Archive for agosto 2013

SOPRAVVIVENZA STEAMPUNK

Ho scoperto lo steampunk analizzando le correnti della letteratura ucronica. Con questo genere di opere si intendono, generalmente, quelle che descrivono il protrarsi sino ai giorni d’oggi della cultura vittoriana inglese e, soprattutto, della civiltà industriale ottocentesca, con le sue grandi macchine a vapore, i suoi ingranaggi, i suoi motori a carbone.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volume “Guida steampunk all’Apocalisse” dà una diversa definizione del genere. In realtà, mi pare più una non-definizione.

L’Introduzione comincia così:

Come il cyberpunk un quarto di secolo fa, lo steampunk è oggi soprattutto negli Stati Uniti e nella rete, un movimento culturale in sboccio, una tendenza estetica, uno stile di vita che prende le mosse dalla moderna fantascienza di Gibson, Sterling (La macchina della realtà) e Stephenson (L’era del diamante”) per citarne solo alcuni, ma si spinge molto più indietro nella storia della letteratura, attingendo ai mondi immaginati da Verne e da H.G. Wells.”

Insomma, lo steampunk, pur fortemente connesso alla letteratura, è anche “una tendenza estetica, uno stile di vita”.

La guida scritta da Margaret Killjoy, in effetti, ha poco a che fare con l’ucronia (dato che parla di un mondo futuro) e molto con lo “stile di vita”. Scritto in tono umoristico, fornisce dei consigli molto concreti e pratici per sopravvivere in un mondo post-apocalittico secondo i principi dello steampunk.

Gli steampunk non sono per un ritorno alla natura, ma per un ritorno alla meccanica essenziale, quella in cui chiunque, con un buon manuale e un po’ di intelligenza, può riparare una macchina guasta. Amano gli ingranaggi, ma odiano l’elettronica.

ragazza steampunk

ragazza steampunk

Il volumetto della Killjoy è simpatico ma non comico (ne penso intenda essere diverso). Se dovessi sopravvivere a una qualche apocalisse, lo infilerei in borsa. Non risolve certo tutti i problemi, ma dà suggerimenti utili su come distillare l’acqua e renderla potabile, come difendersi da alcune malattie, procurarsi e conservare cibi, trovare alloggio e altre cose utili in un mondo devastato.

Una lettura piacevole, soprattutto per chi come me ama questo tipo di scenari, i trapper, per gli amanti della vita alla Robinson Crusoe o i sopravvissuti a qualche apocalisse.

Firenze, 23/06/2013

macchina steampunk

macchina steampunk

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IL DIO TARTARUGA E IL MESSIA AUTISTICO

Terry Pratchett e Neil Gaiman  con “Buon Apocalisse a tutti!” (1990) affrontano con un misto di metafisica e umorismo il tema della fine del mondo. Terry Pratchett è però un grande costruttore di fanta-religioni e ha scritto una trentina di romanzi ambientati nel suo immaginario “Mondo Disco”, libri di grandissimo successo, di cui ha venduto decine di milioni di copie e che gli sono valsi innumerevoli premi e riconoscimenti, tra cui la nomina a ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 1998 e il titolo di cavaliere (Knight Bachelor) nel 2009 per i servizi resi alla letteratura. Nel 2002 gli è stata assegnata la Carnegie Medal per il suo romanzo per bambini Il prodigioso Maurice e i suoi geniali roditori (The Amazing Maurice and his Educated Rodents).

Il tredicesimo volume, scritto nel 1992, si intitola “Tartarughe divine” e ci parla, sempre con un tono leggero e umoristico, ma con testi ricchi di riferimenti e non privo di nascoste riflessioni metafisiche e morali, di una tartaruga che, salvatasi dagli artigli di un aquila che avrebbe voluto spaccarne il guscio lanciandola contro una roccia, incontra un novizio della religione di Om un po’ tardo, fondamentalmente autistico, e gli parla, rivelandogli di essere una reincarnazione proprio del potente Dio Om. Avrebbe voluto incarnarsi in un toro ma qualcosa è andato storto e ora non riesce a tornare quello di prima. Da tre anni è imprigionato nel corpo di quella tartaruga monocola e il suo solo potere è rimasto la capacità di parlare al novizio Brutha, che, assai lento nel comprendere e fare le cose, è però dotato di una memoria prodigiosa.

