Archive for giugno 2010

SCRIVERE A PIÚ MANI: la mia collaborazione con Sergio Calamandrei

24 - 25 maggio 2008 Carlo Menzinger e Sergio CalamandreiSono arrivato a scrivere a quattro mani con Sergio Calamandrei, dopo aver fatto quest’esperienza già in diverse occasioni. Mi riferisco in particolare alla stesura del romanzo “Se sarà maschio lo chiameremo Aida” con Andrea Didato e dell’e-tragicommedia in versi “Cybernetic love”, quasi un soggetto teatrale in più atti, scritto con Simonetta Bumbi. Entrambi i lavori sono stati pubblicati da Liberodiscrivere nel volume “Parole nel web”. Un altro tentativo interessante, ma fallito, era stato la scrittura di un romanzo da scrivere in venti autori, sulla comparsa ai giorni d’oggi di un gruppo di personaggi famosi del XV secolo (ognuno ne “gestiva” uno).
 
Con Sergio, dapprima, ragionammo sulla possibilità di scrivere un romanzo assieme e ne delineammo scenari, ambientazione, personaggi, trama, target di lettori, poi decidemmo che l’impresa era troppo impegnativa e che ognuno aveva i propri progetti da portare avanti e non ne facemmo niente. Forse avevamo programmato troppo e, alla fine, ci siamo un po’ spaventati per la mole di lavoro che c’aspettava.
In effetti, sia con Andrea, sia con Simonetta avevamo scritto dei lavori piuttosto lunghi, ma partendo semplicemente dall’idea di scrivere un racconto (con Andrea) e una poesia (con Simonetta), poi la cosa c’aveva preso la mano e eravamo arrivati a scrivere cose molto più complesse di quanto pensassimo all’inizio.
 
Con Sergio pensammo, allora, di scrivere un racconto ed è così che è nato “Lei si sveglierà”. Questa volta la cosa non si è trasformata in un romanzo, sebbene il finale aperto sarebbe tale da consentirne almeno un sequel ma anche, sicuramente di svilupparlo in un romanzo. Chissà!
L’idea base era di Sergio. Voleva descrivere una storia vista dalla parte del “cattivo”. Se non ricordo male, anche l’idea che si trattasse di una storia d’amore fu sua, poi, cominciammo a scrivere, passandoci il file avanti e indietro per e-mail.
Sebbene si sia trattato solo di poche pagine, comunque le e-mail attorno a questo racconto non furono poche. Perché, sebbene si viva nella stessa città, questa storia l’abbiamo scritta tutta usando la posta elettronica.
Un giorno poi, decisi di mettere su carta le cose principali che avevo scritto “a quattro mani”.
Realizzammo così il volume “Parole nel web”, che, come detto sopra, è stato pubblicato nel 2007 da 24 marzo 2010 - Simonetta Bumbi, Carlo Menzinger e Sergio CalamandreiLiberodiscrivere e riuniva tre testi scritti a quattro mani da me con, rispettivamente, Andrea Didato, Simonetta Bumbi e Sergio Calamandrei.
Per completarlo pensai potesse essere carino scrivere tutti assieme un racconto. Avrei voluto cioè che potesse essere scritto da Sergio, Andrea, Simonetta e me. Scoprii però, con mio grande dispiacere, che Andrea Didato era morto!
Decidemmo di andare avanti lo stesso e così cominciammo a scrivere il racconto a sei mani. Come già era successo le altre volte il racconto diventò un romanzo! Credo che sia quasi inevitabile per le opere scritte da più autori. È qualcosa che deriva dalla tecnica stessa di scrittura: ognuno aggiunge sempre qualcosa, corregge sempre qualcosa e il lavoro stenta a vedere una fine e cresce. È solo nella dimensione del romanzo breve, che si riesce a dire: bene, qui c’è abbastanza di tutti noi, qui tutti noi siamo riusciti a dire quello che volevamo.
Il romanzo che abbiamo scritto si chiama “Il Settimo Plenilunio”. Come sempre avviene avremmo potuto continuare a lavorarci ancora molto, ma ad un certo punto ci parve di aver scritto tutto quello che volevamo. Scrivere in tre, comunque, è ancora più complesso che scrivere in due, perché ognuno vorrebbe portare la storia in una certa direzione. Nel “Settimo Plenilunio”, Simonetta era più orientata agli aspetti descrittivi e sensuali, Sergio alla satira di costume ed io al mito e agli aspetti fantastici della trama. Questo è stato sicuramente motivo di arricchimento per il libro, ma ha reso, ovviamente, più difficile seguire una trama comune.
24 - 25 maggio 2008 Sergio CalamandreiSebbene Sergio abbia lavorato moltissimo sul volume, dando grandi apporti di razionalità, analisi, studi di approfondimento linguistico e grammaticale, alla fine non si è riconosciuto totalmente nel lavoro e c’ha chiesto di poter figurare solo come collaboratore esterno.
Indubbiamente, credo che nessuno possa riconoscersi mai totalmente in un lavoro collettivo. È questo l’ovvio risultato della mediazione continua che occorre fare per realizzarlo. Più sono gli autori e meno di noi stessi ritroviamo nell’opera. Del resto, molti autori (forse tutti), me compreso, non sono mai pienamente soddisfatti del proprio lavoro. Questo aspetto aumenta se il 50% o, come in questo caso, il 66% del libro è frutto della fantasia altrui.
Credo, comunque, che l’esperienza di scrittura collettiva sia qualcosa che ti arricchisce molto, perché ti consente di confrontarti con diversi approcci e diverse idee di scrittura. Scrivere con Calamandrei, poi, è un’esperienza particolarmente arricchente per la grande cura che presta ai suoi scritti, per l’attenzione al dettaglio, per la capacità di organizzare e strutturare il lavoro, per la correttezza formale e per la sua disponibilità ad accettare i punti di vista altrui.
 
