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IL RITO E IL RITORNO DI PERSEFONE

Risultati immagini per brumby BertolaniÈ passato poco più di un anno da quando lessi “Mariotta, la quarta bambina” di Nadia Bertolani, una delle migliori letture del 2017 (e quell’anno avevo letto oltre cinquanta libri) ed ecco che ho di nuovo tra le mani un volume di questa autrice.

Si tratta di “Brumby”, il suo terzo romanzo (come recita la quarta di copertina; “Mariotta, la quarta bambina” penso fosse il quarto). Ha anche un sottotitolo: “L’orizzonte degli eventi”.

Mariotta, la quarta bambina” mi aveva emozionato forse perché ci ritrovavo, conditi e presentati diversamente, alcuni degli ingredienti dei miei ultimi romanzi. Così non è stato subito con “Brumby” anche se qui, come nel mio “Via da Sparta” si parla di Grecia, moderna e talora antica. Nel mio romanzo si immagina un mondo che abbia annullato la cultura ateniese, in “Brumby” si parla dei riti misterici eleusini, ma Eleusi non è Atene e neppure Sparta. A volte parliamo di cultura greca, ma questa era tutt’altra che unitaria. Come oggi parlare di cultura europea, senza dividere francesi da russi o portoghesi o polacchi. Andando avanti, però, si notano affinità che a una lettura superficiale potevano sfuggire, come quando la Bertolani scrive “Tutto questo spreco d’acqua per un po’ di merda”: davvero una visione “spartana”!

Ma non vorrei confondere le idee a chi legge. “Brumby” non è un libro sull’antica Grecia. È una storia moderna di incontri e conoscenze, solo che i personaggi sembrano venire dritti da Eleusi. Persino i nomi sono un chiaro richiamo al mito di Persefone, rapita alla madre Demetra dal Dio degli Inferi Ade. E le grotte in cui si perdono i bambini paiono le porte del suo regno.

Brumby è un ragazzo in fuga dalla famiglia. Forse non è il solo in fuga:

tutti quelli che si mettono in viaggio lo fanno perché hanno un fantasma davanti a sé e allora lo inseguono con pervicacia, oppure ce l’hanno dietro alle spalle e con la stessa ostinazione lo vogliono dimenticare”.

Questo è un viaggio nel mediterraneo, tra Grecia e Spagna.

«Io amo la Spagna» le dissi «ma non il suo senso della morte. E odio l’occidente. È qui che il sole viene a morire.»

Ma non è solo un viaggiare fisico tra luoghi, perché come dice un personaggio:

«Io torno in Grecia: voi a ovest, là dove tutto muore e io a est, dove tutto ha origine”.

 

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Nadia Bertolani e Massimo Beccarelli (Foto Agitati) presentano Brumby

Brumby non è neppure il vero nome del protagonista Tazio (ovvero “figlio di uomo anziano”), ma un suo mascheramento, un altro suo modo di fuggire. Lo troviamo assieme a una ragazza giapponese di cui gli importa poco ma di cui non riesce a liberarsi. La definisce con vari abbinamenti alla parola “girl”, tipo “ridicola-girl”, “svitata-girl”, “stupid-girl”, “nippo-girl” e così via.

Lei non lo molla ma capisce che potrà ricavare poco da lui. Gli dice:

«Vuoi una ragazza e sei senza amore».

Incontra, però, un’altra giovane, Ombretta, che si fa chiamare anche Core e Persefone, come la protagonista del mito. Anche sua madre dichiara «Non mi chiamo solo Gaia».

Quale segreto nascondono? Sarà il caso di indagare?

Quando si scava non importa se lo si faccia per seppellire o riportare alla luce, è sempre un’azione violenta e sacrilega”.

Eppure “a volte si riesce a strappare qualcuno alla terra, anche se per poco tempo”.

C’è poi Remedio che dipinge ma, mente lo fa, deve andare spesso in bagno, “come se per riuscire a disegnare dovesse prima svuotare completamente gli intestini”. “Quasi che il peso della materia impedisse qualsiasi attività creativa”.

