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LA SCRITTURA VISUALE È MORTA O È IL FUTURO?

La “scrittura visuale” in narrativa mi pare abbia una valenza più sperimentale che concreta e si presenta come un tentativo abortito di modificare la scrittura letteraria, mentre se parliamo di altre forme espressive la commistione di immagini e scrittura appare oggi la norma della messaggistica elettronica e dei social network ed è riscontrabile nelle pubblicità e talora in film, spettacoli o altre rappresentazioni visive. Considerando la grande diffusione di tali mezzi, potremmo quasi dire che la “scrittura visuale”, pur avendo perso la sua scommessa sperimentale di forma letteraria, ha vinto quella di mezzo espressivo.

Negli ultimi anni, abbiamo vissuto, quando cominciarono a diffondersi gli SMS, un ritorno verso forme di scrittura essenziale, che con l’abolizione di lettere e regole grammaticali tendono a rendere i messaggi in qualche modo simili alla scrittura ebraica senza vocali (“ctrl” per “controllo”) o allo sviluppo di acronimi sostitutivi di intere frasi (“tvb” per “Ti Voglio Bene”).

Ancor più di recente le chat e i social network hanno diffuso e sviluppato gli smile, nati con gli SMS, facendo proliferare una moltitudine di immagini sostitutive di parole, frasi o stati d’animo, riportandoci indietro di millenni ai tempi degli ideogrammi e dei geroglifici. Quindi, abbiamo assistito all’uso diffuso sui social network di abbinare nei post pensieri con immagini, suoni o video e viceversa o del legame di questi nei blog. Basta pensare a una bacheca di facebook per capire come la scrittura si esprima ormai in perfetta sintonia con altre forme di comunicazione, sia visive che sonore.

 

Il saggio “Scrittura visuale”, sottotitolo “Ricerche ed esperienze nelle avanguardie letterarie” di Giuseppe Morrocchi, però, non si occupa di questi temi, ma, dopo una prima analisi degli esempi storici di scrittura “grafica”, passa a esaminare soprattutto le cosiddette avanguardie futurista e dada, mostrando l’uso destrutturato e, spesso, grafico che facevano della scrittura. Questo del resto è più che comprensibile, trattandosi di un testo del 1978. Se avesse fatto diversamente, sarebbe stato quanto meno profetico!

Pur apprezzando il grande vigore e l’energia propositiva del manifesto futurista di Marinetti, (qui riproposto assieme a quello dada e altri scritti programmatici dei due movimenti), in questi anni del terzo millennio il loro tentativo pare quanto mai fallimentare e non a caso, salvo che a costoro non si voglia attribuire un qualche influsso nella moderna semplificazione della scrittura, che sembra però derivare più che altro dalle esigenze dei nuovi strumenti di comunicazione, quali cellulari, smartphone e tablet.

Nelle mie recensioni ho spesso evidenziato come le ragioni del successo di tanti libri risieda spesso in trama, struttura, ambientazione, personaggi e vari altri elementi e, come, tra questi, trama e struttura siano fondamentali per rendere un libro accessibile a un pubblico esteso. Farne a meno in un romanzo significa relegarsi volontariamente in un ghetto letterario riservato a pochissimi amanti del genere o a lettori particolarmente raffinati.

La destrutturazione della scrittura in ambito letterario sembra condannata a morte dai processi evolutivi che permeano la scrittura come ogni altro fenomeno: sopravvivono solo i modelli che hanno più successo.

Diverso il discorso, come detto, se consideriamo i social network, dove la “scrittura visuale” appare la forma dominante di espressione, corredata anzi, di video, musica e suoni di vario genere.

In campo letterario, un testo che risulti incomprensibile senza un particolare sforzo non genera piacere o soddisfazione nel lettore comune e rimane dunque retaggio di un élite letteraria autoproclamatasi superiore, ma facilmente solo troppo pretenziosa per mirare all’obiettivo principe della scrittura: comunicare. Se scopo dello scrivere è dunque la comunicazione, chi comunica male fallisce. I migliori scrittori sono quelli che sanno raggiungere la mente o il cuore del maggior numero di lettori (possibilmente entrambi).

La “scrittura visuale”, però, non va peraltro considerata un fallimento totale, se la si inserisce, come dicevo all’inizio, in altri media, di cui può essere parte. In tali casi svolge proprio la funzione di rendere la comunicazione più semplice ed empatica.

Questo non significa necessariamente riconoscere una dignità letteraria e cultura a forme espressive come gli spot televisivi, che, talora, nonostante lo scopo commerciale, raggiungono qualità artistiche non disprezzabili, e a molti post che circolano in internet, ma la loro qualità artistica potrebbe essere un tema da esaminare.

Occorre, comunque, direi, tenere ben distinti i due ambiti: da una parte il romanzo, con la sua struttura e la sua trama e le sue regole, comprese quelle grammaticali, logiche e sintattiche che poco possono concedere al visuale, senza trasformarsi in altro (film, documentario, video…), dall’altra il mondo moderno dei post e delle chat che si esprime mediante la condivisione di contenuti che mescolano al loro interno forme espressive diverse e che vive, in effetti, una destrutturazione che avrebbe potuto affascinare i futuristi.

 

LA SCRITTURA SI IMPARA

Ogni tanto affronto un nuovo volume della raccolta di lezioni di scrittura uscita anni fa in allegato a La Repubblica “Saper Scrivere” della Scuola Holden fondata da Alessandro Baricco.

Spesso passano molti mesi tra uno e l’altro. Ho così ora finito di leggere il “Volume 8”.

Come di consueto è articolato nelle sezioni:

  • Scrivere per raccontare
  • Scrivere per immagini
  • Scrivere per mestiere
  • Scrivere per lavoro

Scrivere per raccontare” ci parla di Giallo & Noir, scrittura umoristica, poesia narrativa, enigmistica (“il materiale di gioco più duttile in assoluto è costituito dalle parole” scrive Ennio Peres), scrittura per ragazzi.

Oggi tendiamo considerare la poesia come una forma espressiva non finalizzata alla narrazione, eppure in passato, basti pensare ai poemi epici, la poesia serviva anche a raccontare qualcosa. Preferisco considerarmi un romanziere piuttosto che un poeta ma quando scrivo poesie, spesso amo raccontare qualcosa, piccole scene. Viceversa quando scrivo un romanzo, mi è capitato di ricercare nella prosa una certa poetica. I due generi vengono spesso tenuti separati ma hanno punti di contatto che potrebbero riavvicinarli.

Scrive Mara Dompé: “scrivere significa soprattutto scrivere per se stessi, mentre scrivere per bambini significa scrivere per gli altri”. La prima parte
dell’affermazione può non essere del tutto vera, ma lo è senz’altro la seconda. Se scriviamo per bambini possiamo cercare di scrivere per il bambino che siamo stati, ma questo non esiste più, non siamo più lui, dunque anche in questo caso scriviamo per un terzo.

La prima volta che mi sono trovato a scrivere pensando a un lettore specifico è stato proprio quando ho voluto scrivere per mia figlia di otto anni il romanzo “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”.

Scrivere per le immagini” ci parla delle serie TV Noir, della scrittura delle sit-com, della poesia sullo schermo (fatta di luci, inquadrature, montaggi, movimenti di macchina, dissolvenze, stacchi, trucchi ottici, dilatazioni temporali), della scrittura dei giochi per la TV e della sceneggiatura dei film di animazione (quanta più libertà che nei film con attori ma quanto più lavoro!).