In tutto Mondo Disco i popoli sono politeisti e credono in molti Dei. Solo a Omnia sono monoteisti e credono nel potente e feroce Dio Om, onnipotente e onnisciente. Om-tartaruga, però dimostra di non sapere nulla e di non essere in grado di compiere neppure il più piccolo miracolo. Ignora e non condivide persino i precetti dei suoi profeti.

La Chiesa di Om ricorda per molti aspetti la Chiesa cattolica e non mancano nel romanzo accenni satirici, soprattutto contro le guerre sante, la stupidità dei vescovi e l’Inquisizione (qui detta Quisizione).

Terry Pratchett

Terry Pratchett

Sarà l’attraversata di un deserto insidioso a dare a Omnia un nuovo profeta, anche se quello sbagliato, e poi un altro, quello giusto e a ristabilire l’equilibrio. Nel deserto incontriamo un eremita folle, che ricorda gli stiliti della Cappadocia.

A differenza della Chiesa antica, però gli omniani sono i soli, su Mondo Disco, a credere che la Terra sia sferica. Tutte le altre religioni del mondo fantastico di Pratchet seguono la credenza della mitologia indù secondo la quale la Terra è piatta e poggia su quattro elefanti che poggiano sul dorso di una tartaruga. Per gli indù questa poggia su un serpente. Quando al Dio Om-Tartaruga viene chiesto su che cosa poggi la tartaruga, questo risponde seccato da una simile banalità che è ovvio che non poggia su nulla: la tartaruga nuota!

Firenze, 08/06/2013

INDAGINE SULLA VITA D’UN RAGAZZO MORTO

Ci sono casi, sebbene rari, in cui i film tratti da un libro sono migliori della versione scritta.  Uno di questi è senz’altro il volume “Nelle Terre Estreme” pubblicato nel 1997 da John Krakauer e il relativo film “Into the Wild” realizzato dieci anni dopo da Sean Penn, protagonista Emile Hirsch nel ruolo di Christopher McCandless (alias Alexander Supertramp).

Il volume è una strana cosa a metà tra il romanzo, la raccolta di racconti e un saggio biografico. Narra la vita di un ragazzo nato nel 1968 e morto nel 1992 durante l’ultimo e forse il più temerario dei suoi viaggi solitari attraverso l’America, in Alaska.

Il film, per come lo ricordo ad anni di distanza, ci mostra il viaggio di questo ragazzo attraverso l’Alaska e le sue difficoltà di sopravvivenza fino alla morte, presumibile ma ancora da scoprire fino all’ultimo, consentendo al film di avere una certa suspance. È una bella storia emozionante come possono esserlo quelle in cui c’è in ballo la sopravvivenza di una persona che lotta da sola contro le forze immensamente superiori della natura.

Il libro, invece, parte subito annunciandoci la morte del ragazzo e dicendoci persino come è avvenuta. Si snoda poi come una sorta di indagine sulla sua vita precedente e sulle sue precedenti peregrinazioni, dando uno spazio relativo all’avventura finale, la sola veramente emozionante.

John Krakauer

John Krakauer

Krakauer, poi, affrontando il volume come una sorta di studio, ci presenta anche alcuni altri esempi di persone avventuratesi da sole nella natura, con finali spesso altrettanto tragici. Inserisce nella narrazione persino la descrizione di alcune sue peripezie da alpinista solitario, a riprova della comunanza che prova verso il defunto.

Il risultato è un libro disomogeneo e discontinuo sebbene interessante, ma non emozionante come il film e come avrebbe ben potuto essere se solo l’autore si fosse concentrato maggiormente sulla storia principale e avesse seguito un diverso ordine degli eventi. Peccato.

 

Firenze, 2/6/2013

Into the wild

VIAGGI UCRONICI DI UN CRONODETECTIVE

Avendo appena pubblicato il secondo volume della serie “I Guardiani dell’Ucronia” (“Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”) mi ha incuriosito riprendere in mano un libro il cui titolo richiama un po’ quello della serie: “I Guardiani del Tempo” di Poul Anderson. Si tratta del primo volume (1960) di una serie (Time Patrol) di 5 romanzi, pubblicati fra il 1960 e il 1991 (in realtà l’ultimo è una versione estesa del primo).

La mia edizione è del giugno 1977 e immagino di averlo letto più o meno allora, pur non conservandone alcun ricordo.

