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NONNA E NIPOTE TRA SARDEGNA E TOSCANA

Risultati immagini per del mare soltanto l'ecoDel mare soltanto l’eco”, libro d’esordio di Barbara Carraresi, autrice, come me, della scuderia di Porto Seguro, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della Sardegna, la partenza, dal sapore di

Carlo Menzinger con il libro di Barbara Carraresi

fuga, verso la Tosca

na, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

Ne nasce una storia intensa, aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

Del mare soltanto l’eco” è, quindi, un po’ diario e un po’ storia di vita familiare e mi vengono in mente letture simili fatte di recente come “Radici” di Massimo Acciai Baggiani & Co. e “A cavallo del tempo” di Maila Meini. Queste origini mezze toscane e mezze sarde, mi fanno pensare, invece ad Alberto Pestelli e al suo ispettore toscano in Sardegna, alle sue “pause” culinarie.

Barbara Carraresi

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

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IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

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Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

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Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

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“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

L’AMORE (MANCATO) AI TEMPI DEL LICEO

Image result for la mia poltrona in riva al mareChi non ha mai pensato di scrivere un romanzo su quel tempo avventuroso e magico che è l’adolescenza, sugli anni del liceo, dei primi amori, delle grandi amicizie, delle pigre malinconie e delle pazze esaltazioni?

Francesco Marco Romano non si è limitato a pensarci e questo romanzo lo ha scritto e l’ha intitolato “La mia poltrona in riva al mare”. Il mare di cui si parla è quello di Napoli, visto da via Caracciolo. Il protagonista, Gianni, un ragazzino che ancora frequenta il liceo, ama questa via e ancor più ama il mare, malinconicamente. Forse perché ancora non ha conosciuto l’amore di una ragazza, come gli suggeriscono alcuni amici più smaliziati. Quello che definisce “La mia poltrona in riva al mare” è un pezzo di muretto sul lungomare, dove si ferma a pensare.

Il romanzo ci parla del difficile rapporto dei ragazzi con l’altro sesso, delle tante occasioni mancate, spesso solo per pura goffaggine, tipica dell’età. Gianni sfiora l’amore di varie ragazze ma ogni volta queste gli sfuggono di mano, scivolando via, come acqua che torni al mare.

Pian piano, però, si avvicina a quel “sorriso d’amore”, all’inizio solo immaginato.

Francesco Romano

La mia poltrona in riva al mare” è una serie serrata di dialoghi tra ragazzi, a volte intervallate dalle riflessioni melanconiche del protagonista, ma persino una discesa in slittino sulla neve è resa tramite un dialogo (e questi non sono mai malinconici).

Se lo spazio geografico in cui si svolge la storia è ben chiaro (Napoli e, per poche pagine, Roccaraso), il tempo non è esplicitato chiaramente, ma questi ragazzi non sono certo i giovani d’oggi, così diversi nel loro rapportarsi e così tecnologici. Anche i personaggi famosi cui i ragazzi alludono probabilmente i quindicenni d’oggi non saprebbero chi fossero. Il tempo in cui vivono Gianni e i suoi amici ricorda assai più il mio che quello di mia figlia oggi ventenne, ma forse andrebbe spostato anche un poco più indietro, diciamo all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso. Anni strani in cui la televisione magari c’era ma non era poi così importante, tanto che non vi compare mai, in cui la gente si incontrava per strada e non sullo smartphone o nelle chat. Un mondo che abbiamo attraversato solo ieri, ma che ai giovani d’oggi sembra già tanto alieno, al punto che potrebbero quasi leggere questo racconto come un “romanzo storico”. Oggi, loro, tutte quelle discussioni le avrebbero fatte con veloci messaggini su whatsapp!

