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IL RE DELLA MENTE

Stagioni DiverseSono davvero pochi gli autori intensi come Stephen King. Di norma preferisco i romanzi ai racconti ma persino in un’antologia come “Stagioni diverse”, Stephen King dimostra la sua assoluta superiorità non solo rispetto ai contemporanei ma alla maggioranza dei romanzieri di ogni tempo. Va detto che questi quattro racconti sono così lunghi da potersi definire romanzi brevi (neanche poi tanto brevi a dir il vero) e questo certo aiuta l’autore a dare a personaggi e trama la grande profondità psicologica che sempre lo distingue come gran conoscitore degli aspetti più oscuri della mente umana.

 

Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank” è una magnifica storia carceraria di un bancario finito ingiustamente in carcere. L’ambiente del penitenziario crea in chi ci vive uno straniamento particolare e sembra quasi di leggere storie ambientati in altri mondi. Sorprende in King la capacità di inserire una gran quantità di dettagli mai inutili, ma sempre funzionali a una forte caratterizzazione della storia principale, senza diventare mai prolisso. Tutto è utile alla storia. Notevole la caratterizzazione sia del protagonista che del narratore, singolare la loro amicizia, affascinante la resistenza e la determinazione del protagonista.

 

Un ragazzo sveglio” ci racconta di un ragazzino che va a caccia, a metà degli anni ’70, di criminali nazisti, ne trova uno e ci instaura un rapporto speciale, dapprima riuscendo persino ad assoggettare psicologicamente il vecchio gerarca, ma poi sviluppando in modo coerente eppure sorprendente, questo rapporto in qualcosa che diventa amicizia e collaborazione. Forse parte un po’ lentamente e l’episodio del gatto bruciato nel forno mi è parso un po’ sopra le righe, ma King realizza, nella prima parte, un altro capolavoro psicologico. Nella seconda parte mi pare, invece, che si faccia prendere un po’ la mano con la vicenda dei barboni assassinati. Diciamo che il profilo psicologico di un nazista che dirige un campo di concentramento mi pare diverso da quello di un serial killer di barboni e non credo che l’uno possa diventare l’altro. Se non altro perché il primo si muove in un contesto gerarchico, sociale e di regole che lo supporta e lui rispetta, mentre il secondo si muove in autonomia e contro ogni regola. Se, però, accettiamo questo sviluppo, la storia è certo avvincente e si evolve con originalità, riprendendo più volte slancio anche quando si ha l’impressione che possa essere ormai conclusa.

 

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Stephen King

L’autunno dell’innocenza – Il corpo (stand by me)” ha ispirato il film “Stand by me” che, quando lo vidi molti anni fa da ragazzino, mi impressionò al punto da indurmi a scrivere la prima recensione cinematografica che osassi inviare a un quotidiano (che ovviamente neppure mi rispose). Non ricordo bene che cosa mi colpì, nè che cosa scrissi, ma di certo lo trovai geniale nel suo modo di raffigurare quella fine d’infanzia da cui io stesso mi ero allora allontanato da poco.

Il ritratto di questo gruppetto di ragazzini in viaggio lungo i binari del treno alla ricerca del cadavere di un altro ragazzo morto è un esempio della capacità di penetrazione psicologica di Stephen King, questo autore che ha magistralmente raccontato la schizofrenia della colossale saga della “Torre nera” e che qui, ancora una volta dimostra di essere un fine conoscitore della mente umana e dei suoi meccanismi, soprattutto quelli legati alla paura.

Eppure questo terzo racconto, leggendolo oggi, mi è parso più lento e meno efficace dei due che lo hanno preceduto. Non mi hanno convinto, in particolare, le descrizioni troppo lunghe delle vite familiari dei ragazzini (non credo che nel film fossero così marcate). Nonostante questo, rimane comunque un’opera di gran lunga superiore a tante cose che si leggono in giro e, forse, sì, tutto sommato, si potrebbe dire che è un piccolo capolavoro anche questo, sebbene la qualità del volume vada progressivamente decrescendo dal primo al quarto racconto.

 

“Una storia d’inverno – Il metodo di respirazione” che chiude la raccolta è un racconto che racchiude al suo interno un altro racconto. Nel primo si parla di uno strano club che forse non è un vero club. Nel racconto che contiene si racconta di un medico che segue una donna madre nella sua gravidanza e, infine, nel parto.