Scrivere per mestiere” affronta la scrittura degli articoli di cronaca nera, il giornalismo musicale, le traduzioni, la pubblicità di rottura, la scrittura storica.

Scrivere per lavoro” parla delle forme espressive della Pubblica Amministrazione, degli SMS, dell’insegnamento della poesia, di come imparare giocando e di come insegnare in genere.

 

Leggi anche:

Volume 7

Volume 6

SULLA SCRITTURA E LA VITA DEL RE

Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori viventi, forse il migliore. Parlo di quello strano testo che è un misto di autobiografia e manuale di scrittura scritto da Stephen King e intitolato, anche nella versione italiana “On writing”. L’illuminante sotto titolo è “Autobiografia di un mestiere”. King è uno di quei rari fortunati che di mestiere fa lo scrittore e che guadagna abbastanza da non doverne fare altri, a parte, magari sceneggiare qualcuno dei numerosi film tratti dai suoi best-seller mondiali.

 

La prima parte di “On writing” è una sorta di autobiografia di Stephen King, particolarmente concentrata sugli anni dell’infanzia e, in secondo luogo, sulle prime esperienze di scrittura.

All’inizio non aveva fatto caso al sottotitolo del libro “Autobiografia di un mestiere”, per cui questa parte mi aveva lasciato un po’ interdetto, aspettandomi qualcosa di più simile a un manuale di scrittura. In effetti, disapprovo l’idea di mescolare due oggetti tanto diversi come un autobiografia e un manuale, anche se entrambi possono essere utili allo scopo di capire come scrive un grande autore. Nelle prime pagine, dunque, troviamo ben pochi suggerimenti diretti di scrittura, a parte forse i seguenti:Stephen King in 1952, 3 years after his father walked out on his family.

 

Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.

Altrove King scrive che le storie sono sepolte e che tocca a noi, come archeologi tirarle fuori con cura, evitando di rovinarle.

 

Il giorno in cui andai da lui a consegnare i miei primi due articoli, Gould mi disse qualcos’altro di molto interessante: scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”

Questo è un concetto che ripete più volte nel volume: la prima stesura si fa in solitudine, ma poi occorre accettare le critiche altrui e prenderne atto, adattando la nostra creatura.

La sensazione che ho avuto nel leggere queste prime pagine è stata che King volesse dirci: la tua scrittura dipende dalla tua vita. Credo che questo sia in parte vero: quel che scriviamo, anche se non è per nulla autobiografico, in qualche modo riflette quel che siamo e noi siamo così perché abbiamo vissuto in un certo modo, in un certo posto e in un certo momento.

Ne deriva la considerazione scoraggiante “non potrò mai diventare un grande scrittore come Stephen King, perché la mia vita è stata molto più semplice e meno drammatica della sua”. È però un impressione errata. Provate a riscrivere la vostra infanzia allo stesso modo di King e vedrete che non meno emozioni importanti della sua.

Un’altra cosa che emerge dall’autobiografia di King è il suo amore infantile per le storie horror. Non per nulla è noto come il Re del Brivido, anche se questa definizione è ingenerosa, essendo molto di più.

Ne deriva allora che da adulti scriveremo storie simili a quelle che amavamo da bambini?

Pensando a me stesso, la risposta parrebbe affermativa: da bambino amavo le storie di avventura (Salgari, Verne, London) e da adulto scrivo romanzi che hanno spesso una forte componente avventurosa (solo una componente, però, eh!). Da ragazzino amavo la fantascienza e da adulto scrivo storie fantastiche ma razionali (come dovrebbe essere la buona fantascienza).

Il corollario potrebbe essere che chi non amava leggere da bambino, non potrà mai diventare uno scrittore. Forse è così, ma penso che l’amore per la lettura possa essere sostituito dall’amore per qualche altro genere di storie, come quelle dei film.

Insomma, l’amore per la scrittura è amore per il racconto e l’amore per il racconto nasce con noi.

Aver messo questa parte all’inizio dovrebbe servire a far capire a chi legge che se non ha questo amore per le storie, è inutile che vada avanti con il libro, che nella seconda parte si addentra nelle tecniche di scrittura, pur non essendo mai davvero troppo tecnico.

 

La prima lezione ci fa capire quanto sia importante disporre, nella propria testa, di un buon vocabolario, ma anche e soprattutto come il più grande errore sia quello di fingere di disporre di un vocabolario più grande di quello che abbiamo: il lettore se ne accorgerà subito e tutto diverrà artificiale.

Tra le parole da cui diffidare, come ogni buon maestro di scrittura, King mette gli avverbi. Lui come altri ci dice: evitate gli avverbi. Se avete costruito bene la storia, sono inutili. Quel che dicono dovrebbe esser già stato detto dal contesto. Se servono, aggiungo io, interroghiamoci su quel che abbiamo scritto prima, che forse non è così buono. Concetto su cui devo ancora riflettere, perché amo il barocchismo degli avverbi, anche se credo di abusarne meno di quanto vorrei.

Un’altra lezione è sulla grammatica. Dobbiamo conoscerla, perbacco! Si può anche violare e a volte è necessario farlo (se ho un personaggio ignorante mica posso farlo parlare come un professore!), ma occorre conoscerla. Se la conosciamo poco, vale la regola del vocabolario: usiamo quella che conosciamo. Non lo dice King, ma lo dico io: se non sappiamo scrivere in modo complesso, scriviamo con periodi semplici.

A proposito, King ci parla anche dei paragrafi, che per lui sono il cuore della narrazione, più delle frasi o dei periodi. Devono avere una loro unitarietà e coerenza. Un paragrafo può durare una riga, come molte pagine, ma deve avere una sua vita.

King ci spiega anche che crede poco nella trama. Questo lì per lì mi ha un po’ spiazzato, basti pensare agli “ingredienti magici” della scrittura come li avevo individuati nell’analisi dei romanzi della Rowling, un’altra delle migliori autrici viventi e che poi ho utilizzato per esaminare la scrittura di molti altri autori, compreso lo stesso King, che ho raffrontato persino con la Rowling stessa. Ho sempre pensato che un romanzo senza trama parta già male, poi ho capito cosa intendesse: la trama viene su da sola. L’errore è la trama precostituita. King dice che le storie si devono scavar fuori dal terreno. Vengono fuori un pezzo per volta. Capisco allora che ha perfettamente ragione. Anche io non scrivo mai una trama per esteso, in dettaglio, prima di cominciare. Parto da un concetto, da una scena, da un personaggio. Ci immagino sopra una direzione, più che una trama. Questa, che poi è un sinonimo di intreccio, si sviluppa da sola. Le sue varie linee si mescolano, uniscono e dividono. Magari, posso pensare di alternarle (parlare ora di un personaggio, ora di un altro e poi di entrambi assieme, per esempio), di tendere verso un finale, ma non so mai bene dove vado veramente e per quale percorso. Alla fine, però, ci sarà una trama da poter raccontare e descrivere, dico io e, aggiungo sempre io, se alla fine non avremo tirato fuori un bell’intreccio, che con le sue corde sorregga tutta la storia e i personaggi, rischieremmo di veder venir tutto giù.

Mi permetto di raccontare come è nato il mio ultimo racconto: dall’abbinamento di una frase di Mark Rowlands che parlava dell’intelligenza utilitaristica delle scimmie e dall’invito a partecipare a un concorso sul tema del futurismo. Mi è bastato mettere assieme le due parole “scimmia” e “futurismo”, rileggermi il Manifesto di Marinetti ed è nata la storia. La trama è venuta dopo, riga per riga.

