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ALIENI, ROBOT, L’ILIADE e SHAKESPEARE

Risultati immagini per ilium Dan SimmonsIlium” (2003) di Dan Simmons è sicuramente una lettura impegnativa e non solo per il numero di pagine (il mio e-reader ne contava 2425, 827 ne indica anobii), ma per la complessità dell’ambientazione e della trama e, soprattutto, per i salti continui tra generi letterari diversi come il romanzo storico e la fantascienza.

Oltretutto non parliamo neppure della più classica fantascienza, perché qui, in maniera meno marcata che nel ciclo di Hyperion, Simmons sfiora la fantareligione, mescola viaggi spaziali con viaggi nel tempo, ci parla di futuri e passati remoti, ci mostra un’epopea che attraversa secoli e millenni parlandoci della storia dell’umanità oltre il tempo storico. E il romanzo diviene persino ucronia, quando la vicenda omerica della guerra di Troia è stravolta, per seguire un nuovo, incredibile corso (Achille prevale su Agamennone e Menelao e guida gli achei, facendoli alleare con i troiani).

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Dan Simmons

Tutto ciò rende l’inizio della lettura (per alcune centinaia di pagine!) un po’ faticoso e soprattutto lascia disorientati, perché si fatica a capire dove tutto ciò porti e come mondi così diversi potranno a un certo punto trovare un percorso comune. Eppure lo trovano! Simmons riesce a ricondurre a unità ciò che sembrerebbe inconciliabile. Del resto anche la saga di Hyperion partiva con tante storie separate, che poi si ricongiungevano e si dilatavano verso un tempo lontano. Peccato che questo volume si interrompa, direi, sul più bello, lasciandoci con la curiosità di capire gli esiti di un evento che sta per verificarsi e che non posso che definire “inaudito”, cercando di non spolierare un finale pure troppo aperto.

Simmons, ancora una volta (come con Hyperion) si dimostra un grande creatore di universi letterari. I suoi mondi difficilmente si possono paragonare per ricchezza e fantasia a ben più scarne creazioni di altri autori. Ci perdiamo allora dietro a Dei greci che si “telequantano” (versione da fisica quantistica del teletrasporto), esseri umani che si spostano tramite fax (che li disintegrano per ricostruirli altrove), divinità potenziate da tecnologia nanotech, scoliasti esperti dell’Iliade che, trasportati dal nostro presente per volere di Zeus, studiano in diretta la guerra di Troia, rischiando di interferirvi, mutandola, nascondendosi come Harry Potter, con un Elmo che rende invisibili. Sappiamo bene che gli Dei greci erano soliti assumere sembianze di esseri umani o animali. Non “sapevamo”, però, che lo facessero “morfizzandosi” con una tecnologia quantistica, né che Atena usasse uno scudo di energia. Ci potremmo poi stupire di ascoltare due moravec, robot usati per la colonizzazione delle luneRisultati immagini per ilium Dan Simmons di Giove, che discutono di Shakespeare, Proust e Omero. Non dovremo, però, poi, stupirci se la scena si sposta dalla piana di Ilio all’Antardide o a un Marte terraformato e se Ulisse invece di incontrare Ciclopi e Sirene viaggia nel futuro e lo sentiamo persino spiegare come potrebbe essere un inverno nucleare da fall-out atomico. Ne ci dovremmo stupire di un futuro in cui gli uomini non sanno più leggere o di uno in cui si sono estinti persino i loro discendenti post-umani o di trovare miriadi di Piccoli Omini Verdi con biologia a base di clorofilla su Marte. E se i moravec discutono di Shakespeare, ecco che incontriamo oltre agli eroi omerici anche Prospero, Ariel e Calibano, in versione fantascientifica, partoriti da “La tempesta”. In Hyperion tutto girava attorno al poeta Keats, qui i riferimenti letterari sono un po’ più ampi.

Peccato che quando ci si cominciava a orientare in un tale mix (guazzabuglio?), la storia si interrompe e ci resta la voglia di proseguire leggendo il seguito, “Olympos” (2005), pubblicato in Italia in due volumi: “La guerra degli immortali” e “L’attacco dei Voynix”. Per inciso, i voynix sono strane creature, mezzi servitori, mezzi guardiani, di origine aliena.

