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PROVACI ANCORA LUIS

Risultati immagini per storia del gatto e del topo che diventò suo amico pdfDopo il successo della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, Luis Sepùlveda ci riprova con una storiella con protagonista un gatto e altri animali con “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”. Il prodotto è un raccontino che non oserei neppure definire favola e degno di tanti analoghi scritti di amici del web che ogni tanto si mettono a digitare qualche pagina di una storiella narrata a un figlio o nipote. Protagonisti sono tre personaggi dai nomi quasi omofoni, Max, Mix e Mex. Ci spiega l’autore che Max è il nome di suo figlio e Mix quello del suo gatto. A questi personaggi, presi dalla propria vita, aggiunge il topo Mex. Il gatto è cieco e il topo diventa suo amico e guida, fungendogli da occhi e narrandogli ciò che vede.

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Luis Sepùlveda

Ho detto che Mix è il gatto di Max, ma Sepùlveda ci spiega che “potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene.” Questo è l’incipit di questo libricino (o libruncolo) e già basterebbe a farcelo chiudere per il banale buonismo pseudo-anti-razzista. Se fosse una favola, ci vorrebbe una morale in chiusura, ma questa è già nell’incipit e si sostanzia in un plauso dell’amicizia, che rende tutto possibile.

Per fortuna le pagine sono poche, scritte grandi e scorrono velocissime, perché la lettura mi pare alquanto inutile, persino per un bambino, cui più propriamente dovrebbe essere indirizzato. Magari gli si può dedicare una sera, seduti accanto a un figlio che ci ascolta leggere. Probabilmente si addormenterà prima della fine. A qualcosa almeno sarà servito.

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PER FORTUNA CHE LANSDALE C’É

Che sollievo leggere un romanzo di Joe R. Lansdale! Dopo aver letto libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la dovuta attenzione (leggo con il Text-To-Speech, che certo non facilita le cose), temevo di essere diventato improvvisamente distratto, ma è bastato leggere il racconto di LansdaleDeadman’s road” per riacquistare la dovuta fiducia nelle mie capacità di concentrazione. Mi sono quindi rivolto a un’opera di Lansdale più corposa, come “In fondo alla palude” e per fortuna ho ritrovato totalmente sia la mia attenzione, che il mio amore per la lettura.

Lansdale è decisamente uno che sa scrivere!

Se nei primi due romanzi citati la maggior debolezza era la fragilità (o assenza) della trama, Lansdale, invece, ne costruisce una solida e concreta che tiene il lettore avvinto alle pagine. La concretezza è anzi il massimo pregio di questo romanzo, anche se dietro ai delitti di un serial killer che ammazza le donne, le lega e le getta nel fiume, si aggira lo spettro di un presunto Uomo Capra. Un tocco di magia non guasta. Il punto di vista è quello di un bambino, cosa che ne fa un grande romanzo di crescita e iniziazione e da spazio alle paure, avvicinandolo ai migliori lavori di Stephen King. La concretezza la ritroviamo anche nell’ambientazione, sempre vivida ed efficace. Il mistero è fitto, ma non c’è il classico difetto di “lontananza” dei romanzi gialli: l’investigatore è fortemente coinvolto, il figlio dell’agente (l’io narrante) lo è ancora di più e si rivela il vero detective della storia nonostante i suoi dodici anni. Il contesto è un ambiente ristretto in cui tutti conoscono tutti. Si intrecciano amicizie vive e morte, amori antichi e nuovi. Oltre al grande cattivo misterioso, Uomo Capra o serial killer che sia, non mancano tanti piccoli uomini deboli o malvagi o entrambi. Insomma, ci sono molti degli ingredienti che ho più volte indicato come fondamentali per fare un buon romanzo.

 

Joe Richard Harold Lansdale (Gladewater, 28 ottobre 1951) è uno scrittore statunitense, autore di romanzi, di racconti, di fumetti e di fantascienza oltre che di testi per la televisione, e di sceneggiature per il cinema.

