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I’M EUROPEAN

Il voto referendario inglese del 23 giugno 2016 è un insulto all’Europa, è un insulto all’idea di unità di un continente nata dal sangue di milioni di cittadini europei che si sono uccisi l’un l’altro durante la Seconda Guerra Mondiale, la Prima e tutte le altre guerre che hanno devastato l’Europa nei secoli passati. Il voto del 23 giugno 2016 è un insulto a tutti i morti d’Europa. Con questo referendum la Gran Bretagna è stata conquistata dai nazisti e dagli egoismi nazionali. Con questo referendum gli ideali di collaborazione, solidarietà, unità, convivenza civile sono stati feriti gravemente.

Il voto del 23 giugno 2016 è un attentato alla libertà, alla democrazia e alla civiltà come lo sono stati gli attentati terroristi di New York o quelli francesi.

Se allora tutti dicevano “I’m american” o “Je suis Charlie”, oggi dovremmo dire:

I’m European”.

Il Regno Unito ha compiuto un gesto unilaterale da cui dovrà generarsi la sua stessa dissoluzione. Come la Gran Bretagna si è staccata unilateralmente dall’Europa, così ora l’Inghilterra dovrà lasciar andare la Scozia, l’Irlanda del Nord e il Galles. Una nazione che tradisce gli ideali di unità europei non ha alcun diritto di limitare le volontà di secessione delle sue componenti.

Aspettiamo dunque il ritorno in Europa di questi popoli, in attesa che la stessa Inghilterra si renda conto del proprio egoismo e snobbistico isolazionismo e delle conseguenze che questo comporta purtroppo non solo per l’Inghilterra ma per l’Europa intera.

Pur essendo solidali verso i tantissimi britannici che hanno votato per restare in Europa, guardiamo dunque con sdegno la scelta vergognosa e barbara di un Paese che ha deciso di sprofondare nel nazionalismo, tradendo la storia sanguinosa e dolorosa di un continente travagliato, tradendo le radici comuni che lo legano ai suoi vicini, tradendo i vincoli economici di un’Unione, tradendo il faticoso cammino di armonizzazione, unificazione e pacificazione di tanti popoli e rispedendoci nella barbarie medievale.

Per questo gridiamo “I’m European”, in una lingua che ormai stentiamo a dire europea. Per questo diciamo che vogliamo andare avanti. Per questo diciamo che, liberatici dello scetticismo britannico, dobbiamo accelerare il percorso dell’Europa Unita. Per questo dobbiamo trasformare l’Europa in stato federale, creare organismi comuni con autentico potere, superare gli egoismi nazionali. Diventare gli Europei che già siamo dentro di noi. Essere Europei: questa deve essere la risposta dell’Europa alla Gran Bretagna.

 

IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

e

“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

UN CINICO VIGLIACCO A ZONZO NEL MARCIUME DELL’OCCIDENTE

Viaggio al termine della notte” (1932) di Luis-Ferdinand Céline è un viaggio attraverso la nefandezza umana: gli orrori della Prima Guerra Mondiale, la decadenza del colonialismo africano, le bassezze del lavoro fordiano e del consumismo americano, gli aspetti più triviali della professione medica, i bordelli, la miseria che conduce all’omicidio, la prigionia della famiglia, amori omicidi, la claustrofobia dei manicomi.

Tutto è visto attraverso la vita di un uomo, Ferdinand Bardamu, che partendo dalla Francia di un secolo fa, attraversa il mondo, in un’irrequietezza che nasce dalla sua stessa incapacità di adattarsi e di emergere in un mondo difficile. Un personaggio che non si fa amare e in cui, credo, difficilmente ci si può riconoscere. Sostanzialmente un vigliacco o, più precisamente, un cinico smidollato.

