Archive for the ‘romanzo’ Category

INDAGINE SU SE STESSA

Claudia Muscolino
Claudia Muscolino

Viaggi irregolari” (NeP Edizioni, 2018) di Claudia Muscolino, autrice del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, è un romanzo che, con i toni della detective story, porta il lettore non solo a scoprire il mistero apparentemente banale che la giovane investigatrice cerca di scoprire indagando sul possibile tradimento del marito di una contessa, ma arrivando a scoprire vicende assai più gravi, che affondano le loro radici in un tempo in cui lei era ancora bambina e che riguardano la tragedia che l’ha resa orfana molti anni prima.

L’autrice sceglie un sapiente tecnica di forward e backward per collegare gli eventi del passato a quelli del presente e l’immedesimazione nella protagonista per creare empatia.

In una vicenda che sembrerebbe già chiara riesce a inserire elementi di

Viaggi irregolari - Claudia Muscolino - Libro - NeP edizioni - | IBS

sorpresa e un epilogo sorprendente (che però non chiude l’opera). Alcuni elementi paranormali danno maggior spessore alla vicenda, pur non costituendone il tessuto fondante. La protagonista assume spessore grazie ai suoi desideri e alle sue fobie.

La lettura di questo primo romanzo di Claudia Muscolino scorre veloce e coinvolgente e ci si sente spinti a meglio comprendere le vicende familiari della giovane detective.

LA FORMAZIONE DI UN’INDOMITA GUERRIERA FANTASY

Edizioni Tabula fati - Melania Fusconi: Bio-Bibliografia
Melania Fusconi

I Cimeli Ancestrali” (Tabula Fati, 2019) è il primo romanzo della saga fantasy di Melania FusconiLe anime di Leggendra”. L’opera inizia con un prologo da space opera: “Dall’oblò della navicella assistettero alla serie di esplosioni che di fatto cancellavano Honua dalla galassia” e, più avanti, “i Creatori li avevano salvati dal disastro e il pianeta Alnair li aveva accolti come una seconda casa”. Il prologo contiene anche una bella morale da ricordare “E questo era la vita, la capacità di reinventarsi nonostante le avversità”.

I toni fantascientifici, però, finiscono qui e il romanzo prosegue in chiave

I cimeli ancestrali. Le anime di Leggendra - Melania Fusconi - copertina

decisamente fantasy.

Incontriamo così la bella, giovane e indomita orfana Alhena, un’eroina destinata, come una sorta di Harry Potter femminile a scoprire poco per volta la storia della propria famiglia e i propri poteri, passando da lezioni tra i Cadetti della Guardia Reale ad avventure contro misteriose Bestie Infernali e altri pericoli, che affronterà uscendo dal mondo protetto e segreto del Villaggio Celato. Scoprirà così di essere una Gifter Latente, una Cercatrice di Cimeli Ancestrali (che di nuovo mi fanno pensare al maghetto della Rowlings e ai suoi Horcrux) e, nientemeno che una Predestinata. Le magie non abbondano in questa storia e non sono particolarmente eclatanti, ma non mancano e sono contorno del percorso di scoperta e formazione della giovane Alhena e dei suoi amici.

Le 245 pagine del volume, la cui copertina è stata realizzata dalla stessa autrice, ci lasciano con la promessa di nuove e ancor più impegnative imprese, che siamo certi sapranno coinvolgere il lettore e Alhena saprà superare con abilità.

NEL PAESE DEI CIECHI CHI VEDE È UN MOSTRO

Il Blog di Urania » Blog Archive » Daniel F. Galouye
Danile F. Galouye

Probabilmente fu il motto latino “Beati monoculi in terra caecorum” con le sue varianti successive tipo “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ad aver ispirato il racconto di H.G. Wells del 1903 “Il paese dei ciechi”. Di certo Daniel F. Galouye (New Orleans, 11/02/1920 – New Orleans, 07/09/1976)  non poteva ignorare un simile classico quando scrisse “Universo senza luce” (1961) o il racconto che lo ha ispirato “Rebirth” (1952), come non lo hanno ignorato gli autori successivi che hanno immaginato mondi popolati solo da ciechi, fino a “Cecità” di José Saramago o al recentissimo racconto “Lo scisma” di Massimo Acciai Baggiani, in uscita tra breve nell’antologia “Sparta ovunque” (Tabula Fati, 2020).

Sebbene l’ispirazione storica sia importante ed evidente, “Universo senza luce” rimane uno dei più luminosi esempi di fantascienza. Con il termine “speculative fiction” gli inglesi intendono il fantastico in generale ovvero “qualsiasi finzione con elementi soprannaturali, fantastici o futuristici”, ma il termine speculativo riguarda l’analisi teorica e filosofica di qualche fenomeno. Mi verrebbe allora da definire “Universo senza lucefantascienza speculativa o forse filosofica, nel senso che appartiene a quel gruppo di storie che indagano il mondo del possibile, partendo da un’ipotesi e immaginandone gli sviluppi. Dovrebbe essere quello che fa tutta la sci-fi, ma non sempre è così, purtroppo. Questo romanzo di Galouye, in particolare, potrebbe dirsi sci-fi sociologica o antropologica, giacché descrive il diverso modo di percepire le cose che avrebbe una popolazione di ciechi, che non immaginano neppure l’esistenza di un senso come la vista.

