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UNA TOMBA DEI TEMPI DI GESÙ

Come la sabbia del desertoHo conosciuto di recente Vincenzo Maria Sacco, cominciando a frequentare come socio la vivace associazione culturale GSF- Gruppo Scrittori Firenze, di cui Sacco è presidente.

Leggo ora il suo romanzo storico “Come sabbia nel deserto”, edito dalla medesima casa editrice con cui ho pubblicato i miei ultimi quattro lavori, Porto Seguro Editore, iperattiva realtà editoriale del capoluogo toscano.

Come sabbia nel deserto” è opera storica che si snoda su due piani temporali, due millenni fa e nel 1941, sempre in Palestina. Narra del ritrovamento (avvenuto anche nella realtà – il romanzo sviluppa un’ipotesi dello studioso americano Tom Powers) di un’antica tomba dei tempi di Gesù Cristo e del mistero che vi gravita attorno, tale da indurre i due archeologici (le figure reali Eleazar Lipa Sukenik  e Nahman Avigad) a rimandare la comunicazione al mondo della loro scoperta.

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Vincenzo Maria Sacco

Anni intensi, quelli in cui è ambientato, i primi per lo sviluppo del cristianesimo, i secondi per il diffondersi del nazismo e il dilagare della Seconda Guerra Mondiale e, sebbene ambientato in luoghi esotici e lontani, se ne sentono fin lì gli echi.

La scrittura di Sacco scorre precisa e determinata, con rigorosa attenzione alla ricostruzione storica e alle tecniche archeologiche ma anche allo spirito di quei ricercatori (“noi studiosi ridiamo loro la luce, mettiamo un piccolo tassello al suo posto nel grande mosaico della Storia” – pag. 145), offrendoci il ritratto di una “famiglia di immigrati ebrei vissuta in questa terra quasi duemila anni fa” (pag. 8), spunto per alcune veloci riflessioni sui migranti d’oggi e le similitudini con allora (“erano state tassativamente limitate le immigrazioni e le concessioni di terre agli ebrei” – pag. 19) e nel contempo occasione per descrivere una Storia  che “in fondo, è fatta dagli uomini” (pag. 145) ma anche per interrogarsi sul divino (“Se fosse davvero risorto perché non mostrarsi a tutti?” – pag. 37) e sul messaggio evangelico (“Essere tutti uguali! Sarebbe bello ma è un’utopia, non è così e non lo sarà mai!” e “Se è il Messia come dicono i cristiani, allora, credetemi, Dio ha sbagliato tempo e luogo” – pag. 90).

L'immagine può contenere: 7 persone, persone in piedi

Simone di Cirene porta la croce di Gesù

 

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

LA POESIA DELLA FANTASCIENZA

SagaQuale dei generi letterari è il più poetico? In pochi risponderebbero “la fantascienza”, eppure non è poetico parlare di stelle lontane, di viaggi impossibili, di mondi immaginari, di creature fantastiche, di illusioni e speranze, di avventure cavalleresche? Se, poi, l’arte è creazione, che cosa è più creativo dell’immaginare interi mondi nuovi?

Eppure i termini fantascienza e poesia, ben di rado li vedrete abbinati.  Eppure… Eppure… pensateci bene. Che cos’è l’Odissea di Omero, opera poetica primigenia, se non l’antenata della fantascienza, con le sue creature immaginifiche (ciclopi, lotofagi, lestrigoni, sirene, dei) con il suo viaggio attraverso mondi misteriosi e alieni.

E il nostro Dante? Se non fosse opera “religiosa”, la sua Divina Commedia potrebbe sembrare un viaggio su pianeti alieni.

La fantascienza, però, è considerata genere moderno e i suoi antenati si fanno magari risalire al greco Luciano di Samosata, al Cyrano di Bergerac, a “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, all’Orlando Furioso e i suoi padri sono gli ottocenteschi Verne, Wells e Poe, ma è solo attorno alla metà del XX secolo che possiamo parla di “vera” fantascienza”.