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Persefone

Anche Dora ha uno strano, difficile rapporto con la materia e il corpo anche se “solo il corpo testimonia la presenza viva di qualcuno” eppure le vien detto “tu disprezzi tutti i corpi”.

Interessante la riflessione sui corpi infantili che “solo per il fatto di esistere esprimono” a differenza di quelli degli adulti. Sarà la conquista della parola a togliere espressività ai corpi?

Sarà per questo che è facile amare i bambini, perché “l’amore non ha niente a che fare con le parole”?

C’è un altro corpo che ha un ruolo importante: il cadavere del poeta Garcia Lorca, la cui ricerca pare quasi quella di un Santo Graal.

Tutta questa pesantezza corporea appare in contrasto con la leggerezza di una fuga spirituale verso un mondo ultraterreno.

Insomma, “Brumby” non è un romanzo né semplice, né banale. È storia, soprattutto, di ricerca, anzi di ricerche, storia di rapporti, familiari più che amorosi, storia di misteri e Misteri.

PRESENTAZIONE SECONDA EDIZIONE DE “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il 28 Settembre 2017 è stato pubblicato da Porto Seguro Editore il primo volume della saga VIA DA SPARTA, IL SOGNO DEL RAGNO.

Domani, sabato 9 Marzo 2019 uscirà la seconda edizione, con un corpo note aggiornato, alcune piccole correzioni e una nuova copertina realizzata da Lucrezia Neri, in sostituzione a quella realizzata da Angelo Condello.

Quale preferite, la prima (verde) o la seconda (nera)?

Il volume sarà presentato per la prima volta durante il Porto Seguro Show, che questa volta si terrà presso il Kome Sushi di via De Neci 41 R, a partire dalle ore 17,30 (IL SOGNO DEL RAGNO dovrebbe essere tra i primi volumi presentati).

Nel frattempo a Ottobre 2018 è uscito anche il secondo volume della saga, IL REGNO DEL RAGNO e presto vedremo anche il terzo  e ultimo volume della saga che racconta la fuga di una schiava e della sua padrona e amante attraverso il mondo ucronico e distopico di Sparta, LA FIGLIA DEL RAGNO.

I volumi sono in vendita in tutte le principali librerie on-line, ma domani sarà possibile avere copie autografate dall’autore, che fornirà anche le ultimissime coie super-scontate della prima edizione.

 

Non mancate! Vi aspetto al KOME SUSHI, Via De Benci 41 R (FIRENZE), sabato 9 Marzo 2019 ore 17,30.

Risultati immagini per amazon logoQuali libri più adatti di questi per riflettere in occasione della Festa della donna?

VIA DA SPARTA descrive un mondo feroce e maschilista in cui le donne, però, hanno un forte potere.

VIA DA SPARTA racconta la fuga di una giovane schiava che, violentata in strada per l’ennesima volta, incinta, fugge per non essere uccisa per la “colpa” di aspettare un figlio.

Mimosa e Via da Sparta

LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

CACCIA AL TESORO ETRUSCO

L'isola del muflone azzurroGianni Marucelli è stato tra i fondatori, nel 1974, dell’Associazione Pro Natura Firenze, di cui è ora presidente, oltre a ricoprire cariche direttive a livello nazionale nella Federazione Nazionale Pro Natura. Questa sua vocazione naturalista e di amante del territorio traspare fortemente nelle pagine del suo ultimo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti Editrice, gennaio 2019), ambientato in un’isola del Tirreno, mai nominata, ma chiaramente riconoscibile come Capraia.

Quel che si nota subito leggendo è la grande precisione e il lavoro di ricerca meticolosa dell’autore, che traspare anche in un lessico non privo di termini non troppo consueti, sia di ambito naturalistico (magnanine, sterpazzole, elicriso, corbezzolo, trachite, gariga, marangoni, stenelle, tursiopi, verdesche, berte, lentisco, lombardelle, cengia, sardonica), sia legati alla cultura etrusca (Fufluns, Vegoia, Tagete, Rasenna – nome usato da questo popolo per indicare se stessi- , lituo, lauchme, lucumone, lasa, tebenno), sia di altro genere (mezzomarinaio, alla cappa, ardiglione, gamella, onòchoe, gassa d’amante, sfignomanometro, idroclorotiazide). Non mancano neppure altri termini stranieri, latini, in particolare.

