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IL CROLLO DELLA GALASSIA VATICANA

Risultati immagini per il risveglio di endymionEccomi al quarto capitolo della saga “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una delle opere più complesse, articolate e affascinanti della fantascienza di fine millennio.

Il risveglio di Endymion” (1997) è il seguito di “Endymion” (1995), con cui costituisce quasi un mini-ciclo, avendo per protagonisti Raul Endymion ed Aenea, assenti nei primi due volumi, e l’ultimo della quadrilogia, cui si possono, in realtà aggiungere anche il romanzo “Gli orfani di Helix” (1999, pubblicato nell’antologia “Universi lontani” curata da Silverberg) e un paio di racconti (“Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”, entrambi nell’antologia “Prayers to Broken Stones”, il primo, però, ha lo stesso nome dell’ultimo racconto di “Hyperion” e mi chiedo se non siano la stessa cosa). Ho letto la quadrilogia ma non questi altri testi.

I primi due volumi (“Hyperion” – 1989 – e “La caduta di Hyperion” – 1990) sono ambientati alcuni secoli prima degli ultimi due, ma le due coppie sono strettamente connesse e in “Il risveglio di Endymion” non solo ritroviamo molti dei personaggi di “Hyperion” e la disunità di questa prima opera completa il suo annullarsi in una storia unitaria, ma molti dei misteri che avevamo incontrato nelle centinaia di pagine precedenti, qui si chiariscono, nel bene e nel male, perché i misteri sono spesso il motore delle storie e la loro soluzione può sempre deludere qualcuno. Mi ha deluso? Direi di no, anche se forse avrei preferito lasciarmi cullare ancora dalla magia del mistero. Il finale è arrivato così come lo immaginavo e aspettavo ormai da centinaia di pagine prima e ho potuto osservare Raul Endymion nelle ultime pagine con la sufficienza supponente del lettore onnisciente che già immagina gli eventi futuri.

 

Se “Endymion” ci trasporta in una galassia diversa da quella dominata dall’Egemonia e dal Tecno Nucleo che abbiamo conosciuto con “Hyperion”, ovvero in una galassia dominata da un Papa che risorge a ogni morte, dalla Chiesa Cattolica e dal suo braccio armato, la Pax, “Il risveglio di Endymion” ci spiega meglio questa rinascita della Chiesa Cattolica e i segreti del suo potere, ma ci porta anche attraverso mondi dominati da altre fedi e, in particolare, ci fa ritrovare la protagonista Aenea, ormai non più bambina, circondata da una comunità buddista, creando così l’occasione per un raffronto anche teologico-filosofico tra cristianesimo e buddismo.

Il ciclo si conferma uno dei più brillanti esempi di fantareligione, con la sua capacità di esplorare sviluppi futuri delle fedi che dominano oggi il nostro pianeta, trasposte in una galassia composta di numerosi mondi diversi.

Se il nuovo sacramento della Resurrezione ha reso potente la Chiesa e il suo braccio secolare, la Pax, come abbiamo già appreso nel precedente volume, qui scopriamo una nuova filosofia che parte dal concetto di Amore inteso come forza fisica, con le sue leggi, e lo estende a qualcosa che viene definito il Vuoto che Lega, che è il senso di tutte le fedi e superstizioni. Tramite il Vuoto che Lega, Aenea spiega persino la resurrezione originale, quella di Cristo. Scopriremo, infine, dal millenario Martin Sileno, che il Vuoto che Lega è la Sfera Dati dell’Universo. Sileno spiegherà tramite il Vuoto che lega anche l’attività degli scrittori: “È questo, ragazzo, ciò che fanno gli scrittori, gli artisti, i creatori. Ascoltano il Vuoto e cercano di udire i pensieri dei morti. Sentire il loro dolore. Il dolore dei vivi, anche. Trovare una musa è solo il modo di un artista o di un sant’uomo per mettere un piede nella porta principale del Vuoto che lega”. Il Vuoto che Lega è anche alla base del Teletrasporto.

 

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Dan Simmons

I Canti di Hyperion”, nonostante l’insolito ruolo centrale della religione, sono però anche una grande space opera, con viaggi e battaglie spaziali e vera fantascienza, con il tentativo di immaginare  vari sistemi per muoversi da una stella all’altra, dai Portali, alle navi Hawkings, agli Astrotel, al Tempo Veloce, con la descrizione di mondi incredibili come il gigante gassoso su cui finisce Endymion e dove è possibile vivere (o sopravvivere) negli strati più altri dell’atmosfera o come i mondi ramificati degli Ouster, mondi spesso popolati da creature frutto di una fervida fantasia razionale. A volte attraversando questi strani pianeti sembra quasi di essere in una moderna versione de “I viaggi di Gulliver”, altre volte si pensa ai Cicli asimoviani, sia per la prevalenza di esseri umani su mondi lontani, sia per il rapporto/ conflitto tra intelligenza umana e artificiale, sia, infine, per la presenza di esseri umani provenienti da una Terra dimenticata in Asimov e scomparsa in Simmons.

Gioca, Simmons, a creare nuovi mondi, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a immaginare diverse forme di intelligenza, a riflettere sull’uomo e la sua natura e il suo rapporto con il soprannaturale e la filosofia.

A volte certe descrizioni storiche o geografiche possono prolungarsi un po’, ma subito l’autore sa riprendersi e scaglia il lettore in nuove avventure dal ritmo mozzafiato, scontri, arrampicate, voli, scalate, nuotate negli ambienti più insoliti e spesso ostili, in una sfida continua non solo alla morte, ma alle leggi fisiche e logiche, pur ricercando (e trovando) sempre un filo conduttore, come solo un maestro della scrittura può fare.

Sebbene siano passati secoli dagli eventi del primo romanzo, gli effetti distorsivi dei viaggi spaziali, i viaggi nel tempo, la memoria, i trattamenti anti-invecchiamento, i flash-back ci fanno ritrovare personaggi dei romanzi precedenti in un rimescolio di eventi e vite da capogiro.

Avventure, rapporti umani, tecnologie diverse, creature immaginarie ma razionalmente spiegate, mistero, ambientazioni originali, si mescolano con una ricchezza di contenuti sconosciuta alla maggior parte delle opere letterarie.

Risultati immagini per AeneaSe di norma un romanzo di fantascienza si accontenta di immaginare un sistema per viaggiare nello spazio, qui, come detto, ne troviamo numerosi diversi e alternativi, basati su differenti principi. Se di norma la fantascienza si limita a immaginare il conflitto con una razza aliena o un’intelligenza tecnologica, qui abbiamo lo scontro tra gli umani che mantengono il loro DNA originale e modificano l’ambiente (lo terraformano) e quelli (gli Ouster) che preferiscono adattarsi all’ambiente, arrivando persino a colonizzare gli spazi interplanetari, adattando il proprio genoma, ma abbiamo anche un conflitto con un’entità tecnologica onnipresente ed estesa quale il Tecno Nucleo, abbiamo la presenza di androidi, ciborg e cibridi e altre forme di intelligenza artificiale non necessariamente legate al Tecno Nucleo, abbiamo i Crucimorfi, parassiti prodotti dal Tecno Nucleo per controllare l’umanità, trasformandola in una sorta di riserva di memoria, abbiamo, in questo quarto volume, la comparsa di creature aliene originali, abbiamo il conflitto tra la Pax e le altre religioni, che questa cerca di spazzar via mediante crociate al limite del genocidio (anche se le popolazioni non cattoliche vengono addormentate e sfruttate come banchi di memoria dal Tecno Nucleo, alleato-padrone della Pax). Abbiamo Osservatori alieni dai grandi poteri, che potrebbero aver ispirato quelli della serie TV “Fringe” (2008-2013) ideata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci. L’androide A. Bettik, peraltro, sembra la versione meno attiva del robot asimoviano R. Daneel Olivaw (“Fondazione e Terra”) per i rispettivi ruoli nelle sorti della Galassia.

Sembrerebbe che persino un’opera cinematografica di grande impatto come “Matrix” (film di Larry e Andy Wachowski del 1999), possa essere debitrice di Simmons per questi umani addormentati e collegati a delle macchine intelligenti, così come per il moto in Tempo Veloce dello Shrike, di Nemes e dei suoi tre cloni.

Ad arricchire ulteriormente quest’opera già fin troppo ricca c’è il messaggio di Colei Che insegna, Aenea, che lei stessa riassume con due parole “Scegli ancora” e che proveremo a semplificare dicendo che nessuna scelta deve mai essere definitiva, che tutto deve sempre essere rimesso in discussione, cosa che Simmons fa continuamente anche all’interno di questo ciclo, dove appena ti pare di essere alla risoluzione di un’avventura o di un problema, subito ci regala uno sviluppo o un’alternativa inattesa. Aenea conosce il futuro, ma come un sogno, come un ricordo di qualcosa che dovrebbe avvenire, che potrebbe avvenire, ma il futuro è solo un’ipotesi e può sempre cambiare. Il futuro sembra scritto, sembra segnato dal Destino, eppure non lo è, può prendere diverse strade, per effetto di questo libero arbitrio (“Scegli ancora”). I personaggi attraversano lo spazio a distanza astronomiche, ma anche il tempo, in avanti e indietro, in modi e con mezzi sempre diversi, dalla Rachel che ridiventa bambina e che qui ritroviamo adulta, ma diversa dalla Moneta che era diventata, allo Shrike, che viene dal futuro e ci torna quando vuole e altera il ritmo del tempo attorno a se, alle capsule di criofuga, che congelano lo scorrere degli anni per i protagonisti, alle tecniche antinvecchiamento.