È ovviamente pure occasione per riflettere sul diverso e le discriminazioni sociali di ogni tempo.

L’avventura (perché quanto ho scritto sopra non vi deve ingannare, poiché anche di questo si tratta) porta all’incontro di questa popolazione sotterranea prima con i veggenti, capaci di percepire solo gli infrarossi, poi, con i mostri che vivono in superficie e non hanno perso l’uso degli occhi.

Leggendo si scopre che la situazione è stata determinata da una guerra atomica, che ha portato la popolazione a rifugiarsi nelle tenebre del sottosuolo, dove, esaurita l’energia per avere la luce, si sono adattati, anche per effetto di mutazioni dovute alle radiazioni, al nuovo mondo di tenebra, sviluppando l’udito per percepire l’ambiente come fossero pipistrelli. Danno anche vita a una religione basata sul Buio e la Luce e demoni con il nome di sostanze radioattive.

Lettura affascinante oggi come quando fu pubblicata e tutt’altro che

universo senza luce

invecchiata, come capita ad altre opere di fantascienza più legate a presunti sviluppi tecnologici mai avvenuti o superati dalla stessa realtà. Qui l’interrogativo sull’importanza dei sensi rimane invece sempre attuale e suggestivo. Come sempre attuale rimane il quesito su come sia il mondo visto con sensi che non abbiamo e non conosciamo. Nasce, per esempio, in me anche il quesito se potrebbero esistere sensi in grado di percepire il multiverso?

Universo senza luce” è anche uno splendido esempio di creazione di mondi immaginari, altra cosa che apprezzo grandemente in qualsiasi autore.

MISTERI, CODICI E ANTICHE RUNE

Il 28 giugno si presenta ad Altopascio l'ultimo thriller di Carlo ...
Carlo Legaluppi

Carlo Legaluppi (1957), oltre a essere uno scrittore membro di un’associazione letteraria grossetana “Letteratura e dintorni”,  gemellata con il GSF – Gruppo Scrittori Firenze di cui faccio parte, è anche un collega, essendo stato, prima della pensione, un dirigente centrale della mia stessa banca, il semi-millennario Monte dei Paschi di Siena.

Il suo romanzo “La ottava croce celtica” (2016) è un thriller ambientato tra Italia e Irlanda, con richiami ai duri anni della guerra civile e degli attentati di quest’isola, che si snoda intorno a omicidi e misteri legati a simboli runici, codici crittografati connessi con un “complotto omicida di vastissime proporzioni” (pag. 71) “la cui prossima realizzazione causerà molte vittime innocenti e sconvolgerà gli equilibri democratici e il vivere pacifico di tante nazioni” (pag. 71). I protagonisti cercano dunque di “fermare la congrega di pazzi assassini che sta per realizzare un piano dai contorni apocalittici” (pag.72), ma ugualmente assisteremo a una “catena di morti violente che sta insanguinando gli Stati Uniti e l’Italia” (pag. 154).

Un complotto internazionale in cui “Nulla è come sembra”, come recita il

La ottava croce celtica - Alter Ego Edizioni

sottotitolo, e in cui le religioni vengono usate “come paravento per giustificare i delitti più efferati commessi dall’umanità” (pag. 169) e il terrorismo, di qualunque matrice viene utilizzato dalle “componenti più retrive e conservatrici del Paese” (pag. 109) per suscitare “un’ondata di sdegno emotivo e di panico nell’opinione pubblica che porterà, nel giro di pochi giorni, all’abolizione delle libertà fondamentali” (pag. 109).

Se “La ottava croce celtica” (scritto proprio così, senza apostrofo) è soprattutto un romanzo di avventura, di indagine e di tensione, la presenza di questo messaggio lo rende anche strumento per metterci in guardia dalla complessità di certi complotti volti a disinformare l’opinione pubblica e canalizzare le emozioni collettive in modo da favorire determinate parti politiche che, proprio perché usano simili mezzi violenti e segreti, sono quelle da cui stare maggiormente attenti.

Il romanzo, articolato, documentato e coinvolgente, ha già avuto due seguiti usciti nel 2017 e 2019.

CHIAROVEGGENZA E PREVEGGENZA

maila4 ritaglio – ALA Libri
Maila Meini

Dopo aver letto “A cavallo del tempo” e “Il sentiero delle foglie cadute” di Maila Meini, autrice del GSF, leggo ora il romanzo ESP “Strani ospiti in solaio” (A.l.a. Libri, 2019).

