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PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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LA CHIMICA DEL THRILLER

Leggendo “Concerto per archi e canguro” di Jonatham Lethem e  “Il richiamo del cuculo” di Robert Galbraith ho cominciato a interrogarmi su cosa ci sia nei gialli che fa sì che non riesca ad amare questo genere letterario. La lettura de “La chimica della morte” mi offre l’occasione per approfondire la riflessione.

Credo che sia abbastanza corretto dire che la principale differenza tra un giallo e un thriller sia che un giallo ruota attorno a un delitto già avvenuto, non deve spaventare e si concentra soprattutto su come risolvere un dato mistero, mentre un thriller crea un’atmosfera di paura e angoscia, senza riguardare necessariamente un delitto.

La chimica della morte” è stato a volte definito un giallo e il suo autore Simon Beckett è stato definito un giallista.

Dell’autore non ho letto altro, ma direi che la definizione di giallo per “La chimica della morte” non è scorretta, dato che vi compaiono dei delitti e un’indagine di polizia. Si potrebbe persino dire che è un poliziesco, anche se il principale investigatore non fa parte di tale corpo, pur aiutando i poliziotti.

Di solito io, però, non amo i gialli, mentre questo mi è piaciuto. Mi sono dovuto interrogare sul perché.

La risposta credo sia nel fatto che oltre a essere un giallo, questo romanzo è, soprattutto, un thriller.

I delitti, infatti, avvengono nel corso della storia e, già in questo, ci discostiamo dalla definizione appena data di giallo. L’atmosfera, poi, direi che si può in effetti definire angosciante, se non addirittura paurosa (almeno per protagonisti).

Sono punti a favore di questo romanzo:

  • il succedersi incalzante degli eventi;
  • il coinvolgimento personale del protagonista, un medico antropologo forense, che aiuta la polizia nell’indagine, ma è anche collegato alle vittime;
  • l’ambiente ristretto (il villaggio della periferia londinese Manham), che rende il lettore più partecipe delle vicende degli abitanti;

    Simon Beckett (Sheffield, 1968) Scrittore e giornalista inglese, prevalentemente di gialli.

  • i precisi riferimenti ai processi di decomposizione, con interessanti annotazioni scientifiche.

Caratteristiche che corrispondono più a quelle di un thriller che di un giallo.

Quello che non amo nei gialli è, soprattutto:

  • la ricostruzione a posteriori degli eventi, che finiscono per essere raccontati e non vissuti;
  • il distacco emotivo dell’investigatore dalle vicende personali della vittima.

Caratteristiche assenti ne “La chimica della morte” e ulteriori punti a suo vantaggio.

Perché mi ostino a leggere libri classificati come gialli, se non amo il genere? In realtà, se li leggo, è spesso per altri motivi. Nel caso de “Il nido del cuculo” è stato per l’apprezzamento dell’autore (la Rowling che si nasconde dietro lo pseudonimo di Galbraith), per “Concerto per archi e canguro” per l’ambientazione fantastica e, per “La chimica della morte” per le buone recensioni e il bell’incipit, oltre al fatto che non avevo focalizzato che potesse essere un giallo. Mi aspettavo piuttosto qualcosa sul filosofico.

L’attenta analisi del processo di decomposizione su cui si basano soprattutto le indagini di David Hunter mi hanno fatto riflettere su quanto poco accurati siano invece altri romanzi, film o telefilm in merito. In particolare penso ai tanti telefilm sugli zombie ora in circolazione .

Avete mai visto le orde di morti viventi di, pur apprezzabili serie televisive come “Walking Dead”, “Nation Z” o “The strain”. Dove sono gli insetti? Dove sono i vermi? E, soprattutto, dove sono finite le mosche? Se uno suda in campagna, mosche e moscerini si precipitano. Se un corpo va in putrefazione, si riempie subito di una miriade di insetti. Perché gli zombie, con tutta quella carne in decomposizione, quelle ferite aperte, non ne sono circondati.

La prossima volta che fanno un film sugli zombie dovrebbero prima leggere un romanzo di Simon Beckett o consultarlo. Chissà come sarebbe un suo romanzo gotico!