Ha in comune con i miei romanzi l’idea che esistano delle squadre di guardiani che controllano le alterazioni temporali, ma le somiglianze tra i due cicli finiscono lì.

Anderson immagina, come di consueto, un tempo lineare. I suoi guardiani cercano di evitare che questo venga modificato dal suo percorso “reale”. A decidere quale sia il giusto succedersi degli eventi sono i Danelliani, un’evoluzione degli umani, che vivrà tra un Carlo Menzinger - Jacopo Flammer nella terra dei suricati - I Guardiani dell'Ucroniamilione di anni. A volte, però, i Danelliani non si limitano a mantenere inalterato il Tempo, ma lo orientano a loro modo.

Anche la visione della Storia di Anderson è piuttosto classica: la Storia segue il suo corso, piccole variazioni non sono determinanti e i grandi eventi non ne vengono alterati.

Nei miei romanzi questi due concetti sono invece completamente diversi. Innanzitutto immagino il tempo come un frattale. Ogni minimo evento crea un diverso corso della Storia, che è tutt’altro che inalterabile. Questo fa sì che esistano infiniti universi divergenti, in ciascuno dei quali il tempo e la Storia hanno seguito un diverso corso. Questi universi ucronici coesistono tra loro. I miei guardiani non si preoccupano affatto che la Storia muti percorso, ma cercano solo di arginare gli spostamenti da un universo all’altro degli Intelliraptor, una razza evolutasi dai velociraptor e che ha costruito le Porte del Tempo. Sono loro a dominare i viaggi nel tempo. I guardiani sono non solo umani, ma esseri derivati dall’evoluzione di molte altre specie, tutti alleati tra loro per arginare la violenza e la malvagità fine a se stessa dei raptor.

Nei romanzi di Anderson i guardiani (solo umani) hanno la loro base nella preistoria (dove è anche ambientato il primo romanzo con Jacopo Flammer), mentre i mei guardiani si ritrovano in un universo “de-raptorizzato” che ha la sua capitale in Govinia, dove tutti i tempi possibili si mescolano.

Ciro Il grande

Ciro Il Grande (moderinizzato)

Ciro il Grande

Ciro il Grande

Protagonista de “I Guardiani del Tempo” è un cronodetective, Manse Everard, proveniente dal 1954. Viene assoldato per far parte della Time Patrol e si unisce ad altri guardiani provenienti da altri tempi, tutti compresi in un arco di alcuni decenni.

Jacopo Flammer, invece, è un bambino, nato nel 1997, nipote di un Guardiano dell’Ucronia, che si ritrova per caso coinvolto in un’avventura in una preistoria alternativa (“Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”) e, da lì, in altri universi. Anche lui avrà accanto compagni provenienti da altri tempi, innanzitutto i due bambini Elisa (nata nel 1964) e Marco (1961), oltre alla loro nonna. Incontreranno poi Guardiani di numerose altre razze e tempi (orsi, suricati, pappagalli, maiali, tigri, scimpanzé…).

Il primo volume scritto da Anderson riunisce alcune avventure attraverso il tempo.

In una, uno dei suoi compagni scompare ed Everard lo ritrova nei panni di Ciro il Grande, l’Imperatore persiano. Il suo dilemma è come riportarlo indietro al suo tempo, senza alterare la Storia.

Poul Anderson

Poul Anderson

In un altro racconto Everard viene incaricato dai Danelliani di alterare la Storia: i Mongoli hanno scoperto l’America prima degli Europei e deve rimettere le cose a posto (ne “Il Colombo divergente” scrivo del fallimento della missione del genovese).

In un’altra storia, i Cartaginesi hanno sconfitto (a causa di un’alterazione temporale causata da dei ribelli) i Romani, alterando tutto il corso della Storia e facendo scomparire i guardiani da tutti i secoli futuri. Everard, con i pochi guardiani rimasti nel passato antecedente, cerca di riportare le cose a posto.

Questo è il racconto per me più interessante, perché è il solo di questo volume che ci mostra un tempo ucronicamente modificato.

Le lingue moderne sono tutte scomparse ed Everard deve comunicare in greco antico con una studiosa locale. Di Roma è rimasto solo un vago ricordo. La terra è divisa in nazioni molto diverse. La scienza non si è sviluppata, anche se esistono alcune macchine. Il cristianesimo non è mai nato e l’ebraismo si è estinto.

