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IL RE DELLA MENTE

Stagioni DiverseSono davvero pochi gli autori intensi come Stephen King. Di norma preferisco i romanzi ai racconti ma persino in un’antologia come “Stagioni diverse”, Stephen King dimostra la sua assoluta superiorità non solo rispetto ai contemporanei ma alla maggioranza dei romanzieri di ogni tempo. Va detto che questi quattro racconti sono così lunghi da potersi definire romanzi brevi (neanche poi tanto brevi a dir il vero) e questo certo aiuta l’autore a dare a personaggi e trama la grande profondità psicologica che sempre lo distingue come gran conoscitore degli aspetti più oscuri della mente umana.

 

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” è una magnifica storia carceraria di un bancario finito ingiustamente in carcere. L’ambiente del penitenziario crea in chi ci vive uno straniamento particolare e sembra quasi di leggere storie ambientati in altri mondi. Sorprende in King la capacità di inserire una gran quantità di dettagli mai inutili, ma sempre funzionali a una forte caratterizzazione della storia principale, senza diventare mai prolisso. Tutto è utile alla storia. Notevole la caratterizzazione sia del protagonista che del narratore, singolare la loro amicizia, affascinante la resistenza e la determinazione del protagonista.

 

Un ragazzo sveglio” ci racconta di un ragazzino che va a caccia, a metà degli anni ’70, di criminali nazisti, ne trova uno e ci instaura un rapporto speciale, dapprima riuscendo persino ad assoggettare psicologicamente il vecchio gerarca, ma poi sviluppando in modo coerente eppure sorprendente, questo rapporto in qualcosa che diventa amicizia e collaborazione. Forse parte un po’ lentamente e l’episodio del gatto bruciato nel forno mi è parso un po’ sopra le righe, ma King realizza, nella prima parte, un altro capolavoro psicologico. Nella seconda parte mi pare, invece, che si faccia prendere un po’ la mano con la vicenda dei barboni assassinati. Diciamo che il profilo psicologico di un nazista che dirige un campo di concentramento mi pare diverso da quello di un serial killer di barboni e non credo che l’uno possa diventare l’altro. Se non altro perché il primo si muove in un contesto gerarchico, sociale e di regole che lo supporta e lui rispetta, mentre il secondo si muove in autonomia e contro ogni regola. Se, però, accettiamo questo sviluppo, la storia è certo avvincente e si evolve con originalità, riprendendo più volte slancio anche quando si ha l’impressione che possa essere ormai conclusa.

 

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Stephen King

L’autunno dell’innocenza – Il corpo (stand by me)” ha ispirato il film “Stand by me” che, quando lo vidi molti anni fa da ragazzino, mi impressionò al punto da indurmi a scrivere la prima recensione cinematografica che osassi inviare a un quotidiano (che ovviamente neppure mi rispose). Non ricordo bene che cosa mi colpì, nè che cosa scrissi, ma di certo lo trovai geniale nel suo modo di raffigurare quella fine d’infanzia da cui io stesso mi ero allora allontanato da poco.

Il ritratto di questo gruppetto di ragazzini in viaggio lungo i binari del treno alla ricerca del cadavere di un altro ragazzo morto è un esempio della capacità di penetrazione psicologica di Stephen King, questo autore che ha magistralmente raccontato la schizofrenia della colossale saga della “Torre nera” e che qui, ancora una volta dimostra di essere un fine conoscitore della mente umana e dei suoi meccanismi, soprattutto quelli legati alla paura.

Eppure questo terzo racconto, leggendolo oggi, mi è parso più lento e meno efficace dei due che lo hanno preceduto. Non mi hanno convinto, in particolare, le descrizioni troppo lunghe delle vite familiari dei ragazzini (non credo che nel film fossero così marcate). Nonostante questo, rimane comunque un’opera di gran lunga superiore a tante cose che si leggono in giro e, forse, sì, tutto sommato, si potrebbe dire che è un piccolo capolavoro anche questo, sebbene la qualità del volume vada progressivamente decrescendo dal primo al quarto racconto.

