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PSICOTICI ILLUSI

Elias Canetti - Wikipedia
Elias Canetti

In questi ultimi tempi mi è capitato di leggere alcuni autori austriaci, che non si può dire dipingano il loro Paese e i propri connazionali nel migliore dei modi possibili. Il primo fu Peter Handke, letto in occasione della sua vittoria del Premio Nobel, che mi rese una visione piuttosto piatta e grigia ne “Il grande evento” o alquanto fredda in “La montagna di sale”.

Sono poi approdato a “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek (altro Nobel), un romanzo che parla dei difficili rapporti nella famiglia di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Ingredienti esplosivi che deflagheranno in un finale di estrema crudeltà. Una storia di apparente vita quotidiana, se non fosse malata da prevaricazioni, istinti incestuosi, desideri di rivalsa, invidie, debolezze, che vede al centro le difficoltà dell’adolescenza in un ambiente tutt’altro che protetto.

Come se non bastasse, per puro caso, ho letto “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard, in cui il protagonista manifesta tutto il proprio disprezzo per l’Austria, cui contrappone nientemeno Roma (e mi pare tutto dire!). Un’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista. Dei personaggi meschini, incapaci di veri rapporti umani.

Ho appena concluso la lettura di “Auto da fé” (1935), primo libro e unico romanzo di Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994),

Elias Canetti = AUTO DA FÉ Ed. Garzanti

bulgaro ebreo di origini spagnole, naturalizzato britannico, cresciuto parlando ladino e passato poi alla lingua tedesca, vissuto in Austria, Germania Gran Bretagna e Francia, morto in Svizzera e con un cognome italiano. Un altro premio nobel. “Auto da fé” è ambientato a Vienna tra il 1921 e il 1927. I suoi personaggi sono stereotipi umani che potrebbero appartenere a qualunque nazione, essere austriaci, come italiani, inglesi o russi, ma il fatto che siano proprio austriaci, alla luce delle precedenti letture, mi fa riflettere sulla salute sociale, morale e mentale di questo Paese.

Sono tutti personaggi egocentrici, illusi, egoisti, arroganti e che vivono quel che gli accade rielaborandolo nella propria testa a modo loro, quasi stravolgendo il cartesiano “cogito, ergo sum” in uno psicotico “se lo penso, è vero”.

C’è un professoruncolo che studia a tutto spiano e si considera il più grande sinologo del mondo, un nano gobbo mantenuto da una moglie prostituta che si crede di poter divenire il campione mondiale di scacchi o di imparare una lingua in un giorno, la domestica che sposa il professore spiantato sperando di ereditarne una fortuna immaginaria, il portiere ex-poliziotto che schiavizza la figlia, tenendola segregata in casa per farsi aiutare a fare la posta a mendicanti e venditori ambulanti, il fratello del sinologo, un arrogante ginecologo divenuto psichiatra, che tratta i pazienti “come se fossero persone”.

Ciascuno immagina che gli altri facciano e pensino cose che non fanno e non pensano per nulla e si sente al centro del mondo, come se ogni cosa ruotasse attorno a lui. Ne nascono equivoci a non finire, che la totale cecità mentale nata dall’illusione e dalla supponenza fa protrarre all’infinito. Ecco la domestica-moglie che redige un falso testamento del marito, intestandosi un patrimonio favoloso che quello spiantato non ha davvero e questo lo trova credendo che lei stia per ereditare un’enorme cifra da qualcun altro. Ecco il professore che crede di aver lasciato morire la moglie chiusa in casa, mentre questa lo accusa di averla derubata, creando una serie di equivoci e una gran confusione in chi indaga. Ecco il nano che cerca di truffare il professore e già si immagina ricco e famoso, arrivare in America accolto da una folla festante. Eccolo ancora illudersi che basti un vestito di buona foggia a non farlo sembrare lo storpio che è. Misantropi e, ancor più, misogini, come solo gli egocentrici possono davvero essere.

Personaggi tutti molto vividi, che si imprimono nella memoria e appaiono affascinanti per quanto sono surreali e grotteschi. Purtroppo, Canetti gioca troppo a lungo con loro e il romanzo si protrae così tanto da farci stufare di questa rappresentazione, trasformando quelli che nella prima metà del romanzo parevano personaggi esemplari, in macchiette esagerate nella seconda parte, non perché cambi il registro o il modo di raffigurarli, ma proprio perché non muta e, come si suole dire, “il troppo stroppia”. Il grottesco per essere efficace deve essere veloce e pungente. Quando diventa ossessivo, forse crea un’atmosfera angosciante, ma certo rende una lettura partita come assai piacevole, altra cosa.

Il pensiero di Canetti forse traspare maggiormente nel personaggio del ginecologo-psichiatra che “senza volerlo, trattava le signore come se ne fosse innamorato”: “pazzi diventano coloro che pensano sempre e soltanto a se stessi. La demenza è una punizione per l’eccessivo egoismo. Per questo nelle cliniche si raduna la peggior canaglia del paese.” È questa, in fondo la psicosi dei personaggi di Canetti.

Georges Kein asseconda la follia egocentrica dei propri pazienti: “A un re si rivolgeva ossequiosamente con l’appellativo di Vostra Maestà, davanti a un dio cadeva in ginocchio e giungeva le mani. Così le più eminenti personalità s’abbassavano fino a lui e lo mettevano a parte delle loro questioni personali.” E nel contempo considera tutti pazzi, arrivando a rinchiudere la moglie “nella sua clinica come egoista inguaribile”. I personaggi di questo romanzo, in quanto egoisti, vi andrebbero rinchiusi tutti. In quanti dovrebbero far loro compagnia?

L’AUSTRIA VISTA DA ROMA

Sublime e orrido del mondo svelati da Bernhard | LuciaLibri

Thomas Bernhard

Sono arrivato a leggere “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989), per caso. Cercavo qualche romanzo che parlasse della Sesta Estinzione di Massa (se ne conoscete segnalatemeli).

Mi è parso subito chiaro che “Estinzione” non avesse nulla a che fare con quanto cercavo, ma mi ha incuriosito lo stesso.

Thomas Bernhard è un importante autore austriaco ed “Estinzione” racconta di un gentiluomo austriaco che vive a Roma. Sebbene io sia nato a Roma e sia di lontane origini austriache, questo non mi ha fatto particolarmente immedesimare nel protagonista, anche se alcuni luoghi romani da lui citati sono in zone in cui ho vissuto e questa aria da nobiltà decaduta non mi è nuova.

