Archive for maggio 2013

DATECI SANGUE GRATIS!

30 maggio 2013 Libreria IBS

Braschi, Menzinger, Calamandrei, Previti

Ieri sono stato alla Libreria IBS di Firenze per presentare i libri di Graziano Braschi (“Arrivederci, mondo“) e Sergio Calamandrei (“Sangue gratis”).

Quando sono arrivato, un po’ trafelato per la lunga camminata dall’ufficio al centro, ho trovato folle in delirio che si accalcavano in via Cerretani scandendo in coro “VOGLIAMO SANGUE GRATIS… DATECI SANGUE GRATIS”.

Alcuni, sconsolati, un poco in disparte, non riuscendo ad avvicinarsi, tentavano il suicidio mormorando “ARRIVEDERCI, MONDO”.

Urgeva porre rimedio alla situazione, per cui mi sono insinuato tra la folla e ho raggiunto la saletta centrale, dove Braschi e Calamandrei, supportati validamente da Giuseppe Previti, fronteggiavano le folle esaltate.

Assieme a loro mi sono messo a lanciare centinaia di copie dei suddetti volumi, fino a sedarne l’apparentemente implacabile appetito culturale.

Calmati, così, gli animi, abbiamo potuto iniziare la presentazione di queste due opere appena emerse vagendo alla luce del mondo, dai tempi e arcaici e arcani in cui erano sepolte, grazie ai moderni prodigi del self-publishment.

Arrivederci, mondo” è, infatti, un arguto libello di satira proveniente dagli anni di piombo di questa nostra Italia allora ancora leonesco-fanfaniana, igrnara dei bunga-bunga e mangia-mangia della moderna berlusconietà.

Sangue gratis” affonda le sue radici nelle più antiche tradizioni gotiche, nelle tavolette babilonesi sugli etimmé, negli scritti di Flegone Tralliano e Filostrato, nelle opere sanguinolente di Polidori e Lord Byron, nei recessi leggendari del Settimo Plenilunio.

Vederli dunque emergere, oggi, in questo inizio di

30 Maggio 2013 - Firenze, Libreria IBS

Sergio Calamandrei, Graziano Braschi e Carlo Menzinger – Firenze, 30 Maggio 2013

terzo millennio, incute una certa soggezione.

Dopo che il valente Giuseppe Previti ha sciolto il ghiaccio con la sua calda loquela, sono potuto partire lancia in resta e bersagliare di domande i due malcapitati autori, che alla fine, seppur stremati dal mio serrato attacco, hanno mostrato un’incredibile energia nell’affrontare nuovamente la folla, che li ha sommersi di domande scagliate da ogni fronte e li ha costretti a un estenuante lavoro di polso nel vergare e chiosare dediche una più estrosa e complessa dell’altra.
IMAG0377Ho esagerato nel mio resoconto? C’eravate? Se c’eravate raccontatelo voi. Se non c’eravate dovete fidarvi. A me le cose sono parse così. O quasi. O forse ho bevuto troppo sangue e mi ha dato alla testa… del resto era gratis!

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Interventi del pubblico alla presentazione

L’ALIENO GRECO

L'uomo greco - Jeanne-Pierre Vernant

L’uomo greco – Jeanne-Pierre Vernant

Ottima raccolta di saggi scritti da autori diversi, quella curata da Jeanne-Pierre Vernant con il titolo “L’uomo greco” (Editori Laterza).

Ogni capitolo è dedicato a diversi punti di vista, con cui scrutare ed esaminare la peculiarità dell’Uomo che abitò la Grecia antica.

Mossé ce ne parla in relazione all’economia, Garlan rispetto alla guerra, Cambiano ne esamina il processo di crescita e formazione, Canfora lo osserva nella sua qualità di cittadino, Redfield lo coglie nella sua vita domestica e familiare, Segal ne analizza le qualità di uditore e spettatore, Murray esamina le caratteristiche della socialità e Vegetti il suo rapporto con gli Dei.

Colto da tanti punti di vista, l’uomo greco ci viene restituito sotto forma di un ritratto multidimensionale di discreta profondità.

Nell’affrontare come lettori una simile analisi, non possiamo non restare colpiti dalle grandi similitudini con questo nostro antenato culturale, ma anche dalle immense differenze, che la morale cattolica e la cultura “disneyana” (che tende a rendere simile a sé ciò che simile non è) comunemente nascondono, come la diffusione di amori omosessuali e pedofili, l’infanticidio sistematico, la mancanza di una religione dogmatica, il disprezzo per il lavoro, il senso civico che giunge a dar prevalenza al pubblico sul privato in forme di comunismo ante-litteram, che poteva essere caratteristica solo di alcune città, come la peculiare Sparta, ma anche essere carattere permeante dell’intera cultura della penisola.

Quanto diversa è, infatti, la religiosità degli uomini dell’Ellade, senza dogmi, dottrine, caste sacerdotali, libri sacri, ma che pervade così profondamente ogni istante del quotidiano.

Quanto siamo lontani dal cogito cartesiano, come nota lo stesso Vernant, con la realtà che preesiste alle coscienze, con la vista che esercita azione sull’oggetto osservato.

Quanto è diversa la vita eterna assicurata dalla memoria della comunità, rispetto ai paradisi cristiani.

Pare quasi incredibile che il disprezzo per i lavori artigianali (da noi spesso così “vezzeggiati”) possa portare persino alla proibizione per i cittadini di praticarli, come nota Mossé, citando Senofonte.