Joe R. Lansdale si era già guadagnato le primissime posizioni tra i miei autori preferiti con la lettura di “Acqua buia”. I suoi primi romanzi da me letti sono stati quelli della trilogia “La notte del Drive-in” (1988, 1989), che mi avevano incuriosito, anche se erano forse troppo esagerati nella loro assurdità pulp.

Cielo di sabbia” (2011), letto in seguito,  mi è parso un bel romanzo, capace di reggere il ritmo, con una storia ben costruita e affascinante. Incuriosito, ho letto, quasi subito dopo aver finito il precedente, “Acqua buia” (2012), che si è rivelato persino più intenso e coinvolgente. Sebbene privo degli elementi fantastici che caratterizzano la scrittura di Stephen King, questa storia mi è parsa molto vicina ai registri narrativi del Re del thriller, con una trama intensa se non intensissima (grande pregio), priva, direi del tutto, di cali di tensione narrativa, senza neanche una pagina inutile (dote rarissima), con personaggi che si fanno ricordare (anche qui come in molte opere di King, molto giovani), e un’ambientazione interessante.

Che cosa rende gradevole la lettura di un romanzo di Joe Richard Harold Lansdale? Leggendo “La foresta” mi era parso potesse essere la capacità di creare personaggi al limite del plausibile, metafore al limite dell’esagerato e situazioni oltre il comune. In “La foresta” non siamo ai toni assurdi del pulp “Notte al Drive-In” ma piuttosto dalle parti di altri romanzi di Lansdale come “Acqua buia” e “Cielo di sabbia”. In tutti si descrive un’America di provincia che sopravvive a fatica, cattiva e violenta, quasi come in un romanzo del suo conterraneo McCarthy. Insomma, Lansdale riesce a spaziare dal realismo fantastico al pulp surreale, mantenendo la medesima concretezza narrativa e forza descrittiva. Riesce a condire con un po’ di magia storie crude e vere.

In molti suoi romanzi siamo negli anni dell’avvento dell’automobile, eppure l’aria che respiriamo è ancora quella del vecchio selvaggio west.

Leggendo “In fondo alla palude”, ambientato negli anni Trenta del Ventesimo secolo, scopro ancora qualcosa di nuovo di questo autore: la sua capacità di denuncia sociale che si unisce alla sua abilità nel descrivere una provincia americana violenta e razzista, che già avevo intuito in altri romanzi. Pare di leggere “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Solo che il romanzo di Lee era del 1960 e questo di Lansdale del 2000. Questo di Lansdale è molto più appassionante, fantasioso e meglio scritto, anche se denunciare il razzismo nel 2000 è cosa ben diversa che farlo nel 1960. Diciamo che “In fondo alla palude” probabilmente è in debito con “Il buio oltre la siepe”, ma questo debito l’ha reso con gli interessi.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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CONDIRE LA REALTÀ CON LA FANTASIA: l’assassina per beneficenza e la scrittrice dislessica

1Q84”, pubblicato nel 2009, è un romanzo complesso e articolato, che induce varie riflessioni. Innanzitutto sul rapporto tra realtà e fantasia. Secondariamente sulla tendenza a una certa prolissità di questo autore e, infine, sulla sua genialità o, quantomeno, sui limiti di questa.

Il romanzo può essere letto come una descrizione del Giappone di fine XX secolo, ma anche, per me più correttamente, come la creazione di mondi immaginari. Sono pochi gli autori che come Haruki Murakami sanno unire strettamente mondo reale e mondo immaginario. L’altro esempio forse più importante è Stephen King. Credo sia soprattutto questa loro grande capacità a farmeli apprezzare entrambi, facendomi interrogare sulla loro genialità (che si esprime in capacità creativa e interpretazione della realtà percepita o immaginata) e a portarmi ultimamente a cercare di scoprirli meglio. I loro approcci sono chiaramente diversi e non mi pare che, pur essendo contemporanei, il giapponese e l’americano si siano influenzati reciprocamente.sc