Dopo la stesura de “Il Settimo Plenilunio”, ho, infine, avuto il piacere di poter ospitare un racconto di Sergio (Caput mundi) nell’antologia di allostorie “Ucronie per il terzo millennio” da me curata (Ed. Liberodiscrivere – 2007).
Sergio e Carlo a Castel dell'Ovo a Napoli nel 2006L’avventura de “Il Settimo Plenilunio”, però non si era ancora conclusa, infatti, dato che la storia era molto “visiva”, quasi un grande fumetto, pensai che potesse essere bello illustrarla.
Venendo dall’esperienza di “Ucronie per il terzo millennio”, in cui avevo messo assieme diciotto autori, mi parve possibile riunire nella pallida luce de “Il Settimo Plenilunio” altrettanti illustratori. La cosa non è stata ne facile, né veloce, ma alla fine abbiamo ricevuto numerosissime immagini (foto rielaborate, dipinti, disegni, schizzi) e di queste ne abbiamo selezionate ben 117, di 17 autori, trasformando così “Il Settimo Plenilunio” in qualcosa di veramente nuovo e originale: un romanzo collettivo (tre autori), illustrato da una vera e propria galleria di immagini. Per definire questo genere di libro ho pensato a due nomi “visual group book” e “gallery novel”, ma alla fine ho optato per la seconda definizione, che accosta il prodotto alle “graphic novel”, cui è in qualche (vago) modo imparentato.
 
Sono, dunque, assai lieto di aver potuto scrivere assieme a Sergio Calamandrei, perché penso che assieme abbiamo realizzato alcune cose interessanti e spero che questa nostra collaborazione possa avere ulteriori sviluppi.