E che dire della diffusione della schiavitù? Forse in questo campo, in cui ci crediamo tanto diversi, le differenze sono minori: non siamo in fondo quasi tutti schiavi part-time, con il nostro tempo nelle mani dei datori di lavoro?

Singolare che persino i banchieri fossero in prevalenza ex-schiavi, segno che il commercio del denaro fosse qualcosa di particolarmente repellente per un vero cittadino. Anche il cristianesimo medievale, del resto, ne vietava la pratica ai propri fedeli.

Jeanne-Pierre Vernant

Jeanne-Pierre Vernant

Quando lo zoon politikòn diventa homo oeconomicus, finisce la grecità e inizia l’ellenismo.

E la guerra? L’Atene classica vi dedicò in media 2 anni su 3. Sparta era in perenne stato di allerta, in continua guerra civile con i propri schiavi iloti. Gli storici greci si occupavano quasi solo di combattimenti, quasi che altre materie fossero di scarso interesse. La guerra era fonte primaria di approvvigionamento.

Che gli spartani uccidessero i figli gracili lo sanno tutti, ma forse non tutti sanno che anche Aristotele abbia ribadito la necessità di una legge che proibisse di allevare figli deformi.

Il poeta Posidippo scriveva “Ognuno, anche se povero, alleva un figlio maschio; una figlia, anche se ricco, la espone”. L’esposizione comportava morte quasi certa.

A Sparta i neonati venivano lavati con vino, in modo che quelli malaticci fossero presi da convulsioni. Le loro nutrici (che li allevavano al posto delle madri), li abituavano subito al buio, alla solitudine, a un’alimentazione austera e a non far capricci. A sette anni, venivano riuniti in squadre e vivevano fuori casa, scalzi e rasati, con un solo abito per ogni stagione. Per rimediare allo scarso rancio dovevano abituarsi a rubare, ma, se scoperti, venivano severamente puniti.

La scuola si basava su ginnastica, musica e scrittura. E tutte le materie dei nostri figli?

E l’usanza da far-west d’andare in giro armati?

E la letteratura? Fulcro degli insegnamenti scolastici dei nostri giovani studenti del Liceo Classico e non solo? Di cosa parlavano i loro scritti? Non certo d’amore, non nel senso dei nostri romanzi rosa, romance o della stucchevole presenza in ogni racconto di un qualche inutile innamoramento.

Certo abbondavano le storie che parlavano di rapporti tra uomini e donne, ma diverso ne era il senso e il fine. Ippodamia è il premio per chi batte suo padre Enomao. Conta la competizione non l’innamoramento. Giasone seduce Medea, ma per portare a compimento la sua missione, come nota Redfield.

Non contava l’innamoramento ma la “successione familiare”. Il genitore o il figlio che bloccano la successione erano alla base della trama delle storie che appassionavano i greci. Edipo che uccide il padre e sposa la madre. Urano e Crono che tentano di impedire la propria successione. Le Menadi che si nutrono della carne dei propri figli. L’Odissea mira a ricostruire un matrimonio, ma parla di molto altro.

Le cose cambiano da Menandro in poi.

E il ruolo della donna? Non solo erano escluse dalla cittadinanza come bambini e schiavi, ma non veniva riconosciuta loro la forma più alta d’intelligenza, quella politica, e non se ne incoraggiava l’istruzione. Persino il saggio Socrate considerava gli uomini migliori delle donne in tutto, persino nel tessere e nel cucinare.

Senofonte

Senofonte

Solo nella più maschilista e militaresca delle città greche, Sparta, alle donne era riconosciuto il diritto di ereditare e possedere beni, ma questo derivava dal disprezzo degli spartani per le ricchezze. Come nota RedfieldGli uomini avevano loro abbandonato la casa e la famiglia, a quanto pare, per assicurarsi la loro superiorità, lasciando alle donne l’instabile emozionalità, le tendenze antisociali e le basse motivazioni” (pag. 175).

La casa era il loro mondo e non era previsto che viaggiassero.

Il matrimonio (engye) era una transazione tra genero e suocero. La festa di nozze (gamos) era solo un festeggiamento che nulla sanciva e niente aggiungeva all’engye. Il mito di Pandora ci rivela come il matrimonio sia vissuto dall’uomo greco come un inganno. Come Eva, Pandora porta alla caduta dell’Uomo nei rapporti con la divinità.

Colui che si affida a una donna si affida all’inganno” scrive Esiodo ne “Le opere e i giorni”. A Sparta si diceva che lo Stato sarebbe perfetto se non ci fossero le donne.

Insomma, quanto ci somiglia davvero questo nostro antenato, la cui cultura, con quelle romana, araba ed ebraica, è una delle colonne portanti della nostra? Perché nelle scuole si dà così poco risalto alle profonde differenze che si sono create in secoli di storia? Abbiamo ancora paura di confrontarci con modelli sociali e morali diversi dal nostro, persino se si tratta, appunto delle nostre stesse radici? Siamo in grado di interrogarci sul perché di queste differenze e sul senso delle nostre scelte sociali?

Firenze, 07/07/2011

ILLUSTRARE IL DODICESIMO CAPITOLO DI JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati - Illustrazione di Niccolò Pizzorno

Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati – Illustrazione di Niccolò Pizzorno

Vorrei completare presto l’illustrazione del romanzo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI, il secondo volume della serie I GUARDIANI DELL’UCRONIA (che segue JACOPO FLAMMER E IL POPOLO DELLE AMIGDALE).