Risultati immagini per stephen king stand By me filmSinceramente la parte sul club mi ha persino annoiato, come se King viaggiasse in prima. Appena comincia il racconto della ragazza, ingrana subito la terza, ma comincia a farci una sorta di quadretto di come fosse difficile la vita per le ragazze madri negli anni ’30 del XX secolo e quanto arretrati i metodi medici per la preparazione al parto. Tutto molto interessante, ma poco “kinghiano”. Appena, però, si arriva al parto, King ingrana non la quarta, ma la sesta e ci troviamo davanti a un “seppur breve” momento di grandissima tensione emotiva, che forse ripaga di tutte le altre pagine.

 

Chiudono il volume le riflessioni di King (“Una parola di conclusione”) su come sia difficile pubblicare racconti come questi quattro perché troppo lunghi per un racconto e troppo corti per un romanzo.

Devo dirvelo: da venticinquemila a trentacinquemila parole sono cifre in grado di far rabbrividire fino nelle ossa il più intrepido scrittore di fiction. Non c’è una definizione semplice e concisa di quello che è un romanzo o un racconto… per lo meno non in termini di conteggio di parole, né dovrebbe esserci. Ma quando uno scrittore si avvicina al limite delle ventimila parole, sa di essere sul punto di sconfinare dal paese del racconto, e ugualmente, quando supera il limite delle quarantamila parole, penetra nel paese del romanzo” scrive.

Spiega così come è arrivato a pubblicarli assieme in un unico volume. Personalmente avrei preferito pubblicarli come singoli romanzi brevi, ma lui ha molta più esperienza di me.

In questo finale, King racconta come accadde che fu etichettato (ed accettò la cosa) come autore horror, sebbene il suo editor lo sconsigliasse di seguire quella strada, poco remunerativa (cosa ben smentita dalle notevoli vendite dei suoi libri).

 

King è comunemente noto come “re dell’horror”. Certo lo è ma questo titolo è quanto mai riduttivo per lui. In questi racconti non c’è nulla dell’horror come lo immaginiamo, con fantasmi, vampiri, zombie. C’è semmai, come spesso è in King, l’orrore dell’abiezione della mente umana.

Il direttore del carcere che si rifiuta di verificare l’innocenza del suo prigioniero o il ragazzino che si appassiona delle atrocità dei campi di sterminio e si trasforma in un assassino ci fanno orrore, ma non certo paura. È questo l’horror di cui King è davvero re.

Nella postfazione King stesso scrive:

Così sono stato etichettato e non me ne importa granché… dopotutto, scrivo per rappresentare qualcosa… per lo meno, quasi sempre. Ma è solo di orrore che scrivo? Se avete letto i precedenti racconti, saprete che non è così… eppure in tutte quelle storie sono riscontrabili elementi dell’orrore, non solo in Il metodo di respirazione… quella faccenda delle sanguisughe in Il corpo è piuttosto raccapricciante, come lo è l’immagine onirica in Un ragazzo sveglio. Prima o poi, Dio solo sa perché, sembra che la mia mente si volga sempre in quella direzione.

Insomma, leggete questi piccoli grandi romanzi brevi e capirete che anche qui, in queste piccole cose, più che un Re dell’Horror, King è un Re della Psiche.

LA SERIETÀ DELL’ESISTERE

libroLibro serio, questo di Antonella Cipriani, non per nulla l’ha intitolato “Qualcosa di molto serio e altri racconti”. Libro in cui si parla del mal di vivere, delle fragilità della mente, di altre malattie, di morte e lutti.

La scrittura scorre veloce e piana, senza intoppi o refusi (ed è tanto!) ma non per questo priva di piccoli giochi con le parole, di immagini che colorano le righe animandole e regalando un valore aggiunto di significato. Già nella prima pagina, per esempio, leggiamo “Tranquillità e calma regnano sovrane o sono prigioniere – sempre per un medesima questione di punto di vista”. Frase che mi pare emblematica dell’intero volume, dove la nave procede con calma e tranquillità, anche se il mare si presenta alquanto mosso.

Il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, ci trascina subito in un’atmosfera in bilico tra reale e soprannaturale (“Da un po’ di tempo accadevano strane cose. Doveva essere Qualcosa di molto serio”) ed ecco che troviamo la protagonista travolta da una serie di piccoli complotti delle cose e delle persone, con tanto di passeri, piccioni e cavallette morte che compaiono ovunque.