Insomma, un bel thriller, scritto con cura e attenzione a dettagli spesso trascurati, coinvolgente e intelligente.

 

 

P.S. “La chimica della morte” è il primo romanzo di una serie con protagonista il medico forense David Hunter.

La serie comprende:

LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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UN THRILLER STORICO DA LIMARE UN PO’

Copertina I guardiani della storiaUltimamente leggo soprattutto e-book, ma ho ancora tantissimi cartacei da leggere. Tra questi, c’era, regalatomi qualche tempo fa, “I guardiani della storia” di Elisabetta Cametti (Giunti Editore).

Il volume mi incuriosiva soprattutto per due motivi: il titolo ricorda quello di una serie di romanzi che ho scritto e pubblicato in parte (“I guardiani dell’ucronia”) e si presenta come un thriller storico, genere che mi interessa. Leggendo poi la biografia di Elisabetta Cametti ho notato alcune somiglianze con la mia: è un po’ più giovane di me (1970 contro 1964), è laureata in Economia e Commercio, si è occupata di marketing, inoltre è italiana, anche se il suo romanzo ha un po’ l’impostazione dei thriller americani, con una protagonista che come si legge nel risvolto di copertina è “bionda, combattiva, porta spesso i tacchi alti, dorme quattro ore per notte e adora gli animali”. Si tratta di “Katherine Sinclaire, direttore generale della 9Sense Publishing, una delle più potenti case editrici mondiali”.

Un’autrice italiana che scelga come protagonista un’inglese già mi insospettisce un po’. Per carità, la cosa in sé non è certo un problema, in fondo io stesso non ho scritto un romanzo su un’eroina francese (Giovanna D’Arco in “Giovanna e l’angelo”)? La cosa però non mi convince molto. Per fortuna la seconda parte del romanzo si sposta in territorio italico e si comincia a parlare di etruschi.

Gli etruschi veri però compaiono solo indirettamente, dato che l’indagine si sposta sul Lago di Bolsena in un luogo a loro sacro, che ricorda un po’ qualche spelonca archeologica alla Indiana Jones, con avventure che si fanno via via più rocambolesche, con riti misterici e labirinti impenetrabili.

Elisabetta Cametti

Il romanzo avrebbe un certo potenziale, ma un buon editing sarebbe stato utile, non certo per errori grammaticali o sintattici, essendo scritto abbastanza bene, ma per alcuni piccoli salti logici, varie ripetizioni e alcune leggerezze descrittive che mi hanno un po’ irritato nella lettura. Purtroppo queste sono cose che ci fanno apprezzar meno un’opera anche quando la sua qualità complessiva sarebbe superiore.

Sono piccole cose, ma hanno il loro impatto. Citerei qualche esempio per farne capire meglio la natura:

A pag. 589 leggo:

“<<È l’acqua che ha fatto crollare il pavimento.>>

<<Cioè?>>

Dopo essersi caricata Bianca sulla spalla, Jethro si avvicinò al dislivello da cui si erano calati e colpì la superficie con un calcio. Un rumore acuto echeggiò nella galleria.

<<Metallo…>>

<<E quindi?>>”

Segue spiegazione. Nuova domanda. Ulteriore spiegazione. Il “Cioè?” sembra abbandonato a se stesso e la brillante Katherine pare un po’ scema (e non solo qui). Non era una tipa tosta, aggressiva e rampante?

Anche esclamazioni come:

“<<Dove? Siamo imprigionati qui sotto, senza scampo!>>” (pag. 584)

Mi suonano poco naturali.

Sempre nella stessa parte del libro (pag. 586) i protagonisti finiscono in una barca, che presumerei essere piccola, tipo barca a remi, dato che sono dentro un edificio sotterraneo. Non sembra che siano scesi dalla barca, ma leggiamo:

“Katherine notò che Jethro barcollava. Si teneva la spalla destra con la mano sinistra e trascinava una gamba.”

Ma non eravamo in barca? Di solito non ci si muove così tanto. O forse sono già scesi?

Poco dopo, in effetti, Katherine

Elisabetta Cametti

“Strisciando carponi, raggiunse il corpo della ragazza.”

O la barca è grande o ne sono usciti.