Seguiamo la protagonista, di nome Malena, attraverso tutta la sua vita, dal 1958 a oggi, scoprendo le strane coincidenze, che sempre più frequenti, sembrano dimostrare che è dotata di poteri ESP di chiaroveggenza e preveggenza.

Interessante la digressione sull’origine e l’evoluzione del nome Malena, che a me, peraltro, aveva quasi fatto pensare a un mezzo anagramma del nome dell’autrice. Dopo aver letto “A cavallo del tempo”, mi è capitato di incontrare Maila Meini a una fiera del libro e lei e Barbara Carraresi mi convinsero ad associarmi al GSF. Da allora ci siamo frequentati in varie occasioni. Non posso dire di conoscerla a fondo, ma in questa Malena mi è parso di rivedere molto di Maila. Non per nulla ogni capitolo è completato de una poesia che ne riprende i temi e le atmosfere e che riporta una data corrispondete al periodo dei fatti narrati, come se la Meini le avesse scritte nel corso della vita poi avesse adattato il romanzo a queste.

Sentire a distanza che qualcuno sta morendo, immaginare i voti degli esami universitari prima di uscire di casa, riconoscere la malattia non diagnosticata nelle persone incontrate, prevedere incidenti mortali, provocare malattie in persone odiate sono alcune delle sensazioni che

Strani ospiti in solaio - Maila Meini - Libro - Mondadori Store

guidano Malena attraverso la vita. Poteri ESP? Difficile dirlo. Certo non sono poche le strane coincidenze per pensare solo al caso. Certo sono tutte occasioni per “incursioni nel mondo interiore degli altri” (pag. 238).

Il romanzo, come già gli altri due che avevo letto è una sorta di biografia della protagonista dall’infanzia alla maturità avanzata, approccio narrativo che l’autrice pare prediligere, così come la ricchezza di riferimenti che paiono autobiografici.

Il volume è anche occasione per lasciare un messaggio ecologista che non posso non condividere. Anzi, vi ho colto persino lo stesso spirito del mio “Apocalissi fiorentine” là dove scrive “Certo, nel piccolo spazio in cui viviamo abitualmente è difficile cogliere i sintomi della malattia  gravissima  che minaccia la nostra esistenza. Se ci limitiamo a gettare attorno a no uno sgardo distratto ci pare che nulla cambi da un giorno all’altro”: occorre far capire che non è vero che “Qui da noi non succede!” (pag. 231) e occorre riportare nelle nostre città le sensibilità  verso problemi di “crescita demografica”, “dell’effetto serra, del buco dell’ozono, delle piogge acide, dell’inquinamento sonoro, del fatto che le nostre risorse non sono rinnovabili all’infinito” (pag.232).

Seguire la vita di Malena coinvolge e fa scorrere veloce la lettura, caratterizzata da una scrittura lineare, ordinata e piana, che ritroviamo sia nella parte in prosa, sia nelle poesie, caratterizzate da spontaneità  e immediatezza.

PSICOTICI ILLUSI

Elias Canetti - Wikipedia
Elias Canetti

In questi ultimi tempi mi è capitato di leggere alcuni autori austriaci, che non si può dire dipingano il loro Paese e i propri connazionali nel migliore dei modi possibili. Il primo fu Peter Handke, letto in occasione della sua vittoria del Premio Nobel, che mi rese una visione piuttosto piatta e grigia ne “Il grande evento” o alquanto fredda in “La montagna di sale”.

Sono poi approdato a “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek (altro Nobel), un romanzo che parla dei difficili rapporti nella famiglia di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Ingredienti esplosivi che deflagheranno in un finale di estrema crudeltà. Una storia di apparente vita quotidiana, se non fosse malata da prevaricazioni, istinti incestuosi, desideri di rivalsa, invidie, debolezze, che vede al centro le difficoltà dell’adolescenza in un ambiente tutt’altro che protetto.

Come se non bastasse, per puro caso, ho letto “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard, in cui il protagonista manifesta tutto il proprio disprezzo per l’Austria, cui contrappone nientemeno Roma (e mi pare tutto dire!). Un’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista. Dei personaggi meschini, incapaci di veri rapporti umani.

Ho appena concluso la lettura di “Auto da fé” (1935), primo libro e unico romanzo di Elias Canetti (Ruse, 25 luglio 1905 – Zurigo, 14 agosto 1994),

Elias Canetti = AUTO DA FÉ Ed. Garzanti

bulgaro ebreo di origini spagnole, naturalizzato britannico, cresciuto parlando ladino e passato poi alla lingua tedesca, vissuto in Austria, Germania Gran Bretagna e Francia, morto in Svizzera e con un cognome italiano. Un altro premio nobel. “Auto da fé” è ambientato a Vienna tra il 1921 e il 1927. I suoi personaggi sono stereotipi umani che potrebbero appartenere a qualunque nazione, essere austriaci, come italiani, inglesi o russi, ma il fatto che siano proprio austriaci, alla luce delle precedenti letture, mi fa riflettere sulla salute sociale, morale e mentale di questo Paese.

