Archive for novembre 2014

LA SFIDA DI MARATONA

Andrea Frediani è uno storico che scrive romanzi e questo si sente, perché la sua attenzione alla descrizione e ambientazione storica prevale facilmente sullo spirito narrativo, anche se con “Marathon” (2011) ha creato un’opera con una componente fantastica piuttosto rilevante, quasi ucronica. Immagina, infatti, che a fare la famosa corsa da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria e per evitare che la città aprisse le porte al nemico credendolo vincitore, siano stati non un uomo solo ma ben tre, Filippide, Tersippo ed Eucle, tre nomi con cui, di volta in volta, gli storici antichi hanno indicato il famoso messaggero.

Frediani immagina che siano tre persone diverse, amici tra loro, tutti innamorati o interessati alla stessa donna e che si sfidino prima durante la battaglia, poi nella corsa, con l’obiettivo di scegliere il migliore di loro che avrebbe sposato la donna. Ecco quindi che la loro diventa una sorta di competizione sportiva all’ultimo sangue.

I due momenti, la guerra e la corsa, vengono narrati in parallelo, quasi fossero eventi contemporanei, in un succedersi di flash-back e flash-forward che disorientano un po’ il lettore, ma che contribuiscono a vivacizzare la narrazione.

Andrea Frediani

Lo spirito agonistico mi ha ricordato un po’ troppo quello dei moderni sportivi professionali e non manca il ripetersi di alcuni concetti, come il fatto che Eucle si senta ingiustamente surclassato dagli altri due amici, di maggior successo, ma per chi ami conoscere nei dettagli le sensazioni dei combattenti o degli emerodromi (quelli che oggi chiameremmo maratoneti) il libro potrà dare qualche soddisfazione. Chi invece poco ama i romanzi di guerra, vi troverà forse un po’ troppi dettagli.

Frediani (Roma, 1963) ha scritto, fin dal 1997, numerosi saggi, ma il suo primo romanzo è del 2007 “300 guerrieri, la battaglia delle Termopili” di cui ho già parlato qui e qui, mentre “Marathon” è il quinto pubblicato.

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VITA QUOTIDIANA A PARIGI

Patrick Modiano (Boulogne-Billancourt30 luglio 1945), scrittore ebreo francese di origine italiana, ha vinto l’ultimo Premio Nobel (2014). Non avendone mai letto nulla prima, ho deciso di cercare qualcosa di suo e ho così letto “L’orizzonte” (2010), opera che mi ha lasciato del tutto indifferente e che temo destinata a essere dimenticata prestissimo.

La trama di questo snello volumetto (80 pagine) si snoda in un quarantennio attraverso incontri, ricerche di incontri, tentativi di evitare incontri. Più che “L’orizzonte”, l’avrei chiamato allora “Gli incontri”.

Jean Bosmans e Margaret Le Coz si incontrano per caso, percorrono un po’ di vita assieme, si separano e, infine, quarant’anni dopo Bosmans parte alla ricerca della donna e lì il racconto si interrompe (si spezza?). Margaret cerca di sfuggire a un tale Boyaval. Jean alla propria madre. Entrambi cercano e trovano lavoro.

Insomma, vita quotidiana a Parigi, dialoghi comuni, personaggi comuni, vicende comuni. Nulla di cui mi pare meriti scrivere, a dir il vero. Nulla che possa colpire la mia curiosità di lettore.

Patrick Modiano

La trama pur esile è dilatata in un tempo troppo lungo per le poche pagine del libro e nel dilatarsi perde consistenza, i personaggi non riescono ad assumere spessore, l’epoca descritta potrebbe quasi essere una qualunque, Parigi potrebbe essere un’altra città. Rispetto ad altri romanzi questo pare un disegno a penna, appena tratteggiato, messo accanto a un Tintoretto dai mille dettagli, a un Dalì dalle mille interpretazioni, a un Magritte dai magici paradossi, a un Caravaggio dai giochi di luce e ombre. Chi lo noterebbe in un museo?

Eppure questo signore ha vinto un Premio Nobel. Non credo nei premi letterari, ma fino a qualche tempo fa mi illudevo che alcuni almeno facessero eccezione, in primis il Nobel, vinto, non per nulla, da nomi come Carducci, Kipling, Mann, Pirandello, Hesse, Gide, Eliot, Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e, persino di recente (2012), da Mo Yan. Tra questi, del resto, ci sono molti tra i miei autori preferiti. Eppure di recente sono stati premiati autori come Pamuk (2006), Lessing (2007) e Munro (2013) di cui ho letto poco ma che mi hanno notevolmente deluso.

