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LA SOCIETÀ CAPRICCIOSA

Risultati immagini per modernità liquidaNon saprei se l’intento di Zygmunt Bauman scrivendo il saggio “Modernità liquida” sia stato quello di convincere il lettore che il tempo che stiamo vivendo sia qualcosa del tutto diverso da quello precedente e che necessiti di una nuova definizione ovvero possa essere definito come l’epoca della “Modernità liquida”. Certo, Bauman offre molti interessanti ragionamenti ed esempi per segnalare come la nostra epoca sia mutata rispetto a quella da cui siamo appena usciti, ma mi è parso che nel saggio manchi qualcosa che leghi tra loro tutti questi ragionamenti e concetti e segni il tratto determinante per definire la nostra una “Modernità liquida”, non sono, insomma, uscito dalla lettura, del tutto convinto sullo stacco logico tra la precedente modernità e l’attuale, di cui vedo ancora troppi elementi di continuità, ma per il resto le argomentazioni di Bauman meritano certo un lettura e una riflessione su molti dei punti trattati.

 

Il saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) sociologo, filosofo e accademico polacco di origini ebraiche, si apre introducendo tre concetti.

Il primo è che il desiderio di libertà non è poi così forte e che molti, in una società opulenta come la nostra, non solo non desiderano essere veramente liberi, ma di norma non sono nemmeno consapevoli di vivere in una libertà limitata. Riporta l’esempio dei marinai dell’Odissea che, mutati in porci da Circe, non vogliono tornare alla “libertà” originaria di esseri umani.

Il secondo è che la nostra società attuale pur avendo conservato (se non acuito) la propria capacità di critica del sistema, ha perso l’impulso a lottare per cambiarlo, perché, come notava desolatamente Marcuse, non c’è una base di massa sufficiente ad avviare un processo rivoluzionario che possa mutare uno status quo che non è percepito come negativo (sebbene abbia ampi margini di miglioramento e numerosi aspetti deleteri).

Il terzo è la definizione del periodo attuale come “Modernità liquida”, in contrapposizione alla precedente epoca totalitaria, caratterizzata dai modelli standardizzati di ispirazione fordiana, un mondo organizzato come catena produttiva.

Ford aveva inventato il sistema per evitare la diserzione del proprio esercito, incatenandolo in un processo che non poteva essere interrotto.

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Zygmunt Bauman

Per l’autore il passaggio alla Modernità Liquida corrisponde anche al passaggio all’individualismo. Come dice Toqueville, l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e quindi l’individualismo sta rubando spazi al pubblico, al sociale. La grande paura delle distopie del XX secolo, come “1984” di George Orwell e “Il mondo nuovo” di Huxley si sono rivelate infondate. Nascevano dalla paura dei totalitarismi europei, come nazismo, fascismo e stalinismo, ma lo shock di quelle esperienze è stato così forte da spingere la società alla deriva verso il suo opposto, verso un mondo in cui l’interesse individuale e personale pare il solo che conti, con il risultato che gli Stati, anziché occuparsi delle problematiche sociali, ambientali, economiche e magari finanziarie, si concentrano, soprattutto nella comunicazione, verso false problematiche come la sicurezza, erigendo muri e barriere e creando clamore su casi di violenza statisticamente del tutto irrilevanti o ergendosi a baluardo verso ciò che è “altro” e “diverso”.

La morte del cittadino, sotto i colpi dell’individuo, si vede fortemente in alcuni Paesi come l’Italia, in cui il senso civico si è perso, forse per effetto di una prolungata percezione del Governo come entità aliena (in ricordo di passate dominazioni straniere) da combattere e imbrogliare, piuttosto che espressione della comunità cui si appartiene, lasciando ampi spazi a mafie e camorre.

La differenza tra capitalismo pesante e capitalismo leggero, per Bauman, si nota anche nella sostituzione di numerose autorità a una o poche, con il risultato che, proprio per il loro numero, le autorità cessano di essere tali e i leader sono sostituiti dai consulenti, la cui autorità deriva dall’approvazione di chi ne cerca il parere.

Le paure orwelliane si sono così ribaltate, al punto che il pericolo oggi sono la moltitudine di Piccoli Fratelli onnipresenti, piuttosto che l’autorità statalista del Grande Fratello. I Talk Show hanno portato il privato nella sfera del pubblico, svolgendo un’importante funzione sociale di liberazione da paure e complessi, mostrando che panni sporchi simili ai nostri erano lavati sui teleschermi. Il privato ambisce a diventare pubblico. Desidera apparire. I Talk Show sono solo per pochi e qualificati (a modo loro) soggetti. I reality danno visibilità alla gente comune, ma sempre solo a pochi. Le community del web sono la piazza in cui ciascuno, chiunque, può esibirsi e recitare la sua parte, in cui gli viene costantemente chiesto “cosa pensi?” (anche se si trova in spazi virtuali che tutto inducono anziché il pensiero), in cui ciascuno dichiara dove si trova, con chi, perché e come, in una spontanea rinuncia alla privacy, in un annichilimento delle barriere che difendevano il privato, in un’illusoria corsa a dimostrare di essere individui, di essere speciali, di essere notati, di essere parte di una community virtuale ma rinunciando al senso civico di appartenente a una comunità sociale.

Centro commerciale a Monaco di baviera – Agosto 2015 – Foto di Carlo Menzinger

La modernità liquida, superato da tempo il concetto di bisogno, supera anche quello di desiderio, sostituendolo con il capriccio. La compulsione allo shopping non deriva certo dall’esigenza di soddisfare un bisogno, dato che bisogni primari e secondari sono già ampiamente soddisfatti della civiltà occidentale dell’opulenza, ma il desiderio non basta più a pilotare i consumi. Occorre stimolare il capriccio infantile, l’impulso immediato e irrefrenabile all’acquisto, reso sempre più semplice e fruibile ovunque dalle vendite on-line e dai sistemi di pagamento elettronici che attuano un nuovo passaggio di smaterializzazione della ricchezza, non più “pecunia” (misurabile in termini di “pecore” o altri beni), ma neanche più equivalente di metalli preziosi o tangibile carta, ma flusso impercettibile di bit in rete.

E il corpo finisce in questo meccanismo con la confusione tra salute e fitness, dove la salute può essere perseguita e talora raggiunta ma la forma perfetta e sempre da raggiungere e per il fitness occorre sempre continuare a combattere, perché basta distrarsi un attimo per perderlo. Ed ecco fiorirvi attorno un mercato colossale.

A difesa dell’individualismo e dei suoi desideri di sicurezza sorgono i muri. Bauman ci parla del progetto sudafricano di città-isola Heritage Park dell’architetto Hazeldon (viene da pensare, però alla Brexit e al muro messicano di Trump) ma anche della necessità, negli incontri tra estranei di indossare maschere, in primis quella della “buona creanza”, tipica di un mondo in cui ciascuno è estraneo agli altri.

Il desiderio di muri è segno di un ritorno al Medioevo e alle sue città fortificate.

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La Defénse – Parigi

Bauman quindi ci parla di spazi pubblici, lo spazio che esclude (fa l’esempio de La Defense a Parigi, in cui la piazza non è un luogo in cui vivere, ma solo spazio scenico e di passaggio) e lo spazio che ci rende uguali, come i Centri Commerciali, dove ogni differenza è annullata, tutti sono uguali e tutti sono lì per il medesimo fine, dove ognuno è un estraneo per gli altri e non occorre costruire dei rapporti con i passanti. Il Centro Commerciale è il nuovo Tempio, spazio che purifica i rapporti sociali rendendoli neutri,

Ci sono due modi per affrontare le diversità, la cancellazione del diverso (la guerra o l’uccisione dello straniero) o la cancellazione delle diversità nell’altro (l’omologazione, l’assorbimento nella cultura dominante). La Defense, come i muri, è lo spazio del primo approccio. Il Centro Commerciale quello del secondo.