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NOIOSA TELENOVELA ONIRICA

Risultati immagini per laini taylor sognatoreSarà che in questi giorni è uscita la mia biografia scritta da Massimo Acciai Baggiani intitolata “Il sognatore divergente”, sarà che se Acciai mi ha definito così è perché nelle mie opere il sogno è molto presente e quindi trovare un titolo come “Il sognatore” mi ha incuriosito, fatto sta che ho iniziato e ora appena finito di leggere questo romanzo di Laini Taylor.

Il volume, distribuito in e-book gratuitamente secondo le regole del copyleft, è corposo con le sue oltre 500 pagine. Ho dovuto leggerne almeno la metà prima di entrare in sintonia con la storia e i personaggi, ma forse più che di sintonia si è trattato di assuefazione, per sfiancamento.

Si tratta di un fantasy che descrive un mondo alieno popolato da esseri del tutto antropomorfi ma con due cuori, cosa che dovrebbe insospettire da subito il lettore sul fatto che si parlerà in modo forse esagerato (doppio?) di faccende di cuore.

Credo che la massima espressione, in linea teorica, della capacità di un autore sia quella di creare dei mondi, degli universi letterari originali. Laini Taylor (11 dicembre 1971, Chico, California, Stati Uniti) non c’è dubbio che con “Il sognatore” abbia creato un suo mondo originale, con Dei blu, fantasmi, metalli misteriosi (il metarsio), strani poteri onirici, falene psichiche. Eppure per fare un buon romanzo, senza dubbio, non basta creare un nuovo mondo. Personalmente, poi, sono sempre un po’ scettico quando in fantascienza s’incontrano su mondi alieni creature antropomorfe. Questo è un fantasy e non fantascienza e di solito si accetta il fatto che gli elfi, gli gnomi, i troll, gli hobbit, gli orchi e altre creature siano tutti piuttosto antropomorfi, dunque sorvoliamo su questo, anche se immaginare esseri blu con due cuori ma così simili a noi mi disturba non poco. Insomma, l’evoluzione non può aver reso tutto uguale, ma poi aver infilato due cuori in un petto fatto per ospitarne uno.

Il problema di questa storia, almeno per me, è che attraeva la mia attenzione solo a tratti, lasciandomi poi per decine di pagine nella più totale assenza di interesse. Sarà stato per quell’amore onirico così inconcludente da risultarmi noioso, per certe descrizioni piuttosto inutili (se qualcosa in una storia fantastica potesse davvero dirsi tale).

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Laini Taylor

Va anche detto che il romanzo comincia bene, con uno splendido incipit, che viene ripreso poi anche nelle pagine finali.

Durante il secondo Sabba della Dodicesima Luna, nella città di Pianto, dal cielo cadde una ragazza.

La sua pelle era blu e il suo sangue era rosso.” Quante storie si possono immaginare con un inizio così!

Inoltre, parte da una gran bell’idea: sono i sogni che scelgono i sognatori.

E all’inizio ci sono anche altri concetti interessanti come “Ma da quando l’impossibilità impediva a un sognatore di sognare?

Sarai ricorda un po’ il mio “La bambina dei sogni”, con questa capacità di “materializzarsi” nei sogni altrui e di pilotarli. L’amore tra l’onirica Sarai e l’umano Lazlo potrebbe quasi far pensare alla remotissima vicinanza tra Giovanna D’Arco e la creatura che lei crede un angelo nel mio “Giovanna e l’angelo”. La determinazione del bibliotecario Lazlo nel cercare la Città di Pianto, potrebbe far pensare a quella della mia Aracne ne “Il sogno del ragno”. Eppure non sono riuscito ad appassionarmi alle vicende del bibliotecario orfano Lazlo Strange e della dea blu Sarai e, persino alla fine, facevo confusione tra mesathim e faranji.

Sarà che non ho mai amato le telenovela, ma scoprire che Sarai, la dea degli Incubi, è figlia di Isagol, la Dea della Disperazione e di Eril-Fane, il Massacratore degli Dei o che il trovatello Lazlo è un Dio e il solo in grado di scalfire l’incorruttibile metallo mesarzio, non sono stati sufficienti a scuotermi dal torpore, né ci sono riusciti i dettagliati e prolungati baci dei due protagonisti.

Nonostante la Taylor inventi varie divinità, non saprei se un’opera così possa essere considerata fantareligione.

