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TRE LIBRI E UNA PRESENTAZIONE L’8 NOVEMBRE

Finalmente ci siamo! Il 29 Settembre li ho presentati in anteprima, senza i volumi, ma ora sono stati stampati. Parlo del mio nuovo romanzo della saga “VIA DA SPARTA”, “IL REGNO DEL RAGNO”,  in cui si racconta le avventure di due ragazze in lotta contro l’impero distopico di Sparta in un presente alternativo, e della mia biografia letteraria “IL SOGNATORE DIVERGENTE” (il volume contiene anche alcuni miei racconti) che ha scritto Massimo Acciai Baggiani. Entrambi sono editi da Porto Seguro Editore.

Saranno presentati entrambi (assieme ad altri libri), giovedì 8 Novembre 2018 alle ore 19,00 al Santarosa Bistrot, sul Lungarno Santarosa, in zona San Frediano, a Firenze.

Mi farebbe piacere incontrarvi lì.

Per chi non ce la facesse e volesse comunque una copia dei libri, potrei spedirle con autografo, basta chiedermelo con messaggio privato.Risultati immagini per SANTAROSA BISTROT

Ma non basta: è anche appena stata pubblicata la raccolta di racconti e articoli “Nessun altro”, edita nella collana L’Erudita da Giuseppe Perrone Editore e curata da Massimo Acciai Baggiani, per celebrare il quindicinale della rivista “I segreti di Pulcinella”, che contiene anche un mio racconto il cui titolo originale dà il nome alla raccolta, ma che l’editore ha cambiato in “Io è un altro. Nessun altro”. Il tema della raccolta è l’essere “altro” o “diverso”. Gli altri autori sono Massimo Acciai, Apostolos Apostolou, Roberto Balò, Andrea Cantucci, Rossana D’Angelo, Lucia Dragotescu, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Erika Gherardotti, Francesco Guglielmino, Salvatore Gurrado, Emanuele Martinuzzi, Francesco Panizzo e Fabio Strinati.

 

        

 

 

 

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VERSI, CANZONI E UN ESAGRAMMA

Risultati immagini per Esagramma 41 AcciaiLo sapete che cos’è un esagramma? Leggendo il titolo della silloge poetica di Massimo Acciai (Baggiani)Esagramma 41”, mi è venuto qualche dubbio in proposito. Per me era soprattutto una figura geometrica!

Wikipedia non sarà infallibile ma questo dice: “Un esagramma (dal greco ἑξάγραμμα) è un poligono stellato a sei punti con notazione di Schläfli {6|2}, 2{3}, or {{3}}. È l’unione di due triangoli equilateri. L’intersezione è un esagono regolare. È usato storicamente in contesti culturali e religiosi, come ad esempio la Stella di Davide, Induismo, Occultismo e Islamismo.”

Ormai conosco abbastanza Massimo Acciai da immaginare che il termine per lui deve richiamare proprio le simbologie orientali piuttosto che la geometria.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore ringrazia, tra gli altri, Andrea Verza “che ha calcolato per me il mio esagramma de I Ching”. Dunque qui si parla di un altro tipo di esagramma, in cui il suo essere poligono poco interessa al poeta.

Il volume, poi, si apre proprio con una citazione da “I Ching, esagramma 41”.

Per I Ching, ogni esagramma è considerato come costituito da due trigrammi, il trigramma inferiore e il trigramma superiore. In tutto abbiamo 8 trigrammi possibili: cielo, lago, fuoco, tuono, vento acqua, monte, terra. Gli 8 trigrammi, con la loro combinazione, generano i 64 esagrammi (8 x 8).[1]

Ho ritrovato su internet, anche l’esagramma 41, con un testo simile a quello riportato nel volume.[2]

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Massimo Acciai Baggiani

Che cosa sono I Ching? Qualcosa ricordo, ma di nuovo ricorro a Wikipedia, per essere più preciso: “Il Libro dei Mutamenti (易經T, 易经S, YìjīngP, I ChingW), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell’impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di.” “Considerato da Confucio libro di saggezza, è utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.” Scopo divinatorio? Sarà forse a questo che allude qui il poeta?

L’amore per l’oriente traspare anche altrove in questo volumetto. Si pensi a “Cinque haiku”. Strana, a proposito, l’idea di unirli in un’unica poesia, gli haiku, infatti, di norma sarebbero formati da solo tre versi, colmi di grande profondità, come ho avuto modo di imparare anche io scrivendone un’intera raccolta (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), di cui Acciai ha parlato nel suo “Il sognatore divergente”.

Di cosa parla, dunque, “Esagramma 41”? La sapienza orientale ne è solo uno dei tanti elementi. Sono versi e canzoni che parlano di emozioni e sensazioni e di vivere quotidiano. Sì, ci sono anche canzoni, perché Acciai scrive musica e testi.

Sono versi scritti spesso nella Firenze in cui Acciai vive, ma anche in molti altri luoghi. Riconosco, innanzitutto, la Sappada cui Acciai ha dedicato la raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada”, ma che ho visto apparire anche nella silloge “A seconda di come volgo lo sguardo”. Non sempre sotto i versi compare il luogo di stesura, ma spesso sì e leggo così nomi come Oldenfiord, Prato, Auronzo, Senigallia, Praga, Berna, Arezzo, Lavaredo.

Acciai, da esperantista (e qui compare qualche verso in questa lingua artificiale), ama viaggiare e il mescolarsi con altre culture, ma sempre resta legato alla sua terra e quando lo troviamo a Praga ecco che scrive “Parole al neon per me ancora senza suono / mi dicono che non sono a Novoli[3] o sulla Casilina[4]”.