Qualcun altro vuole aggiungersi prima di “chiudere i giochi”?

Credo possa essere un’occasione soprattutto per giovani illustratori che vogliono cominciare a farsi un curriculum (non ci sono soldi per pagare i disegni!)

JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI è un romanzo di fantascienza per ragazzi. Credo che per questo tipo di lettori le illustrazioni siano importanti.

Per la pubblicazione de Il Settimo Plenilunio, abbiamo fatto una cosa simile (parlavo allora di “gallery novel“): un romanzo illustrato da numerosi artisti. Ognuno dà la sua interpretazione.

Chiedo, a chi ha voglia, di partecipare con un impegno ridotto eventualmente anche a un solo disegno. Se ne volete fare di più, questo però non può che farmi piacere. Vorrei, se possibile, una certa coerenza con le immagini già realizzate sia per questo romanzo, sia per il precedente (prima parteseconda parteterza parte). Trovate i disegni ai link precedenti. Contattatemi: vi aiuterò a scegliere le scene e vi fornirò informazioni per descriverle meglio.

I personaggi da disegnare saranno oltre ai tre ragazzini, numerosi animali nati da evoluzioni alternative (suricati, orsi, velociraptor, maiali, pappagalli…). Inoltre, alcuni capitoli si svolgono nella terra di Govinia, dove ogni passato e ogni futuro possibile si incontrano. Quindi, vi si possono incontrare gli esseri più strani, le architetture più misteriose, gli ambienti più irreali che possiate immaginare. Insomma dei paesaggi su cui sbizzarrire tutta la vostra fantasia! Se ne avete realizzati già o ne avete in mente di specifici, posso provare ad adattare il romanzo per inserirci i vostri disegni.

Penso che un disegnatore potrà divertirsi a reinventare tutto ciò!

Finora hanno inviato i loro disegni:

Niccolò Pizzorno

Fabio Balboni

Marco Divaz

Guido De Marchi

Evelyn Storm

Cinzia Damonte

Antonio Morgia

Liliana Capraro

Alessio Pilla

Diamo ora il benvenuto a Camilla Bianchi, che ci ha fatto avere quest’immagine:

Laark, il pappagallo, uno dei Guardiani dell'Ucronia.

Laark, il pappagallo, uno dei Guardiani dell’Ucronia – Illustrazione di Camilla Bianchi

Parlo di questo libro anche nel mio sito.

I capitoli ancora non illustrati sono:  6, 10, 11, 13, 16, 20, 21, 22, 23, 25, ma potete fare disegni anche per capitoli che ne hanno già.

Ecco l’inizio del DODICESIMO CAPITOLO:

 

CAPITOLO 12 -LUNGO IL FIUME

Ecco la spedizione pronta a partire! Oltre ai tre bambini, con i loro nuovi vestiti di pelle stretti addosso con rozzi lacci, c’erano Kliiin, Vaaa e altri due suricati, Siiill e Zzeeett.

Altri erpestini avevo allargato apposta per loro una delle uscite di Otto Buche. Lasciarono così di buon mattino la città fortificata, che cominciavano quasi a considerare casa loro. Il terreno erano ancora umido per la pioggia della notte, ma il calore del giorno stava già asciugando l’acqua che la sete della terra non aveva assorbito. Il fiume, visibile anche dalla sommità del muro, non era molto lontano. Il gruppetto lo raggiunse in fretta. I cavalli si accalcavano a bere, mentre gli ippopotami si riposavano nel fango. Per non essere calpestati, se ne tennero alla larga.

“Quante mosche!” protestò Elisa.

Per un suricato allontanarsi così dalle proprie tane poteva essere molto pericoloso. Non era certo un popolo di migratori. La loro sola vera difesa era la capacità d’avvistare con prontezza il pericolo e di rifugiarsi con altrettanta rapidità. Lontano dalle loro buche, in uno spazio aperto, qualunque predatore avrebbe potuto catturarli senza fatica. I suricati lo sapevano bene ed erano piuttosto preoccupati, per cui tennero il passo più veloce possibile. Per loro, prima quell’avventura finiva, meglio era! Seguirono il fiume verso valle fino al punto in cui entrava nel bosco. Se la vegetazione poteva nascondere pericoli improvvisi, riusciva, però, almeno a dare una parvenza di riparo. Una volta nel bosco, dunque, gli erpestini rallentarono un po’ per riprendere fiato.

I ragazzini, approfittando della pausa, si stavano riposando ai piedi di un albero, quando, al limitare del bosco dal fiume emerse un muso dai lunghi denti affilati come scalpelli. Elisa sussultò e afferrò il braccio del fratello, che sgranò gli occhi. Jacopo si voltò di scatto. Era una bestia molto più grande di un suricato e stava nuotando velocemente verso di loro. Il pelo scuro, per effetto dell’acqua, pareva quasi nero. L’animale si arrampicò lungo la riva e raggiunse i quattro erpestini e i tre bambini, prima che questi avessero avuto il tempo di trovare riparo.

 

CONTINUA QUI:

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?OpereID=161756

Ecco un’immagine per questo capitolo realizzata da Guido De Marchi. Il disegno all’inizio del post, invece, è la copertina disegnata da Niccolò Pizzorno.