Poche righe dopo però leggo:

“la distese sulla panca della barca.”

Una barca con una panca (una sola) fa pensare sia davvero a remi. Ci sono tornati sopra o non ne sono mai scesi?

Ci sono poi alcune descrizioni dettagliate che mi sono parse superflue, tipo (pag.291):

“Le mani nelle tasche dei pantaloni cargo beige che poggiavanosu paio di scarponi da trekking in goretex con la suola in vibram scolpita, un pile leggero chiuso fino al collo e sopra un altro pile spesso con la cerniera slacciata.”

Peccato che l’autrice si sia dimenticata di descrivere mutande e calzini!

Oppure (pag.289):

“<<Dove sei?>>

<<Scesa adesso da una Mercedes ML nera noleggiata all’aeroporto di Malpensa>>”

Ma cosa importa da che auto è scesa e dove l’ha presa? Dato che è ai piedi del Monte Rosa, poteva bastare dire questo. Serve a descrivere il personaggio (che viaggia in Mercedes), ma disturba la lettura.

Sono dettagli, ma il romanzo è pieno di queste piccole divagazioni che nell’insieme distraggono e annoiano.

Aprendo sempre a caso il libro (pag. 255) leggo ancora (poi non vi tedierò più con altri esempi):

“A piedi nudi Katherine uscì dalla stanza, attraversò l’appartamento buio fino alla porta del ripostiglio. La aprì, accese la luce, sollevò l’anta scorrevole dell’armadio e tirò fuori una scatola di cartone.”

Dire che è a piedi nudi aiuta a descrivere il personaggio? Può essere. Ma una descrizione così precisa per dire solo, poco dopo che ha preso dall’armadio quattro bombolette spray, quando invece nell’episodio del fiume sotto l’Isola di Bolsena, manco si capisce se i personaggi sono in barca e che cavolo di barca è, mi pare contraddittorio.

Le cose banali e ovvie, che tutti conoscono e capiscono, non dovrebbero necessitare di descrizioni. Se descrivo una situazione particolare, invece, occorre essere precisi, perché la scena non si visualizza altrettanto facilmente.

Che dire poi delle parti in corsivo, in cui leggiamo direttamente i pensieri dei personaggi? L’approccio letterario è accettabile, ma il realismo dei pensieri lascia piuttosto a desiderare.

Anche la trama è poco coerente nel suo passare da vicende aziendalistiche e conflitti familiari a misteri etruschi. Avrei gradito un maggior approfondimento della storia etrusca. Un simile popolo avrebbe potuto offrire maggiori spunti.

Insomma, non posso che augurare a Elisabetta Cametti (anche se ha pubblicato con Giunti, è pur sempre un’autrice esordiente al suo primo libro) di trovare un editor di cui fidarsi e che la aiuti a bilanciare meglio i suoi prossimi testi, che sembrano avere molte delle caratteristiche di alcuni bestseller americani, con ambientazioni esotiche (come posso sembrare gli etruschi da quelle parti), manager d’assalto proiettati in giro per il mondo, morti sospette e misteri mistici.

 

UCRONICO, MA NON SOLO – Intervista su FIORIENTINOISIAM

Chiara Sardelli mi ha intervistato per FIORENTINOISIAM.

Ecco il testo che sarà presto pubblicato:

 

Prima di tutto ti ringrazio per avere accettato di essere ospitato su questo Blog. 

 

Carlo Menzinger di Preussenthal

Carlo Menzinger di Preussenthal

Grazie a te e a chi leggerà queste righe. È passato qualche mese dall’ultima volta che ho rilasciato un’intervista e mi fa piacere poter ricapitolare alcune cose con voi.


1 ) Vuoi presentarti agli amici di “Ospiti, Gente che viene, Gente che torna“? 

 

Chi sono? Il modo in cui ci si presenta dipende sempre molto dal contesto in cui questo ci viene richiesto.

È difficile definirsi con un’etichetta. Dovrei forse solo dire: sono un uomo. Intendendo con questo che sono un padre, un marito, un figlio, uno che lavora, sogna e spera. Non è questa però la risposta che ci si attende.