La fantascienza in versi si potrebbe credere non ne esista. Invece, no! In America c’è persino un’associazione di autori di fantascienza in versi la SFPA, Science Fiction Poetry Associations, fondata in California nel 1978. Hanno persino un Premio e una rivista.

In Italia, però, a praticare il genere sono certo in pochi. Mi vengono in mente taluni versi di Massimo Acciai Baggiani, pubblicati in Esagramma 41, la mia “Terzultimo pianeta”, che dà il titolo all’omonima silloge (dai toni apocalittici seppur non direi, nell’insieme, fantascientifica), e l’antologia di più autori “Concetti spaziali, oltre” curata da Alex Tonelli, ma un’intera silloge poetica di fantascienza di un solo autore, ancora non mi è capitato di leggerla e neppure di vederla (se ne conoscete segnalatemele), a parte “Saga” di Roberto Balò, edita dalla vivace casa fiorentina PSE – Porto Seguro Editore.

Balò, già a sua volta editore con Isketziaie (tra gli altri ha pubblicato anche dei versi di Massimo Acciai Baggiani), dunque, pur con queste premesse, si pone come un arguto innovatore. Già basterebbe questo, a mio avviso, per aver voglia di leggere “Saga”, “l’epopea in versi di un uomo senza nome in viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca del senso dell’esistenza”, come recita la quarta di copertina. E non è di questo che spesso ci parla la poesia?

Saga” si riallaccia a vari precedenti culturali, ma, non a caso, centrali sono i riferimenti al già citato viaggio di Ulisse. La sua controparte femminile si chiama, appunto, Penny (vezzeggiativo di Penelope). E tra le odissee di riferimento non può certo mancare quella gloriosa di Kubrick/Clarke, ma ci sono anche l’antico Luciano di Samosata accanto al più visionario degli autori fantascientifici classici, Philip K. Dick e il mitico Asimov.Roberto Balò, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger a una delle presentazioni di "Nessun altro"

E tutto questo, per regalarci versi di immediata efficacia e penetrazione come “inutile partire inutile restare”, allusioni a una “itaca morbida” (senza maiuscola), in un “navigare nel futuro / con l’astronave piena di ricordi”.

Eppure questo cosmo infinito è così pieno di tedioso spleen: “ogni galassia le stesse scene”, “è il solito cliché di donna”, “niente di nuovo dal fronte stellare/ ecco/ la banalità dell’universo”. Ma come Ulisse? Mi attraversi l’universo e non trovi neppure l’entusiasmo negativo dell’androide dickiano-scottiano quando proclama le eterne parole: “«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Volevate della poesia fantascientifica? Non lo è anche questa di Balde Runner?

Non bastano certo le “robottine” sensuali (ripenso alle sexy dolly di certi mie racconti) e “sei aliene a sei tette 7 trentasei seni assieme” o le ninfe dalle “pelli ambrate da vere marziane” o la creatura al bistrot con “una velocità radiale tripla” ad allietare questo Ulisse orfano della sua Penny, in questa lunga “notte in un’oasi siderale / nel deserto d’antimateria”, dove, alfine, scopri persino che, in fondo, “le stelle non esistono” e sono troppi i mostri che “si vaporizzano e mi entrano nel naso” “per rodermi dentro / come rimorsi incattiviti” (eh sì, lo vedete, questo viaggio spaziale è in realtà un viaggio dell’anima) tra “scrosci di sangue verde e viscere nere”. Più che un viaggio diventa una “eterna lotta/ tra il dare l’avere”, in cui il nostro futuribile Ulisse nasce “troppo giovane / in un mondo troppo vecchio” e dubita di ciò che lo circonda (“sei sempre con me / eppure non sono sicuro / che tu esista”). C’è troppa differenza tra lui e le donne che incontra (“non sono come te/ per questo mi piaci /io tendo al volo / mi sollevo e tu mi trattieni”, l’eterna differenza tra femminino e mascolino!), ma non vorrebbe esser solo (“non lasciare che io scelga / i miei sbagli da solo”).