Poi, Bauman ci parla del tempo e di come la sua separazione dallo spazio sia l’inizio della modernità. È stato quando abbiamo creato macchine in grado di liberare la velocità dai limiti umani e naturali, che il tempo è divenuto cosa diversa dallo spazio. In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari.

La coscienza del tempo si porta dietro la volontà di superarlo, di raggiungere l’immortalità. Il capitalismo e la modernità pesanti sono stati caratterizzati anche dalla produzione e conservazione di beni duraturi, giacché in essi si rifletteva il desiderio di immortalità. Capitalismo leggero e modernità liquida portano a un superamento di questo. Le società informatiche mirano a creare prodotti di rapida obsolescenza e sono pronte a dimenticarli per passare a nuove versioni o prodotti più evoluti. Il possesso diventa temporaneo ed effimero. Siamo nell’ambito di considerazioni simili a quelle di Rifkin (L’era dell’accesso) sul superamento del concetto di proprietà.

Il capitalismo pesante era anche caratterizzato dal matrimonio duraturo tra capitale e lavoro, mentre nella modernità liquida questi passano a un’instabile convivenza. Il capitale non deve più essere investito in pesanti strutture e diventa mobile e lo stesso deve fare il lavoro. Le aziende che passano di mano generazione dopo generazione stanno diventando un retaggio del passato al pari con il posto fisso. Tutto diviene più volatile.

Bauman passa poi a parlare delle differenza tra patriottismo e nazionalismo con le conseguenti drammatiche derive belliche, prendendo a esempio i Risultati immagini per centro commercialerecenti conflitti balcanici, e delle comunità, evidenziando come il desiderio di tenere lontano il diverso sfocia in delitti di membri della comunità contro chi non ne fa parte, con il risultato di rinsaldare la comunità stessa contro il pericolo di ritorsioni o la paura che gli estranei possano a loro volta compiere delitti che minino la tranquillità della comunità. Gli autori dei delitti contro gli stranieri tendono a essere ben noti all’interno della comunità che li difende, divenendo compartecipe del delitto e trovando la propria ragione d’essere proprio nella sua autodifesa, quasi che le loro stesse vittime possano tornare, come redivivi zombie a minacciarle. Altro tipo di comunità moderna è quella istantanea, che Bauman chiama “comunità guardaroba”, perché è simile a un gruppo di persone che si ritrova a teatro per uno spettacolo, accomunata in una successione di emozioni e sentimenti generati dallo spettacolo ma solo per il breve arco di tempo in cui lasciano i soprabiti nel guardaroba e quando li riprendono. Le community virtuali, di cui Bauman non parla, sarebbero “comunità guardaroba” ancor più istantanee, che durano il tempo di leggere qualche post, anche se la comunanza di interessi del tema della community porta gli “amici” virtuali a rincontrarsi, pur mantenendo, per il resto vite del tutto distinte.

Chiudono il volume alcune riflessioni sul rapporto tra storia, poesia e sociologia e sul ruolo della sociologia, come strumento per curare la società, che, in particolare, si può considerare malata ogni volta in cui cessa di mettersi in discussione.

Funzione della sociologia è anche quella di distinguere tra sorte e destino, cercando di evitare di cadere nel fatalismo (“Prendere le distanze, prendere tempo, al fine di separare il destino dalla sorte, perché il destino possa affrontare e sfidare la sorte: questo è il compito della sociologia”), perché, come scrive Max Scheler (“Ordo amoris”) “il presupposto che sorte e destino siano la stessa cosa va etichettato come fatalismo”.

Conclude Bauman che “compito della sociologia è fa sì che le scelte siano realmente libere e che tali rimangano, e sempre per ,o più diventino, per l’intera esistenza di tutto il genere umano”.

 

CERCANDO IL GRANDE FORSE E L’USCITA DAL LABIRINTO

Cercando Alaska” è un romanzo d’iniziazione e crescita che parte con la ricerca di una Grande Forse, passa per la scoperta dell’amicizia, dell’amore e del sesso, si trasforma nella scoperta di una ragazza dallo strano nome, Alaska, si muta in una ricerca del senso del dolore e delle vie d’uscita da questo, diviene indagine sull’inattesa morte della giovane studentesca Alaska da parte dei suoi compagni di scuola e migliori amici, per diventare un’interrogazione sul senso di colpa, sul significato della vita e della morte.

Tutto si muove tra due citazioni, quella di Rabelais “Vado a cercare un Grande Forse” e le parole di Simon Bolivar né “Il generale nel suo labirinto” di Gabriel Garcia Marquez: “Come farò a uscire da questo labirinto?

Cercando Alaska” (“Looking for Alaska” – 2005), opera prima di John Green, racconta dello studente Miles Halter, appassionato delle ultime parole dette dai personaggi famosi, che parte per il collegio alla ricerca del suo rabelaisiano Grande Forse, per incontrare il fascino della strana compagna Alaska Young e l’amicizia del “Colonnello” Chip Martin, suo compagno di stanza. Appassionati di scherzi, creano un gruppetto di amici assieme a Takumi e Lara.

John Michael Green (Indianapolis, 24 agosto 1977) scrittore e blogger statunitense

L’improvvisa morte di Alaska, in un incidente che ha sapore di suicidio, genera i loro sensi di colpa e li lascia inquieti per oltre un anno, alla ricerca del perché di quella morte prematura e ingiusta e del senso della vita.

Può sembrare un semplice romanzo per adolescenti, ma ha la profondità lieve delle grandi opere, quella che ai lettori più distratti spesso sfugge.

Ne nasce un romanzo coinvolgente e intenso, che ha ben meritato il riconoscimento  nel 2006 del Micheal L. Printz dall’American Library Association e che lo ha portato al decimo posto nel 2012 nella classifica dei bestseller per ragazzi del New York Times.

Mi ha messo una gran voglia di rileggere “Il generale nel suo labirinto di Marquez”, lettura preferita di Alaska.

QUANDO IL METAROMANZO PARLA DI UNO PSEUDOBIBLION CHE È L’ABORTO DI UNA BELLA STORIA

Kurt Vonnegut avrebbe voluto scrivere un romanzo in cui si raccontasse di come il tempo, alla fine del XX secolo, si sia fermato, sia tornato indietro di circa dieci anni e da lì tutto sia ricominciato ma esattamente allo stesso modo, con tutte le persone del mondo consapevoli di rivivere dieci anni della propria vita e nella totale impossibilità di dire o fare nulla di diverso da quanto avessero fatto prima, pur sapendo che magari qualcosa che stavano per fare li avrebbe portati al disastro. Arrivati alla fine dei dieci anni, riacquistavano il libero arbitrio e ne restavano sconvolti, incapaci oramai di fare qualcosa che non fosse già scritto e preordinato dal destino.

L’idea mi pare ottima e di sicuro una variante interessante sui viaggi nel tempo e i paradossi connessi. In un certo senso, sarebbe una non-ucronia, dato che il tempo diverge dal suo percorso naturale, ma gli effetti rimangono gli stessi. Non si genera un’allostoria. Quello che cambia è solo il futuro, dato che le persone, consapevoli di aver rivissuto per dieci anni gli stessi eventi, sono diventate diverse da come sarebbero state senza questo evento.

L’idea c’era e Kurt Vonnegut c’ha lavorato per vari anni, ma alla fine il risultato, a quanto scrive lui stesso è stato disastroso. Aveva un libro, ma questo non funzionava. Ha dunque deciso di salvarne alcune parti. Ha deciso di chiamare l’aborto di romanzo “Cronosisma 1” e il nuovo libro nato dalle sue ceneri “Cronosisma”.