Il romanzo (in realtà una raccolta di racconti) non presenta grandi approfondimenti storici e ogni tema viene forse trattato troppo velocemente, ma rimane una piacevole avventura, quanto mai suggestiva per gli amanti dei viaggi nel tempo e, in parte, dell’ucronia.

Mi ha poi, senz’altro, messo voglia di leggere gli episodi successivi, cosa che è sempre un buon segno! Mi pare però di capire che in edizione italiana siano piuttosto difficili da trovare.

 

Firenze, 18/08/2013

LE AVVENTURE DI UN CAMALEONTE DI BARCELLONA

Come si può trovare un difetto in un libro che appassiona, incuriosisce e raramente annoia? Può esserlo forse una trama densa di avvenimenti? Dal punto di vista narrativo, questa credo sia la buona regola di molti bestseller, dal punto di vista della credibilità della storia, questo però può essere un elemento che la inficia seriamente.

Che ne direste allora di un personaggio che vediamo neonato sfuggire alla morte per abbandono e fame, crescere orfano di madre, perdere da piccolo il padre in una rivolta, diventare scaricatore di porto, trasformarsi in soldato e poi in banchiere, perdere parenti e amici per peste e guerre, diventare Barone e Console del Mare e poi perdere tutto sotto gli attacchi dell’Inquisizione, scampare a morte certa e ritornare ricco?

Sebbene il romanzo che ne parla sia voluminoso, l’impressione è che questo personaggio sia un po’ finto. Se però accettiamo questo suo camaleontismo come, per esempio, i superpoteri di un eroe dei fumetti o il trovarsi sempre in mezzo ai guai di qualche detective, allora non potremo non goderci un romanzo come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones (nato a Barcellona nel 1958). Lo apprezzeremo allora non tanto per il piacere di immergerci in una Barcellona del XIV secolo, assistere all’edificazione della sua cattedrale, alle lotte interne ed esterne della città e della Catalogna, quanto per la simpatia verso personaggi cui è difficile non affezionarsi, dal buon protagonista Arnau Estanyol, al suo fratello adottivo Joanet, alla madre Francesca, alle belle donne che lo circondano, agli amici ebrei e moreschi. Faremo fatica a staccarci da queste pagine per i numerosi momenti in cui riusciremo a emozionarci seguendo le avventure di Arnau, sempre guidate dal cuore. Scopriremo un mondo in cui chi sa essere un buon amico generoso sarà sempre ricambiato.

Ildefonso Falcones

Ildefonso Falcones

Non stupisce che questo libro, uscito nel 2006, sia stato tradotto in numerose lingue e abbia venduto, pare, milioni di copie: con una ricetta che non risparmia colpi di scena, suspance, emozioni, la strada per diventare un bestseller appare spianata.

 

Firenze, 27/05/2013

REGREDIRE VERSO LE PALUDI ARCANE

A volte capita di leggere qualche libro che proprio non ci piace e non riusciamo a digerire. Mi capita di rado, un po’ perché leggo poco a caso, un po’ perché riesco quasi sempre a trovare qualcosa di buono in un testo. Però mi piace sperimentare letture diverse e qualche volta m’imbatto in storie che non riesco a mandar giù.

Uno dei libri che, ultimamente, mi è piaciuto meno è stato “La Mostra delle Atrocità” di James Graham Ballard. Diciamo che mi è piaciuto così poco, che, se fossi stato un altro, probabilmente avrei messo una croce sopra a questo autore e non ne avrei letto più. Ballard però è uno dei “mostri” sacri della fantascienza e non potevo liquidarlo così. Ho dunque letto “Deserto d’Acqua”, anche noto come “Il Mondo Sommerso” (“The Drowned World”) (del 1962).  Per fortuna, a differenza de “La Mostra delle Atrocità”, “Deserto d’Acqua” è un vero romanzo. Vera fantascienza. Inoltre è scritto piuttosto bene. Quando ci si aspetta poco da un libro, è il momento, almeno per me, di apprezzarlo di più. Sarà forse per questo che, per quasi metà del romanzo, sono stato persino tentato di considerarlo  una delle mie migliori letture degli ultimi mesi, poi, però, ho percepito una certa pesantezza narrativa, poca cosa, ma sufficiente a farmelo lasciare tra i buoni libri di fantascienza, ma non a farlo assurgere nell’Olimpo dei miei Cult personali. A rendermelo gradito c’è sicuramente l’ambientazione post-apocalittica che continua ad affascinarmi, anche se ormai se ne sono viste innumerevoli versioni. Qui siamo dalle parti del – successivo (1995) – film “Waterworld” di Kevin Reynolds, con Kevin Costner: la terra è stata sommersa dalle acque, in una sorta di nuovo Diluvio Universale, ma l’ambiente è, in realtà diverso: in “Waterworld” c’era solo l’Oceano. Qui ci sono soprattutto paludi. Ad arricchire la trama c’è un altro elemento che amo: il sogno. I sopravvissuti in questo mondo che si sta surriscaldando e tornando alle origini hanno degli incubi lovecraftiani con i quali regrediscono a tempi arcani in cui la vita emergeva dalle paludi.