Louis-Ferdinand Céline

Eppure questa Notte della civiltà occidentale che attraversa non è poi così cupa come ben peggiori distopie c’hanno mostrato, la sua non è affatto una piena abiezione. Rimane un uomo grigio e tutto sommato noioso e questo rende il romanzo, a tratti interessante, a tratti altrettanto pesante. La condanna della guerra, vista attraverso la sua vigliaccheria, perde spessore. Il suo essere meschino lo rende parte di questo mondo oscuro, privandolo della forza morale per condannarlo veramente. Mi viene da pensare a “I miserabili” di Hugo, ma qui è tutto rovesciato. Non c’è nessuna grandezza interiore in Ferdinand, nessun afflato divino. In Céline c’è solo squallore, che penetra nel profondo dei cuori umani.

Tanti sono gli eventi narrati, troppi. Tanti i luoghi attraversati, geografici e dell’anima: troppi. Troppi per far sì che quest’opera conservi una solida unitarietà. Non basta la centralità del protagonista, non basta il narrare della nefandezza della civiltà occidentale.

Questo pavido cinismo di Ferdinand Bardamu non ci fa amare lui e, in definitiva, ci rende difficile amare il romanzo stesso e con esso il suo autore.

L’opera è stata molto lodata dalla critica soprattutto come opera di denuncia dei difetti del XX secolo e spesso criticata proprio perché letta in chiave politica, ma i difetti “politici” che possono venirle ascritti io credo trovino la propria sostanza nella negatività nichilistica di queste pagine, nella totale mancanza di eroismo, di speranza, di sogno. Anche un’opera politica deve essere in qualche modo propositiva o, se non lo è, più fortemente negativa. La sensazione, invece, è di un generale grigiore, formato, è vero, da numerose sfumature di grigio (non cinquanta, eh!), ma non per questo meno grigio di un film in bianco  e nero nell’era del technicolor.

Leggendo la biografia di Luis-Ferdinand Cèline si vede che il “Viaggio al termine della notte” ha una forte componente autobiografica. Questo forse è un bene, perché quando un autore scrive di cose che ben conosce, ne scrive meglio, ma forse è anche un male, perché è difficile liberare la fantasia nelle autobiografie. Forse anche per questo Cèline non riesce a condannare veramente Ferdinand Bardamu e non condannandolo, lui che è un esponente del XX secolo, non condanna veramente, con la dovuta forza questo tempo. E dico questo non in senso politico, perché io ritenga il secolo da condannare (questo non rileva), ma in senso letterario: si ha una debolezza narrativa.

Non vorrei aver dato un’impressione totalmente negativa di questa lettura, perché è comunque degna d’esser fatta. Io ho letto in traduzione italiana, ma chi può credo che farebbe bene a leggerlo in francese, perché uno dei pregi di questo romanzo, a quanto leggo, pare sia proprio l’uso della lingua, la capacità di Céline di ricostruire i dialoghi, di mescolare linguaggio volgare e colto. In traduzione molto di tutto ciò si perde.

Rimangono comunque un personaggio ricco, una trama articolata, un quadro del XX secolo come poche altre opere sono mai riuscite a fare e tutto ciò può bastare per dedicare al “Voyage au bout de la nuit” qualche ora. Del resto in molti (troppi!) lo considerano uno dei capolavori del Novecento (se non IL Capolavoro)! Certo, non dobbiamo dimenticarci che fu pubblicato nell’ormai lontano 1932 e che per quei tempi aveva una fortissima carica anticonformista, sia nei contenuto che nello stile. Se l’avessi letto allora, probabilmente anche io ne sarei rimasto scioccato. Letto, invece, oggi non mi ha soddisfatto pienamente. Ne capisco la grandezza e profondità, ma, a pelle, non è uno di quei libri che riescono a colpirmi a fondo, a stendermi. Purtroppo, in alcune parti mi ha persino annoiato. I libri amo giudicarli a prescindere dal contesto storico (di questo si occupi chi è più titolato di me). Mi piace capire cosa mi danno oggi, come lettore: mi ha fatto riflettere, mi ha lasciato perplesso, ma non molto di più. Un altro dei capolavori della letteratura che non tocca esattamente le mie corde! Non uno di quei libri, che non posso digerire, ma uno che forse rischio di digerire troppo in fretta e che, quindi, mi lascerà poco. Eppure mentre scrivo queste righe continuo a dirmi che c’è qualcosa nel romanzo che oggi mi sfugge e che forse domani potrebbe riaffiorare. Penso a quando vidi “Stalker” di Tarkovskij: alla fine mi dissi “ma che razza di film!” e cancellai la cassetta. Un attimo dopo mi resi conto di aver visto un capolavoro!