“Hai ragione” rispose Elisa, continuando a camminare sulla riva del fiume “ma questo posto continua a meravigliarmi e poi hai visto quanto è grosso questo castoro?!”
“Si vede che in questo universo sono diventati più grandi o magari nella preistoria esistevano castori enormi e poi si sono estinti, ma qui ci sono ancora” rispose sbrigativo Jacopo.
(Castoro disegnato da Guido De Marchi per “Jacopo Flammer nella Terra dei Suricati”)

COM’ERANO MISTERIOSI I FANTASMI NELL’OTTOCENTO!

L'Anima- Enrico Annibale Butti

L’Anima- Enrico Annibale Butti

Quello che colpisce maggiormente nel leggere oggi un romanzo gotico ottocentesco è il senso di magia e mistero che ancora era legato alle apparizioni di vampiri, licantropi, fantasmi e altre creature ultraterrene.

La grande inflazione odierna di queste figure le ha rese così consuete e domestiche, che ci stupiscono tutti i tentennamenti e le esitazioni di certi personaggi del XIX secolo nell’accettare la presenza di questi esseri.

Questa sensazione l’ho provata anche leggendo “L’Anima. Memorie di Alberto Sàrcori”, scritto da Enrico Annibale Butti e pubblicato una prima volta nel 1893, poi nel 1903 e 1928 e ora riscoperto dalle edizioni Keres, che hanno pubblicato nella versione curata da Gianandrea De Antonellis. Operazione volta a far riscoprire questo autore, un tempo celebre e ora quasi dimenticato.

In quell’epoca così razionale, il protagonista, un giovane studente fuori sede di medicina, si rifiuta di accettare l’evidenza dei propri sensi in nome della razionalità cui anche i suoi studi lo portano.

Enrico Annibale Butti

Enrico Annibale Butti

Eppure l’amore per una ragazza lo porterà in contatto con situazioni che mai si sarebbe atteso e che rifiuta di accettare. Eppure, quando la giovane lo allontanerà, restando, crede, sola con il fantasma che la tormenta, l’incredulo amante diverrà egli stesso vittima, fin quasi a impazzire e sentirsi senza scampo. Tutto questo avviene, come era consueto allora, assai più attraverso le riflessioni ed elucubrazioni del giovane Alberto, che non attraverso un succedersi di eventi, qui quanto mai parchi, ma non per questo la narrazione rallenta.

Fa sorridere, poi, ritrovare una scrittura tanto antica, con espressioni come “in preda a un simile sospetto, che esiccava tutte le buone fonti della mia anima” (pag.29), “quando cercavo d’intraprendere con lei una conversazione a bassa voce, come solevamo per il passato, ella ostentatamente rispondeva a voce alta e spesso anche fuor di proposito” (pag. 94), “le ispezioni delle cose memori a traverso le stanze della nostra antica dimora” (pag. 108), tanto per citare dei passi a caso.

 

Firenze, 22/05/13fantasma

GIOVEDÌ 30 MAGGIO DUE AUTORI A CONFRONTO ALLA LIBRERIA IBS DI FIRENZE

Il 30 Maggio alle 18,00 sarò alla Libreria IBS di Firenze (quello che prima era il Melbookstore di via dei Cerretani 16/R) per presentare due libri:

–          “Sangue gratis e altri favolosi racconti – di Sergio Calamandrei

–          “Arrivederci, mondo” – di Graziano Braschi.

Entrambi i volumi sono autoprodotti dagli autori con Youcanprint.

Con l’occasione vorrei fare alcune domande agli autori, che anticipo qui. Giovedì, però, lo prometto, sarò molto meno prolisso e cercherò di sintetizzare le domande, lasciando spazio agli autori per dire la loro.

 

DOMANDA 1

La prima domanda che vorrei fare a entrambi riguarda proprio questa scelta.

Il mondo dell’editoria è cambiato moltissimo in questi ultimi anni grazie all’avvento degli e-book, del print-on-demand, dei siti di auto-pubblicazione, dei siti di scrittura e lettura virtuale.

In che misura questi nuovi strumenti hanno cambiato il vostro rapporto con la lettura e la scrittura? Quali opportunità e rischi offrono questi nuovi sistemi?

 

DOMANDA 2

Graziano Braschi

C’è un altro aspetto che accomuna questi due libri: la satira della società. Il romanzo di Braschi, sebbene pubblicato oggi, fu scritto nella seconda metà degli anni ’70, in quelli che chiamavamo gli anni di piombo. Si tratta di un mordace libello, che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari.

Nel romanzo si dipana, anzi, no si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”).

È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali  la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico.

Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente.

Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”!

Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda.

Graziano Braschi viene da un’esperienza nella rivista satirica “Ca Balà”. Gli vorrei quindi chiedere quale sia il suo rapporto con la satira letteraria e, soprattutto, come pensi che questa sia cambiata dagli anni ’70 a oggi.

 

DOMANDA 3

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Anche il libro di Sergio Calamandrei presenta aspetti di satira sociale. “Sangue gratis” è, infatti, una raccolta di tre racconti, il primo dei quali “Sangue gratis e altre favolose offerte”, che dà il titolo al volume, narrando degli incontri-scontri di un vampiro con alcuni personaggi, è l’occasione per mostrarci le storture di un sistema consumistico sempre più esasperato.

Vi incontriamo una società telefonica che fa offerte mirabolanti che non è in grado di mantenere, una banca i cui contratti articolatissimi nascondono commissioni e balzelli fantascientifici, “spam-man” che si aggirano come zombie offrendo prodotti mirabolanti.

