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STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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L’ASSURDO MONDO PERDUTO IN CUI VIVIAMO

Apologia del perdutoBisogna dire che la scelta di un titolo come “Apologia del perduto”, per di più corredato da un sottotitolo come “Reductio ad absurdum” non mi pare sia stata, da parte dei due autori Massimo Acciai e Lorenzo Spurio, dettata da valutazioni di marketing, anche perché il lettore tutto può immaginare da tali definizioni tranne che una raccolta di racconti tutto sommato vivaci e concreti. Si pensa, infatti, subito a qualche verboso trattato di filosofia.

Si tratta, invece, proprio di racconti, per lo più scritti a quattro mani dai due autori, ma alcuni firmati da uno solo dei due, e stesi tra il 2010 e il 2013.

Acciai e Spurio si erano conosciuti tramite alcune collaborazioni di quest’ultimo alla rivista che Acciai dirigeva e tutto dirige “I segreti di Pulcinella”.

Come notano gli autori nella prefazione, i racconti sono accomunati dalla presenza di personaggi al limite della società, quali malati di mente, barboni, immigrati, malati terminali. Forse per questo nel titolo si parla di “difesa del perduto”, dato che ciascuno di loro ha perduto o, quantomeno, è privo di qualcosa.

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Lorenzo Spurio

Quanto al sottotitolo, “Reductio ad absurdum”, significa “dimostrazione per assurdo” ed è un metodo della logica per dimostrare una certa proposizione mostrando la contraddittorietà che deriva assumendone la negazione, quasi che con questi racconti Acciai e Spurio abbiano voluto dimostrare con esempi estremi, la natura assurda del mondo che ci circonda.

Credo che dove nell’antologia non sono riportati i nomi degli autori, si debba considerare il racconto come opera di entrambi, mentre è espressamente scritto quando lo ha realizzato solo uno dei due. È questo il caso dei due racconti finali, “Il cacciatore” di Massimo Acciai e “Una casa fredda” di Lorenzo Spurio.

Il primo racconto è “Il cantiere” e comincia in modo un po’ surreale ma con tinte horror, con una sorta di scemo del villaggio (o del quartiere, vista l’ambientazione), Mario, che finisce in una buca scavata per qualche lavoro cittadino, dove qualcuno lo ricopre di terra fin quasi a farlo morire. Condisce la storia l’incontro-scontro del sopravvissuto Mario con una zia che di testa è messa peggio di lui ed è una pazza pericolosa. Lo sviluppo si fa angoscioso, con tanto di morte della madre del protagonista.  Il racconto è, soprattutto, una riflessione sul problema della chiusura dei manicomi e sulla difficoltà di gestire in famiglia i malati di mente. Vi compare un vecchio centenario, cui vengono a chiedere consiglio. Il vecchio, tra le altre cose lascia un interessante considerazione sulla lettura “Nel suo discorso ci teneva a sottolineare che la prospettiva con la quale il lettore legge e si immedesima nella storia, cambia nel corso degli anni e che questo è un fatto inevitabile”. Credo, infatti, che a scrivere un libro (al di là di collaborazioni come questa tra Acciai e Spurio) ci siano sempre due soggetti: lo scrittore e il lettore. Il lettore rende il libro diverso, reintepretandolo con il proprio vissuto e, poiché nel corso della vita ognuno cambia, leggere un libro in un momento o in un altro della propria vita, lascia messaggi e sensazioni diverse.

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Massimo Acciai Baggiani

Questo primo racconto credo sia il più lungo del volume, di cui occupa quasi un terzo.

Il secondo, “Appuntamento nella capitale”, racconta di un incontro su un caldo autobus con una donna e due bambini a seguito di disguidi ferroviari. Il protagonista si recava a Roma per incontrare una ragazza conosciuta in chat, ma una serie di vicissitudini lo fanno incontrare e avvicinare alla donna con i bambini, con cui riuscirà a instaurare un rapporto più vero di quello che sperava di concretizzare da un amore virtuale. Lo sguardo verso il mondo circostante del protagonista è sempre titubante e un po’ spaventato e osserva chi gli sta attorno con diffidenza, quasi a voler mostrare la difficoltà dei rapporti sociali nel nostro tempo, in cui solo il contatto virtuale sembra tranquillizzarci, mentre andiamo perdendo la capacità di raffrontarci con le persone reali.