Quando qualcuno mi chiede cosa faccio nella vita e immagino si aspetti una risposta sintetica mi limito a dire che sono un bancario, però lo faccio sempre con un lieve disagio, perché mi riconosco poco in questa definizione. Anche dal punto di vista lavorativo, la mia attività ricorda ben poco quella del tipico bancario. Lavoro, infatti, nella finanza strutturata e, attualmente, mi occupo di project financing. Purtroppo, molti non sanno che cosa questo voglia dire. Se mi viene chiesto, rispondo che ci occupiamo della gestione di contratti molto complessi per il finanziamento di infrastrutture come autostrade, ospedali, metropolitane o impianti per la produzione di energia.

Potrei entrare in maggiori dettagli, ma su questo blog si parla di libri e quindi la mia risposta dovrebbe essere “sono uno scrittore” o, forse, con maggior precisione “sono un romanziere”, dato che, sebbene io abbia scritto e pubblicato anche poesie e racconti, mi riconosco soprattutto nelle opere di maggior respiro. Sono davvero uno scrittore? Forse no, dato che per vivere faccio il bancario e scrivere per me è solo un hobby, quindi è una risposta che di solito non do.

Come romanziere, vengo spesso identificato come un autore ucronico, genere ora forse un po’ più noto che in passato, ma tuttora abbastanza sconosciuto al grande pubblico. Per ucronia, in letteratura, si intende la narrazione di eventi diversi da quelli realmente avvenuti, la Storia scritta con i “se” e, magari anche con i “ma”. Per fare degli esempi concreti, voglio citare alcuni dei miei romanzi. “Il Colombo divergente” ci parla del viaggio del navigatore genovese oltre l’oceano, ma, diversamente, da quanto ci insegna la Storia, lo vediamo incapace di riferire le proprie scoperte in Europa, con conseguenze enormi per la Storia mondiale. “Giovanna e l’angelo” ci mostra Giovanna D’Arco che sul rogo sogna di sopravvivere a se stessa e di riconquistare la Francia. “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” è una miscela di ucronia e fantascienza, con il protagonista che viaggia nel tempo fino alla preistoria, dove incontrerà una razza evolutasi dai velociraptor fino alla civiltà. In tutti questi casi, la Storia (o addirittura l’evoluzione) diverge dal suo percorso reale e ne esploriamo le conseguenze.

Non ho scritto però solo ucronie, ma anche thriller come “La Bambina dei sogni” o “Ansia assassina”. Molti sono comunque i generi letterari che vorrei esplorare e affrontare.


2) Su Anobii hai attivato diversi gruppi (per esempio “Web-editing”, “Mitologia cristiana” e “Ucronie”). Sei anche presente mettendo a disposizione i tuoi libri in catena di lettura nel Gruppo “Due chiacchiere con gli autori”. Che cosa hai ricavato da queste esperienze? 

 

Nel bene e nel male, credo di essere un autore “internet”. Il mio primo romanzo fu selezionato dall’editore a seguito della votazione dei lettori in rete. Alcuni lavori li ho realizzati con altri autori incontrandoci nel web, altri, grazie a esperienze come quella del “Web-editing”, che ho portato avanti in anobii nel Gruppo che citavi (ma anche su wordpress, facebook e altrove), li ho sottoposti a lettura e revisione preventiva da parte dei lettori in rete prima di arrivare alla pubblicazione e anche dopo, predisponendo le edizioni successive.

Preso atto, purtroppo, che i piccoli editori non sono in grado di fare del buon editing ai testi dei propri autori, ho voluto cercare delle soluzioni. Ho così tentato un processo che mi piace chiamare “web-editing”, mettendo i miei romanzi a disposizione per la lettura gratuita in rete e pregando chi mi legge di segnalare tutto ciò che non ama o che trova sbagliato nel testo. Per il romanzo “La bambina dei sogni” ho così ottenuto molte decine di lettori che si sono espressi, a volte con precisione che arrivava al dettaglio di correggere ogni singolo paragrafo. Sono rimasto arbitro dei loro suggerimenti e ultimo responsabile del romanzo così prodotto, ma ho potuto ridurre moltissimo la presenza di piccoli errori e refusi e anche avere alcuni suggerimenti interessanti a livello di costruzione della storia.