IL SESSO È UN MOTORE

Sesso motore 2 - Perché si fa poco sesso - Sergio CalamandreiAnni fa ho avuto il piacere di leggere in anteprima il romanzo di Sergio CalamandreiL’unico peccato”. Di recente, ho potuto leggere anche “Sesso Motore 2 – Saggio sul poco sesso”. Entrambi i volumi fanno parte del Progetto SESSO MOTORE, che consiste in una serie di pubblicazioni e iniziative con cui l’autore intende aiutare a dare risposta ad alcune domande. La principale è: “Qual è il motore immobile attorno al quale ruota l’esistenza umana, ovvero qual è la motivazione profonda che guida le azioni degli uomini e delle donne?” ovvero “Se quello che vogliamo è essere felici, perché impieghiamo così tante energie nel cercare di accumulare potere e beni quando l’esperienza dimostra che non basta essere ricchi e potenti per essere felici?”

Le altre questioni cui Calamandrei cerca di dare risposta, legate alla domanda principale, sono:

  • Perché il sesso è così esibito (in tv, in pubblicità) nella nostra società e così osteggiato nella sua messa in pratica?
  • Perché un’attività tanto soddisfacente e in teoria anche priva di costi viene praticata relativamente così poco?
  • Perché nel mondo reale s’incontrano tante difficoltà ad avere piena soddisfazione sessuale?

 

L’autore, nel saggio, fa spesso riferimento a tesi sostenute dalla psicologia evoluzionistica, per la quale i meccanismi psicologici che stanno alla base delle nostre scelte, preferenze e comportamenti sono stati selezionati in maniera darwiniana e formati dalla pressione evoluzionistica perché capaci di dare risposte efficienti ai problemi che gli antenati dell’uomo hanno dovuto affrontare per milioni di anni. Questi modelli di comportamento che adottiamo tuttora sono nati e si sono consolidati nel lunghissimo periodo in cui i nostri progenitori hanno vissuto in piccolissimi gruppi di cacciatori-raccoglitori nomadi e sono stati ben poco modificati nella breve fase di appena diecimila anni in cui gli uomini hanno scoperto l’agricoltura, sono diventati stanziali e hanno formato comunità numerosissime.

 

Il Progetto nel suo complesso è formato da:

  • L’unico peccato. SESSO MOTORE ZERO – romanzo (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 1: IL ROMANZO. Indietro non si può (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 2: IL SAGGIO. Saggio sul poco sesso (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 3: I RACCONTI. Arturi e i suoi amici (versione cartacea ed ebook)
  • SESSO MOTORE 4: ASSAGGI GRATUITI – un ebook gratuito, dove viene illustrato il progetto e vengono forniti estratti di tutte le opere che lo compongono
  • Il blog http://sessomotore.wordpress.com
  • La sezione del sito http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm  dedicata al progetto SESSO MOTORE.

 

Sesso motoreDi questi per ora, ho letto solo il primo romanzo e il saggio, anche se di Sergio Calamandrei ho letto altre cose, come il recente “Sangue gratis”, alcuni racconti, tra cui quello presente nell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio”, il racconto “Lei si sveglierà” che abbiamo scritto assieme per il volume “Parole nel web” e il romanzo, alla cui stesura abbiamo collaborato entrambi, “Il Settimo Plenilunio”.