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L’IMPORTANZA DI AMICIZIE E AMORI AI TEMPI DEL LICEO

La ragazza che non sapeva respirare le nuvoleLa ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è un bel titolo. È il titolo del romanzo di Silvio Donà ed è il titolo di una canzone di una band musicale liceale con cui partecipano a un “contest” (così oggi chiamano le gare canore!). La canzone, a quanto si legge, deve essere bella, perché piace al pubblico, ma non c’è dato conoscerla. Il libro è un buon libro e questo posso dirlo avendolo letto. È un libro che ho letto tutto d’un fiato (e questo non mi capita quasi mai), sia perché è corto, sia perché si lascia leggere proprio bene e coinvolge, anche se non si hanno più sedici anni (o giù di lì) come i protagonisti.

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Silvio Donà

La ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è una storia di amicizia e di amore adolescenziale ma anche una storia sulla difficoltà dei rapporti sociali, sulla difficoltà di vivere, così come può essere percepita da un adolescente, giacché è quella l’epoca e l’età in cui ci rendiamo conto che il mondo non è tutto rose e fiori e che non tutti sono nostri amici. È quella l’età in cui ci innamoriamo per la prima volta e questa sembra una cosa bella e grandissima ma può anche essere una cosa brutta e dolorosissima. E di questo ci parla, con voluta e giusta leggerezza, Silvio Donà, raccontandoci questa storia di musica, di ragazzi che s’incontrano e scontrano in band musicali che sono anche bande di amici e nemici, in cui da una parte stanno i “fighetti” e dall’altra gli “sfigati”, perché a quell’età queste sonio etichette che contano e a volte continuano a contare anche da adulti, quando non si è riusciti a crescere davvero, dato che molti, per lo e nostra sfortuna la maturità rimane solo una meta irraggiungibile ed è per questo che abbiamo ancora in giro tanti razzisti o gente con la puzza sotto il naso. Gente che non ha vissuto momenti come quelli descritti nel libro, che li abbia fatti crescere o che li ha vissuti ma non ha imparato nulla. Il protagonista invece impara e cresce e questo dunque è, con lievità, anche romanzo di formazione e crescita.

Non è la prima volta che leggo qualcosa di Silvio Donà. Anni fa lessi la sua distopia “Pinocchio 2112” che ci parlava dell’importanza dei libri e dell’amicizia. Un altro bel libro, perché Donà è davvero uno che sa scrivere. Da uno dei suoi libri, scritto assieme allo sceneggiatore Antonio De Santis è persino stato tratto il film “Mi rifaccio il trullo”.

Carlo Menzinger con due libri di Silvio Donà

LA SOCIETÀ CAPRICCIOSA

Risultati immagini per modernità liquidaNon saprei se l’intento di Zygmunt Bauman scrivendo il saggio “Modernità liquida” sia stato quello di convincere il lettore che il tempo che stiamo vivendo sia qualcosa del tutto diverso da quello precedente e che necessiti di una nuova definizione ovvero possa essere definito come l’epoca della “Modernità liquida”. Certo, Bauman offre molti interessanti ragionamenti ed esempi per segnalare come la nostra epoca sia mutata rispetto a quella da cui siamo appena usciti, ma mi è parso che nel saggio manchi qualcosa che leghi tra loro tutti questi ragionamenti e concetti e segni il tratto determinante per definire la nostra una “Modernità liquida”, non sono, insomma, uscito dalla lettura, del tutto convinto sullo stacco logico tra la precedente modernità e l’attuale, di cui vedo ancora troppi elementi di continuità, ma per il resto le argomentazioni di Bauman meritano certo un lettura e una riflessione su molti dei punti trattati.

 

Il saggio “Modernità liquida” di Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) sociologo, filosofo e accademico polacco di origini ebraiche, si apre introducendo tre concetti.

Il primo è che il desiderio di libertà non è poi così forte e che molti, in una società opulenta come la nostra, non solo non desiderano essere veramente liberi, ma di norma non sono nemmeno consapevoli di vivere in una libertà limitata. Riporta l’esempio dei marinai dell’Odissea che, mutati in porci da Circe, non vogliono tornare alla “libertà” originaria di esseri umani.

