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EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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IL RITO E IL RITORNO DI PERSEFONE

Risultati immagini per brumby BertolaniÈ passato poco più di un anno da quando lessi “Mariotta, la quarta bambina” di Nadia Bertolani, una delle migliori letture del 2017 (e quell’anno avevo letto oltre cinquanta libri) ed ecco che ho di nuovo tra le mani un volume di questa autrice.

Si tratta di “Brumby”, il suo terzo romanzo (come recita la quarta di copertina; “Mariotta, la quarta bambina” penso fosse il quarto). Ha anche un sottotitolo: “L’orizzonte degli eventi”.

Mariotta, la quarta bambina” mi aveva emozionato forse perché ci ritrovavo, conditi e presentati diversamente, alcuni degli ingredienti dei miei ultimi romanzi. Così non è stato subito con “Brumby” anche se qui, come nel mio “Via da Sparta” si parla di Grecia, moderna e talora antica. Nel mio romanzo si immagina un mondo che abbia annullato la cultura ateniese, in “Brumby” si parla dei riti misterici eleusini, ma Eleusi non è Atene e neppure Sparta. A volte parliamo di cultura greca, ma questa era tutt’altra che unitaria. Come oggi parlare di cultura europea, senza dividere francesi da russi o portoghesi o polacchi. Andando avanti, però, si notano affinità che a una lettura superficiale potevano sfuggire, come quando la Bertolani scrive “Tutto questo spreco d’acqua per un po’ di merda”: davvero una visione “spartana”!

Ma non vorrei confondere le idee a chi legge. “Brumby” non è un libro sull’antica Grecia. È una storia moderna di incontri e conoscenze, solo che i personaggi sembrano venire dritti da Eleusi. Persino i nomi sono un chiaro richiamo al mito di Persefone, rapita alla madre Demetra dal Dio degli Inferi Ade. E le grotte in cui si perdono i bambini paiono le porte del suo regno.

Brumby è un ragazzo in fuga dalla famiglia. Forse non è il solo in fuga:

tutti quelli che si mettono in viaggio lo fanno perché hanno un fantasma davanti a sé e allora lo inseguono con pervicacia, oppure ce l’hanno dietro alle spalle e con la stessa ostinazione lo vogliono dimenticare”.

Questo è un viaggio nel mediterraneo, tra Grecia e Spagna.

«Io amo la Spagna» le dissi «ma non il suo senso della morte. E odio l’occidente. È qui che il sole viene a morire.»

Ma non è solo un viaggiare fisico tra luoghi, perché come dice un personaggio:

«Io torno in Grecia: voi a ovest, là dove tutto muore e io a est, dove tutto ha origine”.

 

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Nadia Bertolani e Massimo Beccarelli (Foto Agitati) presentano Brumby

Brumby non è neppure il vero nome del protagonista Tazio (ovvero “figlio di uomo anziano”), ma un suo mascheramento, un altro suo modo di fuggire. Lo troviamo assieme a una ragazza giapponese di cui gli importa poco ma di cui non riesce a liberarsi. La definisce con vari abbinamenti alla parola “girl”, tipo “ridicola-girl”, “svitata-girl”, “stupid-girl”, “nippo-girl” e così via.

Lei non lo molla ma capisce che potrà ricavare poco da lui. Gli dice:

«Vuoi una ragazza e sei senza amore».

Incontra, però, un’altra giovane, Ombretta, che si fa chiamare anche Core e Persefone, come la protagonista del mito. Anche sua madre dichiara «Non mi chiamo solo Gaia».

Quale segreto nascondono? Sarà il caso di indagare?

Quando si scava non importa se lo si faccia per seppellire o riportare alla luce, è sempre un’azione violenta e sacrilega”.

Eppure “a volte si riesce a strappare qualcuno alla terra, anche se per poco tempo”.

C’è poi Remedio che dipinge ma, mente lo fa, deve andare spesso in bagno, “come se per riuscire a disegnare dovesse prima svuotare completamente gli intestini”. “Quasi che il peso della materia impedisse qualsiasi attività creativa”.

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Persefone

Anche Dora ha uno strano, difficile rapporto con la materia e il corpo anche se “solo il corpo testimonia la presenza viva di qualcuno” eppure le vien detto “tu disprezzi tutti i corpi”.

Interessante la riflessione sui corpi infantili che “solo per il fatto di esistere esprimono” a differenza di quelli degli adulti. Sarà la conquista della parola a togliere espressività ai corpi?

