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IL SOGNO DEL RAGNO – VIA DA SPARTA – il nuovo romanzo da leggere

IL SOGNO DEL RAGNO“, il primo romanzo della trilogia “VIA DA SPARTA” di Carlo Menzinger di Preussenthal è il libro che devi leggere!

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LE QUESTIONI IN SOSPESO DI CLELIA

Image result for la lista di cleliaQuando Anna Crisci presentò il suo romanzo “La lista di Clelia” (edito dalla giovane e molto attiva casa Porto Seguro Editore) disse, se non ricordo male, che un giorno aveva trovato una lista che, mi pare, riportava il nome di una certa Clelia. Da lì pensò di scrivere questo romanzo. Non so perché, ma, sentendo la vicenda in questo modo, mi ero immaginato che la lista in questione fosse una lista della spesa e che quindi questo romanzo potesse essere qualcosa dalle parti di “I love shopping” di Sophie Kinsella. “La lista di Clelia” che troviamo in queste pagine, invece, è tutt’altra cosa. Clelia è una donna divorziata da un paio d’anni, con un rapporto difficile sia con la figlia adolescente, sia con la madre e, a un certo punto, decide di mettere ordine nella propria vita. A tal fine scrive la sua lista di cose da fare, non certo di prodotti da comprare.

Spero di non spoilerare troppo riportando qui l’elenco:

1 – Prenditi cura degli affetti

2 – Accetta le colpe e gioisci dei meriti

3 – Vivi il presente

4 – Non lasciare niente in sospeso”.

Non saprei se siano davvero le cose su cui puntare nella vita, ma sono comunque un buono spunto, soprattutto se uno si trova, come Clelia soffocata tra una figlia ribelle, che si è alleata con la nonna (e propria madre), e quest’ultima, tormentata dalla superficialità delle amicizie, con una casa piena di cassetti “dove abbiamo lasciato morire i nostri sogni”.

A tormentarla è, soprattutto, il rapporto con la figlia Sofia, verso la quale riversa quasi tutto il proprio amore, “perché i figli, soprattutto, sono dei giudici severi”. “I figli sanno far male e noi genitori rimaniamo disarmati, mentre il nostro primo pensiero è non ferirli altrettanto profondamente”. Del resto “non esiste genitore che non abbia sbagliato qualcosa”.

Ma anche il rapporto con i genitori è difficile e Clelia dice “Mi ritrovo a conoscere mia madre oggi, a quarantun anni compiuti. Una donna con una vita parallela e una personalità doppia”.

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Anna Crisci

A farla cambiare è un incidente in auto che continua ossessivamente a rivivere nei propri sogni. Ma questo non è solo la molla che la mette di fronte alla morte e la induce a rivalutare la vita. Questo incidente è la chiave, di cui all’inizio non ci si rende bene conto, per una svolta, che fa di questo romanzo qualcosa di più delle semplici riflessioni di una donna in crisi. Non voglio anticipare questo rivolgimento, per non togliere il gusto della lettura a chi ancora la deve affrontare, ma vorrei solo dire che grazie a esso la storia si arricchisce, spostandosi su un altro piano di sensazioni e di genere letterario e, direi, di qualità complessiva. Non ho potuto allora che pensare a uno splendido film di Giuseppe Tornatore che si muove secondo schemi simili. Se questo per voi è già un indizio non proseguite nella lettura di questo commento, perché non posso non citare la somiglianza di atmosfere con quella storia del 1994, con Gèrard Depardieu e Roman Polanski. Ho pensato, insomma, a “Una pura formalità”. Ne “La lista di Clelia” non c’è nessuna stazione di polizia, ma la misteriosa Mikaela ha un ruolo che somiglia molto a quello interpretato da Roman Polanski.

Insomma, un bel finale, che dà brio a un romanzo piacevole e ben scritto.

Carlo Menzinger con “La Lista di Clelia” di Anna Crisci

 

STORIA DI UN GENOCIDA CHE SA INVENTARE MONDI IMMAGINARI

Image result for yuval noah harari da animali a deiQuando ho iniziato a leggere “Da animali a Dei” (2014) dello storico israeliano Yuval Noah Harari (Kiryat Ata,Israele 24/02/1976) non pensavo che questo saggio potesse aiutarmi ad approfondire il tema di cui ho parlato nel mio recente articolo “Sopravvivremo alla Sesta Estinzione di Massa?

