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IL PELLEGRINO DEL TEMPO E IL TURISTA VISCHIOSO

Leggendo il titolo “La società dell’incertezza” la prima cosa cui ho pensato è questo nostro mondo sommerso da una miriade di informazioni e di La società dell'incertezza - Zygmunt Bauman - copertinasegnali contrastanti in cui l’incertezza non può che dominare. Eppure questo non è negativo, perché è segno di una società multiculturale, in cui opinioni diverse corrono in rete, senza controllo, è vero, ma con la massima libertà, lasciando il modo persino a sostenitori delle tesi più assurde (pensate per esempio ai terrapiattisti o ai respiriani) di avere un loro seguito e una loro credibilità. È il bello e il difficile assieme della libertà di questo nostro tempo ebbro di informazioni.

Zigmunt Bauman pubblica “La società dell’incertezza” nel 1999 e dunque alla fine del passato millennio, forse un po’ troppo presto per essere già stato travolto dall’ondata del web dilagante.

Nell’introduzione si legge “Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave ‘riciclaggio’ e come ‘medium’ per eccellenza il videotape; una società dove il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa ‘Fitness’, la massima espressione di libertà è lo ‘zapping’. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca e ottiene la deregulation universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore e il turista. Ma forse più di ogni altro lo straniero.”

Che i vent’anni trascorsi siano un’era lo dicono parole come “videotape” e “zapping” che appartengono già alla nostra preistoria tecnologica. Non per questo l’analisi della fine dell’epoca moderna e del suo passaggio al post-moderno effettuata da Baumann è già superata. Tutt’altro. Il saggio si legge con interesse ed è ricchissimo di spunti.

Innanzitutto, il conflitto tra libertà e sicurezza, che va oltre quanto già sopra accennato sulla libertà di circolazione delle informazioni che ci toglie la sicurezza della loro veridicità. È il vero grande conflitto politico di questi nostri anni di destre razziste riemergenti. Su questo tema la posizione della religione non è indifferente “se Dio c’è, non c’è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome.

 

La nostra società è marcata da una folle ricerca della felicità ma è incapace di comprendere come questa sia solo temporanea. “Il segreto per ottenere la felicità nella vita in città consiste nel saper vivere intensamente l’avventura generata dalla incerta definizione della propria mèta e del proprio itinerario”.

Difficile essere felici nel nostro tempo privo di certezze: “la fonte più profonda della loro infelicità era l’incertezza”. “La felicità è una fuga dall’insoddisfazione.” “Poiché la felicità è lenta ad arrivare, e, una volta arrivata non si può mai sapere quanto a lungo si fermerà, la ricerca non ha mai fine, e necessita di obiettivi sempre nuovi.”

Se nel mondo moderno si faceva di tutto per costruirsi un’identità forte e riconoscibile, che ci forniva stabilità e sicurezza, nel mondo post-moderno, fatto di avatar e nickname, di situazioni in continua evoluzione, l’obiettivo è il superamento dell’identità, forse spinti da una spasmodica ricerca della privacy in un mondo che è sempre più una piazza informatica globale.

Siamo nel tempo dell’identità biodegradabile: “La postmodernità in plastica biodegradabile.

 

Si sofferma, poi, Bauman sulla differenza tra pellegrino e turista, per dire che è finito il tempo dei primi e siamo in quello dei turisti.

Rimuginava Sant’Agostino, i Cristiani vagabondano «come in pellegrinaggio nel tempo, cercando il regno dell’eternità» . Pellegrini del tempo, che splendida espressione! Se si crede in un aldilà quanto è vera: attraversiamo il nostro tempo mortale come in un viaggio, ma la nostra vera vita è altrove.

La definizione, però, è affascinante anche per un ateo: che cosa facciamo se non attraversare il tempo dalla nostra nascita alla nostra morte? Crediamo di vivere in un luogo, ma siamo anche in continuo movimento nel tempo.

“Per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Dovunque il pellegrino sia ora, non è il luogo dove dovrebbe essere o dove sogna di essere.” Chi viaggia è sempre a metà strada. Viaggiare è realizzare un sogno, muoversi verso una meta agognata e immaginata, che potrà anche rivelarsi del tutto diversa (o almeno così era in tempi precedenti google e streetview). “La vita terrena non è se non una breve “ouverture” all’eterna durata dell’anima.