Sarà per questo che è facile amare i bambini, perché “l’amore non ha niente a che fare con le parole”?

C’è un altro corpo che ha un ruolo importante: il cadavere del poeta Garcia Lorca, la cui ricerca pare quasi quella di un Santo Graal.

Tutta questa pesantezza corporea appare in contrasto con la leggerezza di una fuga spirituale verso un mondo ultraterreno.

Insomma, “Brumby” non è un romanzo né semplice, né banale. È storia, soprattutto, di ricerca, anzi di ricerche, storia di rapporti, familiari più che amorosi, storia di misteri e Misteri.

IL POETA NEL PRESEPE

21.04.2015Federico Pipitone, autore della scuderia di Porto Seguro, cui da un po’ faccio parte anche io, ha pubblicato una silloge di poesie dal singolare titolo “21.04.2015”, sottotitolo “Sonetti per un anno”.

Va detto, però, che il volume non comprende solo sonetti e che questi non sono sempre in forma canonica e anche quando lo sono Pipitone pare quasi aver, a modo suo, rinnovato questa forma poetica.

Tutti sappiamo che cos’è un sonetto, ma tutti ricordiamo come si scrive?

Sono tanti anni che non scrivo poesie, ma qualche sonetto l’ho scritto e pubblicato anche io. Rinverdiamone dunque un attimo il ricordo.

Dovrebbe essere composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC ECE.

Quello in vigore nel Dolce stil novo introduceva nelle quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA.

Torniamo ora, però, al nostro Federico Pipitone di Salemi (“Da più di trent’anni, sono nato a Salemi” scrive in quarta di copertina). Si diceva del titolo del volume, che altro non è che la data della prima poesia. Del resto qui, Pipitone non dà un titolo alle sue composizioni e ci si può dunque riferire a loro usando proprio le date. Va aggiunto, però, che queste non sono sempre standard. Ne troviamo delle più disparate, come “Cippi gemini, ventiquattr’anni dopo, 23-V-2016”, “ai LassatilAbballari, 24-V-2015”, “festa della Repubblica, 2-VI-2015”, “Delia, 30-VI-2017”, “Trasfigurazione, 6-VIII-2015” o “in memoriam Alteri Spinelli, 31-VIII-2015” e così via.

Credo che già questo modo di contrassegnare i propri versi ci dia un indizio su chi sia Pipitone: non uno comune.

Ma entriamo nella sostanza. Anche i versi sono tutt’altro che banali. Ogni volta che prendo in mano un libro di poesie, la mia più grande paura è proprio questa, di trovarmi davanti una serie di melensaggini o di riflessioni sulla vita dell’autore, in forma più o meno poetica. Per fortuna, non è stata questa l’impressione leggendo “21.04.2015”.

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Federico Pipitone, da Salemi

Pipitone è un docente e questo traspare nella sua cultura, che emerge ovunque, ma con originalità.

Basti pensare al primo sonetto che esordisce con uno strizzar l’occhio a Dante stravolgendo il “Guido, i’ vorrei” in un modernizzato “Guido non da oggi su strade per colli”, dove, come nota anche il prefattore Ignazio Castiglia, il nome proprio si muta in verbo.

E già in questo primo verso si coglie il gusto modernizzatore di Pipitone nell’affrontare uno strumento che pare così antico e desueto come il sonetto. Un simile gioco lo ritroviamo, per esempio, anche nel verso “Biondo ero e bello al tuo gentile aspetto”.

Ed ecco che Pipitone cala il sonetto dallo Stil Novo nella nostra realtà politica e sociale, condendolo con un forte afflato religioso, che non suona mai come bigotta religiosità, ma come autentico e sentito anelito verso il sacro e il divino. Anche questo approccio che potrebbe sembrar antico, ma qui rivitalizzato.

 

Ed ecco accenni di vita sociale come “non pagana è la piazza a festa”, “nella speranza che alla lotta seguano i diritti”, “Chissà se s’involò una colomba / al colpo della boma!”, “donna che piangi un figlio o accendi un cero / mentre ne cade un altro nella guerra” o l’intenso “Bassa la terra regge i nostri passi / e ospita poi le ossa coi suoi sassi” o“il povero felice della sorte” e “il vizio mio è l’ira (contro l’ingiusto)”.

Ecco messaggi politici come “il cuore mesto / della Russia batte ancora, mia gloria”, “Di Sinistra io non sono, né a Destra / mi rimango, anzi dal Centro passo” e “aspettavano un governo / che giungesse dal Nord liberatore”.