Il volume, invece, presenta alcuni capitoli assai importanti per comprendere che l’umanità non ha cominciato a danneggiare in modo grave l’intero pianeta solo negli ultimi 200 o 500 anni per effetto della rivoluzione industriale e dell’incremento demografico. Da questo saggio emerge con evidenza come persino gli antichi coltivatori-raccoglitori di epoca pre-agricola, vissuti cioè tra 70.000 e 15.000 anni fa, sono stati in grado di provocare l’estinzione di un grandissimo numero di specie, in particolare gli animali terrestri di grossa taglia, che furono sterminati in maniera quasi totale soprattutto nei continenti in cui l’homo sapiens si trasferì in modo pressoché improvviso, ovvero l’Australia e, ancor più, le due Americhe. Se in Africa ed Eurasia gli animali avevano imparato a temere, poco per volta, gli uomini man mano che questi miglioravano le proprie tecniche di caccia, nei continenti “nuovi” l’arrivo di questa scimmia dall’aria fragile non impensierì i grandi abitanti di quelle zone, che sottovalutarono il pericolo, lasciandosi avvicinare e uccidere con facilità dai cacciatori. L’abitudine a bruciare boschi e giungle per creare radure in cui fosse facile scorgere i predatori e cacciare piccoli animali, contribuì sin da allora a devastare interi eco-sistemi.

Un’altra osservazione interessante di questo libro è nel fatto che a estinguersi, presumibilmente per causa nostra, non furono solo altri “animali”, ma persino i nostri “fratelli” delle altre specie di homo. L’homo sapiens non è, infatti, l’evoluzione diretta dell’uomo di Neanderthal, dell’homo abilis, dell’homo erectus e di molte altre specie di homo ma ne è una sorta di “fratello” allo stesso modo in cui non discendiamo dagli scimpanzé attuali ma da un antenato comune. Il sapiens è divenuto una specie concorrente delle altre e come tale ha contribuito alla loro estinzione, vuoi predando e raccogliendo cibo negli stessi territori, facendo morire di fame  i membri delle altre specie, vuoi, magari, compiendo autentici genocidi. Insomma, l’homo sapiens, ancor prima di diventare un essere tecnologico ha contribuito all’estinzione di un enorme numero di specie animali, compresi i suoi “fratelli” della famiglia biologica homo e a distruggere gli habitat di Image result for yuval noah harari da animali a deimolte altre specie animali e vegetali.

Altra osservazione affascinante di questo saggio è l’importanza della capacità di raccontare storie nel successo della nostra specie.

È relativamente facile concordare sul fatto che solo l’Homo sapiens può parlare di cose che non esistono veramente, e di mettersi in testa cose impossibili appena sveglio. Non riuscireste mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà.”

La capacità di inventare storie è stata la base della creazione di grandi gruppi organizzati:

Ma la finzione ci ha consentito non solo di immaginare le cose, ma di farlo collettivamente. Possiamo intessere miti condivisi come quelli della storia biblica della creazione, quelli del Tempo del Sogno elaborati dagli aborigeni australiani e quelli nazionalisti degli stati moderni. Questi miti conferiscono ai Sapiens la capacità senza precedenti di cooperare tra grandi numeri di individui.”

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Yuval Noah Harari (in ebraico: יובל נח הררי‎?; Kiryat Ata, 24 febbraio 1976) è uno storico, saggista e professore universitario israeliano. Nel 2012 è stato membro della Giovane Accademia israeliana delle scienze, insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme ed è noto soprattutto per aver pubblicato nel 2014 il best seller Sapiens: A Brief History of Humankind.

“Come ha fatto l’Homo sapiens ad attraversare questa soglia critica, arrivando a fondare città con decine di migliaia di abitanti e poi imperi che governavano centinaia di milioni di persone? Il segreto sta probabilmente nella comparsa della finzione. Grandi numeri di estranei riescono a cooperare con successo attraverso la credenza in miti comuni.”

Questa nostra capacità di immaginare e rendere reali le cose, ci ha anche permesso di inventare categorie giuridiche e considerare quindi reali cose che non esistono nella realtà. Per esempio: “La Peugeot appartiene a un particolare genere di finzioni giuridiche chiamate “società a responsabilità limitata”. “Il concetto che sta dietro queste società è tra le più ingegnose invenzioni dell’umanità.”

“Gran parte della storia gira intorno a questa domanda: come si fa a convincere milioni di persone a credere a storie tanto particolari circa gli dèi, le nazioni o le società a responsabilità limitata?”

Questa capacità di immaginare e credere nell’immaginario ha permesso al sapiens di creare le religioni e le ideologie. Tra le ideologie ci sono anche il capitalismo e il consumismo.

Harari, poi, sfata il mito che con l’avvento dell’agricoltura le condizioni di vita dell’umanità siano migliorate rispetto a quando eravamo solo cacciatori-raccoglitori: “Il tipo di vita del cacciatore-raccoglitore differiva notevolmente da una regione all’altra e da stagione a stagione, ma nel complesso pare che questi Sapiens abbiano potuto godere un’esistenza più confortevole e gratificante di quella vissuta dalla maggior parte dei contadini, pastori, operai e impiegati che sono venuti dopo di loro.”