Estinzione” è quasi un atto d’accusa contro il modo di vivere austriaco, visto in contrapposizione con quello romano (parla sempre di Roma, piuttosto che d’Italia), che il protagonista sembra preferire di gran lunga.

Forse, Franz-Josef Murau più che prendersela con l’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista, se la prende con quel piccolo feudo di proprietà della sua famiglia, Wolfsegg, luogo simbolico al punto da poter sembrare immaginario, anche se una simile località esiste davvero in alta Austria.

Il romanzo si caratterizza stilisticamente per un uso ossessivo delle ripetizioni di parole, di espressioni e di concetti.

Wolfsegg Castle and the Hole: Ghosts of Germany - Amy's Crypt

Wolfsegg

Come autore mi capita spesso di revisionare o di farmi revisionare dei testi, miei o altrui. Gli editor tendono spesso a evidenziare ogni minima ripetizione, invitando l’autore a eliminarla. Scrive, per esempio, Sergio Calamandrei: “Ho sviluppato una vera e propria idiosincrasia per le ripetizioni”. Se Bernhard fosse un autore minore e magari autoprodotto, si sarebbe potuto dire che questo lavoro di editing sia mancato al testo e in modo clamoroso. Credo che potrebbe essere agevolmente ridotto a un terzo o forse un quinto della sua lunghezza senza perdere nulla nella sostanza, nei contenuti, nei pensieri e nelle sensazioni che si vogliono esprimere. Bernhard è però poeta, narratore e drammaturgo di fama e questo non è certo il caso. Perché dunque si ripete? Io credo che abbia voluto rendere il flusso dei pensieri: quando pensiamo, certe idee e certe parole si muovono ostinatamente nella nostra testa, come il ritornello di una canzone, e non riusciamo a liberarcene. Inoltre, credo che un uso simile delle ripetizioni “scolpisca” i personaggi, i nomi, le idee nella testa del lettore, assai più del razionale “non ripetersi”. Del resto, anche la letteratura antica, penso ai classici greci, per esempio, o addirittura alla Bibbia, sono una ripetizione continua. Il mio quesito è dunque questo: se un autore vuole scrivere un testo che abbia una sua consistenza e non sia solo un esercizio scolastico, dovrebbe davvero evitare espressioni come “Già in passato avrei potuto portare Gambetti a Wolfsegg, pensai, ma a ragion veduta me ne ero sempre astenuto, sebbene molto spesso mi fossi detto che andare a Wolfsegg con Gambetti avrebbe potuto essere utile, oltre che per me, anche per Gambetti stesso. Con una verifica in prima persona da parte di Gambetti, i miei racconti su Wolfsegg acquisterebbero ai suoi occhi un’autenticità che nulla, altrimenti, potrebbe loro conferire. Conosco Gambetti ormai da quindici anni e non l’ho portato a Wolfsegg neppure una volta, pensai” di cui “Estinzione” è pieno in ogni pagina (questa l’ho scelta a caso)? Si noti il ripetersi dei nomi Gambetti e Wolfsegg, senza il ricorso a pronomi, perifrasi o sinonimi.

Oppure si veda qui come ricorrono il termine “fiducia”, presente anche nel paragrafo successivo, e “deluso”: “Mio fratello aveva sempre accordato subito a tutti la sua fiducia, e poi si era sempre sentito ferito quando la sua fiducia, in quasi tutti i casi, era stata delusa, io al contrario non ho quasi mai accordato subito a qualcuno la mia fiducia e di conseguenza raramente sono stato deluso nella mia fiducia.

 

Estinzione” è occasione per molte riflessioni sui rapporti familiari (qui descritti come tutt’altro che facili), l’arte e la cultura in genere, la società, l’Austria, Roma, la Chiesa, la filosofia, la caccia, la politica e molto altro ancora.

Eccolo dunque Franz-Josef Murau esprimere l’odio per la fotografia, che descrive un mondo deformato e perverso (“Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco”), per la caccia (“Fra tutte le passioni odiose, la caccia la odiava con la massima profondità”), la disapprovazione per la mania per l’arte antica, come ostentazione di cultura, l’impossibilità di comprendere la natura senza capire l’arte (“Quelli che sostengono di vedere la natura, ma non hanno una concezione dell’arte, vedono la natura solo superficialmente e mai in maniera ideale, ossia in tutta la sua infinita grandiosità”), preferendo gli artisti vivi a quelli morti, la vacuità di disporre di tante librerie senza leggere (come facevano i suoi parenti), il disprezzo verso i titoli accademici (“Quanto più imponente suona il titolo, tanto più grande è l’imbecille che lo porta”), la differenza tra l’ozio della gente comune e quella degli intellettuali (“Per l’uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile”), il suo disprezzo per insegnanti e giudici (“Gli insegnanti e i giudici sono i più meschini servi dello Stato”).

L’attacco contro la meschinità è quanto mai ricorrente. Oltre a caratterizzare docenti e magistrati, riguarda l’intera Austria (“non perdo occasione per attribuire agli austriaci meschini e abietti sentimenti cattolico-nazionalsocialisti”) e, in particolare, la sua stessa famiglia.

nuvole-3Amara è l’immagine dell’Austria che emerge da questo libro: “è già una menzogna perversa parlare dell’Austria, ancora oggi, come di un bel paese, in verità è da tempo ormai soltanto un paese distrutto, deliberatamente devastato e sfigurato, diventato vittima di perfidi affari, dove ormai, in effetti, la cosa più difficile è trovare un angolo intatto. È una menzogna dire che questo paese è un bel paese, perché in verità è un paese ucciso.” Vedendo questo Paese devastato dalla mancanza di cultura, non posso non pensare a un’altra mia recente lettura, “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek, opera austrica contemporanea a “Estinzione”, che parla dei difficili rapporti nella famiglia austriaca di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Due mondi diversi, ma due facce della stessa Austria cattolico-nazionalsocialista. Non ama, però neanche gli pseudo-socialisti che sono succeduti ai nazionalsocialisti.