A proposito dei dialoghi, King ci invita a essere naturali. Come sono difficili i dialoghi! Quando facciamo parlare qualcuno non siamo più noi a parlare, ma lui. Non è possibile che in un romanzo tutti parlino allo stesso modo, a meno che non siano personaggi tutti con la stessa origine, tipo gli alunni di una classe, i membri di una famiglia. Anche in questi gruppi così stretti, ci sono sempre differenze. Moglie e marito hanno origini diverse. Nella classe ci possono essere ragazzi di fuori città. Non è una questione di usare forme dialettali (odio il dialetto!), ma di diversi modi di usare il vocabolario e la grammatica, le forme retoriche, i cliché, le ripetizioni, le pause…

Lo stesso discorso vale per i personaggi. Per essere veri non possono essere solo delle macchiette o, peggio, non avere nessuna caratteristica. Ci vuole equilibrio tra i due estremi. Occorre caratterizzarli quando basta da non farli confondere l’uno con l’altro e, possibilmente, da crearne almeno uno o due che siano indimenticabili.

King ci dice di osservare chi ci sta intorno, che i personaggi dei libri non vengono direttamente dal mondo reale, ma ne prendono gli elementi. Non è facile però costruire un personaggio mettendo assieme le caratteristiche di persone reali, anche perché di solito sono tra loro incompatibili, come in quel gioco per bambini in cui uno disegna una testa, uno il busto e uno le gambe e poi le tre parti vengono messe assieme, creando dei mostri che di solito suscitano l’ilarità dei bambini. Di solito però non è quello l’obiettivo di un autore. Mi pare di capire che King sia più per creare ex-novo i propri personaggi, “decorandoli” magari con qualche elemento preso dalla realtà.

Nello scrivere dobbiamo sempre cercare di essere “reader-friendly”: questo credo sia un concetto fondamentale, ma di non facile applicazione Stephen King, 1967quando si vuole essere “sofisticati”. Una scrittura spontanea e immediata, però, raggiunge molto meglio il suo scopo di una arzigogolata o artificiosa. Questo non deve voler dire apparire scialbi, ma cercare di essere in sintonia con il lettore. Come ricorda King:

Io non credo che debba essere concesso a un racconto o un romanzo uscire dalla porta del vostro studio o della vostra stanza di scrittura se non siete convinti che sia ragionevolmente reader-friendly. Non potete soddisfare sempre tutti i lettori; non potete soddisfare sempre nemmeno alcuni dei vostri lettori, ma dovete sforzarvi in ogni modo di soddisfare almeno alcuni lettori qualche volta. Credo sia stato William Shakespeare a dirlo.

 

King ci parla anche dell’importanza degli elementi “decorativi” del romanzo, come il simbolismo. Sul simbolismo non possiamo costruire la nostra storia, ma potrebbe esser questo a dargli un diverso spessore. L’autore cita il simbolismo del sangue nel suo “Carrie”. Io penso, invece, ai numerosi simboli nascosti nel mio “Il Colombo divergente”. Per aiutare il lettore a scoprirli ho inserito persino delle parti in corsivo, che compaiono nel mezzo della narrazione e che forniscono la chiave per scoprire i simboli nascosti, ma quasi nessun lettore che mi ha recensito mi pare essersene accorto! In un certo senso l’obiettivo era quasi questo: il simbolismo doveva arricchire la trama, ma non invaderla. Diciamo che i simboli servono soprattutto all’autore e a pochi lettori, dato che gli altri leggono senza badarvi. Difficilmente un testo viene esaminato come fosse la “Divina Commedia”. Non certo quello di un autore sconosciuto o presunto commerciale. Dunque, il simbolismo serve soprattutto a lui, all’autore. Serve all’autore, perché per applicarli porta la storia in nuove direzioni, in cui non si sarebbe orientato senza la presenza dei simboli. Come ogni elemento che aggiungiamo a una storia, ci apre nuove porte, che possiamo decidere (come lettori e come autori) di aprire o meno.

Il simbolismo non è solo un elemento decorativo, dunque, ma è una porta per nuovi mondi, una chiave per una diversa comprensione, uno stimolo intellettuale.

Il più delle volte scorgo la possibilità di aggiungere i particolari estetici e i tocchi ornamentali quando la narrazione in sé è pressoché finita.scrive King. Anche in questo il mio modo di scrivere somiglia al suo (avrei voluto aggiungere “maledettamente”, ma oggi voglio essere diligente e eviterò l’avverbio). Non so lui, ma io scrivo per stratificazioni successive. A volte mi limito ad aggiungere solo frasi qua e là, altrove volte sono proprio elementi che più che decorativi sono unificanti: decorazioni che fungono da richiamo, che creano non una struttura, ma una cornice per la storia, elementi che ritornano a dare un ritmo, nuovi personaggi che mutano il senso della storia. Per “Il Colombo divergente” cambiai addirittura la persona in cui era scritto (dalla terza alla seconda singolare) e il tempo. L’ultimo racconto che ho scritto, di cui parlavo prima, nasce di 10.000 caratteri e diventa alla fine di 20.000. Nella prima stesura il secondo personaggio è appena accennato, nella seconda lo delineo maggiormente. Nella prima ci sono meno allusioni al futurismo, meno dettagli sulla mentalità delle scimmie.

King ci parla poi dei retroscena. Possono essere utili per presentare una situazione, un personaggio, ma tendono a essere divagazioni e come tali ci portano lontano dalla storia. In linea di massima è bene evitarli. Mi vengono in mente i romanzi di Hugo, grande e gradevole autore, ma che aveva il viziaccio di scrivere interi lunghissimi capitoli su cose che non c’entravano nulla con la trama principale, tipo la descrizione delle fogne parigine, la vita conventuale delle suore, quella di Bonaparte, l’argot, come ne “I miserabili”. Tutti temi che hanno ben poco a che fare con la storia principale, sebbene interessanti, ben documentati e ben scritti. Bisogna rifuggire dalla paura di essere semplici. Alcuni autori sembrano nascondersi dietro le loro digressioni, per mettersi in mostra e dire “guardate come sono colto, quante cose so. Non scrivo mica solo storielle”. Però sbagliano (e forse sono colpevole anche io, soprattutto nei miei primi romanzi), perché non è quello che chiede il lettore.

Una parte importante del volume è dedicata ai momenti della scrittura e riscrittura. Come detto nella prima parte, la prima stesura, per King, deve avvenire tutta d’un fiato, a porte chiuse, senza che nessuno interferisca, la revisione deve invece avvenire a porte aperte, accogliendo i consigli di alcuni lettori fidati, amici per King, mentre io preferisco affidarmi ai lettori impersonali della rete, più liberi di “aggredire” le mie opere, senza paura di offendermi, a volte persino nascosti dietro nickname o il totale anonimato. Alcuni autori non accettano le critiche esterne e credono che adattare la propria opera a tali suggerimenti sia come prostituirsi. Io concordo con King nel dire che autori così farebbero bene a lasciare i propri libri nel cassetto. Se non si accetta i commenti, buoni o cattivi, del pubblico, tanto vale non pubblicare. Le critiche se non arrivano prima della pubblicazione, arriveranno dopo e sarà troppo tarsi per porre rimedio. King ritiene che 6 o 7 lettori siano sufficienti. Io ne preferisco alcune decine, ma anche perché i lettori del web sono meno attenti degli amici e quindi occorre compensare, anche se poi, di solito tra 50 lettori distratti, di solito ne trovo sempre 4 o 5 che contribuiscono in modo importante.