II mondo non è più ospitale verso i pellegrini. I pellegrini hanno perso la loro battaglia vincendola. Si sono dati da fare per rendere il mondo solido rendendolo flessibile, in modo che l’identità potesse essere costruita secondo la propria volontà, ma costruita sistematicamente, piano dopo piano e mattone dopo mattone. Hanno incominciato con il trasformare lo spazio in cui bisognava costruire l’identità in un deserto. Si sono resi conto che il deserto, anche se confortevolmente privo di qualsiasi configurazione per coloro che intendono lasciare il proprio segno, non trattiene bene i segni. Più è facile lasciare un’orma, più è facile cancellarla. Basta un soffio di vento. E i deserti sono posti ventosi.

Divenne presto evidente che il vero problema non era tanto come costruire un’identità, ma come preservarla”.

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato un sociologo, filosofo e accademico polacco.

Viviamo in un grande deserto in cui non solo “verba volant” ma anche gli scritti e ogni manifestazione del nostro essere, travolti dalle onde di piena del web, su cui ormai anche i migliori surfer non riescono ad allontanarsi dalla spiaggia.

Il flâneur è un gentiluomo che vagabonda senza meta, godendosi la vita.

Walter Benjamin trasformò “flâneur” in una parola comune dell’analisi culturale, figura centrale e simbolica della città moderna. Tutte le sponde della vita moderna sembravano incontrarsi e legarsi nel passato e nell’esperienza del bighellone: andare a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo (nella folla ma senza appartenervi)”.

“I malls hanno dato inizio alla promozione postmoderna del flâneur”. Il vagabondare è diventato forza propulsiva dell’economia moderna, è stato canalizzato nei corridoi dei centri commerciali, indirizzato dalle tentazioni dello shopping, fisico o virtuale.

“Il vagabondo. Il vagabondo era il flagello della prima modernità, il germe che portava governanti e filosofi alla frenesia di ordinare e normare. Il vagabondo era senza padroni, e l’essere senza padroni (fuori controllo, disordinato, libero) era una situazione che la modernità non riusciva a tollerare e contro la quale lottò fino alla fine.”

“Ciò che faceva del vagabondo una figura terrificante era la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale.”

Ora, invece, il vagabondo è stato irreggimentato. Ogni suo movimento è controllato e canalizzato verso il consumo.

“Come il vagabondo, il turista era solito occupare i margini dell’azione «propriamente sociale» (anche se il vagabondo era un uomo marginale, mentre il turismo era un’attività marginale), e si è ora spostato verso il centro (in entrambi i sensi). Come il vagabondo, il turista è in movimento. Come il vagabondo, egli è dovunque egli vada, ma non è mai del posto.”

Il mondo del turista è interamente ed esclusivamente strutturato in base a criteri estetici (sempre più numerosi autori che notano l’«estetizzazione» del postmoderno a sfavore della sua altra dimensione, anche morale, descrivono -senza accorgersene – il mondo visto dai turisti; il mondo «estetizzato» è il mondo abitato dai turisti)”.

Siamo turisti per tutta la vita in costante ricerca di una felicità fatta di nuove scoperte che possano meravigliarci ogni volta di più, perché la meraviglia funziona così, c’è solo verso qualcosa di totalmente nuovo. Si procede in un crescendo di emozioni. Diveniamo avidi di novità, di nuove esperienze.

Eppure… Eppure in questo mondo di perenni turisti, di gente in continuo movimento e quindi eternamente straniera rispetto a chi gli è attorno, non più parte di una comunità fisica ristretta ma semmai di mega comunità distribuite e virtuali, in questo mondo temiamo ancora lo straniero, l’estraneo, il diverso. Perché ci fa paura? Perché ci somiglia. Se siamo tutti turisti in casa nostra, siamo anche un po’ stranieri. Bauman lo spiega con la vischiosità. Se ci immergiamo nell’acqua non proviamo orrore perché resta separata da noi, ma se ci immergiamo in qualcosa di vischioso, questo ci resta addosso perché ha una consistenza simile a noi. Lo straniero (il migrante, direi oggi) ci fa tanto più paura quanto più ci somiglia (o magari somiglia al nostro passato rimosso). Più gli siamo vicini, come condizione economico-sociale per esempio, più ci disturba. “Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”. “Ognuno rappresenta per l’altro l’elemento vischioso, ma ciascuno combatte la vischiosità dell’altro in nome della propria purezza.