Ho dunque cominciato a leggere “Cronosisma”, trovandomi immerso nella descrizione di come l’autore avesse fatto a scrivere e smontare “Cronosisma 1” aspettandomi che prima o poi avrei potuto leggere il romanzo “Cronosisma” o, se preferite “Cronosisma 2”. Lo vorrei chiamare “Cronosisma 2”, per distinguerlo dagli altri due, dato che di questo romanzo non ho, alla fine, trovato traccia. “Cronosisma” continua fino alla fine a parlarci di come sarebbe potuto essere “Cronosisma 1”, dandocene alcuni assaggi. Il risultato non si può neppure definire una raccolta di racconti commentati: mi sembra più un commento a un libro immaginario intervallato da racconti. Viene allora in mente Borges con la sua letteratura immaginaria, anche se qui “Cronosisma 1” più che immaginario è un aborto di libro. Si può però dire che siamo dalle parti del metaromanzo, di un romanzo (una sorta di autobiografia parziale) che parla di un altro romanzo, lo pseudobiblion “Cronosisma 1”.

Kurt Vonnegut

Gli stralci di racconti a volte mi sono parsi banali, altre trovate invece sono stimolanti, ma la capacità narrativa di Vonnegut è buona e quindi il volume si riesce a leggere nonostante la sua discontinuità e c’è persino chi lo considera geniale (in effetti alcune frasi lo sono), ma si rimane con l’amaro in bocca per non essere riusciti a leggere una storia con una trama molto promettente. Mi toccherà scriverlo io, questo “Cronosisma 2”!

 

In attesa vi lascio qualche citazione, dato che alcune definizioni sparate lì sono forse la cosa migliore del libro e ciò che lo ha fatto amare:

 

La mia compianta prozia Emma Vonnegut disse disse di odiare i cinesi. Suo genero le rispose che era cattivo odiare così tanta gente in una volta sola.”

 

” Riguardo al declino e alla caduta della civiltà romana c’è una teoria secondo cui si trattò di una conseguenza delle loro tubature in piombo. L’avvelenamento da piombo rende la gente pigra e ottusa.

Qual è la VOSTRA SCUSA?”

 

Dirò anche che fare l’amore, se sincero, è una delle migliori idee che Satana abbia ficcato nella mela che poi diede al serpente per passarla a Eva. In quella mela, comunque, l’idea migliore in assoluto è quella del jazz.”

 

“Nel sistema solare c’è un pianeta i cui abitanti sono talmente scemi da non accorgersi, per un milione di anni, dell’esistenza dell’altra metà del pianeta. Se ne sono accorti solo cinquecento anni fa! Solo cinquecento anni fa! E dire che si danno reciprocamente dell’homo sapiens!”

 

“Nelle conferenze sostengo sempre che minimo il 50% dei matrimoni americani va a rotoli perché la maggior parte di noi non ha famiglie allargate. Oggi, quando ci si sposa, ci si becca una persona soltanto.”

 

“La cosa principale a proposito di Van Gogh e me” disse Trout “è che egli dipingeva quadri che sbalordivano lui stesso per la propria importanza, anche se nessun altro pensava che valessero una cicca. Io scrivo racconti che mi sbalordiscono, anche se nessun altro pensa che valgano una cicca”.

 

“I raccontatori di storie a mezzo inchiostro e carta – non che ancora contino qualcosa – si dividono in due categorie: quella degli “incursori” e quella dei “rifinitori”. Gli incursori scrivono la loro storia in fretta, a capofitto, alla brutto dio, come viene viene. Poi ci tornano sopra instancabilmente per sistemare tutto ciò che è venuto male o che non funziona. I rifinitori vanno avanti frase dopo frase, lavorando il periodo finché diventa esattamente come lo volevano, poi passano al successivo. Scritta l’ultima frase, il racconto è terminato.”

 

“Non è possibile che un cervello umano non assistito – cioè nientaltro che poltiglia, un chilo e mezzo di spugna imbevuta di sangue- possa aver scritto Stardust, per non parlare della nona di Beethoven.”

 

“E’ chiaro che capisco che la ripugnanza ispirata persino adesso, e forse per sempre, della parola <comunismo> è una degna risposta alla crudeltà e all’ottusità dei dittatori dell’URSS, che si erano definiti comunisti con lo stesso disinvolto arbitrio con cui Hitler si definiva cristiano”.

 

“Mi hai detto che avevo qualcosa.”

“Eri malato, ma adesso stai di nuovo bene, e c’è un sacco di lavoro da fare.”

“Voglio sapere cos’hai detto che avevo.”

“Ho detto che avevi il libero arbitrio.”

“Libero arbitrio, libero arbitrio… Me l’ero sempre chiesto cos’avevo. Ora so come si chiama.”

CAPIRE IL TEMPO GUARDANDO UN FILM AL RALLENTATORE

“24 Hour Psycho” una videoinstallazione di Douglas Gordon, è stata ospitata per la prima volta nel 1993 a Glascow e a Berlino, ci dice Don De Lillo nei Ringraziamenti in fondo al suo volume “Punto Omega” e fa bene a ringraziarlo perché gran parte del fascino di questa lettura risiede nell’essere, in buona parte, ambientato nelle stanze di un museo in cui viene proiettato il film “Psycho” di Alfred Hitchcock, rallentato fino a farlo durare 24 ore. Andrebbe ringraziato anche il regista della pellicola originale, a dir il vero.

Il romanzo dall’esile trama si snoda soprattutto attorno ad alcuni incontri che avvengono in questa sala. Ci sono anche altri momenti, ambientati altrove, tra cui alcune osservazioni su uno spettacolo no-stop di Jerry Lewis, l’incontro tra il vecchio intellettuale e il giovane regista e la scomparsa della figlia del primo.

La scrittura di De Lillo è spesso frammentata, con voli pindarici da un tema all’altro che più che disorientare, annoiano.

Ne vorrei dare qui un esempio, con un brano che dovrebbe avere la sua importanza, se non altro perché introduce il concetto di Punto Omega del titolo:

– Ero uno studente. Pranzavo e studiavo. Studiavo l’opera di Teilhard de Chardin, – disse. – Andò in Cina, un prete fuorilegge, Cina, Mongolia, in cerca di ossa. Pranzavo sui libri aperti. Non avevo bisogno del vassoio. I vassoi restavano impilati all’inizio della fila nella mensa dell’università. Lui diceva che il pensiero umano è vivo, circola. E la sfera del pensiero umano collettivo, ecco, quella si sta avvicinando al suo periodo finale, gli ultimi bagliori. Un tempo esisteva il cammello nordamericano. Che fine ha fatto?

Stavo quasi per dire: E in Arabia Saudita. Ma mi limitai a ripassargli la bottiglia.

– Tu parlavi con loro. Si trattava di riunioni del gruppo normativo? Chi c’era? – chiesi. – Pezzi grossi dei ministeri? Gente dell’esercito?

– C’era chi c’era. Ecco chi c’era.

Mi piacque questa risposta. Diceva tutto. Più ci pensavo più tutto mi appariva chiaro.

Disse: – La materia. Tutti gli stadi, dal livello subatomico agli atomi alle molecole inorganiche. Noi ci espandiamo, corriamo verso l’esterno, è la natura della vita dalla nascita della cellula in poi. La cellula ha rappresentato una rivoluzione. Cioè, pensa. I protozoi, le piante, gli insetti, che altro?

– Non lo so.

:. – I vertebrati.

– I vertebrati, – dissi.

– E le conformazioni finali. Il serpeggiare, lo strisciare, il bipede accovacciato, l’essere cosciente, l’essere cosciente di sé. La materia bruta che diventa il pensiero umano analitico. La nostra meravigliosa complessità mentale.

Fece una pausa, bevve, fece un’altra pausa.

– Cosa siamo?

– Non lo so.

– Siamo una folla, uno sciame. Pensiamo in gruppi, viaggiamo in eserciti. Gli eserciti portano il gene dell’autodistruzione.

Una bomba non è mai abbastanza. La confusione della tecnologia, è lì che gli oracoli tramano le loro guerre. Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva, il punto omega. Un salto fuori dalla nostra biologia. Chieditelo. Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. È questo che vogliamo. Vogliamo essere pietre in un campo.