 

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Gianni Marucelli

Accanto a una trama principale che vede un archeologo (detto Indiana Jones e che affronta quasi avventure degne di questo personaggio) alla ricerca di un antico tesoro sapienzale etrusco sull’isola, si affiancano altre vicende, strettamente legate e connesse alla prima, da quella, di duemilatrecento anni prima, che narra proprio del tesoro che Edoardo Finis sta cercando, ad altre contemporanee come un minaccioso terremoto in arrivo, un paio di persone scomparse e cercate da tutta la comunità isolana, un prete lefebvriano impazzito e pericolosamente armato, una bambina intelligente ma che non riesce a parlare, un muflone stranamente legato a questa bambina, un’immancabile storia d’amore, una spia russa in pensione (ma non troppo), omicidi e tentativi di assassinio e persino, come in certi gialli, un anatomo-patologo. Tutte storie e personaggi che si congiungeranno nel grandioso finale, in cui gli elementi naturali interverranno più volte a mutare o arrestare le azioni umane, forse con un tocco di magia, che, parlando di antichi dei, non può certo mancare, come non mancano strani sogni, a volte rivelatori (“Quel che accadde dopo, non seppe mai se fu sogno o viaggio dell’anima”), allucinazioni e sorprendenti guarigioni come a volerci dire che anche in questo XXI secolo la natura è ancora più forte di noi, come lo era ai tempi degli etruschi e va rispettata, se non temuta.

Del resto come, verso il finale la madre dice alla bambina “Tutto, proprio tutto, cambia, ma, in fondo, quello che c’è di importante rimane lo stesso”.

E, parrebbe, anche che le anime antiche degli etruschi, continuino a vivere nei corpi delle persone e delle creature dell’isola.

 

Il romanzo parte piano, direi “al passo”, mostrandoci i personaggi nella loro quotidianità, poi prende il “trotto” e nel finale si lancia in un “galoppo” quasi sfrenato, trascinando con sé il lettore in una corsa e in una lettura che più si va avanti, più coinvolge.

La trama s’infittisce ma alla fine quasi tutto si svela. Anche se alcuni segreti sono destinati a restare tali, perché il popolo etrusco non potrà purtroppo, mai essere conosciuto a pieno, essendo la sua storia stata cancellata dal tempo e, soprattutto, dalle dominazioni e dalle culture successive. Qualcosa di loro, però, tramite i romani, il cristianesimo e altro, è ancora in noi.

E, poi l’autore si chiede, questi etruschi, erano davvero solo in Toscana e nelle regioni limitrofe o erano legati alla storia di popoli ben più lontani?

Come Edoardo Finis, il nostro Indiana Jones, “ha imparato che la realtà è molto più complessa di quanto sembri, e che ne fanno parte dimensioni che, in genere, si tende a ignorare” (pag. 120), così il lettore percepisce che la nostra comprensione del cosmo forse non sia completa.

Peraltro, forse, potremmo imparare da “popoli che interagivano con l’ambiente naturale traendone il sostentamento senza violarne l’integrità, genti che erano perfettamente consce di essere una cosa sola con la terra” (pag. 121).

Ed ecco che, nel romanzo, anche il suono di un violino pare unirsi alla magia della natura, a simboleggiare il nostro esserne parte:

Parve a molti che l’archetto moltiplicasse i suoni, si accordasse al lieve fruscio delle eriche mosse dal vento, si unisse misteriosamente ai profumi della macchia”.

 

Gianni Marucelli nel 1995 ha pubblicato per RCS-Sansoni il romanzo “La leggenda del frate, del falco, della dama e del cavaliere”. In seguito ha pubblicato racconti e poesie con Liberodiscrivere Edizioni di Genova, editore con cui anche io ho pubblicato varie opere in passato.