Endymion” si apriva con le parole “Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.”

Il terzo volume del Ciclo, in effetti, non dà queste risposte. A farlo, ci pensa, invece, “Il risveglio di Endymion”.

 

In conclusione, “I Canti di Hyperion” si confermano con questo quarto volume, come una delle più grandiose, ricche e creative opere di fantascienza e della letteratura di fine XX secolo. “Il risveglio di Endymion” è parte ineliminabile di tale Saga e contribuisce alla quadratura del cerchio, o se meglio preferite alla “chiusura del Ciclo”, fornendo le spiegazioni e gli sviluppi di tutto ciò che i precedenti tre libri avevano lasciato aperto.

In questo, però, forse, Dan Simmons si dimostra meno innovativo che in molti altri aspetti della sua narrativa: questo è un altro punto in cui sembra seguire la scuola di Isaac Asimov, che spesso scriveva fantascienza come se stesse scrivendo un giallo. Nell’opera del grande autore della Si-Fi classica abbondano, infatti, le spiegazioni, al limite del pedante, di ogni evento e mistero.

Risultati immagini per galassiaSimmons sa essere molto più leggero di quello che mi pare si possa considerare il suo maestro, e, soprattutto, evita il difetto di inserire le spiegazioni in dialoghi-monologhi tra i protagonisti. Anche lui, però, non sa resistere alla tentazione di fornire una spiegazione. Purtroppo, molto spesso si sente commentare “questo libro / film lascia troppi temi aperti / domande aperte”. E allora? Dico io: e allora?

La letteratura deve porci le domande, deve darci la magia del mistero. Le risposte le deve dare il lettore, dentro di sé, ogni lettore a modo suo. Le risposte scientifiche e tecniche ai quesiti della fantascienza le dovranno dare la scienza e la tecnologia. Non è compito degli autori.

Per carità, Asimov e Simmons sono dei maestri nel dare risposte e svelare misteri, ma non è questo che vogliamo da loro.

Dateci il mistero e lasciateci crogiolare e fantasticare in esso. Lasciateci cercare, magari per il resto dei nostri miseri giorni, la soluzione ai vostri dilemmi. “Essere o non essere?” si chiedeva l’Amleto shakespeariano. Qual è la risposta? Non è molto più importante la domanda?

Le domande possono essere grandiose, le risposte possono essere banali.

Come insegna ironicamente Douglas in “Guida galattica per gli autostoppisti”, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, finalmente trovata da un supercomputer chiamato Pensiero Profondo, dopo un’elaborazione durata sette milioni e mezzo di anni, è “42”.

Anche le risposte più geniali, in letteratura, rischiano di non essere all’altezza delle domande.

AMORE, AMICIZIA, MISTERO E MORTE A FIRENZE

Risultati immagini per simona merlo sessantuno chiodiIn occasione della recente fiera del libro di Firenze (Firenze Libro Aperto), ho partecipato ad alcune presentazioni e acquistato qualche libro. Giuseppe Previti, attento lettore e commentatore di gialli che ho il piacere di conoscere era presente presso uno stand in cui venivano presentati un paio di volumi, “Il gioco dei nomi” di Luigi Bicchi e “Sessantuno chiodi” di Simona Merlo. Ci siamo dunque seduti ad ascoltare.

Come più volte ho avuto modo di dire, non sono un amante del giallo, categoria cui appartengono entrambe le opere, ma la presentazione di “Sessantuno chiodi” mi ha incuriosito, così ho aggiunto il volume, impreziosito dall’autografo dell’autrice, alla mia “spesa” in Fiera.

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Simona Merlo

Simona Merlo, giornalista e scrittrice, nasce a Palermo, ma vive a Firenze, dove ha ambientato la sua storia. Già, dunque, l’ambientazione m’incuriosiva, essendo anch’io un neo-fiorentino. Si tratta, in effetti, di un giallo, con tanto di morta e indagine, ma l’aspetto dei rapporti umani tra i protagonisti è importante. Lo stile, che forse risente dell’esperienza professionale di chi scrive per i giornali, è asciutto, con frasi brevi e capitoli corti se non cortissimi. Non c’è però concitazione nella narrazione, che si sviluppa con i suoi tempi, senza correre verso l’epilogo, in un’opera comunque certo non lunga. L’impressione alla fine è che si voglia indagare assai più le amicizie e gli amori di questo gruppo di persone che condivide un appartamento, piuttosto che arrovellarsi nella ricerca dell’omicida, sempre che di omicidio si tratti e il lettore si lascia portare in mezzo a questi coinquilini, divenendo quasi uno di loro.Nessun testo alternativo automatico disponibile.

 

QUALCOSA È CAMBIATO IN INSOLITO & FANTASTICO

Risultati immagini per IF UtopiaL’interessante rivista “IF –Insolito & Fantastico” è arrivato, con il numero dedicato alla “UTOPIA” al numero 20, che già sarebbe un bel traguardo da festeggiare, ma questo numero rappresenta anche per un altro motivo un momento importante per la storia di questa rivista nata nel Settembre 2009 e con cui ho collaborato sin dal numero 3. Da questa pubblicazione di dicembre 2016 è cambiato l’editore, che non è più Tabula Fati (Solfanelli), ma Odoya (Meridiano Zero). Altra cosa che si nota subito è la periodicità che da quadrimestrale è già da un po’ diventata semestrale, anche se mi pare che questo sia stato formalizzato solo ora.

La rivista continua a essere diretta dall’ottimo Carlo Bordoni, ma per la prima volta vedo indicati in copertina, in luogo, come in passato, dei nomi dei principali collaboratori, quelli dei due curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella, da sempre tra gli autori più attivi della rivista.

Questa mantiene il suo taglio monografico, ovvero ogni uscita tratta uno specifico tema. Per il numero 20, come già scritto, si tratta della “UTOPIA”.

All’inizio la rivista prevedeva la presenza di una sessione dedicata alla pubblicazione di racconti (tra cui ci sono stati anche alcuni miei lavori), poi questa parte fu soppressa, mantenendo solo il taglio saggistico. In un secondo momento riapparvero i racconti, con la pubblicazione anche dei vincitori di specifici concorsi promossi dalla rivista stessa. Nella nuova versione della rivista siamo tornati al taglio privo di racconti (tolta una mezza paginetta finale).

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Carlo Bordoni, il direttore della rivista IF Insolito & Fantastico

Non so se sia dovuto al nuovo editore, ai nuovi curatori o semplicemente al tema del numero, ma la sensazione che ho avuto leggendo “UTOPIA” è che sia anche un po’ cambiata l’impostazione degli articoli. Non saprei bene spiegare in che modo, ma mi sono parsi, per così dire, più “scientifici” o comunque con un approccio che sembra ricercare una maggior accuratezza critico-letteraria. Questo senza nulla togliere a tutti gli articoli delle uscite precedenti, sempre professionali e interessanti, ma è come se ci sia una qualche volontà di accentuare questo taglio. Peraltro, sul numero 20 compare anche il mio articolo “Asimov e le utopie a scadenza”, ma non ho avuto alcuna indicazione da nessuno su un diverso approccio o stile da seguire, dunque queste forse sono solo sensazioni personali.

Infine, va segnalato anche il cambio, seppure ridotto, della veste grafica. In ogni caso si conserva il formato “a libro”.

 

UTOPIA” si apre con l’Editoriale che annuncia il nuovo corso, spiega la scelta del tema, ricorrendo i 500 anni dalla pubblicazione omonima di Thomas More e fa sapere che ora la rivista è divisa in due parti, una monografica a tema e una generalista con articoli di attualità, rubriche e recensioni. La parte monografica rimane, come in passato, quella prevalente e caratterizzante.

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Giuseppe Panella

Segue l’Introduzione dei due curatori “Ritorno all’utopia”.

Giustamente il primo articolo, di Alessandro Scarsella ci parla dell’opera di Tommaso Moro (“Il Moro di Venezia: una traduzione tardiva”) e delle sue prime versioni italiane.

Il curatore Giuseppe Panella, assieme a Susanna Becherini in “Utopia come pedagogia della perfezione umana” ci parlano della motivazione formativa e politica delle utopie, dell’uso di queste narrazioni per indicare un percorso umano e, soprattutto, sociale da intraprendere.

Singolare l’aspetto esaminato da “Brevi appunti sull’utopia sessuale dal XVI al XVIII secolo” di Bruno Vitiello, che affronta il tema della sessualità nelle utopie di quell’epoca.