Vorrei chiedere anche a Sergio Calamandrei del suo rapporto con la satira e che ci parli della sua scelta di affrontarla inserendola in un racconto di vampiri.

 

DOMANDA 4

In ”Arrivederci, Mondo”, in un caleidoscopio di personaggi, compresi alcuni emersi dalle nostre memorie letterarie come il Gatto e la Volpe di Collodi e un insetto kafkiano, troviamo il soldato Italo, che ricorda il “buon soldato Švejk” di Hašek. Vorrei chiedere a Braschi quale sia il rapporto di questo romanzo con i suoi precedenti letterari.

 

DOMANDA 5

Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger “Sangue Gratis e Altri Racconti” scritto da Sergio Calamandrei è una storia che nasce dalla costola del romanzo “Il Settimo Plenilunio” da me scritto assieme a Simonetta Bumbi e, come ha voluto lui si dicesse “con la collaborazione determinante di Sergio Calamandrei”.

Avevo definito “Il Settimo Plenilunio”, edito da Liberodiscrivere nel 2007, una gallery novel, per dire che è un’opera collettiva, scritta da tre autori e reintepretata da ben 17 artisti tra illustratori, pittori e fotografi.

Ebbene “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte” si potrebbe forse considerare come una nuova reinterpretazione del romanzo, questa volta non in forma grafica, ma narrativa. Non è né un sequel, né un prequel, né una storia parallela. Forse è uno spin-off. Vi ritroviamo, infatti, lo stesso “Piero De Mastris” de “Il Settimo Plenilunio” e altri personaggi, già presenti nel romanzo, dalla commerciale con i capelli rossi, al tecnico, allo spam-man, al bancario, anche se con altri nomi.

Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei, come pensa che potremmo definire “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte”, il primo dei tre racconti lunghi che compongono il volume, e, soprattutto, come è nata in lui l’idea di riscrivere questa storia.

 

DOMANDA 6

Arrivederci, mondo - Graziano Braschi

Arrivederci, mondo – Graziano Braschi

Un aspetto di “Arrivederci, mondo” mi ha colpito particolarmente: lo stile.

L’argomento del libro è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit:

La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia,

lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano

un’ipertrofica vegetazione con riflessi elettrici e lumacosi, di un verde vomichevole.

– Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando.

Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina.

– Ma insomma che è questa puzza!?

Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti.

Che importanza ha l’uso di un termine piuttosto di un altro, l’espressione oscena o quella ostentatamente pomposa?

 

DOMANDA 7

Con il secondo racconto, “Tsunami”, Calamandrei ci porta negli orrori delle isole di Sumatra, dello Sri Lanka e dell’Indonesia, devastate non solo dallo tsunami del 2004, ma anche dalla presenza di un vampiro che si rifà non alla tradizione europea e “transilvana”, ma a quella locale, sebbene non si differenzi molto da quelli che conosciamo. Lo chiama Vagharen.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese, su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Sarà però il XIX secolo a delineare questa figura nelle sue caratteristiche attuali.

Pare che, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

Byron e Shelley si erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il c.d. “Frammento”. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

Prima di leggere “Tsunami” non avevo mai sentito parlare di vampiri con il termine di “vagharen”. Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei se si tratta di una sua invenzione o se ha scoperto che anche nella cultura di Sumatra e dello Sri Lanka erano presenti figure assimilabili ai non-morti occidentali.

 

DOMANDA 8

il “buon soldato Švejk” di Hašek

il “buon soldato Švejk” di Hašek

Ancora una domanda a Graziano Braschi. Nel suo romanzo c’è una strana caccia al tesoro, una mappa che porta al Campo dei Miracoli (forse più collodiano che pisano), una Macchina-Fine-del- Mondo da attivare e che il “buon soldato Italo”, si ripromette di utilizzare. Si cela qui la morale di questa storia? È questa la sorte che attende, non dico l’umanità, ma almeno “l’italianità” raccontata in queste pagine?

 

 

DOMANDA 9

In “Alba a Chinde”, l’ultimo dei racconti di Calamandrei, troviamo un demone malinconico e viveur, un ricco Conte, che per sfuggire alla maledizione della luce del giorno, vive in un’eterna notte volando di città in città, di continente in continente, cercando sempre di precedere l’alba, ma questa, lo sanno tutti, prima o poi arriva. Mi ha spiegato Sergio Calamandrei che questo personaggio non è un vero vampiro, ma un demone, eppure ha in comune con i vampiri l’orrore per la luce solare. Questo racconto non è in fondo una metafora delle nostre vite? Non corriamo sempre in avanti, cercando di essere più veloci di una morte che comunque sappiamo che prima o poi arriverà? È questo il senso del racconto o l’autore intendeva parlarci d’altro?

 

DOMANDA 10

Graziano Braschi è stato redattore della rivista satirica “Ca Balà”, suoi disegni e scritti umoristici sono apparsi su importanti riviste italiane ed estere e ha curato numerose antologie, tra cui la recente “Riso Nero”. Vorrei chiedergli di parlarci di queste sue esperienze passate?

 

DOMANDA 11

Sergio Calamandrei ha pubblicato un interessante romanzo giallo ambientato tra scrittori emergenti nella Biblioteca Nazionale di Firenze “L’Unico Peccato” e ha partecipato a varie altre pubblicazioni, compreso “Il Settimo Plenilunio” di cui abbiamo parlato. Chiederei anche a lui di parlarci delle sue esperienze precedenti di scrittura e pubblicazione.