La copertina riproduce un dipinto di Alberto Pestelli.

Venerdì 1 Marzo alle ore 16, avrò il piacere di presentare “L’isola del muflone azzurro” presso il Centro Anziani di Firenze in via Luna 16. Parteciperà anche un’esperta guida ambientale che parlerà, con l’ausilio di alcune foto, dell’isola di Capraia.

 

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ER PAPA A ZAGAROLO!

Roma senza papa - Guido Morselli - ebookRoma senza papa” è un romanzo ucronico del 1966 (ma pubblicato nel 1974) scritto da Guido Morselli. È, dunque, di poco successivo a quella che forse è l’ucronia più nota, “La svastica sul sole” (1962) di Philip K. Dick, ma antecedente a gran parte della produzione letteraria di questo genere. Si tratta, direi, di un importante esempio di ucronia italiana (sia per ambientazione, sia per autore).

Va detto, però, che l’aspetto narrativo è qui alquanto sacrificato a favore di numerose (ma interessanti) riflessioni teologiche, filosofiche e sociali. Nella sostanza è un libro dalla trama povera e con ben poca azione, per non dire componenti avventurose.

L’idea ucronica è che il Papa si sia trasferito dal Vaticano nei palazzi lateranensi e poi da lì in una cittadina a una trentina di chilometri da Roma, che per varie pagine non si riesce bene a identificare. Si scopre poi, verso la fine, che si tratta nientemeno che di Zagarolo! L’autore stesso nota quanto questa scelta del pontefice irlandese (assunto al soglio di Pietro con il nome di Giovanni XXIV alla morte di Paolo VI) possa apparire incongrua e offensiva ai romani.

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Guido Morselli

Ricordo che quando, da ragazzino (vivevo a Roma), si doveva dire di un posto triste e squallido si citava Zagarolo, pur non avendo la minima idea di come e dove fosse questa cittadina laziale. Dire “e che sei de’ Zagarolo” equivaleva a dare del “burino” al nostro interlocutore. Nel contempo sembrava un posto “lontano”, nonostante il suo essere a pochi chilometri.

Un papa a Zagarolo appare dunque come un’incongruenza allo sguardo dei romani.

Morselli ci racconta di come Roma viva questa sua “vedovanza” dal pontificato, per quanto la “fuga” papale non appaia certo un’Avignone (si prospetta però un possibile papato “vagante”, che magari, incredibile dictu, potrebbe persino spostarsi fuori del Lazio!).

Roma senza papa” ci mostra una Chiesa cambiata non solo logisticamente. Il celibato dei preti è stato ammesso. Il papa ha una fidanzata buddista e Carolyn Kennedy, secondo i tabloid, gli fa il filo! Il protagonista è un prete svizzero (cattolico) sposato.

Nel trasloco dal Vaticano ci sono anche pulsioni verso un maggior ascetismo (o più concretamente l’esigenza di avere una dimora meno costosa).

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Giovanni XXIII

Il volume è occasione per riflettere sull’anima (l’hanno solo gli uomini o anche le donne e gli animali? – c’è chi vorrebbe negarla alle prime e chi concederla ai secondi), sull’operato dei papi precedenti (Giovanni XXIII e Paolo VI), sul futuro del papato e della Chiesa, sul “carattere” di Dio (non è prete e neppure frate, si dice), su, sull’infallibilità papale, sulla possibilità di avere un papato a tempo (con papi più giovani), sulla verginità di Maria (nonostante abbia avuto molti figli oltre Gesù), sulla sofferenza degli animali anche prima del peccato originale (non è con esso che nasce la sofferenza?), sulle ripercussioni economiche del trasferimento su Roma e Zagarolo, sui rapporti con i partiti politici.

Ritroviamo un papato più spirituale, eppure che non rinuncia alle proprie prerogative temporali, al punto da dire la sua nella ripartizione della Luna tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Ogni tanto compare qualche personaggio famoso, in ruoli nuovi, come Fanfani presidente della Repubblica Italiana.