Il direttore della rivista, Carlo Bordoni ne “Il ritorno del turco meccanico” coniuga passato, presente e futuro in una riflessione sull’utopia tecnologica e sul suo opposto, la paura della macchina, la paura che la macchina possa rubare il lavoro all’uomo.

Riporta la riflessione di Marcuse su cosa potrà fare l’uomo del proprio tempo liberato dal lavoro della macchina, su come il capitalismo potrebbe essere messo in forse dall’aumento del tempo libero e dalla progressiva scomparsa dei lavoratori, essendo il lavoro fonte di controllo sociale. Se l’utopia di un mondo popolato di macchine sempre migliori e più autonome ci affascina, rimane il rischio che la loro produttività non si trasformi in ricchezza collettiva, ma sia fonte di reddito solo per pochi, creando ampissimi strati di diseredati e poveri in stato di miseria. Le attuali riflessioni sul reddito di cittadinanza ancora sembrano fantascientifiche, ma il sempre più veloce progredire dell’automazione, renderanno necessario farvi sopra considerazioni stringenti, giacché non basta migliorare la produttività dell’industria e dei servizi traducendola in esuberi. Sono quegli stessi lavoratori resi inutili e obsoleti, coloro che dovrebbero in primis beneficiare del progresso, mediante la percezione di redditi adeguati.

Alessandro Fambrini in “Kurd Lasswitz e la progettazione dell’utopia” ci parla del Jules Verne tedesco e in particolare del suo utopistico pianeta (“Su due pianeti” – “Auf zwei Planeten” del 1897), coevo della celebre “Guerra dei Mondi” di H.G. Wells, ma di approccio assai più positivista. La riflessione di Lasswitz è un invito alla moderazione, giacché mostra come il modello di mondo in cui tutto è corretto e prevedibile appaia altrettanto fallace di quello in cui nulla è determinato e ciascuno può ottenere tutto quello che vuole. Solo dall’unione dei due modelli nascerà l’equilibrio. Per il tedesco la soluzione non viene da Dio ma dalla tecnica. Chi trova la soluzione, quando gli viene chiesto chi sia risponde infatti “Io sono l’ingegnere”.

L’articolo dei curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella “Distruggere ed edificare, parole in libertà e calcestruzzo” sembra quasi voler Risultati immagini per Utopia Moroanticipare il tema del prossimo numero di IF “Futurismo”, raccontandoci delle attuazioni architettoniche del movimento novecentesco di Marinetti grazie alle nuove tecniche legate al cemento armato, di cui disegnano quasi una sorta di storia.

Segue quindi l’articolo del sottoscritto Carlo MenzingerAsimov e le utopie a scadenza”, con il quale faccio seguito a una mia totale rilettura di tutti i romanzi e racconti sulla storia futura asimoviana, riuniti, soprattutto, nei cicli tra loro collegati “Robot”, “Impero” e “Fondazione”. La mia riflessione concerne come l’ottimismo asimoviano vada mutando da un ciclo all’altro, mostrandoci una moltitudine di modelli utopici a volte paralleli, a volte alternativi tra loro.

Anche Silverio Zanobetti lascia qui un articolo sulla letteratura fantascientifica, analizzando l’opera di un altro grandissimo autore del genere in “La fantaeconomia di Robert Heinlein”. L’approccio particolarmente serio di questo numero emerge anche in questo articolo, con i riferimenti alle teorie economiche e filosofiche di Adam  Smith, Friedrick von Hayek, Robert Nozik e Jacques Lacan.

Il tema della tecnologia, già affrontato da Carlo Bordoni è ripreso e sviluppato da Domenico Gallo nel suo “Utopie tecnologiche e liberazione dal lavoro”, con riferimenti qui anche ai movimenti di liberazione dalla macchina, come i luddisti e affronta le riflessioni di Reynolds sul reddito di cittadinanza.

Giulia Iannuzzi ci introduce all’utopia energetica con il suo “Sognando il moto perpetuo” che affronta il tema della ricerca in fantascienza della fonte energetica ideale.

In “Le forme della città futura” Riccardo Gramantieri torna sul ruolo dell’architettura già affrontato nell’articolo precedente scritto assieme all’altro curatore. Qui si parla anche di arcologia. Quando si parla di arcologia si ragiona in merito a un enorme edificio sufficiente a mantenere un’ecologia interna e una densità abitativa estremamente alta. Il termine, parola macedonia formata dalle parole “architettura” ed “ecologia”, è stato coniato dall’architetto Paolo Soleri negli anni sessanta del Novecento. L’arcologia viene affrontata come utopia architettonica, ma non posso non pensare alle sue implicazioni per le grandi navi generazionali della fantascienza, quelle in grado di trasportare uomini, animali e piante per secoli attraverso lo spazio, di cui ho recentemente parlato commentando “Universo” di Robert Heinlein.

Risultati immagini per Utopia MoroAdele Tiengo, esperta degli scritti di Margaret Atwood, in “Sulle strade dell’Ustopia nel mondo di Maddaddam” parlandoci dell’opera di questa autrice, ci spiega come questa abbia coniato il termine “Ustopia” per indicare un’opera che sia al contempo utopia e distopia. Del resto queste ultime sono sempre troppo estreme per essere realistiche. Nel mondo reale (ma anche in narrativa) non dovrebbero esserci utopie senza elementi distopici e viceversa. Terrò presente il termine “ustopia” per definire il mio nuovo romanzo “Via da Sparta”, che è, soprattutto, ucronia, ma, in effetti, anche ustopia, dato che per descrivere un mondo del tutto nuovo, come ho tentato di fare, non si può che dipingerne al contempo aspetti negativi e positivi.

Valerio Vangelisti in “La nascita di Eymerich” ci racconta come la sua esperienza di ghost-writer per un testo sulla subpersonalità schizoide, lo abbia influenzato nel creare il suo inquisitore, pensando ai sintomi di tale malattia (timore di essere toccato, paura di aggressioni, aggressività latente, orrore degli insetti).

Maggie Gee, invece, intervistata da Domenico Gallo ci parla dei suoi romanzi eco-apocalittici “Il diluvio” e “Il pianeta di ghiaccio”.

Gianfranco De Turris (“Il risveglio della soap opera stellare”) critica duramente il VII episodio di Star Wars.

Walter Catalano cerca di farci scoprire un autore (“Lo strano caso di Thomas Ligotti”) che sembra voler sfuggire alle luci della ribalta e che considera interessante sebbene “così estremo e faticoso, così inattuale e del tutto refrattario a qualsiasi imbonimento nei confronti del pubblico”.

Maria Theresa Chialant ci parla, invece, di una distopia di chiara ispirazione orwelliana “2084 – Il potere dell’immortalità nella città del dolore” in cui Lerro Menotti illustra gli aspetti distopici di un mondo utopico in cui si sia trovata la chiave per l’immortalità e la cancellazione del dolore.

Walter Catalano, poi, ci accompagna del mondo degli sceneggiati di genere fantastico trasmessi dalla RAI, commentando il saggio “Fantasceneggiati – Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987)” opera di Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Riccardo Gramantieri completa il volume con un’analisi delle pubblicazioni di genere fantastico del 2015, lasciando la chiusura a un breve quadretto narrativo di Luigi Annibaldi (“Pagamenti in amore”).

Il prossimo appuntamento di IF sarà con il Futurismo.

 

L’APOCALISSE DEI BAMBINI SICILIANI

Risultati immagini per anna ammanniti romanzoAnna” è il settimo romanzo del cannibale Niccolò Ammanniti. La prima volta che sentii parlare di lui fu ai tempi dell’antologia “Gioventù cannibale” cui partecipò diventando forse il più noto di quel gruppo di autori definiti “Cannibali”.

Questo romanzo del 2015 è una storia ambientata in un mondo post-apocalittico. Rispetto a molte altre opere del genere, presenta due novità fondamentali: è ambientato in Sicilia e i sopravvissuti, nonché i protagonisti, sono dei bambini.

L’ipotesi è che l’umanità sia stata sterminata da un virus che si sviluppa solo negli adulti, per cui in Sicilia (e si immagina sia così anche nel resto del mondo) sono rimasti solo bambini, con i più grandi che hanno quattordici anni, perché appena diventano adulti la “rossa” (come chiamano il virus) li attacca e uccide.

Ammanniti ci racconta di una tredicenne, Anna, in viaggio con il suo fratellino piccolo, nella speranza di arrivare sul continente e trovare degli adulti che possano curarli. Come in un “Dead man walking” in miniatura dovranno affrontare bande e intere orde di bambini inselvatichiti, con l’aiuto di un “quaderno delle cose importanti” su cui la madre morente aveva scritto i suoi consigli di sopravvivenza per loro.

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Niccolò Ammanniti

I protagonisti sono bambini, ma non per questo sono privi di spessore. Hanno un loro passato, un loro carattere e loro sogni e sono capaci di grandi gesti di solidarietà.

Li accompagnerà, tra gli altri, anche uno strano cane, prima ferocissimo, poi amichevole.