La vicina rumena”, il terzo racconto, è una storia di amore, che nella prefazione è definita come erotica, ma è soprattutto una storia che parla del disagio di un giovane nel cercare e trovare rapporti con l’altro sesso. Disagio che trova la sua soluzione nell’incontro con la badante rumena della vicina, che, nella sua solitudine di straniera, si appoggia al giovane per supplire alla perdita degli affetti familiari, da cui è ora separata da tanti chilometri, in una terra che non è capace di accoglierla pienamente. La loro storia si risolve, in realtà, in un solo rapporto sessuale, che il protagonista percepisce come un proprio cedimento a pulsioni animalesche e di cui si pente, invece di rendersi conto che di essere riuscito, per poco, a sbloccarsi dalle proprie inibizioni.Risultati immagini per ragazza rumena

I cruciverba di Valérie” raccontano di un tragico amore ospedaliero tra due giovani e sfortunati malati terminali, che dà luogo a un matrimonio i cui festeggiamenti andranno a confondersi con le condoglianze del funerale. Una storia che ci parla sia della fragilità delle nostre esistenze, sia della possibilità di vivere pienamente e trovare l’amore anche quando tutto sembra ormai perduto.

Vera”, ultimo racconto a quattro mani, riprende il tema appena accennato in “Appuntamento nella capitale” degli amori in chat, affrontando il più ostico argomento degli scammer, ovvero delle truffe on-line per rubare soldi o organizzare matrimoni miranti solo a ottenere la cittadinanza o alimenti futuri mediante l’adescamento in rete da parte di ragazze straniere.

Assai singolare è la storia firmata solo da AcciaiIl cacciatore”, nella quale un eccentrico riccone americano invita a cena dei barboni e gli offre… carne di cane. Il clochard protagonista diventa poi suo compagno in scorribande per Firenze a caccia di… cani, da uccidere, cucinare e mangiare. Qui, più che negli altri racconti, si nota l’ambientazione fiorentina, particolarmente concentrata nel quartiere di Rifredi, dove vive l’autore.

Una casa fredda” è scritto solo da Spurio e parla delle difficoltà di una ragazzina ad adattarsi a vivere con il patrigno, dopo la morte del padre. Troverà in uno zio “zitello” l’appoggio per affrontare la situazione. Il vecchio zio, quando la nipotina lo lascerà, ricadrà nel grigiore della sua vita Risultati immagini per Cacciatore caniprecedente, non riuscendo, per altro a sopravvivere.

Questa raccolta, dimostra, ancora una volta, la grande capacità di Massimo Acciai Baggiani (nome d’arte di Massimo Acciai) di spostarsi con disinvoltura tra produzioni letterarie assai diverse, come la poesia, la saggistica, il fantasy, l’ucronia, la fantascienza e, qui, una narrazione mainstream che potremmo forse definire di analisi sociale, sebbene con toni che spingono le situazioni all’assurdo, divenendo talora quasi surreali.

 

L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

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GENTE “CATTIVA”

SeventeenAvevo già avuto occasione di leggere Michele Protopapas con il racconto lungo “L’oscuro caso della generatrice di mostri”. Leggo ora “Seventeeen”, sottotitolo “17 storie senza eroi di ordinaria meschinità”. Questa raccolta non ha molto in comune con il racconto se non un certo senso di negatività nei caratteri dei personaggi incontrati.

Seventeen” è una carrellate di vicende umane da cui, come è chiaro dal sottotitolo, emerge tanta meschinità.

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Michele Protopapas

Protopapas ci parla così di santoni che sfruttano i problemi della gente, come il bisogno di trovare un lavoro, di difficili convivenze condominiali e false devozioni, di un bullismo che non è solo scolastico ma che spesso è presente all’interno delle stesse famiglie, di protezioni mafiose di cui è difficile fare a meno, delle miserie dei triangoli amorosi, dei favoritismi, delle prevaricazioni e delle malversazioni nel mondo del lavoro, del perverso fascino del denaro, di arroganza e serial killer, del traffico di clandestini, droga e armi, della malvagità di certi giovani che si fingono vittime ma sono carnefici, di ridicole invidie capaci di mutarsi in faide familiari, dell’incapacità di resistere alla gola, di misoginia, di difficili rapporti familiari e di sessualità malate.