King di solito fa una prima bozza, una seconda bozza e revisioni successive. Dice che la seconda bozza dovrebbe essere del 10% più corta della prima.

Tagliare i ragionamenti che dovrebbe fare il lettore, non l’autore. Tagliare l’elaborazione dell’ovvio e i retroscena. Gli elementi importanti nello sviluppo della trama, vanno anticipati. Tagliare gli avverbi.

King suggerisce di scrivere per un lettore ideale. Lui scrive per la moglie. Ritiene importane immaginarne la reazione durante la lettura. È una tecnica che non ho mai sperimentato. Personalmente scrivo per me e riscrivo e revisiono per un pubblico generico. Solo i romanzi per ragazzi, in particolare il primo con protagonista Jacopo Flammer li avevo scritti appositamente per mia figlia, creando personaggi della sua età allora e immaginando le cose che le piacevano, ma anche quelle che piacevano a me alla sua età.

C’è anche una parte sui consigli per trovare un editore e un agente. In sostanza, è bene conoscere il mercato e contattare solo soggetti potenzialmente interessati alla nostra produzione. Per King è importante avere un agente. Personalmente ho considerato l’ipotesi, ma non ne trovavo i vantaggi, dato che i migliori sono altrettanto irraggiungibili delle migliori case editrici e i peggiori possono trovarmi un editore peggio di come potrei farlo da me. In America forse, poi, sarà utile fare indagini di mercato per trovare un editore. Da noi la situazione mi pare piuttosto semplice: ci sono 5 o 6 editori con cui può essere interessante pubblicare, anche se pubblicare con loro non è una garanzia di successo, poi ci sono una ventina circa di editori medio grandi con cui può valer la pena fare un contratto e poi una miriade di piccoli editori che non sono in grado di dare alcun contributo a quel che scriviamo in termini di editing, promozione e distribuzione. Se ci si sa muovere e se non si riesce a farsi pubblicare dai migliori editori, tanto vale autopubblicarsi. King parla di pubblicare sulle riviste ma non sono convinto che in Italia sia utile per farsi conoscere nell’ambiente. In Italia è una lunga strada in cui solo pochissimi arrivano in fondo!

La Regola Principe per King (su cui concordo in pieno per scrivere bene è: “scrivere molto e leggere molto”. Come si può pretendere di scrivere se non si legge e come si può pretendere di partecipare a una gara, se non ci si è allenati? Che cosa legge King? “Tutto quello che mi capita sottomano”. La mia risposta non sarebbe molto diversa: di tutto. Comunque King fa anche un elenco piuttosto lungo (considerato che ne ho letti ben pochi, potrebbe impegnarmi non poco leggere quelli che mi mancano). Quel che leggo io lo potete vedere leggendo la mia Libreria su aNobii o il mio blog.

Un’altra regola importante è: “L’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.

 

Il finale, come l’inizio del volume, viene nuovamente “invaso” dall’autobiografia di King, che ci parla dell’allora recente incidente in cui ha rischiato di perdere la vita (fu investito da un minivan blu), portandogli grande paura e dolore. La vicenda viene narrata in modo molto simile anche nella saga della Torre Nera, quando il protagonista Roland incontra il proprio autore. La (troppo lunga) narrazione qui credo serva per dirci che anche dopo le peggiori sciagure, ci si può (deve) rimettere a scrivere, perché questo serve a “rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole”. “Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene”. Questa è una visione della scrittura come terapia quotidiana che non condivido, anche se capisco che per molti è così. Mi stupisce possa esserlo anche per un grande autore come King, ma chiaramente ci sono diversi livelli della cosa. In un certo senso, per tutti noi che amiamo scrivere la scrittura serve a “Darsi felicità” come scrive King. “Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi.

Se la prima parte dell’autobiografia poteva avere un qualche senso, questa ripresa mi pare del tutto superflua. Se King voleva scrivere la propria autobiografia non aveva che da farlo e avrebbe certo trovato moltissimi lettori interessati a farlo, senza mascherarla con consigli di scrittura, dato che la sua penna può scrivere mirabilmente anche di questo. Non c’aveva appena messo in guardia dalle digressioni? Sarebbe stato meglio fare due volumi: “On writing” e “Autobiografia di un mestiere”.

 

LO SCRITTORE DI RITRATTI

Smettere di scrivere? Quale autore non l’ha mai pensato, sia egli di successo o meno? “Mr Gwyn”, il protagonista dell’omonimo romanzo di Alessandro Baricco non si è limitato a farlo, ma l’ha dichiarato alla stampa e poi ha davvero smesso di scrivere, nonostante fosse un autore amato dal pubblico.

Per fare cosa? Per cambiare vita e mestiere, ma senza sapere bene come. Poi capisce che vorrebbe fare il Copista? Ma cos’è un Copista ai giorni d’oggi? Nel medioevo l’avremmo visto in un convento copiare antichi testi in bella calligrafia. Nel XXI secolo il termine mi fa pensare all’equivalente moderno dei monaci copisti: un creatore di e-book, quell’oscura figura di pirata informatico che ricopia digitalmente romanzi, saggi, antologie e quant’altro e trasforma tutto in epub, mobi, pdf o altri formati idonei alla lettura su e-reader.  Un antico copista medievale preservava i libri dall’usura del tempo e li tramandava ai posteri. Un creatore di e-book moltiplica all’infinito i libri che tocca, in una sorta di miracolo tecnologico e li consegna al libero scambio, fuori da ogni logica commerciale e di copyright, rendendo, per la seconda volta nella storia, la letteratura popolare e fruibile. Se la stampa a caratteri mobili di Gutenberg aveva creato il libro economico, l’e-book dona al mondo il libro gratuito o semigratuito, rendendo la cultura accessibile a tutti e libera come l’aria.

 

Alessandro Baricco

Il libro di Baricco però non parla per nulla di questo. Mr Gwyn non ha intenzione di diventare un paladino del copyleft. Non sa cosa voglia dire fare il copista, pur desiderando essere proprio questo. Un giorno poi scopre, grazie a una vecchia signora, che si trasformerà in una sorta di “amica immaginaria” con cui confidarsi, che per lui fare il Copista significa “copiare le persone”! Ma come si possono copiare le persone? Immagina allora di far loro dei ritratti. Non sapendo dipingere ma scrivere, saranno ritratti scritti.

La scrittura e la pittura si sono spesso imitate a vicenda e scambievolmente, ma di solito imitando i risultati, gli effetti finali, le sensazioni provocate, i temi narrati o viceversa le premesse, le motivazioni, la cause scatenanti. Difficilmente imitano l’una gli strumenti dell’altra.

Mr Gwyn, invece, vuole fare questo e così si prepara un incredibile studio-loft in cui fare i suoi ritratti letterari, scrivendo “dal vero”, con un modello vivo da ritrarre. La sola descrizione dello studio vale già la lettura del romanzo, ma è solo poca cosa rispetto al resto!

Comincia così la sua avventura alla scoperta di se stesso, di un nuovo mestiere e di una nuova visione della scrittura.

Vediamo così Gwyn inventarsi un modo suo per “scrivere ritratti” e già questo basterebbe a fare uno splendido racconto, ma Baricco ci stupisce poi proseguendo oltre il primo ritratto fino a una svolta che parrebbe conclusiva e con la quale il libro sarebbe potuto finire, essendo già così un ottimo romanzo, ma alla svolta ne segue un’altra e come in una passeggiata in montagna, all’improvviso, dietro una curva, scopriamo una vista sulle vette che non ci saremmo aspettati e una splendida passeggiata si trasforma in una gita indimenticabile. Tre parti di un tutto, che se fossero state più lunghe sarebbero stati tre episodi di un ciclo, ognuno con la sua autonomia, ma Baricco ce li regala tutti assieme, in un numero di pagine saggiamente limitato. Spesso i libri migliori hanno una simile concisione, non facile da trovare. Saper moderare la lunghezza dei romanzi è dote di pochi.

