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LA FORMAZIONE DI UN’INDOMITA GUERRIERA FANTASY

Edizioni Tabula fati - Melania Fusconi: Bio-Bibliografia
Melania Fusconi

I Cimeli Ancestrali” (Tabula Fati, 2019) è il primo romanzo della saga fantasy di Melania FusconiLe anime di Leggendra”. L’opera inizia con un prologo da space opera: “Dall’oblò della navicella assistettero alla serie di esplosioni che di fatto cancellavano Honua dalla galassia” e, più avanti, “i Creatori li avevano salvati dal disastro e il pianeta Alnair li aveva accolti come una seconda casa”. Il prologo contiene anche una bella morale da ricordare “E questo era la vita, la capacità di reinventarsi nonostante le avversità”.

I toni fantascientifici, però, finiscono qui e il romanzo prosegue in chiave

I cimeli ancestrali. Le anime di Leggendra - Melania Fusconi - copertina

decisamente fantasy.

Incontriamo così la bella, giovane e indomita orfana Alhena, un’eroina destinata, come una sorta di Harry Potter femminile a scoprire poco per volta la storia della propria famiglia e i propri poteri, passando da lezioni tra i Cadetti della Guardia Reale ad avventure contro misteriose Bestie Infernali e altri pericoli, che affronterà uscendo dal mondo protetto e segreto del Villaggio Celato. Scoprirà così di essere una Gifter Latente, una Cercatrice di Cimeli Ancestrali (che di nuovo mi fanno pensare al maghetto della Rowlings e ai suoi Horcrux) e, nientemeno che una Predestinata. Le magie non abbondano in questa storia e non sono particolarmente eclatanti, ma non mancano e sono contorno del percorso di scoperta e formazione della giovane Alhena e dei suoi amici.

Le 245 pagine del volume, la cui copertina è stata realizzata dalla stessa autrice, ci lasciano con la promessa di nuove e ancor più impegnative imprese, che siamo certi sapranno coinvolgere il lettore e Alhena saprà superare con abilità.

ROMANCE AVVENTUROSO TRA LE SABBIE

Caterina Perrone | La legenda di Carlo Menzinger

Caterina Perrone con Lo sguardo e il riso

Danza nel deserto” (Dicembre 2018) è il sequel del romanzo di Caterina PerroneLo sguardo e il riso” (2017), entrambi editi da Porto Seguro, la più vivace delle case editrici fiorentine e non solo.

Peraltro, “Danza nel deserto” si legge in maniera del tutto autonoma rispetto al primo volume, con cui condivide i protagonisti Viola e Matteo, ma se ne “Lo sguardo e il riso” avevamo una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricordava l’Italia medievale ma con il sapore dei borghi fantasy, come ne scrissi leggendolo, in “Danza nel deserto” siamo invece in un vicino oriente più moderno forse non fortemente connotato, ma che è comunque un luogo fisico e temporale assai più preciso. Rimane il tema forte dei profumi, ma qui non è più così centrale. Il primo volume era soprattutto storia d’amore, questo secondo è un romance d’amore, con passioni non corrisposte o difficili, ma anche di avventura, assai più denso di eventi, con viaggi, rapimenti, ricatti, inganni, travestimenti, assalti. Forse dipende dal mio occhio, ora più allenato alla scrittura dai tratti poetici della Perrone, ma questo seguito mi è parso più maturo e intenso.

Sempre belli e ricchi di particolari i disegni in bianco e nero che accompagnano numerosi entrambe le storie, opereDanza nel deserto - Porto Seguro Editore del marito della Perrone, Gianni Mannocci, spesso caratterizzati dal moltiplicarsi di piccole presenze di contorno. Abbiamo così, per esempio, l’immagine di cammelli che si abbeverano a una pozza e sullo sfondo una donna orientale che porta una brocca d’acqua e un suricato in primo piano, oppure un vecchio che legge seduto in terra contro un’elaborata parete in maiolica e davanti a lui una pila di libri, colombe in volo e un piccolo topo o ancora un veliero che naviga tra gabbiani e delfini.