Vedere tanti bambini marciare verso la rovina fa pensare anche a “La Crociata dei Bambini” del francese Marcel Schwob (1896). Il loro tentativo di organizzarsi rimanda, invece, a “Il signore delle mosche” del nobel Golding.

Forse, questa non è la migliore delle storie post-apocalittiche, debitrici del pionieristico “La peste scarlatta” (The Scarlet Plague, 1912) di Jack London, e non può reggere il confronto, per esempio, con altre storie di sopravvissuti solitari come “Io sono leggenda” di Matheson, “Sulla strada” di McCarthy o con il citato telefilm “Dead man walking”, ma di certo è meglio di “Memorie di una sopravvissuta” della nobel Doris Lessing e si può considerare uno dei migliori esempi di apocalissi italiane, genere non certo molto ben rappresentato nel Bel Paese.

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TEMPO E NON TEMPO

Risultati immagini per orologio liquido dalìIl concetto di tempo, probabilmente è qualcosa di innato in noi e in tutte le creature più evolute, basti pensare agli animali, come gli scoiattoli, che accumulano scorte per il futuro o, magari persino a quelli che si nutrono di più prima di andare in letargo. La percezione di un futuro in arrivo è propria di molti mammiferi. È vera coscienza o semplice istinto o, come si direbbe oggi, parte del patrimonio eugenetico? Difficile dirlo, ma credo che gli uomini preistorici debbano avere avuto qualche concetto di ieri e di domani, di passato e di futuro. Dovrà passare, però, moltissimo tempo prima che il tempo prenda forma “intellettuale” e, soprattutto, divenga una dimensione con cui misurare il mondo circostante.

Si arriverà, innanzitutto, a chiedersi quanto tempo ci voglia a realizzare qualcosa, a percorrere un dato spazio.

Si renderà necessario misurare innanzitutto il tempo, per poter così conoscere la velocità.

Ogni popolo ha creata diversi strumenti di misurazione in base alle proprie esigenze e alla propria percezione del tempo, quali clessidre, meridiane, orologi. Al giorno d’oggi diamo per scontata l’esigenza di dividerlo e misurarlo, di rispettare orari e appuntamenti, ma tutto ciò è solo una caratteristiche della nostra cultura europea e non qualcosa che sorge spontaneo in ogni uomo. La misurazione puntale del tempo è qualcosa che necessita di strumenti precisi e presuppone l’invenzione degli orologi o di altri analoghi strumenti di precisione.

Notiamo anzi, nella storia, numerosi esempi di repulsione, più o meno profonda, a ogni tentativo di irreggimentare il tempo. Del resto, proprio più riusciamo a imbrigliare il tempo, a incanalarlo in perfetti sistemi di misurazione, maggiormente ne diventiamo schiavi. Persino un personaggio di una commedia di Plauto si lamenta dell’introduzione della meridiana!

«Maledetto chi ha inventato l’orologio / e stramRisultati immagini per meridianaaledetto il primo che ha piazzato qui la meridiana! / M’ha fatto a pezzettini la giornata, me tapino. / Da ragazzo, la pancia era la sola meridiana, / la migliore, senza confronto, e la più esatta di tutte quante. / Quando dava il segnale quella, si poteva mangiare, se mai ce n’era: / adesso, anche quel che c’è non si mangia, se non garba al sole».

Se avesse visto gli orologi moderni, che avrebbe fatto!

Il tempo degli orologi a polvere, delle clessidre e delle meridiane era tempo meno preciso, più umano (nonostante le rimostranze del personaggio
plautino), in cui la misurazione riguardava singoli eventi. Gli orologi meccanici invece sono invasivi e misurano non solo il tempo del lavoro, ma anche quello del riposo, divengono oggetti da cui non ci liberiamo mai e ci tengono perennemente avvinti a loro. Gli orologi digitali ne accentuano l’azione non tanto per la loro precisione, ma per la loro onnipresenza, per il loro insinuarsi in altri dispositivi, dai computer, ai cellulari, ai cruscotti delle auto.

Il filosofo Zygmunt Bauman nel saggio “Modernità liquida” spiega come il concetto di tempo si sia separato da quello di spazio quando furono inventate macchine in grado di superare i limiti umani e naturali al movimento, quando forza muscolare, trazione animale, vento e acqua cessarono di essere i mezzi del moto.  In precedenza le distanze potevano essere espresse in giorni di cammino o, magari, di cavallo. Con la modernità, occorre distinguere il mezzo adoperato e questi sono in continua competizione tra loro e in evoluzione verso una tendenziale velocità infinita, che annulli lo spazio e ci renda ubiquitari. Ecco dunque Kant rimanere talmente colpito dalle scoperte dei fisici e astronomi del suo tempo come Newton da definire tempo e spazio come due categorie di cognizione umana trascendentalmente separate e reciprocamente indipendenti.

Comincia così una grande rivoluzione culturale legata alla semplice formula v=s/t che spiega la velocità come rapporto tra spazio e tempo. La velocità è qualcosa che concerne tutti i corpi in movimento relativo, ma è soprattutto la rappresentazione di un modo di pensare che dà valore alla velocità. Raffigurare la velocità come il tempo necessario ad attraversare un dato spazio significa, innanzitutto, cominciare a quantificare questa velocità, a Risultati immagini per astronaveraffrontare quella di esseri diversi. Una misura precisa della velocità consente di quantificare il progresso. Possiamo ora dire con precisione quanto una macchina sia migliore di un’altra nel portarci da un luogo a un altro, possiamo dire quanto un processo sia più efficiente di un altro. Possiamo, insomma, dare l’avvio a forme di produzione sistematica, all’industrializzazione. Diviene concreta l’affermazione di Benjamin Franklin che “il tempo è denaro” (“Remember that time is money”) e si sviluppa l’arte dei banchieri, divenendo finanza.

Nasce il motto moderno “Mi affretto, dunque sono”, espressione della vita moderna, in cui la fretta, figlia del periodo rivoluzionario e della civiltà industriale, come osserva Diego Fusaro in “Essere senza tempo”, è divenuta condizione di vita costante e insuperabile dell’uomo contemporaneo, continuamente pressato da scadenze e obblighi temporali, che ne scandiscono non solo la vita o l’anno, ma i mesi, i giorni e persino le singole ore. Come non interrogarsi allora sul senso di tutto ciò, considerando anche l’origine storica e sociologica del fenomeno: la necessità di produrre di più e in modo più efficiente, per riversare sui lavoratori-consumatori masse di prodotti che si fanno desiderare ma che per essere acquisiti richiedono sempre maggiori sforzi lavorativi-produttivi e quindi l’immissione di ancora più prodotti e servizi da offrire, in una catena viziosa in cui il risultato è un’accelerazione spasmodica dei ritmi di vita e della fretta che li caratterizza, con la perdita di profondità di cui ha scritto Baricco nel suo saggio “I Barbari”.

Eppure questo non è fenomeno nuovo, se anche Goethe poteva scrivere: “Come massima disgrazia della nostra epoca, che non permette ad alcunché di pervenire a maturità, devo considerare il fatto che nell’istante prossimo si consuma quello precedente, si sprecano i giorni e si vive sempre alla giornata, senza combinare nulla” (J. W. Goethe, lettera del novembre 1825)

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Kant

Il concetto prende forma, del resto, come evidenzia Fusaro già in Kant, Hegel, Marx e caratterizza le politiche di Lenin e Hitler. Come scrive Bauman (Modernità liquida), Lenin applica le teorie produttive fordiste al socialismo, tecniche che legando il lavoratore alla catena di lavoro ne impediscono la diserzione. Oggi, con internet, l’accelerazione della locomotiva del tempo, raggiunge ritmi da deragliamento, con uno scambio informativo istantaneo e globalizzato.

Con l’ossessione per la velocità, comincia anche, il sogno di annullare il tempo per attraversare in modo istantaneo lo spazio.

Nasce il sogno della fantascienza, nascono i tentativi di immaginare viaggi alla velocità della luce o superiori a questo limite che pare invalicabile, nascono le storie sui viaggi nel tempo.

Stephen Hawking in “Dal Big Bang ai buchi neri – Breve storia del tempo”, fa un interessante osservazione sul fatto che il tempo può avere diverse direzioni, ma la sola direzione in cui la vita intelligente (io direi tutta la vita) si muove è quella in cui l’universo si espande, perché in questa fase temporale vale la seconda legge della termodinamica (il caos e l’entropia tendono ad aumentare). Ci spiega anche che se l’universo ha numerose dimensioni, molte di queste però sono “curve a livello microscopico” e quindi non sono percepibili. I viaggi nel tempo potrebbero essere possibili utilizzando queste dimensioni ulteriori. Ci spiega anche perché la vita sia possibile solo in uno spazio-tempo quadridimensionale (altezza, larghezza, lunghezza e tempo).

