Archive for maggio 2014

LE MENZOGNE DI UN AMORE IN AFFITTO

Dopo aver letto le prime pagine del romanzo di Dino BuzzatiUn amore”, avevo pensato di intitolare questa recensione “Elogio della prostituzione cattolica”. La storia comincia, infatti, con una descrizione del mondo delle case chiuse a Milano nel 1960.

Nell’incipit ci sono molti degli elementi della storia:

Un mattino del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.”

In poco più di una riga, Buzzati, ci presenta il protagonista, una dei personaggi principali e ci fornisce utili elementi della scena. Nelle pagine immediatamente successive, sembra mostrarci il mondo della prostituzione come una sorta di tranquillo nido in cui rifugiarsi, un piccolo mondo nascosto nel più ampio spazio del perbenismo cattolico, ma non è di questo che parla il romanzo e non è questo il messaggio. Questa è solo l’ambientazione.

Buzzati ci parla invece proprio di Antonio Dorigo, questo borghese quasi cinquantenne la cui esistenza viene sconvolta dall’incontro con una puttana (non la prima per lui) di cui si innamorerà. Laide è una ragazzina non particolarmente bella, ma che conquista subito il cuore dell’architetto. Per legarsi a lei, Antonio non le chiede di sposarla, ma le offre una sorta di contratto di prostituzione a ore, una specie di lavoro part-time, un tempo da dedicare regolarmente a lui, non necessariamente per fare sesso, ma per stare assieme in una malata imitazione di rapporto amoroso se non di matrimonio. Lui si lascia coinvolgere da questa simulazione, illudendosi che la ragazza possa provare qualcosa per lui. Lei prende la cosa per quella che è e si prende gioco dell’amante (dato che è lui stesso ad averla messa in condizione di farlo), gli mente spudoratamente e continua la propria vita, nonostante la gelosia del non giovane protettore. Lui si sforza di crederle fin quasi alla fine.

per lui nulla esisteva fuori che lei, Laide, quella spaventosa precipitazione, e nel vortice egli non poteva neppure vedere il mondo intorno, tutta la restante vita anzi aveva cessato di esistere, non esisteva più, non era mai esistita, il pensiero di Antonio era interamente succhiato da lei, da quella vertigine, ed era un patimento era una cosa terribile, mai lui aveva girato con simile impeto, mai era stato così vivo.

Dino Buzzati

Il finale stranamente sembra citare il ciclo di romanzi di Stephen King che sto leggendo ora (“La Torre Nera”):

Nella notte si guarda intorno. Dio Dio che cos’č quella torre grande e nera che sovrasta? La vecchia torre che gli era sempre rimasta sprofondata nell’animo da quando era ragazzo. Della terribile torre però poco fa, nel turbine, si era completamente dimenticato, la velocità il precipizio gli avevano fatto dimenticare l’esistenza della grande torre inesorabile nera. Come aveva potuto dimenticare una cosa così importante, la più importante di tutte le cose? Adesso era là di nuovo si ergeva terribile e misteriosa come sempre, anzi sembrava alquanto più grande e più vicina.

Un amore” è stato ideato nel 1959 e pubblicato nel 1963. Gli otto romanzi del Ciclo della “Torre Nera” furono pubblicati dal 1982 al 1912. King dichiara di essersi ispirato al racconto “Childe Roland alla torre nera giunse” di Robert Browning. Anche Buzzati scrivendo quel paragrafo pensava allo stesso testo? Forse no, ma la coincidenza mi ha colpito.

Nel suo descrivere l’illusione d’amore di un uomo maturo verso una ragazza giovane, il romanzo fa pensare a “Lolita” di Nabokov (1955) o a “L’Angelo Azzurro” di Josef von Sternberg (1930).

È, insomma, più che opera di costume, sull’Italia del boom economico, piuttosto opera sulla debolezza umana, sulla potenza dell’amore, in grado di domare uomini maturi come ragazzini, di superare le convenzioni della morale vigente, di rendere l’uomo incapace di ragionare e di dominare i propri sensi.

La lettura parte bene e la storia regge anche nell’insieme, ma devo confessare di aver provato una leggera stanchezza nel finale, forse per un certo eccesso di dubbi e di riflessioni del protagonista (ma non dicono che è questo anche il difetto del mio “La bambina dei sogni”?). Certo non mi è parso pari a quel capolavoro, scritto da Buzzati, che è “Il Deserto dei Tartari” e, forse, gli ho preferito persino “Sessanta Racconti” e “Il Segreto del Bosco Vecchio”, ma rimane comunque una buona lettura, piacevole anche a distanza di oltre sessant’anni.

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INGENUI TRASTULLI DI UN FISICO GIOVIANO A ZONZO PER LA GALASSIA

Non approvo lo snobismo della c.d. “letteratura” e dei critici mainstream nei confronti della scrittura di genere, quasi che fantascienza, gotico, fantasy e via elencando non possano produrre romanzi alla pari o superiori alla narrativa “ufficiale”.