Finito questo lavoro, ho realizzato un e-book che tuttora si può leggere gratuitamente scaricandolo dal mio sito www.menzinger.too.it . La cosa non è finita lì, perché, tenendo conto dei numerosi commenti ricevuti in rete, molti su anobii, ho curato le edizioni successive.

Ho poi ripetuto l’esperienza con il romanzo “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”.

Non penso di poter guadagnare con i miei libri, quindi oltre a distribuire gratuitamente gli e-book, su anobii è possibile prenderli in prestito in edizione cartacea. Seguo questo metodo da anni, con grande soddisfazione, perché mi permette di entrare in contatto diretto con i lettori, di confrontarmi con loro, di capire le emozioni che sono stato in grado o meno di suscitare.

Non credo nello scrittore chiuso in se stesso. Credo che la scrittura sia un atto collettivo. Già con la semplice lettura compiamo un atto creativo. Ogni lettore, con la propria fantasia, leggendo, interpreta a modo suo il romanzo. Anche se l’autore scrive da solo, i libri li scrive sempre con il lettore. È importante la fantasia di entrambi. Lo scrittore è il demiurgo che la suscita nel lettore. Questo avviene sempre. Se in aggiunta a ciò può esserci anche un dialogo tra i due, l’opera non può che giovarsene.
3) Recentemente alcuni istituti superiori sul territorio fiorentino ti hanno invitato a presentare agli studenti un genere letterario, l’ucronia, che è centrale nella tua produzione. I giovani come hanno accolto quest’iniziativa? A quali temi o strategie narrative ti sono sembrati più interessati? 

 

Ho scoperto solo dopo aver pubblicato il mio romanzo ucronico “Il Colombo divergente” che questo poteva far parte del genere letterario definito “ucronia”. Da allora ho capito sempre più che l’ucronia ha un enorme potenziale narrativo.

La fantascienza classica sembra aver esaurito la sua linfa con la fine del grande sogno della conquista dello spazio. I viaggi interstellari non sembrano alla nostra portata e quelli interplanetari serviranno a portarci solo su mondi sterili.

Il fantasy appare limitato dalle sue stesse ambientazioni e personaggi.

In letteratura abbiamo bisogno di nuovi spazi per liberare la fantasia.

Riscrivere la storia, secondo me, può essere lo spazio in cui muoversi. Immaginare evoluzioni alternative può essere la vera alternativa alle storie di alieni e al fantasy.

L’ucronia può insegnarci che ogni minimo gesto può portare a sviluppi diversi della storia. Questo ci fa capire l’importanza di ciascuno di noi. Se ciascuno di noi può mutare il futuro di tutti, ciascuno di noi è importante. C’è, insomma, nell’ucronia anche una morale importante.

L’ucronia può farci sognare che le cose avrebbero potuto andare diversamente. L’ucronia è la storia sognata. Non necessariamente utopia, non necessariamente distopia. I mondi alternativi, quelli che chiamo “universi divergenti” possono essere per certi aspetti migliori del nostro, ma per altri peggiori.

L’ucronia è più equilibrata e razionale dell’utopia e della distopia, ma non per questo meno fantasiosa.

Ho dunque deciso di fare il possibile, nel mio piccolo, per far conoscere questo genere. Ho organizzato quelle che chiamavo “serate ucroniche” per parlarne, realizzato, assieme ad altri diciassette autori l’antologia “Ucronie per il terzo millennio” e, come dicevi, incontrato alcuni studenti nelle scuole.

Credo, infatti, che siano i giovani i più sensibili alle potenzialità della fantasia, al sogno di creare nuovi mondi. Sono i giovani quelli che ancora si interrogano sui perché.

L’ucronia ci aiuta a dare una risposta ai perché. Se immagino un mondo diverso, devo capire perché è cambiato, perché non è come quello in cui viviamo. Specularmente capisco meglio perché il nostro e così e non è diverso.

C’è un fortissimo interesse educativo in questo. Per ogni fascia di età.

La serie su “Jacopo Flammer”, pensata per i bambini, è stata letta con soddisfazione nelle scuole elementari, creando grande curiosità negli scolari, come le storie più mature dell’antologia o dei romanzi che citavo creano curiosità negli adolescenti e negli adulti.