Ed ecco che la paura del diverso diviene strumento di controllo politico per i potenti. Mezzo di propaganda. Sistema per spostare l’attenzione dai problemi reali.

Bauman passa, quindi, a parlare del sistema di controllo politico panottico del mondo moderno, basato sia su fabbriche di ordine come scuole, caserme, carceri, ma anche e, soprattutto, sulla famiglia, “fu probabilmente l’impiego della famiglia come agenzia di sorveglianza complementare che spinse Foucault a descrivere il potere panottico come capillare”.

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flâneur

Il panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Siamo tutti prigionieri di un sistema in cui ogni nostro movimento è controllato dal web grazie alla nostra attiva collaborazione, ai nostri sistemi GPS, ai nostri post in cui comunichiamo costantemente dove siamo e che cosa siamo al mondo intero che pare indifferente ma registra ogni cosa.

Il mondo moderno era uno in cui ordine ed efficienza erano fondamentali e implicavano anche la salute dei propri membri, salute intesa come fitness, la sola forma che consenta di essere sempre reattivi agli stimoli promozionali che ci trasformano in consumatori partecipi.

In un modo o nell’altro, i «disordini» più diffusi e preoccupanti sono i «disordini» del “consumo”.”

Si combatte contro la morte, ma poiché non può essere sconfitta la si divide in miriadi di patologie da combattere separatamente. Ecco allora l’esigenza di isolare i malati. Ecco l’eugenetica. Ecco il suo degenerare nel razzismo. Le azioni della comunità si concentrano contro ciò che minaccia la salute. Lo straniero ne minaccia l’integrità e va isolato, allontanato o assimilato. La diversità appare come un male, anziché come una ricchezza della società. L’assimilazione dello straniero può darci l’illusione di non essere un approccio razzista, ma lo è come gli altri due, in quanto nega la convivenza con la diversità.

Non sempre Bauman sembra assumere una posizione precisa, di approvazione o disapprovazione, in quanto descrive, ma il volume si presenta ricco di temi di riflessione per analizzare e comprendere il nostro tempo o, meglio, il nostro recente passato.

 

GLI ABATI, UNA FAMIGLIA DIMENTICATA

GLI ABATI DI ANTONELLA BAUSIÈ passato parecchio tempo da quando ho acquistato “Gli Abati”, il saggio scritto da Antonella Bausi e pubblicato da Porto Seguro Editore e ancora non ero riuscito a leggerlo, sommerso come sempre da centinaia di letture.

Ho approfittato delle ultime vacanze per farlo ed è stata una piacevole e interessante scoperta.

Temo sia passato un po’ da quando ho letto l’ultimo saggio o romanzo storico sulla storia di Firenze. Credo che le ultime cose furono la biografia romanzata di Michelangelo di Irving Stone “Il tormento e l’estasi” e la telenovela “I Medici” di Matteo Strukul e il saggio “Ascesa e caduta di casa Medici” di Christopher Hibbert. Devo dire che “Gli Abati” mi ha forse interessato e coinvolto più di tutti e tre. Sarà perché Antonella Bausi è fiorentina e scrive della sua città con spirito toscano, senza gli scivoloni nella fantasia degli autori stranieri, sarà perché dei Medici e di Michelangelo ci pare ormai di sapere tutto e leggerne ci stupisce ormai poco, mentre della famiglia degli Abati sappiamo (o meglio “io” so) poco. Dunque, la lettura è stata tutta una piacevole scoperta. Si aggiunga a questo che lo scritto della Bausi, sebbene non realizzato da un addetto ai lavori, è un saggio e quindi poco indulge a ricostruzioni fantasiose che talora suonano artificiose.

Il sottotitolo è “La vera famiglia di Dante?” e certo serve a incuriosire il lettore. Pare, in effetti, che la madre del Sommo Poeta fosse proprio un Abati. Ma il volume, pur trattando l’argomento, non cerca tanto di dimostrare parentele dell’Alighieri con i più celebri membri del casato, quanto di far luce su una nobile e potente famiglia fiorentina, che essendosi schierata dalla parte sbagliata (i ghibellini) ha finito per essere discredita dai vincenti guelfi al punto che le tracce della sua storia hanno finito quasi per perdersi.

