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AVREMO BISOGNO DEGLI ALIENI PER SALVARE LA TERRA?

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Pierfrancesco Prosperi

Pierfrancesco Prosperi, autore soprattutto di ucronie (come “Garibaldi a Gettysburg”, “Il processo numero 13” e “Il 5 maggio”) è scrittore prolifico e vario, che spazia in tutti i campi del fantastico, ormai da cinquant’anni (l’anno scorso la World SF Italia gli ha assegnato il premio alla carriera per aver superato mezzo secolo di attività letteraria). Per esempio, in questi giorni sono usciti due suoi romanzi, il gotico “Vlad 3.0” (Porto Seguro Editore) e l’apocalittico “La quarta verità” (Book Sprint Edizioni).

Ho appena finito di leggere questo breve romanzo fantascientifico, che descrive la crisi ambientale del nostro mondo e vi inserisce l’attesa per l’arrivo di una nave aliena in avvicinamento dallo spazio.

In un mondo devastato, per effetto dei danni ambientali che già oggi sono evidenti (dalla diffusione delle plastiche, ai mutamenti climatici, con annessi uragani, all’esaurimento delle risorse) l’arrivo degli alieni è atteso dagli Incontristi con la speranza di un aiuto extra-terrestre per rimettere le cose a posto, del resto se ci stanno per raggiungere, la loro tecnologia non può che essere superiore alla nostra.

Come saranno questi visitatori spaziali? Già i primi segnali inviati dallo spazio appaiono sorprendenti, ma sarà il reale incontro con loro a meravigliare davvero tutti.

Di questi tempi, in cui è sempre più urgente sensibilizzarci verso le emergenze ambientali, andrebbero letti e fatti leggere libri come “La quarta verità”, che affrontano con semplicità e leggerezza ma non per questo con minor efficacia e consapevolezza tali temi.

LA SAGA DEI FIGLI DEL PADRE ASSENTE

Risultati immagini per i fratelli michelangelo vanni santoniRisale ormai a oltre dieci anni fa la mia prima lettura di qualcosa scritto da Vanni Santoni, conosciuto negli anni gloriosi di anobii, la piattaforma letteraria in cui ho conosciuto tantissimi autori. Lessi allora due volumi, la raccolta di micro-racconti “Personaggi precari” e “Gli interessi in comune”, la prima edita nel 2007 da RGB Scrittomisto e poi ripubblicata da Voland nel 2017, il secondo edito da Feltrinelli nel 2008 e ora uscito da poco (2019) per Laterza.

Organizzo degli incontri letterari con Barbara Carraresi per conto del GSF Gruppo Scrittori Firenze e cercavamo qualcuno che potesse testimoniare di un percorso da una piccola casa editrice a una grande e ripensai così a Santoni, che dopo Feltrinelli, oltre che a Laterza era anche approdato a Mondadori.

Santoni è stato così protagonista di un interessante serata il 5 Settembre 2019, presso la Laurenziana di Firenze dal titolo “Come pubblicare con un grande editore”.

In seguito, lo abbiamo ospitato ancora per presentare il suo nuovo romanzo familiareI fratelli Michelangelo”, (Mondadori, 2019). È stata così per me occasione per leggere ancora qualcosa di suo.

I fratelli Michelangelo” è opera, con le sue oltre seicento pagine, assai più corposa non solo del veloce libretto “Personaggi precari”, ma anche del romanzo “Gli interessi in comune”. Oserei quasi dire che si tratta di una saga familiare e che per quattro dei cinque fratelli Michelangelo che ne sono protagonisti si sarebbe ben potuto fare un singolo romanzo, magari con un quinto a chiusura, che ne vedesse l’incontro con il padre Antonio Michelangelo.

Ovviamente, non si parla qui di Michelangelo Buonarroti, anche se siamo a Firenze. La storia è contemporanea, o meglio ambientata in un passato ancora recente. Vi si narra di un padre importante e piuttosto famoso, ingegnere, artista e regista, che, ormai anziano, dà appuntamento a Saltino nella località climatica di Vallombrosa (a est di Firenze) a quattro dei suoi cinque figli, avuti da diverse donne.

Ne seguiamo così le vicende di ciascuno, con le loro perplessità sulle motivazioni che possono aver indotto quel padre sempre così assente a richiamarli e a farli incontrare tra loro.