Il secondo è che la nostra società attuale pur avendo conservato (se non acuito) la propria capacità di critica del sistema, ha perso l’impulso a lottare per cambiarlo, perché, come notava desolatamente Marcuse, non c’è una base di massa sufficiente ad avviare un processo rivoluzionario che possa mutare uno status quo che non è percepito come negativo (sebbene abbia ampi margini di miglioramento e numerosi aspetti deleteri).

Il terzo è la definizione del periodo attuale come “Modernità liquida”, in contrapposizione alla precedente epoca totalitaria, caratterizzata dai modelli standardizzati di ispirazione fordiana, un mondo organizzato come catena produttiva.

Ford aveva inventato il sistema per evitare la diserzione del proprio esercito, incatenandolo in un processo che non poteva essere interrotto.

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Zygmunt Bauman

Per l’autore il passaggio alla Modernità Liquida corrisponde anche al passaggio all’individualismo. Come dice Toqueville, l’individuo è il peggior nemico del cittadino, e quindi l’individualismo sta rubando spazi al pubblico, al sociale. La grande paura delle distopie del XX secolo, come “1984” di George Orwell e “Il mondo nuovo” di Huxley si sono rivelate infondate. Nascevano dalla paura dei totalitarismi europei, come nazismo, fascismo e stalinismo, ma lo shock di quelle esperienze è stato così forte da spingere la società alla deriva verso il suo opposto, verso un mondo in cui l’interesse individuale e personale pare il solo che conti, con il risultato che gli Stati, anziché occuparsi delle problematiche sociali, ambientali, economiche e magari finanziarie, si concentrano, soprattutto nella comunicazione, verso false problematiche come la sicurezza, erigendo muri e barriere e creando clamore su casi di violenza statisticamente del tutto irrilevanti o ergendosi a baluardo verso ciò che è “altro” e “diverso”.

La morte del cittadino, sotto i colpi dell’individuo, si vede fortemente in alcuni Paesi come l’Italia, in cui il senso civico si è perso, forse per effetto di una prolungata percezione del Governo come entità aliena (in ricordo di passate dominazioni straniere) da combattere e imbrogliare, piuttosto che espressione della comunità cui si appartiene, lasciando ampi spazi a mafie e camorre.

La differenza tra capitalismo pesante e capitalismo leggero, per Bauman, si nota anche nella sostituzione di numerose autorità a una o poche, con il risultato che, proprio per il loro numero, le autorità cessano di essere tali e i leader sono sostituiti dai consulenti, la cui autorità deriva dall’approvazione di chi ne cerca il parere.

Le paure orwelliane si sono così ribaltate, al punto che il pericolo oggi sono la moltitudine di Piccoli Fratelli onnipresenti, piuttosto che l’autorità statalista del Grande Fratello. I Talk Show hanno portato il privato nella sfera del pubblico, svolgendo un’importante funzione sociale di liberazione da paure e complessi, mostrando che panni sporchi simili ai nostri erano lavati sui teleschermi. Il privato ambisce a diventare pubblico. Desidera apparire. I Talk Show sono solo per pochi e qualificati (a modo loro) soggetti. I reality danno visibilità alla gente comune, ma sempre solo a pochi. Le community del web sono la piazza in cui ciascuno, chiunque, può esibirsi e recitare la sua parte, in cui gli viene costantemente chiesto “cosa pensi?” (anche se si trova in spazi virtuali che tutto inducono anziché il pensiero), in cui ciascuno dichiara dove si trova, con chi, perché e come, in una spontanea rinuncia alla privacy, in un annichilimento delle barriere che difendevano il privato, in un’illusoria corsa a dimostrare di essere individui, di essere speciali, di essere notati, di essere parte di una community virtuale ma rinunciando al senso civico di appartenente a una comunità sociale.

