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EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

LA DIGNITÀ SOTTO ASSEDIO

Risultati immagini per rockland ToninelliAlla fine di Settembre ho incontrato e conosciuto Marco Toninelli, presente con i suoi libri in uno degli stand di Firenze Libro Aperto.

Ho preso uno dei suoi romanzi “Rockland” e ora l’ho letto con il piacere che sempre provo quando scopro un buon autore tra quelli poco noti al pubblico.

Difficile catalogare “Rockland” anche se l’idea di fondo non può che dirsi fantascientifica: il pese di Rockland, un mattino si risveglia completamente isolato dal resto del mondo.

Come non pensare al film “La fuga di Logan”, ma li si narrava un futuro lontano, con un mondo esterno devastato. Qui dell’esterno non sappiamo nulla. Penso anche alla serie TV “Wayward Pines” con Matt Dillon, ma lì la scelta di isolamento è voluta da alcune persone all’interno del paese e ci sono altri sviluppi legati allo scorrere del tempo.

Toninelli ci narra altro. Quello di cui ci parla Toninelli è la vita nuova che nasce in quello spazio ristretto.

Nessuno sa e capisce che cosa abbia provocato quell’isolamento. Ci sono alte torri tutto attorno, cui non è possibile avvicinarsi. Ci riesce solo lo “scemo del villaggio” Blue. Nulla manca alla cittadina, però, perché i “nemici” o chiunque sia ad averli isolati, fornisce loro cibo e tutto ciò di cui necessitano. Sebbene gli abitanti sappiano che questo nemico “non ci minaccia, non ci aggredisce, sembra non voler invadere la nostra terra, anzi ci manda ogni ben di dio e ci guarda da lontano”, c’è chi progetta rivolte e cerca di osteggiarlo.

Pian piano si formano nuove alleanze. Prende il potere un gruppetto armato fino ai denti che fa capo allo sceriffo e che si definisce “I Veri Americani”. Altri provano a resistergli, ma la sproporzione delle forze è notevole.

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Marco Toninelli

La violenza prende il sopravvento e appaiono toni distopici. Si pensa alle comunità di “The walking dead”. Rischia di rimetterci le penne proprio il povero Blue, utilizzato come kamikaze involontario, poi ci sono abusi sessuali che finiscono peggio.

Alla fine, sarà Blue (o forse no) a resettare tutto, perché occorre “cercare di mantenere un giusto equilibrio tra bene e male” e così decide (misterioso come ne abbia il potere) di “cancellare i segni e le storie che abbiamo raccolto perché non sono degni di diventare memorie nella storia delle storie. In tal modo sarà concessa una seconda opportunità” ed ecco che l’orologio si resetta alle ore 06:18:29 del 20 maggio 2016, la stessa ora in cui tutto era cominciato e ogni cosa pare dimenticata e cancellata e il mistero del magico isolamento resta tale, perché, credo, a Toninelli, non interessa risolverlo ma parlarci di come siamo, come esseri umani, simili agli abitanti di Rockland che hanno “messo sotto assedio la loro dignità con l’inadeguatezza delle azioni e dei pensieri”.

Nel finale, insomma, “Rockland” si rivela qualcosa come una magica fiaba moderna, con la sua morale di condanna di un mondo che emargina “i più svantaggiati, i diversi, perché li avvertiamo come una minaccia al nostro benessere” (la citazione si chiude, in realtà, con un punto interrogativo, che ometto).

 

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LA QUOTIDIANA ABIEZIONE UMANA

Risultati immagini per il muro sartreNon è mai facile commentare un libro o un autore su cui è già stato scritto moltissimo. Ho appena finito di leggere la raccolta di racconti “Il muro” di Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) e non ho ora certo alcun intenzione di addentrarmi nelle polemiche letterarie e politiche che da sempre ruotano attorno all’opera di questo pensatore francese, che è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo.

Come di consueto mi limiterò qui alle mie modeste impressioni di lettore, forse persino un po’ distratto. Devo dire, innanzitutto, che era tanto che non leggevo nulla di suo. Tantissimo a dir il vero, dato che credo di aver letto e apprezzato “La nausea” ai tempi ormai lontani del liceo.

Anche “Il muro” è stata per me una lettura che lascia il segno, soprattutto per la capacità di Sartre di addentrarsi nei particolari più intimi della vita e dei pensieri dei propri personaggi, per il suo saper descrivere sentimenti ai limiti dello squallore umano ma con una corposità che li rende essi stessi materia narrativa forte e vivace. “Il muro” purtroppo è un’antologia e questo rende la lettura più frammentaria e il ricordo che ne resta più impreciso, rispetto a un romanzo, ma da autore penso di poterne trarre un insegnamento di profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento, che danno sostanza alla narrazione.