Mi chiedo allora se questo Premio non stia un po’ decadendo o se sia io a non essere più al passo con i tempi e a non capirne le scelte. Non credo, invece, che manchino autori eccezionali ancora non insigniti del premio, basti pensare a un Murakami (di cui ancora non capisco i limiti della genialità), più volte candidato e mai vincitore o ad autori mai neppure presi in considerazione come il grandioso King o ai nostrani Baricco ed Eco o magari a un Lansdale, un Roth, un Eugenides o un Jonasson. Persino un Menzinger sarebbe meglio di certe scelte recenti!!!

Probabilmente, però, devo aver scelto i libri sbagliati!

 

LE MOTIVAZIONI STORICHE DELLA FRETTA

Il Tempo mi ha sempre affascinato e forse un po’ angosciato. Come autore di ucronie, mi incuriosiva leggere qualcosa su come sia nato il concetto di tempo lineare. Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque infinite, ognuna con infinite divergenze.

Questa visione è implicita nelle narrazioni ucroniche ma non l’ho mai vista esplicitata o teorizzata in alcun testo. Ero dunque curioso di leggere un saggio che descrivesse il variare del concetto di tempo nella storia della filosofia per vedere se apparisse una simile idea. Sono allora andato nel Gruppo Filosofia su Anobii e ho chiesto consiglio su cosa leggere. Tra le varie proposte mi è stato suggeritoEssere senza tempo” (2010) di Diego Fusaro, un giovanissimo filosofo e saggista italiano (nato a Torino il 15 giugno 1983) con al suo attivo, nonostante l’età, già numerose pubblicazioni.

In effetti, la lettura merita senz’altro e, come mi era stato detto, è ricca di riferimenti e citazioni di pensatori di tutte le epoche. Affronta però il concetto di tempo in maniera diversa da quella che mi interessava esplorare. Si concentra, infatti, sull’accelerazione della Storia e sul suo effetto sulla vita quotidiana, che è la fretta. Tra l’altro Fusaro parla anche di ucronia, ma non lo fa come in letteratura, riferendosi alla narrazione di tempi alternativi, di allostorie, di storie controfattuali che nascono dall’esplorazione dei “se” della Storia. “Ucronico”, mi parrebbe, che per lui (che peraltro cita anche Renouvier, da cui deriva il su citato concetto di ucronia) voglia dire soprattutto “senza tempo” nel senso di mancante del tempo, e non di fuori dal tempo. Definizione semanticamente accettabile, dato che il termine deriva dal greco “ou-cronos”, ovvero “non-tempo” e. forse sarebbe più giusto usarlo nel senso di “privo di tempo” piuttosto che di “tempo alternativo”. Il termine, seppur ancora poco diffuso, mi pare però sia più comunemente usato in quest’ultima accezione.

Diego Fusaro

Essere senza tempo” (potremmo tradurre “Vivere ucronicamente”?) è dunque un saggio sullo scorrere del tempo e non sulla sua forma, come avrei sperato, ma non per questo è meno ricco di spunti come l’idea (utile anche per una chiacchiera al bar) che il caffè sia un acceleratore della Storia e del Tempo, in quanto, allungando la veglia e accorciando la notte, ha reso l’uomo più produttivo e più adatto alla Rivoluzione Industriale. Proprio perché riduce il sonno e allontana le tenebre, il caffè diviene bevanda della borghesia emergente e simbolo dell’illuminismo (pensate ai caffè letterari), mentre la nobiltà dilatava i suoi tempi sorseggiando placidamente la cioccolata (non anche il the?) e gli operai abbrutiti dal lavoro fordiano in catena, si ubriacavano di acquavite.