Bisogna però dire che ci sono libri che sembrano fatti apposta per appoggiare simili tesi. Un esempio è “Avventure nell’iperspazio” (The Incredible Planet) di John W. Campbell. Questo perché stiamo parlando di un autore tutto sommato piuttosto importante e di un personaggio con una certa influenza nel mondo della fantascienza.

Campbell, infatti, è stato oltre che scrittore, un curatore editoriale di una certa rilevanza, non per nulla fu per ben trent’anni, nell’epoca d’oro del genere, il direttore della celeberrima rivista “Astounding Stories”, trampolino di mostri sacri come Asimov, Heinlein e Van Vogt. Si può anzi dire che il lancio di Isaac Asimov si debba proprio a lui.

Ebbene, quando un simile autore pubblica un testo, questo non può passare del tutto inosservato, tanto più che Campbell viene preso a esempio da tutto quel filone della fantascienza che è la “space opera”, con i suoi viaggi interstellari.

Leggere però “Avventure nell’iperspazio” e poi valutare la rilevanza letteraria della fantascienza non potrebbe che portare a esiti drammatici per l’elevazione del genere.

Molti autori di fantascienza, specie nel secolo scorso, avevano una formazione scientifica. Campbell è un fisico e questo si sente nel romanzo in modo del tutto negativo.

Campbell ha avuto il merito di ricercare una certa accuratezza scientifica nei testi che pubblicava, suoi e altrui, ma l’attenzione per i dettagli tecnici e scientifici può essere assai dannosa al tessuto narrativo di un romanzo.

Leggere “Avventure nell’iperspazio” significa infatti infilarsi in una serie di descrizioni di esperimenti fisici e chimici, di macchinari immaginari, di processi e di tecniche fantasiose, che rubano completamente la scena ai personaggi, alla loro introspezione, alle ambientazioni, alla trama.

Per carità, da un romanzo d’avventura non ci si aspetta certo una gran profondità, ma anche l’avventura descritta è poca cosa. Il romanzo appare narrativamente davvero ingenuo.

Peraltro, anche la parte scientifica, per quanto anche troppo accurata, risente della limitazione delle conoscenze dell’epoca (fu pubblicato nel 1949).

Basti pensare che il protagonista Aarn Munro è un gioviano (un abitante di Giove), un essere umano molto muscoloso, dato che vive su un pianeta con forte gravità e con un’intelligenza da supereroe (inventa e costruisce i macchinari più prodigiosi). Non è chiaro se i gioviani siano terrestri trasferitisi sul pianeta gigante, ma forse viene detto in altri volumi della saga in cui il romanzo è inserito.

Di sicuro non sono di origine terrestre gli esseri che i protagonisti incontrano sul primo pianeta, dato che hanno centinaia di miliardi di anni e vivono in una parte remotissima della Galassia.

Sul secondo pianeta si incontrano dei lucertoloni bipedi (già questo abbastanza ingenuo), ma anche lì ci sono esseri umani, loro schiavi e ciononostante assai tecnologici.

Altra cosa assurda è che, ovunque Aarn vada, gli alieni parlano un perfetto inglese! Tutti questi alieni anglofoni mi ricordano il paggio di “Star Trek”.

Anche nella galassia asimoviana sono tutti umani e parlano la stessa lingua, ma Asimov motiva il fatto dando un’origine comune agli abitanti dei vari mondi, ampiamente descritta nei vari cicli delle sue opere.

La seconda parte del romanzo poi è tutta una battaglia da peggior film del genere, nonostante sia condita di dettagli su nuovi elementi chimici (all’epoca la tabella degli elementi era meno nutrita di oggi e Aarn scopre l’elemento 100 dalle incredibili proprietà), processi fisici e armi fantasiose.

Sembra quasi una versione moderna e banale de “I viaggi di Gulliver” con il naufrago che aiuta i lillipuziani contro i loro nemici. Gulliver giganteggiava per dimensioni, Aarn per capacità tecniche e conoscenze fisiche.

Mi ha anche fatto pensare ai primi esempi di viaggi sulla Luna, quelli ispirati dal racconto del greco Luciano di Samosata e reinventati nelle storie di Cyrano de Bergerac e del Barone di Münchausen, con le differenze che, essendo stato scritto in un’epoca decisamente successiva, avrebbe dovuto essere scientificamente meno ingenuo (gente che vive su pianeti di grande massa, sistemi di congelamento che durano centinaia di miliardi di anni, città le cui rovine sopravvivono altrettanto, incredibili somiglianze di civiltà lontane con la nostra) e, soprattutto, che quelle storie avevano un assai maggior ironia, pressoché assente in Campbell, assai preoccupato di mostrarci la potenza mirabolante dei suoi motori interstellari e delle sue armi di distruzione di massa (gravitazionale).

Gulliver e i lillipuziani

Un ultimo difetto, già che ci siamo, è che il romanzo in realtà non è propriamente neppure tale, essendo in realtà la somma di due diverse avventure, due racconti lunghi, a loro volta inserite in un ciclo di altre imprese.

Non so se, essendo un ragazzino degli anni ’50 mi sarei divertito a leggere simili storie, ma da cinquantenne del terzo millennio ho trovato questa una delle letture più inutili e uno dei romanzi peggio scritti tra gli ultimi letti.