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Stephen Hawkings

Grazie all’idea di attraversare il tempo, la narrativa fantastica si arricchisce di storie che, dalla “Macchina del Tempo” (1895) di H.G. Wells in poi, raccontano della possibilità di percorrere il tempo a ritroso. Già Mark Twain, nel 1889, in “Un americano alla corte di Re Artù”, senza ricorrere ad artifizi tecnologici, immagina questa possibilità. Tantissime saranno le storie di questo filone, da “Paria dei cieli” di Isaac Asimov, a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari (ma in entrambi il viaggio è effettuato in avanti, sebbene accelerato), alla trilogia di “Ritorno al futuro”, a “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger in cui passato, presente e futuro si mescolano continuamente, rendendo irraggiungibile l’amore tra i due protagonisti che hanno sempre età sbagliate per poter stare assieme come amanti (non si muovono tramite macchine, ma per effetto di una malattia genetica di Henry), al complesso “Ubik” di Philip K. Dick, fino al recente “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. In “Ubik” è il tempo stesso a venire alterato. In un romanzo precedente di Dick, “Tempo fuori sesto” ci troviamo invece su un palcoscenico in cui il tempo è stato riportato indietro da un 1998 futuro agli anni ’50 a beneficio di una persona sola, Raggle Gum, un po’ come avviene nel film “The Truman Show” (guarda caso uscito nel 1998 reale).Risultati immagini per moglie dell'uomo che viaggiava tempo

Nel film di Peter Weir, Truman Burbank, impersonato da Jim Carrey, vive in questo mondo immaginario a beneficio del pubblico di una sorta di Grande Fratello televisivo (mi riferisco all’orrenda trasmissione, non al capolavoro di Orwell).

Isaac Asimov ne “La fine dell’eternità” arriva a immaginare di poterlo manipolare e cambiare la storia e basa l’intero ciclo della “Fondazione” sul concetto di Psicostoria, ovvero sulla possibilità di prevedere statisticamente il futuro di grandi masse di persone.

Poul Anderson ne “I Guardiani del Tempo” immagina una Time Patrol che veglia contro le alterazioni della storia provocate dai viaggiatori nel tempo. Qualcosa di simile all’attività della squadra della recente serie TV “Timeless”.

Ramson Riggs ne “La casa per bambini speciali di Mrs Peregrine” immagina degli anelli temporali: una giornata che ogni volta ricomincia da dove era finita, un’eterna e sempre ripetuta giornata della Seconda Guerra Mondiale, in cui i bambini aspettano una gigantesca bomba che ogni giorno cade su di loro.

Kurt Vonnegut in “Cronosisma” immagina qualcosa di simile, quando nel suo romanzo il tempo torna indietro di dieci anni. Da quel momento tutto ricomincia esattamente allo stesso modo, con tutte le persone del mondo consapevoli di rivivere dieci anni della propria vita e nella totale impossibilità di dire o fare nulla di diverso da quanto avessero fatto prima, pur sapendo che magari qualcosa che stanno per fare li avrebbe portati al Risultati immagini per La casa per bambini speciali di Miss Peregrinedisastro. Arrivati alla fine dei dieci anni, riacquistano il libero arbitrio e ne restano sconvolti, incapaci oramai di fare qualcosa che non fosse già scritto e preordinato dal destino.

C’è, però, anche un altro modo di viaggiare nel tempo, che riconduce questo alla sua unità con lo spazio: annullare il tempo. Se riesco a spostarmi istantaneamente, sto manipolando il tempo. Nella quadrilogia di Dan Simmons “I Canti di Hyperion”, per esempio, incontriamo dei portali attraverso i quali è possibile raggiungere all’istante altri mondi, mentre le astronavi impiegano anni per arrivarci, creando “debiti temporali” per i viaggiatori, poiché le astronavi viaggiano a velocità prossime a quelle della luce e questo crea il ben noto esempio dei due gemelli, uno che resta sulla Terra e l’altro che viaggia ad altissime velocità e che al ritorno trova il gemello più vecchio di lui. Chi viaggia attraverso i portali, rispetto a chi viaggia in astronavi, sta andando avanti nel tempo, dato che percorrono lo stesso spazio ma il primo all’istante, l’altro in molti anni.

Anche ne “La terra dai molti colori” di Julian May troviamo una porta, ma che conduce attraverso il tempo in una sola epoca della preistoria.

Per assistere a uno sfasamento tra la velocità di due flussi temporali, non occorre scomodare la fantascienza, perché qualcosa di simile si può trovare anche nella letteratura mainstream, per esempio in “Punto Omega” di Don De Lillo, in cui la storia principale si svolge in una sala in cui viene proiettato al rallentatore il film “Psycho” di Alfred Hitchcock o in “Bambini nel tempo”, Ian McEwan mostra come possa scorrere in modo diverso il tempo per adulti e bambini, soprattutto quando un padre perde la figlia e crede poi di averla ritrovata.

Il protagonista del romanzo di Jack London “Il vagabondo delle stelle” non ha bisogno di una macchina del tempo per vivere in epoche diverse, vista la sua capacità di reincarnarsi e il ricordo di queste vite passate che riemerge in lui per la tortura cui è sottoposto a base di isolamento e la totale immobilità imposta da una camicia di forza.

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Philip K. Dick

In “Noi marziani” di Philip K. Dick, la schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è qui confuso) è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo. Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

Un altro modo per fermare il tempo lo troviamo nei romanzi della Rowling su Harry Potter, dove Hermione Granger, per avere più tempo per studiare, usa la magia della “Giratempo”. Analogamente nel citato ciclo di Simmons sia il mostro tecnologico Shrike, sia la soldatessa geneticamente modificata hanno il potere di muoversi in “tempo-veloce”, cioè si muovono, solo loro, in una dimensione temporale diversa, come un flusso, che scorre più veloce, mentre gli altri rimangono, inermi come statue immobili, nel tempo normale. Qualcosa del genere l’abbiamo visto anche in “Matrix”.

Rallentare e annichilire il tempo, ma anche dilatarlo sono i grandi sogni dell’uomo moderno, ma anche dilatarlo nell’immortalità, come ne “La casa senza tempo” di A.E. Van Vogt. Sempre che l’immortalità non diventi un capriccio della Morte, come ne “Le intermittenze della morte” del nobel José Saramago e in tal caso l’immortalità potrebbe rivelarsi un problema sociale. Un personaggio del nobel portoghese che viaggia nel tempo, anche se non si sa come faccia è il protagonista del suo “Caino”, che attraversa le varie epoche della Bibbia. A Caino basta camminare per trovarsi in un altro tempo.

E se i viaggi nel tempo fossero solo una questione mentale? Jack Finney, in “Indietro nel tempo” parte da un’idea originale: noi ci troviamo in un dato periodo, in una data epoca, perché siamo mentalmente convinti di esserci, perché tutte le informazioni che abbiamo, tutto quello che percepiamo, vediamo e sentiamo ci parlano di quell’epoca.

Ancora più improbabile l’ipotesi alla base di “Hyperversum” di Cecilia Randall, in cui il passaggio nel medioevo avviene attraverso un videogioco.

Se, immagina Finney, costruissimo intorno a un individuo un tempo diverso, una sorta di palcoscenico in cui viene descritta e recitata un’altra epoca, mediante autosuggestione e ipnotismo, la sua mente gli farebbe superare gli anni e tornare nel passato che gli è stato ricostruito attorno.

La narrativa ha affrontato il tempo anche in altri modi. I viaggi nel tempo ci parlano della possibilità di andare avanti e indietro lungo una linea, con la quale convenzionalmente raffiguriamo lo scorrere di ore, mesi, anni ed ere. I viaggi istantanei ci parlano di un tempo annichilito. I viaggi spaziali raccontano di tempi diversi in funzione della velocità. C’è poi un’altra visione del tempo, che si discosta da quella della fisica tradizionale, che è quella dei tempi alternativi. La possibilità che esistano cioè universi paralleli o divergenti nei quali la storia segua corsi e percorsi diversi da quelli noti (e reali). Siamo dalle parti dell’ucronia.

Nelle ucronie, immaginiamo, infatti, un tempo diverso, un tempo che diverge dal corso originale, un tempo che si biforca. Ogni storia segue una biforcazione, ma le divergenze temporali, per l’ucronia, possono essere infinite. Ogni evento ha in sé eventi alternativi, spesso infiniti, gli eventi della linea temporale in cui viviamo sono infinti, con infinite divergenze. Le linee temporali sono dunque altrettanto infinite, ognuna con infinite divergenze. In “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale” definisco il tempo come un frattale, dalle innumerevoli linee.

Siamo lontani dalla fisica conosciuta, ma in un mondo in cui le possibilità narrative si moltiplicano assieme alle linee temporali.

Risultati immagini per Colombo divergenteA quanto pare sono ancora in pochi a sapere cosa sia l’ucronia e questo non mi stupisce, perché il termine non si può certo dire dei più usati, eppure il genere letterario che rappresenta è ricco di possibilità creative e sta cominciando a riscuotere discreti successi. A dir il vero, quando pubblicai il mio primo romanzo ucronico, “Il Colombo Divergente”, nel 2011, il termine mi pareva ancora meno noto di oggi.