Nei miei romanzi, del resto, non c’è solo speculazione storica, ma ci sono vita e avventura. Sono storie di personaggi con un loro spessore, che si potrebbero incontrare anche in romanzi non ucronici.


4) Per come ti conosco, sei un convinto assertore che la fantasia e l’immaginazione siano fondamentali per l’ispirazione a scrivere. Quali autori hanno influito di più sul tuo immaginario? Quali autori più di recente ti hanno interessato e stimolato ad approfondire temi a te cari? 

 

Oscar Wilde e Carlo Menzinger a Londra

Hai perfettamente ragione! Quando leggo un romanzo, la prima cosa che mi affascina è la creatività, la fantasia, la capacità di raccontare qualcosa che non sia il quotidiano. Non mi interessano i diari delle casalinghe o degli impiegati. È letteratura anche quella, per carità, ma per i miei gusti, manca di qualcosa di fondamentale. Creare nuovi mondi, far sognare: è questo l’importante. Si può farlo anche parlando del passato o di paesi lontani.

Prima parlavo dei limiti del fantasy. Autori come Tolkien e Lewis hanno avuto la capacità di creare mondi immaginari, ma oggi ci si limita spesso a imitarli. La Rowlings, con Harry Potter, ha saputo andare oltre, mescolando il mondo reale della sua Inghilterra con quello fantasioso di maghi ed elfi. I suoi romanzi non sono semplici storie per ragazzi. Hanno avuto meritatamente il loro colossale successo perché sono storie che contengono molti degli elementi necessari a dare consistenza a un romanzo: trama, struttura, ambientazione, magia, mondi paralleli, linguaggio nuovo, amicizia, crescita, lotta tra bene e male ma anche con piccoli nemici, spettacolarità, competizione, suspance, paura, morte, avventura. In quanti romanzi ritroviamo tutto ciò? Esaminate le vostre letture e vedrete che sono ben pochi!

 

Parrà strano, visto quanto sono diversi da me, ma se devo citare autori che hanno ispirato i miei precedenti romanzi, potrei dire “Il nome della rosa” di Umberto Eco per “Il Colombo divergente”, “Orlando” di Virginia Wolf per “Giovanna e l’angelo”, il “Libro degli Ylané” per “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale”, ma dietro ciascuno di questi c’è tutta una lunga bibliografia di romanzi e saggi.

Le mie letture sono molto varie e spaziano dai classici di ogni epoca, ai romanzi stranieri, alla letteratura di genere, ai best-seller, agli autori sconosciuti italiani. Ultimamente sto cercando di scoprire alcuni premi Nobel che non avevo ancora letto, ma spesso con risultati poco entusiasmanti.

Non sempre i romanzi che mi piacciono di più sono per me fonte di ispirazione. Spesso, anzi, sono molto più ispirato da quelli che non mi sono piaciuti affatto. Se leggo qualcosa che mi piace, vuol dire che è già stata scritta e difficilmente potrò fare di meglio. Se leggo qualcosa che non funziona, mi chiedo perché e come l’avrei scritta io. “Ansia assassina”, per esempio, è nato così. Avevo letto un raccontino che non mi diceva nulla, su una coppia a letto che aspettava il rientro del figlio. L’ho riscritto a modo mio ed è nato il primo capitolo del romanzo.

Tra i romanzi letti nel 2013 che mi sono piaciuti di più ci sono “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson (un modo rivoluzionario di scrivere in modo allegro un romanzo storico), “Il giardino segreto” di F.H Burnett (una bella avventura di crescita e scoperta), “Il vecchio e il mare” di Hemigway (che mi ha riconciliato con un autore che non amavo), “Il signore delle mosche” di Golding (una storia di sopravvivenza che mostra l’istinto ferino di ciascuno di noi) e “Caino” di Saramago (un altro capolavoro ucronico del premio Nobel portoghese).

In questi mesi sto poi rileggendo tutti i cicli di Isaac Asimov, che durante la mia adolescenza fu il mio autore preferito. Oggi lo amo meno, ma era un grande creatore di mondi. Da bambino, invece leggevo soprattutto Salgari, la cui fantasia è figlia della geografia.