James Graham Ballard

James Graham Ballard

Quello che forse ho gradito meno è, invece, l’arrivo dei “pirati” che prosciugano la laguna, facendo riemergere una Londra ormai perduta negli abissi marini. Tutto sommato, avrei preferito seguire le vicende della coppia rimasta da sola dopo la partenza del laboratorio per cui lavoravano, ad affrontare i propri incubi, il clima ostile e la natura regredita. Sì, forse, la mia attenzione ha cominciato a calare a quel punto. Uno sviluppo verso la follia o verso l’abbrutimento dei protagonisti mi avrebbe intrigato maggiormente.

 

Firenze, 13/05/2013

 

LA LEGGENDA DEI BAMBINI DISPERSI IN MARE

Marcel Schwob - La Crociata dei Bambini

Marcel Schwob – La Crociata dei Bambini

La tradizione popolare vuole che, nell’Anno del Signore 1212, due gruppi di fanciulli, ispirati da visioni divine (o ben più probabilmente infervorati dallo spirito del tempo) partissero dalla Francia e dalla Germania alla volta della Terra Santa per riconquistare, in un’ennesima Crociata, Gerusalemme, dove non riusciranno mai ad arrivare, morendo per strada o venendo fatti schiavi. Pare però che la leggenda nasca da una cattiva traduzione del termine “pauper”, scambiato per “puer”. Dalle cronache del tempo pare, infatti, si trattasse di un gruppo di poveri, non di bambini, guidati dal pastore tedesco Nikolaus, che giunsero a Genova e Marsiglia dove attesero che il mare si aprisse per farli passare, come aveva fatto con Mosè. L’altro gruppo di pellegrini (i presunti “bambini” francesi, si fermò invece a Saint-Denis.

Da questa storia furono ispirati numerosi autori, da Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”), a Bianca Pizzorno (“La Bambina con il Falcone”), a Frank Schätzing (“Il Diavolo nella Cattedrale”), ad altri.

Nel volume “La Crociata dei Bambini” troviamo riuniti l’omonimo romanzo breve del francese Marcel Schwob del 1896 e il racconto del 1955 di Yukio MishimaIl Mare e il Tramonto”, che si inserisce così bene nella narrazione del  romanzo ottocentesco,  da poter quasi essere confuso per uno dei suoi capitoli.

La Crociata dei Bambini” è, infatti, costruito come una serie di racconti in ciascuno dei quali prende la parola un diverso personaggio, quali un prete, un lebbroso, un papa, uno scrivano, uno dei bambini.

Nel racconto giapponese ascolteremo dalle parole di uno dei fanciulli, ormai divenuto grande, come sia stato venduto schiavo e abbia così viaggiato fino in Egitto, in India e, infine, in Giappone, ma servando sempre nel cuore il ricordo di quella impresa e, ancor, più dell’apparizione di Gesù che lo esortava a partire.

Il personaggio ha assunto il nome di Anri, ma potrebbe essere proprio quello Stefano che secondo la tradizione avrebbe guidato i bambini francesi.

La Crociata dei Bambini” si legge con piacere forse più per l’interesse verso la leggenda che non per lo stile narrativo, anche se la descrizione dei bambini e lo stupore e la sfiducia di chi li osserva sono pregevoli. Più poetico appare il racconto di Mishima, con questo rivolgersi di Anri a un bambino sordo-muto, il solo che in quel Paese potrebbe” ascoltare” la sua storia e con questo suo nostalgico guardare verso il mare.

 

Firenze, 09/05/2013

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