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È SOLO GRAZIE A ROMANZI COME QUESTO CHE LA TERRA ESISTE ANCORA!

Livello 7” di Mordecai Roshwald è un romanzo che ci introduce subito a un’atmosfera claustrofobica, in questo Livello 7, sotterraneo e isolato dal Risultati immagini per Mordecai Roshwaldmondo, in cui dei militari vivono e dovranno a continuare a vivere per il resto delle loro esistenze per scongiurare, scatenare o gestire una possibile guerra nucleare. Sono persone senza dei nomi e, anche tra loro, si chiamano usando dei codici. Combattono contro un Nemico non definito altrimenti e dunque combattono una guerra tra un generico Noi e un generico Nemico. Tutto è asettico e impersonale. Quando si ha in mano le sorti dell’umanità, non si può badare alle singole persone, contano solo i numeri.

Ricevono ordini categorici da una voce dietro un vetro oscurato (e penso a “Maze Runner”). Hanno dodici bottoni da premere per scatenare vari livelli di guerra atomica (e penso al bunker di “Lost”). Vivono nella sicurezza di questo bunker dal quale possono attaccare ma non essere attaccati, dal quale possono distruggere l’intero pianeta ma non essere uccisi loro stessi. In un certo senso sono dei militari particolarmente fortunati, se vivere imprigionati in un buco può dirsi una fortuna, rispetto a morire al sole.

Roshwald in 2012

Mordecai Marceli Roshwald (May 26, 1921 – March 19, 2015) was an American academic and writer. Born in Drohobycz, Ukraine to Jewish parents, Roshwald later emigrated to Israel.[2] His most famous work is Level 7 (1959), a post-apocalyptic science-fiction novel. He is also the author of A Small Arrmageddon (1962) and Dreams and Nightmares: Science and Technology in Myth and Fiction (2008).

Un “filosofo” racconta loro che nel Livello 7 tutto è meglio che all’esterno. Persino la democrazia, perché loro ubbidiscono solo a ordini impersonali che vengono da una voce anonima ma che rappresenta tutti loro. Persino la libertà al Livello 7 è migliore, perché sebbene prigionieri in un abisso da cui non potranno mai uscire, lì dentro possono fare quello che vogliono. Peccato che molte cose siano proibite, come i giochi d’azzardo e gli scherzi e che abbiano comunque da rispettare regole precise e che non ci sia neppure un libro (per non parlare dei film, che non sono neppure citati).

Il mondo esterno li crede morti. Non sono lì per scelta. Il protagonista ascolta l’annuncio del suo compito e del futuro di eterno isolamento comprendendolo ma non assimilandolo subito. Solo dopo, con il ragionamento, ne afferrerà la drammatica portata: lui e tutta la sua discendenza non usciranno mai da lì, per almeno 5 secoli! “Livello 7” è dunque riflessione sul senso della vita e della morte, della guerra, dell’esistenza, della libertà.

Il Livello 7 è uno spazio sotterraneo del tutto autonomo e indipendente per i successivi 500 anni. Ha, infatti, cibo ed energia per 500 persone per un simile periodo. L’aria è prodotta con apposite serre sotterranee e l’acqua è filtrata dal terreno.

I militari ascoltano la musica tramite una sorta di antica filodiffusione (chi si ricorda della filodiffusione?): hanno solo due canali, uno di musica classica e uno di musica leggera. La musica sembra variare all’infinito, ma dopo 12 settimane scopriranno che ricomincia da capo, che le musiche sono limitate. Scopriranno che tutto è limitato. Se lo è in un mondo aperto, lo è a maggior ragione in questo loro piccolo mondo chiuso.

La gente scelta per questa missione è tutta psicologicamente autonoma, ovvero non è particolarmente propensa ai sentimenti, anche se qualcuno finisce per vacillare. A un certo punto vengono autorizzati a sposarsi, in una sorta di matrimonio a tempo, dato che le coppie avranno per sé solo un’ora al giorno in apposite stanze.

Sono come astronauti che debbano colonizzare un mondo alieno inospitale, ma vivono sotto il suolo della nostra Terra. Sembra un romanzo sulle navi generazionali, che trasportano piccole comunità per generazioni fino a mondi lontani. E penso a “Universo” di Robert Heinlein.

Il loro si chiama Livello 7 perché ci sono altri 6 livelli sotterranei oltre alla superficie della Terra, che a volte chiamano Livello 0. Più aumenta il numero dei livelli più sono piccoli e sepolti in profondità e al sicuro da una guerra nucleare.