FINALMENTE UNA RIVISTA CHE PARLA DI UCRONIA

IF - Insolito & Fantastico - Numero 3 - UcroniaHo a lungo atteso di leggere il terzo numero di IF – Insolito & Fantastico dedicato all’Ucronia e questo non tanto perché contiene un mio articoletto e un breve racconto sul tema da me scritti (questi già li conoscevo!), quanto perché ero estremamente curioso di poter leggere finalmente, in un unico volume vari articoli e racconti dedicati alle allostorie, cosa estremamente rara.
La scarsità di testi antologici sull’ucronia già mi aveva portato a curare la raccolta “Ucronie per il terzo millennio” (Edizioni Liberodiscrivere), in cui diciotto autori, in quarantasei racconti, lasciano una versione alternativa di diversi momenti storici, come si deduce dall’ironico sottotitolo dell’opera “Allostoria dell’umanità da Adamo a Berlusconi”. Troppo spesso, infatti, l’ucronia si concentra su specifici periodi quali la Seconda Guerra Mondiale o il periodo napoleonico o l’impero romano. Il desiderio era di mostrare le ampie possibilità narrative offerte da qualsiasi momento storico e di offrire un approccio leggero e accessibile a tutti a questo genere ancora così poco conosciuto ma che meriterebbe di avere molti più sostenitori.
Sentivo dunque fortemente il bisogno di un volume come questo numero di IF. La rivista è un vero e proprio libro (per dimensioni e impaginazione) di 128 pagine, le cui prime 83 mi sono parse davvero da collezione. Adriano TilgherPeccato che il volume prosegua, con qualche eccezione, con racconti, articoli e recensioni che trattano altri generi, dalla fantascienza, all’utopia alla distopia. Pur non negando l’interesse di questi, mi sarebbe piaciuto di più se il volume fosse stato concentrato solo sul tema dell’ucronia.
Magistrale mi è parso l’articolo di apertura di Gianfranco De Turris “Ucronia o del revisionismo assoluto” e particolarmente interessanti le riflessioni sulla visione della Storia come Fatto Compiuto, che viene necessariamente superata dall’Ucronia. Credo che questo sia uno dei massimi contributi alla storiografia offerto da questo genere letterario: scardinare la concezione di una Storia immutabile e studiarne i percorsi alternativi per comprenderne meglio le dinamiche.
È forse vero lo slogan “la Storia non si fa con i sé” ma è errata l’idea che si possa fare seriamente storiografia senza prendere in considerazione le alternative alla Storia reale. È solo immaginando percorsi ucronici generati da un evento che possiamo davvero capire quanto questo sia stato rilevante. Un simile approccio potrebbe persino portare a rivedere l’importanza di eventi storici ritenuti più o meno importanti, perché se è vero che da ogni gesto nascono infiniti universi divergenti (come scrissi ne “Il Colombo divergente” – Edizioni Liberodiscivere – 2001) e che quindi anche il gesto più insignificante può avere conseguenze che crescono a valanga, fino a sconvolgere la Storia, è però anche vero che certi eventi hanno, nell’immediato, effetti tali da disegnare il futuro in modi alternativi tra loro diversissimi. Sono questi eventi, che potremmo chiamare “punti di divergenza”, quelli che lo storico dovrebbe studiare con più attenzione e che il romanziere ucronico può meglio utilizzare per le sue costruzioni di universi divergenti.
Napoleone apocrifoTornando all’articolo di De Turris, ho anche apprezzato che sia stato individuato il pensatore italiano Adriano Tilgher (1187-1941) quale uno dei padri “morali” dell’Ucronia, avendo, come scrive De Turris dedicato “vent’anni della sua vita a combattere storicismo e idealismo e a sostenere le ragioni della Possibilità contro il Fatto Compiuto, a partire dal suo volume dedicato ai Relativisti contemporanei (Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1921), sino all’ultimo che pubblicò poco prima della morte: Il casualismo critico (Bardi, Roma, 1942 – ma1941-)”.