Nel mondo reale delle storie di Murakami si insinuano spesso personaggi fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro crisalidi d’aria di “1Q84” e a volte è la realtà stessa a venirne alterata, come il bosco in cui si perde il giovane Kafka o la città circondata dall’alta muraglia intorno a cui vivono gli unicorni o il 1984 alternativo in cui si muovono l’assassina Aomame e il matematico Tengo di “1Q84”. I romanzi di King spesso creano mondi più lontani dalla realtà, eppure con una maggior coerenza razionale. In Murakami l’alterazione della realtà ha una potenza onirica, che non si lascia imbrigliare dalla razionalità della logica. Entrambi si sono allontanati dalla fantascienza e dal suo meccanismo fondamentale: partire, cioè, da un’ipotesi fantastica e farne derivare uno sviluppo coerente. In King elementi fantascientifici si mescolano a componenti fantasy, paranormali o totalmente fantastiche. In Murakami il quotidiano si fonde con il fantasy e l’onirico.

Diversa tra i due autori è anche la padronanza della narrazione. King, forse forte di una collaudata squadra di collaboratori, difficilmente scrive pagine inutili. Lo stesso non riesco a dire di Murakami.

Sebbene i suoi romanzi mi affascinino, già leggendo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” avevo notato una certa prolissità, che si perdeva in descrizioni minuziose poco funzionali alla narrazione.

In “1Q84”, sebbene sia ancora più lungo (800 pagine i soli “Libro 1 e 2”) non è tanto la prolissità a disturbarmi, dato che le vicende narrate sono estremamente coinvolgenti e non ci sono punti morti, quanto le ripetizioni di frasi e concetti, forse utili per un lettore distratto, che legga il libro con molta calma, dimenticandosi delle parti lette magari settimane prima. La trama è certo complessa e alcune cose raccontate sono “nuove” e, come dice nel libro l’editore Komatsu al protagonista Tengo, quando si descrive qualcosa che tutti conoscono non occorre essere dettagliati, ma quando si scrive qualcosa che nessuno ha mai visto, come un cielo con due lune, occorre descriverlo bene. Murakami dà dunque l’impressione di essere preoccupato che qualcuno non lo capisca e, forse per questo, si ripete. Per chi come me, invece, legge con una certa velocità e una discreta attenzione, tutte queste ripetizioni sono un difetto che fanno, purtroppo, di un’opera di grande qualità, qualcosa di inferiore.

 

Quando ho cominciato a leggere “1Q84 – Libro 1 e 2: Aprile – Settembre” pensavo che 1Q84 stesse a indicare il primo trimestre del 1984 (anche se i mesi indicati non coincidevano), come si fa in contabilità (1st Quarter ’84). Si tratta, invece, del modo in cui la protagonista Aomame (Piselloverde, in giapponese) chiama l’anno in cui vive, quando si accorge che la realtà è stata alterata e che sta vivendo in un tempo alternativo. La “Q” sta per “Question Mark” (punto interrogativo). In giapponese è una lettera “strraniera” e si legge “kiu”, come la parola che vuol dire “nove”. La scelta dell’anno è un omaggio al celebre romanzo di Orwell, da cui però prende ben poco. Altri romanzi fantascientifici, oltre a questo, sono espressamente citati, come “Viaggio allucinante” di Asimov (la protagonista Aomame parla a dir il vero del film che ne fu tratto), ma il vero riferimento mi pare “L’invasione degli ultracorpi” con i suoi baccelli giganti da cui escono copie degli esseri umani. Numerosi sono anche i riferimenti alla musica occidentale. In questo romanzo, come in “Tokyo blues” si nota una prevalenza di citazioni della cultura europea e americana (più volte si parla di Cechov), rispetto a quella giapponese, al punto da far spesso quasi dimenticare che l’ambientazione è in Giappone.