Caterina Perrone è ora membro del GSF – Gruppo Scrittori Firenze.

VECCHI GIOVANOTTI NELLO SPAZIO

Scrittori: John Scalzi, contratto record per 10 anni | Umbria e ...

John Scalzi (Fairfield, 10 maggio 1969) è uno scrittore e blogger statunitense conosciuto soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza.

Non c’è verso: nessuna lettura scorre bene come un buon romanzo di fantascienza. “Morire per vivere” (2005) di John Scalzi appartiene senz’altro a questa categoria. Per giunta, tra le opere di questo genere, seppur con forti elementi da space opera (che non sono tra i miei preferiti), credo si possa definire un romanzo con un elevato grado di creatività. Tra tutti gli autori, i miei preferiti sono proprio i creatori di mondi.

Non ci sono trovate nuove in assoluto in questo romanzo, ma è il contesto generale a renderlo un mondo con un alto coefficiente di immaginazione.

L’idea di base è che la gente, arrivata a settantacinque anni d’età possa decidere se continuare a invecchiare mollemente o arruolarsi in una misteriosa forza armata interstellare e andare a combattere in mondi alieni. Una soluzione migliore della condanna a morte riservata ai “vecchi” ne “La fuga di Logan”.

I volontari non sanno assolutamente nulla di che cosa li aspetti, perché questi mondi extraterrestri e i relativi conflitti sono tenuti nascosti ai comuni mortali, quasi come in “Men in black”, anche se tutti qui sanno dell’esistenza di tale forza speciale.

Quello che sperano gli arzilli vecchietti e di venire “curati” per tornare un po’ meno anziani e più efficienti, ma Amazon.it: Morire per vivere - Scalzi, John, D'Addetta, C. - Librinessuno sa se questo avverrà davvero.

Ovviamente li aspetta una sorpresa quando si saranno arruolati. I mondi in cui combattere, comunque, esistono davvero e, sebbene non descritti in particolare dettaglio, hanno una discreta varietà.

Il mezzo usato per raggiungere la stazione spaziale da cui i vecchietti partiranno è un ascensore gravitazionale, come quello che nel 1894 immaginò il fisico russo Konstantin Ciolkovskij e che è al centro del romanzo del 1979 di Arthur Clarke “Le fontane del paradiso” e che si ritrova persino in “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini (Edizioni Della Vigna, 2018).

L’idea di uomini anziani in corpi giovani non è di per sé certo idea nuova, si pensi al classico “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde o al più recente Trevor Holden nella serie TV (2016-18) “The Travellers”, in cui i viaggiatori nel tempo si ritrovano in corpi altrui, a volte più giovani, a volte più vecchi, ma questo esercito di vecchietti ringiovaniti ha la sua notevole originalità.

In questo libro, nelle cosiddette “Brigate Fantasma” c’è persino un archetipo come Frankestein, umanizzato e militarizzato nel contempo (l’idea di individui nati adulti parte da lì e si sviluppa in vario modo nella fantascienza). C’è la manipolazione genetica, che attinge dal patrimonio di altre specie, vegetali o aliene. Ci sono in viaggi spaziali connessi alle teorie sui tachioni. Ci sono possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale applicata alla cibernetica umana e a sviluppi della personalizzazione degli smartphone. Ci sono razze dalle filosofie aliene.

Insomma, un bel libro ricco di trovate e di avventure, un po’ troppo space opera ma sufficientemente creativo da farselo del tutto perdonare.

LA GUERRA DELLE AMAZZONI

Enrico Zini in Esperia, La rivolta | Il Blog di Eleonora Marsella

Enrico ZIni

Enrico Zini, pisano del 1974, è un autore della “scuderia” del Gruppo Editoriale Tabula Fati (con cui ho pubblicato in ottobre “Apocalissi fiorentine”) nonché membro come me dell’associazione degli operatori professionali della fantascienza “World SF Italia” di cui è presidente Donato Altomare.