Sono tutti personaggi egocentrici, illusi, egoisti, arroganti e che vivono quel che gli accade rielaborandolo nella propria testa a modo loro, quasi stravolgendo il cartesiano “cogito, ergo sum” in uno psicotico “se lo penso, è vero”.

C’è un professoruncolo che studia a tutto spiano e si considera il più grande sinologo del mondo, un nano gobbo mantenuto da una moglie prostituta che si crede di poter divenire il campione mondiale di scacchi o di imparare una lingua in un giorno, la domestica che sposa il professore spiantato sperando di ereditarne una fortuna immaginaria, il portiere ex-poliziotto che schiavizza la figlia, tenendola segregata in casa per farsi aiutare a fare la posta a mendicanti e venditori ambulanti, il fratello del sinologo, un arrogante ginecologo divenuto psichiatra, che tratta i pazienti “come se fossero persone”.

Ciascuno immagina che gli altri facciano e pensino cose che non fanno e non pensano per nulla e si sente al centro del mondo, come se ogni cosa ruotasse attorno a lui. Ne nascono equivoci a non finire, che la totale cecità mentale nata dall’illusione e dalla supponenza fa protrarre all’infinito. Ecco la domestica-moglie che redige un falso testamento del marito, intestandosi un patrimonio favoloso che quello spiantato non ha davvero e questo lo trova credendo che lei stia per ereditare un’enorme cifra da qualcun altro. Ecco il professore che crede di aver lasciato morire la moglie chiusa in casa, mentre questa lo accusa di averla derubata, creando una serie di equivoci e una gran confusione in chi indaga. Ecco il nano che cerca di truffare il professore e già si immagina ricco e famoso, arrivare in America accolto da una folla festante. Eccolo ancora illudersi che basti un vestito di buona foggia a non farlo sembrare lo storpio che è. Misantropi e, ancor più, misogini, come solo gli egocentrici possono davvero essere.

Personaggi tutti molto vividi, che si imprimono nella memoria e appaiono affascinanti per quanto sono surreali e grotteschi. Purtroppo, Canetti gioca troppo a lungo con loro e il romanzo si protrae così tanto da farci stufare di questa rappresentazione, trasformando quelli che nella prima metà del romanzo parevano personaggi esemplari, in macchiette esagerate nella seconda parte, non perché cambi il registro o il modo di raffigurarli, ma proprio perché non muta e, come si suole dire, “il troppo stroppia”. Il grottesco per essere efficace deve essere veloce e pungente. Quando diventa ossessivo, forse crea un’atmosfera angosciante, ma certo rende una lettura partita come assai piacevole, altra cosa.

Il pensiero di Canetti forse traspare maggiormente nel personaggio del ginecologo-psichiatra che “senza volerlo, trattava le signore come se ne fosse innamorato”: “pazzi diventano coloro che pensano sempre e soltanto a se stessi. La demenza è una punizione per l’eccessivo egoismo. Per questo nelle cliniche si raduna la peggior canaglia del paese.” È questa, in fondo la psicosi dei personaggi di Canetti.

Georges Kein asseconda la follia egocentrica dei propri pazienti: “A un re si rivolgeva ossequiosamente con l’appellativo di Vostra Maestà, davanti a un dio cadeva in ginocchio e giungeva le mani. Così le più eminenti personalità s’abbassavano fino a lui e lo mettevano a parte delle loro questioni personali.” E nel contempo considera tutti pazzi, arrivando a rinchiudere la moglie “nella sua clinica come egoista inguaribile”. I personaggi di questo romanzo, in quanto egoisti, vi andrebbero rinchiusi tutti. In quanti dovrebbero far loro compagnia?

LA CURA DI TAMAGOTCHI EVOLUTI

Amazon.it: Il ciclo di vita degli oggetti software - Chiang, Ted ...Ricordate il Tamagotchi, il gioco elettronico portatile inventato nel 1996 da Aki Maita e Akihiro Yokoi?

Come ricorda wikipedia:

L’obiettivo del gioco è quello di prendersi cura sin dalla nascita di una specie aliena chiamata Tamagotchi e dargli il necessario per farlo crescere ed essere suo amico, inoltre bisogna farlo vivere il più a lungo possibile e curarlo in caso di malattia”.

Il ciclo di vita degli oggetti software” (The Lifecycle of Software Objects) è un romanzo di fantascienza di Ted Chiang del 2011 che sembrerebbe prendere spunto da tale gioco, sebbene non lo nomini mai. Ovviamente ci sono nel mondo dei giochi anche altri riferimenti a piattaforme in cui sviluppare personaggi come, per esempio, Second Life, cui probabilmente l’autore pensava, anche perché, come in Second Life, le sue creature si muovono in veri e propri ambienti, mentre il Tamagotchi si limitava ad interagire con il proprietario.