E le date in cui sono stati scritti questi versi? Quando compaiono non sono di immediata comprensione, perché qui, come in “A seconda di come volgo lo sguardo”, Acciai ama usare il calendario della rivoluzione francese, in ossequio ai suoi ideali. A volte, però, anche queste date sono del tutto immaginarie come nel caso di “Spiaggia verde” che sarebbe stata scritta a “Sappada, 29 messidoro dell’anno 7514”, chiaramente una data di un lontano futuro, dato che gli anni per tale calendario si contano proprio dalla rivoluzione.

Traspare, infatti, persino in questi versi, l’amore di Acciai per il fantastico e la fantascienza, non per nulla ha scritto un saggio intitolato “La comunicazione nella fantascienza” e la raccolta “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”. Persino “Un fiorentino a Sappada”, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti di montagna, si rivela ricco di spunti fantastici.

Qui abbiamo versi come “Era il maggio del 2033” e “dovremo andarcene / su una stella” (“Maggio”) o “combacia il mio respiro notturno / col lato silenzioso del Cosmo” che ci richiamano immagini quasi fantascientifiche. C’è una poesia intitolata persino “Valles Marineris”, che sarebbe poi il luogo dove Acciai ha collocato all’inizio del romanzo anche uno dei personaggi, Wen, del nostro “Psicosfera”, la storia fantascientifica che abbiamo scritto assieme. Ce n’è un’altra che s’intitola “La teoria d’Adhlemar (La Fine del Mondo)”, quasi fosse un piccolo racconto apocalittico. In “Riva al lago, ore 14,30” proclama “A quest’ora sembra la vita scomparsa dal Pianeta”, versi scritti in un immaginario post-apocalittico “2 termidoro dell’anno 7514”.

Sogna spesso altri mondi, dunque, Acciai e lo scrive, in versi senza titolo (non tutte queste poesie ne hanno uno), “Chiudo gli occhi, sì / ma per aprirli / su un altro cosmo”. La tensione verso il futuro si confonde in “2012” con le profezie Maya.

Massimo di recente mi ha detto che forse non scriverà più poesie, ma già qui leggiamo un certo scoramento verso tale forma di espressione: “Sono forse stato io poeta?/ Certo è molto che non sento il ‘brivido’ / e mi pare che la poesia sia una terra remota /appartenente a un altro pianeta”.  Altrove scrive “Ma dov’è la poesia?”. Eppure chi diventa poeta, in qualche modo rimane tale. Cambia la forma, magari, ma la poesia continua a fluire, magari tra le righe di un romanzo.

C’è malinconia, a volte: “spazzar via / in un istante / questa noia infinita”, “ricordo di aver vissuto talvolta”, “A volte vorrei tornar invisibile” ma non ne si è mai sommersi. L’anelito verso il futuro e quindi la speranza pare più forte.

Risultati immagini per stella e pianetaRitrovo anche il tema de “La nevicata e altri racconti”, l’antologia-saggio in cui Acciai critica e vorrebbe cambiare il sistema scolastico “Attraversai gli anni di scuola / come chi passa, un giorno di pioggia /per una strada che conosce bene”, in cui c’è tutto il tedio dell’autore verso un sistema che non ha mai accettato in pieno.

A volte, poi, ci sono associazioni del tutto personali come “Nella gabbia uno scoiattolo impazzito / mi rammenta qualcosa / che ha a che fare con il cielo”.

Se molti sono i versi (soprattutto le canzoni) dedicati a varie donne (Maria Delfina Tetto, Roberta, Dulcinea, Natalya), non poteva mancare almeno una lirica dedicata alla madre morta di cancro, affetto certo tra i più cari all’autore.

Se Dulcinea non può che essere la donna amata da Don Chisciotte, cui forse l’autore sente di somigliare, come si comprende anche dall’allusione ai “miei mulini fragili”, mi chiedo chi davvero fosse Natalya, nome che Massimo ha riproposto anche in “Psicosfera”, nella variante Natasha. Grande appare l’incomprensione e la lontananza verso questa donna russa: “l’aria è gelo e pioggia, da lei sarà già neve” e “lei non comprende la mia lingua / ed io non trovo le parole / neanche nella mia”.

È, invece, una lingua, l’esperanto, una delle lingue artificiali di cui parla nel saggio “Ghimìle ghimilàma”, a unirlo a Maria Delfina Tettu “vivu vivu esperanto”, amicizia virtuale, di cui racconta l’incontro.

Versi, dunque, questi di “Esagramma 41”, sentiti e commossi, da scoprire con calma e attenzione.

 

[1] http://www.labirintoermetico.com/09iching/tabella_ricerca_esagrammi.htm

[2] http://www.labirintoermetico.com/09iching/testo_i_ching/esgrammi/esagramma41.htm

[3] Quartiere di Firenze

[4] Via romana.

IL POETA BIFRONTE

Risultati immagini per a seconda di come volgo lo sguardoQuanto mi è difficile parlare di un libro di poesie. Certo anche io ne ho scritte, ne ho pubblicate persino varie antologie, talora ne leggo, ma la poesia è così soggettiva, che è difficile descriverla o commentarla Certo, ci sono la metrica, il ritmo, la sonorità, le figure retoriche, ma la sostanza della poesia è l’anima di chi scrive e di chi legge. Sì, se anche un romanzo, come dico sempre, si scrive sempre almeno in due, l’autore e il lettore, questo è ancor più vero per la poesia, perché il poeta allude, accenna, di rado descrive in modo preciso, e allora sta al lettore interpretare e reintepretare il pensiero e le immagini che il poeta gli offre. Ecco, credo quindi che una poesia letta da me o da un altro assuma una diversa consistenza, un diverso “gusto”. Mi è dunque difficile trasmettere impressioni di lettura.