Non ne nasce tanto un’opera corale, quanto, appunto, una serie di romanzi brevi strettamente collegati, in cui, in ogni racconto, un figlio ha la sua centralità e che sembrano voler essere storie sull’assenza del padre ma finiscono per essere più che altro vicende di figli con un padre assente.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

A Firenze e al Valdarno, luoghi che direi tipici della narrativa di Santoni, cui qui si aggiunge quella propaggine della città che è Vallombrosa, si uniscono località assai diverse e le storie si allargano verso altri continenti.

Trovo, in particolare, rilevante il viaggio in India di uno di loro, così diversi da certi pellegrinaggi in quel Paese alla ricerca del sé o di una diversa religiosità o magari di esperienze allucinogene. Dato che “Gli interessi in comune” era praticamente una piccola enciclopedia sulle sostanze stupefacenti, mi sarei aspettato che in una simile occasione Santoni c’avrebbe parlato di droghe e così è stato ma qui non è come nel primo romanzo un narrare di esperienze di stati alterati della mente, ma si parla traffico di droga. Il ragazzo parte con degli amici con le migliori intenzione per impiantare un business in India, le cose vanno male e pensano bene di ripiegare sul traffico di sostanze illegali, ma le cose volgono in fretta al peggio.

Altro figlio, altre ambientazioni ed ecco con Cristiana, la figlia artista, lo spunto per parlare di arte, del difficile mondo dell’arte contemporanea, con la lotta per emergere e farsi vedere, con il quasi disperato tentativo di cercare di inventare qualcosa di originale e non possono non colpire i formicai riempiti di metallo, la borsa fatta con la pelle del proprio gatto, il drone ricoperto dalla pelle di un altro, i materiali messi a disposizione di certe mosche perché ne facciano nidi “artistici”.

Non si tratta di un romanzo d’avventura, ma non manca l’azione qua e là a vivacizzarlo e penso, per esempio, al cinematografico scontro con i ladri.

Del resto, oltre al mondo dello spaccio internazionale, incontriamo anche quello delle arti marziali, praticate ad alti livelli da Rudra, un altro dei figli, che, tanto per dare un po’ di colore sociale è anche omosessuale, con quel che ne consegue in termini familiari, sebbene i genitori si dimostrino al passo con i tempi attuali e tutto sommato discretamente aperti.

E in tutto questo affannarsi per il successo, economico, artistico o sportivo, è forse proprio il padre, che più dei figli sembra essersi dato da fare nel ricercare il successo, persino in campi diversi, a dire verso la fine il vero senso di ogni cosa: “Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti…”.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

I figli si interrogano su che cosa abbia da dire loro il padre, se sia morente e abbia qualcosa da rivelare, se ci sia un’eredità da dividere, ma mentre camminano tutti assieme nel bosco di Vallombrosa, verso questa misteriosa meta dove ogni cosa, forse, sarà svelata, cogliamo un’altra riflessione di Antonio Michelangelo, che ci dà, forse, il senso della storia:

Sai, già farsi ascoltare è molto, per un vecchio. È un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma è pur vero, ghigna, che con una messinscena così stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!”

Johnson, Michaux: ho riportato due frasi e, entrambe, contengono una citazione. Non è un caso, perché Santoni è uno che non solo scrive, ma, come dovrebbe essere sempre, legge anche molto e sembra amare i libri, al punto che questo “I fratelli Michelangelo” è quanto mai ricco di citazioni e rimandi ad altri autori e altre storie.

Non solo Santoni legge, ma, come ha ottimamente dimostrato nell’incontro con la nostra associazione, è uno che la scrittura la insegna (tra l’altro all’importante Scuola Holden) e ne conosce bene i metodi e la tecnica, come anche qui si vede. Insomma, uno che ha storie da raccontare e sa come farlo.

GLI ABATI, UNA FAMIGLIA DIMENTICATA

GLI ABATI DI ANTONELLA BAUSIÈ passato parecchio tempo da quando ho acquistato “Gli Abati”, il saggio scritto da Antonella Bausi e pubblicato da Porto Seguro Editore e ancora non ero riuscito a leggerlo, sommerso come sempre da centinaia di letture.

Ho approfittato delle ultime vacanze per farlo ed è stata una piacevole e interessante scoperta.