Difficile il rapporto con lo spazio (“in fuga da questo mondo / troppo conosciuto / verso il vuoto incolmabile/ di cui sono pieno”) e il tempo (“il tempo è un’illusione”, “si può viaggiare nel tempo / se ti beccano sei morto / ma è un vizio il tempo / che queste macchine inquinano”, “in uno dei futuri ci sono stato /…/ mancavo solo io / e nessuno se n’era accorto”).

È dunque così la poetica di Balò, fatta di eterne umane fragilità, proiettate in cosmi immaginari, quasi che questo viaggio bastasse a sdrammatizzarne la sostanza.

Con Roberto Balò, incontrato per la prima volta in occasione della presentazione di un’antologia di Massimo Acciai Baggiani,  condivido la partecipazione al volume “Nessun altro”, curato da quest’ultimo, cui ha partecipato con il racconto “L’altro mondo”.

I Magnifici Sette della Laurenziana

Lunedì 20 alle ore 17,00 ho partecipato alla presentazione collettiva presso l’ASD Laurenziana in via Magellano 13 R, a Firenze Nova (Firenze).

Massimo Acciai Baggiani ha presentato la mia biografia da lui scritta “Il sognatore divergente” e io ho parleato dei miei ultimi libri, in particolare i due romanzi ucronici della serie “Via da Sparta” intitolati “Il sogno del ragno” e “Il regno del ragno”, ma anche de “Il narratore di Rifredi”, in cui si parla del quartiere fiorentino e di uno dei suoi autori, Massimo Acciai Baggiani.

Sono stati presentati anche “Tutti giù per terra” di Raimondo Preti, volume ricco di interessanti riflessioni sul mondo contemporaneo ma ricco di rimandi e citazioni antiche, “La specialità di Dio”, una gustosa raccolta di ritratti di donne in versi, che avevo già letto con piacere.

Sono stati anche presentati il romanzo fantascientifico in versi di Roberto Balò “Saga”, “Lacrime rosse” di Vincenzo Gualano e “Io Elvis” di Elvis Dona.

Roberto Balò, Elvis Dona, Carlo Menzinger, Vincenzo Gualano, Massimo Acciai, Riccardo Olivieri, Raimondo Preti

Roberto Balò, Elvis Dona, Carlo Menzinger, Vincenzo Gualano, Massimo Acciai, Riccardo Olivieri, Raimondo Preti

TRE EVENTI LETTERARI DA NON PERDERE

Nei prossimi giorni sarò coinvolto in tre interessanti giornate letterarie fiorentine lunedì 20, sabato 25 maggio e lunedì 3 giugno.

Lunedì 20 alle ore 17,00 parteciperò alla presentazione collettiva presso l’ASD Laurenziana in via Magellano 13 R, a Firenze Nova (Firenze).

Massimo Acciai Baggiani presenterà la mia biografia da lui scritta “Il sognatore divergente” e io parlerò dei miei ultimi libri, in particolare i due romanzi ucronici della serie “Via da Sparta” intitolati “Il sogno del ragno” e “Il regno del ragno”, ma anche de “Il narratore di Rifredi”, in cui si parla del quartiere fiorentino e di uno dei suoi autori, Massimo Acciai Baggiani.

Saranno presentati anche “Tutti giù per terra” di Raimondo Preti, volume ricco di interessanti riflessioni sul mondo contemporaneo ma ricco di rimandi e citazioni antiche, “La specialità di Dio”, una gustosa raccolta di ritratti di donne in versi.

Ho letto con piacere entrambi.

Saranno anche presentati il romanzo fantascientifico in versi di Roberto Balò “Saga”, “Lacrime rosse” di Vincenzo Gualano e “Io Elvis” di Elvis Dona.

Ingresso libero aperto a tutti.