Aomame, una ragazza single che fa la killer per conto di un’associazione di beneficenza, comincia a notare che il mondo è cambiato in alcuni piccoli particolari, come le divise dei poliziotti. Capisce allora di essere in un diverso 1984. La sua storia si intreccia con quella di una ragazza dislessica di diciassette anni, Fukaeri, che ha scritto (anzi dettato) un romanzo, “La crisalide d’aria”, che il matematico e scrittore Tengo riscrive trasformandolo in un bestseller. Si tratta di un vero e proprio metaromanzo, il cui pseudobiblion, “La crisalide d’aria”, assume un peso e una rilevanza crescente, al punto che i personaggi si troveranno a vivere all’interno della storia che vi è narrata, sebbene sia fantastica, con strane creature che escono dalla bocca di una capra morta, i Little People. Può essere così oppure è la ragazza ad aver narrato una storia vera, per quanto possa sembrare fantastica. Oppure, come si accenna nel romanzo, causa ed effetto si vanno confondendo.

Sebbene ci siano molti elementi fantastici, questi sono il giusto condimento di una realtà molto concreta, fatta di bambini solitari, plagiati e persino violentati, donne vittime di violenza domestica, lavori precari, estremismi religiosi e politici quanto mai attuali.

Haruki Murakami

Tengo trascorreva il suo tempo libero accompagnando il padre che lavorava come esattore del canone televisivo, senza aver mai avuto una vera infanzia. Aomame era cresciuta in una comunità religiosa detta dei Testimoni (che somigliano molto ai Testimoni di Geova), mentre Faukaeri è fuggita da una comunità religiosa, il Sakigake che potrebbe far pensare (almeno nel suo ramo rivoluzionario secessionista) agli Aum Shirinkyo, che attaccarono la metropolitana di Tokyo nel 1995, e sebbene entrambe ne siano fuggite, il romanzo appare un’occasione se non per denunciare, almeno per segnalare l’esistenza di simili gruppi religiosi in Giappone. Il mondo reale da cui si dipana la storia fantastica, è infatti Tokyo, una città difficile, in cui anche un bambino prodigio della matematica e promessa dello judo, si trova da adulto a fare lavori saltuari come supplente di matematica e revisore di bozze part-time per una casa editrice e la bella Aomame sbarca il lunario tra massaggi, training d’arti marziali e omicidi su commissione per eliminare mariti violenti per conto di un’associazione che ne accoglie le vittime. Vediamo così una Tokyo molto concreta, ma in cui una sorta di deviazione ucronica porta scompiglio, facendo addirittura comparire una seconda luna in cielo.

Aomame e Tengo, sono due trentenni che vivono da soli, senza affetti o amore. Aomame ricorda però un bambino di cui si era innamorata alle
elementari. Tengo ricorda una bambina della cui immagine non riesce a liberarsi da oltre vent’anni, sebbene non l’abbia più rivista. Una strana forza li spinge uno verso l’altro. Riusciranno a incontrarsi o si bruceranno nel tentativo di salvarsi a vicenda?

Il romanzo è diviso in tre libri, i primi due pubblicati assieme in un unico volume e il terzo da solo. Ho per ora letto i primi due. Il secondo si chiude lasciandoci con il fiato sospeso, con entrambe le storie ancora lontane dal vedere il proprio epilogo, ma ormai intrecciate saldamente tra loro.

Un personaggio (Tamaru) a un certo punto afferma “Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».” E stiamo ancora aspettando di capire se Murakami rispetterà la regola.

FATE, STREGHE, STREGONI E FOLLETTI

Dopo aver letto il piacevole romanzo di vita calabrese “Libero arbitrio” scritto da Caterina Armentano, ho voluto provare la lettura di una sua nuova opera.

Quest’autrice ha di recente pubblicato una raccolta di favole, intitolata “L’incanto di Fantasia”, testo assai differente dal precedente.