 

“Una storia d’inverno – Il metodo di respirazione” che chiude la raccolta è un racconto che racchiude al suo interno un altro racconto. Nel primo si parla di uno strano club che forse non è un vero club. Nel racconto che contiene si racconta di un medico che segue una donna madre nella sua gravidanza e, infine, nel parto.

Risultati immagini per stephen king stand By me filmSinceramente la parte sul club mi ha persino annoiato, come se King viaggiasse in prima. Appena comincia il racconto della ragazza, ingrana subito la terza, ma comincia a farci una sorta di quadretto di come fosse difficile la vita per le ragazze madri negli anni ’30 del XX secolo e quanto arretrati i metodi medici per la preparazione al parto. Tutto molto interessante, ma poco “kinghiano”. Appena, però, si arriva al parto, King ingrana non la quarta, ma la sesta e ci troviamo davanti a un “seppur breve” momento di grandissima tensione emotiva, che forse ripaga di tutte le altre pagine.

 

Chiudono il volume le riflessioni di King (“Una parola di conclusione”) su come sia difficile pubblicare racconti come questi quattro perché troppo lunghi per un racconto e troppo corti per un romanzo.

Devo dirvelo: da venticinquemila a trentacinquemila parole sono cifre in grado di far rabbrividire fino nelle ossa il più intrepido scrittore di fiction. Non c’è una definizione semplice e concisa di quello che è un romanzo o un racconto… per lo meno non in termini di conteggio di parole, né dovrebbe esserci. Ma quando uno scrittore si avvicina al limite delle ventimila parole, sa di essere sul punto di sconfinare dal paese del racconto, e ugualmente, quando supera il limite delle quarantamila parole, penetra nel paese del romanzo” scrive.

Spiega così come è arrivato a pubblicarli assieme in un unico volume. Personalmente avrei preferito pubblicarli come singoli romanzi brevi, ma lui ha molta più esperienza di me.

In questo finale, King racconta come accadde che fu etichettato (ed accettò la cosa) come autore horror, sebbene il suo editor lo sconsigliasse di seguire quella strada, poco remunerativa (cosa ben smentita dalle notevoli vendite dei suoi libri).

 

King è comunemente noto come “re dell’horror”. Certo lo è ma questo titolo è quanto mai riduttivo per lui. In questi racconti non c’è nulla dell’horror come lo immaginiamo, con fantasmi, vampiri, zombie. C’è semmai, come spesso è in King, l’orrore dell’abiezione della mente umana.

Il direttore del carcere che si rifiuta di verificare l’innocenza del suo prigioniero o il ragazzino che si appassiona delle atrocità dei campi di sterminio e si trasforma in un assassino ci fanno orrore, ma non certo paura. È questo l’horror di cui King è davvero re.

Nella postfazione King stesso scrive:

Così sono stato etichettato e non me ne importa granché… dopotutto, scrivo per rappresentare qualcosa… per lo meno, quasi sempre. Ma è solo di orrore che scrivo? Se avete letto i precedenti racconti, saprete che non è così… eppure in tutte quelle storie sono riscontrabili elementi dell’orrore, non solo in Il metodo di respirazione… quella faccenda delle sanguisughe in Il corpo è piuttosto raccapricciante, come lo è l’immagine onirica in Un ragazzo sveglio. Prima o poi, Dio solo sa perché, sembra che la mia mente si volga sempre in quella direzione.

Insomma, leggete questi piccoli grandi romanzi brevi e capirete che anche qui, in queste piccole cose, più che un Re dell’Horror, King è un Re della Psiche.

LA DIFFICOLTÀ DEI RAPPORTI

La silloge “La grande rivelazione” è l’opera prima di Paolo Orsini, uno dei soci fondatori del GSF – Gruppo Scrittori Fiorentini. Prende il nome da uno dei racconti e si articola in 15 storie, una prefazione di Chiara Myriam Novelli e una postfazione di Mirko Tondi, maestro di scrittura di Paolo Orsini.