Dell’Austria e della Germania non risparmia certo la letteratura:

Siamo dinanzi a una letteratura piccolo borghese da funzionari, quando siamo dinanzi alla letteratura tedesca, anche i grandi esempi di questa letteratura tedesca non sono null’altro, Gambetti, Thomas Mann, lo stesso Musil, dissi, che fra tutti questi produttori di letteratura da funzionari metto ancora al primo posto. Ma anche Musil non ha scritto altro che una pietosa letteratura da funzionari.”

L’impiegato Kafka, ho detto a Gambetti, è stato il solo a non produrre una letteratura da funzionari e impiegati, bensì una grande letteratura, cosa che non si può certo affermare di tutti i cosiddetti grandi scrittori tedeschi di questo secolo, a meno di non volersi allineare ai milioni di chiacchieroni da pagine culturali”.

Non risparmia neppure Goethe:

Nell’insieme, ho detto a Gambetti, l’opera goethiana è l’orticello di periferia di un filisteo della filosofia. In nulla Goethe è arrivato alle vette, dissi, in tutto non è mai andato oltre la mediocrità. Non è il più grande lirico, non è il più grande prosatore, ho detto a Gambetti, e le sue opere teatrali, paragonate per esempio alle opere di Shakespeare, sono come un bassotto spelacchiato dei sobborghi di Francoforte di fronte a un colossale cane da pascolo alpino svizzero. Faust, avevo detto a Gambetti, che megalomania!”

Quanto ai filosofi, prova per loro attrazione e repulsione.

 

Se con il suo Paese non ci va leggero, anche nei confronti della Chiesa cattolica, non mostra alcuna simpatia:

La Chiesa cattolica fa tanti danni nelle giovani teste”.

Milioni, e infine miliardi di persone debbono alla Chiesa cattolica il fatto di essere state distrutte alle radici e rese inservibili per il mondo, il fatto che la loro natura è stata trasformata in contronatura. La Chiesa cattolica ha sulla coscienza l’uomo distrutto, restituito al caos, in definitiva infelice fino al midollo, questa è la verità, non il contrario. Perché la Chiesa cattolica tollera solo l’uomo cattolico, nessun altro, questo è il suo intento e il suo fine perenne. La Chiesa cattolica trasforma gli uomini in cattolici, in individui ottusi che hanno dimenticato il pensiero autonomo e l’hanno tradito per la religione cattolica.

Il vescovo Spadolini, amante della madre, è oggetto di ammirazione per l’arte teatrale dei suoi discorsi ma, nel contempo, di grande disprezzo.

 

Se il protagonista disprezza la cultura morta, vede nell’esagerazione i massimi livelli dell’arte.

Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile”.

Ho educato a tal punto la mia arte dell’esagerazione che a buon diritto posso definirmi il più grande artista dell’esagerazione che io conosca.

L’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io”.

I grandi maestri nel superamento dell’esistenza sono sempre grandi artisti dell’esagerazione”.

Il pittore che non esagera è un cattivo pittore, il musicista che non esagera è un cattivo musicista, dissi a Gambetti, così come lo scrittore che non esagera è un cattivo scrittore, ma può anche accadere che la vera arte dell’esagerazione consista nel minimizzare tutto, allora dobbiamo dire, costui esagera la minimizzazione ed in tal modo fa della minimizzazione esagerata la sua arte dell’esagerazione, Gambetti. Il segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti”.

Forse, questo concetto di esagerazione spiega anche l’esagerato uso delle ripetizioni in questo romanzo.

La trama si dipana attorno all’arrivo di un telegramma che annuncia al protagonista che i suoi genitori e il fratello maggiore sono morti in un incidente d’auto. Franz-Josef Murau deve, dunque, lasciare Roma e tornare nell’odiata Wolfsegg. Riesamina, dunque, il carattere dei suoi familiari e i loro rapporti.

Il protagonista sente “il dovere di procedere a una spietata osservazione di Wolfsegg e di render conto di quella spietata osservazione.” In tale resoconto si propone di “mostrare i miei così come sono, anche se allora saranno sulla carta solo come io li ho visti e come io li vedo”. Per tale resoconto ha scelto “il titolo Estinzione, perché il mio resoconto è lì solo per estinguere ciò che in esso viene descritto, per estinguere tutto ciò che intendo con Wolfsegg, e tutto ciò che Wolfsegg è, tutto”.

Ecco, quindi, questi genitori che vanno a teatro per dovere sociale, perché “vivono la loro vita in abbonamento, e tutti i giorni entrano nella loro vita come a teatro, a vedere una commedia orrenda, e non si vergognano”.

I miei, dopo aver terminato il liceo, il cosiddetto classico, non si sono più adoperati per raggiungere nulla e sono Estinzione | Thomas Bernhard - Adelphi Edizionirimasti fermi per tutta la vita su quelle posizioni in effetti del tutto insoddisfacenti. Ma è disgustoso questo atteggiamento di chi ritiene non più necessario l’arricchimento dello spirito, superfluo l’ampliamento delle proprie conoscenze, qualunque esse siano, tempo sprecato l’ulteriore e continua formazione del carattere.”

Eccoli, dopo la fine della Guerra, ospitare e nascondere nella dependance decaduta detta Villa dei Bambini i nazisti. Ecco l’odio per i cacciatori della tenuta che vede come nazisti, in contrapposizione ai giardinieri, visti come esempio di persone semplici, verso cui va la sua simpatia.

Le sorelle sono trattate dai genitori narcisisti non come persone ma come bambole da vestire.

Il suo proposito di restaurare la Villa dei Bambini, appare come il proposito di restaurare l’infanzia, ma è solo un’idea passeggera, perché il suo vero istinto è di estinguere quei luoghi.

Tutto lo disturba, persino il cinguettio degli uccelli pare un ostacolo allo spirito.

Una simile dirompente carica di esagerato disprezzo non può che confluire nell’Estinzione di quel mondo.

LUPUS LUPO HOMO

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Carlo Giannone

Carlo Giannone ha scelto di raccontare la violenza del nostro mondo attraverso una favola ambientalista che vede come protagonisti un branco di lupi parlanti, che si esprimono e ragionano quasi come esseri umani.

Nel volumetto “I lupi”, troviamo, infatti, questo gruppo di animali che vive nascosto da tempo sulle montagne, spaventato dalla cattiveria umana. L’anziano e rispettato capobranco Aikin decide che è giunto il tempo di capire se i lupi possano riconciliarsi con gli umani. Manda quindi quattro dei suoi in esplorazione. I primi tre fanno presto ritorno, ma con risposte sconfortanti: hanno visto città, zoo, circhi e allevamenti (tutti luoghi in cui gli animali vivono male) e sono stati presi a fucilate. Il più giovane degli esploratori sembra essersi perso e non fa ritorno.