Interessanti anche gli approfondimenti sull’opera dell’ideatore del termine “Ucronia”, Charles Renouvier (1815-1903), il cui “Uchronie” (il titolo è molto più lungo ma comincia così) pubblicato prima anonimo nel 1857, fu ripubblicato integralmente nel 1876. Il francese immaginando un punto di divergenza nel 180 d.c., alla morte dell’imperatore Marco Aurelio, ci offre un impero romano in cui il cristianesimo non trova spazi e prevale invece lo stoicismo, nella forma praticata da questo imperatore.
Il secondo articolo “La storia alternativa – Dibattito sull’ucronia” riporta un colloquio del 10/09/1982 tra Marc Angenot, Darko Suvin e Jean-Marc Gouanvic, in cui si discute ancora sull’opera di Renouvier ma si parla anche del Napoleone Apocrifo di Geoffroy (1836), che sarebbe però più un’opera satirica che ucronica, e delle caratteristiche ucroniche di Verne. Di questo autore Suvin fa notare come non scrivesse, solitamente, del futuro ma che i suoi romanzi si collocassero sempre in un Ucronie per il terzo millennio - antologia curata da Carlo Menzingerperiodo di uno o due anni antecedente alla pubblicazione. Dunque avrebbe descritto dei mondi alternativi collocati in un passato prossimo, con implicazioni ucroniche sul presente e sul futuro.
Recentemente ho notato come “Viaggio al centro della terra” (così come “Il mondo perduto” di Conan Doyle”), immaginando che esseri preistorici siano sopravvissuti al centro della terra, può essere considerato un esempio di ucronia “preistorica”, un’allostoria che immagina cioè un punto di divergenza, collocato in un passato preistorico, a partire dal quale i dinosauri non si sarebbero estinti. Lo stesso tema viene trattato assai più approfonditamente da Harrison nel suo “Il libro degli Ylané”, in cui immagina una civiltà dei dinosauri ai tempi degli uomini preistorici.
Nel terzo articolo “Notizie dalla terra di Ucronia” Giuseppe Panella torna sul tema della storia controfattuale napoleonica, trattando il mito dell’imperatore inesistente e ci parla ancora di Renouvier e de “La svastica sul sole” di Dick.
Nel quarto articolo “Ucronie post 11 settembre” Riccardo Gramantieri ci parla de “Il complotto contro l’America” scritto da Roth nel 2004 e di altri romanzi del passato decennio come “Harm” di Brian Aldiss (2007) e “Pied Piper of Hammet” di Abbas Alì.
In “Kim Newman e il mondo ucronico di Anno Dracula” Antonio Daniel ci parla delle contaminazioni tra fantastoria e romanzo gotico. Newan riscrive il finale di Dracula di Stoker, immaginando che il vampiro sconfigga Van Helsing, sopravviva e sposi la Regina Vittoria, mutando le sorti del mondo. Un esempio di come si possa contaminare Letteratura e Storia.
In “Discronia cattolica” Claudio Asciuti ci parla delle profezie di Malachia sulla successione dei Papi, dei romanzi che ne sono derivati, de “Il dilemma di Benedetto XVI” di Herbie Brennan e dei misteri legati al brevissimo pontificato di Papa Luciani.
In “Ma cos’è l’ucronia? Un tentativo di definizione” dopo tanti illustri interventi, mi permetto – quasi a trarre delle semplicistiche conclusioni – di dare una definizione del genere e di segnalare un breve e parziale elenco di romanzi ucronici, stranieri e italiani.
 Charles Renouvier
Dopo il mio articolo, comincia la parte del volume dedicata ai racconti. Solo due mi sono però parsi veramente ucronici “Complimenti Dottor Goebbels” di Piero Prosperi (tratto da W.H. Harrison) e “Il pittore di Branau” da me scritto, entrambi sul nazismo.
Seguono l’utopia fantascientifica “Valzer” di Donato Altomare, il racconto con ambientazione ucronica “Al-Hazit” di Giampietro Stocco, “Autocidio colposo” di Renato Pestriniero, un doppio racconto sulle doppie identità, “I draghi della quinta era” una rivisitazione alternativa de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, realizzata da Errico Passaro, immaginando la vittoria di Saruman.
 