Vorrei allora non solo cercare di fare un po’ di chiarezza su questo misterioso vocabolo, ma anche spezzare una lancia a favore di questo genere letterario, che meriterebbe ben altri spazi, essendo estremamente ricco di possibilità creative.

L’ucronia, che si pone a metà strada tra la fantascienza e il romanzo storico, mediante eventi immaginari o scelte mai fatte, modifica la Storia, rendendola diversa. Ne presenta dunque al lettore una versione alternativa. Non una sua diversa interpretazione, ma proprio un diverso svolgimento delle vicende storiche. Crea dunque un mondo nuovo in cui ambientare la trama, un universo divergente in cui gli eventi hanno preso una diversa piega, il cui il tempo si è mosso lungo una linea alternativa.

L’ucronia è narrazione del “se”, del “what if”. Descrive come sarebbe stato il mondo se qualcosa nel passato si fosse svolto diversamente. Racconta, per esempio, come sarebbe stata l’Italia se non ci fosse stata la Seconda Guerra Mondiale, oppure come sarebbe stata la Francia se Napoleone non fosse andato in esilio o Giovanna D’Arco non fosse morta sul rogo (come immagino in “Giovanna e l’angelo”) o come sarebbe stato il mondo se Cristoforo Colombo fosse sbarcato in Messico e fosse stato fatto prigioniero degli aztechi (come scrivo ne “Il Colombo divergente”).

Credo che non sfugga la potenzialità didattica e conoscitiva di questo tipo di analisi.

Secondo Wikipedia:

L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “nessun tempo” (da ou = non e chronos = tempo), per analogia con utopia che significa nessun luogo, e indica la narrazione letteraria, grafica o cinematografica di quel che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico fosse andato diversamente. Il termine è stato coniato dallo scrittore francese Charles Renouvier in un testo apparso nel 1857 che intendeva ricostruire la storia europea “quale avrebbe potuto essere e non è stata” (“Uchronie, l’utopie dans l’histoire”).

Suoi sinonimi possono essere “allostoria” e “storia alternativa” e, direi io, anche “fantastoria”.

L’ucronia non è, però, solo un genere letterario. C’è anche chi si occupa di storia alternativa al solo fine di esaminarne le possibili varianti, senza alcunRisultati immagini per la svastica sopra il sole intento letterario (qualcuno ha persino scritto un elenco di possibili ucronie).

Il genere, cui a volte si nega una propria autonomia, viene spesso considerato come parte della fantascienza.

Ha, però caratteristiche sue proprie molto marcate e penso sarebbe giusto considerarlo come un genere a sé, essendo a volte assai più vicino al romanzo storico che non alla fantascienza.

In inglese pare che sia noto come “counterfactual history” o “alternate history”: per una volta almeno i termini “mediterranei” sembrano, però, più sintetici e suggestivi, percui lasciamo pure da parte gli anglicismi.

Il più antico esempio di ucronia si può forse trovare in Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Tra i maggiori scrittori di ucronie si ricordano Philip Dick (“La svastica sopra il sole”), Harry Turtledove (“Basyl Argyros”, i cicli di “Invasione” e “Colonizzazione”, “Dramma nelle Terrefonde” e “Per il trono d’Inghilterra”), Robert Harris (“Fatherland”), Philiph Roth (“Il complotto contro l’America”), Harry Harrison (“Il Libro degli Yilané”, “Gli Dei di Asgard”, “Tunnel negli abissi”, “A Rebel in Time”) e addirittura un improbabile Winston Churchill (“Se Hitler avesse vinto la guerra” e “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”), ma ormai la loro schiera si è molto allargata, e vi incontriamo Stephen King (“22/11/’63” ma anche il ciclo della Torre Nera), Robert Silverberg (“Roma eterna”), Robert J. Sawyer (“La genesi della specie”) e Joe Lansdale (il surreale “La notte del Drive-In”) e i nostrani Mario Farneti, Giampiero Stocco, Guido Morselli, Luca Masali, Enrico Brizzi (“L’inattesa piega degli eventi”) o persino Josè Saramago con “Il vangelo secondo Gesù Cristo” o Nikos Kazantakis con “L’ultima tentazione di Cristo”, per non parlare di ragazzi allevati Risultati immagini per il vangelo secondo gesù cristocome donatori d’organi che vivono in una Seconda Guerra Mondiale ucronica in “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro.

Ci sono persino alcuni film, oltre a quelli tratti dai romanzi già citati, che pur mescolando generi diversi, hanno elementi di “non-tempo” come “PPZ – Pride Prejudize and Zombies”, dove il capolavoro di Jane Austen è riscritto nell’ambito di un’ucronica invasione di zombie; “Iron sky” in cui i nazisti sono sopravvissuti sulla Luna; “I vestiti nuovi dell’Imperatore” in cui Napoleone fugge da Sant’Elena; “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, che vede la morte prematura di Adolf Hitler;  il comico “Non ci resta che piangere” dove i personaggi interpretati di Benigni e Troisi si ritrovano nel Rinascimento, per non parlare della serie TV “Lost” in cui tempo passato, presente e futuro si mescolano a tempi alternativi.

Anche i fumetti e i cartoni animati hanno affrontato il genere, per esempio, Dylan Dog con il suo “Ucronia” o “Shrek forever after”.

Fino a dove può spingersi l’ucronia senza diventare fantascienza o pura fantasia? I confini sono incerti. Come possiamo considerare del tutto assurdo che gli alieni avrebbero potuto interrompere la Seconda Guerra Mondiale come racconta Turtledove? La loro esistenza non è, infatti, provata ma neanche esclusa.

Forse, invece, immaginare un’Inghilterra in cui esiste la magia, come fa Susanna Clarke, è più forzato ancora e romanzi simili andrebbero considerati solo “fantasy”.

In linea di massima se la Storia viene alterata con una Macchina del Tempo, dovremmo immaginare di essere nella fantascienza. Ma se, come immagina Ward Moore, il romanzo è già ambientato in un Passato Alternativo e la Macchina del Tempo ci riporta al nostro flusso temporale, siamo Risultati immagini per il mondo perduto Doylenell’ucronia o nella fantascienza?

Se è vero che l’ucronia riguarda la Storia e che la Storia ha inizio con l’invenzione della scrittura, è giusto definire ucronie romanzi con una divergenza preistorica come “Viaggio al centro della terra” di Jules Verne o “Il mondo perduto” di Conan Doyle?

Se lo fosse, si tratterebbe, in effetti, di racconti assai prossimi alla fantascienza, dato che la divergenza, riguardando i processi evolutivi, porterebbe a risultati talmente “rivoluzionari” da essere difficilmente accettabili come plausibili. Mi piace definire questi libri “preucronie”.

Lasciate, per finire, che ve ne dia una definizione del tutto personale e un po’ “poetica”: l’ucronia è il sogno della Storia, come scrivo nell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio”. Il Non-Tempo è la storia sognata da ciascuno di noi.

Narrativa e sogno, in effetti, hanno sempre avuto punti di contatto, anche se a volte il sogno diventa incubo (e siamo nell’horror, nel romanzo gotico e nella distopia), altre volte diventa aspirazione per un mondo migliore (utopia), aspettativa di futuri (fantascienza), sogno di mondi alternativi (ucronia e fantasy), desiderio di avventure (storie avventurose, space-opera, thriller) o di amori (rosa e romance) o di mistero (giallo o noir).

L’ucronia, disegnando tempi alternativi (o non-tempi immaginari), può nel contempo essere tutto questo, essere contenitore di avventure, di misteri, di amori. Si presenta, insomma, come un genere relativamente nuovo ma dall’incredibile potenziale.

Risultati immagini per Invasione TurtledoveLe opere che si possono definire ucronie, sono ancora poche, ma si potrebbe già immaginarne una classificazione interna, innanzitutto tra storie che descrivono la divergenza storica, che raccontano cioè il momento in cui la storia prende un diverso corso e quelle in cui la divergenza non è narrata, ma se ne mostrano gli effetti in un periodo più o meno avanti nel tempo. Più ci discostiamo dalla divergenza, più la linea temporale diverge dalla reale e ci troviamo in mondi nuovi. Parlare di un mondo contemporaneo che si sia differenziato dal nostro nel XX secolo, nel Medioevo o nell’antichità, per non dire nella preistoria, porta a risultati assai diversi, con contributi di fantasia via via crescenti man mano che la divergenza si allontana e analogamente una plausibilità storica che rischia di ridursi di pari passo.

Potremmo, poi, dividere le ucronie in base all’epoca in cui è ambientata la vicenda principale.Risultati immagini per clessidra

Ancora potremmo dividerle in base alla plausibilità storica o alle maggiori caratteristiche fantastiche, immaginando da una parte “ucronie storiche”, vicine al romanzo storico e dall’altra “ucronie fantascientifiche”, più vicine a questo genere.