Casualmente anche nel racconto che ho letto subito prima di questo (“Piano divino” dell’italiano Kremo), s’immagina un papa di nome Giovanni XXIV (Morselli disquisisce anche sul perché della scelta di questo nome), eppure di papi da allora ne abbiamo avuti più d’uno ma nessuno ha preso questo nome! Entrambe le opere si potrebbero definire, oltre che ucronie, fantareligione. In questo caso, non si varia l’oggetto della religione ma il suo culto. Certo non si raggiunge la fantasia creatrice di Dan Simmons, che nei suoi “Canti di Hyperion” arriva a immaginare una Galassia dominata dalla Chiesa Cattolica. In “Roma senza papa” ritroviamo un papato più spirituale, eppure che non rinuncia alle proprie prerogative temporali, al punto da dire la sua nella ripartizione della Luna tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Siamo negli anni ’90, direi alla fine del millennio, ma non abbiamo date precise.

Roma senza papa” ha forse tra i suoi precedenti illustri l’ucronia-distopica del 1907 “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, che racconta di un mondo futuro (siamo nel duemila) governato da tre grandi potenze a carattere socialista e massonico, in cui i cattolici, ai margini della società, vengono sottoposti a persecuzione. La città di Roma ha ottenuto l’indipendenza dall’Italia ed è retta dal Papa. Nei quartieri interni vicino al Vaticano è suddivisa in quattro aree in base all’origine geografica della popolazione e ai loro gusti in termini di fruizione del cattolicesimo (l’area latina, per esempio, ha chiese barocche, mentre l’area germanica ha chiese di gusto gotico).

La fantascienza ha trattato in varie occasioni il papato. Ricorderei qui, oltre ai notevolissimi e già citati “Canti di Hyperion”:

  • “Buone notizie dal Vaticano” (1979) di Robert Silveberg, sull’elezione di un robot con il nome di Sisto VII;
  • “Il papa definitivo” (1981) di Clifford Simak, in cui il papa è un super-computer.
  • “L’uomo venuto dal Kremlino nei panni di Pietro” (1963) di Morris West, che immagina un papa russo;
  • “Il dilemma di Benedetto XVI” (1978) di Herbie Brennan, che parla di una sordida storia in Vaticano;
  • Un cantico per Leibowitz” (1959) di Walter M. Miller Jr., che immagina una Chiesa sopravvissuta a una sorta di apocalisse.

 

Guido Morselli (Bologna, 15 agosto 1912 – Gavirate, 31 luglio 1973) ha scritto anche il romanzo ucronico “Contro-passato prossimo” (1975), nel quale immagina che la prima guerra mondiale sia stata vinta dagli imperi centrali. Come “Roma senza papa” e tutti gli altri scritti di questo autore, fu pubblicato postumo, in quanto in vita le sue opere furono sempre respinte dagli editori, cosa che lo portò al suicidio.

 

UN PLANETOIDE DI SPAZZATURA VIVENTE

Pulphagus ®: fango dei cieliGli italiani non leggono e non scrivono fantascienza? Avete mai sentito questa frase in forma in affermazione? Io sì. Penso sia vero che gli italiani leggano poco in genere, non solo fantascienza, ma forse leggono più di quanto si creda semplicemente perché i libri non li comprano ma li scaricano in rete o se li fanno prestare. Come in tutta l’economia nazionale, anche qui c’è tanto sommerso.

Quanto a non scrivere o non saper scrivere fantascienza, credo sia un altro mito da sfatare. A parte il sottoscritto, che qualcosa di fantascienza ha scritto (per non parlare dell’ucronia che è un genere affine), mi è capitato anche di recente di leggere buona fantascienza italiana. Penso per esempio a Donato Altomare. Ora poi ho appena finito di leggere un insolito romanzo di Lukha B. Kremo, che altri non è che Gianluca Cremoni Baroncini (Livorno, 20/06/1970). Si tratta di “Pulphagus® Fango dei cieli” con cui Kremo ha vinto nel 2016 il Premio Urania e nel 2018 il Premio Vegetti (per il quale quest’anno è in finale il mio IL REGNO DEL RAGNO). Come autore ha pubblicato molte opere di fantascienza o fantastiche in genere e ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

I suoi esordi sono con il romanzo “Il grande tritacarne” che è definito alla Delany (proprio l’autore di quel “Dhalgren” che così poco mi è piaciuto).