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Sergio Calamandrei – Algarve, agosto 2013

Autore molto attento al mondo del giallo, con questo saggio, Calamandrei dimostra di saper spaziare in campi assai diversi, come se non bastassero in tal senso le prove nel campo del romanzo gotico o dell’ucronia. In realtà, l’intero progetto, con i suoi presupposti, ci fa capire come il giallo sia sì il genere in cui si muovono i personaggi delle sue storie, ma dietro ci siano il desiderio e la volontà di analizzare e meglio comprendere questo nostro mondo, i rapporti umani e le loro dinamiche. Ecco allora l’esigenza di estendere e protendere taluni contenuti che nei romanzi non possono trovare adeguato sviluppo. Nasce così questo saggio che si presenta leggero e colloquiale, ma non per questo non riesce a porre importanti quesiti e a ricercarne risposte non banali.

La lettura fa venir voglia di aprire vari dibattiti su più temi.

Per esempio, siamo sicuri che lo scopo delle nostre vite sia essere felici? Chi se lo pone davvero come obiettivo? Seguendo un approccio evoluzionistico non dovremmo considerarlo piuttosto un mezzo? Non è, principalmente, lo strumento per favorire la riproduzione?

Oppure, premesso che lo scopo della vita sia la sua propagazione e conservazione, come anche Calamandrei giustamente scrive, allora ricchezza e potere servono a farci sentire più sicuri (conservazione), ma ci rendono anche più appetibili come compagni per chi vuole riprodursi e quindi ci permettono di avere più scelta e migliorare la qualità o la quantità della nostra riproduzione. La società moderna non punta (non può più) sulla quantità, ma sulla qualità (cerchiamo di dare tutto ai figli, piuttosto che farne tanti). Forse la nuova selezione consiste nell’accesso a un quantitativo crescente di risorse, quasi che i ricchi volessero diventare una razza diversa rispetto ai poveri? Come stiamo cambiando in rapporto a queste premesse?

E ancora: perché il sesso è tanto esibito, ma tanto osteggiato, come nota l’autore? Lo è, dico io, perché socialmente pericoloso o per le ragioni che cita Calamandrei? Lo è perché allo Stato fa comodo avere nuclei stabili di individui come le famiglie e nulla ne mina di più la stabilità che il sesso libero? Eppure, come scrive Sergio, il sesso è un forte “motore”, perché serve a soddisfare uno dei due obbiettivi della vita:  la riproduzione.

Altri argomenti di dibattito stimolati da questa lettura potrebbero essere: da cosa nasce il rapporto tra il sesso e la religione? Come lo vivono le nuove generazioni? Davvero le cose cambiano da una generazione all’altra come sostengono i giovani ogni volta? Quanto le nostre scelte sessuali rispondono a esigenze dei nostri antenati primitivi? A chi conviene veramente la monogamia?

Ho trovato molto interessanti i raffronti con la sessualità degli altri primati, l’analisi dei tre stati dell’io, il collegamento tra peccato e burocrazia (mai avevo pensato potessero avere la stessa origine!), la distinzione tra capitalisti e proletari sessuali!

LE VIRTÙ CHE NON ABBIAMO

Gli “Apoftegmi spartani, in greco “Αποφθεγματα Λακονικα (Apophtegmata Laconica), tradotto in italiano (da Adelphi) come “Le virtù di Sparta, sono un’opera letteraria di Plutarco, correntemente catalogata all’interno dei Moralia.

Leggendo questo volumetto possiamo gettare un occhio sulla vita di questa città tanto spesso vituperata in una visione scolastica della storia greca che vede Atene, con la sua cultura, opporsi alla “violenta” Sparta.

Non uno sguardo moderno ma neppure uno contemporaneo agli aneddoti citati, poiché a descriverli è Plutarco, un beota, nato a Cheronea, tra Atene e Delfi (non uno spartano dunque) nel 47 d.c. e vissuto a lungo a Roma, in un tempo cioè in cui la gloria di Sparta era già storia passata.