 

Ecco il costante riferimento alla religiosità in “Gesù passò per i paesi”, “Altare apparecchiato per il rito”, “la Messa è lesta / eppure dura oltre la morte”, “marce non son mai le processioni”, “al meglio / rivolge Dio le cose al peggio pronte”, “la morte (…) quell’ora non si può prevedere” e quindi “Son la vita, la verità, la via / che s’invertono la serie”. Ecco ancora “l’infinito Dio / se le ricorda tutte” e addirittura “io mi prostro /al miracolo oggi più che ieri,” come a voler ribadire la modernità e attualità del divino persino in questo nostro tempo così materiale. Ed ecco, quindi ancora “dove sgorga il fonte / salubre del Verbo, su in Paradiso”, “cercando di scoprire  certo indizio / di Dio”.

Ma ecco poi che il sacro si mescola al profano in “Mala femmina conversa e lombrico”.

 

Ecco i riferimenti geografici e culturali in “E nacqui all’ospedale di Salemi / dall’acque ch’ebbe rotte un generale/ dei più baldi”, “poi in quella onde Cecco rimò al vascelo / di Firenze”, ritrovo la mia città anche in “Ora a piazza Dalmazia non m’attendi”.

Ed ecco l’Europa e la sua Unione in “L’euro è scontato”, “vuol far l’italiano / ma parla English”, o l’omaggio al grande europeista Altiero Spinelli  che “ogni vero Europeo sa come aberra / chi non unisce ma uniforma”, “Nazioni e fedi / intanto fanno il mondo più complesso”.

 

Ed ecco i riferimenti alla sua attività di docente in “Ragazzi affezionati della F”, “è una scuola che le ore prolunga / ad una classe che di bunga-bunga / e bilanci tra gli stati è esperta”.

 

Ecco la vita familiare in “E perdermi in com’eri da bambina”, “I bei capelli farsi fili argento” o nel delicato “finché sarai la nonna / che un figlio vuole per il figlio! Grazie / a te e papà non siamo stati cloni / o braccia da sfruttare o bocche sazie / bensì creature vere, veri doni”.

 

Gioca Pipitone con i versi, ci si diverte e lo dimostrano anche certe allitterazioni in cui quasi ci si perde come “moda modello modulo mondani” e dell’arte dice “Diventiamo tutti artisti al mattino / quando viene l’ora di vestirci, e poi / quando vien di denudarci” e si definisce “uomo poeta dell’attesa”.

 

C’è talora persino una certa sensibilità ambientale come in “Perdona, erba, se tappeto al passaggio / mio ti fai” sebbene condito di una visione spirituale o in “Tu farfalla (…) ti periti tuttavia qui e adesso / di esistere posandoti qua e là” sulla fragilità del mondo.

In “22-XII-2015, sebbene in forma di sonetto, l’attenzione alle stagioni e il gusto delle piccole cose ci fanno quasi pensare a un haiku “dilatato”.

 

Sorretto dalla sua fede, Pipitone, pur osservando e criticando gli aspetti negativi del mondo ha sempre la forza di vederne il lato positivo: “Né per quanto pare o è fosco / questo tempo è il solo che riconosco”.

Massimo Acciai Baggiani, nello scrivere la mia biografia l’ha intitolata “Il sognatore divergente”. Di Pipitone ho letto solo questi versi, ma ruberei l’idea per il titolo di questo commento a “Epifania, 2015” che comincia con “Non manca mai il poeta nel presepe”. Ecco, sì, forse parrà strano, ma Pipitone mi è parso proprio questo “Il poeta nel presepe” e non c’è in questo alcun intento derisorio, anzi. Il presepe rappresenta il mondo di tutti i giorni, con i suoi pastori (i lavoratori) che vanno incontro a un bambino, a una famiglia, che cela in sé il miracolo del divino. Bene, Pipitone mi è parso come uno di questi personaggi, che si reca in devoto pellegrinaggio offrendo non agnelli, formaggi o frutti, ma la propria poesia, poesia che nasce come questi prodotti da un mondo reale e vivo, fatto di momenti sociali, politici e familiari.

Lasciatemi allora chiamarlo così, amichevolmente: il poeta nel presepe.