È finito in una trappola, ma da lì è salvato da un centro che si occupa di animali feriti, che lo cura, lo accudisce e gli offre anche dell’affetto.

Quando, finalmente guarito, potrà fare ritorno dai suoi, la sua testimonianza sarà importante per far capire che se i tempi non sono ancora maturi, però c’è ancora la speranza che l’umanità sappia riconciliarsi con la natura.

In questi anni che ormai definiamo sempre più spesso Antropocene e in cui l’umanità si è dimostrata la causa scatenante della Sesta Estinzione di Massa, che potrebbe anche essere quella più grave e definitiva, questo libro ci aiuta a riflettere sull’arroganza della nostra specie, che non solo schiavizza, uccide e sfrutta tutti gli altri animali, ma contribuisce a distruggere il loro habitat, al punto che, sembrerebbe, ogni giorno circa cinquanta specie animali o vegetali si estinguono, facendo dell’uomo il più feroce genocida immaginabile.

Giannone ha scelto i lupi, per lanciare il suo messaggio e non si può non essere affascinati dalla nobiltà di questi animali tanto spesso ingiustamenteRisultati immagini per i lupi carlo Giannone denigrati, in quanto, con gli orsi, sono stati in Europa i nostri grandi competitor. Oggi, però, sono talmente ridimensionati, che dobbiamo imparare a non considerarli più come nemici ma come parte importante e imprescindibile dell’ambiente.

Vorrei ricordare qui un interessante volume, che ha anche ispirato le scene con lupi della mia saga “Via da Sparta”, ovvero “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands, che davvero aiuta a capire la differenza tra noi e loro e mostra quanto sia più generoso e onesto il rapporto del lupo con i suoi simili, di quello dell’uomo con i propri pari, rovesciando il detto di Hobbes “Homo homini lupus”.

IL PELLEGRINO DEL TEMPO E IL TURISTA VISCHIOSO

Leggendo il titolo “La società dell’incertezza” la prima cosa cui ho pensato è questo nostro mondo sommerso da una miriade di informazioni e di La società dell'incertezza - Zygmunt Bauman - copertinasegnali contrastanti in cui l’incertezza non può che dominare. Eppure questo non è negativo, perché è segno di una società multiculturale, in cui opinioni diverse corrono in rete, senza controllo, è vero, ma con la massima libertà, lasciando il modo persino a sostenitori delle tesi più assurde (pensate per esempio ai terrapiattisti o ai respiriani) di avere un loro seguito e una loro credibilità. È il bello e il difficile assieme della libertà di questo nostro tempo ebbro di informazioni.

Zigmunt Bauman pubblica “La società dell’incertezza” nel 1999 e dunque alla fine del passato millennio, forse un po’ troppo presto per essere già stato travolto dall’ondata del web dilagante.

Nell’introduzione si legge “Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave ‘riciclaggio’ e come ‘medium’ per eccellenza il videotape; una società dove il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa ‘Fitness’, la massima espressione di libertà è lo ‘zapping’. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca e ottiene la deregulation universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore e il turista. Ma forse più di ogni altro lo straniero.”

Che i vent’anni trascorsi siano un’era lo dicono parole come “videotape” e “zapping” che appartengono già alla nostra preistoria tecnologica. Non per questo l’analisi della fine dell’epoca moderna e del suo passaggio al post-moderno effettuata da Baumann è già superata. Tutt’altro. Il saggio si legge con interesse ed è ricchissimo di spunti.

Innanzitutto, il conflitto tra libertà e sicurezza, che va oltre quanto già sopra accennato sulla libertà di circolazione delle informazioni che ci toglie la sicurezza della loro veridicità. È il vero grande conflitto politico di questi nostri anni di destre razziste riemergenti. Su questo tema la posizione della religione non è indifferente “se Dio c’è, non c’è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome.

 

La nostra società è marcata da una folle ricerca della felicità ma è incapace di comprendere come questa sia solo temporanea. “Il segreto per ottenere la felicità nella vita in città consiste nel saper vivere intensamente l’avventura generata dalla incerta definizione della propria mèta e del proprio itinerario”.

Difficile essere felici nel nostro tempo privo di certezze: “la fonte più profonda della loro infelicità era l’incertezza”. “La felicità è una fuga dall’insoddisfazione.” “Poiché la felicità è lenta ad arrivare, e, una volta arrivata non si può mai sapere quanto a lungo si fermerà, la ricerca non ha mai fine, e necessita di obiettivi sempre nuovi.”

Se nel mondo moderno si faceva di tutto per costruirsi un’identità forte e riconoscibile, che ci forniva stabilità e sicurezza, nel mondo post-moderno, fatto di avatar e nickname, di situazioni in continua evoluzione, l’obiettivo è il superamento dell’identità, forse spinti da una spasmodica ricerca della privacy in un mondo che è sempre più una piazza informatica globale.

Siamo nel tempo dell’identità biodegradabile: “La postmodernità in plastica biodegradabile.

 

Si sofferma, poi, Bauman sulla differenza tra pellegrino e turista, per dire che è finito il tempo dei primi e siamo in quello dei turisti.

Rimuginava Sant’Agostino, i Cristiani vagabondano «come in pellegrinaggio nel tempo, cercando il regno dell’eternità» . Pellegrini del tempo, che splendida espressione! Se si crede in un aldilà quanto è vera: attraversiamo il nostro tempo mortale come in un viaggio, ma la nostra vera vita è altrove.

La definizione, però, è affascinante anche per un ateo: che cosa facciamo se non attraversare il tempo dalla nostra nascita alla nostra morte? Crediamo di vivere in un luogo, ma siamo anche in continuo movimento nel tempo.

“Per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Dovunque il pellegrino sia ora, non è il luogo dove dovrebbe essere o dove sogna di essere.” Chi viaggia è sempre a metà strada. Viaggiare è realizzare un sogno, muoversi verso una meta agognata e immaginata, che potrà anche rivelarsi del tutto diversa (o almeno così era in tempi precedenti google e streetview). “La vita terrena non è se non una breve “ouverture” all’eterna durata dell’anima.