Sabato 25 dalla mattina sino a dopo cena si terrà all’Antico Borgo Inalbi, via delle Terre Bianche, 32, Impruneta (Firenze) il raduno annuale nazionale dell’associazione degli autori di fantascienza “World SF”.

Alle ore 17,00 ci sarà l’incontro con il socio astronauta Umberto Guidoni.

Alle ore 18,00 inizierà la tavola rotonda con i finalisti del prestigioso Premio Vegetti per le migliori opere di fantascienza italiane, cui parteciperò con il mio romanzo finalista “Via da Sparta – Il regno del ragno

Alle 20,30 ci sarà la cena con l’assegnazione dei Trofei “50 e oltre” e la proclamazione dei vincitori del Premio Vegetti.

Giornata a prenotazione.

Lunedì 3 giugno alle ore 17,00, presso la SMS di Rifredi in via Vittorio Emanuele 303, si parlerà della mia carriera letteraria, illustrata da Massimo Acciai Baggiani nel suo “Il sognatore divergente”, mentre io illustrerò la sua attività, descritta ne “Il narratore di Rifredi”, opera dedicata a questo quartiere di Firenze.

Ingresso libero aperto a tutti.

 

Vi aspetto numerosi.

FRAMMENTI CORALI DI DONNE IN UN INTERNO

All’apparenza, sfogliandolo, “La specialità di Dio” potrebbe sembrare un libro di poesie. Forse lo è, ma mi è parso più che altro una galleria di ritratti. Ritratti, però, non a tutta persona né a mezzo busto.  Piccoli particolari, dettagli, presi qua e là, che non mostrano la figura per intero, ma, non di meno, la descrivono e caratterizzano. Se l’artista che li ha realizzati si sofferma da qualche parte, più che sul volto, mi pare sia sui genitali. Nel senso che questi quadretti ci parlano spesso di sesso o quanto meno di rapporti tra uomini e donne.

La specialità di Dio”, opera scritta di Riccardo Olivieri, non è però soltanto poesia, né soltanto ritratti. Il ritratto presuppone, infatti, l’isolamento della figura o, come qui, del particolare della figura ritratto.

Olivieri, invece, ci dona un libro che ha la sua unitarietà corale nell’ambientazione, mai descritta ma che traspare dal narrato.

Si ha, infatti, la sensazione (e credo di non sbagliarmi nel pensare che questo fosse l’intento dell’autore) di trovarci all’interno di qualcosa di simile a un centro anziani, o meglio un pensionato per vecchie signore. L’autore è nato nel 1963, dunque troppo giovane per simili luoghi, ma vi colgo qualcosa di autobiografico, presumo legato a vicende familiari.

La figura cui le anziane ospiti si rivolgono potrebbe essere proprio lui. Spesso insistono nel notare il suo modo un po’ sciatto di vestire, e soprattutto Risultati immagini per riccardo olivieri specialitàl’uso ripetuto della solita giacca consunta. L’autore, per il poco che lo conosco, mi pare assai meno trasandato di così, ma tale qui si dipinge o dipinge il personaggio che questo luogo di riposo attraversa.

Sono, dunque, queste che udiamo le voci di donne che ricordano un passato più o meno vivace, ma certo più del presente, o che descrivono il proprio stato attuale.

Lo fanno con questa lievità che sa di piccola chiacchiera ma che sfocia nel poetico. L’effetto complessivo è di un coro che si solleva, non irruento o imponente, ma leggero e fragile, come deve essere in quanto fatto da voci che hanno ormai vissuto la maggior parte del proprio tempo.

Lettura veloce e piacevole, che tocca temi delicati di vita con garbata noncuranza.

 

 

Il volume sarà presentato lunedì 20 Maggio alle 17,00 all’ASD Laurenziana, in via Magellano 13R – Firenze Nova.

TE LA DO IO L’ITALIA

libroDi solito nello scegliere un libro al primo posto pongo i romanzi, seguiti, ad ampia distanza, dai racconti e, ancor più distanti in questa classifica, arrivano arrancando le poesie. I pensieri in libertà finisco con non considerarli neppure, tanto arrivano a corsa finita.