Il volume di 166 pagine (più le note), si divide in tre capitoli: “Detti degli Spartani”, “Gli antichi costumi degli Spartani” e “Detti delle Spartane”.

La prima parte è la più corposa ed è costituita da una serie di citazioni di frasi attribuite a vari spartani, alcune a dir il vero, sono attribuite, più o meno uguali, a persone diverse.

Questo non credo sia dovuto tanto a un’inadeguatezza delle fonti di Plutarco, quanto piuttosto al fatto che certi detti erano veramente parte della cultura di quella città e quindi venivano spesso ripetuti.

Analogo discorso riguarda la terza parte, dedicate alle loro donne. La parte centrale sono aneddoti non dissimili da quelli dele altre due parti, ma privi della parte di dialogo.

Quello che emerge assai bene da queste pagine è lo spirito e la cultura di questo popolo o, meglio, le sue virtù.

Quali erano? Direi che al primo posto ogni spartano avrebbe posto il coraggio e con esso lo sprezzo per il dolore e la morte, venivano poi l’amore per la libertà, il disprezzo per il lusso e le mollezze della vita agiata, l’orgoglio di essere spartani e l’amore per Sparta, il valore guerriero, la dignità, l’onesta, il disprezzo per le chiacchiere, le fatiche inutili e i lavori comuni (che non fossero quelli del soldato).

Nel risvolto della quarta di copertina ne possiamo leggere un tipico esempio, attribuito a Leonida, l’eroe dei Trecento delle Termopili:

<<Uno disse: “Non riusciamo neanche a vedere il sole, tanto sono fitte le frecce dei Barbari”. Egli replicò “Meglio così: potremo combattere all’ombra”>>.

 Altri esempi sono:

<<Di conseguenza, quando uno gli chiese quale vantaggio avessero dato a Sparta le leggi di Licurgo, (Agesilao) rispose: “quello di disprezzare i piaceri”>>.

 

<<Una volta in Asia (Agesilao – ma l’episodio è attribuito anche ad altri, ad esempio Leotichida I) vide una casa con un soffitto fatto di travi squadrate, e domandò al proprietario se dalle sue parti i tronchi crescevano così. Quello rispose che crescevano rotondi; Agesilao gli chiese: “Allora, se crescessero quadrati voi li arrotondereste?”>>

 

<<Un’altra volta gli venne chiesto perché gli Spartani avevano più successo di tutti gli altri popoli; (Agesilao) rispose: “Perché più di tutti gli altri si esercitano a dare ordini e a riceverne”.>>

 

<<Gli abitnti dell’Asia erano abituati a chiamare il re dei Persinai Gran Re, ma Agesilao faceva notare: “In che cosa è più grande di me, se non è più giusto e più saggio?”>>

 

<<Quando uno gli chiese perché gli Spartani affidavano i campi agli Iloti e non se ne occupavano personalmente, (Anassandrida) rispose: “Vedi, abbiamo conquistato tante terre proprio perché coltiviamo noi stessi, non i campi”>>.

 

<<Quando Dionisio, il tiranno di Siracusa, mandò alle figlie di Archidamo vesti assai preziose, egli rifiutò dicendo: “Ho paura che le mie ragazze, con quella roba addosso, mi sembrino brutte”>>.

 

<<Quando gli efori lo condannaro a morte, Tettamene si allontanò con un sorriso sulle labbra. Allora uno dei presenti chiese se era un segno di disprezzo per le leggi di Sparta, ma egli rispose: “No, anzi! È un segno di gioia, perché posso scontare questa pena senza fare debiti e senza chiedere niente a nessuno”>>

Plutarco

Plutarco

<<”Solo voi spartane comandate ai vostri uomini”. Gorgo replicò: “Sì, perché solo noi mettiamo al mondo uomini”>>.

 

<<Quando un tale una volta gli chiese perché aveva disposto che le ragazze si sposassero senza dote, (Licurgo) rispose: “Non deve succedere che una sia trascurata perché è povera o un’altra sia ambita perché è ricca. Gli uomini devono guardare il carattere di una ragazza e fare la scelta in base alla virtù”>>.