Ho ora finito di leggere la silloge “A seconda di come volgo lo sguardo” (PoetiKanten Edizioni). Cercherò, nonostante quanto scritto poco sopra, di dirvene qualcosa. Quel che più di tutto mi ha colpito è… l’autore, una sorta di Giano bifronte. In che senso? L’autore qui non è uno ma sono due: Massimo Acciai e Matteo Nicodemo. Scrivere libri a quattro mani non è certo una cosa strana o rara, lo stesso Massimo Acciai ha scritto racconti (come quelli presenti ne “L’apologia del perduto”) e romanzi a quattro mani, come quello ancora inedito che abbiamo scritto assieme (“Psicosfera”) e spesso ha collaborato con altri autori in antologie e riviste, compresa quella che da anni dirige lui stesso (“I segreti di Pulcinella”). Ma scrivere poesie a quattro mani? Come è possibile?

Si potrebbe pensare che l’antologia raccolga versi ora firmati da Acciai (Firenze 9/4/1975), ora da Nicodemo (Bergamo, 1980), ma non è così. I versi qui presenti sono tutti di entrambi. Mi riferisce Massimo Acciai che a volte uno cominciava a scrivere la poesia e l’altro la completava. A volte lo facevano assieme, nello stesso luogo, altre volte lo facevano a distanza.

La tecnica non mi sorprende. Mi stupisce, invece, il risultato. Anche io, con Simonetta Bumbi, scrissi in versi “Cybernetic love” ma era una sorta di poemetto satirico tragico-comico. Altra cosa è scrivere “vere” poesie, versi che ci parlano di sentimenti e sensazioni, emozioni e riflessioni personali. Eppure è questo che Acciai e Nicodemo hanno fatto, fondendo, così pare le loro anime in una e realizzando un volumetto in cui si sente una voce unitaria, in cui traspare un unico sentimento, un’unitaria visione del mondo.

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Mssimo Acciai

Il volume si apre con una citazione del pungente Oscar Wilde “Siamo tutti nati nel fango/ ma alcuni di noi guardano le stelle”) e, sì, Acciai e Nicodemo sanno volgere lo sguardo nelle profondità del cosmo.

Abbiamo quindi una prefazione firmata da Paolo Ragni che ci racconta come il modo di scrivere dei due poeti ricordi molto il mondo della musica, non per nulla entrambi suonano, cantano e compongono canzoni. I loro sono dunque versi “in bilico tra poesia e canzone”.

Lo stesso Ragni mette in evidenza la singolare scelta di datare le poesie usando il calendario della rivoluzione francese. Vezzo che, sono certo, nasce dall’anima di Massimo Acciai, che anche altrove vi ricorre con frequenza, a voler ricordare il suo apprezzamento per i grandi ideali di allora.

Ragni evidenzia come “l’elemento atmosferico, ambientale, sia proprio una caratteristica delle poesie di Acciai e Nicodemo”.

Ragni osserva che “in questo trascolorare di colori, di stagioni, di sorrisi e inquietudini, resta sempre il dubbio sulle possibilità di indagare l’anima”.

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Matteo Nicodemo

Il volume è poi diviso in due parti, la prima che riprende il titolo dell’antologia “A seconda di come volgo lo sguardo” e la seconda denominata, con superflua modestia “Frattaglie”. Ventiquattro sono le opere della prima parte, “come le ore di una giornata, è un numero che ricorda lo scandire del tempo” ci ricorda nella Postfazione Ballecca.

Più che darvi le mie sensazioni, vorrei lanciarvi sul foglio alcuni versi, affinché possiate assaporarli come in una degustazione, che possa prepararvi al vero pasto, che potrete fare solo leggendo l’opera per intero.

Sono un viaggiatore con i capelli bianchi”: il viaggio è un tema che Acciai ama particolarmente e qui è quasi la chiave di apertura per questo piccolo grande mondo che è “A seconda di come volgo lo sguardo”.

Chiudo il viso nella barba folta / lo chiudo tra la sciarpa e il berretto”: c’è tanta fisicità in quest’immagine, ma anche la descrizione di un modo di sentirsi e affrontare il mondo. E il rapportarsi agli altri, già nella poesia seguente cambia: “Siamo in treno e ci guardiamo negli occhi”, magari gli occhi chiusi tra barba, sciarpa e berretto, ma che restano finestre aperte sul mondo, attraverso cui il poeta-Giano volge lo sguardo attorno a sé. E avanza/no in questo suo/loro viaggio e il viaggiare è apprezzare il fascino del mondo, perché “Vi sono luoghi così, dove semplicemente/ vorresti aver vissuto…”.

Ed ecco che i versi successivi si intitolano “Sguardi” e ci parlano di “Sguardi tristi, / occhi da cerbiatta, occhi di gatta, / cornee di donne in cui leggo vite anguste”. Sguardi, occhi e ancora sguardi. È tutto un vedere, osservare, scrutare, questo libro, e gli occhi sono, come non mai, porte per penetrare nell’essere di chi ci è accanto.

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Massimo Acciai (Baggiani)

E chi viaggia, viaggia e ancora viaggia non può che affermare “sento l’infinito come vero / sì, lo sento come materiale”.

Ma si può viaggiare e, nel contempo, trovare qualcuno che ci faccia arrestare e dire “in te mi dico di continuare / ad amare la routine”, si può “saper trovare la primavera nell’inverno”. Come non fermarsi allora almeno un po’? Come non rallentare il passo del nostro incessante andare? Del resto “non servirà l’autunno della poesia / a ricordarmi di essere normale”. Eppure potremmo cadere nella trappola della modernità e allora ecco che “un computer ti spiega chi sei”, come se non fossimo in grado di trovare noi stessi la nostra anima e il senso del nostro andare.