Sono storie che parlano del nostro vivere quotidiano, che spesso toccano il tema dei rapporti con l’altro sesso. Spesso si tratta di incontri o amori mancati, come a voler evidenziare una certa difficoltà di rapportarsi tra uomini e donne.

Già nel primo racconto (“La finestra aperta”), per esempio si legge “la sua bellezza era destabilizzante”. A volte il contatto proprio non si realizza, come ne “La buttadentro” o ne “La porta”.

Altre volte i rapporti sono “convergenze divergenti” (termini che sono solito associare alle ucronie, ma che qui non c’entrano per nulla anche se vi si cita uno dei principi cardini del genere “Fu come la teoria del caos, un frusciare d’ali di farfalla che provoca un uragano all’altro capo del mondo”). Altre volte, penso a “Direttissima o panoramica?”, l’incontro si rivela solo un sogno. Altre volte le vite sembrano fluire su binari paralleli (“Il cinghiale”) che non possono incontrarsi.

Quando l’avvicinamento si realizza (“Due ore” o “Il gatto”) è destinato a concludersi con una separazione. Altre volte (“La grande rivelazione”) Orsini ci parla della difficoltà di comunicare i sentimenti.

Si arriva a estendere questa “analisi” dei rapporti interpersonali a quelli interraziali come con il racconto “capodanno persiano”.

Paolo Orsini – marzo 2019

Vi è, talora, persino, un’incapacità dei personaggi di controllare le situazioni (“Sapevano quello chestavano facendo, ma al contempo fingevano di non saperlo”), che possono persino sfuggire di mano come nel racconto finale, dai toni surreali “Epilogoesemplare”.

A volte, la difficoltà di rapportarsi, chiave dell’antologia, ha come controparte degli oggetti come in “Gentile ospite” o “Il gemito dell’orchidea”.

Orsini ci descrive, insomma, la difficoltà di rapportarsi di questo nostro mondo contemporaneo e l’insoddisfazione che ne deriva (“Spesso mi chiedo se sono soddisfatto della mia vita”).

Una chiave umoristica e autoironica è quasi sempre presente a stemperare o caricaturizzare situazioni che possono anche avere una loro drammaticità e che, in ogni caso, sono espressione di un intenso mal di vivere.

EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

LA DIGNITÀ SOTTO ASSEDIO

Risultati immagini per rockland ToninelliAlla fine di Settembre ho incontrato e conosciuto Marco Toninelli, presente con i suoi libri in uno degli stand di Firenze Libro Aperto.

Ho preso uno dei suoi romanzi “Rockland” e ora l’ho letto con il piacere che sempre provo quando scopro un buon autore tra quelli poco noti al pubblico.

Difficile catalogare “Rockland” anche se l’idea di fondo non può che dirsi fantascientifica: il paese di Rockland, un mattino si risveglia completamente isolato dal resto del mondo.

Come non pensare al film “La fuga di Logan”, ma li si narrava un futuro lontano, con un mondo esterno devastato. Qui dell’esterno non sappiamo nulla. Penso anche alla serie TV “Wayward Pines” con Matt Dillon, ma lì la scelta di isolamento è voluta da alcune persone all’interno del paese e ci sono altri sviluppi legati allo scorrere del tempo.

Toninelli ci narra altro. Quello di cui ci parla Toninelli è la vita nuova che nasce in quello spazio ristretto.

Nessuno sa e capisce che cosa abbia provocato quell’isolamento. Ci sono alte torri tutto attorno, cui non è possibile avvicinarsi. Ci riesce solo lo “scemo del villaggio” Blue. Nulla manca alla cittadina, però, perché i “nemici” o chiunque sia ad averli isolati, fornisce loro cibo e tutto ciò di cui necessitano. Sebbene gli abitanti sappiano che questo nemico “non ci minaccia, non ci aggredisce, sembra non voler invadere la nostra terra, anzi ci manda ogni ben di dio e ci guarda da lontano”, c’è chi progetta rivolte e cerca di osteggiarlo.