Il secondo racconto “Stai dietro al leone” appare già più sereno, anche se la frase del titolo è pronunciata da un moribondo. Quel che scatena non sono, però, pensieri di morte, ma un desiderio di condividere e ricostruire un sogno altrui, impresa che si rivelerà, come ovvio, impossibile.

Non poteva mancare un racconto sugli incontri virtuali (“Chat”), che ne descrive la vacuità.

Il sogno è centrale in questa silloge. Il racconto “Non c’è proprio nessuno” comincia proprio con la secca frase “Lei sognava” e ci trasporta poi in un mondo onirico che sembra strabordare e compenetrare quello della veglia.

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Antonella Cipriani (Gruppo Scrittori Firenze)

Altro tema importante è il ricordo e lo vediamo protagonista in “Fotografie” e ne “Il segreto della scatola di latta” dove l’infanzia si prolunga e trova un punto di incontro con l’età adulta, ma sempre legate da qualcosa che non è poi così diversa da un sogno.

La perdita e l’assenza danno sostanza ad “Aspettando il Natale”, che indaga l’animo di chi è rimasto solo in un giorno che non può che risvegliare memorie e usi ripetuti.

L’autrice arriva, però, a cogliere anche il lato ironico della morte e di questa perdita ne “Il funerale di Maria C.” o le strane coincidenze che spesso si abbinano anche agli eventi più tristi in “Vittoria”.

La malattia della mente, che aveva aperto la raccolta, trova una nuova e più dura raffigurazione in “Capisci tutto tu”, sul degrado da alcolismo, ancora una volta generato dal dolore di un lutto.

All’apparenza un po’ diverso dagli altri racconti è “Perdente ma vivo”, che ci fa vedere un uomo in fuga da personaggi pericolosi, ma di nuovoRisultati immagini per morte troviamo tematiche legate alla difficoltà del vivere, con un metaforico rinchiudersi in se stessi.

È una storia di malattia, “Sogno e realtà”,  a chiudere la silloge, mostrandoci che la cecità degli occhi nulla ha a che vedere con quella della mente e della fantasia, donandoci un pizzico di speranza.

LA QUOTIDIANA ABIEZIONE UMANA

Risultati immagini per il muro sartreNon è mai facile commentare un libro o un autore su cui è già stato scritto moltissimo. Ho appena finito di leggere la raccolta di racconti “Il muro” di Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) e non ho ora certo alcun intenzione di addentrarmi nelle polemiche letterarie e politiche che da sempre ruotano attorno all’opera di questo pensatore francese, che è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo.

Come di consueto mi limiterò qui alle mie modeste impressioni di lettore, forse persino un po’ distratto. Devo dire, innanzitutto, che era tanto che non leggevo nulla di suo. Tantissimo a dir il vero, dato che credo di aver letto e apprezzato “La nausea” ai tempi ormai lontani del liceo.

Anche “Il muro” è stata per me una lettura che lascia il segno, soprattutto per la capacità di Sartre di addentrarsi nei particolari più intimi della vita e dei pensieri dei propri personaggi, per il suo saper descrivere sentimenti ai limiti dello squallore umano ma con una corposità che li rende essi stessi materia narrativa forte e vivace. “Il muro” purtroppo è un’antologia e questo rende la lettura più frammentaria e il ricordo che ne resta più impreciso, rispetto a un romanzo, ma da autore penso di poterne trarre un insegnamento di profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento, che danno sostanza alla narrazione.

Jean-Paul Sartre

Il volume, pubblicato nel 1939, si compone di cinque racconti:

  1. Il muro
  2. La camera
  3. Erostrato
  4. Intimità
  5. Infanzia di un capo.

Può apparire difficile leggere il primo racconto in cui si descrivono le ultime ore di vita di alcuni antifascisti condannati a morte sotto il regime di Franco fuori dal contesto storico sociale del franchismo spagnolo, ma la valenza emotiva delle scene funzionerebbe bene anche in un racconto, tanto per dire, di fantascienza, in una storia priva di riferimenti storici, tanto importante appare l’atteggiamento dei personaggi verso l’inevitabilità della morte.

Anche “La camera”, parlandoci dei difficili rapporti familiari davanti a una malattia devastante, ci porta davanti a sensazioni ed emozioni che prescindono dal contesto specifico, in quanto tipicamente umani.

Il protagonista di “Erostrato”, volendo imitare il greco passato alla storia come anti-eroe per aver distrutto un tempio, immagina di realizzare una strage folle motivata dal solo desiderio di fama, anticipando di alcuni decenni questa nostra società dell’apparire, in cui il desiderio di fama a volte non bada a quanto questa sia positiva o negativa.