L’opera si presenta organica e strutturata, mi si perdoni quindi se, per darne un’idea cito parti un po’ a caso, ma un altro concetto interessante su cui ho riflettuto è il Secolo breve che Fusaro vedrebbe (ma credo che lo spunto venga da più lontano) racchiuso tra il 1914 e il 1989 e la grande importanza in termini di accelerazione rivestita dalla Rivoluzione Francese. Mi verrebbe allora da pensare che forse dovremmo considerare la modernità (magari chiamandola “epoca rivoluzionaria”) come quel periodo della Storia caratterizzato per la forte presenza di movimenti rivoluzionari e che comincia, appunto, con la Rivoluzione Francese (1789) e si conclude con la caduta del Muro di Berlino (1989), che segna la fine emblematica del sogno della Rivoluzione Russa e che vede al suo interno anche la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione Cinese e quella Informatica e le basi per quella Internet, ma in cui possono anche essere inseriti i fenomeni del Nazismo e del Fascismo, che sebbene non “rivoluzionari” in senso stretto, miravano però a rivoluzionare e trasformare radicalmente la società e il mondo e, persino, le esperienze di Franco in Spagna e di Tito in Jugoslavia, per non parlare del Quarantotto e del Sessantotto. Due secoli precisi di “modernismo” rivoluzionario (non solo sul piano sociale, ma anche tecnologico e organizzativo), caratterizzati da una fortissima accelerazione dalla Storia, seguiti ora da questa fase post-industriale di recessione e regressione e di fine della civiltà occidentale, in via di superamento da parte delle economie asiatiche cinese e indiana, ma anche dalle forze emergenti dell’America Latina.

Inutile dire che le considerazioni, ben documentate, attorno al motto moderno “Mi affretto, dunque sono” si presentano come un momento importante di riflessione sul senso della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catene viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, come si vede dalle citazioni di Fusaro, quale la seguente, che mostra come alcuni spiriti acuti già coglievano le contraddizioni che sarebbero divenute presto ben più evidenti:

“Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825) 

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

IMPARARE A SCRIVERE

Ancora non ho finito di leggere la raccolta di volumi pubblicati nel 2008 da La Repubblica e realizzati dalla Scuola Holden di Alessandro Baricco. L’ultimo volume, il sesto, l’ho letto nell’aprile 2013 (ne ho acquistati 9 anche se ne sono stati pubblicati di più). Non si può dunque dire che li stia leggendo a un gran ritmo, ma questo non vuol dire che non siano interessanti.

Del resto, di imparare non si smette mai e perfezionarsi nello scrivere è un’attività per la quale non basta una vita. Questi volumi offrono senz’altro spunti interessanti.

Ho così letto anche il settimo volume di “Saper scrivere – corso di scrittura”.

Come al solito, il volume, scritto da diversi autori, è articolato in diverse sezioni:

  • Scrivere per raccontare;
  • Scrivere per immagini;
  • Scrivere per mestiere
  • Scrivere al lavoro.

La prima parte è per me sempre la più interessante, sebbene io scriva anche per lavoro e quindi legga anche l’ultima con un certo interesse, ma solamente “funzionale”.

Nella sezione “Scrivere per raccontare”, questa volta, si parla di come scrivere un saggio, come fare una traduzione (rispetto letterale del testo o del senso della storia narrata?), come preparare la quarta di copertina (chi la fa, con quali obiettivi e come), dei rapporti tra scrittore e editor e delle recensioni.

Nella sezione “Scrivere per immagini” vengono ripresi alcuni argomenti della prima sezione nella loro versione visiva: il documentario (il saggio per immagini), le traduzioni (per il doppiaggio), il trailer (quasi la quarta di copertina di un film), l’editing cinematografico e la recensione televisiva.

Si parala ancora di recensioni (questa volta di film) nella parte “Scrivere per mestiere”, che tratta anche di giornalismo sportivo, ambientale e della moda e di strateghi pubblicitari.

Nell’ultima sezione (“Scrivere al lavoro”) sono trattati il comunicato stampa, la citazione bibliografica, i moduli assicurativi, la revisione di un sito web e scrittura per la pubblica amministrazione.

 

I volumi sono integrati da un DVD, ma devo dire che ne ho visto solo uno. Ho letto il volume in cartaceo, cosa che da quando uso il TTS dell’e-reader, faccio ormai sempre più raramente e lentamente, questo spiega perché un volume che in formato elettronico avrei certo finito in una settimana, è rimasto nella tasca della mia auto dal 13 settembre al 7 novembre. Da quando ho scoperto la lettura elettronica, la lettura su carta mi pare sempre meno pratica e scomoda!

FATE, STREGHE, STREGONI E FOLLETTI

Dopo aver letto il piacevole romanzo di vita calabrese “Libero arbitrio” scritto da Caterina Armentano, ho voluto provare la lettura di una sua nuova opera.

Quest’autrice ha di recente pubblicato una raccolta di favole, intitolata “L’incanto di Fantasia”, testo assai differente dal precedente.