Segue poi la terza parte del volume dedicata a recensioni, interviste e altri interventi, tra cui va segnalato l’intervista di Giampietro Stocco a Harry Norman Turtledove, uno dei maggiori autori ucronici nostrani a confronto con un mostro sacro internazionale del genere.
Insomma, nel complesso un volume da non perdere e da conservare con grande cura.

Si può richiedere una copia di “If” direttamente all’editore: rivistaif@yahoo.it
Questo è il blog dellla rivista.
 
Leggi anche:

§ Una rivista sull’Ucronia

§ Giovanna e l'angelo

§ Ucronie per il terzo millennio

§ Ucronie sul fascismo

§ Ucronie sul nazismo – Fatherland

§ Ucronie sul nazismo – La svastica sul sole

§ Roma eterna

§ L’ucronia sul Vangelo di Saramago

§ L’ucronia sul Vangelo di Kazanzakis

§ L’ucronia di Borges

§ Ucronie preistoriche
§ Il numero 1 di IF – Robot
§ A proposito del numero 2 di IF – Oltretomba

GLI EMERSI

Difficile è il mestiere di scrittore, direi anzi che è così difficile che sono davvero pochi quelli che riescono a farne davvero un mestiere, nonostante che quelli che scrivono siano una moltitudine.
Gli ostacoli che un aspirante scrittore deve superare sono, semplificando:
  1. farsi venire un’idea,
  2. realizzarla scrivendo un libro,
  3. riscrivere tutto da capo in modo da renderlo un prodotto leggibile e apprezzabile,
  4. trovare un editore,
  5. farsi conoscere.
Forse l’ultimo aspetto è il più difficile e lo è tanto più, quanto meno bene sono stati affrontati i passi precedenti. Sulla diffusione dell’opera incide grandemente proprio il passaggio precedente: la scelta dell’editore. Riuscire a farsi pubblicare da un editore importante può considerarsi quasi condizione necessaria ma non sufficiente per il successo.
Dico “quasi” perché qualcuno (rarissimo) riesce a raggiungere una certa notorietà anche con il sostegno di un editore minore (una casistica in merito, ahimè, mi sfugge!). E dico che non è condizione “sufficiente”, perché anche autori editi da grandi editori spesso restano degli emeriti sconosciuti.
Farsi pubblicare da uno dei primi 5 o 10 editori nazionali, rimane dunque una meta ambita e fondamentale per la maggior parte degli esordienti e degli altri autori “poco noti”.
A riuscirci sono talmente in pochi che si è diffuso uno strano mito secondo il quale non sia assolutamente possibile per un esordiente farsi pubblicare da un editore maggiore.
Questa assoluta impossibilità andrebbe però sfatata: alcuni che ce l’hanno fatta esistono e personalmente mi sono imbattuto di recente in alcuni di questi “misteriosi e strani fenomeni”: Alessandro Soprani (edito da Mondadori), Vanni Santoni (Feltrinelli), Francesco Barbi (Dalai) e Cinzia Collu (Mondadori).
Non è dunque vero che i grandi editori non pubblichino mai esordienti. Qualche volta, a quanto pare lo fanno, e se lo fanno è a ragion veduta.
 
Di Vanni Santoni ho già scritto abbondantemente in passato. Qui vorrei parlare di Soprani e Barbi, di cui ho appena letto i romanzi.
 