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Hammurabi (il suo codice è citato come uno dei primi sistemi sociali creati dell’homo sapines)

Con l’agricoltura peggiora la dieta, meno varia, e peggiora la qualità del tempo: “Mentre nelle attuali società opulente una persona lavora in media quaranta-quarantacinque ore la settimana e nei paesi in via di sviluppo lavora tra le sessanta e le ottanta ore la settimana, i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi negli habitat più inospitali – come il deserto del Kalahari – lavorano in media tra le trentacinque e le quarantacinque ore settimanali. Si occupano della caccia solo un giorno su tre, e la raccolta comporta giornalmente un lavoro fra le tre e le sei ore.”

La Rivoluzione agricola è stata la più grande impostura della storia.

Chi ne fu responsabile? Né re né preti né mercanti. I colpevoli furono una manciata di specie vegetali, compreso il frumento, il riso e le patate. Furono queste piante a domesticare l’Homo sapiens, non viceversa. Si pensi per un momento alla Rivoluzione agricola dal punto di vista del frumento. Diecimila anni fa il frumento era un’erba selvaggia, confinata in una zona piuttosto limitata del Medio Oriente. Improvvisamente, nel giro di qualche millennio, esso cresceva in tutto il mondo. Secondo i princìpi evoluzionistici basilari di sopravvivenza e di riproduzione, il frumento è diventato una delle piante di maggior successo nella storia della Terra. In regioni quali le grandi pianure del Nord America, dove diecimila anni fa non cresceva un solo gambo di questa pianta, oggi si può camminare per centinaia e centinaia di chilometri senza imbattersi in alcuna altra pianta. A livello mondiale, le piantagioni di frumento coprono circa 2,25 milioni di chilometri quadrati della superficie terrestre, quasi dieci volte l’estensione della Gran Bretagna. Come fu che quest’erba diventò, da insignificante, a ubiqua?

Il frumento ci riuscì manipolando l’Homo sapiens a proprio vantaggio. Questa scimmia, diecimila anni fa, stava vivendo una vita tutto sommato confortevole, cacciando e raccogliendo; ma poi cominciò a investire sempre più impegno a coltivare il frumento. Nel giro di un paio di millenni, in numerose parti del mondo, gli umani, dall’alba al tramonto, ormai facevano poco altro a parte prendersi cura delle piante di frumento.”

Se furono le piante ad addomesticare l’uomo e non viceversa, analogo discorso può valere per animali come mucche, pecore e galline, con la differenza, che per il frumento la simbiosi con l’uomo ha portato solo vantaggi riproduttivi e ben pochi svantaggi (almeno fino a a quando non si dimostrerà che anche le piante hanno dei sentimenti e soffrono come gli animali).

Per gli animali “domestici”, il discorso è un po’ diverso, perché, se è vero che ci hanno “addomesticato”, al punto che oggi ci sono molte più mucche, pecore e galline di quante ci sarebbero probabilmente state in natura senza il nostro aiuto.  Questi animali, però, sono stati introdotti nella produzione industriale e, se i loro geni (malati) ora si riproducono più facilmente (e questo è un successo evolutivo), peraltro, come anche Harari evidenzia, la qualità della loro vita ha subito un declino drammatico. In merito si potrebbe approfondire leggendo l’interessante saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer. Caso ancora diverso quello degli animali da compagnia, che oggi sono serviti e riveriti.Image result for uomo schiavo del cane

Altre interessanti citazioni sulle origini della nostra specie sono:

Nell’Homo sapiens il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli.”

 

Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi. Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme.”

 Image result for cervelli a confronto“Addomesticando il fuoco, gli umani acquisirono il controllo di una forza totalmente gestibile e potenzialmente illimitata.”

 “I gruppi vaganti dei Sapiens raccontatori di storie costituirono la forza più importante e più distruttiva che il regno animale avesse mai prodotto.”

 “Tutto ruotava intorno al fatto di raccontare storie e di convincere gli altri a crederci.”

 Da animali a Dei” non si occupa solo della preistoria.

I suoi capitoli sono:

Parte prima. La Rivoluzione cognitiva

  1. Un animale di nessuna importanza
  2. L’albero della conoscenza
  3. Una giornata nella vita di Adamo ed Eva
  4. L’inondazione

Parte seconda. La Rivoluzione agricola

  1. La più grande impostura della storiaImage result for mal di schiena
  2. Costruire piramidi
  3. Memoria sovraccarica
  4. Non c’è giustizia nella storia

Parte terza. L’unificazione dell’umanità

  1. La freccia della storia
  2. L’odore del denaro
  3. Visioni imperiali
  4. La legge della religione
  5. Il segreto del successo

Parte quarta. La Rivoluzione scientifica

  1. La scoperta dell’ignoranza
  2. Il matrimonio tra Scienza e Impero
  3. Il credo capitalista
  4. Le ruote dell’industria
  5. Una rivoluzione permanente
  6. E vissero felici e contenti
  7. La fine dell’Homo Sapiens

Postfazione. L’animale che diventò un dio

Nella terza e quarta parte del saggio (e in parte anche nella seconda) Harari tratta il periodo “storico” della nostra specie, anche se piuttosto che usare la scoperta della scrittura come spartiacque, preferisce parlare di rivoluzione cognitiva, facendo partire tutto da lì e ridimensionando il ruolo della scrittura (che, del resto, di questi tempi sembra stare per morire e cui l’umanità e la Storia potrebbero riuscire a sopravvivere).