II mondo non è più ospitale verso i pellegrini. I pellegrini hanno perso la loro battaglia vincendola. Si sono dati da fare per rendere il mondo solido rendendolo flessibile, in modo che l’identità potesse essere costruita secondo la propria volontà, ma costruita sistematicamente, piano dopo piano e mattone dopo mattone. Hanno incominciato con il trasformare lo spazio in cui bisognava costruire l’identità in un deserto. Si sono resi conto che il deserto, anche se confortevolmente privo di qualsiasi configurazione per coloro che intendono lasciare il proprio segno, non trattiene bene i segni. Più è facile lasciare un’orma, più è facile cancellarla. Basta un soffio di vento. E i deserti sono posti ventosi.

Divenne presto evidente che il vero problema non era tanto come costruire un’identità, ma come preservarla”.

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato un sociologo, filosofo e accademico polacco.

Viviamo in un grande deserto in cui non solo “verba volant” ma anche gli scritti e ogni manifestazione del nostro essere, travolti dalle onde di piena del web, su cui ormai anche i migliori surfer non riescono ad allontanarsi dalla spiaggia.

Il flâneur è un gentiluomo che vagabonda senza meta, godendosi la vita.

Walter Benjamin trasformò “flâneur” in una parola comune dell’analisi culturale, figura centrale e simbolica della città moderna. Tutte le sponde della vita moderna sembravano incontrarsi e legarsi nel passato e nell’esperienza del bighellone: andare a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo (nella folla ma senza appartenervi)”.

“I malls hanno dato inizio alla promozione postmoderna del flâneur”. Il vagabondare è diventato forza propulsiva dell’economia moderna, è stato canalizzato nei corridoi dei centri commerciali, indirizzato dalle tentazioni dello shopping, fisico o virtuale.

“Il vagabondo. Il vagabondo era il flagello della prima modernità, il germe che portava governanti e filosofi alla frenesia di ordinare e normare. Il vagabondo era senza padroni, e l’essere senza padroni (fuori controllo, disordinato, libero) era una situazione che la modernità non riusciva a tollerare e contro la quale lottò fino alla fine.”

“Ciò che faceva del vagabondo una figura terrificante era la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale.”

Ora, invece, il vagabondo è stato irreggimentato. Ogni suo movimento è controllato e canalizzato verso il consumo.

“Come il vagabondo, il turista era solito occupare i margini dell’azione «propriamente sociale» (anche se il vagabondo era un uomo marginale, mentre il turismo era un’attività marginale), e si è ora spostato verso il centro (in entrambi i sensi). Come il vagabondo, il turista è in movimento. Come il vagabondo, egli è dovunque egli vada, ma non è mai del posto.”

Il mondo del turista è interamente ed esclusivamente strutturato in base a criteri estetici (sempre più numerosi autori che notano l’«estetizzazione» del postmoderno a sfavore della sua altra dimensione, anche morale, descrivono -senza accorgersene – il mondo visto dai turisti; il mondo «estetizzato» è il mondo abitato dai turisti)”.

Siamo turisti per tutta la vita in costante ricerca di una felicità fatta di nuove scoperte che possano meravigliarci ogni volta di più, perché la meraviglia funziona così, c’è solo verso qualcosa di totalmente nuovo. Si procede in un crescendo di emozioni. Diveniamo avidi di novità, di nuove esperienze.

Eppure… Eppure in questo mondo di perenni turisti, di gente in continuo movimento e quindi eternamente straniera rispetto a chi gli è attorno, non più parte di una comunità fisica ristretta ma semmai di mega comunità distribuite e virtuali, in questo mondo temiamo ancora lo straniero, l’estraneo, il diverso. Perché ci fa paura? Perché ci somiglia. Se siamo tutti turisti in casa nostra, siamo anche un po’ stranieri. Bauman lo spiega con la vischiosità. Se ci immergiamo nell’acqua non proviamo orrore perché resta separata da noi, ma se ci immergiamo in qualcosa di vischioso, questo ci resta addosso perché ha una consistenza simile a noi. Lo straniero (il migrante, direi oggi) ci fa tanto più paura quanto più ci somiglia (o magari somiglia al nostro passato rimosso). Più gli siamo vicini, come condizione economico-sociale per esempio, più ci disturba. “Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”. “Ognuno rappresenta per l’altro l’elemento vischioso, ma ciascuno combatte la vischiosità dell’altro in nome della propria purezza.

Ed ecco che la paura del diverso diviene strumento di controllo politico per i potenti. Mezzo di propaganda. Sistema per spostare l’attenzione dai problemi reali.

Bauman passa, quindi, a parlare del sistema di controllo politico panottico del mondo moderno, basato sia su fabbriche di ordine come scuole, caserme, carceri, ma anche e, soprattutto, sulla famiglia, “fu probabilmente l’impiego della famiglia come agenzia di sorveglianza complementare che spinse Foucault a descrivere il potere panottico come capillare”.

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flâneur

Il panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Siamo tutti prigionieri di un sistema in cui ogni nostro movimento è controllato dal web grazie alla nostra attiva collaborazione, ai nostri sistemi GPS, ai nostri post in cui comunichiamo costantemente dove siamo e che cosa siamo al mondo intero che pare indifferente ma registra ogni cosa.

Il mondo moderno era uno in cui ordine ed efficienza erano fondamentali e implicavano anche la salute dei propri membri, salute intesa come fitness, la sola forma che consenta di essere sempre reattivi agli stimoli promozionali che ci trasformano in consumatori partecipi.

In un modo o nell’altro, i «disordini» più diffusi e preoccupanti sono i «disordini» del “consumo”.”

Si combatte contro la morte, ma poiché non può essere sconfitta la si divide in miriadi di patologie da combattere separatamente. Ecco allora l’esigenza di isolare i malati. Ecco l’eugenetica. Ecco il suo degenerare nel razzismo. Le azioni della comunità si concentrano contro ciò che minaccia la salute. Lo straniero ne minaccia l’integrità e va isolato, allontanato o assimilato. La diversità appare come un male, anziché come una ricchezza della società. L’assimilazione dello straniero può darci l’illusione di non essere un approccio razzista, ma lo è come gli altri due, in quanto nega la convivenza con la diversità.