Stephen King

Un autore che ho scoperto di recente e che considero dotato di una capacità narrativa straordinaria è Stephen King, di cui sto leggendo ora i romanzi del ciclo “La Torre Nera” (una citazione la trovate persino ne “La bambina dei sogni”).

Un altro autore che ho scoperto da poco è Joe R. Lansdale, quasi un “vice King” per la sua capacità di creare tensione e suspance, se non fosse che mi pare un po’ troppo ripetitivo nei suoi temi. C’è poi un autore di cui non riesco ancora a capire quanto sia geniale: Haruki Murakami. Tra gli autori orientali, presto attenzione anche al recente premio Nobel Mo Yan. Tra gli italiani, ultimamente sto apprezzando la tecnica, forse un po’ scolastica, di Valerio Massimo Manfredi. Tra gli ucronici dovrei forse approfondire la lettura di Philip Roth.

Se dovessi fare lo stesso elenco tra un mese lo farei di sicuro diversamente, come l’avrei fatto diverso un mese fa. I miei gusti letterari cambiano sempre, cerco sempre un autore che sappia stupirmi. Ogni tanto qualcuno ci riesce, ma poi devo trovarne un altro.
5) Ci spieghi come nasce il progetto di un tuo romanzo e come passi dall’idea alla realizzazione? 

 

Sono un autore che scrive per stratificazioni successive. Innanzitutto lotto contro le nuove idee. Questa è stata la prima cosa che ho imparato a fare. Sono sommerso da La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthalidee per nuovi romanzi. Cerco di tenerle da parte e di concentrarmi su quella principale e su quella costruisco la mia storia. Non devo permettere a nuove idee di interferire. La tentazione è di scrivere in contemporanea cento storie, ma già faccio fatica a portarne avanti una. Devo concentrarmi su quella. Di solito ho in mente una bozza di trama, ma nulla di troppo definito. Storia e personaggi prendono forma poco per volta, per aggiunte successive. La scrittura dei miei romanzi dura anni, anche perché posso dedicar loro poco tempo. Nel frattempo leggo molto. Ogni lettura mi fa crescere e cambiare. Ogni volta che rimetto mano alla storia sono diverso e questo si riflette nella scrittura, rendendola, credo, più ricca.

Credo che la scrittura a più mani, di cui ho fatto esperienza, per esempio con “Parole nel Web” o “Il Settimo Plenilunio”, sia utile a sviluppare aspetti diversi di una trama o di un personaggio. Se l’autore è uno solo, un effetto simile si ottiene con il tempo: rileggendo e riscrivendo la stessa storia a distanza di mesi è quasi come se a farlo sia una persona diversa.

Quando la storia sembra finita, nel senso che ci sono la prima e l’ultima pagina, l’incipit e il finale e tutto quello che sta nel mezzo, il mio romanzo non è affatto pronto. A quel punto sono forse a un terzo del lavoro. Iniziano le varie revisioni, riletture, riscritture. Fino al giorno in cui decido che, sebbene sarebbe possibile andare ancora avanti all’infinito, è tempo di confrontarmi con i lettori.

Saranno loro a dirmi se c’è ancora modo di migliorare. Lo facevano in passato con i loro commenti e le loro recensioni. Lo fanno ora anche con il “web-editing”.


6) Qual’è stato il primo lavoro che hai pubblicato? Ci vuoi parlare del rapporto con i tuoi editori? 

 

Carlo Menzinger presenta a Milano presso la FNAC la prima edizione de Il Colombo divergente

La mia prima pubblicazione fu “Viaggio intorno allo specchio”, una raccolta di poesie giovanili, edita nel 1989 da un editore romano. Fu un’esperienza che mi tenne alla larga dagli editori per un bel po’!

L’opera fu pubblicata monca, senza che potessi mai vedere le bozze di stampa. La promessa distribuzione e promozione non avvenne mai e, l’ammetto, fu anche la prima e unica volta che pubblicai con la formula del “contributo dell’autore”.