Se la parte iniziale mi è parsa la più interessante e densa, anche le altre offrono affascinanti temi di riflessione, come l’idea che le tre forze unificanti dell’umanità siano: denaro, imperi e religioni e come la tendenza generale dell’umanità, grazie all’azione di queste forze, sia verso l’unificazione delle culture.

Image result for denaro e religioneA qualcuno potrebbe sembrare semplicistico descrivere in poche centinaia di pagine la storia dell’umanità da 70.000 anni fa, quando i soli strumenti che sapevamo usare erano pietre e bastoni, a oggi, ma “Da animali a dèi” non ha la pretesa di descrivere tutti gli eventi di tutte le culture che si sono succedute in questi millenni sulla Terra. Quella che fa è un’analisi della nostra evoluzione-storia, con uno sguardo diverso. Come Jared Damond in “Armi, acciaio e malattie” analizzava il prevalere degli euro-asiatici sugli altri popoli con lo sguardo di un ornitologo, riuscendo a cogliere aspetti generali che agli storici attenti ai dettagli di norma sfuggono, così questo saggio di Harari riesce a portarci a riflettere sulle tendenze generali della nostra storia e sulle pulsioni che la muovono.

Nella parte finale, per esempio, lo storico s’interroga su come sia cambiata la felicità dell’uomo dall’antichità a oggi, cercando, innanzitutto, di capire che cosa s’intenda con “felicità”, come sia misurabile e come sia un concetto tipico del nostro tempo.

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato
completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici?”

Oggi abbiamo un livello di sopportazione del dolore e della sofferenza assai più basso che nel passato e una percezione della violenza che ci circonda assai maggiore. Questo ci inganna facendoci credere di vivere in un tempo violento, ma come questo testo dimostra (e molti altri studi con esso), stiamo vivendo nell’epoca meno violenta e più pacifica che l’umanità abbia mai attraversato.

Ciò che nessuno può negare è che la violenza internazionale è scesa a un minimo storico.”

Tra le varie ragioni che hanno contribuito a rendere le guerre degli eventi eccezionali e non più abituali, Harari elenca “Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, avendo reso inutile questo premio dopo di loro.”.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.”

“Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai.”

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“Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace”.

Infine, Harari lancia, infine, uno sguardo verso il futuro, immaginando dove potrebbero portarci lo sviluppo della biotecnologia e della genetica:

i Sapiens, malgrado gli sforzi e conquiste da essi compiuti, non sono capaci di liberarsi dai loro limiti biologici. All’alba del ventunesimo secolo, questo sembra non essere più vero: l’Homo Sapiens sta valicando i propri limiti. Egli comincia ora a spezzare le leggi della selezione naturale, sostituendole con quelle della progettazione intelligente.”

Oggi il sistema di selezione naturale, vecchio di quattro miliardi di anni, sta affrontando una sfida completamente differente. Nei laboratori di tutto il mondo gli scienziati stanno progettando esseri viventi.”

“Al momento in cui scrivo, la sostituzione della selezione naturale da parte della progettazione intelligente potrebbe avvenire in uno di questi tre modi: attraverso la bioingegneria, la cyberingegneria (i cyborg sono esseri che combinano parti organiche con parti non organiche) e l’ingegneria della vita inorganica.”

“La nostra capacità di programmare non soltanto il mondo che ci circonda, ma soprattutto il mondo dentro i nostri corpi e le nostre menti, sta sviluppandosi a velocità vertiginosa.”

 

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In sintesi questo libro ci dice che “Settantamila anni fa l’Homo sapiens era ancora un animale insignificante che si faceva i fatti suoi in un angolo dell’Africa. Nei successivi millenni si trasformò nel signore dell’intero pianeta e nel terrore dell’ecosistema. Oggi è sul punto di diventare un dio, pronto ad acquisire non solo l’eterna giovinezza ma anche le capacità divine di creare e di distruggere.”

Il volume si conclude con un’angosciante interrogativo su cui tutti dovremmo riflettere (e agire) “Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno neppure ciò che vogliono?” Questi dèi insoddisfatti siamo noi.

Credo che un primo passo per trovare la soluzione a questo problema, che ha fatto sì che l’homo sapiens (unica specie, per quanto ne sappiamo, a essere arrivata a tale grado di distruttività) stia mettendo a repentaglio l’esistenza di tutte le altre specie viventi e, presumibilmente, anche la propria, sia proprio leggere libri come questo, che ci aiutano a vedere il mondo in modo diverso.