Pian piano si formano nuove alleanze. Prende il potere un gruppetto armato fino ai denti che fa capo allo sceriffo e che si definisce “I Veri Americani”. Altri provano a resistergli, ma la sproporzione delle forze è notevole.

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Marco Toninelli

La violenza prende il sopravvento e appaiono toni distopici. Si pensa alle comunità di “The walking dead”. Rischia di rimetterci le penne proprio il povero Blue, utilizzato come kamikaze involontario, poi ci sono abusi sessuali che finiscono peggio.

Alla fine, sarà Blue (o forse no) a resettare tutto, perché occorre “cercare di mantenere un giusto equilibrio tra bene e male” e così decide (misterioso come ne abbia il potere) di “cancellare i segni e le storie che abbiamo raccolto perché non sono degni di diventare memorie nella storia delle storie. In tal modo sarà concessa una seconda opportunità” ed ecco che l’orologio si resetta alle ore 06:18:29 del 20 maggio 2016, la stessa ora in cui tutto era cominciato e ogni cosa pare dimenticata e cancellata e il mistero del magico isolamento resta tale, perché, credo, a Toninelli, non interessa risolverlo ma parlarci di come siamo, come esseri umani, simili agli abitanti di Rockland che hanno “messo sotto assedio la loro dignità con l’inadeguatezza delle azioni e dei pensieri”.

Nel finale, insomma, “Rockland” si rivela qualcosa come una magica fiaba moderna, con la sua morale di condanna di un mondo che emargina “i più svantaggiati, i diversi, perché li avvertiamo come una minaccia al nostro benessere” (la citazione si chiude, in realtà, con un punto interrogativo, che ometto).

 

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LA QUOTIDIANA ABIEZIONE UMANA

Risultati immagini per il muro sartreNon è mai facile commentare un libro o un autore su cui è già stato scritto moltissimo. Ho appena finito di leggere la raccolta di racconti “Il muro” di Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) e non ho ora certo alcun intenzione di addentrarmi nelle polemiche letterarie e politiche che da sempre ruotano attorno all’opera di questo pensatore francese, che è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo.

Come di consueto mi limiterò qui alle mie modeste impressioni di lettore, forse persino un po’ distratto. Devo dire, innanzitutto, che era tanto che non leggevo nulla di suo. Tantissimo a dir il vero, dato che credo di aver letto e apprezzato “La nausea” ai tempi ormai lontani del liceo.

Anche “Il muro” è stata per me una lettura che lascia il segno, soprattutto per la capacità di Sartre di addentrarsi nei particolari più intimi della vita e dei pensieri dei propri personaggi, per il suo saper descrivere sentimenti ai limiti dello squallore umano ma con una corposità che li rende essi stessi materia narrativa forte e vivace. “Il muro” purtroppo è un’antologia e questo rende la lettura più frammentaria e il ricordo che ne resta più impreciso, rispetto a un romanzo, ma da autore penso di poterne trarre un insegnamento di profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento, che danno sostanza alla narrazione.

Jean-Paul Sartre

Il volume, pubblicato nel 1939, si compone di cinque racconti:

  1. Il muro
  2. La camera
  3. Erostrato
  4. Intimità
  5. Infanzia di un capo.

Può apparire difficile leggere il primo racconto in cui si descrivono le ultime ore di vita di alcuni antifascisti condannati a morte sotto il regime di Franco fuori dal contesto storico sociale del franchismo spagnolo, ma la valenza emotiva delle scene funzionerebbe bene anche in un racconto, tanto per dire, di fantascienza, in una storia priva di riferimenti storici, tanto importante appare l’atteggiamento dei personaggi verso l’inevitabilità della morte.

Anche “La camera”, parlandoci dei difficili rapporti familiari davanti a una malattia devastante, ci porta davanti a sensazioni ed emozioni che prescindono dal contesto specifico, in quanto tipicamente umani.

Il protagonista di “Erostrato”, volendo imitare il greco passato alla storia come anti-eroe per aver distrutto un tempio, immagina di realizzare una strage folle motivata dal solo desiderio di fama, anticipando di alcuni decenni questa nostra società dell’apparire, in cui il desiderio di fama a volte non bada a quanto questa sia positiva o negativa.