Centro commerciale a Monaco di baviera – Agosto 2015 – Foto di Carlo Menzinger

La modernità liquida, superato da tempo il concetto di bisogno, supera anche quello di desiderio, sostituendolo con il capriccio. La compulsione allo shopping non deriva certo dall’esigenza di soddisfare un bisogno, dato che bisogni primari e secondari sono già ampiamente soddisfatti della civiltà occidentale dell’opulenza, ma il desiderio non basta più a pilotare i consumi. Occorre stimolare il capriccio infantile, l’impulso immediato e irrefrenabile all’acquisto, reso sempre più semplice e fruibile ovunque dalle vendite on-line e dai sistemi di pagamento elettronici che attuano un nuovo passaggio di smaterializzazione della ricchezza, non più “pecunia” (misurabile in termini di “pecore” o altri beni), ma neanche più equivalente di metalli preziosi o tangibile carta, ma flusso impercettibile di bit in rete.

E il corpo finisce in questo meccanismo con la confusione tra salute e fitness, dove la salute può essere perseguita e talora raggiunta ma la forma perfetta e sempre da raggiungere e per il fitness occorre sempre continuare a combattere, perché basta distrarsi un attimo per perderlo. Ed ecco fiorirvi attorno un mercato colossale.

A difesa dell’individualismo e dei suoi desideri di sicurezza sorgono i muri. Bauman ci parla del progetto sudafricano di città-isola Heritage Park dell’architetto Hazeldon (viene da pensare, però alla Brexit e al muro messicano di Trump) ma anche della necessità, negli incontri tra estranei di indossare maschere, in primis quella della “buona creanza”, tipica di un mondo in cui ciascuno è estraneo agli altri.

Il desiderio di muri è segno di un ritorno al Medioevo e alle sue città fortificate.

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La Defénse – Parigi

Bauman quindi ci parla di spazi pubblici, lo spazio che esclude (fa l’esempio de La Defense a Parigi, in cui la piazza non è un luogo in cui vivere, ma solo spazio scenico e di passaggio) e lo spazio che ci rende uguali, come i Centri Commerciali, dove ogni differenza è annullata, tutti sono uguali e tutti sono lì per il medesimo fine, dove ognuno è un estraneo per gli altri e non occorre costruire dei rapporti con i passanti. Il Centro Commerciale è il nuovo Tempio, spazio che purifica i rapporti sociali rendendoli neutri,

Ci sono due modi per affrontare le diversità, la cancellazione del diverso (la guerra o l’uccisione dello straniero) o la cancellazione delle diversità nell’altro (l’omologazione, l’assorbimento nella cultura dominante). La Defense, come i muri, è lo spazio del primo approccio. Il Centro Commerciale quello del secondo.

Poi, Bauman ci parla del tempo e di come la sua separazione dallo spazio sia l’inizio della modernità. È stato quando abbiamo creato macchine in grado di liberare la velocità dai limiti umani e naturali, che il tempo è divenuto cosa diversa dallo spazio. In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari.

La coscienza del tempo si porta dietro la volontà di superarlo, di raggiungere l’immortalità. Il capitalismo e la modernità pesanti sono stati caratterizzati anche dalla produzione e conservazione di beni duraturi, giacché in essi si rifletteva il desiderio di immortalità. Capitalismo leggero e modernità liquida portano a un superamento di questo. Le società informatiche mirano a creare prodotti di rapida obsolescenza e sono pronte a dimenticarli per passare a nuove versioni o prodotti più evoluti. Il possesso diventa temporaneo ed effimero. Siamo nell’ambito di considerazioni simili a quelle di Rifkin (L’era dell’accesso) sul superamento del concetto di proprietà.

Il capitalismo pesante era anche caratterizzato dal matrimonio duraturo tra capitale e lavoro, mentre nella modernità liquida questi passano a un’instabile convivenza. Il capitale non deve più essere investito in pesanti strutture e diventa mobile e lo stesso deve fare il lavoro. Le aziende che passano di mano generazione dopo generazione stanno diventando un retaggio del passato al pari con il posto fisso. Tutto diviene più volatile.