Sebbene dal nome orientale, Ted Chiang (Port Jefferson, 1967) è uno scrittore statunitense.

Ted Chiang - Wikipedia

Ted Chiang

Sebbene di solito la fantascienza che si occupa di informatica non mi attragga molto, forse perché è, paradossalmente, nel contempo, troppo irreale e troppo vicina a noi. Irreale quando descrive mondi virtuali privi delle logiche fisiche e sociali, troppo vicina a noi, perché tutti i giorni abbiamo a che fare con i computer e questo li priva di ogni mistero e poesia. Peraltro, il cyberpunk ha inventato cyberspazi e metaversi difficili da ignorare in letteratura e nel cinema dai tempi di Philip K. Dick (quale genere del fantastico non ha iniziato?) e, ovviamente William Gibson.

Va detto, però, che il romanzo di Ted Chiang, con questi “digienti”, le sue creature virtuali, che cercano di crearsi una personalità e persino uno status giuridico, e con i loro addestratori, che ci si affezionano come a degli animali o a dei bambini, riesce a essere coinvolgente e suggestivo. Interessante è il loro passaggio in corpi robotici e la scoperta di un nuovo ambiente, quello fisico, che, persino attraverso i loro sensi elettronici, ha una diversa consistenza rispetto a quello meno dettagliato delle piattaforme digitali. Quasi altrettanto suggestivo il tema del superamento e della morte delle vecchie piattaforme in cui si muovevano i “digienti” e il tentativo di adattarli a nuovi habitat digitali o quello di utilizzarli come lavoratori o oggetti sessuali e la riflessione se sia meglio addestrarli, facendo loro acquisire esperienze o programmarli già esperti.

Un futuro che in gran parte è già presente.Tamagotchi: il pocket pet ritorna dopo una pausa di 21 anni ...

Dal punto di vista narrativo il rapporto tra i “digienti” e gli addestratori contribuisce a creare personaggi e trama adeguati.

Forse non una pietra miliare della fantascienza o del cyberpunk, ma certo una lettura piacevole e non priva di spunti di una certa originalità.

VEDERE LA FINE E IL NUOVO INIZIO DEL COSMO

Anderson Poul

Poul Anderson

Che cosa c’è di più classico in fantascienza di una nave interstellare che viaggia verso un nuovo pianeta da colonizzare? Se per giunta ci si aggiunge una bella e articolata teoria su come effettuare l’attraversata a una velocità superiore a quella della luce e una sana dose di ottimismo americano, allora è chiaro che siamo in un romanzo di hard sci-fi del periodo d’oro. Il libro con queste caratteristiche che ho appena letto è “Tau zero” il romanzo pubblicato nel 1970 e tratto da un racconto del 1967 del celeberrimo e quanto mai prolifico autore americano di origini scandinave Poul Anderson (Bristol, 25 novembre 1926 – Orinda, 31 luglio 2001). Come gli altri grandi autori di quell’epoca ha una solida formazione scientifica, essendo laureato in fisica, e solo un fisico avrebbe potuto scrivere un simile libro, in cui il tema centrale è che cosa accade in quest’astronave a seguito di un guasto che le impedisce di fermarsi e la porta ad accelerare sempre più fino a farle attraversare l’intero universo e con esso il tempo: gli astronauti assisteranno alla fine della sua espansione, a una sua nuova contrazione e, infine, a un nuovo ciclo espansivo.

Amazon.it: Tau Zéro - Anderson, Poul, Brèque, Jean-Daniel - Libri ...

La trama quindi alterna la visione dell’attraversamento della galassia e poi dell’intero cosmo con le reazioni dei cinquanta passeggeri nel constatare, a causa della relatività del tempo a bordo della nave che scorre diversamente per via dell’alta velocità, che mentre per loro passano solo mesi o giorni, sulla Terra prima tutti coloro che hanno conosciuto sono invecchiati e morti, poi l’intera umanità si è estinta e, infine, l’universo conosciuto si è perso nel finale big crash.

 

Altrettanto tipica è l’industriosità dei personaggi che si adoperano per adattarsi alla situazione così come il finale utopistico.

Fa sempre piacere della sana fantascienza canonica come questa, ma oggi questo genere deve affrontare nuove strade.

L’AUSTRIA VISTA DA ROMA

Sublime e orrido del mondo svelati da Bernhard | LuciaLibri

Thomas Bernhard

Sono arrivato a leggere “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989), per caso. Cercavo qualche romanzo che parlasse della Sesta Estinzione di Massa (se ne conoscete segnalatemeli).

Mi è parso subito chiaro che “Estinzione” non avesse nulla a che fare con quanto cercavo, ma mi ha incuriosito lo stesso.