Nel fermarci sentiamo allora il bisogno di fare il punto, di capire chi siamo davvero e allora “impugno la penna come una spada / che ferisce se stessa di sangue nero” (e qui mi ritrovo, non per nulla una mia antologia di versi si chiama proprio “Spada di inchiostro”). Ci fermiamo a scrivere, perché “ho qualcosa da dimenticare perché sono un buffone / ho qualcosa da ricordare perché l’ho costruito”.

Eppure anche questo poeta bifronte sente la solitudine o il suo bisogno, ed ecco che vuole “Restare in disparte / mentre crolla lentamente / anche l’ultimo entusiasmo”. “Quanta nostalgia / nelle piogge di pratile” (pratile è uno dei mesi del calendario rivoluzionario francese). E questa prima parte, iniziata con una partenza piena di entusiasmo e voglia di scoprire, si chiude con un senso di stanchezza, forse logico, alla fine di tanto camminare “il tempo ha fatto il suo corso / inesorabile mi ha sfinito”.

Si entra così nella parte del volume definita “Frattaglie” e gli autori ci spiegano che è “l’epoca della rivalutazione delle interiora, di ciò che doveva restare nelle case del produttore e che, invece, trova uno spazio visibile”.

Mostrare le frattaglie è allora, forse, un mostrare la parte più intima di sé e al contempo, magari, più meschina? Chissà, ma la raccolta si apre con visioni di paesaggi montani in cui “Quest’aria nordica mi rinfranca” e siamo a Sappada, sulle Alpi friulane, luogo cui Acciai ha dedicato una racconta di racconti “Un fiorentino a Sappada”.  Più avanti ritroviamo il Poggetto, quel colle che adorna Rifredi, il quartiere di Acciai, ma anche il mio (“due passi al Poggetto / nel pomeriggio dorato”). Anche in questa parte il camminare è una costante e “Il pensiero passeggia basso / Al ritmo dei piedi gonfi” e “Si srotolano i nostri passi / Sulle vie di una piccola città”. “Ieri ascoltavo in un buio silenzio / nessun ‘tutto d’un tratto’ improvviso / soltanto il silenzio, la campagna, il buio e le fusa”.

Ancora, più avanti si parla di luoghi che potrebbero essere di Rifredi con la poesia “Il Romito” eppure poco comprendo il suo incipit “Ricordi di quanto ragionavamo / di allevamenti di vitelli al Romito?” Allevamenti al Romito, nel cuore di Firenze? Evidentemente qui il poeta-Giano pensava ad altri romiti.Risultati immagini per Camminare

L’ASSURDO MONDO PERDUTO IN CUI VIVIAMO

Apologia del perdutoBisogna dire che la scelta di un titolo come “Apologia del perduto”, per di più corredato da un sottotitolo come “Reductio ad absurdum” non mi pare sia stata, da parte dei due autori Massimo Acciai e Lorenzo Spurio, dettata da valutazioni di marketing, anche perché il lettore tutto può immaginare da tali definizioni tranne che una raccolta di racconti tutto sommato vivaci e concreti. Si pensa, infatti, subito a qualche verboso trattato di filosofia.

Si tratta, invece, proprio di racconti, per lo più scritti a quattro mani dai due autori, ma alcuni firmati da uno solo dei due, e stesi tra il 2010 e il 2013.

Acciai e Spurio si erano conosciuti tramite alcune collaborazioni di quest’ultimo alla rivista che Acciai dirigeva e tutto dirige “I segreti di Pulcinella”.

Come notano gli autori nella prefazione, i racconti sono accomunati dalla presenza di personaggi al limite della società, quali malati di mente, barboni, immigrati, malati terminali. Forse per questo nel titolo si parla di “difesa del perduto”, dato che ciascuno di loro ha perduto o, quantomeno, è privo di qualcosa.

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Lorenzo Spurio

Quanto al sottotitolo, “Reductio ad absurdum”, significa “dimostrazione per assurdo” ed è un metodo della logica per dimostrare una certa proposizione mostrando la contraddittorietà che deriva assumendone la negazione, quasi che con questi racconti Acciai e Spurio abbiano voluto dimostrare con esempi estremi, la natura assurda del mondo che ci circonda.

Credo che dove nell’antologia non sono riportati i nomi degli autori, si debba considerare il racconto come opera di entrambi, mentre è espressamente scritto quando lo ha realizzato solo uno dei due. È questo il caso dei due racconti finali, “Il cacciatore” di Massimo Acciai e “Una casa fredda” di Lorenzo Spurio.

Il primo racconto è “Il cantiere” e comincia in modo un po’ surreale ma con tinte horror, con una sorta di scemo del villaggio (o del quartiere, vista l’ambientazione), Mario, che finisce in una buca scavata per qualche lavoro cittadino, dove qualcuno lo ricopre di terra fin quasi a farlo morire. Condisce la storia l’incontro-scontro del sopravvissuto Mario con una zia che di testa è messa peggio di lui ed è una pazza pericolosa. Lo sviluppo si fa angoscioso, con tanto di morte della madre del protagonista.  Il racconto è, soprattutto, una riflessione sul problema della chiusura dei manicomi e sulla difficoltà di gestire in famiglia i malati di mente. Vi compare un vecchio centenario, cui vengono a chiedere consiglio. Il vecchio, tra le altre cose lascia un interessante considerazione sulla lettura “Nel suo discorso ci teneva a sottolineare che la prospettiva con la quale il lettore legge e si immedesima nella storia, cambia nel corso degli anni e che questo è un fatto inevitabile”. Credo, infatti, che a scrivere un libro (al di là di collaborazioni come questa tra Acciai e Spurio) ci siano sempre due soggetti: lo scrittore e il lettore. Il lettore rende il libro diverso, reintepretandolo con il proprio vissuto e, poiché nel corso della vita ognuno cambia, leggere un libro in un momento o in un altro della propria vita, lascia messaggi e sensazioni diverse.