Antonella Bausi

Antonella Bausi

Il lavoro della Bausi è stato dunque di meticolosa ricostruzione e raccolta dei pochi documenti che ancora ne parlano e pur senza pretendere di farne una riabilitazione, ha rigorosamente cercato di ridare loro la dignità storica che si meritavano, per essere stata a lungo una delle famiglie più influenti di Firenze, ormai nota quasi solo per “Bocca degli Abati, il fellone di Montaperti, ricordato da Dante nel XXXII Canto dell’Inferno” al punto che la famiglia veniva definita nel suo insieme “una banda di infami”.

L’opera della Bausi è stata ardua anche perché “Le omonimie si riscontrano spesso e bisogna essere quanto mai prudenti nell’identificazione dei personaggi” e non mancano “numerose abbreviazioni dei nomi e dei titoli”, scritti talora con “grafia suscettibile di errori”, il tutto aggravato dalla “mancanza di censimenti ufficiali e di registri parrocchiali ben precisi” di quei tempi. Il fatto poi che molti membri della famiglia subirono l’esilio da Firenze nel 1303 ha contribuito a disperderne le tracce.

Erano anni intensi e affascinanti in cui era forte il “desiderio di sopraffazione che pervadeva l’animo dei fiorentini nei confronti dell’antica nobiltà di origine germanica. Ciò avveniva, perché rientrava nella politica espansionistica del Comune di Firenze” che cercava di rendersi “indipendente dall’Imperatore o dal Signore che lo rappresentava” e questo contribuisce a rendere la lettura interessante.

Perché Antonella Bausi affronta questa complessa impresa? Per una sorta di sfida con un amico, un moderno Abati, con cui era solita scherzare sul loro ruolo ai tempi della celebre battaglia di Montaperti. E già, parra strano a chi non è toscano, ma Fiorentini e Senesi ancora si bisticciano su una battaglia del 1260 e, talora, si chiedono da che parte fossero i loro antenati in quella contesa tra amici dell’imperatore e amici del papa, tra ghibellini e guelfi.

Leggendo, non ho potuto che interrogarmi su dove fossero i miei. Io non sono toscano, sebbene viva da un quarto di secolo a Firenze, ma qualcuno dei miei antenati fu certo parte di quello scontro ed era dal lato degli Abati, più ghibellino di loro, più filo-imperiale degli Uberti e degli altri ghibellini: Manfredi.

Ed ecco che questa lettura ancora una volta mi spinge a pensare che sia tempo che io scriva la storia di una famiglia che ha attraversato l’Europa per secoli: la mia. A dir il vero, ho cominciato, ma mi pare impresa improba e non so se arriverò mai in fondo. Certo se riuscirò a venirne a capo, un suo spazio nell’eventuale bibliografia potrà averlo anche “Gli Abati”.

Inferno: Girone dei Traditori: Dante e Bocca degli Abati. Divina Commedia. 1880

LE MAPPE SONO POESIE

Sono sempre piacevoli e variamente poetici i libri del fiorentino Paolo Ciampi.Il Sogno delle mappe

Lo lessi per la prima volta nel 2009, con il suo saggio sull’esploratore Odoardo Beccari, cui si ispirò il romanziere d’avventura del titolo “Gli occhi di Salgari”.

Lo ritrovai nel poetico saggio su una scrittrice dell’appennino “Beatrice”. Più di recente, ho letto “Per le foreste sacre” e “L’aria ride”, per non parlare del suo intervento ne “Il sognatore divergente“. Tutti testi che in qualche modo hanno a che fare con i viaggi, ma anche con i libri, quasi che leggere e camminare fossero attività legate (così come lo sono per me, che sempre ascolto libri con il TTS del mio e-reader mentre cammino e leggo in viaggio). “C’è tanta letteratura, nelle librerie di viaggio” (pag. 9), scrive.

Era inevitabile, forse, che allora Paolo Ciampi prima o poi si soffermasse a parlarci dello strumento per eccezione di ogni viaggiatore: la mappa.