Entrai a prendere del ghiaccio. Quando tornai lui stava pisciando giù dal terrazzo, in punta di piedi per impedire al flusso che affiorava di toccare la ringhiera.

Non dico che non ci sia profondità in alcuni di questi pensieri, ma non ci viene restituita. De Lillo se la tiene tutta per sé. Questo passare  veloce dalla guerra in Iraq, alla fisica, alla biologia, all’evoluzione, alla sociologia, per arrivare al Punto Omega del paleontologo e teologo Pierre Teihlard dà solo la sensazione di leggere una lista di idee, un elenco che fa persino rimpiangere gli elenchi di eroi omerici. Punto Omega è un termine coniato dallo scienziato gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin per descrivere il massimo livello di complessità e di coscienza verso il quale sembra che l’universo tenda nella sua evoluzione. Un concetto affascinante che meriterebbe un ampissimo sviluppo, ma che non trovo nel romanzo.

Cosa me ne faccio di una simile carrellata di spunti di ragionamento, se poi non li sviluppo?

Basta scriverne questo?

C’è quasi una legge matematica o fisica che non abbiamo ancora del tutto inquadrato, secondo la quale la mente trascende ogni direzione procedendo verso l’interno. Il punto omega, – disse.

e

Proseguimmo in silenzio dietro un motoscafo trainato da un pickup nero. Pensai alle sue osservazioni sulla materia e l’essere, quelle lunghe notti sul terrazzo, mezzi sbronzi, io e lui, la trascendenza, il parossismo, la fine della coscienza umana. Ora sembrava un’eco morta.

Psycho

Punto omega. Un milione di anni fa. Il punto omega si è ristretto, qui e ora, alla punta di un coltello che penetra un corpo. Tutti gli elevati temi di quell’uomo ristretti in un dolore locale, un solo corpo, li da qualche parte, o forse no.

Tutto qui?

Scopro molto di più sul Punto Omega se leggo Wikipedia!

 

La nota di copertina dice: “Un’inquieta e misteriosa meditazione sul destino di ogni uomo.

In una casa isolata nel deserto due uomini discutono della natura del tempo e del significato dell’agire umano nella storia. Discutono e aspettano.

Uno, Richard Elster, è un anziano intellettuale per niente pentito dell’appoggio che ha dato al governo nella guerra in Iraq, l’altro è un giovane regista che vorrebbe girare un documentario su di lui. L’improvvisa scomparsa della figlia di Elster li costringe a interrompere discussioni e attese e a cercare altre risposte per altre domande: che cosa è capitato alla ragazza? Scelta, fatalità oppure orrendo crimine?

L’intensità della scrittura di DeLillo al servizio di una straordinaria riflessione sull’enigma del tempo, il tempo in cui ogni momento perduto è la vita, la nuda vita.

Ebbene, sì, questa meditazione è inquieta, così inquieta che mi pare conduca a poco, se non al mistero… di se stessa.

Mi sarebbe piaciuto leggere davvero una discussione seria sulla natura del tempo, ma non ho trovato spunti su cui soffermarmi, a parte l’idea suggestiva di vedere un film rallentato e lo stimolo a rivedere il film di Hitchcock, magari anche alla sua velocità originale. Il merito però credo che qui sia più di Douglas Gordon.

Direte voi che forse avrei fatto meglio a leggere un libro di filosofia e che qui si racconta solo una storia. Quando però una storia verte soprattutto sulle riflessioni dei protagonisti, mi piacerebbe poter partecipare ai loro ragionamenti, non ricevere solo imbeccate saccenti.

Questo è il primo romanzo di DeLillo che leggo. Ne ho letto recensioni molto positive, per cui forse sono io a non averne colto lo spirito e mi riprometto di affrontare altri suoi romanzi, anche perché, nonostante le osservazioni precedenti, qualcosa di stimolante sono riuscito a trovarlo in queste pagine: di idee ce ne sono. Quello che mi piace poco e che qui siano poco sviluppate. Magari in altre opere le cose vanno diversamente. Proverò.

SULLA SCRITTURA E LA VITA DEL RE

Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori viventi, forse il migliore. Parlo di quello strano testo che è un misto di autobiografia e manuale di scrittura scritto da Stephen King e intitolato, anche nella versione italiana “On writing”. L’illuminante sotto titolo è “Autobiografia di un mestiere”. King è uno di quei rari fortunati che di mestiere fa lo scrittore e che guadagna abbastanza da non doverne fare altri, a parte, magari sceneggiare qualcuno dei numerosi film tratti dai suoi best-seller mondiali.

 

La prima parte di “On writing” è una sorta di autobiografia di Stephen King, particolarmente concentrata sugli anni dell’infanzia e, in secondo luogo, sulle prime esperienze di scrittura.

All’inizio non aveva fatto caso al sottotitolo del libro “Autobiografia di un mestiere”, per cui questa parte mi aveva lasciato un po’ interdetto, aspettandomi qualcosa di più simile a un manuale di scrittura. In effetti, disapprovo l’idea di mescolare due oggetti tanto diversi come un autobiografia e un manuale, anche se entrambi possono essere utili allo scopo di capire come scrive un grande autore. Nelle prime pagine, dunque, troviamo ben pochi suggerimenti diretti di scrittura, a parte forse i seguenti:Stephen King in 1952, 3 years after his father walked out on his family.

 

Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.

Altrove King scrive che le storie sono sepolte e che tocca a noi, come archeologi tirarle fuori con cura, evitando di rovinarle.

 

Il giorno in cui andai da lui a consegnare i miei primi due articoli, Gould mi disse qualcos’altro di molto interessante: scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”

Questo è un concetto che ripete più volte nel volume: la prima stesura si fa in solitudine, ma poi occorre accettare le critiche altrui e prenderne atto, adattando la nostra creatura.

La sensazione che ho avuto nel leggere queste prime pagine è stata che King volesse dirci: la tua scrittura dipende dalla tua vita. Credo che questo sia in parte vero: quel che scriviamo, anche se non è per nulla autobiografico, in qualche modo riflette quel che siamo e noi siamo così perché abbiamo vissuto in un certo modo, in un certo posto e in un certo momento.

Ne deriva la considerazione scoraggiante “non potrò mai diventare un grande scrittore come Stephen King, perché la mia vita è stata molto più semplice e meno drammatica della sua”. È però un impressione errata. Provate a riscrivere la vostra infanzia allo stesso modo di King e vedrete che non meno emozioni importanti della sua.

Un’altra cosa che emerge dall’autobiografia di King è il suo amore infantile per le storie horror. Non per nulla è noto come il Re del Brivido, anche se questa definizione è ingenerosa, essendo molto di più.

Ne deriva allora che da adulti scriveremo storie simili a quelle che amavamo da bambini?

Pensando a me stesso, la risposta parrebbe affermativa: da bambino amavo le storie di avventura (Salgari, Verne, London) e da adulto scrivo romanzi che hanno spesso una forte componente avventurosa (solo una componente, però, eh!). Da ragazzino amavo la fantascienza e da adulto scrivo storie fantastiche ma razionali (come dovrebbe essere la buona fantascienza).

Il corollario potrebbe essere che chi non amava leggere da bambino, non potrà mai diventare uno scrittore. Forse è così, ma penso che l’amore per la lettura possa essere sostituito dall’amore per qualche altro genere di storie, come quelle dei film.

Insomma, l’amore per la scrittura è amore per il racconto e l’amore per il racconto nasce con noi.

Aver messo questa parte all’inizio dovrebbe servire a far capire a chi legge che se non ha questo amore per le storie, è inutile che vada avanti con il libro, che nella seconda parte si addentra nelle tecniche di scrittura, pur non essendo mai davvero troppo tecnico.