In “intimità” si parla di nuovo di rapporti familiari o più precisamente coniugali, mostrando le fantasie di una donna che ha a che fare con un marito impotente.

Il quinto racconto “Infanzia di un capo” è quello che ci regala forse il personaggio più intenso, quel Lucien  Fleurier, che vediamo crescere, malamente, sin da piccolo, con piccole turbe sessuali, che dal complesso di Edipo lo portano ad avere rapporti omosessuali con un pederasta, ad associarsi con un’organizzazione fascista, a pestare un ebreo.

In conclusione, l’abiezione umana che qui Sartre descrive appare intrisa di quotidianità, al punto da farla sembrare normale, e mi pare quasi di vedere in “The walking dead” il piccolo Carl Grimes seduto sul tetto che mangia una crema con sotto di lui gli zombie che cercano prenderlo, quasi come se tutto ciò fosse normale e nulla potesse turbarlo.

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CAMBIARE IL PASSATO SI PUÒ

Risultati immagini per le cinque vite di simone boscoUn sistema per far capire rapidamente alle persone che tipo di libro abbiano davanti è quello di assegnargli un’etichetta che lo classifichi all’interno di un genere preciso. Nessun’ etichetta è però mai totalmente soddisfacente, perché spesso i libri rientrano nei generi solo in parte o, a volte, hanno elementi di un genere diverso.

Altre volte inserire una lettura in un genere preciso può essere davvero difficile.

Nel caso de “Le cinque vite di Simone Bosco”, opera prima di Marcovalerio Bianchi, autore della “scuderia” di Porto Seguro, la classificazione non è delle più semplici.

Il romanzo, abbastanza corposo con le su 430 pagine, immagina che il protagonista citato nel titolo abbia l’opportunità dopo la morte di ricominciare, per ben altre quattro volte, la propria vita fin da quando era ragazzino. A quanto pare Marcovalerio Bianchi concorda con me nel ritenere che se mutiamo un piccolo elemento del passato, il futuro sarà irrimediabilmente diverso, e così, ogni volta, ammaestrato dalle vite già vissute (che ricorda, anche se in modo un po’ confuso), Simone Bosco fa scelte un po’ diverse e vive vite che divergono ogni giorno di più. Siamo, insomma dalle parti del celebre film “Sliding doors” (1998) di Peter Howitt ma anche del capolavoro di Stephen King “22/11/’63”, in cui il protagonista, attraverso un passaggio in uno scantinato, torna ogni volta indietro esattamente allo stesso giorno del passato e da lì ogni volta cerca di cambiare il corso degli eventi. Il protagonista di King cerca, soprattutto, di salvare la vita al presidente americano Kennedy. In effetti, conscendo il futuro, mi pare logico cercare di evitare ciò che ci appare negativo.

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Marcovalerio Bianchi

Il protagonista di Bianchi, quando resuscita nel proprio corpo giovanile mi fa pensare anche a film come “Big” con Tom Hanks o “Da grande” con Pozzetto, solo che lì la vicenda è un po’ alla rovescia: sono dei cervelli infantili in corpi da adulti, mentre per Bianchi è un cervello maturo, di una persona che ha già vissuto una o più vite, a ritrovarsi nel corpo di un ragazzo, con davanti ancora quasi tutto il liceo da completare.

Immaginare che il passato possa essere cambiato è il principio alla base dell’ucronia, anche se questa di solito si applica a eventi storici noti e non alla vita di una persona qualunque.

 

In qualche modo, l’idea di tornare indietro nel tempo e mutare la propria vita, dando magari dei consigli a se stessi è ben sperimentata dalla fantascienza, basti pensare alla celeberrima trilogia cinematografica di “Ritorno al futuro”.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” in viaggio verso Mlano

Eppure nella fantascienza di solito c’è un personaggio che torna indietro nel tempo con qualche macchinario o deformazione dello spazio-tempo. Ne “Le cinque vite di Simone Bosco” la variazione è provocata, invece, da una forza sovrannaturale, ovvero dalla volontà divina che concede a Simone ogni volta una nuova opportunità. In qualche modo siamo abbastanza dalle parti della mia ucronia-onirica “Giovanna e l’angelo”, in cui Giovanna D’Arco sopravvive al rogo in una sorta di sogno indotto da una creatura soprannaturale che per semplificare potremmo definire angelica.