Temo sia passato un po’ da quando ho letto l’ultimo saggio o romanzo storico sulla storia di Firenze. Credo che le ultime cose furono la biografia romanzata di Michelangelo di Irving Stone “Il tormento e l’estasi” e la telenovela “I Medici” di Matteo Strukul e il saggio “Ascesa e caduta di casa Medici” di Christopher Hibbert. Devo dire che “Gli Abati” mi ha forse interessato e coinvolto più di tutti e tre. Sarà perché Antonella Bausi è fiorentina e scrive della sua città con spirito toscano, senza gli scivoloni nella fantasia degli autori stranieri, sarà perché dei Medici e di Michelangelo ci pare ormai di sapere tutto e leggerne ci stupisce ormai poco, mentre della famiglia degli Abati sappiamo (o meglio “io” so) poco. Dunque, la lettura è stata tutta una piacevole scoperta. Si aggiunga a questo che lo scritto della Bausi, sebbene non realizzato da un addetto ai lavori, è un saggio e quindi poco indulge a ricostruzioni fantasiose che talora suonano artificiose.

Il sottotitolo è “La vera famiglia di Dante?” e certo serve a incuriosire il lettore. Pare, in effetti, che la madre del Sommo Poeta fosse proprio un Abati. Ma il volume, pur trattando l’argomento, non cerca tanto di dimostrare parentele dell’Alighieri con i più celebri membri del casato, quanto di far luce su una nobile e potente famiglia fiorentina, che essendosi schierata dalla parte sbagliata (i ghibellini) ha finito per essere discredita dai vincenti guelfi al punto che le tracce della sua storia hanno finito quasi per perdersi.

Antonella Bausi

Antonella Bausi

Il lavoro della Bausi è stato dunque di meticolosa ricostruzione e raccolta dei pochi documenti che ancora ne parlano e pur senza pretendere di farne una riabilitazione, ha rigorosamente cercato di ridare loro la dignità storica che si meritavano, per essere stata a lungo una delle famiglie più influenti di Firenze, ormai nota quasi solo per “Bocca degli Abati, il fellone di Montaperti, ricordato da Dante nel XXXII Canto dell’Inferno” al punto che la famiglia veniva definita nel suo insieme “una banda di infami”.

L’opera della Bausi è stata ardua anche perché “Le omonimie si riscontrano spesso e bisogna essere quanto mai prudenti nell’identificazione dei personaggi” e non mancano “numerose abbreviazioni dei nomi e dei titoli”, scritti talora con “grafia suscettibile di errori”, il tutto aggravato dalla “mancanza di censimenti ufficiali e di registri parrocchiali ben precisi” di quei tempi. Il fatto poi che molti membri della famiglia subirono l’esilio da Firenze nel 1303 ha contribuito a disperderne le tracce.

Erano anni intensi e affascinanti in cui era forte il “desiderio di sopraffazione che pervadeva l’animo dei fiorentini nei confronti dell’antica nobiltà di origine germanica. Ciò avveniva, perché rientrava nella politica espansionistica del Comune di Firenze” che cercava di rendersi “indipendente dall’Imperatore o dal Signore che lo rappresentava” e questo contribuisce a rendere la lettura interessante.

Perché Antonella Bausi affronta questa complessa impresa? Per una sorta di sfida con un amico, un moderno Abati, con cui era solita scherzare sul loro ruolo ai tempi della celebre battaglia di Montaperti. E già, parra strano a chi non è toscano, ma Fiorentini e Senesi ancora si bisticciano su una battaglia del 1260 e, talora, si chiedono da che parte fossero i loro antenati in quella contesa tra amici dell’imperatore e amici del papa, tra ghibellini e guelfi.

Leggendo, non ho potuto che interrogarmi su dove fossero i miei. Io non sono toscano, sebbene viva da un quarto di secolo a Firenze, ma qualcuno dei miei antenati fu certo parte di quello scontro ed era dal lato degli Abati, più ghibellino di loro, più filo-imperiale degli Uberti e degli altri ghibellini: Manfredi.

Ed ecco che questa lettura ancora una volta mi spinge a pensare che sia tempo che io scriva la storia di una famiglia che ha attraversato l’Europa per secoli: la mia. A dir il vero, ho cominciato, ma mi pare impresa improba e non so se arriverò mai in fondo. Certo se riuscirò a venirne a capo, un suo spazio nell’eventuale bibliografia potrà averlo anche “Gli Abati”.