In “intimità” si parla di nuovo di rapporti familiari o più precisamente coniugali, mostrando le fantasie di una donna che ha a che fare con un marito impotente.

Il quinto racconto “Infanzia di un capo” è quello che ci regala forse il personaggio più intenso, quel Lucien  Fleurier, che vediamo crescere, malamente, sin da piccolo, con piccole turbe sessuali, che dal complesso di Edipo lo portano ad avere rapporti omosessuali con un pederasta, ad associarsi con un’organizzazione fascista, a pestare un ebreo.

In conclusione, l’abiezione umana che qui Sartre descrive appare intrisa di quotidianità, al punto da farla sembrare normale, e mi pare quasi di vedere in “The walking dead” il piccolo Carl Grimes seduto sul tetto che mangia una crema con sotto di lui gli zombie che cercano prenderlo, quasi come se tutto ciò fosse normale e nulla potesse turbarlo.

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STALKER, QUANDO I FILM SONO MEGLIO DEI LIBRI

Risultati immagini per stalker  Strugackij,Molti anni fa, dopo aver ammirato il film di Andrej Arsen’evič Tarkovskij “Solaris”, decisi di vedere anche il suo “Stalker”. Che si trattasse di vari anni fa, me lo conferma il fatto che ricordo di aver registrato “Stalker” su una videocassetta VHS, cosa che non faccio ormai da moltissimo tempo. Alla fine del film, mi chiesi “ma che cosa ho visto?” e con un gesto un po’ di disgusto, cancellai all’istante la cassetta, per poi pentirmene subito dopo e rendermi conto, come per una folgorazione, di aver appena visto un autentico capolavoro e di non averlo compreso subito. La cosa mi è mai capitata in altre occasioni, dunque il film e l’episodio mi sono rimasti impressi sinora.

Finalmente mi è capitata ora l’occasione di leggere il romanzo da cui era stato tratto il film. In precedenza avevo anche letto il bel romanzo di Lem da cui Andrej Arsen’evič Tarkovskij aveva tratto il suo “Solaris” e non ne ero stato per nulla deluso.

Dunque ho approcciato “Picnic sul ciglio della strada” (in russo Пикник на обочинеPikník na obóčine), anche noto come “Stalker”, dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (pubblicato nel 1972) con uno spirito del tipo “non voglio commettere lo stesso errore che ho commesso con il film, so che il romanzo potrebbe deludermi alla prima lettura, ma devo cercare di capirlo”.

Ci sono grandi autori, osannati da critica e lettori, che non riesco ad apprezzare e allora continuo a leggerli cercando di capire dov’è che non riesco a entrare in sintonia e coglierne il genio. In alcuni casi, in questa ricerca continuo a fallire.

Non avevo mai letto nulla prima dei fratelli Strugackij, dunque non si trattava di cercare di farmeli piacere perché un’altra loro opera non mi aveva soddisfatto, ma l’approccio è stato simile.

Ebbene, del film ricordo soprattutto un gruppo di persone che si aggira alla ricerca di qualcosa in una zona dove non c’è nessuno. Alla fine ne sono uscito con la convinzione che “Stalker” fosse un film che si poneva dalle parti di capolavori sull’attesa vana come “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati.

Il libro non mi ha dato questa sensazione. Peraltro, risulta più complesso e articolato del film per come lo ricordo a distanza di anni, ma questo seRisultati immagini per pic nic  Strugackij, rende la lettura più piena, dall’altro non mi lascia quella sensazione angosciante di vuoto che il film tuttora mi dà.

Il film potrebbe anche non essere qualificato come fantascienza, mentre non avrei dubbi in proposito per il romanzo.

Si comincia con uno strano “bombardamento” della terra, avvenuto da una stella lontana. Si presume che la Zona sia un frutto di tale sorta di bombardamento, detto “visitazione”.