Non sempre Bauman sembra assumere una posizione precisa, di approvazione o disapprovazione, in quanto descrive, ma il volume si presenta ricco di temi di riflessione per analizzare e comprendere il nostro tempo o, meglio, il nostro recente passato.

 

L’UOMO CHE GIOCAVA CON SE STESSO

Risultati immagini per mancu li cani randazzoNico è un ludopatico. Nico è un maniaco depressivo. Nico è un uomo bipolare. Nico è un ragazzo di venticinque anni che sta buttando via la sua vita. Ogni mossa di Nico lo butta sempre più giù, lo rovina sempre più, lo spinge sempre più verso la marginalità sociale.

Di Nico ci parla Tommaso Randazzo nel suo romanzo “Mancu li cani”. Tommaso Randazzo è un educatore professionale per migranti che conosce il mondo di chi vive ai limiti della società e ritrasmette la sua conoscenza in questo romanzo vivo e vibrante.

Il suo protagonista, all’inizio, fa il buttafuori, partecipa a incontri di lotta clandestina e gioca d’azzardo senza moderazione. Non proprio un gran curriculum. Sarà però la lotta a portarlo fuori dalla spirale del gioco d’azzardo in cui lo sta ficcando la sua ludopatia incontrollata.

Quel che mi è piaciuto meno di questo romanzo credo sia il titolo “Mancu li cani” che mi ha dato la sensazione potesse essere una storia giocata tutta su slang di vario genere, su sensazioni forti da discoteca e sala giochi. Il libro è, forse, un poco anche questo ma è anche molto di più. Lo avessi scritto io lo avrei intitolato “L’uomo che giocava con se stesso” o “L’uomo bipolare” o “Il ludopatico” o chissà come.

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Tommaso Randazzo

Mancu li  cani”, ci parla del dramma di un ragazzo che vede la propria vita scivolare via per colpa propria e che non riesce ad afferrarla, a bloccarne la caduta, il crollo. “Mancu li cani” ci parla di un intero mondo di sopraffazione, di ricatto, di usura, con il suo satellite della prostituzione, della nuova tratta di schiavi che vengono invogliati a salire sui barconi della falsa speranza, attratti dalle sirene illusorie di un mondo migliore. “Mancu li cani” ci parla di gente per la quale “il costo della vita e lo stipendio medio hanno litigato da tempio  e non si parlano più”, gente tranquilla e normale, ma che non ce la fa a sbarcare il lunario e si ritrova nei centri sociali, assieme a gente che c’è finita per vicende ben più tetre di droga, alcol e sfruttamento.

Carlo Menzinger con il romanzo di Tommaso Randazzo

Mancu li cani” ci parla anche del vuoto interiore di questa società consumista che permette l’esistenza delle slot machine, delle sale da gioco, degli psicofarmaci, ma anche delle automobili a benzina solo per interessi economici di chi ha il potere: “Siamo vuoti, come il riflesso del mare negli occhi dei pesci stecchiti al bancone dei surgelati”.

Perché ci sono gli interessi economici delle case farmaceutiche, perché è più facile fare così che occuparsi veramente dei problemi. Ad esempio, ormai hanno inventato le macchine che vanno a energia solare, ma abbiamo sostituito le macchine a benzina? No, cazzo, no!”.

Insomma, “Mancu li cani” è un romanzo importante, è una una storia di vita vissuta, mal vissuta, ma anche la denuncia di un mondo in rovina di cui siamo tutti colpevoli, come scopre lo stesso Nico, diventando con questa consapevolezza, per una volta, davvero un piccolo eroe, lanciandosi in un’ultima follia, ma questa volta non più per avidità, ma per il suo opposto.

LE SPIRALI ATTORNO AL GOLPE

Risultati immagini per anatomia di un istante di javier cercasAnatomia di un istante” (2009) del giornalista e professore spagnolo Javier Cercas Mena (1962) non è un romanzo (come da qualche parte erroneamente si scrive), anche se l’autore è noto per l’uso del cosiddetto romanzo non-fiction e l’unione di cronaca e saggio con la finzione, ma un saggio sul golpe del 23 febbraio 1981 in Spagna. Il colpo di stato fu un evento mediatico, in quanto ripreso dalle telecamere e Javier Cercas Mena inizia la sua indagine proprio da queste immagini, analizzando innanzitutto il comportamento dei vari protagonisti in quell’occasione, nel parlamento spagnolo, mentre i militari armati irrompevano sparando. La sua indagine si concentra soprattutto sul grande protagonista di quello “spettacolo” nonché principale bersaglio dei golpisti, il presidente del consiglio dimissionario Don Adolfo Suárez González, I duca di Suárez. L’autore mostra il primo ministro restare in piedi, mentre quasi tutti i parlamentari si buttano a terra, nascondendosi sotto gli scranni. Un’altra figura che resiste agli spari e alla violenza dei golpisti che vorrebbero far distendere è il capo del partito comunista Carrillo.

L’autore esamina il senso e il simbolo del loro gesto, andando ad allargare la scena al passato e al futuro. Non stima Suárez, un ex-falangista franchista, passato poi al potere per gestire il passaggio dalla dittatura franchista alla democrazia, ma vede in quel suo gesto il riscatto di tutti coloro che erano stati fascisti e che ora dicono no a quel modo di affrontare le cose.

Ci mostra come questo presidente, messo al governo dal re e con l’appoggio delle destre, abbia in realtà smantellato molto di quello che rappresentava questa destra dittatoriale, aprendo alla sinistra e “sdoganando” persino il partito comunista. Fu sempre lui ad aprire alle autonomie catalane, basche e galiziane, in uno stato storicamente centralista. E proprio in questi giorni, in Catalogna, con il referendum separatista, forse stiamo proprio vedendo i frutti di quella politica così poco nazionalista.

Al momento del golpe, Suárez aveva perso ogni appoggio, inviso alla destra, guardato con sospetto dalla sinistra che ne ricordava i trascorsi franchisti e, persino, abbandonato dal suo re.

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Javier Cercas Mena

I golpisti erano, dunque, convinti che la sua caduta non avrebbe trovato oppositori. C’erano, spiega Javier Cercas Mena, in realtà tre golpe l’uno nell’altro, ognuno con idee diverse, ma accomunati solo dal desiderio di spodestare Suárez. I golpisti erano convinti, più o meno in buona fede, di avere in questo l’appoggio del re. Non lo ottennero nel momento decisivo e così il golpe fallì, lacerato dalle sue diverse anime, diviso tra chi voleva un golpe duro e chi uno morbido.