Lo fa nel brevissimo saggio “Il sogno delle mappe”, sottotitolo “Piccole annotazioni sui viaggi di carta”. Non è un saggio tradizionale, ma piuttosto la riflessione di chi le carte utilizza, colleziona e ama. Non per nulla nel titolo c’è il termine “sogno”, dato che quel che ci racconta è filtrato dalle sue emozioni verso questi oggetti, ormai quasi desueti con l’avvento di navigatori e GPS, come lo stesso Ciampi annota, ma evidenziando come la mappa ci faccia percepire in modo assai diverso la strada che percorriamo rispetto a un navigatore, invitandoci a guardarci attorno e non a seguire come pecore la voce del padrone elettronico. Il GPS ci pone al centro del mondo, alimentando folli, ingenui e deleteri egocentrismi. Internet ci rivela il nome dell’assassino prima di cominciare la lettura del giallo.Paolo Ciampi

Ciampi cita Paolo Rumiz “Le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco” (pag. 11) e poi scrive “i sogni che sono i primi biglietti da staccare per la partenza” (pag. 13) e “ho fatto incetta di mappe: per alimentare i miei sogni” (pag. 13).

Tante sono le mappe. Ci sono “le mappe dei viaggi sfumati e le mappe dei viaggi compiuti” (pag. 17). Delle mappe dice “non ce n’è una che non sia anche fantasia” (pag. 26) e ognuna “mette insieme il sacro con il profano, la cartografia con la metafisica” come la Mappa Mundi di Hereford.

Oggi con google e street view vediamo tutto in anticipo, la mappa ci consente invece di sognare perché contiene una sorpresa. Cita Bruce Chatwin “Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”.

E ancora, le mappe sono “narrazione del mondo” (pag. 70).

Come scriveva Giovanni Cenacchi “una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco. Non sono mai del tutto completi, sono finiti a metà: e ciò che manca loro per concludere il senso siamo noi, il nostro percorso, il nostro sguardo, la nostra lettura…” (pag. 88).

E così le narrazioni di Ciampi sono sempre un po’ storia, un po’ natura e un po’ poesia.

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La Mappa Mundi di Hereford: Disegnata su un singolo foglio di vellum, misura 158 x 133 cm[1], ed è la più grande mappa medievale conosciuta finora. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

TE LA DO IO L’ITALIA

libroDi solito nello scegliere un libro al primo posto pongo i romanzi, seguiti, ad ampia distanza, dai racconti e, ancor più distanti in questa classifica, arrivano arrancando le poesie. I pensieri in libertà finisco con non considerarli neppure, tanto arrivano a corsa finita.

Mi sono trovato, però, a leggere un volume pensando appartenesse a quest’ultima categoria. Come mai? Perché ho conosciuto l’autore, Raimondo Preti, in occasione di uno di quegli eventi collettivi in cui gli autori di una delle mie case editrici è solita far incontrare autori e lettori, i cosiddetti “Porto Seguro Show”.

In tale occasione avevo parlato con Raimondo Preti e mi era parso persona arguta e di spirito, caratteristiche fondamentali per un autore.

Ho, dunque, osato prendere e poi leggere il suo “Tutti giù per terra”, titolo accattivante, a quanto mi risulta, suggerito dallo stesso editore Paolo Cammilli, in sostituzione di qualcosa che aveva a che fare con il termine “pop”, forse “Liason Pop”, come ancora si legge a pagina 5. Anche la copertina, realizzata da Lucrezia Neri, è suggestiva con questo elefante seduto su un ramo che dà l’idea della leggerezza di qualcosa di pesante.

Ebbene credo che esprima in pieno il senso di questo libro: esprimere riflessioni su temi importanti ma con leggerezza.

La lettura è stata una piacevole sorpresa, come a volte mi accade quando parto un po’ prevenuto. Certo non è un romanzo e neppure un saggio unitario. Gli articoli che lo compongono sono, però, qualcosa di più e di meglio di semplici pensieri in libertà. Sono riflessioni semi-serie sul nostro essere quotidiano e sui grandi temi della vita e forse persino della morte. Definirle “semi-serie”, però, sarebbe far loro un torto. Sono in realtà riflessioni serissime ma fatte con un piglio leggero che mi fa un po’ pensare ai monologhi di Beppe Grillo, quello di tanti anni fa, quando ancora non si era ammalato di politica e protagonismo e ci faceva ridere additando i mali del mondo.

Raimondo Preti ci parla di tante cose ed elencarle tutte sarebbe eccessivo, ma vi dirò che ci scrive di rapporti tra uomini e donne, di sessualità, di religione (la nostra e le altre), di figli e altri animali domestici, di gioventù, di toscanità (uno dei capitoli che ho letto con più interesse, da fiorentino adottivo quale sono, sempre curioso di comprendere questo strano mondo vernacolare), di invenzioni e progresso, di libero arbitrio, di consumismo, di politica e leggi, di social network, di soldi, di competizione, di società, di sport e tifo, di razzismo, di diete, di linguaggi, di scrittura, di leggerezza, di vizi e virtù, di educazione e valutazione, di felicità e malessere e ancora e ancora.