Per il mio romanzo a volte ho parlato di fantareligione e forse un po’ lo è anche l’opera di Bianchi, dato che immagina un Dio che sembra quello cristiano ma vediamo una sorta di reincarnazione in se stesso con ritorno al passato, che non è certo previsto dalla fede canonica. Siamo quasi più vicini all’idea buddista di reincarnazione. Potremmo considerare questa una forma di reinvenzione del credo cristiano?

Insomma, “Le cinque vita di Simone Bosco”, sono un po’ ucronia, un po’ fantascienza, un po’ fantareligione, ma forse non sono nessuna di queste cose, perché la vita di Simone scorre, in modo piuttosto comune e il solo elemento fantastico è la sua morte. Comune nel senso che non sono altri eventi fantastici, non nel senso che le storie narrate siano banali o piatte, perché assistiamo a molte vicende, innamoramenti, incidenti, amicizie nate e morte, e ogni volta possiamo confrontare la nuova storia con le precedenti e vedere la fragilità dei nostri percorsi di vita. C’è qui lo stesso grande insegnamento dell’ucronia: nulla è scontato, il destino non esiste e siamo noi gli artefici delle nostre vite e del nostro futuro. Qui c’è un Dio che concede nuove possibilità, ma a parte ciò non interviene. Simone ha pieno libero arbitrio. La cosa forse un po’ strana è che se io avessi parlato con Dio e fossi certo, come pare essere Simone, che questa non sia stata un’allucinazione, non mi preoccuperei certo di vincere alla lotteria o di conquistare una donna o di ottenere un buon lavoro, ma cercherei di procurarmi un buon posto nell’aldilà, dunque , come minimo mi farei prete o cercherei di capire quale sia il volere di Dio o comunque mi preoccuperei di raggiungere una qualche forma di santità, cosa che a Simone non pare interessare per nulla.

Le cinque vite potrebbero quasi essere lette come cinque racconti, se non fosse per quel ricordo indefinito delle precedenti vite che Simone si porta dietro.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” a Milano

E così il romanzo ci mostra Simone dall’adolescenza alla morte, che ogni volta cerca di evitare errori precedenti e sembra trovarsi sempre in situazioni mai del tutto soddisfacenti, fino alla quinta vita, in cui azzecca quasi tutto e vive finalmente un’esistenza soddisfacente. Ho trovato questo racconto il migliore di tutti e cinque e mi ha persino emozionato. Sarà che forse è questa quella che avrei scelto al posto di Simone.Qui lo troviamo da prima un po’ allo sbando, ma poi sempre più umano e partecipe. Personalmente, se, come Simone, avessi potuto vedere il futuro (immaginando di non avere visto Dio), nella vita successiva avrei fatto come in questa quinta vita: cercato di sfruttare la mia conoscenza del futuro, magari cercando persino di diventarne un vero protagonista.

Del resto, essendo uno scrittore di ucronie, so bene che ogni sviluppo della storia è possibile e accettabile. Per coprire tutte le possibilità, a Bianchi non sarebbero bastate né cinque, né cinque milioni di vite.

Magari un giorno, chissà, Bianchi potrebbe scrivere altre cinque vite di Simone, anche se devo dire che la quinta è una buona conclusione per il romanzo.

Insomma, cinque storie che sono un po’ una sola e che ci fanno riflettere sull’importanza delle tantissime scelte che in ogni istante compiamo, che ci ricordano che il futuro è nelle nostre mani, che ci dicono che migliorare la nostra vita si potrebbe, ma anche che abbiamo una maledetta propensione a commettere sempre nuovi errori.

E, sorpresa finale, tra i ringraziamenti in fondo al volume scopro quelli a Massimo Acciai Baggiani, l’autore della mia biografia “Il sognatore divergente” appena pubblicata.

 

UN INATTESO OLTRETOMBA

Image result for fiume vita farmerL’inizio de “Il fiume della vita” di Philip José Farmer (Terre Haute, 26 gennaio 1918 – Peoria, 25 febbraio 2009), mi ha subito entusiasmato, con il protagonista che si risveglia, un po’ come anni dopo vedremo in Matrix (The Wachowski Brothers – 1999), sospeso tra tanti corpi di gente nuda e addormentata, che poi comincia a “piovere” letteralmente giù. Lui solo è sveglio e cosciente. E non si tratta di un personaggio qualunque bensì di una figura storica realmente esistita, l’esploratore Richard Burton.