Il libro descrive con toni quasi romanzeschi questi personaggi, i golpisti, il presidente, il re, girando attorno al momento cruciale del 23 Febbraio 1981. Ci gira, però, così tanto intorno, tornandoci e ritornandoci per vie simili o vicine, che spesso il panorama somiglia anche troppo a quanto già abbiamo letto. Oltre trecento pagine avrebbero potuto ridursi a un terzo senza eccessiva perdita di informazioni. Questa struttura narrativa spiraliforme, di per sé, potrebbe anche essere una forma interessante, ma diventando strumento per ripetere immagini, scene e concetti già detti, finisce per annoiare, soprattutto un lettore italiano, che a differenza di quello spagnolo, considera il golpe del 23 Febbraio un evento storico del tutto marginale e del quale forse gli basterebbe conoscere le linee essenziali. Se questo fosse un vero romanzo, sarebbe un’altra questione, ma essendo un saggio, pur avendo una scrittura vivace e coinvolgente, alla fine un po’ annoia.

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Adolfo Suárez González

Rimane la sensazione della grande debolezza della democrazia in Spagna negli anni dopo la fine del franchismo e visti i recenti eventi catalani, si capisce che questa fragilità non è ancora terminata. Per una volta, l’Italia, nel raffronto con l’estero, pare un baluardo della democrazia e della libertà. Del resto non abbiamo avuto la ventura di un fascismo franchista durato fino alla morte di Francisco Franco il 20 novembre 1975. Se Benito Mussolini non fosse stato sconfitto e fosse vissuto per altri trent’anni che Italia avremmo avuto negli anni ’80? E oggi? Ma questa è materia per un’ucronia come “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi o “Nero italiano” di Giampietro Stocco.

IL SOGNO DEL RAGNO STA PER COMINCIARE!

Ci siamo! Il 7 Settembre 2017 ho firmato con Porto Seguro Editore per pubblicare “IL SOGNO DEL RAGNO”, il primo volume della trilogia “VIA DA SPARTA”.

Comincia la  grande fuga di Aracne dal mondo ucronico dominato da Sparta alla ricerca della libertà, dell’amore e di un mondo migliore per chi, come lei, ilota, è nata schiava in un impero dominato dai guerrieri spartiati.

Attraverso il violento e spietato Impero di Sparta, che, in un universo divergente e alternativo, ai giorni nostri domina metà del pianeta, la diciasettenne Aracne, appena violentata in strada, senza la possibilità di protestare o rivendicare qualche diritto, non avendone alcuno in quanto schiava ilota, fugge all’inseguimento di un sogno, della libertà e della vita per sé e per il bambino che porta in grembo frutto di quell’assalto brutale in strada dopo un’estenuante giornata di lavoro.

 

Quasi 2400 anni fa Sparta, anziché essere sconfitta da Tebe, ha vinto e ha iniziato la sua espansione, cancellando Atene e la sua cultura, bloccando lo sviluppo dell’Impero Romano e creando un mondo del tutto diverso, dove uomini e donne vivono separati, sesso e amore sono diversi da come li conosciamo, i malati e i vecchi vengono uccisi, il denaro e il lusso non esistono, la guerra non ha mai fine, l’arte è quasi inesistente, la meccanica è ai suoi inizi e al servizio del solo esercito, l’elettronica non è neanche immaginabile, ma la genetica ha fatto grandi passi avanti. È un mondo in parte distopico, ma soprattutto diverso dal nostro, per effetto di 2400 anni di divergenza storica.

 

Oggi, in questo tempo alternativo, Aracne è una schiava in fuga verso un sogno, attraverso le terre di Sparta, di cui scoprirà facce inattese. Affronterà prigionia, fughe, naufragi, conoscerà gente diversa e sarà più volte tentata di arrendersi.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è l’inizio di un’avventura e un percorso che ci insegna che nulla è scontato, che le nostre comodità, i nostri diritti, le nostre libertà sono conquiste di anni di storia e sarebbe bastato poco a far sì che oggi non le avessimo.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è un romanzo di Carlo Menzinger di Preussenthal edito nel Settembre 2017 da Porto Seguro Editore.

 

Porto Seguro Editore è una casa editrice di Firenze.

 

IL SOGNO DEL RAGNO” è il primo volume della trilogia “VIA DA SPARTA“.

I’M EUROPEAN

Il voto referendario inglese del 23 giugno 2016 è un insulto all’Europa, è un insulto all’idea di unità di un continente nata dal sangue di milioni di cittadini europei che si sono uccisi l’un l’altro durante la Seconda Guerra Mondiale, la Prima e tutte le altre guerre che hanno devastato l’Europa nei secoli passati. Il voto del 23 giugno 2016 è un insulto a tutti i morti d’Europa. Con questo referendum la Gran Bretagna è stata conquistata dai nazisti e dagli egoismi nazionali. Con questo referendum gli ideali di collaborazione, solidarietà, unità, convivenza civile sono stati feriti gravemente.

Il voto del 23 giugno 2016 è un attentato alla libertà, alla democrazia e alla civiltà come lo sono stati gli attentati terroristi di New York o quelli francesi.

Se allora tutti dicevano “I’m american” o “Je suis Charlie”, oggi dovremmo dire:

I’m European”.

Il Regno Unito ha compiuto un gesto unilaterale da cui dovrà generarsi la sua stessa dissoluzione. Come la Gran Bretagna si è staccata unilateralmente dall’Europa, così ora l’Inghilterra dovrà lasciar andare la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles. Una nazione che tradisce gli ideali di unità europei non ha alcun diritto di limitare le volontà di secessione delle sue componenti.

Aspettiamo dunque il ritorno in Europa di questi popoli, in attesa che la stessa Inghilterra si renda conto del proprio egoismo e snobbistico isolazionismo e delle conseguenze che questo comporta purtroppo non solo per l’Inghilterra ma per l’Europa intera.

Pur essendo solidali verso i tantissimi britannici che hanno votato per restare in Europa, guardiamo dunque con sdegno la scelta vergognosa e barbara di un Paese che ha deciso di sprofondare nel nazionalismo, tradendo la storia sanguinosa e dolorosa di un continente travagliato, tradendo le radici comuni che lo legano ai suoi vicini, tradendo i vincoli economici di un’Unione, tradendo il faticoso cammino di armonizzazione, unificazione e pacificazione di tanti popoli e rispedendoci nella barbarie medievale.