Thomas Bernhard è un importante autore austriaco ed “Estinzione” racconta di un gentiluomo austriaco che vive a Roma. Sebbene io sia nato a Roma e sia di lontane origini austriache, questo non mi ha fatto particolarmente immedesimare nel protagonista, anche se alcuni luoghi romani da lui citati sono in zone in cui ho vissuto e questa aria da nobiltà decaduta non mi è nuova.

Estinzione” è quasi un atto d’accusa contro il modo di vivere austriaco, visto in contrapposizione con quello romano (parla sempre di Roma, piuttosto che d’Italia), che il protagonista sembra preferire di gran lunga.

Forse, Franz-Josef Murau più che prendersela con l’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista, se la prende con quel piccolo feudo di proprietà della sua famiglia, Wolfsegg, luogo simbolico al punto da poter sembrare immaginario, anche se una simile località esiste davvero in alta Austria.

Il romanzo si caratterizza stilisticamente per un uso ossessivo delle ripetizioni di parole, di espressioni e di concetti.

Wolfsegg Castle and the Hole: Ghosts of Germany - Amy's Crypt

Wolfsegg

Come autore mi capita spesso di revisionare o di farmi revisionare dei testi, miei o altrui. Gli editor tendono spesso a evidenziare ogni minima ripetizione, invitando l’autore a eliminarla. Scrive, per esempio, Sergio Calamandrei: “Ho sviluppato una vera e propria idiosincrasia per le ripetizioni”. Se Bernhard fosse un autore minore e magari autoprodotto, si sarebbe potuto dire che questo lavoro di editing sia mancato al testo e in modo clamoroso. Credo che potrebbe essere agevolmente ridotto a un terzo o forse un quinto della sua lunghezza senza perdere nulla nella sostanza, nei contenuti, nei pensieri e nelle sensazioni che si vogliono esprimere. Bernhard è però poeta, narratore e drammaturgo di fama e questo non è certo il caso. Perché dunque si ripete? Io credo che abbia voluto rendere il flusso dei pensieri: quando pensiamo, certe idee e certe parole si muovono ostinatamente nella nostra testa, come il ritornello di una canzone, e non riusciamo a liberarcene. Inoltre, credo che un uso simile delle ripetizioni “scolpisca” i personaggi, i nomi, le idee nella testa del lettore, assai più del razionale “non ripetersi”. Del resto, anche la letteratura antica, penso ai classici greci, per esempio, o addirittura alla Bibbia, sono una ripetizione continua. Il mio quesito è dunque questo: se un autore vuole scrivere un testo che abbia una sua consistenza e non sia solo un esercizio scolastico, dovrebbe davvero evitare espressioni come “Già in passato avrei potuto portare Gambetti a Wolfsegg, pensai, ma a ragion veduta me ne ero sempre astenuto, sebbene molto spesso mi fossi detto che andare a Wolfsegg con Gambetti avrebbe potuto essere utile, oltre che per me, anche per Gambetti stesso. Con una verifica in prima persona da parte di Gambetti, i miei racconti su Wolfsegg acquisterebbero ai suoi occhi un’autenticità che nulla, altrimenti, potrebbe loro conferire. Conosco Gambetti ormai da quindici anni e non l’ho portato a Wolfsegg neppure una volta, pensai” di cui “Estinzione” è pieno in ogni pagina (questa l’ho scelta a caso)? Si noti il ripetersi dei nomi Gambetti e Wolfsegg, senza il ricorso a pronomi, perifrasi o sinonimi.

Oppure si veda qui come ricorrono il termine “fiducia”, presente anche nel paragrafo successivo, e “deluso”: “Mio fratello aveva sempre accordato subito a tutti la sua fiducia, e poi si era sempre sentito ferito quando la sua fiducia, in quasi tutti i casi, era stata delusa, io al contrario non ho quasi mai accordato subito a qualcuno la mia fiducia e di conseguenza raramente sono stato deluso nella mia fiducia.

 

Estinzione” è occasione per molte riflessioni sui rapporti familiari (qui descritti come tutt’altro che facili), l’arte e la cultura in genere, la società, l’Austria, Roma, la Chiesa, la filosofia, la caccia, la politica e molto altro ancora.

Eccolo dunque Franz-Josef Murau esprimere l’odio per la fotografia, che descrive un mondo deformato e perverso (“Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco”), per la caccia (“Fra tutte le passioni odiose, la caccia la odiava con la massima profondità”), la disapprovazione per la mania per l’arte antica, come ostentazione di cultura, l’impossibilità di comprendere la natura senza capire l’arte (“Quelli che sostengono di vedere la natura, ma non hanno una concezione dell’arte, vedono la natura solo superficialmente e mai in maniera ideale, ossia in tutta la sua infinita grandiosità”), preferendo gli artisti vivi a quelli morti, la vacuità di disporre di tante librerie senza leggere (come facevano i suoi parenti), il disprezzo verso i titoli accademici (“Quanto più imponente suona il titolo, tanto più grande è l’imbecille che lo porta”), la differenza tra l’ozio della gente comune e quella degli intellettuali (“Per l’uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile”), il suo disprezzo per insegnanti e giudici (“Gli insegnanti e i giudici sono i più meschini servi dello Stato”).