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CACCIA AL TESORO ETRUSCO

L'isola del muflone azzurroGianni Marucelli è stato tra i fondatori, nel 1974, dell’Associazione Pro Natura Firenze, di cui è ora presidente, oltre a ricoprire cariche direttive a livello nazionale nella Federazione Nazionale Pro Natura. Questa sua vocazione naturalista e di amante del territorio traspare fortemente nelle pagine del suo ultimo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti Editrice, gennaio 2019), ambientato in un’isola del Tirreno, mai nominata, ma chiaramente riconoscibile come Capraia.

Quel che si nota subito leggendo è la grande precisione e il lavoro di ricerca meticolosa dell’autore, che traspare anche in un lessico non privo di termini non troppo consueti, sia di ambito naturalistico (magnanine, sterpazzole, elicriso, corbezzolo, trachite, gariga, marangoni, stenelle, tursiopi, verdesche, berte, lentisco, lombardelle, cengia, sardonica), sia legati alla cultura etrusca (Fufluns, Vegoia, Tagete, Rasenna – nome usato da questo popolo per indicare se stessi- , lituo, lauchme, lucumone, lasa, tebenno), sia di altro genere (mezzomarinaio, alla cappa, ardiglione, gamella, onòchoe, gassa d’amante, sfignomanometro, idroclorotiazide). Non mancano neppure altri termini stranieri, latini, in particolare.

 

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Gianni Marucelli

Accanto a una trama principale che vede un archeologo (detto Indiana Jones e che affronta quasi avventure degne di questo personaggio) alla ricerca di un antico tesoro sapienzale etrusco sull’isola, si affiancano altre vicende, strettamente legate e connesse alla prima, da quella, di duemilatrecento anni prima, che narra proprio del tesoro che Edoardo Finis sta cercando, ad altre contemporanee come un minaccioso terremoto in arrivo, un paio di persone scomparse e cercate da tutta la comunità isolana, un prete lefebvriano impazzito e pericolosamente armato, una bambina intelligente ma che non riesce a parlare, un muflone stranamente legato a questa bambina, un’immancabile storia d’amore, una spia russa in pensione (ma non troppo), omicidi e tentativi di assassinio e persino, come in certi gialli, un anatomo-patologo. Tutte storie e personaggi che si congiungeranno nel grandioso finale, in cui gli elementi naturali interverranno più volte a mutare o arrestare le azioni umane, forse con un tocco di magia, che, parlando di antichi dei, non può certo mancare, come non mancano strani sogni, a volte rivelatori (“Quel che accadde dopo, non seppe mai se fu sogno o viaggio dell’anima”), allucinazioni e sorprendenti guarigioni come a volerci dire che anche in questo XXI secolo la natura è ancora più forte di noi, come lo era ai tempi degli etruschi e va rispettata, se non temuta.

Del resto come, verso il finale la madre dice alla bambina “Tutto, proprio tutto, cambia, ma, in fondo, quello che c’è di importante rimane lo stesso”.

E, parrebbe, anche che le anime antiche degli etruschi, continuino a vivere nei corpi delle persone e delle creature dell’isola.

 

Il romanzo parte piano, direi “al passo”, mostrandoci i personaggi nella loro quotidianità, poi prende il “trotto” e nel finale si lancia in un “galoppo” quasi sfrenato, trascinando con sé il lettore in una corsa e in una lettura che più si va avanti, più coinvolge.

La trama s’infittisce ma alla fine quasi tutto si svela. Anche se alcuni segreti sono destinati a restare tali, perché il popolo etrusco non potrà purtroppo, mai essere conosciuto a pieno, essendo la sua storia stata cancellata dal tempo e, soprattutto, dalle dominazioni e dalle culture successive. Qualcosa di loro, però, tramite i romani, il cristianesimo e altro, è ancora in noi.

E, poi l’autore si chiede, questi etruschi, erano davvero solo in Toscana e nelle regioni limitrofe o erano legati alla storia di popoli ben più lontani?

Come Edoardo Finis, il nostro Indiana Jones, “ha imparato che la realtà è molto più complessa di quanto sembri, e che ne fanno parte dimensioni che, in genere, si tende a ignorare” (pag. 120), così il lettore percepisce che la nostra comprensione del cosmo forse non sia completa.

Peraltro, forse, potremmo imparare da “popoli che interagivano con l’ambiente naturale traendone il sostentamento senza violarne l’integrità, genti che erano perfettamente consce di essere una cosa sola con la terra” (pag. 121).

Ed ecco che, nel romanzo, anche il suono di un violino pare unirsi alla magia della natura, a simboleggiare il nostro esserne parte:

Parve a molti che l’archetto moltiplicasse i suoni, si accordasse al lieve fruscio delle eriche mosse dal vento, si unisse misteriosamente ai profumi della macchia”.