 

Per conoscere le risposte, non avete che da venire a Firenze, alla Libreria IBS di Firenze di via dei Cerretani 16/R, il 30 Maggio alle 18,00.

 

OTTOCENTO FANTASTICO: IN ARRIVO IL N. 13 DI IF – INSOLITO E FANTASTICO

IF - Ottocento fantastico

E’ in preparazione il n. 13 di IF (Giugno 2013), dedicato all’OTTOCENTO FANTASTICO. 
La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli (Chieti) o in abbonamento postale 
(€ 30 per quattro numeri).
Anche in questo numero ci sarà un mio articolo: “L’evoluzione del vampiro ottocentesco“.

In questo numero un omaggio a E.T.A. Hoffmann e i seguenti interventi:

Maria Teresa ChialantIl ritratto e la cornice
Riccardo Valla, Il viaggio spaziale nella prima fantascienza
Marco Lauri“Io avrò fatto l’uomo”: Nievo tra i precursori della SF
Giuseppe PanellaMaupassant. La fascinazione dell’altrove
Romolo RunciniL’irrazionalismo fantastico nel dottor Jekyll di Stevenson
Michele MartinelliFantastico e avventuroso in Emilio Salgari
Gianfranco de TurrisTradizione o tentazione fantastica italiana?
Morena CorradiIl fantastico nelle riviste milanesi dell’Italia post-unitaria
Errico PassaroTre collane storiche specializzate nell’Ottocento fantastico
Walter Catalano“Bitter” Bierce. Da solo in cattiva compagnia
Max MilnerIl vampiro di Nodier dal romazo al melodramma
Carlo Menzinger, L’evoluzione del vampiro ottocentesco
Carlo BordoniDonne vampiro. Le sorelline di Carmilla

Le rassegne:   
Claudio AsciutiPikadon. Emergenze nucleari in Giappone
Arielle SaiberI dischi volanti non sbarcano a Lucca. Storia della SF italiana
Valerio EvangelistiSinistre presenze. Nuove mappe dell’orrore
e le consuete recensioni…

COME COMBATTEVANO I GRECI

Victor Davis Hanson - Una guerra diversa da tutte le altre

Victor Davis Hanson – Una guerra diversa da tutte le altre

Una guerra diversa da tutte le altre”, sottotitolo “Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso” di Victor Davis Hanson, edito da Garzanti, è un volume dall’aspetto “impegnativo” con le sue quasi cinquecento pagine fitte di testo, ma che in realtà si legge assai piacevolmente, sia per il linguaggio scorrevole dell’autore sia per l’enorme interesse delle materie trattate. Interesse che supera quello apparente dell’argomento.

Trai libri su Sparta che mi ripromettevo di leggero, questo, in effetti, era rimasto un po’ in fondo e gli avevo preferito altri testi più generici o più snelli, non ritenendo, erroneamente, che le tecniche belliche potessero interessarmi particolarmente. È però un libro che fa riflettere. Innanzitutto sull’influenza che le guerre, quella del Peloponneso in particolare, hanno avuto sulla cultura greca. Giustamente Hanson si chiede se avremmo avuto Sofocle, Euripide e Aristofane se questa guerra non fosse stata tanto lunga e violenta. La guerra fu catalizzatrice di civiltà e di cultura o contribuì a dissipare energie che si sarebbero potuto dedicare alle arti? Certo senza questo conflitto fratricida, la Grecia sarebbe stata assai diversa.

Più si legge questo libro, più si scopre che il titolo è quanto mai azzeccato: fu una guerra davvero particolare. Eppure, come fa notare lo stesso Hanson, fu anche una guerra emblematica e anticipatrice di tante guerre successive.

Hanson nella sua narrazione usa come fonte antica principale Tucidide, il grande narratore della Guerra del Peloponneso, mostrandoci come già allora questo storico, che era stato anche un generale, avesse saputo cogliere ed evidenziare tante peculiarità di questo conflitto.

Una fra tutte il fatto che si scontrassero una potenza di terra oligarchica (Sparta), contro una potenza di mare democratica (Atene) che, proprio per il diverso tipo supremazia militare e di organizzazione politica evitavano di scontrarsi sul “terreno” del nemico. Questo ha portato a un protrarsi trentennale del conflitto, fino a quando Sparta, grazie alla pesante sconfitta di Atene contro Siracusa, che ne decimò la flotta, riuscì a uguagliarla anche sul mare e quindi a sconfiggerla.

Un’altra caratteristica erano gli aspetti economici del conflitto. Atene era ricca e Sparta povera. Solo quando i persiani presero a finanziare Sparta, questa riuscì a crearsi la flotta di cui necessitava per affrontare Atene.

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson

I conflitti in cui gli avversari si muovono su piani diversi sono ancora i più lunghi e dolorosi, basti pensare allo scontro trai terroristi e le superpotenze come gli USA o la Russia, ai conflitti del Vietnam o dell’Afghanistan: non si possono vincere finché uno dei due contendenti non si muove sullo stesso piano dell’altro, cosa non sempre possibile.

Numerose sono le riflessioni che portano a raffrontare la situazione greca con epoche successive, a esempio Atene aveva la stessa illusione degli Stati Uniti di essere un’esportatrice di civiltà e democrazia e così facendo si scontrava con il risentimento dei popoli che tentava di convertire o, altro esempio, l’atenizzazione come anticipazione della globalizzazione.