L’ULTIMA ESTATE CHE GIOCAMMO AI PIRATI
 
L'ultima estate che giocammo ai pirati - Alessandro Soprani - MondadoriL’ultima estate che giocammo ai pirati”, l’opera prima di Alessandro Soprani (edizioni Mondadori), è uno di quei romanzi di qualità che non possono essere definiti con una sola etichetta.
Come si intuisce dal titolo questo è soprattutto un romanzo sulla fine dell’infanzia, ma è anche un giallo in cui a investigare sono tre ragazzi, e verrebbe da pensare che allora sia un romanzo per ragazzi e forse è anche questo (mi piacerebbe, in effetti, che mia figlia di dodici anni lo leggesse) ma è anche qualcosa di più, perché la realtà che affrontano i protagonisti è una realtà dura. Questo è anche un romanzo che ci parla della nostra Storia quotidiana, degli anni del secondo dopoguerra. L’investigazione poi si svolge in maniera avventurosa, avventura dilatata dai sensi infantili dei protagonisti e quindi resa ancor più meravigliosa e sorprendente.
Basterebbe dir ciò per consigliarne la lettura, eppure la ricchezza di questa storia non finisce qui, perché queste sono anche pagine ricche di vita e di emozioni vere. È una storia che ti cattura subito, ma che più vai avanti e più ti emoziona e più non riesci a staccartene. Le ultime cento pagine mi hanno tenuto incollato fino alla fine e mi hanno commosso.
Più volte mi sono immaginato il finale, ma ogni volta la trama ha preso un percorso leggermente diverso, segno anche questo della bravura dell’autore, che per tutto il romanzo riesce a creare sempre situAlessandro Sopraniazioni nuove che arricchiscono la narrazione, che porta avanti con piccoli scarti, piccole invenzioni che non segnano una rottura ma che ravvivano l’attenzione.
Dunque un ottimo esordio per Soprani.
 
Come già detto, questo è un volume edito da “Mondadori”. La differenza tra un libro edito da una grande casa o da una piccola la si capisce leggendo i ringraziamenti finali di questo romanzo. Soprani ringrazia sei persone, alcuni autori di bestseller ne ringraziano anche alcune decine: per scrivere un libro di qualità l’autore non può esser lasciato da solo e questo i grandi editori lo sanno. Probabilmente lo sanno anche i piccoli, ma non hanno i mezzi per sostenere adeguatamente i propri autori con editing e altro. A questi, così, non rimane che da ringraziare se stessi, augurandosi che il vecchio proverbio “chi fa da sé, fa per tre” sia vero.
 
IL MEDIOEVO FANTASY DELL’ACCHIAPPARATTI
 
 L'acchiapparatti - Francesco BarbiFrancesco Barbi (pisano, classe 1975) esordisce nel 2007 con la casa editrice Campanila, pubblicando il volume “L’acchiapparatti di Tilos”.
Dopo appena tre anni (febbraio 2010) esce con una nuova edizione, questa volta pubblicata nientemeno che da Baldini Castoldi Dalai, a dimostrare che alcuni autori emergenti, se valgono, a volte, riescono davvero a emergere.
Da alcuni commenti in rete, lasciati da chi ha letto entrambe le edizioni mi pare di capire che questa seconda sia decisamente superiore alla prima (pur valida): l’editore evidentemente fa la sua differenza (oltre, immagino al lavoro di rivisitazione del libro che può aver realizzato lo stesso autore). Il nuovo titolo del romanzo è semplicemente “L’acchiapparatti”.
In quarta di copertina si legge “un romanzo innovativo che trascende i canoni del genere fantasy”.
In effetti, qui di fantasy ci sono solo alcuni elementi, innanzitutto l’ambientazione in un cupo e violento medioevo immaginario, con luoghi che portano i classici nomi “Terre di confine”, “Selva antica”, “Asco Bosco”, “Fontecheta” e una certa dose di magia.
Per il resto, però, mancano i tipici personaggi del fantasy come elfi, gnomi, gobbi e troll. Ci sono però un gigante e un demone infernale.
Come nel fantasy, comunque, i personaggi sono fortemente caratterizzati, dal becchino gobbo e storpio, all’acchiapparatti pazzo e ispirato, allo speziale mafioso, alla vecchia fattucchiera, al cacciatore di taglie dal volto deforme. Insom Francesco Barbi come Zaccariama difficile confondere l’uno con l’altro o dimenticarli. Questo in un romanzo d’avventura è già un pregio.
Il rischio dei romanzi fantasy (quelli di seconda scelta) è che l’autore si perda in inutili descrizioni di personaggi, luoghi e fatti che poco riguardano la trama e ancor meno interessano al lettore. Questo nell’acchiapparatti non succede e la storia (abbastanza semplice e lineare) corre diritta alla meta, nonostante le 466 pagine che compongono il libro, che scorrono via leggere e piacevoli.
Certo di sangue ne scorre molto, ma sulla carta si nota poco. Se fosse stato un film, sarebbe stata un’altra cosa e forse tanta violenza avrebbe dato fastidio, ma qui rientra nel senso della storia, che è cupa e sanguinolenta ma non manca di tocchi leggeri e divertenti, in un abile bilanciamento delle parti.
Insomma, questo Barbi è sicuramente un’altra bella scoperta. Il romanzo, pur non essendo un vero fantasy, trova nei lettori del genere i suoi naturali estimatori. L’autore però ha buone capacità narrative e chissà che prima o poi non ci regali un romanzo adatto anche a un pubblico più ampio.