 

Gianni Marucelli nel 1995 ha pubblicato per RCS-Sansoni il romanzo “La leggenda del frate, del falco, della dama e del cavaliere”. In seguito ha pubblicato racconti e poesie con Liberodiscrivere Edizioni di Genova, editore con cui anche io ho pubblicato varie opere in passato.

La copertina riproduce un dipinto di Alberto Pestelli.

Venerdì 1 Marzo alle ore 16, avrò il piacere di presentare “L’isola del muflone azzurro” presso il Centro Anziani di Firenze in via Luna 16. Parteciperà anche un’esperta guida ambientale che parlerà, con l’ausilio di alcune foto, dell’isola di Capraia.

 

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LA NOSTRA GENTE

Risultati immagini per c'è gente che MiliottiHo incontrato Anna Genni Miliotti in occasione di alcuni eventi organizzati da Porto Seguro Editore, tra cui la fiera letteraria Firenze Libro Aperto. Questo editore, tra le altre cose, ha pubblicato i primi due volumi della mia saga “Via da Sparta”, la mia biografia “Il sognatore divergente”, scritta da Massimo Acciai Baggiani, e il libro di memorie familiari “C’è gente che” di Anna Genni Miliotti. Ne avevo avuto notizia anche tramite un amico che è cugino dell’autrice e che in una pagina del volume è menzionato, anche se senza cognome.

Leggere storie familiari ingenera in me sempre dei sensi di colpa. Essendo uno che scrive (non oso usare il termine scrittore – come dice l’autore mio amico Sergio Calamandrei, noi, al più, siamo “scriventi”) e avendo una lunga e complessa storia familiare alle spalle (o forse “sulle” spalle, dato che è quanto mai “impegnativa”), in questi casi penso a tutto quello che potrei (e forse dovrei) scrivere.

Nel mio caso avrei materiale per descrivere più di 1200 anni di Storia e il mio grande dubbio è come metterlo in forma originale e gradevole per il lettore. Da dove partire poi?

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Anna Genni Miliotti

Come risolve il problema Anna Miliotti? Direi che si limita alle ultime generazioni, alle persone che ha conosciuto direttamente e soprattutto non segue un ordine strettamente cronologico ma ritrae ora un personaggio, ora un altro. Ne risulta una scrittura semplice e immediata, in cui la buona conoscenza dei fatti e delle persone descritte rende particolarmente vivace e “vicini” i personaggi.

Non manca di dare alcune connotazioni d’ambiente, come quando parla delle “incomprensioni” campanilistiche tra fiorentini e pratesi, della difficoltà di definirsi per chi ha origini “miste” (ma pur sempre toscane, che dovrei dir io che ho sangue che affluisce da tutta Europa), dell’industria tessile pratese, dei rapporti tra pratesi e cinesi, dei nostri anni, dei nostri usi e costumi.

La sensazione, fin dalle prime pagine, è di un mondo a me sì vicino, dato che vivo ormai da anni a Firenze, ma “raggiunto” da strade ben diverse. E questo fa aumentare i miei sensi di colpa di cui all’inizio, dicendomi che anche la mia storia familiare meriterebbe di esser raccontata, perché ogni storia è diversa dalle altre e, come questa narrata dalla Miliotti, può stupire e incuriosire il lettore, proprio per questo misto di aspetti in cui ci riconosciamo con altri che ci sono del tutto alieni. Una ricetta agro-dolce, ma di sicuro effetto.

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Prato

Eppure io non oserei parlare di “gente che” mi è così vicina. Anna Genni Miliotti ha il coraggio di farlo e di renderci un quadro, proprio per questo emotivamente vivo e sentito.

Proprio mentre finivo di leggere le sue pagine, mi sono trovato a rovistare tra documenti e foto di un secolo fa. Queste e il suo libro, mi hanno messo voglia di scrivere, magari partendo proprio da lì, da quegli anni ‘20 di un altro secolo e di un altro millennio.

Gli anni di cui parla la Miliotti sono, invece, quelli della seconda metà del XX secolo e di questo primo ventennio. A vederla l’avevo giudicata più giovane, mia coetanea, ma leggo che nel 1969, quando io facevo ancora l’asilo, frequentava l’università. Anche questi pochi anni contribuiscono a mutare il punto di vista su un’epoca che entrambi stiamo attraversando.