Interessante è anche vedere come la Grecia abbandonò le antiche regole belliche per sprofondare in una vera e propria guerra fratricida, senza esclusione di colpi, in cui intere città furono rase al suolo, la popolazione civile sterminata o schiavizzata, spesso con atti di autentica barbarie, come non ci si aspetterebbe dai civilizzati greci. Rilevante il peso delle malattie, come la peste, che misero in ginocchio Atene e non solo. Sorprendente la quantità di uomini necessari per tenere in piedi una flotta come quella ateniese, capace ogni volta di rigenerarsi anche se in varie battaglie venne quasi azzerata.

Tucidide

Tucidide

Fu la guerra di Atene per affermare la democrazia in Grecia o fu la guerra di Sparta per liberare la Grecia dall’impero ateniese?

Peccato per le numerose ripetizioni, dovute forse al fatto che il libro è diviso in argomenti generali (Paura, Fuoco, Malattia, Terrore, Armatura, Mura, Cavalli, Navi, Il momento culminante e Rovina?) e questo comporta la necessità di tornare su aspetti o dati già trattati. O forse l’autore temeva che nella gran mole del libro il lettore potesse dimenticarsi di alcuni concetti espressi in parti precedenti del volume. Comunque sono tollerabili e aiutano a memorizzare meglio certi eventi e certe considerazioni che l’autore evidentemente ritiene rilevanti.

Firenze, 30/09/2010

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SI PUÓ RIDERE DELL’APOCALISSE?

Terry Pratchet, Neil Gaiman - Buon Apocalisse a tutti!

Terry Pratchet, Neil Gaiman – Buon Apocalisse a tutti!

Buon Apocalisse a tutti!”, il romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman, affronta un tema non certo nuovo per la letteratura e il cinema, per non parlare della filosofia o della religione: la fine del mondo.

In Italia ha la sfortuna di essere presentato con un titolo che fa presagire un approccio assai più umoristico di quanto non sia realmente. Il titolo originale “Good Omens” (“Buoni Presagi”), se non altro crea meno false aspettative di grasse risate, che in effetti, il romanzo, seppur con una vena umoristica, non suscita davvero e non credo voglia neppure suscitare.

Wikipedia lo definisce una “commedia metafisica sull’avvento dell’Apocalisse” e la definizione mi pare abbastanza corretta.

Non si tratta solo di una presa in giro di alcuni film come “The Omen”, ma contiene numerosi riferimenti ad altri film popolari, da “ET”, a “Il Signore degli Anelli”, a “Guerre Stellari”, ma anche riferimenti al libro dell’Apocalisse e i nomi dei personaggi sono spesso citazioni.

Insomma, si ha l’impressione di un libro scritto per fa sorridere, ma anche con l’intento di essere qualcosa di più di una qualunque storia comica.

Ci sono alcuni momenti interessanti. Trovo simpatica l’amicizia tra l’angelo Azraphel e il diavolo Crowley (stesso nome del famoso occultista), che convivono sulla Terra per seimila anni e alla fine si sentono più legati tra di loro che con Paradiso e Inferno.

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Non è male l’incedere finale verso l’Armageddon dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse in motocicletta (con i quattro emuli dai nomi improbabili che li imitano e seguono), dell’Anticristo bambino con i suoi tre amichetti, della strega occultista Anatema e del finto ingegnere smonta catastrofi.

Ci sono però delle parti piuttosto inutili e alcune addirittura noiose, come i giochi banali dell’Anticristo bambino.

Direi che è un libro un po’ discontinuo come tono, un po’ troppo pieno di personaggi e di storie minori che si intrecciano e che creano confusione, con alcune trovate interessanti e alcuni riferimenti non banali come i personaggi che si interrogano su dove sia Armageddon (perché, è proprio così: è un luogo, non un evento, come si crede spesso) o l’angelo che colleziona libri antichi o le versioni errate della Bibbia, che forse esistono davvero.

A volte viene voglia di abbandonarlo, si resiste un po’, si va avanti, si trova un altro brano interessante e si procede attraverso un altro po’ di noia, fino alla nuova luce (sperando che non sia quella di un treno che arriva dal fondo del tunnel).

Firenze, 27/10/12

I quattro cavalieri dell'Apocalisse

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

AAA – AVVENTURE DI UN AVVOCATO AVVILITO

Gianrico Carofiglio - Testimone Inconsapevole

Gianrico Carofiglio – Testimone Inconsapevole

Giunto alla lettura del secondo libro di Gianrico Carofiglio, il romanzo “Testimone Inconsapevole” dopo aver letto il saggio “La Manomissione delle Parole”, mi viene da dire che il principale difetto di questo autore (semmai due opere ci possano dare un’idea di un autore e di questo non sono convinto) è la mancanza di equilibrio.

Squilibrato era il pur interessante e ben scritto saggio, che esamina l’uso distorto del linguaggio, in quanto vi sono alcune parti che pesano decisamente troppo per la buona economia della narrazione.

Squilibrato è “Testimone Inconsapevole” che vede come protagonista l’Avvocato Guerrieri, che credo compaia anche in altre opere di questo autore, in quanto, appunto, si parla molto, troppo, di questo signore e poco, troppo poco, del suo cliente Abdou, la cui vicenda è sicuramente più interessante della depressione dell’avvocato, delle sue notti insonni, delle sue donne passeggere, delle sue riflessioni su se stesso.