Vedo che in rete il romanzo ha molti estimatori e penso che questo sia tutto sommato comprensibile, ma il target mi somiglia poco: presumibilmente si presta meglio a un pubblico femminile, magari composto da ragazze con i capelli rosa come quelli dell’autrice, appassionato di storie romantiche.

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L’IMPORTANZA DELLE EMOZIONI

IIntelligenza Emotiva (Edizione Economica)l cervello è sempre una materia affascinante, per chiunque, io credo. Se non altro perché tutti noi (o quasi!) ne possediamo uno e abbiamo a che fare con i suoi meccanismi e spesso ci troviamo a cercare di interpretarlo o di interpretare quelli ancora più misteriosi di chi ci sta attorno. “Intelligenza emotiva” di Daniel Goleman è un libro che ci parla, in fondo, proprio di questo, della nostra capacità di comprendere noi stessi e gli altri.

Un tempo, soprattutto nella terra degli yankee, andava molto di moda misurare il Q.I., il Quoziente Intellettivo. C’erano e tuttora si usano dei test per valutarlo. In più modi, credo (ma non sono certo un esperto della materia) sono stati evidenziati i limiti di tali misurazioni. Credo, in particolare, che uno dei loro difetti fosse quello di essere tarati su un modo di pensare tipico di un occidentale istruito. L’intelligenza, invece, è qualcosa che può assumere forme ben diverse. Un ragionamento a parte, per esempio, meriterebbe capire quantificare l’intelligenza degli altri animali.

Anni fa si cominciò a ragionare sul fatto che potesse esistere anche qualcosa di simile al Q.I. ma che misurasse la capacità empatica ed emozionale. Il fatto è che gente con alti Q.I. a volte è socialmente disastrosa, mentre persone con Q.I. non elevati riescono ad avere vite soddisfacenti, con buone carriere, famiglie stabili e varie soddisfazioni.

La capacità di comprendere se stessi e gli altri e di rapportarsi con le persone è non meno importante delle capacità connesse a un elevato Q.I..

Il saggio di Goleman non ci parla tanto di Q.E. (Quoziente Emotivo), quanto del funzionamento dell’intelligenza emotiva.

Secondo wikipedia «L’intelligenza emotiva è un aspetto dell’intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie ed altrui emozioni. L’intelligenza emotiva è stata trattata la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John D. Mayer nel loro articolo “Emotional Intelligence”. Definiscono l’intelligenza emotiva come “La capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie ed altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.»

Daniel Goleman

Daniel Goleman

Goleman ci parla dell’importanza di comprendere gli altri per il buon funzionamento di un matrimonio, di un rapporto lavorativo, dell’educazione dei bambini. Ci parla del Q.I, di gruppo che favorisce la coesione emotiva. Affronta il tema delle malattie psicosomatiche e il collegamento tra emozioni e sistema immunitario. Ci spiega come persino la collera possa diventare una causa di morte. Ci racconta  come tra le emozioni negative la collera sia più connaturata negli uomini, mentre nelle donne prevalgono l’ansia e la paura e come queste emozioni possano determinare cardiopatie. Ci parla anche della connessione tra depressione e, persino, fratture ossee, con le cardiopatie. Ci spiega che persino nei tumori un aiuto psicologico possa rallentarne il decorso.

Affronta poi il tema della timidezza infantile e di come questa possa trasformare i bambini in adulti paurosi se non malati.

Analizza quanto del temperamento dipenda da tendenze genetiche o dall’educazione.

Ci racconta come si stia abbassando l’età per l’inizio della depressione giovanile, forse per effetto della disgregazione delle famiglie, generata a sua volta dall’industrializzazione.

Ci spiega che sia possibile insegnare con appositi corsi ai bambini antipatici a diventare più simpatici.

Racconta che droga e alcol danno assuefazione soprattutto quando sono assunti come se fossero farmaci per lenire ansia e malinconia.

Ci avverte su quanti danni possa infliggere la povertà anche a livello emotivo.

Racconta come questi siano concetti che ora si studiano scientificamente ma ben noti, basti pensare a quando di parlava di carattere e volontà delle persone: si dava un giudizio sulla loro capacità emotiva.

L’incapacità di controllare le emozioni, unita all’elevata accessibilità di armi da fuoco negli USA stanno portando a un aumento delle morti causate da queste, che, a quanto dice, in America avrebbero persino superato in numero quelle, elevatissime, provocate dalle automobili.

Ritiene sia importante insegnare l’empatia e il controllo di collera e impulsi.

