai superato”. Immaginate che cosa potesse voler dire, decenni fa, per una ragazza superare quel ristretto orizzonte!

Del resto Peppa Luisa non si limita a guardare oltre l’orizzonte, non si limita a sognare di proiettarsi oltre. Dice “C’era un tempo in cui il mio sguardo era proiettato solo sul domani. È passato mezzo secolo da quei giorni ma ricordo ancora bene l’età in cui non erano l’asma e l’obesità a togliermi il respiro”. Una donna che non solo non vive nello spazio ristretto in cui è confinata, ma che vive anche oltre il proprio presente, lanciata verso un futuro colorato di speranza.

La storia di Peppa Luisa è intensa e aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero, non so se le avete mai viste. In quelle figure disegnate sulla corteccia rugosa c’è tanta asprezza ma anche tanto calore.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

 

Ma non c’è in questo libro solo la storia di Peppa Luisa. C’è anche sua nipote Barbara.

Mi chiamo Barbara, ho ventotto anni e mi trovo in una fase della vita in cui vorrei essere morta” scrive. Perché tanto dolore? “è colpa di quel bastardo che mi ha lasciata, o forse è solo colpa mia perché consento alla sofferenza di rubare il posto alla felicità”.

Mi verrebbe da dirle: non lasciare che nulla e nessuno ti porti via la tua felicità. Non dipende dagli altri. Non dipendere dagli altri.

Ma lasciamo stare. Quello che voglio notare qui è come queste due figure si compensino e bilancino nel volume. La vecchia così energica e determinata e la giovane con altrettanta forza ed energia ma in un momento in cui ha bisogno di ritrovarsi e si ritrova, io credo, prendendola larga, ricercando le proprie radici, le proprie origini, attraverso le vicende di Peppa Luisa, della nonna. La nonna che conosce solo i suoi campi e la nipote che ha già preso “innumerevoli voli internazionali e intercontinentali”. Così lontane e così vicine. Nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo” parlo di “remotissima vicinanza”, forse è anche questo il caso.

Barbara Carraresi e Carlo Menzinger

Mercoledì a Sesto Fiorentino parlo di Barbara Carraresi

Parlo di questo libro qui.

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