 

La prima lezione ci fa capire quanto sia importante disporre, nella propria testa, di un buon vocabolario, ma anche e soprattutto come il più grande errore sia quello di fingere di disporre di un vocabolario più grande di quello che abbiamo: il lettore se ne accorgerà subito e tutto diverrà artificiale.

Tra le parole da cui diffidare, come ogni buon maestro di scrittura, King mette gli avverbi. Lui come altri ci dice: evitate gli avverbi. Se avete costruito bene la storia, sono inutili. Quel che dicono dovrebbe esser già stato detto dal contesto. Se servono, aggiungo io, interroghiamoci su quel che abbiamo scritto prima, che forse non è così buono. Concetto su cui devo ancora riflettere, perché amo il barocchismo degli avverbi, anche se credo di abusarne meno di quanto vorrei.

Un’altra lezione è sulla grammatica. Dobbiamo conoscerla, perbacco! Si può anche violare e a volte è necessario farlo (se ho un personaggio ignorante mica posso farlo parlare come un professore!), ma occorre conoscerla. Se la conosciamo poco, vale la regola del vocabolario: usiamo quella che conosciamo. Non lo dice King, ma lo dico io: se non sappiamo scrivere in modo complesso, scriviamo con periodi semplici.

A proposito, King ci parla anche dei paragrafi, che per lui sono il cuore della narrazione, più delle frasi o dei periodi. Devono avere una loro unitarietà e coerenza. Un paragrafo può durare una riga, come molte pagine, ma deve avere una sua vita.

King ci spiega anche che crede poco nella trama. Questo lì per lì mi ha un po’ spiazzato, basti pensare agli “ingredienti magici” della scrittura come li avevo individuati nell’analisi dei romanzi della Rowling, un’altra delle migliori autrici viventi e che poi ho utilizzato per esaminare la scrittura di molti altri autori, compreso lo stesso King, che ho raffrontato persino con la Rowling stessa. Ho sempre pensato che un romanzo senza trama parta già male, poi ho capito cosa intendesse: la trama viene su da sola. L’errore è la trama precostituita. King dice che le storie si devono scavar fuori dal terreno. Vengono fuori un pezzo per volta. Capisco allora che ha perfettamente ragione. Anche io non scrivo mai una trama per esteso, in dettaglio, prima di cominciare. Parto da un concetto, da una scena, da un personaggio. Ci immagino sopra una direzione, più che una trama. Questa, che poi è un sinonimo di intreccio, si sviluppa da sola. Le sue varie linee si mescolano, uniscono e dividono. Magari, posso pensare di alternarle (parlare ora di un personaggio, ora di un altro e poi di entrambi assieme, per esempio), di tendere verso un finale, ma non so mai bene dove vado veramente e per quale percorso. Alla fine, però, ci sarà una trama da poter raccontare e descrivere, dico io e, aggiungo sempre io, se alla fine non avremo tirato fuori un bell’intreccio, che con le sue corde sorregga tutta la storia e i personaggi, rischieremmo di veder venir tutto giù.

Mi permetto di raccontare come è nato il mio ultimo racconto: dall’abbinamento di una frase di Mark Rowlands che parlava dell’intelligenza utilitaristica delle scimmie e dall’invito a partecipare a un concorso sul tema del futurismo. Mi è bastato mettere assieme le due parole “scimmia” e “futurismo”, rileggermi il Manifesto di Marinetti ed è nata la storia. La trama è venuta dopo, riga per riga.

A proposito dei dialoghi, King ci invita a essere naturali. Come sono difficili i dialoghi! Quando facciamo parlare qualcuno non siamo più noi a parlare, ma lui. Non è possibile che in un romanzo tutti parlino allo stesso modo, a meno che non siano personaggi tutti con la stessa origine, tipo gli alunni di una classe, i membri di una famiglia. Anche in questi gruppi così stretti, ci sono sempre differenze. Moglie e marito hanno origini diverse. Nella classe ci possono essere ragazzi di fuori città. Non è una questione di usare forme dialettali (odio il dialetto!), ma di diversi modi di usare il vocabolario e la grammatica, le forme retoriche, i cliché, le ripetizioni, le pause…

Lo stesso discorso vale per i personaggi. Per essere veri non possono essere solo delle macchiette o, peggio, non avere nessuna caratteristica. Ci vuole equilibrio tra i due estremi. Occorre caratterizzarli quando basta da non farli confondere l’uno con l’altro e, possibilmente, da crearne almeno uno o due che siano indimenticabili.

King ci dice di osservare chi ci sta intorno, che i personaggi dei libri non vengono direttamente dal mondo reale, ma ne prendono gli elementi. Non è facile però costruire un personaggio mettendo assieme le caratteristiche di persone reali, anche perché di solito sono tra loro incompatibili, come in quel gioco per bambini in cui uno disegna una testa, uno il busto e uno le gambe e poi le tre parti vengono messe assieme, creando dei mostri che di solito suscitano l’ilarità dei bambini. Di solito però non è quello l’obiettivo di un autore. Mi pare di capire che King sia più per creare ex-novo i propri personaggi, “decorandoli” magari con qualche elemento preso dalla realtà.

Nello scrivere dobbiamo sempre cercare di essere “reader-friendly”: questo credo sia un concetto fondamentale, ma di non facile applicazione Stephen King, 1967quando si vuole essere “sofisticati”. Una scrittura spontanea e immediata, però, raggiunge molto meglio il suo scopo di una arzigogolata o artificiosa. Questo non deve voler dire apparire scialbi, ma cercare di essere in sintonia con il lettore. Come ricorda King:

Io non credo che debba essere concesso a un racconto o un romanzo uscire dalla porta del vostro studio o della vostra stanza di scrittura se non siete convinti che sia ragionevolmente reader-friendly. Non potete soddisfare sempre tutti i lettori; non potete soddisfare sempre nemmeno alcuni dei vostri lettori, ma dovete sforzarvi in ogni modo di soddisfare almeno alcuni lettori qualche volta. Credo sia stato William Shakespeare a dirlo.

 

King ci parla anche dell’importanza degli elementi “decorativi” del romanzo, come il simbolismo. Sul simbolismo non possiamo costruire la nostra storia, ma potrebbe esser questo a dargli un diverso spessore. L’autore cita il simbolismo del sangue nel suo “Carrie”. Io penso, invece, ai numerosi simboli nascosti nel mio “Il Colombo divergente”. Per aiutare il lettore a scoprirli ho inserito persino delle parti in corsivo, che compaiono nel mezzo della narrazione e che forniscono la chiave per scoprire i simboli nascosti, ma quasi nessun lettore che mi ha recensito mi pare essersene accorto! In un certo senso l’obiettivo era quasi questo: il simbolismo doveva arricchire la trama, ma non invaderla. Diciamo che i simboli servono soprattutto all’autore e a pochi lettori, dato che gli altri leggono senza badarvi. Difficilmente un testo viene esaminato come fosse la “Divina Commedia”. Non certo quello di un autore sconosciuto o presunto commerciale. Dunque, il simbolismo serve soprattutto a lui, all’autore. Serve all’autore, perché per applicarli porta la storia in nuove direzioni, in cui non si sarebbe orientato senza la presenza dei simboli. Come ogni elemento che aggiungiamo a una storia, ci apre nuove porte, che possiamo decidere (come lettori e come autori) di aprire o meno.

Il simbolismo non è solo un elemento decorativo, dunque, ma è una porta per nuovi mondi, una chiave per una diversa comprensione, uno stimolo intellettuale.