Per questo gridiamo “I’m European”, in una lingua che ormai stentiamo a dire europea. Per questo diciamo che vogliamo andare avanti. Per questo diciamo che, liberatici dello scetticismo britannico, dobbiamo accelerare il percorso dell’Europa Unita. Per questo dobbiamo trasformare l’Europa in stato federale, creare organismi comuni con autentico potere, superare gli egoismi nazionali. Diventare gli Europei che già siamo dentro di noi. Essere Europei: questa deve essere la risposta dell’Europa alla Gran Bretagna.

 

IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

e

“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

UN CINICO VIGLIACCO A ZONZO NEL MARCIUME DELL’OCCIDENTE

Viaggio al termine della notte” (1932) di Luis-Ferdinand Céline è un viaggio attraverso la nefandezza umana: gli orrori della Prima Guerra Mondiale, la decadenza del colonialismo africano, le bassezze del lavoro fordiano e del consumismo americano, gli aspetti più triviali della professione medica, i bordelli, la miseria che conduce all’omicidio, la prigionia della famiglia, amori omicidi, la claustrofobia dei manicomi.

Tutto è visto attraverso la vita di un uomo, Ferdinand Bardamu, che partendo dalla Francia di un secolo fa, attraversa il mondo, in un’irrequietezza che nasce dalla sua stessa incapacità di adattarsi e di emergere in un mondo difficile. Un personaggio che non si fa amare e in cui, credo, difficilmente ci si può riconoscere. Sostanzialmente un vigliacco o, più precisamente, un cinico smidollato.

Louis-Ferdinand Céline

Eppure questa Notte della civiltà occidentale che attraversa non è poi così cupa come ben peggiori distopie c’hanno mostrato, la sua non è affatto una piena abiezione. Rimane un uomo grigio e tutto sommato noioso e questo rende il romanzo, a tratti interessante, a tratti altrettanto pesante. La condanna della guerra, vista attraverso la sua vigliaccheria, perde spessore. Il suo essere meschino lo rende parte di questo mondo oscuro, privandolo della forza morale per condannarlo veramente. Mi viene da pensare a “I miserabili” di Hugo, ma qui è tutto rovesciato. Non c’è nessuna grandezza interiore in Ferdinand, nessun afflato divino. In Céline c’è solo squallore, che penetra nel profondo dei cuori umani.

Tanti sono gli eventi narrati, troppi. Tanti i luoghi attraversati, geografici e dell’anima: troppi. Troppi per far sì che quest’opera conservi una solida unitarietà. Non basta la centralità del protagonista, non basta il narrare della nefandezza della civiltà occidentale.

Questo pavido cinismo di Ferdinand Bardamu non ci fa amare lui e, in definitiva, ci rende difficile amare il romanzo stesso e con esso il suo autore.

L’opera è stata molto lodata dalla critica soprattutto come opera di denuncia dei difetti del XX secolo e spesso criticata proprio perché letta in chiave politica, ma i difetti “politici” che possono venirle ascritti io credo trovino la propria sostanza nella negatività nichilistica di queste pagine, nella totale mancanza di eroismo, di speranza, di sogno. Anche un’opera politica deve essere in qualche modo propositiva o, se non lo è, più fortemente negativa. La sensazione, invece, è di un generale grigiore, formato, è vero, da numerose sfumature di grigio (non cinquanta, eh!), ma non per questo meno grigio di un film in bianco  e nero nell’era del technicolor.

Leggendo la biografia di Luis-Ferdinand Cèline si vede che il “Viaggio al termine della notte” ha una forte componente autobiografica. Questo forse è un bene, perché quando un autore scrive di cose che ben conosce, ne scrive meglio, ma forse è anche un male, perché è difficile liberare la fantasia nelle autobiografie. Forse anche per questo Cèline non riesce a condannare veramente Ferdinand Bardamu e non condannandolo, lui che è un esponente del XX secolo, non condanna veramente, con la dovuta forza questo tempo. E dico questo non in senso politico, perché io ritenga il secolo da condannare (questo non rileva), ma in senso letterario: si ha una debolezza narrativa.

Non vorrei aver dato un’impressione totalmente negativa di questa lettura, perché è comunque degna d’esser fatta. Io ho letto in traduzione italiana, ma chi può credo che farebbe bene a leggerlo in francese, perché uno dei pregi di questo romanzo, a quanto leggo, pare sia proprio l’uso della lingua, la capacità di Céline di ricostruire i dialoghi, di mescolare linguaggio volgare e colto. In traduzione molto di tutto ciò si perde.

Rimangono comunque un personaggio ricco, una trama articolata, un quadro del XX secolo come poche altre opere sono mai riuscite a fare e tutto ciò può bastare per dedicare al “Voyage au bout de la nuit” qualche ora. Del resto in molti (troppi!) lo considerano uno dei capolavori del Novecento (se non IL Capolavoro)! Certo, non dobbiamo dimenticarci che fu pubblicato nell’ormai lontano 1932 e che per quei tempi aveva una fortissima carica anticonformista, sia nei contenuto che nello stile. Se l’avessi letto allora, probabilmente anche io ne sarei rimasto scioccato. Letto, invece, oggi non mi ha soddisfatto pienamente. Ne capisco la grandezza e profondità, ma, a pelle, non è uno di quei libri che riescono a colpirmi a fondo, a stendermi. Purtroppo, in alcune parti mi ha persino annoiato. I libri amo giudicarli a prescindere dal contesto storico (di questo si occupi chi è più titolato di me). Mi piace capire cosa mi danno oggi, come lettore: mi ha fatto riflettere, mi ha lasciato perplesso, ma non molto di più. Un altro dei capolavori della letteratura che non tocca esattamente le mie corde! Non uno di quei libri, che non posso digerire, ma uno che forse rischio di digerire troppo in fretta e che, quindi, mi lascerà poco. Eppure mentre scrivo queste righe continuo a dirmi che c’è qualcosa nel romanzo che oggi mi sfugge e che forse domani potrebbe riaffiorare. Penso a quando vidi “Stalker” di Tarkovskij: alla fine mi dissi “ma che razza di film!” e cancellai la cassetta. Un attimo dopo mi resi conto di aver visto un capolavoro!

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