Insomma, se l’incipit mi aveva affascinato, la prima parte mi ha fatto pensare a un piccolo capolavoro, la seconda a qualcosa di più, con la terza mi sono convinto di poter mettere questo libro tra i migliori romanzi che io abbia avuto la fortuna di leggere. Il finale? Lascerebbe spazio a un’ulteriore svolta, a un nuovo sviluppo, ma Baricco, direi con sapiente moderazione, decide di non abusare e si ferma lì.

Ritratto di Monet eseguito da Manet

Il risultato complessivo è un romanzo che ci parla della scrittura, senza insegnarci come scrivere, anche perché l’esperimento di Gwyn mi parrebbe difficilmente riproducibile nella realtà, ma l’analisi che Baricco fa di questo processo è acuta e affascinante e si pone accanto alla sua originale visione della cultura moderna espressa nel saggio “I barbari”. Se Gwyn scrive ritratti dei suoi clienti, Baricco dipinge il ritratto della Scrittura. Se i clienti di Gwyn si ritrovano e riconoscono nei suoi ritratti, come autore mi vedo ritratto in queste pagine, pur non avendo io nulla a che vedere con Mr Gwyn e non somigliandogli affatto.

Ancora una volta, con questa brillantissima e originale prova, Baricco dimostra di essere uno dei migliori e più intelligenti autori italiani viventi.

RIFLESSIONI POST-CALVINIANE SULLA SCRITTURA

Per spiegare cosa sia il libro “Lezioni americane” di Italo Calvino, mi pare utile citare wikipedia che recita:

<<Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio è un libro basato su di una serie di lezioni preparate da Italo Calvino nel 1985 in vista di un ciclo di sei lezioni da tenere all’Università di Harvard, nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures” – intitolate al dantista e storico dell’arte americano Charles Eliot Norton. Il ciclo, previsto per l’autunno di quello stesso anno, non si è mai tenuto a causa della morte di Calvino avvenuta nel settembre 1985. Alla data della morte, l’autore aveva terminato tutte le lezioni tranne l’ultima. Il libro fu pubblicato postumo nel 1988. Quando Calvino morì, non aveva ancora pensato a un titolo italiano. La moglie Esther Judith Singer racconta che aveva dovuto pensare prima al titolo inglese, Six Memos for the Next Millennium>>.

Sempre secondo wikipedia:

<<Ogni lezione prende spunto da un valore della letteratura che Calvino considerava importante e che considerava alla base della letteratura per il nuovo millennio. L’ordine delle lezioni non è casuale; segue, infatti, una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante (la leggerezza) e si procede con la trattazione di quelle meno essenziali.

  1. Leggerezza
  2. Rapidità
  3. Esattezza
  4. Visibilità
  5. Molteplicità
  6. Coerenza (solo progettata)>>

 

Mi voglio qui limitare solo ad aggiungere che mi sarei aspettato, visti i titoli delle lezioni, delle dissertazioni più generiche, sui sei (cinque, di fatto) concetti, invece Calvino affronta ogni tema con ricchi e abbondanti riferimenti a opere letterarie di vari autori, compreso, talora, lui stesso.

Più che parlare di ciò che Calvino ha scritto (sarebbe un po’ come fare la recensione di una recensione, visto che parla di numerose opere letterarie), vorrei fare alcune semplici riflessioni sui concetti da lui affrontati.

Interessante è aver collocato la “Leggerezza” al primo posto. È infatti uno dei requisiti che più spesso manca alle opere più osannate dalla critica letteraria, eppure mi ritrovo d’accordo nel voler dare importanza a questa caratteristiche delle opere. Personalmente in passato ho parlato piuttosto di “semplicità”, ma semplicità in fondo vuol dire, in letteratura, anche levità. Amo i testi complessi e intricati, ma da lì occorre partire alla ricerca della massima semplicità. Solo grandissimi (e pochissimi) capolavori sanno essere leggeri e profondi nello stesso tempo,

La “Rapidità” è forse la virtù più ricercata dalla scrittura moderna, che non ha tempo, non può attardarsi, mal sopporta le lunghe descrizioni ottocentesche e vuole testi veloci e taglienti come lame in volo.

Qualcuno ama parlare di ispirazione, di istinto, di spontaneità, ma queste sono cose che poco hanno a che fare con la letteratura, che è invece una scienza precisa, “Esatta”, frutto di lavoro, ricerca, ponderazione, riequilibrio, tagli sofferti, aggiunte faticate, in cui ogni parola ha un peso preciso e basta poco a far perdere il suo equilibrio a una frase e farla precipitare in qualche abisso, che sia quello della banalità o quello della confusione o altro baratro tragico.

“Mostrare non raccontare” raccomandano tanti maestri di scrittura. Eppure ci sono opere che raccontano e basta e non per questo non sono celebri e amate. La regola però è importante, anche se, come ogni regola, può non essere rispettata. Rendere visibili i concetti. Dare corpo alle idee e rendere astratte e poetiche le cose più concrete, questo, per me, è fare letteratura.

Molteplicità”? Difficile rendere un’opera “molteplice”. Lo è, per me, se si arricchisce di diversi temi, di diversi personaggi, di diverse sensazioni. Eppure qui l’autore deve fare molta attenzione, perché se a un minestrone aggiungiamo troppi ingredienti alla fine somiglierà solo al secchio della spazzatura. Il dosaggio è importante in ogni cucina. Quali siano i possibili ingredienti l’ho già scritto più volte (si legga per esempio la mia recensione del ciclo di Harry Potter o la più recente della saga della Torre Nera) e non mi vorrei ripetere qui.

Di “CoerenzaCalvino non ci parla, ma è qualcosa cui ogni scrittore deve prestare attenzione. Banalmente non possiamo scrivere una storia di ambientazione medievale e poi far prendere il treno al nostro protagonista. Questo errore non lo farebbe nessun autore (spero!), ma affinando le differenze, spesso si rischia di mettere in bocca a un personaggio espressioni che non sono del suo tempo e della sua cultura, oppure si rischia di dare uno sviluppo alla trama che non è coerente con il suo incipit o di muoverci incoerentemente da un genere letterario all’altro (altra cosa è la commistione di generi).

Queste sono banali riflessioni mie, indotte dalla lettura del testo di Calvino, ma moltissimo altro si potrebbe dire e scrivere in materia, questo però non è lo spazio adatto.

Mi limito a dire che se il libro mi ha fatto riflettere (per quanto modestamente mi riesca), non può che essere un buon libro.

PERCHÉ ROLAND DESCHAIN NON È HARRY POTTER

Credo che le due più grandi eptalogie scritte a cavallo del cambio di millennio siano la saga di Harry Potter e quella Roland Deschain di Gilead, la prima realizzata da J.K. Rowling, la seconda da Stephen King. Non conosco il numero di copie vendute da King per la saga della Torre Nera che ha per protagonista il pistolero di Gilead, ma sebbene immagino siano moltissime, credo che difficilmente possano essere comparate per quantità con quelle del maghetto di Hogwarts. Del resto la fama della saga fantasy della scrittrice inglese è planetaria anche grazie agli otto film tratti dai sette romanzi, mentre altrettanto non è ancora stato fatto con l’opera dell’americano.