Il più delle volte scorgo la possibilità di aggiungere i particolari estetici e i tocchi ornamentali quando la narrazione in sé è pressoché finita.scrive King. Anche in questo il mio modo di scrivere somiglia al suo (avrei voluto aggiungere “maledettamente”, ma oggi voglio essere diligente e eviterò l’avverbio). Non so lui, ma io scrivo per stratificazioni successive. A volte mi limito ad aggiungere solo frasi qua e là, altrove volte sono proprio elementi che più che decorativi sono unificanti: decorazioni che fungono da richiamo, che creano non una struttura, ma una cornice per la storia, elementi che ritornano a dare un ritmo, nuovi personaggi che mutano il senso della storia. Per “Il Colombo divergente” cambiai addirittura la persona in cui era scritto (dalla terza alla seconda singolare) e il tempo. L’ultimo racconto che ho scritto, di cui parlavo prima, nasce di 10.000 caratteri e diventa alla fine di 20.000. Nella prima stesura il secondo personaggio è appena accennato, nella seconda lo delineo maggiormente. Nella prima ci sono meno allusioni al futurismo, meno dettagli sulla mentalità delle scimmie.

King ci parla poi dei retroscena. Possono essere utili per presentare una situazione, un personaggio, ma tendono a essere divagazioni e come tali ci portano lontano dalla storia. In linea di massima è bene evitarli. Mi vengono in mente i romanzi di Hugo, grande e gradevole autore, ma che aveva il viziaccio di scrivere interi lunghissimi capitoli su cose che non c’entravano nulla con la trama principale, tipo la descrizione delle fogne parigine, la vita conventuale delle suore, quella di Bonaparte, l’argot, come ne “I miserabili”. Tutti temi che hanno ben poco a che fare con la storia principale, sebbene interessanti, ben documentati e ben scritti. Bisogna rifuggire dalla paura di essere semplici. Alcuni autori sembrano nascondersi dietro le loro digressioni, per mettersi in mostra e dire “guardate come sono colto, quante cose so. Non scrivo mica solo storielle”. Però sbagliano (e forse sono colpevole anche io, soprattutto nei miei primi romanzi), perché non è quello che chiede il lettore.

Una parte importante del volume è dedicata ai momenti della scrittura e riscrittura. Come detto nella prima parte, la prima stesura, per King, deve avvenire tutta d’un fiato, a porte chiuse, senza che nessuno interferisca, la revisione deve invece avvenire a porte aperte, accogliendo i consigli di alcuni lettori fidati, amici per King, mentre io preferisco affidarmi ai lettori impersonali della rete, più liberi di “aggredire” le mie opere, senza paura di offendermi, a volte persino nascosti dietro nickname o il totale anonimato. Alcuni autori non accettano le critiche esterne e credono che adattare la propria opera a tali suggerimenti sia come prostituirsi. Io concordo con King nel dire che autori così farebbero bene a lasciare i propri libri nel cassetto. Se non si accetta i commenti, buoni o cattivi, del pubblico, tanto vale non pubblicare. Le critiche se non arrivano prima della pubblicazione, arriveranno dopo e sarà troppo tarsi per porre rimedio. King ritiene che 6 o 7 lettori siano sufficienti. Io ne preferisco alcune decine, ma anche perché i lettori del web sono meno attenti degli amici e quindi occorre compensare, anche se poi, di solito tra 50 lettori distratti, di solito ne trovo sempre 4 o 5 che contribuiscono in modo importante.

King di solito fa una prima bozza, una seconda bozza e revisioni successive. Dice che la seconda bozza dovrebbe essere del 10% più corta della prima.

Tagliare i ragionamenti che dovrebbe fare il lettore, non l’autore. Tagliare l’elaborazione dell’ovvio e i retroscena. Gli elementi importanti nello sviluppo della trama, vanno anticipati. Tagliare gli avverbi.

King suggerisce di scrivere per un lettore ideale. Lui scrive per la moglie. Ritiene importane immaginarne la reazione durante la lettura. È una tecnica che non ho mai sperimentato. Personalmente scrivo per me e riscrivo e revisiono per un pubblico generico. Solo i romanzi per ragazzi, in particolare il primo con protagonista Jacopo Flammer li avevo scritti appositamente per mia figlia, creando personaggi della sua età allora e immaginando le cose che le piacevano, ma anche quelle che piacevano a me alla sua età.

C’è anche una parte sui consigli per trovare un editore e un agente. In sostanza, è bene conoscere il mercato e contattare solo soggetti potenzialmente interessati alla nostra produzione. Per King è importante avere un agente. Personalmente ho considerato l’ipotesi, ma non ne trovavo i vantaggi, dato che i migliori sono altrettanto irraggiungibili delle migliori case editrici e i peggiori possono trovarmi un editore peggio di come potrei farlo da me. In America forse, poi, sarà utile fare indagini di mercato per trovare un editore. Da noi la situazione mi pare piuttosto semplice: ci sono 5 o 6 editori con cui può essere interessante pubblicare, anche se pubblicare con loro non è una garanzia di successo, poi ci sono una ventina circa di editori medio grandi con cui può valer la pena fare un contratto e poi una miriade di piccoli editori che non sono in grado di dare alcun contributo a quel che scriviamo in termini di editing, promozione e distribuzione. Se ci si sa muovere e se non si riesce a farsi pubblicare dai migliori editori, tanto vale autopubblicarsi. King parla di pubblicare sulle riviste ma non sono convinto che in Italia sia utile per farsi conoscere nell’ambiente. In Italia è una lunga strada in cui solo pochissimi arrivano in fondo!

La Regola Principe per King (su cui concordo in pieno per scrivere bene è: “scrivere molto e leggere molto”. Come si può pretendere di scrivere se non si legge e come si può pretendere di partecipare a una gara, se non ci si è allenati? Che cosa legge King? “Tutto quello che mi capita sottomano”. La mia risposta non sarebbe molto diversa: di tutto. Comunque King fa anche un elenco piuttosto lungo (considerato che ne ho letti ben pochi, potrebbe impegnarmi non poco leggere quelli che mi mancano). Quel che leggo io lo potete vedere leggendo la mia Libreria su aNobii o il mio blog.

Un’altra regola importante è: “L’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.

 

Il finale, come l’inizio del volume, viene nuovamente “invaso” dall’autobiografia di King, che ci parla dell’allora recente incidente in cui ha rischiato di perdere la vita (fu investito da un minivan blu), portandogli grande paura e dolore. La vicenda viene narrata in modo molto simile anche nella saga della Torre Nera, quando il protagonista Roland incontra il proprio autore. La (troppo lunga) narrazione qui credo serva per dirci che anche dopo le peggiori sciagure, ci si può (deve) rimettere a scrivere, perché questo serve a “rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole”. “Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene”. Questa è una visione della scrittura come terapia quotidiana che non condivido, anche se capisco che per molti è così. Mi stupisce possa esserlo anche per un grande autore come King, ma chiaramente ci sono diversi livelli della cosa. In un certo senso, per tutti noi che amiamo scrivere la scrittura serve a “Darsi felicità” come scrive King. “Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi.

Se la prima parte dell’autobiografia poteva avere un qualche senso, questa ripresa mi pare del tutto superflua. Se King voleva scrivere la propria autobiografia non aveva che da farlo e avrebbe certo trovato moltissimi lettori interessati a farlo, senza mascherarla con consigli di scrittura, dato che la sua penna può scrivere mirabilmente anche di questo. Non c’aveva appena messo in guardia dalle digressioni? Sarebbe stato meglio fare due volumi: “On writing” e “Autobiografia di un mestiere”.

 

PICCOLI CONSIGLI DI SCRITTURA TERAPEUTICA

A volte ci lasciamo attrarre da un titolo e cominciamo a leggere un libro senza particolari altri motivi. Più o meno questo mi è accaduto quando ho deciso di leggere “Scrivere zen” di Natalie Goldberg, un manuale di scrittura che, dal titolo mi faceva sperare potesse contenere qualche suggerimento originale, magari ispirato ai principi di essenzialità e complessa semplicità di alcuni componimenti giapponesi come gli haiku.

Due cose però mi dovevano insospettire: l’autrice non è giapponese e per giunta non è una scrittrice, non di romanzi almeno.