Jean-Paul Sartre

Il volume, pubblicato nel 1939, si compone di cinque racconti:

  1. Il muro
  2. La camera
  3. Erostrato
  4. Intimità
  5. Infanzia di un capo.

Può apparire difficile leggere il primo racconto in cui si descrivono le ultime ore di vita di alcuni antifascisti condannati a morte sotto il regime di Franco fuori dal contesto storico sociale del franchismo spagnolo, ma la valenza emotiva delle scene funzionerebbe bene anche in un racconto, tanto per dire, di fantascienza, in una storia priva di riferimenti storici, tanto importante appare l’atteggiamento dei personaggi verso l’inevitabilità della morte.

Anche “La camera”, parlandoci dei difficili rapporti familiari davanti a una malattia devastante, ci porta davanti a sensazioni ed emozioni che prescindono dal contesto specifico, in quanto tipicamente umani.

Il protagonista di “Erostrato”, volendo imitare il greco passato alla storia come anti-eroe per aver distrutto un tempio, immagina di realizzare una strage folle motivata dal solo desiderio di fama, anticipando di alcuni decenni questa nostra società dell’apparire, in cui il desiderio di fama a volte non bada a quanto questa sia positiva o negativa.

In “intimità” si parla di nuovo di rapporti familiari o più precisamente coniugali, mostrando le fantasie di una donna che ha a che fare con un marito impotente.

Il quinto racconto “Infanzia di un capo” è quello che ci regala forse il personaggio più intenso, quel Lucien  Fleurier, che vediamo crescere, malamente, sin da piccolo, con piccole turbe sessuali, che dal complesso di Edipo lo portano ad avere rapporti omosessuali con un pederasta, ad associarsi con un’organizzazione fascista, a pestare un ebreo.

In conclusione, l’abiezione umana che qui Sartre descrive appare intrisa di quotidianità, al punto da farla sembrare normale, e mi pare quasi di vedere in “The walking dead” il piccolo Carl Grimes seduto sul tetto che mangia una crema con sotto di lui gli zombie che cercano prenderlo, quasi come se tutto ciò fosse normale e nulla potesse turbarlo.

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STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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L’ASSURDO MONDO PERDUTO IN CUI VIVIAMO

Apologia del perdutoBisogna dire che la scelta di un titolo come “Apologia del perduto”, per di più corredato da un sottotitolo come “Reductio ad absurdum” non mi pare sia stata, da parte dei due autori Massimo Acciai e Lorenzo Spurio, dettata da valutazioni di marketing, anche perché il lettore tutto può immaginare da tali definizioni tranne che una raccolta di racconti tutto sommato vivaci e concreti. Si pensa, infatti, subito a qualche verboso trattato di filosofia.

Si tratta, invece, proprio di racconti, per lo più scritti a quattro mani dai due autori, ma alcuni firmati da uno solo dei due, e stesi tra il 2010 e il 2013.

Acciai e Spurio si erano conosciuti tramite alcune collaborazioni di quest’ultimo alla rivista che Acciai dirigeva e tutto dirige “I segreti di Pulcinella”.

Come notano gli autori nella prefazione, i racconti sono accomunati dalla presenza di personaggi al limite della società, quali malati di mente, barboni, immigrati, malati terminali. Forse per questo nel titolo si parla di “difesa del perduto”, dato che ciascuno di loro ha perduto o, quantomeno, è privo di qualcosa.

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Lorenzo Spurio

Quanto al sottotitolo, “Reductio ad absurdum”, significa “dimostrazione per assurdo” ed è un metodo della logica per dimostrare una certa proposizione mostrando la contraddittorietà che deriva assumendone la negazione, quasi che con questi racconti Acciai e Spurio abbiano voluto dimostrare con esempi estremi, la natura assurda del mondo che ci circonda.

Credo che dove nell’antologia non sono riportati i nomi degli autori, si debba considerare il racconto come opera di entrambi, mentre è espressamente scritto quando lo ha realizzato solo uno dei due. È questo il caso dei due racconti finali, “Il cacciatore” di Massimo Acciai e “Una casa fredda” di Lorenzo Spurio.