ALTOMARE: FANTASCIENZA MA NON SOLO

Risultati immagini per altri mondi altre storie ALtomareDonato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

Donato Altomare è uno scrittore eclettico e fantasioso che si muove con disinvoltura nei campi del fantastico e della fantascienza ma non solo, come già avevo avuto modo di appurare leggendo “L’isola scolpita”, “Il fuoco e il silenzio” e “Sinfonia per l’imperatore”.

 

L’ho di recente incontrato a Firenze Libro Aperto, la fiera letteraria tenutasi a fine settembre 2018 e organizzata da Paolo Cammili, l’editore di Porto Seguro con cui ho pubblicato i miei ultimi romanzi, dove Altomare presentava una sua raccolta di racconti “Altri mondi, alte storie”, che ho subito acquistato, facendomela autografare come di consueto, ma questa volta dal vivo, evento raro dato Altomare vive nella lontana Molfetta.

Altri mondi, alte storie” è un antologia di fantascienza, divisa in quattro parti, di diversa lunghezza:

  1. Fantadonne
  2. Altri mondi
  3. Per sorridere con la fantascienza
  4. Strani tempi strane storie

In quest’ultimo titolo si ritrova un po’ il suo gusto per il fantastico ottocentesco che avevo già notato ne “L’isola scolpita”, ma non bisogna farsi ingannare, perché Altomare è uomo del XXI secolo e sa essere tale nella sua scrittura, sempre allineata agli standard internazionali contemporanei, che certo non ignora.

Le prime due parti si compongono di soli tre racconti ciascuna, mentre sono cinque nella terza parte e ben otto nell’ultima.

Il primo racconto “Dolcissima Roberta” subito mescola realtà e fantasia, esordendo con le parole “Il mio nome è Donato Altomare. Qualcuno di voi mi conoscerà bene, qualcun altro per nulla, ma questo importa poco, non è di me che debbo parlarvi, ma di uno strano fatto successo qualche tempo addietro”: di nuovo questo gusto ottocentesco di presentare come reali eventi “strani”, quando oggi si tende a raccontare le vicende più incredibili senza mai avvertire il lettore della loro “stranezza” o presunta veridicità. Come in quelle vecchie storie si parla poi di un misterioso ritrovamento. La storia parte come una sorta di indagine poliziesca quasi alla Dylan Dog, ma poi vira decisamente verso il fantascientifico più moderno, e se ne hanno le prime avvisaglie quando parla di “comnanoputer”. Ci stupisce poi facendoci salire persino su una “strana” astronave. Da lì parte una storia d’amore e persino un viaggio attraverso il tempo: tutto questo solo per darvi un’idea di quanto Altomare possa essere in grado di sorprendere e stravolgere il lettore, sballottolandolo e spingendolo da un genere all’altro, come già avevo notato soprattutto con “Sinfonia per l’imperatore”. Questo primo racconto finisce a pagina 85, è dunque una sorta di romanzo breve e ha un peso rilevante nelle 276 pagine complessive.

La seconda “fantadonna” la troviamo in “Niente più sogni per Rosa” e si tratta niente meno che di una comandante di astronave alle prese con carenze di organico, che tanto ricordano i problemi del nostro quotidiano ma proiettati in una ben diversa realtà. Si parla dell’equipaggio disperso di un’altra astronave e di un inatteso ritrovamento, ma con lo zampino di un fastidioso gap temporale.

Donato Altomare

La terza “fantadonna” è “Sara”, colpita da una maledizione che le impedisce di piangere.

Si passa così, a pagina 113 alla sessione “Altri mondi” con il racconto “Cigno X1” in cui si mescola una storia d’amore con l’incontro con un buco nero e storie di altri mondi.

In “Tanti auguri, Joe” siamo di nuovo a bordo di un’astronave, ambientazione cui l’ingegner Altomare sembra essere particolarmente affezionato, come già si era visto in

Il fuoco e il silenzio”. Una sorpresa di compleanno finirà per avere sviluppi angoscianti e fatali.

Ne “Il segreto di Marte”, in un futuro post-apocalittico, troviamo gli ultimi uomini rifugiati sul pianeta rosso, che cela un incredibile segreto sulle origini di tutto.

A pagina 169, si comincia a “Sorridere con la fantascienza” con “Il mutuo”, dove una semplice richiesta di finanziamento bancario ci rivela poco a poco un surreale mondo distopico in cui l’addetto dell’istituto di credito controlla, come una sorta di fedina penale, il numero di orgasmi registrati del cliente.

In “Lame” si scherza sull’equivoco, osservando un tale intento a fare a brandelli un corpo.