Nel farlo non manca mai la battuta sagace di commento così come la citazione colta, mescolata a quella “pop”.

I riferimenti culturali vanno dall’antica Grecia (numerosi i raffronti con i miti ellenici) sino ai giorni nostri. L’impressione è quella di aver a che fare con qualcuno che se ne intenda di filosofia, mitologia, storia e cultura contemporanea. Peccato per alcuni refusi qua e là.

Alla fine la sensazione è stata di aver fatto una chiacchierata con un amico, scoprendo di condividere quasi tutto quello che diceva (scriveva), a parte forse le parti sul calcio, di cui da sempre mi disinteresso.

Certo, quando ci si scopre d’accordo su tutto, mi viene da chiedermi “non sarà che le cose dette sono un po’ ovvie?”, ma la sensazione qui non è questa. È piuttosto quella di sentire che, sebbene Preti abbia una decina d’anni meno di me, si siano attraversate le stesse storie, si sia vissuto lo stesso mondo e se ne siano tratte conclusioni simili.

Insomma, Preti, seppure saltando da un tema all’altro, sembra offrirci una serie di istantanee degli ultimi quarant’anni di questa nostra povera Italia un po’ sbilenca. Foto spesso un po’ irriverenti e buffe, ma in cui ci riconosciamo e sorridiamo, guardandoci allo specchio.

L’ALLEGRA AVVENTURA DELL’ARCHEOLOGIA

Risultati immagini per lara croft tomb raiderHo conosciuto per caso Isabella Marchetta, durante una sua “tournée” a Firenze Libro Aperto 2018. Presentava il suo “Quando Lara Croft arrossì” assieme a Donato Altomare, che era lì per parlarci di un libro assai diverso, fantascientifico, “Altri mondi, altre storie”.

Il sottotitolo ci spiega che nel volume si mostra “L’ordinarietà straordinaria di un’archeologa”.

La prima cosa che si nota è la grafica fuori dal comune, arricchita dai disegni Silvio Lorusso, ma anche da un’impaginazione ariosa che alterna pagine a sfondo bianco con pagine a sfondo colorato. Ci sono poi, ogni tanto i disegnini digitali del QR-code che rimandano a link internet, rendendolo una sorta di testo multimediale.

Non vi ho ancora detto a che genere appartenga “Quando Lara Croft arrossì”. Diciamo che non si può definire né un’opera di narrativa, né un saggio. Forse ha qualcosa del diario, ma non ne ha la successione cronologica e solo in piccola parte ne assume i toni confessionali.

Mi pare soprattutto una riflessione su un mestiere, ovviamente quello di archeologo, ma riflessione che si allarga a tutto il vissuto che quest’attività si porta dietro. Ci sono poi ampie parti descrittive proprio dei luoghi e dei siti in cui Isabella Marchetta ha lavorato. È questa dunque un’opera ibrida, un po’ racconto di viaggio, un po’ diario, un po’ saggio, un po’ guida turistica, come forse i volumi del trio Acciai-Baggiani.Magnelli di cui ho letto di recente le peregrinazioni in Mugello (“Radici”) e Casentino (“Cercatori di storie e misteri”), solo che invece di esplorare la Toscana, qui si parla di Basilicata, Calabria e po’ del resto del sud Italia, percorrendo la Joinca, la Bradanica e altre vie.

C’è in questo volume tutta la passione per un lavoro, perché “solo noi archeologi sappiamo godere infinitamente di un frammento laterizio, una scheggia di pietra apparentemente lavorata e quel che è peggio di una tomba”.

Il lavoro porta, poi, gli archeologi a fare “qualche gita in posti meravigliosi che solo come cittadino temporaneo puoi scoprire”.

Isabella Marchetta ci trasmette tante esperienze, perché lei sembra essere uno dei “portatori naturali di storie” di cui ci parla e non può non trasmettercele.

E così in “Quando Lara Croft arrossì” si parla, sì, di archeologia, ma anche di natura, di cibo, di case, di persone, di tradizioni, di costumi e, soprattutto di luoghi.