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La serie TV “Vikyng”

L’UOMO CHE GIOCAVA CON SE STESSO

L'immagine può contenere: sMSNico è un ludopatico. Nico è un maniaco depressivo. Nico è un uomo bipolare. Nico è un ragazzo di venticinque anni che sta buttando via la sua vita. Ogni mossa di Nico lo butta sempre più giù, lo rovina sempre più, lo spinge sempre più verso la marginalità sociale.

Di Nico ci parla Tommaso Randazzo nel suo romanzo “Mancu li cani”. Tommaso Randazzo è un educatore professionale per migranti che conosce il mondo di chi vive ai limiti della società e ritrasmette la sua conoscenza in questo romanzo vivo e vibrante.

Il suo protagonista, all’inizio, fa il buttafuori, partecipa a incontri di lotta clandestina e gioca d’azzardo senza moderazione. Non proprio un gran curriculum. Sarà però la lotta a portarlo fuori dalla spirale del gioco d’azzardo in cui lo sta ficcando la sua ludopatia incontrollata.

Quel che mi è piaciuto meno di questo romanzo credo sia il titolo “Mancu li cani” che mi ha dato la sensazione potesse essere una storia giocata tutta su slang di vario genere, su sensazioni forti da discoteca e sala giochi. Il libro è, forse, un poco anche questo ma è anche molto di più. Lo avessi scritto io lo avrei intitolato “L’uomo che giocava con se stesso” o “L’uomo bipolare” o “Il ludopatico” o chissà come.

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Tommaso Randazzo

Mancu li  cani”, ci parla del dramma di un ragazzo che vede la propria vita scivolare via per colpa propria e che non riesce ad afferrarla, a bloccarne la caduta, il crollo. “Mancu li cani” ci parla di un intero mondo di sopraffazione, di ricatto, di usura, con il suo satellite della prostituzione, della nuova tratta di schiavi che vengono invogliati a salire sui barconi della falsa speranza, attratti dalle sirene illusorie di un mondo migliore. “Mancu li cani” ci parla di gente per la quale “il costo della vita e lo stipendio medio hanno litigato da tempio  e non si parlano più”, gente tranquilla e normale, ma che non ce la fa a sbarcare il lunario e si ritrova nei centri sociali, assieme a gente che c’è finita per vicende ben più tetre di droga, alcol e sfruttamento.

Carlo Menzinger con il romanzo di Tommaso Randazzo

Mancu li cani” ci parla anche del vuoto interiore di questa società consumista che permette l’esistenza delle slot machine, delle sale da gioco, degli psicofarmaci, ma anche delle automobili a benzina solo per interessi economici di chi ha il potere: “Siamo vuoti, come il riflesso del mare negli occhi dei pesci stecchiti al bancone dei surgelati”.

Perché ci sono gli interessi economici delle case farmaceutiche, perché è più facile fare così che occuparsi veramente dei problemi. Ad esempio, ormai hanno inventato le macchine che vanno a energia solare, ma abbiamo sostituito le macchine a benzina? No, cazzo, no!”.

Insomma, “Mancu li cani” è un romanzo importante, è una una storia di vita vissuta, mal vissuta, ma anche la denuncia di un mondo in rovina di cui siamo tutti colpevoli, come scopre lo stesso Nico, diventando con questa consapevolezza, per una volta, davvero un piccolo eroe, lanciandosi in un’ultima follia, ma questa volta non più per avidità, ma per il suo opposto.

LA GRECIA ANTICA AI GIORNI NOSTRI, CON LIEVE PROFONDITÀ

Afrodite bacia tuttiAfrodite bacia tutti” di Stefania Signorelli è una raccolta di racconti che, in via molto generale e diverso, realizza lo stesso intento del mio “Il sogno del ragno” ovvero traslare il mondo greco antico ai giorni d’oggi. “Afrodite bacia tutti” però non è un’ucronia e il mondo contemporaneo che descrive è proprio il nostro, solo che popolato da personaggi saltati fuori dalle opere omeriche o dalla mitologia greca.

 

Stefania Signorelli (Palazzolo sull’Oglio -Brescia -12 luglio 1973)

Troviamo così una bambina estremamente bella, di nome Afrodite, che cresce facendo innamorare di sé ogni uomo, ma sposando il più brutto di loro, lo storpio Efesto, che, modernamente e rassegnatamente troviamo a cancellare i filmati degli amplessi della moglie con altri da… youporn. C’è Ercole che, abbandonato da Megara, vive in un monolocale. C’è la psicologa Eco perdutamente innamorata del suo bellissimo paziente diciasettenne Narciso, malato di hikikomori, che non esce più dalla sua camera dove passa il tempo al PC. C’è un’Elena surreale, che letteralmente perde la testa per Paride. C’è un capo ufficio dall’ira achillea. C’è uno strano, tirchio Mida. C’è una Penelope che aspetta con rabbia e amore il suo perduto Ulisse, incerta se mandargli un SMS. C’è una vendicativa Megera cui è stato rubato il fidanzato dalla miglior amica. C’è uno strano incontro di una cliente con il seduttivo fioraio Phobos. C’è Teseo che si perde nella casa di Arianna, cui è tornato dopo un abbandono di quarant’anni. C’è un Anchise che vive in una casa di riposo. C’è persino Pandora con il suo vaso.