Ho appena detto che “La Manomissione delle Parole” è ben scritto e in un certo senso la stessa cosa si potrebbe dire di “Testimone Inconsapevole”. La scrittura è chiara, precisa, circostanziata, corretta (come può essere quella di un avvocato, in effetti), ma questo è sufficiente per dire del tema di un ragazzo che è ben scritto. Si può dire lo stesso di un saggio o di un romanzo? Io credo che per queste opere occorra qualcosa di più. L’equilibrio tra le parti, spesso non è neppure percepibile in un testo, non ci fa caso. Se manca, però, si nota.

Quando nel saggio, Carofiglio cita troppo spesso Berlusconi (pur in modo condivisibile), il suo lavoro perde di obiettività e arriva persino ad annoiare.

Quando nel romanzo, l’autore parla troppo di un protagonista poco interessante, lasciando in secondo piano il delitto di cui si occupa e chi si sospetta l’abbia compiuto, tradisce il lettore.

E Carofiglio tradisce il lettore già con il titolo. Fin dall’inizio restiamo in attesa dell’arrivo di questo testimone e quando ne scopriamo l’identità, non è un colpo di scena, ma un gioco di parole e questo delude, anche se risolve il caso.

Tradisce ancor più il lettore, però, quando Carofiglio ci mostra il senegalese arrestato e di cui lui e noi sospettiamo l’innocenza, la cui prova appare quasi impossibile (all’avvocato, più che ai lettori, direi, dato  che, almeno io, non avrei visto tutta questa impalcatura di prove contro il povero Abdou che Guerrieri paventa).

Lo tradisce, perché come lettori vorremmo sapere di più di questo insegnante diventato venditore ambulante per fame, vorremmo stare di più con lui e ogni volta che Guerrieri ci porta via con sé, per giri che spesso hanno poco a che fare con quel ragazzo, francamente lo seguiamo un po’ irritati.

Con tutto questo non voglio dire che sia un brutto romanzo. Si legge volentieri e velocemente. Bisogna però fare uno sforzo e farci stare simpatico l’avvocato e dimenticarci dello sventurato imprigionato ormai da un anno per un atto che sospettiamo non abbia compiuto. Bisogna considerare quell’uomo solo come un lavoro, un caso da risolvere.

Non è però uno sforzo che mi va di fare.

 

Firenze, 12/10/2012

africano su spiaggia

NON FERMARTI, É PERICOLOSO!

Everlost - Neal Shusterman

Everlost – Neal Shusterman

Everlost, il romanzo di Neal Shusterman, è una storia di fantasmi, anche se i protagonisti dichiarano di non esserlo e di chiamarsi “ultraluce”. Come chiamereste, infatti, delle anime bloccate sulla terra, che attraversano cose e persone del mondo vivo, non possono essere visti dai viventi, anche se a volte li infestano o muovono o rubano le cose di chi non è morto?

Anche se è una storia di fantasmi, ha comunque una certa originalità, un po’ come i primi western visti dalla parte degli indiani o le prime invasioni aliene descritte dal punto di vista degli extraterrestri, dato che qui il punto di vista è quello di due “ultraluce”: due ragazzi di 15 anni morti assieme in un incidente d’auto e risvegliatisi dopo nove mesi in una strana foresta abitata da un bambino morto da almeno un secolo, che non ricorda più il suo nome.

Everlost è il nome di questa sorta di limbo, dove si fermano alcuni bambini morti (non se ne è mai visto uno con più di 17 anni e del perché di questo il romanzo non dà una spiegazione convincente). Già il nome del posto fa pensare ai Bambini Perduti dell’Isola che Non C’è. Anche qui l’infanzia è eterna. Nulla muta. I bambini restano con l’abito e le macchie che avevano quando sono morti. Ricorda un po’ anche il Paese dei Balocchi, all’apparenza un mondo felice, ma non privo dei suoi mostri.

 Neal Shusterman

Neal Shusterman

Everlost” è una bella fiaba e, come ogni favola, ha una sua morale, in fondo piuttosto importante: attento alla routine, non ti fermare!

I veri pericoli di Everlost nascono, infatti, dall’abitudine, che porta a ripetere in eterno lo stesso gesto, se la volontà non prevale e dallo stare fermi, perché se lo si fa in zone che non siano “morte” (che non esistono più nel mondo vivo), si sprofonda, come nelle sabbie mobili, fino al centro della terra.

È una morale importante, perché sono due rischi concreti e reali anche nel nostro mondo (anche se non in senso così materiale!).

Everlost ha le sue oasi tranquille e felici, ma anche i suoi mostri e, come ulteriore morale, ci insegna a non fidarci neppure di chi sembra troppo buono: potrebbe essere la Strega del Cielo!

Come in ogni Limbo, anche qui c’è redenzione e i mostri possono perdersi per sempre, ma anche diventare buoni, come i buoni possono rivelarsi cattivi. Non siamo (ancora) né in paradiso, né all’inferno.

Che dire di questa lettura? Piacevole. Molto godibile. Scorrevole. Non priva di trovate originali, pur inserite in un genere ben sfruttato. Una storia di ragazzi per ragazzi, ma non solo. Degna di diventare un classico della letteratura giovanile, se non altro per la sua freschezza. Nulla di troppo profondo o articolato, ma dà promuovere a pieni voti. Anche se nel Paese dei Balocchi di Evelost, ovviamente, non ci sono scuole.

 

Firenze, 07/10/2012

 

ghost

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