L’ho incontrato dunque due volte, la prima in occasione del raduno annuale 2019 dell’associazione all’Impruneta (Firenze) e la seconda in occasione del festival milanese del fantastico Stranimondi 2019.

In tali occasioni, mi aveva lungamente parlato di questa sua saga “Cronaca Hamaxoni”, di cui pubblicò nel 2017 il primo volume “Esperia, la rivolta” (finalista al Premio Vegetti 2018) e nel 2018 “Esperia, la fuga”.

Ho, dunque, ora letto questo secondo volume, pur non avendo letto il primo e posso dire che è ben comprensibile anche così.

Si tratta di una saga fantasy con qualche riferimento al mito greco delle Amazzoni, le donne guerriere della Scizia e a quello di Atlantide.Amazon.it: Esperia, la fuga - Zini, Enrico - Libri

Le sue guerriere, tutte bellissime e sensuali, sono però altra cosa, anche se vivono in un mondo antico e in cui non manca qualche piccolo accenno di magia, si pensi per esempio all’episodio della pantera che protegge la famiglia in fuga in modo quasi sovrannaturale o a certi sogni.

Esperia, la fuga”, come si intuisce dal titolo, è quindi libro di avventure, di battaglie, di scontri per il dominio.

Quando Zini me ne parlò pensai che, per l’ambientazione greca e per la centralità della fuga, potesse avere maggiori punti di contatto con la mia saga ucronica “Via da Sparta” in cui anche io racconto una fuga, quella della schiava ilota Aracne, attraverso un Impero di Sparta alternativo giunto sino ai giorni nostri, ma le opere, a parte questi punti in comune si svolgono su piani diversi, anche se entrambe non indulgono nel fantasy più classico, quello nordico popolato di draghi, elfi e gnomi ed entrambi evitano il ricorso a divinità ultraterrene.

Lettura densa e piena di eventi, da leggere tutta d’un fiato.

 

VIA COL VENTO DOPO L’APOCALISSE

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Annarita Stalla Petrina

Nel romanzo di Annarita Stella PetrinoQuando Borg posò lo sguardo su Eve” (Tabula Fati, 2019), in un futuro imprecisato, che fa pensare un po’ alla Georgia di “Via col vento” (il film di Victor Fleming del 1939), con i suoi grandi proprietari terrieri e i relativi schiavi, la Terra è popolata da umani e da una razza sovrumana tecnologica chiamata borg, ma che, a differenza di quanto potrebbe far pensare il nome, hanno ben poco di robotico nei loro corpi. I borg, questi umani versione 2.0, sono ricchi e potenti, ma non è ben chiaro in cosa siano superiori davvero agli umani, a parte la loro algida freddezza da Spock di Star Treck: i borg non hanno “l’incoscienza dei sentimenti” (pag. 111).

Gli umani versione 1.0 (cioè noi) sono loro schiavi.

Il problema è che gli uomini non si sono ancora abituati all’idea di essere sopraffatti dalle loro creature” (pag. 31)

I borg giustificano il loro dominio sui propri creatori in quanto “anno bisogno di essere governati, da soli sono capaci solo di distruggere”. Forse è davvero così!

In questo i borg fanno un po’ pensare al R. Daneel Olivaw di Asimov, l’automa che protegge l’intera umanità nel Ciclo dei Robot.

Sono vietati i matrimoni tra le due razze, ma evidentemente non sono davvero specie diverse, perché se si accoppiano producono figli non sterili. Gli umani 2.0, del resto, sono così poco meccanici, che si riproducono tra loro e sono ormai alla sesta generazione (direi quasi che siamo all’umanità 2.6).

Risultato immagini per via col vento"Tutto ciò fa da sfondo alle avventure di una mezzosangue, metà umana, metà borg, figlia, per giunta di uno dei più potenti e ricchi latifondisti borg e di una prostituta umana.