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Massimo Acciai Baggiani

Questo primo racconto credo sia il più lungo del volume, di cui occupa quasi un terzo.

Il secondo, “Appuntamento nella capitale”, racconta di un incontro su un caldo autobus con una donna e due bambini a seguito di disguidi ferroviari. Il protagonista si recava a Roma per incontrare una ragazza conosciuta in chat, ma una serie di vicissitudini lo fanno incontrare e avvicinare alla donna con i bambini, con cui riuscirà a instaurare un rapporto più vero di quello che sperava di concretizzare da un amore virtuale. Lo sguardo verso il mondo circostante del protagonista è sempre titubante e un po’ spaventato e osserva chi gli sta attorno con diffidenza, quasi a voler mostrare la difficoltà dei rapporti sociali nel nostro tempo, in cui solo il contatto virtuale sembra tranquillizzarci, mentre andiamo perdendo la capacità di raffrontarci con le persone reali.

La vicina rumena”, il terzo racconto, è una storia di amore, che nella prefazione è definita come erotica, ma è soprattutto una storia che parla del disagio di un giovane nel cercare e trovare rapporti con l’altro sesso. Disagio che trova la sua soluzione nell’incontro con la badante rumena della vicina, che, nella sua solitudine di straniera, si appoggia al giovane per supplire alla perdita degli affetti familiari, da cui è ora separata da tanti chilometri, in una terra che non è capace di accoglierla pienamente. La loro storia si risolve, in realtà, in un solo rapporto sessuale, che il protagonista percepisce come un proprio cedimento a pulsioni animalesche e di cui si pente, invece di rendersi conto che di essere riuscito, per poco, a sbloccarsi dalle proprie inibizioni.Risultati immagini per ragazza rumena

I cruciverba di Valérie” raccontano di un tragico amore ospedaliero tra due giovani e sfortunati malati terminali, che dà luogo a un matrimonio i cui festeggiamenti andranno a confondersi con le condoglianze del funerale. Una storia che ci parla sia della fragilità delle nostre esistenze, sia della possibilità di vivere pienamente e trovare l’amore anche quando tutto sembra ormai perduto.

Vera”, ultimo racconto a quattro mani, riprende il tema appena accennato in “Appuntamento nella capitale” degli amori in chat, affrontando il più ostico argomento degli scammer, ovvero delle truffe on-line per rubare soldi o organizzare matrimoni miranti solo a ottenere la cittadinanza o alimenti futuri mediante l’adescamento in rete da parte di ragazze straniere.

Assai singolare è la storia firmata solo da AcciaiIl cacciatore”, nella quale un eccentrico riccone americano invita a cena dei barboni e gli offre… carne di cane. Il clochard protagonista diventa poi suo compagno in scorribande per Firenze a caccia di… cani, da uccidere, cucinare e mangiare. Qui, più che negli altri racconti, si nota l’ambientazione fiorentina, particolarmente concentrata nel quartiere di Rifredi, dove vive l’autore.

Una casa fredda” è scritto solo da Spurio e parla delle difficoltà di una ragazzina ad adattarsi a vivere con il patrigno, dopo la morte del padre. Troverà in uno zio “zitello” l’appoggio per affrontare la situazione. Il vecchio zio, quando la nipotina lo lascerà, ricadrà nel grigiore della sua vita Risultati immagini per Cacciatore caniprecedente, non riuscendo, per altro a sopravvivere.

Questa raccolta, dimostra, ancora una volta, la grande capacità di Massimo Acciai Baggiani (nome d’arte di Massimo Acciai) di spostarsi con disinvoltura tra produzioni letterarie assai diverse, come la poesia, la saggistica, il fantasy, l’ucronia, la fantascienza e, qui, una narrazione mainstream che potremmo forse definire di analisi sociale, sebbene con toni che spingono le situazioni all’assurdo, divenendo talora quasi surreali.

 

CAMBIARE IL PASSATO SI PUÒ

Risultati immagini per le cinque vite di simone boscoUn sistema per far capire rapidamente alle persone che tipo di libro abbiano davanti è quello di assegnargli un’etichetta che lo classifichi all’interno di un genere preciso. Nessun’ etichetta è però mai totalmente soddisfacente, perché spesso i libri rientrano nei generi solo in parte o, a volte, hanno elementi di un genere diverso.

Altre volte inserire una lettura in un genere preciso può essere davvero difficile.

Nel caso de “Le cinque vite di Simone Bosco”, opera prima di Marcovalerio Bianchi, autore della “scuderia” di Porto Seguro, la classificazione non è delle più semplici.

Il romanzo, abbastanza corposo con le su 430 pagine, immagina che il protagonista citato nel titolo abbia l’opportunità dopo la morte di ricominciare, per ben altre quattro volte, la propria vita fin da quando era ragazzino. A quanto pare Marcovalerio Bianchi concorda con me nel ritenere che se mutiamo un piccolo elemento del passato, il futuro sarà irrimediabilmente diverso, e così, ogni volta, ammaestrato dalle vite già vissute (che ricorda, anche se in modo un po’ confuso), Simone Bosco fa scelte un po’ diverse e vive vite che divergono ogni giorno di più. Siamo, insomma dalle parti del celebre film “Sliding doors” (1998) di Peter Howitt ma anche del capolavoro di Stephen King “22/11/’63”, in cui il protagonista, attraverso un passaggio in uno scantinato, torna ogni volta indietro esattamente allo stesso giorno del passato e da lì ogni volta cerca di cambiare il corso degli eventi. Il protagonista di King cerca, soprattutto, di salvare la vita al presidente americano Kennedy. In effetti, conscendo il futuro, mi pare logico cercare di evitare ciò che ci appare negativo.