Il primo racconto è “Il cantiere” e comincia in modo un po’ surreale ma con tinte horror, con una sorta di scemo del villaggio (o del quartiere, vista l’ambientazione), Mario, che finisce in una buca scavata per qualche lavoro cittadino, dove qualcuno lo ricopre di terra fin quasi a farlo morire. Condisce la storia l’incontro-scontro del sopravvissuto Mario con una zia che di testa è messa peggio di lui ed è una pazza pericolosa. Lo sviluppo si fa angoscioso, con tanto di morte della madre del protagonista.  Il racconto è, soprattutto, una riflessione sul problema della chiusura dei manicomi e sulla difficoltà di gestire in famiglia i malati di mente. Vi compare un vecchio centenario, cui vengono a chiedere consiglio. Il vecchio, tra le altre cose lascia un interessante considerazione sulla lettura “Nel suo discorso ci teneva a sottolineare che la prospettiva con la quale il lettore legge e si immedesima nella storia, cambia nel corso degli anni e che questo è un fatto inevitabile”. Credo, infatti, che a scrivere un libro (al di là di collaborazioni come questa tra Acciai e Spurio) ci siano sempre due soggetti: lo scrittore e il lettore. Il lettore rende il libro diverso, reintepretandolo con il proprio vissuto e, poiché nel corso della vita ognuno cambia, leggere un libro in un momento o in un altro della propria vita, lascia messaggi e sensazioni diverse.

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Massimo Acciai Baggiani

Questo primo racconto credo sia il più lungo del volume, di cui occupa quasi un terzo.

Il secondo, “Appuntamento nella capitale”, racconta di un incontro su un caldo autobus con una donna e due bambini a seguito di disguidi ferroviari. Il protagonista si recava a Roma per incontrare una ragazza conosciuta in chat, ma una serie di vicissitudini lo fanno incontrare e avvicinare alla donna con i bambini, con cui riuscirà a instaurare un rapporto più vero di quello che sperava di concretizzare da un amore virtuale. Lo sguardo verso il mondo circostante del protagonista è sempre titubante e un po’ spaventato e osserva chi gli sta attorno con diffidenza, quasi a voler mostrare la difficoltà dei rapporti sociali nel nostro tempo, in cui solo il contatto virtuale sembra tranquillizzarci, mentre andiamo perdendo la capacità di raffrontarci con le persone reali.

La vicina rumena”, il terzo racconto, è una storia di amore, che nella prefazione è definita come erotica, ma è soprattutto una storia che parla del disagio di un giovane nel cercare e trovare rapporti con l’altro sesso. Disagio che trova la sua soluzione nell’incontro con la badante rumena della vicina, che, nella sua solitudine di straniera, si appoggia al giovane per supplire alla perdita degli affetti familiari, da cui è ora separata da tanti chilometri, in una terra che non è capace di accoglierla pienamente. La loro storia si risolve, in realtà, in un solo rapporto sessuale, che il protagonista percepisce come un proprio cedimento a pulsioni animalesche e di cui si pente, invece di rendersi conto che di essere riuscito, per poco, a sbloccarsi dalle proprie inibizioni.Risultati immagini per ragazza rumena

I cruciverba di Valérie” raccontano di un tragico amore ospedaliero tra due giovani e sfortunati malati terminali, che dà luogo a un matrimonio i cui festeggiamenti andranno a confondersi con le condoglianze del funerale. Una storia che ci parla sia della fragilità delle nostre esistenze, sia della possibilità di vivere pienamente e trovare l’amore anche quando tutto sembra ormai perduto.

Vera”, ultimo racconto a quattro mani, riprende il tema appena accennato in “Appuntamento nella capitale” degli amori in chat, affrontando il più ostico argomento degli scammer, ovvero delle truffe on-line per rubare soldi o organizzare matrimoni miranti solo a ottenere la cittadinanza o alimenti futuri mediante l’adescamento in rete da parte di ragazze straniere.

Assai singolare è la storia firmata solo da AcciaiIl cacciatore”, nella quale un eccentrico riccone americano invita a cena dei barboni e gli offre… carne di cane. Il clochard protagonista diventa poi suo compagno in scorribande per Firenze a caccia di… cani, da uccidere, cucinare e mangiare. Qui, più che negli altri racconti, si nota l’ambientazione fiorentina, particolarmente concentrata nel quartiere di Rifredi, dove vive l’autore.

Una casa fredda” è scritto solo da Spurio e parla delle difficoltà di una ragazzina ad adattarsi a vivere con il patrigno, dopo la morte del padre. Troverà in uno zio “zitello” l’appoggio per affrontare la situazione. Il vecchio zio, quando la nipotina lo lascerà, ricadrà nel grigiore della sua vita Risultati immagini per Cacciatore caniprecedente, non riuscendo, per altro a sopravvivere.

Questa raccolta, dimostra, ancora una volta, la grande capacità di Massimo Acciai Baggiani (nome d’arte di Massimo Acciai) di spostarsi con disinvoltura tra produzioni letterarie assai diverse, come la poesia, la saggistica, il fantasy, l’ucronia, la fantascienza e, qui, una narrazione mainstream che potremmo forse definire di analisi sociale, sebbene con toni che spingono le situazioni all’assurdo, divenendo talora quasi surreali.

 

L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

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