Bauman passa poi a parlare delle differenza tra patriottismo e nazionalismo con le conseguenti drammatiche derive belliche, prendendo a esempio i Risultati immagini per centro commercialerecenti conflitti balcanici, e delle comunità, evidenziando come il desiderio di tenere lontano il diverso sfocia in delitti di membri della comunità contro chi non ne fa parte, con il risultato di rinsaldare la comunità stessa contro il pericolo di ritorsioni o la paura che gli estranei possano a loro volta compiere delitti che minino la tranquillità della comunità. Gli autori dei delitti contro gli stranieri tendono a essere ben noti all’interno della comunità che li difende, divenendo compartecipe del delitto e trovando la propria ragione d’essere proprio nella sua autodifesa, quasi che le loro stesse vittime possano tornare, come redivivi zombie a minacciarle. Altro tipo di comunità moderna è quella istantanea, che Bauman chiama “comunità guardaroba”, perché è simile a un gruppo di persone che si ritrova a teatro per uno spettacolo, accomunata in una successione di emozioni e sentimenti generati dallo spettacolo ma solo per il breve arco di tempo in cui lasciano i soprabiti nel guardaroba e quando li riprendono. Le community virtuali, di cui Bauman non parla, sarebbero “comunità guardaroba” ancor più istantanee, che durano il tempo di leggere qualche post, anche se la comunanza di interessi del tema della community porta gli “amici” virtuali a rincontrarsi, pur mantenendo, per il resto vite del tutto distinte.

Chiudono il volume alcune riflessioni sul rapporto tra storia, poesia e sociologia e sul ruolo della sociologia, come strumento per curare la società, che, in particolare, si può considerare malata ogni volta in cui cessa di mettersi in discussione.

Funzione della sociologia è anche quella di distinguere tra sorte e destino, cercando di evitare di cadere nel fatalismo (“Prendere le distanze, prendere tempo, al fine di separare il destino dalla sorte, perché il destino possa affrontare e sfidare la sorte: questo è il compito della sociologia”), perché, come scrive Max Scheler (“Ordo amoris”) “il presupposto che sorte e destino siano la stessa cosa va etichettato come fatalismo”.

Conclude Bauman che “compito della sociologia è fa sì che le scelte siano realmente libere e che tali rimangano, e sempre per ,o più diventino, per l’intera esistenza di tutto il genere umano”.

 

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

RICORDATE IL TELEFILM DELLE SETTE E VENTI?

Alberto Manzi

Alberto Manzi

Risultati immagini per orzoweiChi come me è nato intorno al 1964 ricorderà di certo la rivoluzione culturale che stravolse le abitudini delle famiglie italiane introducendo alle ore 19,20, sulla RAI, l’abitudine di trasmettere un breve telefilm per ragazzini. Queste trasmissioni mutarono innanzitutto l’orario della nostra cena, spostandola dalle 19,30 alle 20,00, ma, soprattutto crearono per la nostra generazione una cultura comune che difficilmente le nuove generazioni, bombardate da miriadi di programmi televisivi diversi oltre a tutto ciò che può essere liberamente reperito in rete, non potrà mai avere. Si comincio, negli anni ’70 con la serie “Amore in soffitta” cui seguirono altre serie mitiche come “Tre nipoti e un maggiordomo”, “Una casa nella prateria”, “Furia”, “Paul e Virginie”, “Mamma a quattro ruote”, “Le avventure di Rin Tin Tin”, “Lassie” e, soprattutto l’indimenticabile “Happy Days”. Quando si incontravano gli amici se ne parlava, si cantavano le sigle, si imitavano i gesti (soprattutto quelli di “Happy Days”). Erano la base di una vera cultura comune giovanile. Qui ho trovato un elenco abbastanza esaustivo di questi telefilm, che comprende anche le date di programmazione: http://www.tv-pedia.com/zapzaptv/viewtopic.php?f=2&t=1183

Tra questi telefilm c’era anche “Orzowei” (trasmesso giornalmente dal 28 aprile 1977 al 12 maggio 1977, di cui ricordo soprattutto questo ragazzo bianco che non faceva altro che correre attraverso l’Africa, mentre tutti, bianchi e africani, gli davano addosso e la sigla, un vero tormentone, cantata dai mitici Oliver Onions (cui si deve anche un’altra fortunata sigla, quella di Sandokan, quella di “Spazio 1999” e molto altro che i ragazzini degli anni ’70 certo ricordano).