Trovo complesso recensire le antologie, perché spesso si deve valutare lavori tra loro diversi, per argomento, stile o soggetto, ma qui abbiamo l’unitarietà del genere: la favola. Alla lettura dei racconti preferisco quella dei romanzi, che sempre hanno un maggior respiro e ci danno il tempo di entrare in contatto più stretto con la storia narrata e i suoi personaggi, cosa che la brevità del racconto non consente. Se poi i racconti sono favole, il tentativo di commentare l’antologia diviene per me ancora più arduo. Occorre cercare di immedesimarsi (lo si dovrebbe fare sempre) nel lettore potenziale, che, in questo caso, dovrebbe essere un bambino in età prescolare. Leggendo fiabe dobbiamo allora andare a ricercare il bambino che è sepolto in noi, ridestarlo.

Eppure ci sono fiabe e fiabe. Ci sono storie scritte per bambini ma che sembrano pensate per i loro genitori, ci sono favole che ci fanno tornare bambini, ci sono fiabe per adulti, ci sono racconti che solo un bambino riesce ancora a capire e amare.

Caterina Armentano

Credo che quelle de “L’incanto di Fantasia” siano soprattutto di quest’ultimo genere (il più difficile da commentare), anche se non per questo sono semplici o banali.

Il titolo dell’opera nasce del primo racconto, che quasi racchiude in sé i successivi, in una sorta di metaracconto che li unifica. Nelle prime pagine troviamo, infatti, una bambina muta e senza nome (sussultando mi è parso di ritrovare “Il Bambino Senza Nome” del mio “Il Terzultimo Pianeta”) , cui una fata le offre di scegliere come dono un nome o la voce. Dopo aver scelto la voce, la bambina si pente e chiede di avere un nome e diventa Fantasia, prodigando così i suoi doni all’umanità

Molteplici sono le figure che incontriamo in queste pagine scritte da Caterina Armentano, dalla pera vanitosa che impara l’importanza della IL TERZULTIMO PIANETAgenerosità, ai pennarelli magici capaci di dar vita a mondi fantastici, a uno strano principe capace di cambiar colore in una storia dalla morale antirazzista, alla balia malvagia il cui incantesimo sarà risolto da un insolito piccolo principe, in un mondo di magie e incantesimi, popolato da creature tipiche del fantasy come elfi, fate e fatine, streghe e stregoni e persino Babbo Natale.

Non manca la morale in questi racconti, come si confà a storie pensate per bambini che devono imparare a muoversi nel mondo, scoprendo non solo come si manovra un tablet, ma anche qual è il senso delle cose.

 

 

LA BAMBINA DEI SOGNI – Download gratuito

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal 

Una bambina persa nella metropolitana. Una misteriosa accompagnatrice. Un’irresistibile attrazione.

Strani sogni sempre più simili a incubi.

Un potere incontrollabile e che può diventare letale.

Il potere di mutare i sogni in incubi.

Il potere di entrare nei sogni.

IL POTERE DI UCCIDERE CON UN SOGNO.

 

Realtà, sogno e letteratura si mescolano in un crescendo di drammaticità e allucinazione.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI si può scaricare da qui http://www.datafilehost.com/d/3855be68

 

Questa è la pagina di Carlo Menzinger su Lulu (dove si può ordinare una copia cartacea della versione del 20 agosto 2013).

Questa è la pagina di Carlo Menzinger su Ilmiolibro.it (dove si può ordinare una copia cartacea della versione del 29 luglio 2012).

ROMANZO STORICO DAL SAPORE FANTASY

Qualche mese fa mi è capitato di leggere il bel romanzo “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (2009) di Jonas Jonasson e avevo avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un nuovo modo, più leggero, di scrivere un romanzo storico. Lo svedese, però, pur avendo scritto una storia che ruota intorno a un personaggio improbabile, non è però giunto a mescolare il romanzo storico con il racconto di fantasia come fa Günter Grass (Danzica, 16/10/1927). Il premio nobel (1999) tedesco-polacco con “Il tamburo di latta” (1959), realizza, decenni prima di Jonasson, uno sviluppo fantastico del romanzo storico, che va oltre la delineazione di un protagonista peculiare e di fantasia, intorno al quale snodare la storia di un intero secolo. Il tedesco (in realtà nato a Danzica in Polonia), inserisce nella storia della Polonia e della Germania nazista e post-bellica un protagonista e voce narrante (sebbene alternativamente parli di sé in prima e terza persona) del tutto fantastico, una sorta di peter pan, un bambino che giunto all’età di tre anni, appena ricevuto un tamburo di latta, smette di crescere, non può vivere senza il suo tamburo, che suona a tutto spiano e che, se privatone, lancia urla che rompono vetri con precisione mirata.