Rubo alla solita wikipedia la seguente descrizione “Richard Francis Burton (Torquay, 19 marzo 1821 – Trieste, 19 ottobre 1890) è stato un esploratore, traduttore e orientalista britannico.

Viaggiò da solo e sotto travestimento alla Mecca, tradusse Le mille e una notte, Il giardino profumato e il Kama Sutra, viaggiò con John Hanning Speke alla scoperta dei grandi laghi africani e della sorgente del Nilo, visitò Salt Lake City insieme a Brigham Young, viaggiò in lungo e in largo, e scrisse molto. Fu probabilmente il terzo miglior spadaccino europeo del suo tempo. Servì come console britannico a Trieste, Damasco e Fernando Poo. Fu nominato cavaliere nel 1886.”

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Philip José Farmer

A grandi linee questo è proprio l’uomo che l’autore ha scelto come proprio protagonista per navigare non il Nilo ma un misterioso fiume lungo cui sono disseminati uomini di ogni etnia ed epoca. Un signore che, dalle foto d’epoca, con i suoi baffoni, non ha propriamente un’aria amichevole.

Ebbene, dopo essersi ritrovato in questo strano luogo, il nostro Burton immaginario si risveglia, di nuovo, in una strana terra, sulla riva di un fiume. Non ha più i suoi amati baffoni e alcun altro capello o pelo corporale ed è ancora completamente nudo. Lo stesso le persone che incontra.

Cosa ancor più strana, lui e tutti gli altri sono ben consapevoli di essere morti, ma quel mondo in cui si trovano non sembra nessuno degli aldilà immaginati da religioni o fantasie umane e la loro esistenza è quanto mai corporea, al punto che devono mangiare,  espletare le comuni esigenze fisiche e, soprattutto, possono morire. Possono fare sesso ma non avere figli. Che oltretomba è mai questo in cui si continua a morire?

Le meraviglie di questa storia non finiscono qui. L’ambiente, pur semplice, è quanto mai originale: una valle all’apparenza infinita, solcata da un fiume e delimitata da catene montuose ripide e invalicabili. In questa valle fluviale sono capitate persone morte in ogni epoca, con concentrazioni particolari in alcuni punti del fiume di gente della medesima epoca e provenienza geografica. Burton si trova soprattutto con italiani morti alla fine del 1800, con altri inglesi e americani ma anche con un ominide appartenente a un’altra specie della famiglia homo e con un alieno vissuto sulla Terra nei primi anni del nostro terzo millennio. Il romanzo, infatti, primo volume del Ciclo del Mondo del Fiume fu pubblicato nel 1971 e scritto anni prima (penso attorno al 1953), dunque il 2000 rappresentava ancora il futuro.

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Richard Burton

Il nostro Burton non è il solo personaggio famoso a ritrovarsi nella valle. Burton, per esempio, continua a incontrare il gerarca nazista Hermann Göring.

Credo che questo romanzo consenta di collocare Farmer in quella ristretta ed eletta cerchia di autori che sono stati capaci di creare interi mondi immaginari, con loro regole e caratteristiche specifiche. Costruire mondi credo sia la forma più creativa e geniale di letteratura. Se in un libro amiamo riconoscerci, vogliamo farlo però in storie che siano il più possibile lontane dal quotidiano, in ambientazioni che siano il più possibile diverse e stupefacenti. In questo Farmer dimostra qui di essere un grande maestro e la sua bibliografia mi pare confermare questa sensazione.

 

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Hermann Goering

Mi trovo così con molti altri libri da mettere in programma per letture future: innanzitutto i volumi successivi del Ciclo del Mondo del Fiume, ma anche altre opere di Farmer, quali il ciclo dei Fabbricanti di Universi.

 

Mi segno qui l’elenco dei volumi del Mondo del Fiume:

  • Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971).
  • Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971).
  • Il grande disegno (The Dark Design, 1977).
  • Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980).
  • Gli dei del Fiume (The Gods of Riverworld, 1983).
  • Raccolta di racconti “Il mondo di Philip José Farmer (Riverworld and Other Stories, 1979).
  • Raccolta di racconti “Gli avventurieri di Riverworld” (1994).

 

Ma penso che meriti leggere anche “Il fabbricante di universi”, l’antologia “Relazioni aliene”, “Gli amanti di Siddo” e “Il figlio del sole”.