 

Sono racconti vivaci e frizzanti, arricchiti da una scrittura lineare e scorrevole ma intermezzata da piccole frasi a sorpresa come “lei sembrava una rosa inzuppata nella panna”, “leggera come una farfalla. Di più che una farfalla. Una ragnatela”, “piccoli, aguzzi, beffardi. I denti di ghiaccio sono solo canini”, “la luce cade dritta dall’alba, perfettamente perpendicolare ai pensieri”, “faccia da gabbia in cerca di un canarino”, “il sole è pallido come una tettoia d’amianto”, “l’amico è ora un pesce rosso che si dibatte sul selciato”.

A queste frasi, che mi paiono la vera ricchezza di queste storie, se ne aggiungono altre di riflessione come “ora che comprendeva bene chi era, voleva non esserlo” o “la vita non sarà un granché caro mio, ma ho proprio paura sia tutto quello che abbiamo”, che danno una certa profondità a questi racconti volutamente lievi, quasi aerei.

 

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Carlo Menzinger con l’antologia di Stefania Sognorelli

LA BAMBINA DEI SOGNI TRIDIMENSIONALE

Risultati immagini per Mariotta la quarta bambinaChe impressione prendere in mano “Mariotta, la quarta bambina”, il romanzo di Nadia Bertolani!

Apro il volume e che cosa leggo? Una citazione dall’Odissea che, guarda caso è presente anche nel mio romanzo “La bambina dei sogni”. E poi, già, mi accorgo che anche nel titolo c’è una bambina!

Leggo allora il brevissimo Prologo e una delle righe recita “Ma non sei dunque caduta dalla Torre?” La Torre! Anche questa è un elemento de “La bambina dei sogni” e che richiamerò poi in “Via da Sparta”.

L’impressione aumenta alla prima pagina della storia: “Mariotta è il mio incubo tridimensionale e feroce che mi fa gridare al risveglio”! Ma questa Mariotta è la mia Elena! Non lo mai definita “un incubo tridimensionale”, ma ne “La bambina dei sogni”, la piccola Elena, appariva nei sogni con una consistenza che pareva materiale. All’inizio non è un incubo, ma lo diventa poco per volta, fino a far urlare, anche lei (“un urlo alieno, incontenibile, senza fine”). C’è poi questo rapporto con i La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthallibri che la protagonista leggeva da bambina, scritti dall’uomo che sposerà da adulta, che ricorda la mescolanza di realtà, sogno e letteratura de “La bambina dei sogni”.

Il romanzo scritto dalla brava Nadia Bertolani, però, è un’altra cosa rispetto al mio. Tutt’altra cosa. Anche se a pagina 157 leggo ancora “è muta Mariotta, non parla, si limita a soffocarmi come fa nelle notti che condividiamo” e mi riappare “La bambina dei sogni”, che fa proprio così: ti soffoca in sogno.

 

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Nadia Bertolani

Si alternano, in “Mariotta, la quarta bambina”, parti in corsivo che ci riportano indietro al tempo dell’infanzia della protagonista e parti che si svolgono oggi. È un viaggio di “ritorno”. La protagonista, Fiammetta adulta, malvolentieri si ritrova nel paese della propria infanzia e lì molti “fantasmi” riprendono forma, a partire da un odioso ex, che anche ad anni di distanza non demorde.

Mariotta, la quarta bambina” in un certo senso è quasi il contrario de “La bambina dei sogni” che è un percorso verso la follia, mentre il bel romanzo di Nadia Bertolani è una storia di guarigione, di fuga da quell’incubo. Il percorso di Fiammetta è lento perché “non c’è mai fretta quando si procede all’indietro”.

Fiammetta, la protagonista, non è sola in questa sua ricerca della verità interiore da cui potrebbe derivarle finalmente la pace e la cancellazione dei fantasmi che la tormentano.

Nadia Bertolani

La aiuta uno psicologo di nome Baum (Albero), che c’è ma non si vede, quasi come Mariotta, l’amica di infanzia che le compare in sogno. “Non gli dico che Mariotta è morta, che della sua morte non ricordo nulla e per questo forse, lei mi fa visita ogni notte”.

Soprattutto la aiuta il marito più grande e maturo, quel Nicola Scudiero che a volte è Nicola, a volte Scudiero, dove il primo è il marito-amico, il secondo è lo scrittore che amava da bambina, il personaggio pubblico ma anche il suo padre-difensore.