Non sarà molto, ma Kremo mi pare decisamente un allievo superiore al “maestro”, perché il suo “Pulphagus® Fango dei cieli” è un’opera decisamente più concreta, originale e fantascientifica di “Dhalgren”.

Immagina soprattutto due cose: che un pianetoide sia inserito in orbita subalunare e trasformato in discarica per la Terra® e che, in un folle sviluppo del consumismo, molte parole siano registrate e il loro uso ne comporti il pagamento.

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Lukha Kremo

A queste due idee aggiunge che questo planetoide, denominato Erewhon (come nel romanzo di Samuel Butler) ma noto come Pulphagus dal nome della ditta che lo sfrutta, non sia un freddo sasso simile a una seconda Luna (ricordo qui “Dhalgren”), ma un piccolo mondo vivente, in cui, nutrendosi degli scarti dell’umanità si sviluppa una strana forma di vita che permea l’intero planetoide, con lunghi peli, sacche di muco, pustole. Non solo. Questo mondo semivivente comincia a fagocitare gli stessi esseri umani che vi lavorano come in una sorta di inferno. La gente scompare, poi si scopre che si trasforma in una sorta di zombie, sessualmente attivi, che violentano le donne oltre a mangiare tutto quel che si muove. Vi ci si muove una simpatica banda di ragazzi alla Stephen King, vestita con tute logore da lavoro dei genitori e che si fingono supereroi.

La lettura in Text-to-Speech appare non proprio agevole per il continuo ripetersi di ®, # e © che accompagnano molte parole, anche se, immagino, la maggior fatica debba essere per i personaggi, che per evitare le parole “care”, sono costretti a parlare usando parolacce. Un pianeta fogna si rivela così tale anche nel linguaggio.

Più che a “Dhalgren” leggendo mi vengono in mente ben più nobili esempi di pianeti viventi, quali “Solaris” di Lem e “Nemesis” di Asimov.

Il volume è completato oltre che da una postfazione sull’autore e da un breve saggio sul regista Stanley Kubric, anche dai lunghi racconti “Lo sguardo di Pulphagus” e “Piano divino”. Nel primo uno dei personaggi del romanzo sperimenta un sistema per impiantare la propria mente nel corpo di una bella ragazza. Nel secondo si sviluppa quest’idea.

In “Piano divino”, entrando in un’altra dimensione “accartocciata” gli scienziati riescono a prelevare le menti di personaggi famosi nel momento in cui stanno morendo, reimpiantandole nei corpi di gente qualunque in coma. Vengono così, ucronicamente, risvegliati Napoleone, Giulio Cesare, Garibaldi e altri. Appare, poi, inevitabile far rivivere anche Cristo. Gesù torna così in vita nel nostro tempo e critica il mondo, la Chiesa e l’applicazione della sua parola. Lo uccidono quasi subito, ma viene ripescato di nuovo e impiantato nella mente del nuovo papa, che subito rivoluziona la Chiesa, per essere ancora una volta ucciso in fretta. Gesù si risveglia nel suo tempo e rivela alle tre Marie dove è stato in quei tre giorni e anche che ha lasciato al papa che succederà alla sua ultima reincarnazione un messaggio in cui racconta del proprio omicidio.

Anche con questo romanzo breve, Kremo dimostra una buona dose di originalità, mescolando fantascienza e ucronia e trattando un tema che in pochi autori di fantascienza affrontano: la Chiesa cattolica. E in questo mi viene da accostarlo al grande Dan Simmons e ai suoi romanzi “I Canti di Hyperion”.

Questo volume non sarà forse un capolavoro assoluto, ma se la fantascienza italiana è questa, direi che è vitale e di sicuro Kremo è uno che di fantascienza ne deve aver letta parecchia.

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