Scrivere è una tecnica e i manuali possono aiutare a scoprirne i meccanismi e ce ne sono alcuni validi che indagano ed esplorano vari aspetti. Ancora sto leggendo, per esempio, la serie di volumi realizzati dalla Scuola Holden per La Repubblica, sempre ricchi di spunti. Il manualetto scritto da questa signora che vive a Taos, in New Mexico, contiene però ben pochi consigli tecnici (per esempio, il classico non dichiarare un sentimento ma mostrarne i suoi effetti o “non dite frutto. Dite di che frutto si tratta” o cercare verbi, aggettivi e sostantivi alternativi a quelli consueti) e sebbene l’autrice si dichiari un’ebrea buddista e ogni tanto riporti qualche citazione del suo maestro zen, non mi pare che indichi, almeno non chiaramente, alcuna originale via zen alla scrittura.

Credo che i manuali utili possano essere di due tipi: quelli scritti da esperti delle meccaniche della scrittura e quelli scritti da grandi autori. “Scrivere zen” non appartiene a nessuna delle due categorie, anche se la Goldberg racconta di aver tenuto corsi e gruppi di scrittura.

I suoi sono piuttosto consigli di vita, suggerimenti per usare la scrittura come terapia (contro depressione, noia, sfiducia…), non tanto una guida per migliorare la propria capacità di affrontare la creatività letteraria.

Spesso invita a scrivere in modi e luoghi non tradizionali, come se la scrittura possa essere improvvisazione e non un mestiere con le sue regole e i suoi strumenti. Capisco poco quando dice “Proviamo a scrivere in circostanze e luoghi diversi” (pag. 105). Quello che dobbiamo scrivere è dentro di noi e ci vogliono spazi adeguati per farlo emergere, non il caos di posto occasionali.

Qualche utile suggerimento, peraltro, si riesce a trovare e la lettura è abbastanza piacevole, come due chiacchiere con una signora vivace, ma poco di più si ottiene da questo testo, le cui considerazioni sono spesso banali e a volte, nonostante tale banalità, riescono persino a trovarmi in disaccordo, cosa difficile per un’apparente ovvietà!

Riporto di seguito alcuni dei precetti che ho estratto dal volume:

  • “Se ti impegni abbastanza a fondo nello scrivere, ti porterà ovunque tu voglia” (pag.13). Può anche essere vero, ma proprio ovunque non direi e poi magari bastasse l’impegno!
  • Scrivere “è come correre. Quando si corre bene, le resistenze sono minime” (pag. 22). Ovvero se si ha tecnica, tutto è più semplice, peccato che questo volume di tecnica non ne contenga. Sul rapporto tra scrittura e corsa, consiglierei “L’arte di correre” del grande romanziere giapponese Haruki Murakami.
  • “Se uno vuole mettersi a scrivere un romanzo va benissimo, ma non per questo deve smettere di fare esercizio” (pag. 23). Giusto. Dobbiamo sempre esercitarci per trovare nuovi modi di scrittura, per mantenere la mente pronta e flessibile. Senza allenamento non si va da nessuna parte. Vale anche per la scrittura. È forse una delle osservazioni più importanti del volume.
  • “É così che dovremmo scrivere (…) lasciando che la nostra mente ingurgiti tutto quanto e poi lo risputi sulla carta con grande energia” (pag. 42). Sì, certo, scrivere è assorbire, mescolare e produrre qualcosa di nuovo da quel rimescolio che avviene nella nostra mente.
  • “Non c’è separazione tra la formica e l’elefante” (pag. 43). Scrivere è mescolare ogni cosa, superare le distinzioni, ricreare nuove categorie.
  • Parlando di grandi autori dediti all’alcool, giustamente osserva “Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo” (pag. 47).
  • “Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi” (pag. 47): anche di più. Significa sentirsi potenti, capaci di creare mondi interi. L’autore è il Dio dei suoi personaggi, li conosce nell’intimo e li muove a suo piacere.
  • “Quando scrivete usate dettagli originali” (pag. 49): dicevo che in questo libro non ci sono consigli tecnici, ma questo lo è ed è importante.
  • “Quando si scrive astrattamente; si ha la sensazione di un grande calore, ma non c’è niente da addentare” (pag. 53): terribili i volumi di certi autori, di solito esordienti, così astratti da essere del tutto vuoti!
  • “Nell’usare i dettagli (…) Stiamo offrendo del buon pane sostanzioso agli affamati” (pag. 53): la scrittura reclama concretezza!
  • “Se ho tempo per scrivere mi sento ricchissima” (pag. 54). “Lo scrittore tiene moltissimo al proprio tempo”: il dramma dello scrittore è avere diecimila idee e il tempo per metterne su carta forse neanche una!
  • “Ciò che il grande scrittore ci trasmette, in realtà, non sono le sue parole, quanto il respiro nel momento dell’ispirazione” (pag. 57): si trasmettono sensazioni ed emozioni! Beato chi ci riesce!
  • “Se si vuole imparare a scrivere ben, bisogna fare tre cose. Leggere parecchio, ascoltare bene e intensamente, e scrivere tanto. E non pensare troppo” (pag. 59).
  • “La vera arte arriva a sfiorare il sentimentalismo, senza però diventare sentimentale” (pag. 62): difficile equilibrio!
  • “Allo scrittore spetta il compito di ascoltare i pettegolezzi e trasmetterli ad altri” (pag. 83): a volte un pettegolezzo nasconde una buona storia, ma la letteratura non si fa con i pettegolezzi (o non solo).
  • “Scrivere è un atto comunitario. (…) ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi” (pag. 85): niente di più vero (e forse ovvio).
  • “Tirate fuori quel che scrivete” (pag. 86): anche se scriviamo per noi stessi, scriviamo comunque per essere letti.
  • “Se possiamo scrivere una domanda, siamo anche in grado di dare una risposta.” (pag.91): magari! Nella vita non è certo così, ma in narrativa possiamo sostituire domande con risposte. A volte.
  • “Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione” (pag. 103) Piuttosto vede le cose con occhi diversi.
  • “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati” (pag.102) dice rivolta a dei bambini. Ma, per Diana, se quello è il loro mondo è proprio di quello che dovrebbero scrivere! La poesia per loro è lì non certo in cose che non li riguardano!
  • “Essere artisti significa vivere nella solitudine” (pag. 108): ma chi l’ha detto! Affermazioni come queste mi fanno rabbia! La visione dell’artista o dello scrittore come un recluso è ridicola e odiosa. Personaggi così sono solo dei falliti. Basterebbe quest’affermazione a farmi bocciare l’intero volume!
  • “Invece bisogna essere teneri e determinati verso quello che si scrive e coltivare il senso dell’umorismo” (pag. 112); almeno questo l’ha capito: non ci si deve prendere troppo sul serio!
  • “Il processo della scrittura è una fonte continua di vita e vitalità” (pag. 113): ma sì, Natalie, altrimenti perché scriviamo!
  • “Scrivere non vuol dire fare psicoterapia, anche se può avere un effetto psicoterapeutico” (pag. 116): allora lo sa anche lei, eppure il manuale sembra dire proprio il contrario!
  • “Scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare” (pag. 118): e quante sono! Ci sono anche le storie mai nate che dobbiamo far venire fuori!
  • “Scriviamo in modo che gli altri possano capirci. L’arte è comunicazione” (pag. 141): a me pare ovvio eppure va ribadito, perché in molti lo dimenticano!
  • “Se vogliamo che ai nostri scritti non manchi nulla, è indispensabile tornare a casa (…) bisogna, però prendere atto delle proprie origini, e penetrarle a fondo” (pag. 144): conosci te stesso, diceva Socrate, ma in quest’idea c’è anche altro. Parliamo di come siamo. A noi sembra normale, ad altri può sembrare strano o esotico. Il meraviglioso può essere in noi. Prima o poi devo decidermi a scrivere il libro sui miei antenati a cui penso da anni.
  • “Qualunque cosa tu faccia non diventare una scrittrice regionale” (pag. 145): quanto sono d’accordo! Come non mi piacciono gli autori dialettali che scrivono oggi. Forse ormai persino scrivere in italiano è da provinciali e c’è gente che scrive in siciliano, sardo o genovese!
  • “<<Se l’energia di una poesia è tutta in un solo verso>> disse una volta William Carlos Williams ad Allen Ginsberg <<taglia tutto il resto, e lascia solo quel verso>> (pag. 158): la cosa più difficile per un autore è tagliare. Dice bene Williams (ma chi ha insegnato alla Goldberg o al suo traduttore a mettere le virgole prima delle congiunzioni!)
  • “Prima di rileggere i propri scritti, è opportuno lasciar trascorrere un po’ di tempo” (pag. 160): io i miei romanzi li leggo e rileggo a distanza di mesi, in modo da essere il più possibile una persona diversa da quella che ha scritto la precedente stesura.