 

<<Sentendosi chiedere da un tale perché gli spartani si lasciavano crescere barba e capelli, (Nicandro) rispose: “Perché per un uomo l’ornamento più bello e a buon mercato è quello naturale”>>.

 

<<Un ateniese gli fece osservare: “Voi Spartani siete rigidissimi nel rifiutare ogni occupazione fissa, Nicandro”. Egli ribattè: “ È vero; ma il fatto è che non vogliamo sprecare il nostro tempo in qualsiasi sciocchezza, come voi”>>.

 

<<Quando uno gli chiese perché a Sparta non era consentito modificare nessuna delle antiche leggi, Pausania, figlio di Plistoanatte, rispose: “Sono le leggi che devono governare gli uomini, non gli uomini le leggi”>>.

 

<<Quando uno gli domandò per quale motivo gli Spartani volevano che le donne sposate si presentassero in pubblico col velo e le ragazze senza, (Carillo) rispose: “Perché le ragazze devono trovare marito, le donne devono tenersi quello che hanno”>>.

 

<<Quando gli chiesero che cosa sapesse fare, uno spartano rispose: “Esssere libero”>>

 

<<Uno straniero in visita a Sparta, vedendo gli onori tributati agli anziani da parte dei giovani, commentò: “Sparta è la sola città dove conviene essere vecchi”>>

 

<<Una volta una donna della Ionia si vantava di una tela di gran valore che aveva tessuto: sentendola, una spartana le indicò i suoi figli, quattro splendidi ragazzi, e le disse: “Queste devono essere le occupazioni di una donna virtuosa: è di questo che dobbiamo andare fiere e vantarci”>>.


Vi sembrano così male questi spartani? La propaganda filo-ateniesi ce li ha dipinti come assassini di bambini storpi, ignoranti e con il solo pensiero della guerra, ma non si può negare che avessero delle “virtù”, molto lontane dalla nostra cultura moderna e consumistica, ma non prive di valore.

Forse non sarebbe male se anche da noi alcuni di questi detti tornassero di moda: magari così i nostri politici (quelli meno sciocchi e meno corrottti, gli altri sono senza speranza) – e non solo loro – potranno cominciare a provare un po’ di vergogna.

 

Firenze, 19/02/2010

I BAMBINI ASSASSINI

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Il Signore delle Mosche” (pubblicato nel 1954) del premio nobel William Golding potrebbe sembrare una semplice avventura per ragazzi, ma è un romanzo che ci parla di come siamo veramente, una piccola distopia isolana che rinnega il ridicolo concetto dell’innocenza infantile.

Golding si avvale dell’idea del naufragio su un’isola deserta che parte dall’ampia tradizione letteraria dell’”Odissea” omerica, del “Robinson Crusoe” di Defoe (con tutte le sue varianti, quali i “Robinson italiani” di Salgari o la “Swiss Family Robinson” di Johann David Wyss), della “Tempesta” di Shakespeare, dei “Viaggi di Gulliver” di Swift, , de “L’Isola di cemento” di Ballard, per non parlare di Coleridge, Camoe, Hopkins e altri.

William Golding

William Golding

I naufraghi sono tutti bambini, di varie età e provengono da civilissime famiglie inglesi. In un primo momento cercano di darsi un’organizzazione e delle William Goldingregole, ma poi l’istinto selvaggio prevale. I conflitti interni e la paura irrazionale li spingono a rinunciare all’obiettivo che all’inizio sembrava primario: tornare a casa e alla civiltà. Conflitti di potere e desiderio d’avventura li spingono a dedicare sempre più risorse alla caccia e, poco per volta, si trasformano in selvaggi, con riti propiziatori e danze tribali. La violenza si scatena e la loro fragile organizzazione prende un’allucinante deriva distopica.