Trovo complesso recensire le antologie, perché spesso si deve valutare lavori tra loro diversi, per argomento, stile o soggetto, ma qui abbiamo l’unitarietà del genere: la favola. Alla lettura dei racconti preferisco quella dei romanzi, che sempre hanno un maggior respiro e ci danno il tempo di entrare in contatto più stretto con la storia narrata e i suoi personaggi, cosa che la brevità del racconto non consente. Se poi i racconti sono favole, il tentativo di commentare l’antologia diviene per me ancora più arduo. Occorre cercare di immedesimarsi (lo si dovrebbe fare sempre) nel lettore potenziale, che, in questo caso, dovrebbe essere un bambino in età prescolare. Leggendo fiabe dobbiamo allora andare a ricercare il bambino che è sepolto in noi, ridestarlo.

Eppure ci sono fiabe e fiabe. Ci sono storie scritte per bambini ma che sembrano pensate per i loro genitori, ci sono favole che ci fanno tornare bambini, ci sono fiabe per adulti, ci sono racconti che solo un bambino riesce ancora a capire e amare.

Caterina Armentano

Credo che quelle de “L’incanto di Fantasia” siano soprattutto di quest’ultimo genere (il più difficile da commentare), anche se non per questo sono semplici o banali.

Il titolo dell’opera nasce del primo racconto, che quasi racchiude in sé i successivi, in una sorta di metaracconto che li unifica. Nelle prime pagine troviamo, infatti, una bambina muta e senza nome (sussultando mi è parso di ritrovare “Il Bambino Senza Nome” del mio “Il Terzultimo Pianeta”) , cui una fata le offre di scegliere come dono un nome o la voce. Dopo aver scelto la voce, la bambina si pente e chiede di avere un nome e diventa Fantasia, prodigando così i suoi doni all’umanità

Molteplici sono le figure che incontriamo in queste pagine scritte da Caterina Armentano, dalla pera vanitosa che impara l’importanza della IL TERZULTIMO PIANETAgenerosità, ai pennarelli magici capaci di dar vita a mondi fantastici, a uno strano principe capace di cambiar colore in una storia dalla morale antirazzista, alla balia malvagia il cui incantesimo sarà risolto da un insolito piccolo principe, in un mondo di magie e incantesimi, popolato da creature tipiche del fantasy come elfi, fate e fatine, streghe e stregoni e persino Babbo Natale.

Non manca la morale in questi racconti, come si confà a storie pensate per bambini che devono imparare a muoversi nel mondo, scoprendo non solo come si manovra un tablet, ma anche qual è il senso delle cose.

 

 

L’ECCLETTISMO DEL RE

Risultati immagini per stephen king i lupi del callaCredo che ben pochi autori sarebbero in grado di mescolare fantascienza, western, romanzo gotico, ucronia e fantasy. Ci vuole una grande penna per fare questo, un “re” della tastiera. Probabilmente ci vuole uno che si chiami King, Stephen King. Quello che ha fatto nel romanzo fiume che potremmo chiamare “La Torre Nera” e che riunisce ben otto lunghi romanzi di grande ecclettismo e poliedricità.

C’è ancora qualcuno che, quando gli dico che sto molto apprezzando questo autore, storce il naso e risponde che non ama l’horror. Certo King è quello di “Carrie” e “Shinning”, ma non potrebbe esserci errore (eresia?) peggiore di definirlo un autore horror. I suoi romanzi sono solo apparentemente di genere, tanta è la loro ricchezza e tanto in essi i generi sono mescolati, e solo talora, direi, sono davvero horror.

Per ora ho letto solo alcune delle sue opere, ma più vado avanti è più apprezzo la grandissima fluidità di scrittura, che gli permette di dilatare delle storie per centinaia o migliaia di pagine (come per “La Torre Nera”) senza creare mai momenti di noia o di fiacchezza. Del grande autore horror ha la capacità di tenere sempre altissima l’attenzione, ma questo lo fa con storie di bambini come il romanzo “La bambina che amava Tom Gordon”, in storie sullo spirito profondo delle nostre paure come “It”, in ucronie geniali come “22/11/’63”, in romanzi gotici come “Salem’s Lot”, che sono anche affreschi di vita di provincia americana, in thriller psicologici come “Mr Mercedes”, con i racconti di “Tutto è fatidico”, in uno dei quali compare anche Roland di Gilead in un momento antecedente la saga de “La Torre Nera”.