Nell’appendice analizza la definizione e il concetto di emozione, spiegando, in particolare, che le emozioni non sono uno stato duraturo della nostra mente, ma tendono a durare molto poco, in quanto sono meccanismi generati dall’evoluzione per reagire prontamente alle situazioni pericolose, mentre la mente razionale ha tempi più lunghi, legati al ragionamento.

A volte però la mente emozionale riporta al presente emozioni del passato e così ingabbia la mente razionale.

Il saggio, abbastanza voluminoso, risulta sempre comprensibile e leggibile anche per una persona come me, non esperta di psicologia. Forse non offre spunti particolarmente innovativi o suggestivi, ma fornisce un quadro della materia ampio e dettagliato, per chi voglia sapere qualcosa in merito.

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IL MIGLIOR ALIENO DELLA FANTASCIENZA?

Risultati immagini per acchiappasogni kingDi norma si abbina il nome di Stephen King all’horror e molti pensano a lui come il “re” di questo genere. Per me, però, Stephen King, oltre a essere un grande indagatore della psiche umana, è anche uno dei maggiori scrittori viventi di fantascienza.

Credo che opere come “22/11/’63” e la saga della “Torre Nera” potrebbero essere sufficienti a collocarlo nel Gotha della science fiction. Anche il romanzo distopico “La lunga marcia” è, in effetti, fantascienza.

Ho ora letto “L’acchiappasogni”. Mi era stato segnalato come appartenente al genere, ma durante molte delle prime pagine mi sono chiesto che cosa ci fosse di fantascientifico in un uomo che va a caccia di cervi, anche se le pagine introduttive parlavano di avvistamenti di U.F.O. Devo ora dire che questa sì, è davvero fantascienza, sebbene con la presenza del tema della telepatia, che lo fa un po’ scivolare nel paranormale, ma qui ha una motivazione e un senso del tutto fantascientifici.

Si assiste a un tentativo di invasione aliena e fin qui nulla di nuovo. Quello che rende questo libro eccezionale (del resto la genialità di King mi pare indiscutibile) è la caratterizzazione assolutamente unica degli alieni.

Gli alieni de “L’acchiappasogni” di King fanno impallidire per la loro ingenuità quelli di film come “Alien”, “E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” o “Guerre stellari”, tanto per citare alcuni capisaldi.

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Acchiappasogni

Abbiamo degli alieni originalissimi nella loro triplice conformazione. Si tratta, all’apparenza (ma vedremo nel finale che le cose non sono proprio così) di una razza che assume tre diversi aspetti: di muffa rossastra, di mostro donnolesco e sanguinolento e di piccoli omini grigi. Inoltre, queste creature hanno la capacità di controllare in vario modo le menti umane. Un po’ come in “Alien” i mostri donnoleschi crescono all’interno dei corpi degli ospiti umani e depongono uova con grande frequenza. La muffa, invece infetta ogni cosa, mentre gli omini grigi fanno da mediatori. Gli omini grigi, in realtà, sono proiezioni mentali delle nostre fantasie! Fin qui, l’originalità sta nell’immaginare una razza capace di mutare per tre fasi tanto diverse. King, però, ci aggiunge ancora di suo immaginando che le creature non solo comunichino telepaticamente, ma, in alcuni casi s’impossessino (tipo possessione demoniaca) delle menti di alcuni malcapitati, oltre a possederne il corpo nel modo suddetto. Altra cosa affascinante è che una volta nella loro mente, cominciano a subire l’influsso dell’ospite, ovvero si umanizzano progressivamente e cominciano a provare gusto a risiedere nel corpo umano.

Bene, prendete queste subdole creature e fatele incrociare con un gruppetto di 5 amici, quali King è così bravo a rappresentare, mostrandoceli nel momento attuale, da adulti, e da ragazzi, quando la loro amicizia si è cementata. Immaginate che uno di loro abbia la sindrome di Down, ma anche un “dono speciale”, una capacità telepatica davvero particolare (non vorrei dare troppi dettagli, ma anche qui King supera i normali cliché). Immaginate che questa loro amicizia si fonda in qualcosa di più grande (come non pensare al Ka-tet della Torre Nera). Immaginate che questo gruppetto reagisca in modo anomalo ai comportamenti di questi invasori ed ecco “L’acchiappasogni”, un romanzo decisamente “kinghiano” per la presenza di turbe mentali, schizofrenie, amicizie profonde, luoghi consueti (anche qui si passa da Derry) della provincia americana. Non mancano i riferimenti a altre opere di King, come è sua consuetudine, come “It” o “Le notti di Salem”.