 

Insomma, qualche idea nel volume c’è, fossero anche solo quelle che ho elencato. Non saranno idee particolarmente geniali e alcune sono tutt’altro che condivisibili, però sono uno spunto di riflessione e questo per un manuale è importante. È per questo che non lo boccio totalmente. Comunque, piuttosto che rileggere il libro, però, penso che sia per me sufficiente rileggere questo post.

 

ALLA RICERCA DI UN DIVERSO FLUSSO DEL TEMPO

Nello scrivere ucronie, mi sono interrogato più volte sulla natura del tempo, tema, del resto che mi ha sempre affascinato, altrimenti non avrei cominciato a scrivere allostorie. Nei miei romanzi presumo che il tempo non sia lineare, ma una sorta di frattale, con infinite divergenze. Lungo ognuna delle linee che si dipartono da queste divergenze troviamo una storia alternativa, mondi in cui Colombo non scopre l’America, i tedeschi vincono la Seconda Guerra Mondiale, Roma non crolla, le Torri Gemelle sono ancora lì, Giovanna D’Arco sopravvive al rogo e così via.

Mi sono allora chiesto due cose:

  1. Qualcuno, al di là della narrativa, in fisica o in filosofia, ha mai ipotizzato un tempo divergente o a frattale?
  2. Quando e come è nato il concetto di tempo lineare?

Ho così di recente letto il bel saggio di Fusaro “Essere senza tempo”. Sebbene sia stata una lettura molto interessante, era incentrato sui concetti di accelerazione della storia e di fretta, dunque non ciò che cercavo.

La lettura mi ha comunque stimolato a continuare gli approfondimenti. Ho così ora letto “Il Libro dell’orologio a polvere” di Ernst Jünger (Das Sanduhrbuch, 1954 – Milano, Adelphi 1994).

Sebbene scritto da un filosofo, il saggio, pur con alcune interessanti riflessioni filosofiche ed esistenziali, è in realtà una storia degli orologi antichi, con particolare riguardo per quei manufatti che, finora, avrei un po’ impropriamente definito “clessidre”, ma che l’autore più propriamente chiama “orologi a polvere”, essendo le clessidre, come l’etimologia del termine spiega, in realtà, orologi ad acqua.

Il volume, essendo scritto da persona di evidente ampia cultura, spazia però su altri temi in modo coerente e molto interessante e l’ho trovato nel complesso una lettura molto stimolante e per nulla noiosa.

Ernst Jünger

Tra le divagazioni, mi hanno molto colpito quelle su San Girolamo (spesso raffigurato con orologi a polvere) e papa Silvestro II (il quale oltre che ecclesiastico, pare sia stato un notevole inventore, avendo, tra le altre cose, realizzato uno dei primissimi prototipi di orologio meccanico), figura sulla quale mi è venuta voglia di scrivere un romanzo (ne ho persino già buttato giù l’incipit), ma anche alcune riflessioni minori sulle cattedrali gotiche o sull’insofferenza del mio antenato Tommaso d’Aquino per gli automi. Per quanto riguarda il romanzo che sto scrivendo ora, lo spunto è stato di inserire alcuni orologi a polvere nella narrazione, peraltro, nella stesura attuale, priva di orologi di sorta.

Affascinante è comunque tutta la storia degli orologi qui narrata, le cui origini sono tutt’altro che chiare e ancor meno note ai più, che spesso confondono la datazione delle origini di meridiane, clessidre, orologi a polvere e orologi meccanici. Non avrei pensato, per esempio, che le origini degli ultimi due fossero più ravvicinate tra loro che quelle tra clessidre e orologi a polvere.

Per quanto riguarda l’oggetto della mia ricerca, la considerazione più rilevante penso riguardi l’idea che ogni popolo crea diversi strumenti di misurazione in base alle proprie esigenze e alla propria percezione del tempo. Al giorno d’oggi diamo per scontata l’esigenza di dividere e misurare il tempo, di rispettare orari e appuntamenti, ma tutto ciò è solo una caratteristiche della nostra cultura europea e non qualcosa che sorge spontaneo in ogni uomo.

Notiamo anzi, nella storia, numerosi esempi di repulsione, più o meno profonda, a ogni tentativo di irreggimentare il tempo. Del resto, proprio più riusciamo a imbrigliare il tempo, a incanalarlo in perfetti sistemi di misurazione, maggiormente ne diventiamo schiavi. Incredibilmente persino un personaggio di una commedia di Plauto si lamenta dell’introduzione della meridiana!

«Maledetto chi ha inventato l’orologio / e stramaledetto il primo che ha piazzato qui la meridiana! / M’ha fatto a pezzettini la giornata, me tapino. / Da ragazzo, la pancia era la sola meridiana, / la migliore, senza confronto, e la più esatta di tutte quante. / Quando dava il segnale quella, si poteva mangiare, se mai ce n’era: / adesso, anche quel che c’è non si mangia, se non garba al sole».

Se avesse visto gli orologi moderni, che avrebbe fatto!

Il tempo degli orologi a polvere era tempo meno preciso, più umano, in cui la misurazione riguardava singoli eventi. Gli orologi meccanici invece sono invasivi e misurano non solo il tempo del lavoro, ma anche quello del riposo, divengono oggetti da cui non ci liberiamo mai e ci tengono perennemente avvinti a loro. Il volume è del 1954 e immagina appena l’esistenza degli orologi digitali e di tutti i loro derivati, dalle sveglie, alle app per misurare la velocità media o cronometrare ogni attimo delle nostre fugaci esistenze, per non parlare della moderna schiavitù verso cellulari, smartphone e tablet, ben più invadenti dei loro ticchettanti cugini.

C’è quindi un capitolo che parla della differenza tra tempo lineare e tempo circolare. Il tempo circolare era quello misurato dal moto degli astri, dallo scorrere del sole e dal mutare dell’ombra della meridiana. Il tempo diventa lineare con il passaggio alle clessidre prima e agli orologi a polvere poi, in cui l’acqua o la sabbia, attratti dalla forza gravitazionale, inesorabilmente cadono sempre nello stesso verso, anche quando gli orologi vengono rigirati e un nuovo ciclo fatto ricominciare. Sempre dal basso verso l’alto, in un moto che nell’essere il contrario dell’elevazione, ci rende consapevoli della finitezza del nostro destino.

Gerberto – Papa Silvestro II

È lo stesso orologio a polvere, poi, che nel mostrarci il progressivo svuotamento dell’ampolla superiore, sempre ci ricorda che il passato, che giace in basso pesa ogni istante di più del futuro, i cui grani vediamo esaurirsi a vista d’occhio.

Non per nulla, come ci racconta Jünger, spesso la clessidra viene raffigurata accanto alla morte, a indicare il tempo che ci resta da vivere.

Riuscirà l’avvento degli orologi digitali, con il loro asettico fluire, non più circolare o lineare, ma astrattamente matematico, a farci concepire un diverso tempo, non più lineare? Riuscirà internet, in cui conviviamo e condividiamo messaggi con persone di diversi fusi orari, a farci immaginare se non un tempo divergente, almeno dei tempi paralleli?

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