Mi sono trovato, però, a leggere un volume pensando appartenesse a quest’ultima categoria. Come mai? Perché ho conosciuto l’autore, Raimondo Preti, in occasione di uno di quegli eventi collettivi in cui gli autori di una delle mie case editrici è solita far incontrare autori e lettori, i cosiddetti “Porto Seguro Show”.

In tale occasione avevo parlato con Raimondo Preti e mi era parso persona arguta e di spirito, caratteristiche fondamentali per un autore.

Ho, dunque, osato prendere e poi leggere il suo “Tutti giù per terra”, titolo accattivante, a quanto mi risulta, suggerito dallo stesso editore Paolo Cammilli, in sostituzione di qualcosa che aveva a che fare con il termine “pop”, forse “Liason Pop”, come ancora si legge a pagina 5. Anche la copertina, realizzata da Lucrezia Neri, è suggestiva con questo elefante seduto su un ramo che dà l’idea della leggerezza di qualcosa di pesante.

Ebbene credo che esprima in pieno il senso di questo libro: esprimere riflessioni su temi importanti ma con leggerezza.

La lettura è stata una piacevole sorpresa, come a volte mi accade quando parto un po’ prevenuto. Certo non è un romanzo e neppure un saggio unitario. Gli articoli che lo compongono sono, però, qualcosa di più e di meglio di semplici pensieri in libertà. Sono riflessioni semi-serie sul nostro essere quotidiano e sui grandi temi della vita e forse persino della morte. Definirle “semi-serie”, però, sarebbe far loro un torto. Sono in realtà riflessioni serissime ma fatte con un piglio leggero che mi fa un po’ pensare ai monologhi di Beppe Grillo, quello di tanti anni fa, quando ancora non si era ammalato di politica e protagonismo e ci faceva ridere additando i mali del mondo.

Raimondo Preti ci parla di tante cose ed elencarle tutte sarebbe eccessivo, ma vi dirò che ci scrive di rapporti tra uomini e donne, di sessualità, di religione (la nostra e le altre), di figli e altri animali domestici, di gioventù, di toscanità (uno dei capitoli che ho letto con più interesse, da fiorentino adottivo quale sono, sempre curioso di comprendere questo strano mondo vernacolare), di invenzioni e progresso, di libero arbitrio, di consumismo, di politica e leggi, di social network, di soldi, di competizione, di società, di sport e tifo, di razzismo, di diete, di linguaggi, di scrittura, di leggerezza, di vizi e virtù, di educazione e valutazione, di felicità e malessere e ancora e ancora.

Nel farlo non manca mai la battuta sagace di commento così come la citazione colta, mescolata a quella “pop”.

I riferimenti culturali vanno dall’antica Grecia (numerosi i raffronti con i miti ellenici) sino ai giorni nostri. L’impressione è quella di aver a che fare con qualcuno che se ne intenda di filosofia, mitologia, storia e cultura contemporanea. Peccato per alcuni refusi qua e là.

Alla fine la sensazione è stata di aver fatto una chiacchierata con un amico, scoprendo di condividere quasi tutto quello che diceva (scriveva), a parte forse le parti sul calcio, di cui da sempre mi disinteresso.

Certo, quando ci si scopre d’accordo su tutto, mi viene da chiedermi “non sarà che le cose dette sono un po’ ovvie?”, ma la sensazione qui non è questa. È piuttosto quella di sentire che, sebbene Preti abbia una decina d’anni meno di me, si siano attraversate le stesse storie, si sia vissuto lo stesso mondo e se ne siano tratte conclusioni simili.

Insomma, Preti, seppure saltando da un tema all’altro, sembra offrirci una serie di istantanee degli ultimi quarant’anni di questa nostra povera Italia un po’ sbilenca. Foto spesso un po’ irriverenti e buffe, ma in cui ci riconosciamo e sorridiamo, guardandoci allo specchio.

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