Forse, questo non è il miglior libro del “Re” (anche se l’amicizia del gruppetto e l’introspezione psicologica dell’alieno nella mente schizofrenica umana Gary-Gray sono degnissime), ma è certo una delle migliori creazioni di alieni della letteratura, forse persino superiore agli alieni di Asimov in “Neanche gli dei” (che rimangono tra i miei preferiti)  o in “Nemesis” o a quelli di Sheckley e appena un filo sotto a “Solaris” di Lem. Tra l’altro la muffa rossa di King mi pare imparentata con i microbi intelligenti di “Nemesis”.

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Stephen King

CONTINUANO LE INGENUE AVVENTURE SPAZIALI DI JOHN GORDON

Risultati immagini per ritorno alle stelle HamiltonHo letto “I sovrani delle stelle” di Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977) scegliendolo tra i volumi presenti nella Sacra Lista della Fratellanza della Fantascienza. Dato che il mio file conteneva anche il sequel “Ritorno alle stelle” (1970), mi sono ritrovato a leggere anche questo, sebbene il romanzo originale non mi avesse entusiasmato.

Come dissi in chiusura al commento del primo, sebbene “Ritorno alle stelle” sia il sequel de “I sovrani delle stelle”, presenta alcuni salti di continuità.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore, Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP, che accomuna tutti i popoli non bianchi in un “ammasso generico” e in qualche modo inferiore. Se non altro sono due romanzi distinti, perché se fossero stato uno solo, questo avrebbe perso molto di unitarietà.

Le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, forse giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non abbiano letto il primo romanzo o l’abbiano fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale, essendo il primo del 1947 e il secondo del 1970, e si può capire un’impostazione diversa.

La centralità di John Gordon e il suo stupore per trovarsi in un lontano futuro in un corpo che non gli appartiene si perde nel secondo libro e il suo trovarsi nel mezzo di eventi colossali appare meno giustificato e il racconto si fa meno avvincente.

Continua a disturbarmi l’ingenuità del mondo descritto in cui la nostra Galassia sembra la copia allargata di un nostro regno del secolo scorso, minimizzando le difficoltà di gestire un impero con un numero di stelle che va dai 150 ai 400 miliardi (a seconda delle stime), così come il fatto che occorra disturbare un’altra Galassia (la Piccola Nube di Magellano) per trovare dei nemici alieni degni di affrontare l’umanità, come se tra tanti soli non vi potessero essere sufficienti insidie per un impero gestito con piglio familistico da due fratelli e pochi altri.

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Edmond Hamilton

Alieni descritti come così orribili che ogni altro alieno prova raccapriccio nel vederli e si penserebbe a Lovecraft, se non fosse che poi Hamilton ci fornisce alcune descrizioni a base di verminai e ammassi di serpenti.

Le avventure sono tante e spesso le scazzottate risolvono i problemi, come se lo scontro fisico dovesse ancora essere importante in una Galassia con una tecnologia tanto avanzata da rendere banale spostarsi da una galassia all’altra.

Il ciclo è considerato un caposaldo della fantascienza d’avventura, ma sebbene io ami sia la fantascienza, sia le storie di avventura, ho la sensazione che simili mirabolanti imprese spaziali siano proprio quelle che forniscono al grande pubblico un’immagine distorta della fantascienza, come di un vacuo contenitore per armi laser, missili, alieni e mostri vari, mentre per me è molto di più. Innanzitutto è un importante momento di riflessione su chi siamo e su dove stiamo andando, se non anche da dove veniamo, ma anche sulla grande varietà di alternative evolutive, di forme sociali, di sviluppi tecnologici. Ridurre tutto a uno scontro con armi di distruzione di massa, mi disturba per la sua ingenuità.

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La Piccola Nube di Magellano

INGENUE MIRABOLANTI AVVENTURE IN UN LONTANO FUTURO

Risultati immagini per i sovrani delle stelle hamiltonSpesso chi non legge fantascienza abitualmente, associa a questa parola storie che appartengono al sottogenere della “space opera”, in cui si assiste a scontri tra regni siderali, battaglie spaziali e avventure interstellari. Se la fantascienza fosse davvero solo questo, dubito che ne leggerei molta e, in effetti, la “space opera” mi pare la parte più ingenua e infantile di questo genere, anche se ha prodotto alcune opere importanti e alcune assai famose, basti pensare alla saga di “Star wars”, che per molti è sinonimo di fantascienza.