Insomma, la trasformazione del tempo in concetto, l’ha anche reso qualcosa che può essere manipolato intellettualmente, qualcosa sui cui ragionare e creare storie. Liberi dal destino o vincolati dal suo inviolabile tracciato, possiamo immaginare infinite narrazioni che si muovono aldilà dei confini del tempo precostituito, della rigida linea temporale a senso unico, così come dalla Storia, che per alcuni sarebbe “senza se e senza ma”, ma che riempiendosi di “se” diviene assai più affascinante e istruttiva, mostrandoci come potremo diventare e come avremmo potuto essere.

IL GENIO CREATIVO DI SIMMONS, LA FANTARELIGIONE KEATSIANA E LE NUOVE FRONTIERE DELLA SCI-FI

Risultati immagini per dan simmons endymionEccoci al terzo volume della saga fantareligiosa di Dan SimmonsI Canti di Hyperion” dedicata a John Keats e alle sue opere.

Abbiamo iniziato questo viaggio con la lettura di “Hyperion”, opera geniale e affascinante, anche se viziata dal difetto che, pur essendo un romanzo è, di fatto, suddiviso in vari racconti paralleli.

Dopo la grandiosa creazione di questo universo narrativo ruotante attorno al pianeta Hyperion, avevamo atteso che le storie si ricongiungessero nel successivo “La caduta di Hyperion”. I sei racconti di “Hyperion” sono, in effetti, già riuniti da una storia-cornice nella quale sei personaggi raccontano il proprio passato. Nel secondo volume, la storia-cornice diviene una delle trame principali del romanzo, che si trasforma quasi in una space-opera, ma a questa trama se ne intrecciano altre nuove, dando prova della capacità inventiva di Simmons.

Il terzo volume, di cui ora vorrei occuparmi, s’intitola “Endymion”, nome che rimanda quello di una delle città già incontrate nella saga e che a sua volta, come molti nomi de “I Canti di Hyperion” riprende nomenclature keatsiane (qui quello di un poema del poeta ottocentesco inglese).

Mi aspettavo quindi che Simmons avrebbe parlato di tale città hyperioniana, ma, nella narrazione, sono passati dei secoli e la città ha cambiato nome e aspetto. L’Endymion che presta il nome al romanzo è, invece, un combattente chiamato Raul Endymion e che ha preso il cognome dall’antica città del pianeta Hyperion.

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Dan Simmons (Peoria, 4 aprile 1948) è uno scrittore e autore di fantascienza statunitense. Noto soprattutto per la saga di fantascienza conosciuta come i Canti di Hyperion, Simmons è capace di sconfinare in diversi altri generi quali l’horror, il giallo e il fantasy, a volte nello stesso romanzo.

Dan Simmons ci avverte subito che siamo in un altro luogo letterario rispetto ai primi due romanzi, iniziando l’opera con le parole:

Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.

Già mi sorprenderebbe il semplice fatto che tu legga questo scritto. Ma non sarebbe la prima volta che gli eventi mi sorprendono. Gli ultimi anni sono stati per me una successione di eventi improbabili, ciascuno più straordinario e, a quanto pare, inevitabile del precedente. Scrivo infatti per condividere con altri questi ricordi. Forse non proprio per condividerli (lo so, è molto poco probabile che qualcuno trovi i miei scritti) ma soltanto per mettere sulla carta la serie di eventi, in modo da darle nella mia mente forma compiuta.

Insomma, questo romanzo non parlerebbe più dei sei Pellegrini e del loro viaggio su Hyperion, il mondo dominato dal mostro tecnologico Shrike, ma, in realtà, il loro ricordo è fortemente presente e gli eventi che vi accadono, nonché l’ambientazione ne sono una derivazione.

Hyperion” mi aveva colpito per il ruolo, seppur marginale, della Chiesa Cattolica, raramente presente in una space-opera ambientata su mondi lontani in futuri lontani, ma quella presenza, a ulteriore distanza di tempo nel paino narrativo, in “Endymion” trova il suo senso e diviene ancora più dominante.

In “Hyperion” la galassia era dominata dal potere laico dell’Egemonia, in lotta con il potere elettronico del Tecno Nucleo e contro i mutanti Ouster, abitatori dello spazio vuoto.

Risultati immagini per dan simmons endymionIn “Endymion” la Chiesa ha vinto una guerra che ancora non stava combattendo nei romanzi precedenti e ora domina la galassia! Trovata già di per se geniale e, per me sufficiente a giustificare la lettura del romanzo. La sua arma vincente è stato un parassita alieno (ma è davvero un essere naturale o piuttosto qualcosa creato appositamente?), il crucimorfo, una creatura a forma di croce che in “Hyperion” rendeva il popolo dei Bikura, immortali ma anche sterili e dementi. Il Tecno Nucleo ha superato tali difetti del parassita custodito dal mostruoso Shrike dal corpo di lame mortali, e ha dato così alla Chiesa un nuovo sacramento, la Resurrezione, che può ora essere impartito a chiunque accetti su di sé il crucimorfo. Il parassita riesce a far risorgere da quasi ogni tipo di morte e dona all’impero galattico detto Pax ovvero al braccio temporale della Chiesa Cattolica e di Papa Giulio (il numero che lo identifica aumenta di un’unità a ogni sua resurrezione), la soluzione per rendere più veloci i viaggi spaziali: gli astronauti vengono uccisi in ogni spedizione dalle forti accelerazioni ma risorgono in tre giorni appena arrivati sui nuovi mondi, grazie anche ad apposite “culle di resurrezione”, che ne evitano il totale spappolamento e gestiscono le fasi di rivitalizzazione dei corpi.

Le altre religioni, non sono scomparse, ma i protagonisti finiranno su pianeti abitati solo da ebrei o solo da mussulmani e li troveranno misteriosamente deserti, sospettando recenti olocausti a opera della Pax. Che cosa sia davvero accaduto loro lo scopriremo nel quarto volume?

Protagonisti assieme al citato Raul Endymion sono A. Bettik, un androide dalla pelle blu (la hanno di tale colore per non far confondere gli uomini artificiali con quelli veri) ed Aenea, una bambina che dovrà diventare “Colei che Insegna” ovvero il nuovo messia di cui parla l’incipit.

La Chiesa, sebbene sia stata aiutata dall’ipertecnologico Tecno Nucleo nella sua ascesa, ha bandito ogni forma di intelligenza artificiale dal proprio impero e sopravvivono ormai solo pochissimi androidi come A. Bettik. Il terzetto si riunisce per volontà di Martin Sileno, il poeta autore, secoli prima, de “I Canti di Hyperion” i cui si narrano le avventure dei sei Pellegrini (lui compreso), che ha mandato Endymion e A. Bettik a salvare Aenea, la figlia di una dei sei Pellegrini e del cibrido John Keats, un altro tipo di essere umano artificiale (diverso dagli androidi) che ha in sé la personalità del poeta inglese. Sileno, pur non avendo assunto il crucimorfo, è ancora vivo per effetto dei ritardi temporali dovuti ai suoi numerosi viaggi spaziali e grazie alle moderne tecniche di ringiovanimento.

Questo terzo volume si è rivelato sinora (non avendo ancora letto il quarto o gli spin off) come il più affascinante di una delle più belle serie Risultati immagini per dan simmons endymionfantascientifiche, innanzitutto per l’unitarietà della trama (la fuga di Aenea attraverso i mondi e i Portali risvegliati del Tecno Nucleo, che si credeva distrutto), ma anche per il continuo succedersi di avventure sorprendenti, con i nostri eroi che si trovano ogni volta invischiati nelle situazioni più difficili e sempre riescono a uscirne. Positivo è anche l’intreccio tra la storia del terzetto di fuggiaschi e quella del loro inseguitore, il Padre Capitano Federico De Soya (si noti che il comandante di vascello interstellare, qui investito dei massimi poteri da un diskey con salvacondotto papale, sia al contempo un sacerdote e un comandante militare). Grandiosa è anche qui la capacità creativa di Dan Simmons che, pur restando sul solco della fantascienza classica, riesce a creare una miriade di innovazioni e soluzioni tecniche che fanno di quest’opera del 1995 qualcosa di nuovo nel panorama della fantascienza. Opera nuova ma che sembra continuamente strizzare l’occhio ai classici del genere, in primis ai cicli di Asimov. Qui come lì abbiamo una Galassia pronta a essere dominata dall’umanità, anche se i mostri alieni, di norma non molto di più che allo stato animalesco, rappresentano un contorno importante. Come nei cicli di Asimov assistiamo al declino di un grande impero galattico e alla sua sostituzione con un altro, ma qui si aggiunge il tema del conflitto tra religioni. Come per l’autore russo-americano, anche per Simmons verrà un tempo in cui l’umanità, pur arrivata produrre automi e macchine intelligentissime, entrerà in conflitto con loro e le annienterà. Se per Asimov, sopravvive alla fine degli automi il robot telepatico Daneel R. Olivaw ed è lui a guidare segretamente l’umanità, per Simmons sembra che, dopo il bando dell’I.A., sia il Tecno Nucleo a guidare le sorti delle tre forze in lotta, Egemonia, Pax-Chiesa Cattolica e Ousters, ma occorrerà finire il ciclo per comprenderlo meglio.