Frutto di un amore proibito, lei stessa, considerata di fatto una borg, si camuffa da umana per sfuggire ai suoi nemici e trova l’amore in un uomo 1.0.Risultato immagini per Quando borg posò lo sguardo su eve"

Se per i romanzi rosa d’ambientazione storica parliamo di romance, per quelli di ambientazione fantascientifica non mi pare esista ancora un’etichetta. Il romanzo è stato, però presentato, correttamente, come FS Young Adult.

Le avventure di questi futuribili Romeo e Giulietta sono arricchite, peraltro, da un messaggio socio-politico di uguaglianza e fratellanza tra diversi (“un mondo in cui non ci siano più razze superiori e razze inferiori” – pag. 161), forse un po’ utopistico (“«Cosa pensereste di una società in cui agli esseri umani venga restituita la libertà e la possibilità di praticare il culto«Penserei che si tratta di un’utopia»”) e si snoda in una trama con connotazioni da libro giallo, con la ricerca e scoperta delle vere origini di Lilandra Nassir e il mistero della morte di suo padre e di molti altri borg durante una presunta insurrezione umana.

 

RIUSCIRÁ L’UMANITÁ A FARSI ACCOGLIERE NELLA COMUNITÁ GALATTICA?

Risultati immagini per SimakNel romanzo di Clifford SimakLa casa dalle finestre nere” (1963) troviamo un personaggio, Enoch Wallace, che pare immortale, rimasto trentenne nel 1931 e oltre come durante la Battaglia di Gettysburg (1863) e altre della guerra di secessione americana cui ha partecipato.

Si nasconde in una vecchia casa dalle finestre oscurate. Il suo segreto, però, non è tanto l’immortalità (in realtà si limita a non invecchiare nel tempo che passa in casa), ma in quello che la sua casa nasconde ovvero un mondo che sembra anticipare quello dei “Men in black” degli omonimi film: una stazione di passaggio per alieni.

Per tutti quegli anni, infatti, Wallace è stato il custode di una stazione utilizzata da razze extraterrestri di ogni genere per spostarsi attraverso la Galassia.

Il suo cruccio è che la nostra razza sia tenuta lontana da questi commerci, perché immatura. Teme anzi lo scoppio di una nuova Guerra Mondiale che non potrebbe che metterci in cattiva luce agli occhi degli alieni, impedendoci per sempre di entrare nel loro consesso.

La visione è ancora quella utopistica della fantascienza degli anni 1940-50 e Simak sembra immaginare come inevitabile il progresso, anche se Clifford D. Simak - LA CASA DALLE FINESTRE NERE - Classici Urania nr 176cominciano ad affacciarsi i temi distopici legati alla paura della Guerra e persino alcune tematiche ambientali.

La figura della giovane sordomuta Lucy è quella del classico personaggio debole e maltrattato che diviene l’eroe risolutore della vicenda.

Il lieto fine appare un po’ scontato e legato a quest’atmosfera ottimistica, ma il romanzo può essere considerato un classico della fantascienza di quegli anni, godibile e da non trascurare.

 

SCRIVERE IN UNDICI

Perchè non siamo fatti per vivere in eterno?I modi per collaborare in un’opera di narrativa possono essere molti. Da quando c’è il web, credo che la tentazione di scrivere assieme per gli autori sia aumentata, essendo più facile sentirsi, scambiarsi idee e testi. Non per nulla ricordo di aver tentato già all’inizio degli anni ’90 a scrivere qualcosa in una dozzina di autori. Gestire un numero così elevato di teste nella realizzazione di un’opera unitaria è tutt’altro che facile e, all’epoca non riuscimmo a realizzare nulla. Erano però gli anni di Luther Blisset e poi di Wu Ming e questi esperimenti qualcosa partorivano. Io stesso nel 2007 pubblicai un romanzo scritto in tre e illustrato da 17 artisti (“Il Settimo plenilunio”) e un’antologia di cose scritte a quattro mani (“Parole nel web”). Devo dire che nel caso de “Il Settimo plenilunio” ci fu molto lavoro preparatorio per decidere cosa scrivere e poi molti scambi di e-mail per capire come andare avanti.