Il tutto con un tocco brioso, che sembra promanare dal carattere stesso dall’autrice (che peraltro, non conosco di persona salvo per quel veloce incontro in fiera), al punto che viene quasi da invidiargliela questa sua vita un po’ raminga, spesso all’aria aperta.

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Isabella Marchetta e il suo libro

IL NARRATORE DI RIFREDI E LE COLLABORAZIONI TRA AUTORI

Il narratore di Rifredi – 2 edizione Aprile 2019

Ieri, 13 Aprile 2019, in occasione del Porto Seguro Show, presso il Porto di Mare di Firenze, ho avuto il piacere di presentare per la prima volta il volume “Il narratore di Rifredi” nella rinnovata edizione realizzata da Porto Seguro Editore, con copertina di Lucrezia Neri, fresco di stampa.

Il libro lo avevo pubblicato già nel 2018 con Lulu, ma Paolo Cammilli mi ha chiesto di ripubblicarlo con la sua casa editrice.

Durante la presentazione ho avuto il piacere di raccontare come sia nato questo testo che parla del quartiere di Rifredi in cui vivo e di Massimo Acciai, un altro autore che abita in zona.

Il libro, che contiene oltre a dei pareri di lettura su alcune delle numerose opere scritte da Massimo Acciai Baggiani, raccoglie una mia intervista a questo autore e alcune opere di entrambi sul quartiere fiorentino di Rifredi, racconti e persino alcune (poche, non temete) poesie, nonché alcune testimonianze di altri autori.

Insomma, com’è nato “Il narratore di Rifredi”?

Diciamo che le sue origini affondano in una data ben precisa: il 28 Settembre 2017. Non si tratta, però, del giorno in cui ho cominciato a scriverlo o ho pensato di farlo. Quel giorno mi trovavo all’Hotel Excelsior di Firenze, per un altro Porto Seguro Show, a presentare per la prima volta il primo volume della saga “Via da Sparta”, intitolato “Il sogno del ragno” (volume poi ristampato più volte e ora già uscito in seconda edizione).

In quell’occasione era presente anche Massimo Acciai Baggiani, con il cugino Pino Baggiani e l’amico fotografo Italo Magnelli che presentavano un volume sul Mugello e le origini della famiglia Baggiani, “Radici”. A onor del vero, Acciai era già un mio contatto facebook da anni, ma non mi ero ancora accorto di lui.

Successivamente Massimo Acciai lesse “Il sogno del ragno”, immagino che la lettura lo abbia soddisfatto, perché lesse altri libri miei. Mi propose poi un’intervista, che accettai. Per prepararsi meglio mi chiese di leggere altre cose che avevo scritto. A forza di leggere aveva realizzato un gran numero di recensioni. Decise così di scrivere un libro “Il sognatore divergente”, con struttura analoga a quella de “Il narratore di Rifredi”, ancora tutto da immaginare.

Va detto che se un autore mi legge, di solito io leggo quello che scrive e poiché lascio sempre in rete dei commenti di tutto ciò che leggo, feci lo stesso con le opere di Massimo Acciai: più lui leggeva libri miei, più io leggevo i suoi.

Mi sono così trovato con un insieme abbastanza corposo di recensioni. Mi sono detto, dunque, che potevo ricambiare Massimo Acciai per lo splendido libro che aveva pubblicato su di me e misi assieme “Il narratore di Rifredi”. A volte i miei libri le auto-pubblico, di solito con Lulu, e così feci anche per questo testo.

Ieri, così, ne è uscita la nuova edizione Porto Seguro.

Qui il video della presentazione.

 

 

 

 

 

Il narratore di Rifredi - 1 edizione Dicembre 2018

Il narratore di Rifredi – 1 edizione Dicembre 2018

Alcuni volumi al Porto Seguro Show. Quali riconoscete?

Alcuni volumi al Porto Seguro Show. Quali riconoscete?

Alcuni volumi al Porto Seguro Show. Quali riconoscete?

Alcuni volumi al Porto Seguro Show. Quali riconoscete?

Alcuni volumi al Porto Seguro Show. Quali riconoscete?

 

Il pubblico al Porto di Mare

Il pubblico al Porto di Mare

Il pubblico al Porto di Mare

Il pubblico al Porto di Mare

L’editore Paolo Cammilli, Stefano Carlo Vecoli, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger di Preussenthal

Carlo Menzinger di Preussenthal e Massimo Acciai Baggiani

Carlo Menzinger di Preussenthal e Massimo Acciai Baggiani

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