La modernità di Boezio

Sui sogni - Boezio di DaciaChi oggi si metta a leggere “Sui sogni” (De Somniis) di Boezio di Dacia (Edizioni Il Melangolo), saggio scritto attorno al 1270 sapendo solo che è un libro che parla della capacità dei sogni di interpretare il futuro, visto i correnti preconcetti sul medioevo, si potrebbe immaginare un’opera concentrata nello spiegare come un dato sogno possa anticipare o meno il futuro.
Chi già conosce Boezio, potrebbe però ben immaginare che non si tratta di questo. Già molti anni fa, quando frequentavo il Liceo, questo autore mi aveva stupito per la sua intelligenza e modernità e qui lo fa ancora.
Il De Somniis è, in realtà, solo un piccolo libricino di 75 pagine e si legge facilmente e piacevolmente. La parte scritta da Boezio è ancor più breve, essendo il volume composto anche da un‘ntroduzione di Massimo Sanelli, da una Nota al testo e da un Appendice che comprende un estratto sul medesimo argomento della Summa Theologica di Tommaso d’Aquino. Si aggiunga a ciò che il testo è in latino con traduzione in italiano a fronte e capirete quanto sia stringato.
La modernità di Boezio consiste nel negare, in linea di massima la capacità dei sogni di anticipare il futuro, ma nel cercare altresì di spiegare perché sussista una simile credenza.
Innanzitutto mostra che alcuni eventi, sicuramente, non possono essere anticipati in sogno, perché l’individuo che li ha sognati non ha alcun influenza su di essi, la loro corrispondenza sarebbe solo una casualità.
Altre volte però i sogni inducono l’uomo a comportamenti nuovi e questo orienta il futuro, nel suo piccolo. Altre volte in sogno elaboriamo idee che durante la veglia erano ancora latenti e queste ci inducono a comportamenti nuovi, che il sogno potrebbe aver anticipato, altre volte ancora il sogno recepisce una particolare condizione del corpo e questa si traduce in immagine, che poi potrebbe somigliare alla realtà futura per il naturale sviluppo della condizione fisica del sognatore.
Egli scrive “
poiché la passione da cui è stimolato il sogno potrà avere conseguenze sul corpo (la salute, la malattia, ad esempio), il sognatore è in grado di prevedere attraverso la propria passione gli effetti che ha conosciuto con il sogno.”

Siamo certo lontani dalla psicoanalisi ma altrettanto lontani dall’oniromanzia e si colgono alcune intuizioni che forse ancora sfuggono a noi uomisognoni di inizio XXI secolo, sulla capacità del sogno di elaborare gli eventi vissuti, le esperienze e le conoscenze della veglia e di portarci verso intuizioni superiori, che da svegli difficilmente avremmo raggiunto.
Lo stesso Tommaso d’Aquino riportato in Appendice, nonostante il suo rifarsi alla Bibbia, presenta interessanti intuizioni, che lo rendono degno d’esser letto ancora oggi, con affermazioni quali “In altri casi, i sogni sono indizi di cose future, dato che dipendono da una causa comune ai sogni e agli stessi eventi futuri. In base a questo nei sogni facciamo molte previsioni del futuro. Quindi è necessario considerare quale sia la causa dei sogni, se questa possa causare anche gli eventi futuri oppure se sia possibile ricavarne la conoscenza”: i sogni prevedono il futuro nella misura in cui sono generati dalla medesima causa che genera l’evento futuro.

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