Perché non siamo fatti per vivere in eterno?” (Porto Seguro, Settembre 2019) è un romanzo gotico collettivo, scritto da una dozzina di autori (“I già dimenticati“, nome da me suggerito), che nasce con la tecnica del round-robin applicata in modo quanto mai semplice.

Il primo autore (Massimo Acciai) ha scritto il primo capitolo (in cui un gruppo di ragazzi decide di partire per una gita) e l’ha passato al secondo (il “misterioso” K. Von Zin) che ha integrato quanto già scritto e sviluppato il seguito (immaginando una meta più lontana, la Transilvania e allargando il gruppo dei personaggi), passando poi il testo a chi veniva dopo, e così via fino all’ultimo. C’è stata, infine, un’opera di correzione del testo finale da parte dei due curatori Massimo Acciai Baggiani e Federica Milella.

Stupisce dunque che la storia sia riuscita a giungere a conclusione, dato che gli autori non hanno avuto alcuno scambio tra di loro! Eppure, ne è venuto fuori qualcosa: una storia nata come racconto di viaggio, mutatasi poi in storia gotica di vampiri, nello stile più classico.

Questo approccio, privo di scambi collaterali e di comunicazione nel gruppo, ha fatto sì che la storia divenisse qualcosa del tutto diversa da come era stata immaginata all’inizio. Difficile, io credo, per ciascun autore riconoscersi nel libro, che di fatto è figlio di tutti loro e di nessuno, ma sorprendente appare il risultato di un simile esperimento.

Qui il video della presentazione del 21/10/2019.

LA FANTASCIENZA IN LATINO

Legio AccipitrisDi sicuro non sono molte le storie di fantascienza ambientate nel passato e molte di queste riguardano viaggi nel tempo. Ben più rari sono gli incontri con alieni. Quando avvengono siamo più dalle parti dell’ucronia, come nel notevole ciclo “Invasione” di Harry Turtledove e nel suo seguito “Colonizzazione”, in cui un’invasione aliena interrompe la Seconda Guerra Mondiale.

L’arrivo di alieni nell’antichità mi pare ancor più raro, anche perché la fantascienza tende a occuparsi molto di più del futuro che del passato e quando lo fa, è per spiegare magari le origini di una civiltà o dell’intera evoluzione umana come in “2001 Odissea nello spazio” le cui prime scene sono addirittura nella preistoria e mostrano l’incontro dei nostri antenati scimmieschi con una civiltà extraterrestre superiore.

Dunque, il racconto lungo di Vittorio PiccirilloLegio accipitris” (Edizioni Tabula Fati) ha il pregio dell’originalità in questo campo. Se si è ispirato a dei modelli, credo sia piuttosto alle storie su presunti incontri nell’antichità con visitatori di altri mondi, come raccontato in vari libri da Peter Kolosimo, portando a testimonianze varie raffigurazioni del passato, le cosiddette “teorie degli antichi astronauti”.

Piccirillo immagina infatti l’incontro di un gruppo di legionari romani con carri volanti e creature provenienti da un’altra dimensione.  I romani si interrogano se siano dei o demoni. Noi ci chiediamo piuttosto se siano alieni antropomorfi alla Star Trek o una donna e dei robot venuti da un lontano futuro.

Parlandone con l’autore, prima di leggere il libro, mi ero fatto l’idea che fossero extraterrestri, ma dato che stento a credere che possano essercene di antropomorfi, propenderei per la seconda ipotesi.

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Vittorio Piccirillo

Legio accipitris” (“La legione del Falco”) ha un’altra peculiarità che lo rende speciale nel panorama della fantascienza: ha il testo a fronte in latino!