Sembra quasi una vecchia fiaba il racconto “Le scarpe”, in cui compare una maledizione, un po’ come già in “Sara”.

“In qualche piccolo vantaggio” troviamo un tale intento a svicolare nascondersi. La sorpresa è nel finale che ne spiega il perché.

Ne “La fine del mondo”, vedremo questa arrivare in modo incredibilmente repentino.

Si passa così all’ultima parte “Strani tempi, strane storie”, che comincia con “Lezioni di geostoria”, dalle quali si apprende quanto diversa sarà l’Italia nel 2066.

In “Cercasi comparse” scopriremo un mondo del lavoro oltremodo distopico e crudele.

In un tempo culturalmente regredito, “Il narratore”, un barbone contastorie, sarà chiamato ad alleviare la malattia di una bambina.

Con “L’Angelo nero” siamo nel paranormale e nei racconti di quella che amo definire “mitologia cristiana” e che ci parla di quegli esseri magici che condiscono il cattolicesimo, come angeli e demoni.

“Il secondo tentativo” ci parla di un fallito attentato per improvviso cambio d’idea dell’attentatore, ma con sviluppi inattesi.

“In due dita verso il cielo” troviamo un desolante mondo post-apocalittico che quasi mi ricorda quell’inarrivabile capolavoro che è “La strada” di McCarthy.

“Vincere”, pur con toni fantastici, è quasi una denuncia del mondo dei “gratta e vinci” e, più in generale, delle lotterie e dei lotti.

Assai particolare è “Bino e Infinito”, che fa pensare a “Il curioso caso di Benjamin Button” di Francis Scott Fizgerald, solo che qui a scorrere alla rovescia non è la vita di un uomo ma l’intera storia dell’universo, che si contrae per implodere nel big bang.

Con questo inquietante racconto si chiude la silloge “Altri mondi, altre storie”. Credo di avervi mostrato quanto possa essere varia la creatività di Altomare e come anche qui sappia saltare con maestria dalla fantascienza, al paranormale, sul surreale, alla satira, alla fiaba, come era già evidente dai tre romanzi da me letti in precedenza.

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L’isola scolpita”, per esempio, è storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei PolidoriLe FanuMistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

 

Spesso gli autori di fantascienza o di fantastico italiani tendono a scivolare nel gusto “strapaesano” e i loro romanzi finiscono per somigliare a racconti da osteria. Per fortuna non è sempre così e anche la nostra penisola talora sforna autori di livello internazionale, se non come fama, come stile letterario. Questo è il caso di Donato Altomare.

Il fuoco e il silenzio”, è una sorta di avventura investigativa che ci ricorda la miglior fantascienza anglo-americana, con alcuni punti di originalità, che rendono il romanzo peculiare, in primis la presenza di una civiltà aliena di tipo vegetale, che se certo non è una novità assoluta, appare ipotesi poco frequentata e, dal mio punto di vista, segno di una visione ampia e coraggiosa sui mondi possibili da parte dell’autore. Trovo, infatti, quasi offensive per l’intelligenza dei lettori quelle storie piene di alieni antropomorfi. Tra i precedenti in tema di creature vegetali abbiamo il magistrale “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham, una delle opere che ha contribuito a farmi amare il genere, o “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Dish. Di piante pericolose parlano anche “Sanguivora” di Robert Charles, “L’orrore di Gow Island” di Murray Leinster, il suo racconto “Proxima Centauri” e “Il ciclo degli Chtorr” di Davis Gerrold. Ma spesso le piante sono mutazioni di piante terrestri e pressoché mai arrivano a uno stadio evolutivo tale da dimostrare un’intelligenza pari o superiore a quella umana (tranne forse nel citato “Proxima Centauri”). Mi pare, dunque, si debba rendere onore ad Altomare come un precursore in tal senso. A dir il vero anche il mio racconto “I costruttori”, uscito nel primo numero del 2016 di ProgettandoIng parla di un’invasione aliena di piante, che definirei “organizzate” più che intelligenti.Risultati immagini per astronave

Un altro aspetto singolare di questo romanzo è la presenza di un gran numero di personaggi, ma tutti distribuiti in squadre alla ricerca del Nemico, composte da cinque membri, che tra di loro si chiamano con i numeri cardinali (Uno, Due…), così ci troviamo a seguire le avventure delle diverse, sfortunate, squadre, quasi come se seguissimo sempre gli stessi cinque personaggi, artifizio letterario che di certo semplifica la lettura, altrimenti saremmo stati catapultati in mezzo a una miriade di nomi propri in cui ci saremmo presto persi. Questo, peraltro, non toglie che alcuni emergano e si connotino con precisione (rivelando anche i nomi propri).