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

LE RIFLESSIONI ANCORA ATTUALI DI SHECKLEY

Risultati immagini per la decima vittima sheckleyLa Decima Vittima” di Robert Sheckley, sebbene non sia un romanzo, ma una raccolta di racconti, edita nel 1965, si è rivelata una lettura davvero avvincente e per nulla antiquata, nonostante questo libro abbia quasi la mia età, ovvero oltre mezzo secolo. Mancano, infatti, (quasi) certe ingenuità tipiche della fantascienza degli anni d’oro. I racconti sono tutti molto attuali e moderni e la lettura e ancora oggi assai coinvolgente e ricco di spunti di riflessione sull’amore, la morte, il gioco, la sicurezza, l’intelligenza, la sopravvivenza, il tempo.

 

Il primo racconto (“Il premio del pericolo”) è una sorta di anticipazione di “Hunger Games” e dei reality con un tale che partecipa a trasmissioni televisive con giochi sempre più pericolosi, in una sorta di avanzamento di livello da videogioco. Non c’è il circo mediatico immaginato nella trilogia di Suzanne Collins, ma l’ultima prova dura una settimana e vede il coinvolgimento oltre che di una squadra di sicari, della popolazione.

 

Il secondo racconto (“Il linguaggio dell’amore”) vede un simpatico protagonista incapace di esprimere i propri sentimenti in modo diretto, senza Risultati immagini per la decima vittima sheckleyperifrasi auto-contraddicenti. Costui si reca da uno studioso dell’antico Linguaggio dell’Amore che fu ideato dalla popolazione ormai estinta di un mondo lontano. Scoprirà così che i sentimenti non si possono studiare, ma solo vivere e che la causa dell’estinzione di questo popolo fu l’aver dedicato troppo tempo alla teoria, cessando di metterla in pratica.

 

Il terzo racconto (“Uccello da guardia”) affronta riflessioni analoghe a quelle portate avanti da Isaac Asimov con i suoi racconti e i suoi romanzi sui robot. A differenza di Asimov, che trova una soluzione ottimistica basata sulle celeberrime Leggi della Robotica, la risposta di Sheckley è pessimistica.

Le riflessioni concernono la possibilità di creare macchine intelligenti e in grado di imparare dalla propria esperienza e il rischio che queste possono creare dei danni agli uomini.

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Robert Sheckley (New York, 16 luglio 1928 – Poughkeepsie, 9 dicembre 2005) è stato un autore di fantascienza statunitense. Sheckley è stato insignito del titolo di Author Emeritus da parte della Science Fiction and Fantasy Writers of America nel 2001.

Sheckley immagina che siano creati degli Uccelli da Guardia robotizzati al fine di prevenire i crimini, tema che ricorda “Minority report” di Philip K. Dick (da cui fu tratto il film di Spielberg e una serie TV). La loro capacità di apprendimento dovrebbe servire a riconoscere sempre meglio gli intenti omicidi e a prevenirli. Anticipando il web, gli Uccelli da Guardia sono collegati mentalmente tra di loro e ciò che uno apprende lo trasmette a un altro.

Come i robot di Asimov s’interrogano su cosa sia un uomo, cosa sia il bene e se il bene di una comunità debba prevalere sul bene di un individuo, così gli Uccelli da Guardia di Sheckley elaborano una loro idea di morte e una loro idea di cosa sia la vita da preservare. Arrivano così a considerare l’interruzione di qualsiasi attività (sia la vita di un essere vivente, sia il moto di una macchina) come un omicidio e a cercare di impedire così che non solo un criminale uccida la sua vittima, ma anche che sia impedita la pena di morte, sia impedito a un chirurgo di operare, a un macellaio di uccidere, a una persona di schiacciare una mosca, a qualsiasi animale di uccidere la propria preda, a un erbivoro di nutrirsi, a un uomo di spegnere un’automobile o una radio, portando il mondo alla paralisi e interrompendo persino il normale ciclo di vita e morte tramite il quale la vita si perpetua.

 

Anche nel quarto racconto (“La scialuppa ammutinata”) i protagonisti si trovano alle prese con un’intelligenza artificiale che cerca di fare il loro bene, ma che avendo una concezione errata di cosa sia questo per l’uomo, tratta i due astronauti come se appartenessero a una razza aliena, con esigenze di temperatura, di alimentazione e sociali così diverse che il suo tentativo di aiutarli corrisponde al loro omicidio. L’artefice di questo errore è una scialuppa spaziale di salvataggio, acquistata di seconda mano dai due protagonisti, senza sapere che era stata tarata sulle esigenze di una razza non umana.