Entrambi comunque hanno il vantaggio di aver scritto in lingua inglese, cosa che è già un primo passo avanti verso il successo.

Che cosa ha reso però Harry Potter un bestseller più della Torre Nera?

Tempo fa avevo esaminato quelli che mi parevano i principali ingredienti della saga fantasy inglese e, in seguito, ho ripetuto l’analisi anche su altre opere (per esempio “Il cacciatore di aquiloni”, “La setta degli assassini”, “Amabili resti” “It”, “Il seggio vacante”, “I miserabili”). Quale scritto però si presta meglio del ciclo di King per un’analisi di questo tipo, se non altro per l’ampiezza comparabile delle due saghe e per la base fantasy di entrambe, con lunghe parti ambientate nel mondo “reale”?

Gli elementi che avevo individuato nella saga di Harry Potter sono: trama, strutturazione, ambientazione costante, ripetitività e ritualità, magia come estraniazione dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance, paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte. Notavo anche che l’amore, pur presente, spesso centrale in tante opere, aveva un ruolo marginale.

 

Vediamo, allora che uso fa Stephen King degli elementi usati dalla Rowling.

 

Trama: nessuna saga di sette romanzi di centinaia di pagine ciascuno si può reggere senza una trama principale e alcune trame secondarie. Sembra scontato, ma ci sono romanzi corposi con trame troppo esili che come un corpo senza spina dorsale, si flettono sotto il peso delle pagine. Alla Quest di Roland si aggiungono le imprese che lui e i suoi amici dovranno affrontare in ciascun volume, a volte più di una per romanzo.

 

Strutturazione: struttura e trama sono quasi la stessa cosa, ma la struttura è qualcosa di più, che nasce dall’unione di trama, ambientazione, morale e che presume un certo equilibrio tra le parti. I romanzi di King, in questo sono più caotici di quelli dell’inglese, sia per la pluralità di ambientazioni, sia per una morale meno definita.

 

Ambientazione costante: in Harry Potter abbiamo due o tre ambienti centrali (la casa degli zii nel mondo reale, Hogwarts e magari Hogsmeade). I romanzi di King descrivono un viaggio e l’ambiente cambia continuamente, con salti avanti e indietro dall’uno all’altro, dal deserto delle aramostre alla New York del “lato americano” a New York alternative e ucroniche, al Medio-Mondo, al Fini-Mondo, al Entro-Mondo, al Oltre-Mondo, con Rombo di Tuono, Gilead, l’Eld, le Terre Desolate, in una geografia fantastica in cui non è facile orientarsi anche perché attraversa non solo lo spazio ma il tempo. Questo è per me un elemento affascinante di lettura, ma temo che possa disorientare i lettori più distratti e allontanarli dai libri.
Ripetitività e ritualità: qualcosa di ripetitivo c’è, innanzitutto la costanza della ricerca della Torre Nera, poi l’apparizione delle Porte tra i mondi, le apparizioni di robot, alcune frasi rituali, ma King ama sorprendere  e la sua è una storia in continuo movimento, non abbiamo certo la ciclicità del tempo scolastico di Hogwarts, anzi qui, addirittura, il tempo accelera, rallenta, va indietro, fa continui salti nel futuro e nel passato ed ere lontanissime si toccano. I Pistoleri hanno i loro mantra, le loro superstizioni, ma non sono veri riti. Questo allenta l’unitarietà dei romanzi e, soprattutto, non crea quel senso “domestico” che fa sentire il lettore a casa sua nei romanzi della Rowling.
Magia come estraniazione dalla realtà: Harry Potter vuole fuggire da un mondo reale di “babbani” in cui si sente insoddisfatto. Gli amici americani di Roland sono strappati via da New York contro la loro volontà e Roland attraversa gli spazi tra i mondi non per un desiderio di soddisfazione personale, ma per una missione da cui non può prescindere. Anche lui è obbligato, seppure dalla propria stessa volontà. La magia è subita, non dominata e cercata, come dai maghetti di Hogwarts che cercano di studiarla e controllarla nella loro scuola di incantesimi. È dunque una magia con un fascino diverso e, temo, minore.
Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: in questo King credo lasci indietro di qualche giro la Rowling. La saga della Torre Nera è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, della psiche disturbata. Persino le macchine, come il treno pensante Blaine il Mono sono schizofreniche, persino lo stesso autore compare nel romanzo sia di persona che una trinità di sosia dissociati. Gli amici di Roland hanno grossi problemi. Eddie Dean era un tossico, Susannah-Odetta-Detta è una schizofrenica con ben tre personalità, cui se ne aggiungerà una quarta che è più che altro possessione demoniaca (Mia)!


Linguaggio inventato: mancano forse termini espliciti come in Harry Potter, ma già solo i nomi della geografia di Tutto-Mondo potrebbero bastare per riempire un piccolo vocabolario. Ci sono poi le espressioni usate ritualmente, come i ringraziamenti e i saluti, ci sono le storpiature di termini fatte da Roland che non capisce totalmente la nostra lingua, ci sono oggetti particolari cui vengono da nomi appositi, come i piatti assassini, le palle “modello Harry Potter” (con cui la saga di King rende omaggio a quella della Rowling). Nel complesso, però, non sia ha percezione di una struttura linguistica innovativa capace di entrare nel linguaggio comune dei lettori o almeno nella loro fantasia.

 

Amicizia: a Hogwarts troviamo soprattutto l’amicizia sincera e spontanea dei bambini e degli adolescenti, ma non mancano amicizie mature e adulte. Lungo il sentiero della Torre Nera, Roland stringe amicizie profondissime, che vanno al di là delle esperienze comuni, al punto da doverle definire con un termine specifico: Ka-tet. Roland e i suoi, sono amici legati da un vincolo forte, che fa di loro più che una famiglia. Eppure l’essere questa amicizia così speciale, la rende irreale e quindi affievolisce il senso di immedesimazione. Alcuni personaggi si aggiungono lungo la via, a offrire la loro amicizia ai nostri eroi, ma sono più che altro compagni di avventure.
Lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: Roland lotta contro il male (qui è Rosso, più che Nero, dato che il Nero è il colore della Torre, dell’ordine, dell’equilibrio), difende il Bianco, cerca di impedire il crollo della Torre Nera, lo spezzarsi dei Vettori che la reggono, perché la fine dei Vettori e della Torre Nera significherebbe la fine di tutto, ma il male è sempre mescolato con un po’ di bene, sebbene tenda sempre a prevalere e, forse, non è davvero degno di essere scritto con la maiuscola. Roland per raggiungere il suo obiettivo sacrifica tutto, amici, famiglia, Ka-tet. La sua è certo una lotta del Bene contro il Male, ma se il Male appare con molte facce, quelle del Bene sono poche e spesso sono sul corpo di persone all’apparenza poco raccomandabili.
Compenetrazione tra il Bene e il Male: si è detto sopra. I nostri eroi non sono dei santi, ma Pistoleri dal passato oscuro.
Tanti nemici, grandi e piccoli: i nemici da affrontare sono davvero tanti, la “principessa da salvare” è soprattutto una: la Torre Nera, ma se alla fine incontreremo il drago che la custodisce (il Re Rosso), questo non è Voldermort, la cui presenza compenetra tutti i romanzi della serie di Harry Potter, vero antagonista del piccolo mago. Roland combatte contro tutto e tutti per salvare l’universo, ma non ha un vero antagonista e questo lo rende più fragile come personaggio. Non ha un nemico alla sua altezza in cui riflettersi.
Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: la trasformazione da debole a forte non riguarda il protagonista, che conosciamo già forte, seppure con le sue debolezze,, ma tanti altri personaggi, dall’ex-tossico Eddie Dean, alla storpia schizofrenica cleptomane razzista di colore Odetta/Detta/Susannah/Mia, al bambino Jake Chambers che si trasforma in pistolero.
Spettacolarità: non avremo le battaglie aeree contro i draghi e le partite di Quidditch, ma abbiamo epici scontri contro i robot-lupi, la corsa folle del treno schizofrenico Blaine il Mono, il deserto con le aramostre, i conflitti contro i gangster di New York!
Competizione: nessuna gara, nessuna squadra l’una contro l’altra, ma la lotta per la sopravvivenza, gare mortali di indovinelli, duelli, battaglie. Qualcosa per cui parteggiare non manca, anche se non si può fare il tifo per i Grinfondoro e odiare i Serpeverde.
Mistero: anche qui il Re dell’horror ha qualcosa da insegnare alla donna più ricca di Inghilterra. Anche se forse troppo mistero rimane tale e chi (non sono tra costoro), vorrebbe sempre sapere e capire tutto, potrebbe restare insoddisfatto. La magia narrativa di King sta proprio nel creare mondi quasi onirici, a volte dal sapore lovecraftiano, in cui non tutto è spiegato, in cui non occorre sapere tutto, perché la verità non è una sola, perché ogni cosa è vera, anche il suo opposto, come è vero che Jake è morto, ma anche vivo accanto a Roland, come è vero che una certa località si trova in un quartiere, ma anche in un altro. Che cosa siano davvero la Torre Nera e i Vettori non è dato sapere, ma solo intuire. Questo mi piace di questa serie, questo lasciare la verità e il senso delle cose in sospeso, questo lasciare spazio alla fantasia del lettore. Se altri “ingredienti” sono usati da King con maggior parsimonia, il Mistero lo sa padroneggiare alla grande, forse più dell’horror e della paura, per cui è celebre. In questo è molto diverso anche da Asimov, spesso citato nella saga per i suoi robot positronici, perché lo spirito da giallista del russo-americano non lascerebbe mai nulla senza una spiegazione razionale.