A un certo punto si legge, per esempio, “raggiungo Nicola e abbraccio Scudiero”. In questo rapporto c’è quasi una schizofrenia repressa e non posso non pensare ad altri libri. Innanzitutto alla saga della “Torre Nera” del grandioso Stephen King, quella torre che ha ispirato la torre de “La bambina dei sogni”, quei romanzi in cui abbiamo descrizioni magistrali della schizofrenia e dell’infanzia. Mi chiedo, allora, se anche Nadia Bertolani abbia letto e amato questi libri o King in genere. C’è tanto Stephen King nell’infanzia di Fiammetta, con questa Torre misteriosa, con questi personaggi strani e muti come il bambino silenzioso che in realtà e un nano e la donna nera che siede fissandole senza parlare. Esseri reali o immaginari? C’è King in questo rapportarsi delle bambine tra loro, in questo sfidare le loro stesse paure. Dirò di più: per come è scritto potrebbe essere persino un libro scritto dal Re americano (“so che quella preda sono io”). O magari da Lansdale (“lei non sa di che cosa sono capaci i bambini”).

Come è diversa la visione dell’infanzia di Fiammetta da quella del suo marito-autore preferito-salvatore-Nicola-Scudiero che proclama: “Viva i bambini (…) lasciate che siano energici sognatori avventurosi, lasciate che leggano e fate in modo che non dimentichino mai il favoloso mondo dell’infanzia”.

Scudiero crede nella fantasia, nell’utopia e nell’ucronia: “il fantastico è qualcosa di portentoso, il non-luogo e il non-tempo dove tutti, ma

Carlo Menzinger con “Mariotta, la quarta bambina”

specialmente i bambini, possono valicare le montagne dell’impossibile e approdare ai porti dell’improbabile” e ancora “inviterò solo a riflettere su quello che avete perduto se vi siete dimenticati della vostra infanzia”, che conserva in sé “un tesoro inestimabile: la capacità di andare oltre il reale”, perché “senza il motore formidabile della fantasia Marco Polo non avrebbe raggiunto il Catai, Colombo non sarebbe approdato nelle Americhe”.

Nicola non ha mai pensato che i bambini andassero protetti dalla paura” “è così che impareranno a fronteggiarla quando la incontreranno davvero”.

Ma in quest’infanzia non c’è solo quella letteraria di King, c’è la nostra. La mia e quella di chi, come me è oltre la prima metà della propria vita. Certo non l’infanzia dei nostri figli tecnologici e iperconnessi.

Quel gioco del “PA”, per esempio, lo facevamo anche noi. Inventare un linguaggio che si potesse capire solo noi bambini. Il nostro era più complesso, direi, ogni vocale era sostituita così: a diventava AGASÀ, e diventava EGHESÉ, i si mutava IGHISI. Venivano fuori paroloni lunghissimi che peraltro capivamo. Per esempio Cane diventava Cagasàneghesé.

Oltre ai bambini, in “Mariotta, la quarta bambina” ci sono due gatti, che aprono e chiudono la storia, dai normi metaforici di Rimpianto e Sollievo. La loro presenza forse non è essenziale ma sono forse chiavi di lettura, sia del percorso di Fiammetta (diminutivo che mi pare possa indicare il restare nell’infanzia della protagonista), sia della funzione metaforica oltre che psicologica di Mariotta, giacché “Mariotta non era altro che questo: l’infanzia brutalmente conclusa”.

Psicologicamente Mariotta nasce da un senso di colpa (“Un Fiammetta condannata ad ascoltare per sempre le parole più terribili della sua vita. È colpa tua! E condannata a non dimenticarle”). Senso di colpa che già era nato nel momento della decisione dei suoi genitori di traslocare da Torralta a Milano, quando la bambina Fiammetta chiede se quel trasloco sia colpa sua e ottiene solo un silenzio indifferente.

Il primo passo verso la guarigione di Fiammetta è quando realizza “adesso so come è morta Mariotta!” ma, in realtà, è ancora lontanissima dalla guarigione.

La seguiamo questa Fiammetta, adulta e bambina, pagina per pagina, con partecipazione e coinvolgimento, perché questa è una di quelle storie che ti prendono e ti restano dentro. Un libro autopubblicato con “Ilmiolibro”, che i grandi editori si sono, come troppo spesso accade, scioccamente persi. Un libro da leggere e far leggere.

LA POESIA DEL CAMMINARE

Risultati immagini per l'aria ride CiampiPuò capitare (raramente) di leggere un racconto o magari persino un romanzo scritto in prosa ma che quando lo leggi ti sembra sia poesia. Può capitare. Pensereste possa succedere anche con un saggio, una biografia, la narrazione di un viaggio, di un cammino? Immagino che riteniate questo improbabile. Se lo pensate, è perché non avete mai letto un libro del fiorentino Paolo Ciampi.

Di Ciampi avevo già letto “Gli occhi Salgari” e “Beatrice”. Il primo narra dell’esploratore Odoardo Beccari, ai cui scritti si ispirò Emilio Salgari, l’autore de “I misteri della giungla nera”. Il secondo parla di una poetessa analfabeta vissuta nell’appennino tosco-emiliano.