GLI ESORDI DI ASIMOV

Il Tiranno dei Mondi” (“The Stars, Like Dust” – 1951) è uno dei primi romanzi pubblicati da Isaac Asimov, forse il secondo dopo “Paria dei cieli” (1950). In base all’ordine cronologico degli eventi narrati è il primo romanzo del ciclo dell’Impero, ma secondo Asimov (Prefazione a “Preludio alla Fondazione”) sarebbe il secondo del ciclo, dopo “Le Correnti dello Spazio”.

Il Ciclo dell’Impero è il secondo ciclo tra quelli che raccontano la storia dell’universo secondo l’autore russo-americano. Bisogna dire, però, che a giudicare da questo primo volume, il ciclo sembra avere ben poco a che vedere con il precedente dedicato ai robot, se non fosse per i viaggi spaziali e la Galassia popolata solo ed esclusivamente da esseri umani discendenti dai terrestri.

Quando Asimov ha cercato di unificare i cicli, creando romanzi di congiunzione come “I robot e l’Impero” ha fornito la sua spiegazione su come abbia fatto la Galassia a spopolarsi dagli automi che prima erano tanto presenti, ma il fatto che ne “Il Tiranno dei Mondi” non ne sia rimasto neppure il ricordo, a chi legge i cicli in successione, come sto facendo io, credo non possa non suonare un po’ strano.

Il romanzo si presenta già molto “asimoviano” come impostazione: ottimista, scientifico, ragionato, ricco di intrighi
ben congegnati, con un ruolo importante della politica (non dico “politico” perché non mi pare lasci particolari messaggi politici, nonostante il richiamo finale alla Costituzione americana e un sostegno un po’ scontato agli ideali di libertà e democrazia).

Come in molti altri romanzi, l’azione è intervallata da ampi momenti di riflessione e discussione volte a interpretare i fatti appena descritti. Sebbene questo fu il mio autore preferito da ragazzo, ogni trovo queste disquisizioni un po’ pedanti e a volte noiose, così come certi dettagli tecnici, anche se alcune descrizioni scientifiche sono comunque stimolanti.

Nel complesso, a questa rilettura portata avanti dopo oltre trent’anni dalla prima, il romanzo mi è parso ancora piacevole, anche se meno entusiasmante di come l’avevo giudicato ai tempi del liceo e non posso non notare alcune debolezze intuitive nella visione asimoviana del futuro, troppo simile, a mio avviso, al nostro presente (non penso solo ad alcuni aspetti tecnici come le pellicole cinematografiche ancora in uso nel romanzo, ma soprattutto ai rapporti umani: dal 1950 a oggi sono mutati di più che nei secoli che dovrebbero separarci dall’avvento dell’Impero asimoviano).

 

Leggi anche:

 

FUORI CICLO

*La fine dell’eternità (The End of Eternity, 1955), Urania n.119, 1956
*Tutti i miei robot (Io robot, Il secondo libro dei robot e racconti vari) (The Complete Robot, 1982), per I Massimi della Fantascienza n.9, Mondadori, 1985
*Nemesis (Nemesis, 1989), Mondadori, 1990

Isaac Asimov

 

CICLO DEI ROBOT

*Abissi d’acciaioMetropoli sotterranea (The Caves of Steel, 1953), Urania n.55, 1954

*Il sole nudo (The Naked Sun, 1956), Urania n.161, 1957

*Immagine speculare – racconto – Immagine speculare (Mirror image, 1972), in Visioni di robot e in “Il meglio di Asimov

*I robot dell’alba (The Robots of Dawn, 1983), Urania n.1009, 1985

*I robot e l’Impero (Robots and Empire, 1985), Mondadori Altri Mondi n.1, 1986

L’ASCESA DI LANSDALE TRA I MIEI AUTORI PREFERITI

Joe R. Lansdale si sta gradualmente guadagnando le primissime posizioni tra i miei autori preferiti. “La notte del Drive-in” (1988, 1989) mi aveva incuriosito, anche se era forse troppo esagerato nella sua assurdità pulp. “Cielo di sabbia” (2011) mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente del precedente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante. Per inciso, a un certo punto si citano anche le tempeste di sabbia del sud degli Stati Uniti, su cui si basa “Cielo di sabbia”. Con questo romanzo ha in comune la presenza di protagonisti ragazzini, di antagonisti rapinatori e violenti, ma lo svolgimento riesce a essere diverso. Non mancano alcune scene di un pulp piuttosto raccapricciante (soprattutto se si immagina la sua resa cinematografica), ma che non sono mai fini a loro stesse o superflue. Insomma, credo di aver trovato un nuovo autore di cui devo ancora leggere molto.

 

 

Joe R. Lansdale

 

 

 

 

P.S. Una curiosità: il super-cattivo della storia si fa chiamare Skunk, che si può tradurre come puzzola (in effetti, anche lui puzza molto), che come furfante, individuo spregevole (e non ci sono dubbi che lo sia).

 

 

 

 

Skunk (puzzola)

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