Suspance: tutta quella che si può volere in un libro. Una suspance portata avanti per migliaia e migliaia di pagine, fatta forse più di consuetudine con i personaggi, di curiosità per le sempre nuove trovate dell’autore, di desiderio di proseguire lungo il sentiero del Vettore, più che di ansia o angoscia per gli eventi futuri.
Paura: King per molti è un autore horror. Qui siamo davanti a una storia di diverso genere, ma non mancano brani ed elementi horror e l’americano sa bene come usarli.
Avventura: se non è avventura questa! Un incredibile viaggio di un pistolero e i suoi compagni in una saga che mescola fantasy, western, horror, ucronia, romanzo gotico, fantascienza e molto altro ancora, in cui saranno affrontati killer spietati, robot assassini, gangster, trafficanti di droga e altri malavitosi,, treni pazzi, mostri lovecraftiani, incubi, crisi d’astinenza, ferite, malattie e molto altro ancora.
Iniziazione e crescita verso l’età adulta: ogni avventura porta con sé una crescita. Certo il protagonista non è un ragazzino come Harry Potter, ma anche un adulto può aver bisogno di scoprire se stesso, i propri sentimenti repressi, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ci sono poi il drogato, che trova nell’avventura la strada per disintossicarsi, la schizofrenica che combattendo ritrova unitarietà, il bambino che diventa ragazzo, se non adulto.

Rowling e King

Morte: di morte ne troverete tutta quella che vi serve. La strada di Roland verso la Torre Nera è disseminata di cadaveri, da quelli che non vediamo, ma che lui ricorda, per esserli lasciati indietro prima che la saga avesse inizio, a quelli che provoca tra i suoi nemici, a quelli che perde tra i suoi amici. C’è un vero confronto con la Morte, quella con la M maiuscola? Forse no. Forse neppure nel confronto con il Re Rosso. Roland alla fine è sopraffatto da tante morti, più che dalla Morte come concetto in sé.

 

Amore: certo Roland ancora ripensa alla sua amata perduta, Eddie e Susannah si amano e si sposano, si perdono e si ritrovano, ma come nella saga di Harry Potter, anche qui l’amore o il sesso non mi paiono elementi centrali. Se c’è amore è più quello per la missione da compiere, per i compagni di avventura, per il Ka-tet.

In conclusione, King usa in quantità maggiore della gran parte degli autori che conosco quelli che sono gli elementi fondamentali per un romanzo di successo. Come in cucina, non è certo la quantità di ingredienti a rendere speciale un piatto, ma il loro uso e il loro dosaggio e certo l’americano conosce come pochi il mestiere di cucinare storie, eppure sempre più mi convinco che un romanzo (e una saga ancor più) è tanto più buono, avvincente, coinvolgente, tanto più sono presenti gli ingredienti di cui sopra. Non a caso la Rowling è l’autrice più venduta del mondo e King uno dei maggiori autori mondiali di bestseller. A poco senso parlare di qualità di un romanzo, se non piace al pubblico. Se piace al pubblico, viceversa, un motivo ci deve essere.

PICCOLI CONSIGLI DI SCRITTURA TERAPEUTICA

A volte ci lasciamo attrarre da un titolo e cominciamo a leggere un libro senza particolari altri motivi. Più o meno questo mi è accaduto quando ho deciso di leggere “Scrivere zen” di Natalie Goldberg, un manuale di scrittura che, dal titolo mi faceva sperare potesse contenere qualche suggerimento originale, magari ispirato ai principi di essenzialità e complessa semplicità di alcuni componimenti giapponesi come gli haiku.

Due cose però mi dovevano insospettire: l’autrice non è giapponese e per giunta non è una scrittrice, non di romanzi almeno.

Scrivere è una tecnica e i manuali possono aiutare a scoprirne i meccanismi e ce ne sono alcuni validi che indagano ed esplorano vari aspetti. Ancora sto leggendo, per esempio, la serie di volumi realizzati dalla Scuola Holden per La Repubblica, sempre ricchi di spunti. Il manualetto scritto da questa signora che vive a Taos, in New Mexico, contiene però ben pochi consigli tecnici (per esempio, il classico non dichiarare un sentimento ma mostrarne i suoi effetti o “non dite frutto. Dite di che frutto si tratta” o cercare verbi, aggettivi e sostantivi alternativi a quelli consueti) e sebbene l’autrice si dichiari un’ebrea buddista e ogni tanto riporti qualche citazione del suo maestro zen, non mi pare che indichi, almeno non chiaramente, alcuna originale via zen alla scrittura.

Credo che i manuali utili possano essere di due tipi: quelli scritti da esperti delle meccaniche della scrittura e quelli scritti da grandi autori. “Scrivere zen” non appartiene a nessuna delle due categorie, anche se la Goldberg racconta di aver tenuto corsi e gruppi di scrittura.

I suoi sono piuttosto consigli di vita, suggerimenti per usare la scrittura come terapia (contro depressione, noia, sfiducia…), non tanto una guida per migliorare la propria capacità di affrontare la creatività letteraria.

Spesso invita a scrivere in modi e luoghi non tradizionali, come se la scrittura possa essere improvvisazione e non un mestiere con le sue regole e i suoi strumenti. Capisco poco quando dice “Proviamo a scrivere in circostanze e luoghi diversi” (pag. 105). Quello che dobbiamo scrivere è dentro di noi e ci vogliono spazi adeguati per farlo emergere, non il caos di posto occasionali.