Leggendo il primo romanzo della serie “L’ultimo cavaliere”, che ci parla di infinitamente grande e infinitamente piccolo, di passato che è futuro, l’avevo definito un western-fantasy; leggendo il secondo romanzo “La chiamata dei tre”, mi ero appassionato vedendo mutare quel mondo pseudo-western in un immaginifico mondo fantascientifico con aramostre e porte del tempo, in una storia che ci parla di schizofrenia, droga, follie omicide; leggendo il terzo volume “Terre desolate” veniamo proiettati in un capolavoro fantascientifico popolato da antiche macchine pensanti che è un vero trattato narrativo della schizofrenia; leggendo il
quarto “La sfera del buio” ci ritroviamo nella medesima atmosfera del precedente per poi essere proiettati in un America ucronica.

Sono così, infine, giunto a leggere il quinto volume della serie “I lupi della Calla”. La storia narrata segue immediatamente quella di “Terre desolate”, eppure precede anche quella dell’ottavo volume “La leggenda del vento” e persino il secondo romanzo scritto da King “Salem’s Lot” o “Le notti di Salem” (1975).

Il primo volume è del 1982. “I lupi della Calla” è del 2003, l’ottavo volume è del 2012, a testimonianza del ricorrente impegno dell’autore su questa storia.

Vi compare (grazie all’amore di King per i collegamenti tra le proprie opere) per la prima volta nella saga un nuovo personaggio l’ex-prete Pére Callahan, che già avevamo incontrato ne “Le notti di Salem”, ma i riferimenti a opere di altri autori sono numerosissimi, dall’omaggio all’altra grande autrice del nostro secolo, che si ritrova nel nome delle bombe volanti intelligenti dette “Harry Potter”, in ricordo del famoso boccino da Qidditch inventato dalla Rowling, a quello a “2001 Odissea nello Spazio” di Clarke nel confronto tra il robot Andy e l’ex-eroinomane Eddie, alle spade laser di “Guerre stellari” a “Uomini e topi” di Steinbeck, all’”Ulisse” di Joyce a Elton John. Ci sentirei persino un po’ di Isaac Asimov, con la scomparsa dei robot, che caratterizza il passaggio dal ciclo dei robot a quello della Fondazione.

La vera ispirazione di questo volume sono però, soprattutto, “I sette samurai” di Akira Kurosawa e il loro remake americano “I magnifici sette”, vera ispirazione di questa storia in cui il pistolero Roland (che fa pensare allo Yul Brinner del film), affiancato da un improbabile quartetto composto dall’ex-tossicomane Eddie, dal ex-prete ubriacone Callahan, dalla schizofrenica Susannah priva delle gambe, al bambino Jake, per non parlare dello strano animaletto parlante simil-cane Oy, si preparano ad affrontare l’arrivo, che si ripete a ogni generazione nella valle di Calla Bryn Sturgis, di un’orda di esseri famelici, chiamati Lupi, per la maschera lupina che indossano sul volto, ma che si sospetta possano essere zombie inviati da vampiri o vampiri loro stessi.

Troviamo, insomma, in questo volume, grande esempio di mescolanza di generi, il romanzo gotico con vampiri, licantropi (richiamati se non altro dal nome delle misteriose creature), zombie, robot, pistoleri, donne guerriere lanciatrici di piatti fatali, gangster, bibliofili, viaggi nel tempo, mondi onirici. Insomma, tutto il fantastico concentrato con innegabile maestria in qualche centinaio di pagine!

La lotta contro i lupi si pone come un intermezzo necessario nella ricerca della Torre Nera, vera missione di Roland di Gilead, che non viene accantonata. Nelle loro escursioni – tramite “contezza” (qualcosa che mi fa pensare a la mia “La bambina dei sogni”, in cui, pure, guarda caso, compare una Torre Nera) o porte del tempo – nella New York del XX secolo, infatti, i nostri eroi hanno modo di difendere dai gangster il bibliofilo Calvin Torre (che, forse, è un richiamo a “La prosivendola” di Pennac oltre ad avere nel proprio nome il suffisso “Cal” che accomuna il villaggio e il prete e il nome della meta di Roland “Torre”). Calvin Torre è, infatti, il difensore,
forse inconsapevole, della Rosa, che, a sua volta, potrebbe essere la chiave per salvare la Torre Nera.

Nel volume non manca la minaccia dell’arrivo di una gravidanza diabolica, che fa pensare a “Rosemary’s Baby” di Ira Levin, ma di questo probabilmente sapremo di più nel prossimo volume, la cui lettura faticherò a rimandare ancora per un po’.

 

 

Stephen King

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