L’attacco contro la meschinità è quanto mai ricorrente. Oltre a caratterizzare docenti e magistrati, riguarda l’intera Austria (“non perdo occasione per attribuire agli austriaci meschini e abietti sentimenti cattolico-nazionalsocialisti”) e, in particolare, la sua stessa famiglia.

nuvole-3Amara è l’immagine dell’Austria che emerge da questo libro: “è già una menzogna perversa parlare dell’Austria, ancora oggi, come di un bel paese, in verità è da tempo ormai soltanto un paese distrutto, deliberatamente devastato e sfigurato, diventato vittima di perfidi affari, dove ormai, in effetti, la cosa più difficile è trovare un angolo intatto. È una menzogna dire che questo paese è un bel paese, perché in verità è un paese ucciso.” Vedendo questo Paese devastato dalla mancanza di cultura, non posso non pensare a un’altra mia recente lettura, “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek, opera austrica contemporanea a “Estinzione”, che parla dei difficili rapporti nella famiglia austriaca di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Due mondi diversi, ma due facce della stessa Austria cattolico-nazionalsocialista. Non ama, però neanche gli pseudo-socialisti che sono succeduti ai nazionalsocialisti.

Dell’Austria e della Germania non risparmia certo la letteratura:

Siamo dinanzi a una letteratura piccolo borghese da funzionari, quando siamo dinanzi alla letteratura tedesca, anche i grandi esempi di questa letteratura tedesca non sono null’altro, Gambetti, Thomas Mann, lo stesso Musil, dissi, che fra tutti questi produttori di letteratura da funzionari metto ancora al primo posto. Ma anche Musil non ha scritto altro che una pietosa letteratura da funzionari.”

L’impiegato Kafka, ho detto a Gambetti, è stato il solo a non produrre una letteratura da funzionari e impiegati, bensì una grande letteratura, cosa che non si può certo affermare di tutti i cosiddetti grandi scrittori tedeschi di questo secolo, a meno di non volersi allineare ai milioni di chiacchieroni da pagine culturali”.

Non risparmia neppure Goethe:

Nell’insieme, ho detto a Gambetti, l’opera goethiana è l’orticello di periferia di un filisteo della filosofia. In nulla Goethe è arrivato alle vette, dissi, in tutto non è mai andato oltre la mediocrità. Non è il più grande lirico, non è il più grande prosatore, ho detto a Gambetti, e le sue opere teatrali, paragonate per esempio alle opere di Shakespeare, sono come un bassotto spelacchiato dei sobborghi di Francoforte di fronte a un colossale cane da pascolo alpino svizzero. Faust, avevo detto a Gambetti, che megalomania!”

Quanto ai filosofi, prova per loro attrazione e repulsione.

 

Se con il suo Paese non ci va leggero, anche nei confronti della Chiesa cattolica, non mostra alcuna simpatia:

La Chiesa cattolica fa tanti danni nelle giovani teste”.

Milioni, e infine miliardi di persone debbono alla Chiesa cattolica il fatto di essere state distrutte alle radici e rese inservibili per il mondo, il fatto che la loro natura è stata trasformata in contronatura. La Chiesa cattolica ha sulla coscienza l’uomo distrutto, restituito al caos, in definitiva infelice fino al midollo, questa è la verità, non il contrario. Perché la Chiesa cattolica tollera solo l’uomo cattolico, nessun altro, questo è il suo intento e il suo fine perenne. La Chiesa cattolica trasforma gli uomini in cattolici, in individui ottusi che hanno dimenticato il pensiero autonomo e l’hanno tradito per la religione cattolica.

Il vescovo Spadolini, amante della madre, è oggetto di ammirazione per l’arte teatrale dei suoi discorsi ma, nel contempo, di grande disprezzo.

 

Se il protagonista disprezza la cultura morta, vede nell’esagerazione i massimi livelli dell’arte.

Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile”.

Ho educato a tal punto la mia arte dell’esagerazione che a buon diritto posso definirmi il più grande artista dell’esagerazione che io conosca.

L’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io”.

I grandi maestri nel superamento dell’esistenza sono sempre grandi artisti dell’esagerazione”.

Il pittore che non esagera è un cattivo pittore, il musicista che non esagera è un cattivo musicista, dissi a Gambetti, così come lo scrittore che non esagera è un cattivo scrittore, ma può anche accadere che la vera arte dell’esagerazione consista nel minimizzare tutto, allora dobbiamo dire, costui esagera la minimizzazione ed in tal modo fa della minimizzazione esagerata la sua arte dell’esagerazione, Gambetti. Il segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti”.