Fu solo nel 2001 che incontrai un nuovo editore, “Liberodiscrivere” dell’Architetto Antonello Cassan, che mi permise di pubblicare il romanzo “Il Colombo divergente” con un contratto semplice e pulito e che, nel suo piccolo, mi supportò nell’uscita.

Il rapporto è poi felicemente proseguito con varie opere successive, sia scritte che curate da me.

Ultimamente, però, pur non avendo problemi con loro, volendomi sentire più libero di perseguire il mio progetto di “web-editing” ho fatto ricorso alla piattaforma “Lulu”, grazie alla quale sono rimasto pienamente titolare dei miei diritti e posso fare nuove edizioni dei miei romanzi in qualunque istante voglia, senza attendere il momento opportuno del piano editoriale. I miei ultimi romanzi sono, infatti, usciti sia in e-book totalmente gratuiti scaricabili da www.menzinger.too.it, sia in cartacei prodotti da “Lulu” o “IlMioLibro” de La Repubblica, di cui ho ritirato di volta in volta le versioni superate da revisioni successive e ripubblicato la versione più aggiornata. Una libertà che neppure un editore flessibile, pur attrezzato con tecnologia “on-demand”, mi consentirebbe.
7) Hai un sogno nel cassetto, a cui ancora devi porre mano?

 

+Ahimé, ne ho infiniti! Innanzitutto, limitandomi a parlare di libri, vorrei poter pubblicare con un grande editore che voglia davvero investire in modo importante su un mio libro.

Ho poi tantissime idee che vorrei trasformare in romanzi. Sto ora lavorando soprattutto su una grande ucronia su Sparta. Finora ho scritto soprattutto allostorie che mostrano il momento in cui la Storia muta. Vorrei ora fare vedere come sarebbe il mondo molti secoli dopo una “divergenza”.

Sogno poi di scrivere un romanzo ispirato all’apocalisse, ma non pensate alle solite storie catastrofiche. È qualcosa che si ricollega piuttosto alla mia idea di poter sfruttare dal punto di vista letterario la “mitologia cristiana”. Ho anche abbozzato qualcosa sul nostro tempo, su questo mondo pieno di persone egoiste che pensano soprattutto al proprio comodo, senza badare alle conseguenze su

gli altri delle proprie azioni.

E poi… inutile pensare ad altro: solo per completare questi tre libri mi ci vorranno anni!

 

Prima di lasciarci vuoi dedicarci un pensiero, un aforisma, un verso… ?

Jorge Luis Borges

 

Questa è la domanda più difficile!

Forse potrei riportare la citazione che ho messo all’inizio del romanzo che sto scrivendo ora e che ci parla dell’ucronia ma anche del futuro e delle nostre potenzialità:

Credeva in infinite serie di tempo, in una rete crescente e vertiginosa di tempi divergenti, convergenti e paralleli.

Questa trama di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli comprende tutte le possibilità.

(Jorge Luis Borges – Finzioni – Il giardino dei sentieri che si biforcano)

 

L’ASCESA DI LANSDALE TRA I MIEI AUTORI PREFERITI

Joe R. Lansdale si sta gradualmente guadagnando le primissime posizioni tra i miei autori preferiti. “La notte del Drive-in” (1988, 1989) mi aveva incuriosito, anche se era forse troppo esagerato nella sua assurdità pulp. “Cielo di sabbia” (2011) mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente del precedente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante. Per inciso, a un certo punto si citano anche le tempeste di sabbia del sud degli Stati Uniti, su cui si basa “Cielo di sabbia”. Con questo romanzo ha in comune la presenza di protagonisti ragazzini, di antagonisti rapinatori e violenti, ma lo svolgimento riesce a essere diverso. Non mancano alcune scene di un pulp piuttosto raccapricciante (soprattutto se si immagina la sua resa cinematografica), ma che non sono mai fini a loro stesse o superflue. Insomma, credo di aver trovato un nuovo autore di cui devo ancora leggere molto.

 

 

Joe R. Lansdale

 

 

 

 

P.S. Una curiosità: il super-cattivo della storia si fa chiamare Skunk, che si può tradurre come puzzola (in effetti, anche lui puzza molto), che come furfante, individuo spregevole (e non ci sono dubbi che lo sia).

 

 

 

 

Skunk (puzzola)

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