Un autore che ha contribuito fortemente a forgiare la “space opera”, definendone le caratteristiche con le proprie opere è l’americano Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977), di cui ho appena letto “I sovrani delle stelle” (1947), opera che si colloca agli albori della fantascienza e che ancora sembra risentire dello stile e dell’approccio dei precursori del genere, come Wells e Lovecraft. Di quest’ultimo, in maniera decisamente meno accentuata, ho ritrovato il gusto per gli aggettivi iperbolici, per descrivere lo stupore del protagonista di fronte a mondi nuovi.

Se ne “La macchina del tempo” il protagonista immaginato da Wells si spostava di ben 800.000 anni nel futuro, il viaggio di John Gordon in questo romanzo non è molto da meno, attraversando ben 200.000 anni.

Oggi mi pare quanto mai azzardato cercare di immaginare il futuro tra così tanti anni, considerando che basta andare indietro di diecimila anni per ritrovarci nella preistoria. Hamilton mescola in questo romanzo, non senza una certa ingenuità, tipica di quegli anni pionieristici, telepatia, viaggi nel tempo e battaglie spaziali da space opera.

L’ipotesi è che un uomo del XX secolo sia scelto da uno studioso del futuro come cavia per un esperimento di scambio corporeo attraverso il tempo. Ovvero lo studioso del futuro trasferisce la propria mente nel corpo di Gordon, mentre la mente di questo si trasferisce in quella dell’uomo del futuro, effettuando di fatto un balzo avanti nel tempo di 200.000 anni. Non posso allora non pensare di nuovo a Lovecraft e ai suoi Antichi, le cui menti si insinuavano nelle menti degli uomini del secolo scorso.

I sovrani delle stelle” è un libro pieno di colpi di scena e di soluzioni sorprendenti. Tanto per cominciare, lo studioso in questione altri non è che il figlio dell’Imperatore di metà galassia. Una serie di avventure e disavventure porteranno Gordon a diventare per un po’ egli stesso Imperatore, guidando la Galassia contro un’invasione proveniente dall’esterno, lui, che a New York era solo un piccolo contabile, come si ripete spessissimo. Ovviamente si innamora anche di una bella principessa, ricambiato.

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Edmond Moore Hamilton

Il succedersi rocambolesco degli eventi tiene il lettore attaccato al libro, ma non si può non notare la grande ingenuità dell’insieme, degno di un fumetto per ragazzi. Già il fatto che combattersi non siano sistemi stellari ma addirittura intere Galassie, rende l’idea di quanto le conoscenze astronomiche fossero sottovalutate, ma questo appare ancor più evidente quando si vede che i vari regni dell’Impero hanno i nomi delle Costellazioni, come se queste fossero dei veri ammassi stellari.

In 200.000 anni la tecnologia ha fatto dei progressi, soprattutto nel rendere possibili spostamenti velocissimi tra stelle di immane distanza, ma molte cose rimangono assai primitive e spesso i problemi si risolvono con qualche scazzottata. Singolari le pistole “atomiche”, legati a un’idea dell’energia nucleare ancora non ben delineata.  Per comunicare si usano dei fantomatici “telestereo”, che tanto moderni oggi non sembrano più. Una buon intuizione sono gli incrociatori fantasma, navi spaziali non rilevabili dai sistemi di controllo, un po’ come certi moderni aerei “invisibili”, ma anche qui non sembra di essere poi così avanti nel tempo.

C’è poi il celebre Distruttore, la cui natura non posso rivelare, essendo uno dei misteri della narrazione.

Il romanzo ha un seguito, che ho già cominciato a leggere (credendo fosse la seconda parte del volume, dato che era nello stesso file) “Ritorno alle stelle” (1970). Dopo qualche pagina mi sono domandato che cosa c’entrasse con la prima parte e già mi stavo preparando ad abbassare la votazione dell’opera nella mia mente.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP. Ne dirò meglio quando l’avrò finito, qua dico solo che è un bene non siano due parti dello stesso libro, perché l’opera avrebbe perso molto di unitarietà. Inoltre, le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, ma erano giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non avessero letto il primo romanzo o l’avessero fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale e si può capire un’impostazione diversa.