Se, in particolare, leggendo “Beatrice” ero rimasto incantato non solo dalla descrizione di quei monti accanto all’Abetone che conosco abbastanza, ma anche e soprattutto dalla poesia che Paolo Ciampi aveva saputo mettere in questa biografia che biografia non è. Non solo almeno. Non esattamente.

Leggo ora il volume “L’aria ride”, scritto da Ciampi assieme a Elisabetta Mari. In realtà Ciampi scrive la prima parte (circa 100 pagine) e Mari la seconda (altre 24 pagine). Ci sono poi un paio di pagine che sono, più che bibliografia, un utile guida ai quei monti e un invito a nuove letture.

Che cos’è questo libro? Difficile definirlo.

 

La seconda parte, scritta da Elisabetta Mari, ci narra di una località trai monti a nord di Firenze, Casetta di Tiara, e di tre poeti a essa legati, ovvero Dino Campana, Sibilla Aleramo e Primo Vanni. Più che vera biografia è, soprattutto, narrazione del loro rapporto con questo luogo e i suoi dintorni. Ci sarebbe, scrive, anche un certo Dante Alighieri, tra quelli passati per questi monti, che, si narra, una volta lanciò un gallo nell’orrido “per veder come volano i diavoli” in quella che da allora si chiamerà la Valle dell’Inferno. Campana e Vanni sono accomunati oltre che dall’amore per casetta dai lunghi anni trascorsi in manicomio. Di Campana parla diffusamente Ciampi. La Mari vi aggiunge un ritratto di Vanni, questo semplice uomo dei monti, che amava scrivere.

 

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Paolo Ciampi

È soprattutto la prima parte di questo libro, quella scritta da Paolo Ciampi, che è difficile definire. Non è un vero romanzo… ma, perché no? Forse lo è. È anche un romanzo. Ne hai i toni della narrazione. Parla molto di Dino Campana, di cui ripercorre i passi nei boschi attorno a Marradi eppure non ne è vera biografia, pur dicendo di questo poeta sfortunato assai di più di quanto alcune biografie potrebbero dire.

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Elisabetta Mari

Parla di un cammino tra i monti, attraverso i luoghi vissuti da Campana, ed è quindi libro di viaggio, di quelli che ora Ciampi ama scrivere. Perché “i libri sono viaggi”. Ma non solo. Neanche questa definizione ci basta. Neanche questa definizione soddisfa una simile lettura. Parla di un poeta e, come quando parlava di Beatrice, anche raccontandoci di Dino (così, affettuosamente, lo chiama) diventa lui stesso, l’autore, poeta, diventa quasi anche lui quel Dino Campana, ma anche tanti altri poeti che spesso cita con un verso introduttivo ricorrente “Perché io oggi, tuo amico, sono” e segue il nome dello scrittore o poeta che subito dopo sarà citato. Incontriamo così Walt Whitman, Iosif Brodskij, Camilllo Sbarbaro, Antonio Machado, Emily Brontë, Raymond Carver, Giacomo Leopardi, Wislawa Szymborska, José Saramago, Robert Frost, Fernando Pessoa, Franco Arminio, Vladimir Majakowskij e, soprattutto, loro, i due poeti amanti di Casetta di Tiara, Sibilla Aleramo e Dino Campana. Perché citare tutti questi poeti? Perché “nel cammino, ha detto qualcuno, si cercano i nomi”:

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Dino Campana e Sibilla Aleramo

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Casetta di Tiara

E dunque questo volume diventa anche piccola antologia poetica, seppur solo di fugaci citazioni. Si muove da solo Paolo Ciampi tra questi monti? Forse, sembrerebbe, ma di certo solo non è. Lo accompagna a ogni passo Dino Campana e tutta la poesia che permea le montagne e di cui Ciampi ci rende partecipi, tutta la poesia che deriva dai libri che l’autore ha letto. Chi legge non è mai solo. Questo è uno di quei libri che davvero “fa compagnia”, perché è così pieno di vita e di senso estasiato, di percezione poetica del mondo che pur non essendo opera di poesia in senso stretto, a questa ci avvicina. Come non andare allora, finita questa lettura, a cercarci una copia de “I Canti orfici” di Dino Campana e sprofondarci dentro, con una nuova chiave di lettura che questo libro ci ha regalato? Come non cercare di leggere qualcosa della sua amata Sibilla Aleramo? Come non desiderare recarsi tra questi monti, così vicini eppure così lontani dalla nostra Firenze, tra questi alberi che sono “tronchi come monumenti scolpiti dal tempo. Tronchi come vita immobilizzata in un istante”? Mentre “il sentiero si fa di sasso e ancora sale” vorremmo esser lì, “sulla montagna che gli è tana, ma anche cura”, come scrive Ciampi di Campana. E allora, con l’autore, forse ci domanderemo, pensando al poeta che fu: “perché non gli sono bastati questi monti?” A noi basterebbero?

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Il Rovigo

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