Il primo gruppo di racconti di questa raccolta ha un sottotitolo che richiama ora uno dei dieci comandamenti, mentre la seconda parte si rifà ai sette peccati capitali.

Ne esce un quadro di un’umanità egoista, arrogante, gretta e malata, facendo di “Seventeen” un testo di denuncia del degrado della nostra società, pur velato da un tono quasi satirico e a volte un po’ “strapaesano”, una silloge di racconti di vita quotidiana ma la cui negatività finisce per lasciare nel lettore la sensazione che, in fondo, ci sia ben poco da ridere, se davvero siamo così e, purtroppo, i ritratti spennellati da Protopapas non sono di pura fantasia, ma sembrano avere una forte dose di realtà.

 

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NONNA E NIPOTE TRA SARDEGNA E TOSCANA

Risultati immagini per del mare soltanto l'ecoDel mare soltanto l’eco”, libro d’esordio di Barbara Carraresi, autrice, come me, della scuderia di Porto Seguro, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della Sardegna, la partenza, dal sapore di

Carlo Menzinger con il libro di Barbara Carraresi

fuga, verso la Tosca

na, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

Ne nasce una storia intensa, aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

Del mare soltanto l’eco” è, quindi, un po’ diario e un po’ storia di vita familiare e mi vengono in mente letture simili fatte di recente come “Radici” di Massimo Acciai Baggiani & Co. e “A cavallo del tempo” di Maila Meini. Queste origini mezze toscane e mezze sarde, mi fanno pensare, invece ad Alberto Pestelli e al suo ispettore toscano in Sardegna, alle sue “pause” culinarie.

Barbara Carraresi

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

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Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

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Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

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“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

L’AMORE (MANCATO) AI TEMPI DEL LICEO

Image result for la mia poltrona in riva al mareChi non ha mai pensato di scrivere un romanzo su quel tempo avventuroso e magico che è l’adolescenza, sugli anni del liceo, dei primi amori, delle grandi amicizie, delle pigre malinconie e delle pazze esaltazioni?

Francesco Marco Romano non si è limitato a pensarci e questo romanzo lo ha scritto e l’ha intitolato “La mia poltrona in riva al mare”. Il mare di cui si parla è quello di Napoli, visto da via Caracciolo. Il protagonista, Gianni, un ragazzino che ancora frequenta il liceo, ama questa via e ancor più ama il mare, malinconicamente. Forse perché ancora non ha conosciuto l’amore di una ragazza, come gli suggeriscono alcuni amici più smaliziati. Quello che definisce “La mia poltrona in riva al mare” è un pezzo di muretto sul lungomare, dove si ferma a pensare.

Il romanzo ci parla del difficile rapporto dei ragazzi con l’altro sesso, delle tante occasioni mancate, spesso solo per pura goffaggine, tipica dell’età. Gianni sfiora l’amore di varie ragazze ma ogni volta queste gli sfuggono di mano, scivolando via, come acqua che torni al mare.

Pian piano, però, si avvicina a quel “sorriso d’amore”, all’inizio solo immaginato.

Francesco Romano

La mia poltrona in riva al mare” è una serie serrata di dialoghi tra ragazzi, a volte intervallate dalle riflessioni melanconiche del protagonista, ma persino una discesa in slittino sulla neve è resa tramite un dialogo (e questi non sono mai malinconici).

Se lo spazio geografico in cui si svolge la storia è ben chiaro (Napoli e, per poche pagine, Roccaraso), il tempo non è esplicitato chiaramente, ma questi ragazzi non sono certo i giovani d’oggi, così diversi nel loro rapportarsi e così tecnologici. Anche i personaggi famosi cui i ragazzi alludono probabilmente i quindicenni d’oggi non saprebbero chi fossero. Il tempo in cui vivono Gianni e i suoi amici ricorda assai più il mio che quello di mia figlia oggi ventenne, ma forse andrebbe spostato anche un poco più indietro, diciamo all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Anni strani in cui la televisione magari c’era ma non era poi così importante, tanto che non vi compare mai, in cui la gente si incontrava per strada e non sullo smartphone o nelle chat. Un mondo che abbiamo attraversato solo ieri, ma che ai giovani d’oggi sembra già tanto alieno, al punto che potrebbero quasi leggere questo racconto come un “romanzo storico”. Oggi, loro, tutte quelle discussioni le avrebbero fatte con veloci messaggini su whatsapp!

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