In conclusione, se avete voglia di una lettura leggera, un po’ vintage, piena di avventure, ma parecchio ingenua, “I sovrani delle stelle” fa per voi e per qualche ora di relax. Se cercate fantascienza che faccia ragionare e riflettere, guardate altrove.

Se cercate della “space opera” che non sia solo avventura, leggete “Miliardi di tappeti di capelli”, il ciclo di “Hyperion” di Dan Simmons, “Le insidie di Tschai” di Jack Vance e, ovviamente, il ciclo “Fondazione” di Isaac Asimov.

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RIFLESSIONI DI UN RISPARMIATORE NEI BOSCHI

Risultati immagini per walden vita nei boschiQuando ho inserito “Walden – vita nei boschi” di Henry Thoreau nell’e-reader, mi aspettavo una sorta di versione ottocentesca di “Into the wild – Nelle terre estreme” di Jon Krakauer. Quello che mi sono trovato ad ascoltare con il TtS (Text-to-Speech) del mio lettore era, invece, un misto tra il resoconto della vita di un tale che va a vivere sulla riva di un lago con il proposito di spendere il meno possibile e di dipendere il meno possibile dalla società circostante e le riflessioni pseudo-filosofiche di un proto-ambientalista, che sebbene non si nutra quasi mai di carne e pesce, considera ancora la caccia e la pesca come due sport affascinanti e degni di esser praticati dai giovani per avvicinarsi alla natura. Eppure arriva a dire che l’uomo civile non si dovrebbe nutrire di carne e che per istinto l’uomo prova una certa repulsione a nutrirsene. Cosa che per me potrebbe anche esser vera, ma non certo per tant’altra gente che senza la sua bistecca sembra non abbia mangiato.

Il suo vivere nei boschi è più simile a quello di un barbone operoso o di un tirchio impenitente che non a quello di un eremita o un’asceta. Si costruisce una piccola casa scavandola nel terreno ma lì non vive in solitudine, ma vi ospita varia gente e con varie persone si intrattiene. Coltiva il suo orto e ne vende i prodotti, tenendo un conteggio accurato volto a dimostrare con quanti pochi dollari un uomo possa vivere. Insomma non è certo isolato e del tutto fuori dal consesso civile.

Le sue considerazioni sono delle più varie. Si tenga, comunque, presente che il suo soggiorno presso il lago di Walden si svolse per due anni a metà del XIX secolo.

Ci parla così dell’importanza di leggere i classici (rare le traduzioni dei greci in inglese in quei tempi!) eRisultati immagini per Henry Thoreau i giornali. Ha una sua visione politica che si esprime nella preferenza per gli investimenti in cultura che non quelli nel costruire i ponti di cui non vede l’utilità (si cerchi un passaggio più in là) o nelle ferrovie, pur apparendo in qualche modo affascinato da questo “destriero di fuoco” che è il treno, che viaggia a ben 30 miglia all’ora! Ma che poi non è che ci faccia davvero risparmiare molto tempo, secondo lui. Ci parla dell’ospitalità e dei rapporti di buon vicinato, dandocene la sua opinione in merito. Quanto alla fede gli pare che la gente sia educata alla credenza come bambini, privandola della capacità di ragionare.

La sua idea sembra sia quella di vivere l’oggi, di andare a caccia di se stessi piuttosto che di animali, di esplorare il proprio io invece del mondo. Per lui i veri disertori (dalle cose importanti) sono coloro che vanno in guerra.

Ogni tanto si ferma a contemplare la natura che lo circonda e ci parla di pernici, formiche, colombi, volpi, del suo lago, creduto senza fondo, ma che lui si prende la briga di scandagliare per dissipare una simile credenza ingiustificata. Lo studia anche per scoprire se abbia emissari o immissari sotterranei. Fa considerazioni sul ghiaccio che lo ricopre e tiene statistiche sui periodi in cui questo si rompe.

Nel complesso appare come un libro che mescola un po’ troppi temi, che fa considerazioni che oggi appaiono piuttosto banali.

Certe posizioni pacifiste, ambientaliste e di ricerca del sé che nella metà del XIX secolo potevano magari essere innovative, però non argomenta nessuna tesi con sufficiente convinzione e profondità. Ne esce un libro che, tutto sommato, mi ha lasciato poco.

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Il lago di Walden in Massachussets 

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