Nella Zona ci sono resti incomprensibili di una civiltà aliena. Gli stalker entrano nella Zona, a loro rischio e pericolo, per recuperarli. Grazie a essi l’umanità scopre cose del tutto nuove non solo di tecnologia, ma anche di fisica e altre scienze naturali.

Tutto è descritto in modo vago e non dettagliato.

Ci sono, innanzitutto, i “vuoti” (che a volte sono “pieni”), che gli stalker cercano di recuperare (è come trasportare dieci litri d’acqua senza un secchio, viene detto). Poi ci sono i bracciali, le “zanzare rognose” (dei punti con gravità diversa), i “così così”, la “gelatina”, le trappole magnetiche superstabili, gli “spruzzatori di nero” che hanno strani effetti sulla luce, i k-23, i “fazzoletti a sonagli”. Uno stalker divide questi oggetti (che non si capisce bene cosa siano) in tre categorie. Dice che, poi, ci sono anche gli “effetti” della Zona, tipo gli “emigranti”, che lasciano la Zona e nei posti dove vanno provocano disastri naturali di ogni genere, gli “zombie”, gente morta che torna in vita anche dopo trent’anni, con dei corpi che sono tipo delle repliche. Se perdono un arto, questo continua a vivere per conto suo. Un altro degli effetti sono i “fattori mutageni” che si determinano senza radiazioni. Si vede, per esempio, una bambina pelosa. In effetti, all’inizio, per le mutazioni genetiche che colpiscono i figli degli stalker, ci sarebbe da pensare che la Zona sia radioattiva, ma poi viene detto che non lo è.

Risultati immagini per pic nic strada  Strugackij,Gli autori, insomma, non si preoccupano né di farci vedere tutte queste cose (ne parlano gli stalker), né di darci una qualche spiegazione definitiva, anche se vengono fatte alcune ipotesi tipo che la “visitazione”, che ha creato la Zona e lasciato tutte queste cose aliene, sia un modo per dare all’umanità l’opportunità di progredire, oppure che sia l’inizio di un’invasione, facendo prima ammalare la gente mediante le mutazioni, ma alla fine l’ipotesi più suggestiva e che dà il titolo al romanzo è che gli alieni si siano fermati per poco sulla Terra a fare una sorta di pic-nic e che quello che la gente trova nella Zona siano solo gli avanzi della loro sosta!

A chi fa quest’ipotesi viene replicato che gli scienziati che pensano così non fanno altro che denigrare l’umanità, mostrando quanto sia poco importante, al punto che degli alieni di passaggio, non ci avrebbero neppure considerato.

Il volume si chiude con un’intervista a uno dei due autori, nella quale spiega che l’idea venne a entrambi vedendo in una radura, i resti di un pic-nic e domandandosi chissà cosa avrebbero pensato gli animali del bosco se fossero stati in grado di ragionare su quegli oggetti.

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fratelli Arkadij e Boris Strugackij

Gli uomini, insomma, sarebbero rispetto a questi oggetti alieni, qualcosa come degli insetti che trovassero una scatoletta di cibo vuota e la usassero come casa. Anche l’umanità non riesce a capire che cosa siano queste cose, ma riesce a trovare l’uso per qualcuna di queste, probabilmente adoperandole in modo del tutto diverso dagli alieni.

Insomma, se il film mi parlava della vanità dell’attesa, della ricerca e della speranza, il romanzo mi parla ora soprattutto della pochezza dell’umanità: in fondo siamo solo poco più che formiche su un granello di sabbia, la Terra, che ruota attorno a una piccola stella, una tra miliardi della galassia, galassia che è una tra altri miliardi. Siamo nulla eppure continuiamo ad affannarci, anche attorno ai resti di un pic-nic di creature enormemente più evolute e intelligenti di noi.

Un capolavoro come il film? Forse no. È un libro che ha i suoi momenti di “vuota pesantezza”, ma nel complesso è un discreto romanzo di fantascienza. Mi ha ricordato, senza il suo umorismo, “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, che è un romanzo divertente, ma non certo un must della fantascienza.

 

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