Qualche utile suggerimento, peraltro, si riesce a trovare e la lettura è abbastanza piacevole, come due chiacchiere con una signora vivace, ma poco di più si ottiene da questo testo, le cui considerazioni sono spesso banali e a volte, nonostante tale banalità, riescono persino a trovarmi in disaccordo, cosa difficile per un’apparente ovvietà!

Riporto di seguito alcuni dei precetti che ho estratto dal volume:

  • “Se ti impegni abbastanza a fondo nello scrivere, ti porterà ovunque tu voglia” (pag.13). Può anche essere vero, ma proprio ovunque non direi e poi magari bastasse l’impegno!
  • Scrivere “è come correre. Quando si corre bene, le resistenze sono minime” (pag. 22). Ovvero se si ha tecnica, tutto è più semplice, peccato che questo volume di tecnica non ne contenga. Sul rapporto tra scrittura e corsa, consiglierei “L’arte di correre” del grande romanziere giapponese Haruki Murakami.
  • “Se uno vuole mettersi a scrivere un romanzo va benissimo, ma non per questo deve smettere di fare esercizio” (pag. 23). Giusto. Dobbiamo sempre esercitarci per trovare nuovi modi di scrittura, per mantenere la mente pronta e flessibile. Senza allenamento non si va da nessuna parte. Vale anche per la scrittura. È forse una delle osservazioni più importanti del volume.
  • “É così che dovremmo scrivere (…) lasciando che la nostra mente ingurgiti tutto quanto e poi lo risputi sulla carta con grande energia” (pag. 42). Sì, certo, scrivere è assorbire, mescolare e produrre qualcosa di nuovo da quel rimescolio che avviene nella nostra mente.
  • “Non c’è separazione tra la formica e l’elefante” (pag. 43). Scrivere è mescolare ogni cosa, superare le distinzioni, ricreare nuove categorie.
  • Parlando di grandi autori dediti all’alcool, giustamente osserva “Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo” (pag. 47).
  • “Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi” (pag. 47): anche di più. Significa sentirsi potenti, capaci di creare mondi interi. L’autore è il Dio dei suoi personaggi, li conosce nell’intimo e li muove a suo piacere.
  • “Quando scrivete usate dettagli originali” (pag. 49): dicevo che in questo libro non ci sono consigli tecnici, ma questo lo è ed è importante.
  • “Quando si scrive astrattamente; si ha la sensazione di un grande calore, ma non c’è niente da addentare” (pag. 53): terribili i volumi di certi autori, di solito esordienti, così astratti da essere del tutto vuoti!
  • “Nell’usare i dettagli (…) Stiamo offrendo del buon pane sostanzioso agli affamati” (pag. 53): la scrittura reclama concretezza!
  • “Se ho tempo per scrivere mi sento ricchissima” (pag. 54). “Lo scrittore tiene moltissimo al proprio tempo”: il dramma dello scrittore è avere diecimila idee e il tempo per metterne su carta forse neanche una!
  • “Ciò che il grande scrittore ci trasmette, in realtà, non sono le sue parole, quanto il respiro nel momento dell’ispirazione” (pag. 57): si trasmettono sensazioni ed emozioni! Beato chi ci riesce!
  • “Se si vuole imparare a scrivere ben, bisogna fare tre cose. Leggere parecchio, ascoltare bene e intensamente, e scrivere tanto. E non pensare troppo” (pag. 59).
  • “La vera arte arriva a sfiorare il sentimentalismo, senza però diventare sentimentale” (pag. 62): difficile equilibrio!
  • “Allo scrittore spetta il compito di ascoltare i pettegolezzi e trasmetterli ad altri” (pag. 83): a volte un pettegolezzo nasconde una buona storia, ma la letteratura non si fa con i pettegolezzi (o non solo).
  • “Scrivere è un atto comunitario. (…) ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi” (pag. 85): niente di più vero (e forse ovvio).
  • “Tirate fuori quel che scrivete” (pag. 86): anche se scriviamo per noi stessi, scriviamo comunque per essere letti.
  • “Se possiamo scrivere una domanda, siamo anche in grado di dare una risposta.” (pag.91): magari! Nella vita non è certo così, ma in narrativa possiamo sostituire domande con risposte. A volte.
  • “Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione” (pag. 103) Piuttosto vede le cose con occhi diversi.
  • “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati” (pag.102) dice rivolta a dei bambini. Ma, per Diana, se quello è il loro mondo è proprio di quello che dovrebbero scrivere! La poesia per loro è lì non certo in cose che non li riguardano!
  • “Essere artisti significa vivere nella solitudine” (pag. 108): ma chi l’ha detto! Affermazioni come queste mi fanno rabbia! La visione dell’artista o dello scrittore come un recluso è ridicola e odiosa. Personaggi così sono solo dei falliti. Basterebbe quest’affermazione a farmi bocciare l’intero volume!
  • “Invece bisogna essere teneri e determinati verso quello che si scrive e coltivare il senso dell’umorismo” (pag. 112); almeno questo l’ha capito: non ci si deve prendere troppo sul serio!
  • “Il processo della scrittura è una fonte continua di vita e vitalità” (pag. 113): ma sì, Natalie, altrimenti perché scriviamo!
  • “Scrivere non vuol dire fare psicoterapia, anche se può avere un effetto psicoterapeutico” (pag. 116): allora lo sa anche lei, eppure il manuale sembra dire proprio il contrario!
  • “Scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare” (pag. 118): e quante sono! Ci sono anche le storie mai nate che dobbiamo far venire fuori!
  • “Scriviamo in modo che gli altri possano capirci. L’arte è comunicazione” (pag. 141): a me pare ovvio eppure va ribadito, perché in molti lo dimenticano!
  • “Se vogliamo che ai nostri scritti non manchi nulla, è indispensabile tornare a casa (…) bisogna, però prendere atto delle proprie origini, e penetrarle a fondo” (pag. 144): conosci te stesso, diceva Socrate, ma in quest’idea c’è anche altro. Parliamo di come siamo. A noi sembra normale, ad altri può sembrare strano o esotico. Il meraviglioso può essere in noi. Prima o poi devo decidermi a scrivere il libro sui miei antenati a cui penso da anni.
  • “Qualunque cosa tu faccia non diventare una scrittrice regionale” (pag. 145): quanto sono d’accordo! Come non mi piacciono gli autori dialettali che scrivono oggi. Forse ormai persino scrivere in italiano è da provinciali e c’è gente che scrive in siciliano, sardo o genovese!
  • “<<Se l’energia di una poesia è tutta in un solo verso>> disse una volta William Carlos Williams ad Allen Ginsberg <<taglia tutto il resto, e lascia solo quel verso>> (pag. 158): la cosa più difficile per un autore è tagliare. Dice bene Williams (ma chi ha insegnato alla Goldberg o al suo traduttore a mettere le virgole prima delle congiunzioni!)
  • “Prima di rileggere i propri scritti, è opportuno lasciar trascorrere un po’ di tempo” (pag. 160): io i miei romanzi li leggo e rileggo a distanza di mesi, in modo da essere il più possibile una persona diversa da quella che ha scritto la precedente stesura.

 

Insomma, qualche idea nel volume c’è, fossero anche solo quelle che ho elencato. Non saranno idee particolarmente geniali e alcune sono tutt’altro che condivisibili, però sono uno spunto di riflessione e questo per un manuale è importante. È per questo che non lo boccio totalmente. Comunque, piuttosto che rileggere il libro, però, penso che sia per me sufficiente rileggere questo post.

 

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