Il bambino rimane un treenne fino al suo ventunesimo compleanno e da quel momento si trasforma in un nano deforme e gobbo.

È una novità mescolare fantasia e realtà storica? In realtà, non lo è affatto, basti pensare alle opere omeriche, dove accanto a fatti storici compaiono divinità e mostri, ma diversissimo
era allora il senso della storia e le meraviglie descritte non venivano percepite come qualcosa di diverso dai fatti reali. Era il mito. Un diverso spirito della narrazione, che rende improbabile un raffronto.

Pensiamo invece al romanzo storico nella sua forma moderna. Indubbiamente prevede sempre l’inserimento di personaggi o, addirittura di protagonisti di fantasia, ma questi cercano comunque di mantenere una presunzione di realismo e plausibilità storica.

Dobbiamo pensare all’ucronia per avere, in tempi moderni, una deformazione voluta della realtà storica in un mondo fantastico.

Il processo realizzato da Grass è dunque più simile a quello degli autori ucronici che la descrizione di terre e luoghi leggendari dei narratori antichi e medievali, con i loro viaggi in terre popolate da grifoni, sciapodi, astomi, unicorni, giganti, ciclopi e altri mostri, narrazioni in cui la mescolanza di realtà e finzione è involontaria o se volontaria ha finalità simboliche. Il percorso narrativo di Grass è diverso. La Storia non muta il suo corso, ma su di essa si innesta il fantastico, uno gnomo dai poteri quasi magici, un Oskar che si muove nella Storia come un Harry Potter per la Gran Bretagna. Il fantasy contamina il romanzo storico.

Ne nasce un’opera indubbiamente originale, il cui successo ha certo contribuito a far ottenere al suo autore il riconoscimento del premio nobel. Se non sempre riesco ad apprezzare gli autori insigniti dall’accademia di Stoccolma, il Grass de “Il tamburo di latta” mi trova concorde con i giudici svedesi.

Günter Grass

L’opera non ha certo la leggerezza de “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, né l’umorismo de “La vita è bella”, il film di Roberto Benigni, ma i racconti dal manicomio del nano ex-treenne danno una levità ai fatti della Seconda Guerra Mondiale che, pur non togliendo nulla alla loro gravità, li condiscono di una magia che diventa anche magia narrativa e pur leggendo un autore tedesco-polacco, pare a volte di leggere qualche sudamericano, Marquez, Amado o, addirittura Borges.

E il romanzo non è fatto solo da un Oskar dai molteplici cognomi, perché hanno un bello spessore fantastico-leggendario anche gli altri personaggi, spesso fellinianamente deformi, i nonni del bambino, l’amico oblomoviano del Oskar adulto, il nano Bebra e la micro-bellezza Raguna, per non parlare della coppia di padri (anche questa di sapore sudamericano), del fratellastro-presunto figlio, dell’amore per le infermiere e per la matrigna Maria.

Anche la trama non è da meno e si dipana tra le innumerevoli morti, mai causate direttamente da Oskar, ma da lui determinate in una sorta di materializzazione di desideri freudiani, gli amori impossibili, i lavori alternativi di Oskar e le vicende della sua famiglia in un succedersi fantasmagorico e surreale di eventi, vero sale della narrazione, mentre la Polonia sta per cadere, cade, è caduta ma non è caduta e camice brune e partigiani sfilano sullo sfondo.

 

Cinquale, 21/08/2014

Il tamburo di latta – film

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