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Marcovalerio Bianchi

Il protagonista di Bianchi, quando resuscita nel proprio corpo giovanile mi fa pensare anche a film come “Big” con Tom Hanks o “Da grande” con Pozzetto, solo che lì la vicenda è un po’ alla rovescia: sono dei cervelli infantili in corpi da adulti, mentre per Bianchi è un cervello maturo, di una persona che ha già vissuto una o più vite, a ritrovarsi nel corpo di un ragazzo, con davanti ancora quasi tutto il liceo da completare.

Immaginare che il passato possa essere cambiato è il principio alla base dell’ucronia, anche se questa di solito si applica a eventi storici noti e non alla vita di una persona qualunque.

 

In qualche modo, l’idea di tornare indietro nel tempo e mutare la propria vita, dando magari dei consigli a se stessi è ben sperimentata dalla fantascienza, basti pensare alla celeberrima trilogia cinematografica di “Ritorno al futuro”.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” in viaggio verso Mlano

Eppure nella fantascienza di solito c’è un personaggio che torna indietro nel tempo con qualche macchinario o deformazione dello spazio-tempo. Ne “Le cinque vite di Simone Bosco” la variazione è provocata, invece, da una forza sovrannaturale, ovvero dalla volontà divina che concede a Simone ogni volta una nuova opportunità. In qualche modo siamo abbastanza dalle parti della mia ucronia-onirica “Giovanna e l’angelo”, in cui Giovanna D’Arco sopravvive al rogo in una sorta di sogno indotto da una creatura soprannaturale che per semplificare potremmo definire angelica.

Per il mio romanzo a volte ho parlato di fantareligione e forse un po’ lo è anche l’opera di Bianchi, dato che immagina un Dio che sembra quello cristiano ma vediamo una sorta di reincarnazione in se stesso con ritorno al passato, che non è certo previsto dalla fede canonica. Siamo quasi più vicini all’idea buddista di reincarnazione. Potremmo considerare questa una forma di reinvenzione del credo cristiano?

Insomma, “Le cinque vita di Simone Bosco”, sono un po’ ucronia, un po’ fantascienza, un po’ fantareligione, ma forse non sono nessuna di queste cose, perché la vita di Simone scorre, in modo piuttosto comune e il solo elemento fantastico è la sua morte. Comune nel senso che non sono altri eventi fantastici, non nel senso che le storie narrate siano banali o piatte, perché assistiamo a molte vicende, innamoramenti, incidenti, amicizie nate e morte, e ogni volta possiamo confrontare la nuova storia con le precedenti e vedere la fragilità dei nostri percorsi di vita. C’è qui lo stesso grande insegnamento dell’ucronia: nulla è scontato, il destino non esiste e siamo noi gli artefici delle nostre vite e del nostro futuro. Qui c’è un Dio che concede nuove possibilità, ma a parte ciò non interviene. Simone ha pieno libero arbitrio. La cosa forse un po’ strana è che se io avessi parlato con Dio e fossi certo, come pare essere Simone, che questa non sia stata un’allucinazione, non mi preoccuperei certo di vincere alla lotteria o di conquistare una donna o di ottenere un buon lavoro, ma cercherei di procurarmi un buon posto nell’aldilà, dunque , come minimo mi farei prete o cercherei di capire quale sia il volere di Dio o comunque mi preoccuperei di raggiungere una qualche forma di santità, cosa che a Simone non pare interessare per nulla.

Le cinque vite potrebbero quasi essere lette come cinque racconti, se non fosse per quel ricordo indefinito delle precedenti vite che Simone si porta dietro.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” a Milano

E così il romanzo ci mostra Simone dall’adolescenza alla morte, che ogni volta cerca di evitare errori precedenti e sembra trovarsi sempre in situazioni mai del tutto soddisfacenti, fino alla quinta vita, in cui azzecca quasi tutto e vive finalmente un’esistenza soddisfacente. Ho trovato questo racconto il migliore di tutti e cinque e mi ha persino emozionato. Sarà che forse è questa quella che avrei scelto al posto di Simone.Qui lo troviamo da prima un po’ allo sbando, ma poi sempre più umano e partecipe. Personalmente, se, come Simone, avessi potuto vedere il futuro (immaginando di non avere visto Dio), nella vita successiva avrei fatto come in questa quinta vita: cercato di sfruttare la mia conoscenza del futuro, magari cercando persino di diventarne un vero protagonista.

Del resto, essendo uno scrittore di ucronie, so bene che ogni sviluppo della storia è possibile e accettabile. Per coprire tutte le possibilità, a Bianchi non sarebbero bastate né cinque, né cinque milioni di vite.

Magari un giorno, chissà, Bianchi potrebbe scrivere altre cinque vite di Simone, anche se devo dire che la quinta è una buona conclusione per il romanzo.

Insomma, cinque storie che sono un po’ una sola e che ci fanno riflettere sull’importanza delle tantissime scelte che in ogni istante compiamo, che ci ricordano che il futuro è nelle nostre mani, che ci dicono che migliorare la nostra vita si potrebbe, ma anche che abbiamo una maledetta propensione a commettere sempre nuovi errori.