Insomma, innovazione, ma pura fantascienza, per la gioia degli amanti del genere, che a quanto pare hanno molto apprezzato il ciclo. Una strada diversa dagli approcci di Stephen King o Haruki Murakami, per dire due degli autori maggiori, che negli ultimi decenni hanno contaminato la fantascienza, creando generi fantastici che solo in parte si riescono ancora a riconoscere come Sci-Fi.

L’evoluzione della Chiesa e della fede per effetto dell’unione con il crucimorfo fanno di questo libro e del ciclo uno dei maggiori esempi di fantareligione, anche se qui va intesa più come storia fantastica della religione, che non come invenzione di un nuovo credo, nonostante le profonde innovazioni create dal nuovo sacramento della Resurrezione a opera del parassita. Da notare che la centralità del ruolo della Chiesa fanno sì che il romanzo sia ricchissimo di riferimenti a Roma e all’Italia (oltre che, in misura minore, alla Spagna), cosa del tutto anomala nel panorama fantascientifico di lingua inglese.

Il volume si conclude con la risoluzione delle avventure del terzetto e con la previsione programmata di nuove imprese da realizzare.

Simmons, però, in questi primi tre volumi, c’ha insegnato che tutto quello che poco prima c’ha mostrato come il sentiero inevitabile e scontato dal quale i nostri eroi mai potranno essere in grado di scostarsi, sempre si apre su nuovissime strade che difficilmente si potevano immaginare, dunque non vogliamo credere alle sue promesse altro che per pensare che riuscirà a stravolgerle. Questa grande creatività fa di Simmons un maestro tra gli autori creatori di universi e un narratore sempre capace di stupire il lettore con le sue imprevedibili svolte.

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LA PRIMA NAVE GENERAZIONALE

Risultati immagini per universo heinleinVi è mai capitato di leggere un libro e dire “questo libro avrei voluto scriverlo io”?

Da anni vorrei scrivere un romanzo che descriva un viaggio interstellare verso un nuovo mondo. Non, però, la classica storia in cui le astronavi viaggiano più veloci della luce, grazie a qualche trucco come buchi neri, salti nell’iperspazio, ibernazione e simili diavolerie ben note alla fantascienza.

La storia che avevo in mente era quella di un viaggio lungo varie generazioni, a una velocità di poco superiore a quelle delle attuali navicelle spaziali. Avevo immaginato una nave immensa, in grado di ospitare almeno mille persone e tutto ciò che serve per farle vivere in modo del tutto autonomo per almeno mille anni. Avevo anche immaginato che in questi dieci secoli avvenisse quello che di norma avviene in un arco tanto lungo di tempo, in base a quel che ci insegna la storia: la civiltà decade. Avevo, dunque, immaginato una popolazione sprofondata in una sorta di medioevo spaziale, con il ricordo della Terra trasformato in leggenda.

Ebbene, per me questa storia è molto importante, non tanto perché la trovo narrativamente avvincente (è anche questo), ma perché credo che sia un concetto da inculcare nella mente della gente, perché è proprio questo che un giorno dovremo fare: costruire un’astronave immensa e partire verso altri mondi con la certezza che nessuno di coloro che partiranno arriverà di persona e neppure i loro figli, nipoti o pronipoti. Sarà un viaggio per trasportare la vita altrove. Non importerà chi arriverà. Importerà partire. Importerà riuscire a trasportare oltre lo spazio qualche scintilla di vita verso un mondo magari sterile ma che possa essere terraformato. Ho già scritto che credo che la tecnologia umana sia un’aberrazione, un cancro che corrode il nostro pianeta, aggredendone e distruggendone la biodiversità. Se la Vita, la Natura e la Terra sopportano tutto questo non può che essere per un fine superiore. Questo fine non è l’intelligenza umana, non sono l’arte, la musica e la poesia umane. La Vita, la Natura e la Terra non sanno cosa farsene del nostro genio artistico! Lo scopo dell’evoluzione è propagare la Vita. Per farlo verso altri pianeti, uno dei mezzi, forse il solo (salvo ammettere che alcuni batteri possano viaggiare per millenni senza morire) è una civiltà tecnologica. Noi esistiamo per questo e per nessun altro motivo. È nostro dovere morale verso la Natura, la Terra e la Vita partire alla ricerca di nuovi mondi in cui impiantare il seme della Vita. Non sarà necessario creare mondi in cui possa vivere l’uomo. Basterà trasformare un pianeta per consentire che vi attecchisca un batterio o un virus. Siamo portatori di vita, non di “umanità”.

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Robert A. Heinlein

Ebbene il libro che avrei voluto scrivere, a grandi linee, già esiste. Non è proprio come l’avrei scritto io, ma c’è una grande astronave in viaggio da generazioni verso Alpha Centauri e con un equipaggio sprofondato nella barbarie. Ci sono persino dei mutanti come nel mio “Via da Sparta”.

Questo romanzo, in realtà, l’avevo già letto moltissimi anni fa, ai tempi della scuola. Ricordavo di averlo letto, ma non il contenuto. Forse, però, deve aver lavorato sul mio inconscio per decenni! Si tratta di un classico della fantascienza del 1941: “Universo” (“Orphans of the sky”) di Robert Heinlein. Leggo anche che contiene uno dei primi esempi di “nave generazionale” e che a questa sono seguiti vari esempi del genere (che mi riprometto di leggere, in attesa di scrivere la mia versione), quali: “Viaggio senza fine” o “Non-stop” (1958) di Brian Aldiss, la trilogia degli “Esiliati” o de “L’astronave dell’esilio” (The Exiles Trilogy, 1971-1975) di Ben Bova, la serie “Rama” (1973-1993) di Arthur C. Clarke e Gentry Lee, “Eclissi 2000” (1979) di Lino Aldani, il romanzo “Colony” (2000) di Rob Grant, “Supernave” (Mothership, 2004) di John Brosnan.

Pur a distanza di anni è un romanzo che si legge molto bene anche se qualche debolezza ce l’ha, come la scarsa probabilità, in simili condizioni, di sbarcare su un mondo abitabile, ma è lo stesso Heinlein che nota l’estrema fortuna dei propri personaggi e fa notare quanto il gioco delle probabilità fosse contro di loro.

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La Nave riesce ad attraversare lo spazio e, soprattutto, il tempo, perché i suoi “progettisti”, come spiega Heinlein, l’hanno realizzata senza parti in movimento che si usurano (salvo dettagli interni), rendendo così superflua la presenza di manutentori, e l’hanno resa facile da guidare, immaginando che i piloti del futuro non sarebbero stati esperti. Un incidente fa sì che il viaggio duri molto più a lungo del previsto, ma la Nave riesce a reggere meglio della sua popolazione, dilaniata da una guerra tra l’Equipaggio e i Mutanti (una parte della popolazione sottoposta ai raggi cosmici a causa della disattivazione degli scudi anti-radiazione della Nave).

Affascinante è come la storia si sia trasformata in leggenda e come sia mutata la visione dell’universo in una popolazione che da sempre vive in un ambiente ristretto e chiuso, dal quale non può vedere l’esterno, portando la gente a credere che la Nave sia l’intero universo e che nulla esista al di fuori.

Non meno affascinante è come un gruppetto di persone riesca a superare questi preconcetti e arrivare a intuire la vera natura della Nave e il significato tutt’altro che allegorico, come tutti credono, del Viaggio verso Alpha Centauri.

Dalla narrazione emerge uno studio antropologico non privo di importanza e di interesse in vista di possibili futuri viaggi spaziali, che saranno possibili solo quando avremo la possibilità di realizzare navi in grado di viaggiare non certo alla velocità della luce ma almeno a una velocità tale da permetterci di raggiungere un nuovo pianeta in un tempo inferiore a mille anni.Risultati immagini per nave generazionale

Il nuovo sistema planetario di TRAPPIST-1 si trova a 39 anni luce di distanza dalla Terra, che equivale a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons è al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo. È arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1! Dovremmo insomma realizzare navi almeno mille volte più veloci e costruirne di così grandi da ospitare una popolazione autosufficiente. Si dice che, per assicurare una certa varietà genetica, l’equipaggio dovrebbe essere composto da almeno 500 persone. Io immagino che oltre a tale varietà, occorrerebbero anche diverse specializzazioni, dunque, forse un numero di mille viaggiatori sarebbe persino troppo piccolo. Ognuno di questi dovrebbe avere con sé spazio sufficiente per la produzione di cibo, aria e altri beni per la sopravvivenza. Insomma, dovrebbe essere una nave enorme e velocissima, dunque anche costosissima!

Eppure un giorno potremmo e, anzi, dovremo riuscire a costruirne non una ma varie, da lanciare verso possibili pianeti candidati. In quegli anni di un futuro lontano, che speriamo possa un giorno arrivare, “Universo” potrebbe venir riletto con attenzione ed essere considerato una pietra miliare della letteratura d’anticipazione.

 

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