Risultati immagini per orzoweiAvendo dunque trovato una vecchia copia del romanzo da cui fu tratta la serie televisiva, ho voluto leggerlo. Il romanzo, anch’esso intitolato “Orzowei” fu scritto da Alberto Manzi e si presenta un po’ datato come impostazione letteraria ma ancora interessante.

Non si può non notare una componente, che oggi diremmo “buonista”, piuttosto marcata. La volontà è chiaramente quella di voler lasciare un messaggio antirazzista (“Forse è un Swazi, o un bianco, o uno del piccolo popolo. È tutti e tre, o forse nessuno dei tre. Eppure io ho visto: boscimani, negri, bianchi sono stati capaci di amarlo e di sacrificarsi per lui quando lo hanno conosciuto. Ed egli ha amato tutti. Ecco: quando ci conosciamo, anche se la nostra pelle è di un altro colore, ci amiamo.”), ma i “negri” (ancora ripetutamente chiamati così), per quanto umani, sono visti come selvaggi. Non si mette in risalto una presunta superiorità dell’uomo bianco, presente nell’Africa descritta con piccoli deboli insediamenti che poco si discostano dai villaggi indigeni, ma si sente una certa vena di condiscendenza verso i popoli “primitivi”, di cui peraltro si esaltano le virtù. Insomma, il romanzo contiene buone intenzioni antirazziste, ma parla come un missionario del secolo scorso.

Lasciando da parte queste considerazioni, che a tredici anni, quando vidi il telefilm, certo ben poco mi interessavano, rimane il fascino dell’avventura di questo orfano bianco, allevato dagli Swazi (un gruppo Bantù) ma trattato da loro più o meno come un cane e infine scacciato, accolto come un figlio dal Piccolo Popolo dei Boscimani, in fuga per cercare le sue vere origini tra i boeri, in lotta con gli inglesi e le popolazioni locali. Troverà amici e nemici in tutti i popoli, sarà parte di tutti e di nessuno, eterno apolide in eterna fuga, come canta la sigla iniziale del telefilm, scritta da Susan Duncan Smith e Cesare De Natale, su musica di Guido e Maurizio De Angelis:

Corri ragazzo vai e non fermarti mai

la notte scenderà

il freddo arriverà

ma non pensare che

tutto sia contro di teRisultati immagini per orzowei

c’è l’amore

il sole giallo sorriderà

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

lotta per la tua vita

Orzowei na na na na na na na na na na na na na na naaa

prima che sia finita

Parteciperà a caccie e battaglie e sarà sempre in corsa.Risultati immagini per orzowei

L’Africa in cui si muove è selvaggia e violenta, le zagaglie, le lance indigene, spesso colpiscono e il sangue scorre. Da bambino disprezzato (come indica il suo soprannome “Orzowei”, che vuol dire “Trovato”, ma che indica anche la sua non appartenenza al popolo degli Swazi), imparerà a difendersi e a farsi rispettare. Affronterà una prova tribale di iniziazione, ma tutta la sua giovane vita sarà una continua iniziazione, un continuo superare prove attraverso cui crescere. Ed è questo il grande fascino di questa storia, è di questo che parla ai ragazzi: la vita è difficile, ma puoi affrontarla, puoi attraversarla, puoi diventare qualcuno. Sebbene opera diversissima, si basa, in fondo, sullo stesso messaggio di “Harry Potter” e fu questo, io credo, a farcelo amare allora, come oggi i ragazzi amano le storie della Rowling.

 

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