L’ambientazione, è quella delle grandi saghe spaziali tipo il ciclo “Fondazione” di Asimov, “I Canti di Hyperion” di Simmons o, magari, “Guerre Stellari” o “Star Trek”, con l’umanità sparsa per la Galassia, anche se qui ha un ruolo centrale il pianeta “verde” Mogrius.

 

Arrivato alla mia terza lettura di un romanzo di Donato Altomare ancora una volta  sono rimasto piacevolmente sorpreso, innanzitutto per la sua capacità di essere innovativo nella sua scrittura, magari, come qui, mescolando generi distanti come la fantascienza e il romanzo storico.

Sinfonia per l’imperatore” (2010 – Edizioni Elara), infatti, è un romanzo che si muove su due diversi piani temporali, il medioevo in cui visse l’imperatore svevo Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), il nipote di Federico Barbarossa, e un futuro ormai molto prossimo, il 2019.

In entrambi i piani, ritroviamo l’imperatore, poiché, a seguito di un incontro con degli alieni ha visto la propria vita dilatarsi, in attesa di poter giocare di nuovo una complicata partita contro uno di questi, dal cui esito dipenderanno le sorti della Terra e di parte della Galassia.

Il segreto per vincere la partita è nascosto nel federiciano Castel del Monte ed è legato a un enigma musicale che Federico cercherà di risolvere con l’aiuto di due giovani studiosi.

Se “Il fuoco e il silenzio” si faceva apprezzare per la scelta originale di immaginare extra-terrestri vegetali, anche qui gli invasori, sebbene abbiano per l’occasione assunto sembianze umane, non mancano di una certa peculiarità, data se non altro dalla loro struttura organizzativa e dallo strano gioco da cui dipende il potere sulle stelle.

Se l’unione di romanzo storico e fantascienza ha generato una figlia che molto apprezzo, l’ucronia, in cui si racconta la storia come potrebbe essere, Donato Altomare, con quest’opera ci mostra un altro parto nato dall’unione di tali generi, una science fiction di ambientazione storica, che richiama alcuni viaggi nel tempo che la letteratura fantastica ben conosce, pur senza farvi ricorso. Semmai questo eterno Federico II ci fa pensare a “Highlander” (film del 1986 diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert) o al leggendario ebreo errante che secondo la leggenda sarebbe stato condannato da Gesù a vivere fino alla fine dei tempi (in “Ilium” di Dan Simmons ne troviamo la versione femminile) o al “Caino” del premio nobel José Saramago.

Non mi rimane che leggere le opere con cui Altomare ha vinto due Premi Urania: “Mater maxima” e “Il dono di Svet”, ma già ora, con queste quattro letture posso dire che è un autore che merita leggere e conoscere.

 

UN’AMICIZIA LUNGA UNA VITA

KaijinHo conosciuto Linda Lercari un paio di mesi fa alla seconda edizione di Firenze Libro Aperto, dove presidiava il suo stand personale dal look nipponico. Presi allora da lei una copia del suo “Kaijin, l’ombra di cenere” e ora, alfine, l’ho letto.

Che storia è “Kaijin, l’ombra di cenere”, il romanzo di ambientazione giapponese scritto da Linda Lercari? Un po’ è romanzo storico, giacché vi si racconta, con dovizia di dettagli il periodo Kamakura, attorno al 1330, anche se non si toccano particolari eventi storici. È anche racconto di indagine e scoperta, poiché vediamo il signore Momokushi, riflettendo sulla morte del suo amato samurai Haka, scoprirne poco a poco aspetti ignorati e via via più intimi.

È dunque anche racconto di amicizia, quella tra il padrone e il suo migliore guerriero. Segretamente è anche storia d’amore.

Sono, queste vergate da Linda Lercari, pagine delicate ma ricche di particolari, che ci accompagnano in questo viaggio di scoperta di un essere umano, prima ancora che di un guerriero, che sotto la scorza dura che lo aveva fatto denominare “il demone”, nasconde un cuore ben diverso.

La sua è una scrittura scorrevole e coinvolgente e la lettura scivola via veloce e piacevole.

 

Settembre 2018 – Linda Lercari nel suo stand a Firenze Libro Aperto, mentre legge IL SOGNO DEL RAGNO.

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