Forse, questo concetto di esagerazione spiega anche l’esagerato uso delle ripetizioni in questo romanzo.

La trama si dipana attorno all’arrivo di un telegramma che annuncia al protagonista che i suoi genitori e il fratello maggiore sono morti in un incidente d’auto. Franz-Josef Murau deve, dunque, lasciare Roma e tornare nell’odiata Wolfsegg. Riesamina, dunque, il carattere dei suoi familiari e i loro rapporti.

Il protagonista sente “il dovere di procedere a una spietata osservazione di Wolfsegg e di render conto di quella spietata osservazione.” In tale resoconto si propone di “mostrare i miei così come sono, anche se allora saranno sulla carta solo come io li ho visti e come io li vedo”. Per tale resoconto ha scelto “il titolo Estinzione, perché il mio resoconto è lì solo per estinguere ciò che in esso viene descritto, per estinguere tutto ciò che intendo con Wolfsegg, e tutto ciò che Wolfsegg è, tutto”.

Ecco, quindi, questi genitori che vanno a teatro per dovere sociale, perché “vivono la loro vita in abbonamento, e tutti i giorni entrano nella loro vita come a teatro, a vedere una commedia orrenda, e non si vergognano”.

I miei, dopo aver terminato il liceo, il cosiddetto classico, non si sono più adoperati per raggiungere nulla e sono Estinzione | Thomas Bernhard - Adelphi Edizionirimasti fermi per tutta la vita su quelle posizioni in effetti del tutto insoddisfacenti. Ma è disgustoso questo atteggiamento di chi ritiene non più necessario l’arricchimento dello spirito, superfluo l’ampliamento delle proprie conoscenze, qualunque esse siano, tempo sprecato l’ulteriore e continua formazione del carattere.”

Eccoli, dopo la fine della Guerra, ospitare e nascondere nella dependance decaduta detta Villa dei Bambini i nazisti. Ecco l’odio per i cacciatori della tenuta che vede come nazisti, in contrapposizione ai giardinieri, visti come esempio di persone semplici, verso cui va la sua simpatia.

Le sorelle sono trattate dai genitori narcisisti non come persone ma come bambole da vestire.

Il suo proposito di restaurare la Villa dei Bambini, appare come il proposito di restaurare l’infanzia, ma è solo un’idea passeggera, perché il suo vero istinto è di estinguere quei luoghi.

Tutto lo disturba, persino il cinguettio degli uccelli pare un ostacolo allo spirito.

Una simile dirompente carica di esagerato disprezzo non può che confluire nell’Estinzione di quel mondo.

ROMANCE AVVENTUROSO TRA LE SABBIE

Caterina Perrone | La legenda di Carlo Menzinger

Caterina Perrone con Lo sguardo e il riso

Danza nel deserto” (Dicembre 2018) è il sequel del romanzo di Caterina PerroneLo sguardo e il riso” (2017), entrambi editi da Porto Seguro, la più vivace delle case editrici fiorentine e non solo.

Peraltro, “Danza nel deserto” si legge in maniera del tutto autonoma rispetto al primo volume, con cui condivide i protagonisti Viola e Matteo, ma se ne “Lo sguardo e il riso” avevamo una storia d’amore ambientata in un non-tempo passato e in un non-luogo che ricordava l’Italia medievale ma con il sapore dei borghi fantasy, come ne scrissi leggendolo, in “Danza nel deserto” siamo invece in un vicino oriente più moderno forse non fortemente connotato, ma che è comunque un luogo fisico e temporale assai più preciso. Rimane il tema forte dei profumi, ma qui non è più così centrale. Il primo volume era soprattutto storia d’amore, questo secondo è un romance d’amore, con passioni non corrisposte o difficili, ma anche di avventura, assai più denso di eventi, con viaggi, rapimenti, ricatti, inganni, travestimenti, assalti. Forse dipende dal mio occhio, ora più allenato alla scrittura dai tratti poetici della Perrone, ma questo seguito mi è parso più maturo e intenso.

Sempre belli e ricchi di particolari i disegni in bianco e nero che accompagnano numerosi entrambe le storie, opereDanza nel deserto - Porto Seguro Editore del marito della Perrone, Gianni Mannocci, spesso caratterizzati dal moltiplicarsi di piccole presenze di contorno. Abbiamo così, per esempio, l’immagine di cammelli che si abbeverano a una pozza e sullo sfondo una donna orientale che porta una brocca d’acqua e un suricato in primo piano, oppure un vecchio che legge seduto in terra contro un’elaborata parete in maiolica e davanti a lui una pila di libri, colombe in volo e un piccolo topo o ancora un veliero che naviga tra gabbiani e delfini.

Caterina Perrone è ora membro del GSF – Gruppo Scrittori Firenze.

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