Non posso allora non pensare agli Asterix tradotti in tante lingue, tra cui, per l’appunto anche il latino, ma, di nuovo, nell’ambito della fantascienza questa è una vera rarità, che rende, a mio avviso, il volume consigliabile per quei docenti che volessero avvicinare alla lingua dei romani i propri studenti con un testo semplice e lineare, su un argomento che penso possa attirarli di più di un’orazione ciceroniana. Rispetto alle traduzioni liceali, il racconto ha il pregio di descrivere vicende avventurose e concrete.

Per esempio l’incipit suon “Severus legatus constitit et signum dedit. Iulius tribunus atque Decio centurio, qui iuxta eum procedebant, constituerunt una com legione quae stricto agmine sequebatur” e subito ci cala nel movimento dei militari, con termine diretti e immediati.

La narrazione è stata fatta da Piccirillo in italiano e poi tradotta in latino da Giancarlo Giuliani. La presenza del testo a fronte permette di passare con facilità dalla lettura di alcune frasi in latino, al proseguimento della storia in italiano.

Prima di leggerlo chiesi a Piccirillo se la sua fosse un’ucronia e mi disse che certo non lo è. In effetti, per esserlo questo incontro avrebbe dovuto portare con sé il mutamento della Storia e del mondo come lo conosciamo, ma i visitatori ripartono senza più tornare e i romani decidono di tenere per sé la vicenda: “«Enimvero, quae acciderunt fere incredibilia sunt,» annuit legatus. «Talia ut trahant sed etiam dubium moveant in quibus non adfuerint.»”.

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I COMPLOTTI UCRONICI DI SHAKESPEARE

Risultati immagini per per il trono d'inghilterraNel 1588 la flotta spagnola tentò per la seconda volta di invadere l’Inghilterra, ma, soprattutto a causa di una bufera, dovette rifugiarsi nel porto di La Coruña per riparare i danni subiti.

Harry Tutledove nella sua ucronia “Per il trono d’Inghilterra”, immagina che venti favorevoli abbiano permesso a Filippo II di Spagna di conquistare il regno britannico.

La storia vede protagonista, una decina d’anni dopo, in questa Gran Bretagna spagnolizzata, William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) che è contattato in contemporanea dai dominatori spagnoli per predisporre un dramma celebrativo di Filippo II di Spagna, ormai sul letto di morte, e dall’altra dai ribelli inglesi, che vorrebbero liberare dalla Torre di Londra la detronizzata Elisabetta I e riportarla alla guida del regno.

Il drammaturgo, temendo per la propria vita, si trova così a predisporre assieme due opere di opposto orientamento politico, nascondendo ciascuno all’altra parte, il “Filippo II” e la “Boudica”.

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Harry Turtledove

Lo affiancano personaggi storici come i suoi attori Richard Burbage e William Kempe o i drammaturghi Christopher Marlowe (Canterbury, febbraio 1564 – Londra, 30 maggio 1593) e Lope de Vega ((Madrid, 25 novembre 1562 – Madrid, 27 agosto 1635).

Quello che viene da chiedersi è se davvero l’arte e, nello specifico, il teatro abbiano il potere di muovere gli animi al punto da generare rivolte o guerre, come immagina Turtledove.

L’autore, che ho molto apprezzato in quel grandioso affresco ucronico globale dai numerosi punti di vista che è la saga “Invasione” (in cui immagina che un’invasione aliena interrompa la Seconda Guerra Mondiale”), in “Per il trono d’Inghilterra” si diletta a smontare le opere shakespaeriane e a rimontarle a modo suo, infarcendo il romanzo di numerose citazioni dal drammaturgo inglese, in un gioco che certo chi ben conosce le opere del bardo potrà meglio apprezzare.

 

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William Shakespeare

 

UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE

Risultati immagini per player one libroNel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

 

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.

Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.

Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.

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Ernest Cline

Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.

Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.

Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.

Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.

Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.

Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa.  In questo e molto altro sono libri diversi.

Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.

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