 

Il quinto racconto (“L’armatura di flanella grigia”) parla di una strana società che organizza incontri romantici, con l’ausilio di una radiolina a transistor che guida i potenziali innamorati verso incontri fatali e solo apparentemente casuali e preconizza una società futura in cui i sentimenti saranno pilotati da aziende specializzate.

 

Con il sesto racconto (“Potenziale”) Sheckley esplora i limiti della mente, prima mostrandoci un caso di amnesia e poi rivelandoci un incredibile progetto di colonizzazione mentale, da effettuarsi mediante trasferimento di coscienze dall’umanità in razze aliene, grazie al potenziale inespresso del cervello.

 

Il settimo racconto (“L’uomo impigliato”) si svolge su due piani, da una parte descrive una divertente trattativa commerciale tra un essere che ha appena creato un intero gruppo di Galassie (tra cui la nostra) e il suo committente che non ne è soddisfatto per una serie di difetti tra cui quello di contenere uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo. Il secondo piano narrativo, vede un terrestre alle prese proprio con questa disfunzione, che dal suo appartamento di New York lo porta a entrare in un mondo preistorico o in alternativa in un futuro dall’atmosfera ormai irrespirabile.

 

Con l’ottava storia (“Se il rosso uccisore”) Sheckley s’interroga sulla morte, sul significato morale che possa avere la resurrezione quando è imposta. Il caso che ci sottopone è quello di un soldato che durante una guerra cruenta muore più volte e ogni volta è resuscitato contro la sua volontà espressa di restare morto.

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Yul Brinner nel film originale “Westworld”

Con il nono racconto (“Modello sperimentale”) troviamo un’ulteriore riflessione sui limiti “morali” dell’intelligenza artificiale e sull’incapacità delle macchine di definire un limite alla propria azione paternalistica. Sheckley ci mostra un viaggiatore spaziale dotato di un “modello sperimentale” di macchinario, il Protec, che dovrebbe proteggerlo da ogni sorta di attacco, ma che lo mette in difficoltà nel suo tentativo di fare amicizia con una popolazione aliena, rivelandosi una trappola mortale.

 

Il decimo (“Nugent Miller e le ragazze”) è una simpatica storia post-apocalittica con l’ultimo uomo rimasto sulla Terra, che, quando ormai dispera di trovare altri esseri umani s’imbatte in quattro ragazze, controllate però da una ferrea istitutrice che odia gli uomini e non lo vuol far avvicinare. È occasione, come molte altre opere del genere, per una riflessione sugli impulsi animali che possono riemergere nell’uomo quando la civiltà crolla.

 

L’undicesimo (“Stagione morta”) ci racconta di un sarto cui vengono commissionati degli abiti dalle dimensioni molto particolari e sposta i toni verso il paranormale più la che fantascienza.

 

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Westworld – serie TV

Il dodicesimo (“Pellegrinaggio alla Terra”) dipinge una Galassia in cui la Terra, ormai priva di risorse, è trasformata in una sorta di parco divertimenti, dove tutto è permesso. Le maggiori “attrazioni” del pianeta sono la guerra e l’amore, sconosciuti nel resto della Galassia. In particolare, ci sono società specializzate nel vendere il vero amore e l’omicidio è liberalizzato.

 

L’ultimo (“La decima vittima”), che dà il titolo alla raccolta, è un altro esempio di futuro immaginato da Sheckley in cui la morte è, limitatamente, legalizzata. Aderendo a una certa associazione le persone ricevono una sorta di licenza di uccidere secondo una regola abbastanza semplice, per dieci volte possono essere il cacciatore, poi devono diventare la vittima. La vittima non sa chi sia il suo cacciatore.

 

Il premio del pericolo”, “L’armatura di flanella grigia”, “Pellegrinaggio alla Terra” e “La decima vittima” sono tutti esempi di un mondo in cui amore e morte sono stati mercificati e trasformati in intrattenimenti a pagamento. In questo Sheckley appare un precursore non solo di “Hunger games”, ma anche del film di Crichton del 1973 da cui è stata tratta la serie TV omonima “Westworld”. Nel 1965, quando Sheckley pubblicò la raccolta, probabilmente queste storie potranno essere apparse come pure fantasie, ma oggi, nel 2016, sentiamo che queste visioni sono ormai non troppo lontane dalla nostra realtà, in cui tutto è spettacolo.

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