E, sorpresa finale, tra i ringraziamenti in fondo al volume scopro quelli a Massimo Acciai Baggiani, l’autore della mia biografia “Il sognatore divergente” appena pubblicata.

 

HANNO SCRITTO LA MIA BIOGRAFIA!

Carlo Menzinger e alcuni dei suoi personaggi (da “Giovanna e l’angelo”, “Jacopo Flammer e il popolo delle amigdale”, “Il Colombio divergente”, “Via da Sparta”, “La bambina dei sogni”) nell’illustrazione di Angelo Condello che comparirà in copertina de IL SOGNATORE DIVERGENTE

In passato, frequentando vari siti di scrittura, in maniera abbastanza vivace, mi è capitato che qualcuno scrivesse racconti in cui comparivo come personaggio o di essere citato in qualche post (a parte, ovviamente quelli che recensiscono i miei romanzi, che peraltro sono ormai assai numerosi), ma ancora non mi era mai capitato che qualcuno scrivesse un intero libro su di me e, per giunta, non un libricino di poche pagine, ma un signor saggio. Sì aggiunga, per comprendere la mia sorpresa, che a scriverlo è stata una persona che un anno fa ancora non conoscevo e di sua iniziativa, non sollecitato né da me, né dall’editore. Inoltre, va detto che l’autore, Massimo Acciai Baggiani non è certo l’ultimo arrivato nel mondo dei libri, avendo pubblicato romanzi, antologie di racconti e poesie e, come in questo caso, saggi di argomento letterario. Dirige anche una rivista on-line, “I segreti di Pulcinella” ed è stato curatore di altre opere. Ora, peraltro, abitando entrambi nello stesso quartiere Rifredi, a Firenze, siamo anche diventati amici e abbiamo persino scritto un romanzo a quattro mani, “Psicosfera”, per ora inedito.

Come è arrivato, allora, Massimo a decidere di pubblicare IL SOGNATORE DIVERGENTE (sottotitolo “La produzione letteraria di Carlo Menzinger di Preussenthal tra ucronia, fantascienza e horror”)?

Un po’ per volta, direi. Tutto è cominciato con la lettura de “Il sogno del ragno”, il primo romanzo della saga ucronica “Via da Sparta”, di cui sta per uscire in questi giorni il secondo volume “Il regno del ragno”.

Il romanzo gli è piaciuto, a quanto pare, e ha letto un altro paio di romanzi da me scritti. A questo punto, trovandosi in sintonia con i miei scritti,  mi ha chiesto di intervistarmi. Gli dissi di sì, ma mentre aspettavamo di fare l’intervista ha continuato a leggere altre cose mie e alla fine si è detto che poteva anche farci su un intero libro. È nato così “IL SOGNATORE DIVERGENTE”,  editore Porto Seguro.

 

IL SOGNATORE DIVERGENTE comprende:

  • l’introduzione (“Perché ho scritto questo libro”),
  • una panoramica generale sulle opere (“Gli universi divergenti di Carlo Menzinger”),
  • vari capitoli sui singoli volumi,
  • una “Intervista a Carlo Menzinger”,
  • una sezione di “Racconti” (uno scritto da Massimo Acciai, Marco Bazzato e Francesco Guglielmino – “America” -, una rielaborazione di Carlo Menzinger di questo stesso racconto, “Quel che manca”, firmato assieme ad Acciai, e infine un racconto di Menzinger sul medesimo tema degli altri due “Il sognatore divergente” che prende il nome dal volume),
  • una sezione di “Testimonianze”, con brani scritti su Menzinger da Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi, Paolo Ciampi, Giuliano Gemma, Gianni Marucelli, Carla Casazza, Chiara Sardelli e Laura Costantini,
  • due ritratti “letterari” realizzati da Angelo Condello e Niccolò Pizzorno,
  • i ringraziamenti del protagonista.

 

Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger

Mi ha colpito il grande impegno di Massimo Acciai nel leggere ben sedici volumi, oltre a varie opere sparse, la sua attenzione per l’analisi, sempre attenta e dettagliata dei testi, la sua capacità di raccontare tante opere con precisione e curiosità.

Credo poi che l’articolazione dell’opera, di cui sopra, contribuisca a rendere il volume particolarmente godibile, nella sua varietà.

Credo che il lettore possa trovare interessante anche la sezione centrale, con i tre racconti, uno evoluzione dell’altro, non solo per i racconti in sé, ma proprio per il fascino di vedere come si possa scrivere in modo diverso sul medesimo argomento (la mancata scoperta dell’America, tema ucronico al centro del mio primo romanzo, “Il Colombo divergente”).

Sono inoltre molto grato, non solo a Massimo Acciai per tale grande lavoro, ma anche tutti gli amici che hanno contribuito nella sessione “Testimonianze”, raccontando il “Carlo scrittore” che hanno conosciuto. Anche qui la scelta per comporre questa parte non è caduta banalmente sugli amici di tutti i giorni, ma su persone che con me hanno in vario modo collaborato in ambito letterario o su alcuni “grandi lettori”, come chiamo quelle persone che hanno letto un gran numero di opere da me scritte. Sottolineo che con alcuni di loro ci siamo incontrati solo raramente e con altri non ci siamo neanche mai visti, ma la conoscenza passa solo attraverso i libri. Tra le testimonianze ci sono quella di Sergio Calamandrei, amico anche nella vita comune, oltre che mio coautore ne “Il Settimo Plenilunio”, “Parole nel web” e “Ucronie per il terzo millennio”. Anche Simonetta

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Bumbi è stata mia coautrice ne “Il Settimo Plenilunio” e in “Parole nel web”.