Trionfa l’homo homini lupus immaginato da Hobbes. La civiltà si sfalda. Golding, come ogni altro autore di distopie, sembra volerci mettere in guardia sulla vulnerabilità delle nostre forme organizzative, ricordandoci che ogni fanciullo porta in sé non l’innocenza ma un profondo e radicatissimo istinto ferino, che solo un forte condizionamento sociale può domare.

Firenze, 17/08/13

IL SESSO INTERMEDIO

Middlesex è il nome di un ex-contea della Gran Bretagna, ma è anche il nome di almeno un paio di  località negli Stati Uniti d’America (in Massachussets, New Jersey) e Canada (in Ontario). Il termine, letteralmente vuol dire anche “Sesso intermedio”.

Middlesex” è il titolo di un romanzo dell’autore greco-irlandese-statunitense (difficile mettere etichette, vero?) Jeffrey Eugenides. Protagonista e voce narrante ne è un ermafrodito di nome Calliope, nato femmina e divenuto, con l’adolescenza, maschio.

Raccontare i tormenti di un adolescente che cambia sesso poteva essere argomento più che sufficiente per scrivere un romanzo, ma Eugenides non si è voluto fermar lì e ha voluto raccontarci le ragioni genetiche che hanno portato alla nascita di una simile creatura, che fa risalire alla stretta consanguineità dei suoi ascendenti.

Comincia quindi con il raccontarci le avventure dei due fratelli greci Desdemona e Lefty che, oppressi dai turchi, lasciano l’Asia Minore per fuggire in America e lungo il viaggio in nave trasformano la propria vita e identità, fingendosi sconosciuti, innamorati e infine sposandosi tra loro. Questo sarà solo il primo incesto, perché uno dei loro figli, Milton, sposerà una figlia di una loro cugina. Dal loro matrimonio nasceranno il ragazzo Chapter Eleven e la bambina Calliope, detta Callie, che, più avanti, scoprirà la propria vera natura.

Middlesex è il nome della località in cui vivono questi immigrati greci, ma è anche l’intersessualità che Callie, divenuta Cal andrà scoprendo, in un mondo in cui accanto a ermafroditi e transessuali non mancano varie sfumature di omosessualità.

Il romanzo è l’occasione oltre che per narrare le difficoltà per il protagonista e la sua famiglia di accettare la difficile situazione della ragazza/ragazzo (e dei nonni, con il loro incesto segreto), ma anche per descrivere un intero mondo, quello dell’immigrazione greca in America.

Il libro è quanto mai corposo, ma rimane sempre interessante nonostante il succedersi dei capitoli, delle generazioni e degli anni descritti.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

La mia attenzione, in particolare, è stata ravvivata dalla curiosità di vedere come un tema da me già trattato nel romanzo “Giovanna e l’angelo” potesse essere affrontato: il cambiamento di sesso.

Quando scrissi il romanzo su Giovanna D’Arco, non conoscevo quest’opera di Eugenides (pubblicato nel 2002, dunque quando già stavo scrivendo il mio testo) e mi ero semmai ispirato all’”Orlando” di Virginia Wolf, affascinato dall’idea di un mutamento di sesso così repentino e quasi “senza effetto”, totalmente naturale. L’approccio qui è ben diverso. Il mutamento porta palesi effetti e reazioni nel mondo circostante, ma il suo realizzarsi è quasi altrettanto fluido: chi un giorno era femmina, un altro giorno si ritrova a esser maschio. In tutte e tre le opere, mi pare, si mantiene il concetto che la dicotomia è un fondamentale errore, che la vita è fatta di sfumature, che non ci sono solo bianchi e neri, ma tutta una gamma di colori intermedi. Eugenides ce lo scrive mostrandoci un mondo in cui Callie/Cal non è solo, non è il mostro che all’inizio crede di essere. La Wolf ci mostra l’assenza di stacchi tra gli estremi grazie alla lievità del mutamento.

 

Firenze, 25/07/2013

P.S. In questi giorni, in cui si parla tanto di omofobia, forse può meritare la lettura.

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