Inferno: Girone dei Traditori: Dante e Bocca degli Abati. Divina Commedia. 1880

UNA DOCCIA EMOZIONALE DI TOSCANITÁ

Toscani per sempreToscani per sempre”, sottotitolo “Viaggio emozionale nel cuore della Toscana” è un’antologia di racconti ambientati in Toscana e scritti per lo più da autori della regione.

Il volume è curato da Paolo Mugnai, la prefazione è dell’assessore Eugenio Giani e la postfazione dell’attore Alessandro Benvenuti.

L’impostazione storica accomuna molti racconti, sebbene le epoche scelte dagli autori siano varie. Prevalgono nella raccolta i ricordi personali e le ricostruzioni storico-geografiche a voler testimoniare il forte radicamento culturale che l’essere toscani si porta appresso.

Tra i numerosi autori (oltre venti) spicca Massimo Acciai Baggiani, il solo che già conosca e cui ho persino dedicato un volume che parla di lui e del quartiere fiorentino in cui vive “Il narratore di Rifredi”, sia per il ricco curriculum di opere al suo attivo, sia per la qualità del suo contributo (“Un racconto casentinese”), d’ambientazione storica ma con note surreali, che apre la raccolta.

Si prosegue con una storia di violenza medievale con “L’osteria bruciata” di Enrico Baccani.

Ci parla di un’urna cineraria al mare “L’ultimo scatto” di Milena Beltrandi.

Di nuovo storico-paranormale è la storia del fantasma cinquecentesco di Francesco Ferrucci in “Fiorenza e Francesco” di Nicola Biagi.

Tinte ben più nere nella storia del killer in vespa di Luigi Bicchi “Fernando il proiezionista”.

Post-apocalittica è la ricerca di una cantina ne “La promessa” di Andrea Brancolini.

Ci parla degli ebrei a Firenze durante la seconda guerra mondiale Antonia del Sambro in “I rami delle betulle”.

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Alessandro Benvenuti (Pontassieve, 31 gennaio 1950) è un attore, cabarettista, commediografo, regista, sceneggiatore e scrittore italiano.

Sara Ficocelli, invece, ci racconta di un gatto disperso in Piazza dei Miracoli a Pisa e di un vagabondo che lo trova ne “La scelta di Ciccio”.

Protagonista de “La vedova e l’acqua santa” di Luca Frati è un prete innamorato che ottiene il perdono dei suoi parrocchiani.

Praticamente un piccolo saggio su San Piero a Ponti è “Anima di campagna” di Andrea Claudio Galluzzo.

Parla di coincidenze Ilaria Guidantoni ne “Il violino sull’oceano”.

Un misto di storia e ricordi personali è “Pisa e il mare” di Marco Innocenti che ci racconta di questa città marinara senza mare e delle vacanze a Tirrenia.

Occasione per scoprire il rito paesano della maggiolata è “Memorie di un maggiolaio” di Antonio Landi.

Ci parla della vita quotidiana Luca Mugnai in “Piccola riflessione sulla periferia”, mentre Paolo Mugnai ricorda i giochi e le battaglie dei ragazzi a Marina di Alberese.

Stefano Perissi in “La mano” ci mostra un soldato in trincea.

In “Vicopisano tra passato e presente” Alessandro Ricci ripercorrendo le vie del paese dalle tante torri ne ricorda la storia e non dimentica di parlare anche di Firenze.

Ci parla del nuovo quartiere universitario di San Donato a Firenze e di uno studente innamorato Francesco Russo ne “I coinquilini”.

Sarà meglio vivere in campagna o in città? Si può avere nostalgia del Mugello? Ce ne parla in “Occhi nuovi” Gaia Simonetti.

Un atto d’amore verso la nostra variegata e ricca Toscana è il racconto di Elena Tempestini “Toscana e l’arte del caleidoscopio”.

Francesca Tofanari ci spiega con ironia quanto possa essere difficile vendersi l’anima in “Anima in svendita”.

Camminando per Firenze, Enrico Zoi rispolvera antichi ricordi in “Rinasco fiorentino”.

L’attore Alessandro Benvenuti, infine, nella postfazione, si interroga se sia davvero possibile essere Toscani per sempre e che cosa questo voglia dire.

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