 

Il volume sarà presentato sabato prossimo, il 29 Settembre 2018 (un anno e un giorno dopo che vidi per la prima volta Massimo Acciai, in occasione della prima presentazione de “Il sogno del ragno”) alle 16,30, a Firenze Libro Aperto, in Fortezza da Basso, nel capoluogo fiorentino.

A seguire sarà presentato per la prima volta anche il mio nuovo romanzo IL REGNO DEL RAGNO, anche questo pubblicato da Porto Seguro Editore.

LA MAGIA DEI BOSCHI DOLOMITICI

Risultati immagini per un fiorentino a sappadaNon è ancora passato un anno da quando ho conosciuto per la prima volta Massimo Acciai Baggiani il 28 Settembre 2017 al porto Seguro Show, tenutosi all’Hotel Excelsior di Firenze, occasione in cui furono presentati il mio romanzo “Il sogno del ragno” e il suo libro “Radici” (scritto con Pino Baggiani e Italo Magnelli).

Da allora abbiamo avuto un intenso scambio di letture, Massimo ha deciso di scrivere una mia biografia letteraria e l’ha scritta (la pubblicherà alla fine di questo mese Porto Seguro con il titolo “Il sognatore divergente”) e abbiamo persino scritto un romanzo di fantascienza a quattro mani (“Psicosfera”), quasi ultimato.

Durante il mio viaggio di rientro a Firenze da Colonia, ieri ho letto la sua raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada” e devo dire che è una delle sue prove più felici.

Dal titolo ci si potrebbe aspettare una serie di storie di escursioni per le Dolomiti bellunesi, magari qualche cose simile agli scritti di Paolo Ciampi, che mescolano impressioni di cammino con riflessioni letterarie e di vita.

Eppure conoscendo ormai abbastanza bene lo stile di Massimo Acciai (Baggiani è il cognome della madre, che aggiunge come nome d’arte), mi sarei dovuto aspettare qualcosa di diverso e così è stato e la lettura è riuscita a stupirmi piacevolmente.

Si parla, è vero, di escursioni nei boschi, anche se, come Massimo Accia Baggiani scrive a un certo punto, il suo fiato è ormai un po’ corto e quindi il personaggio (che sembra sempre molto autobiografico) di rado si addentra poi molto per i sentieri e, difficilmente li abbandona. Questo peregrinare attorno a Sappada, però, non rimane nel solco del reale, ma talora si colora di toni surreali, a volte persino gotici, talora si muta in autentica fantascienza. Talaltra il luogo è scenario per strani incontri, magari con qualche bella ragazza che, in qualche modo, inquieta il protagonista, portandolo magari persino a fuggire.

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Massimo Acciai Baggiani

La varietà di approcci rende la lettura articolata e gradevole, ma non manca una certa unitarietà, data, innanzitutto dai luoghi che sono, appunto, quelli attorno a Sappada, dalla voce narrante che è sempre in prima persona e anche quando ci troviamo in un futuro fantascientifico, sembra confondersi con quella dell’autore stesso, e dall’immancabile presenza di un amico, spesso introdotto dalla ricorrente espressione “il mio amico”, talora denominato Marino. Anche il luogo in cui il protagonista alloggia è immancabilmente lo stesso, una multiproprietà in un residence. I racconti del resto, sono stati scritti lungo varie estati in cui l’autore ha proprio alloggiato a Sappada ospite di un amico.

Talora i racconti hanno un po’ il gradito sapore antico di certe storie gotiche ottocentesche, in cui il protagonista affronta il soprannaturale con spirito razionale, altre volte appaiono più moderne e inquietanti.

Mi ha particolarmente stupito la lettura del racconto “Boccia di vetro”, che, stranamente ha alcuni aspetti del romanzo “Psicosfera” che abbiamo ultimato in questi giorni Massimo e io. La cosa strana è che certe idee avrei giurato di averle suggerite io, eppure le ritrovo, in qualche modo qui: una bolla che racchiude Sappada (qualcosa del genere l’avevo anche scritta con Firenze al posto del paese alpino nel racconto “Il campione” pubblicato sulla rivista ProgettandoIng – Informazione) e la trasporta su un pianeta alieno.

Massimo, scrivendo la mia biografia, ha notato quante affinità ci fossero tra le nostre scritture. Devo dire, che forse è proprio leggendo quest’antologia che le ho maggiormente scoperte anche io. Compresa l’idea di scrivere racconti fantastici di ambientazione italiana che pare il cuore di questa antologia, che la accomuna alle mie due raccolte di fantascienza ambientata a Firenze (ancora inedite) “Apocalissi fiorentine” e “Quel che resta di Firenze”.

Proprio in “Boccia di vetro” Massimo scrive “e poi io sono più uno scrittore di racconti che di romanzi, un po’ come Buzzati (bellunese pure lui, oltre che uno dei miei scrittori italiani preferiti)”. Forse è qui la maggiore diversità tra di noi, dato che io mi considero più autore di romanzi che di racconti, ma ci accomunano (oltre all’ammirazione per il citato Buzzati) l’amore per il fantastico, sia fantascienza o soprannaturale, la curiosità verso le lingue (Massimo Acciai è anche un esperantista) e le culture diverse. La sua produzione, peraltro, comprende oltre alla fantascienza e al soprannaturale, l’ucronia, la poesia e importanti studi letterari.

Completa la raccolta una breve silloge poetica, sempre ispirata alle sensazioni rilasciate da queste montagne, in cui maggiormente emerge la sensibilità dell’autore verso questi luoghi così lontani dal tran tran frenetico della vita cittadina che si respira persino nella nostra Firenze e in quel quartiere Rifredi che condividiamo.

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Sappada

 

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