La gente del Livello 7 si sente privilegiata, ma sebbene tutto sia così ben congegnato non tutto andrà come previsto.

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Fungo atomico

Livello 7” è un romanzo apocalittico del 1959, anni di guerra fredda e di paura di catastrofi nucleari. Anni in cui si cominciavano a costruire rifugi atomici in cui rintanarsi come topi in fuga da un esercito di gatti. Erano anni in cui la gente cominciava davvero ad aver paura che quello che gli Americani avevano sperimentato alla fine della Seconda Guerra Mondiale sterminando la popolazione inerme di Hiroshima e Nagasaki potesse ripetersi in America o in Europa o su scala mondiale. Fu forse soprattutto questa paura a tenere lontana una Terza Guerra Mondiale. Oggi ce ne siamo dimenticati. Le nuove generazioni non sanno cosa sia la paura del nucleare e allora, forse, farebbero bene a leggere romanzi come “Livello 7”, perché il potenziale nucleare odierno è maggiore e più tremendo di quello degli anni ’50 e perché all’epoca erano solo due superpotenze a scontrarsi minacciando un’escalation di armamenti, mentre oggi anche piccoli Paesi, magari guidati da leader infantili con smanie di potere, hanno il potere di premere qualcuno dei dodici bottoni di “Livello 7”, perché oggi in bottoni non sono più in basi militari segrete di due sole potenze avverse, ma sparsi ovunque sul pianeta e bastano un paio di bravi fisici per creare ordigni micidiali. Se si hanno armi di distruzione di massa e non se ne ha paura, la fine rischia di essere maledettamente vicina. Ciò che ci salvò durante la Guerra Fredda fu la paura. Paura alimentata anche da romanzi come questo. Dobbiamo essere grati ad autori come Mordecai Roshwald, perché senza di loro forse oggi ni non saremmo qui. “Livello 7” è un romanzo di fantascienza, ma andrebbe inserito tra quei romanzi che a volte vengono suggeriti nelle iniziative c.d. “leggere per ricordare”. Autori come Mordecai Roshwald meriterebbero un monumento come a degli eroi che abbiano salvato il mondo. Il romanzo magari non sarà narrativamente perfetto, troppo semplice, con un mondo troppo schematico, ma il suo valore di monito è talmente alto da renderlo una lettura imprescindibile.

 

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LA PRIMA NAVE GENERAZIONALE

Risultati immagini per universo heinleinVi è mai capitato di leggere un libro e dire “questo libro avrei voluto scriverlo io”?

Da anni vorrei scrivere un romanzo che descriva un viaggio interstellare verso un nuovo mondo. Non, però, la classica storia in cui le astronavi viaggiano più veloci della luce, grazie a qualche trucco come buchi neri, salti nell’iperspazio, ibernazione e simili diavolerie ben note alla fantascienza.

La storia che avevo in mente era quella di un viaggio lungo varie generazioni, a una velocità di poco superiore a quelle delle attuali navicelle spaziali. Avevo immaginato una nave immensa, in grado di ospitare almeno mille persone e tutto ciò che serve per farle vivere in modo del tutto autonomo per almeno mille anni. Avevo anche immaginato che in questi dieci secoli avvenisse quello che di norma avviene in un arco tanto lungo di tempo, in base a quel che ci insegna la storia: la civiltà decade. Avevo, dunque, immaginato una popolazione sprofondata in una sorta di medioevo spaziale, con il ricordo della Terra trasformato in leggenda.

Ebbene, per me questa storia è molto importante, non tanto perché la trovo narrativamente avvincente (è anche questo), ma perché credo che sia un concetto da inculcare nella mente della gente, perché è proprio questo che un giorno dovremo fare: costruire un’astronave immensa e partire verso altri mondi con la certezza che nessuno di coloro che partiranno arriverà di persona e neppure i loro figli, nipoti o pronipoti. Sarà un viaggio per trasportare la vita altrove. Non importerà chi arriverà. Importerà partire. Importerà riuscire a trasportare oltre lo spazio qualche scintilla di vita verso un mondo magari sterile ma che possa essere terraformato. Ho già scritto che credo che la tecnologia umana sia un’aberrazione, un cancro che corrode il nostro pianeta, aggredendone e distruggendone la biodiversità. Se la Vita, la Natura e la Terra sopportano tutto questo non può che essere per un fine superiore. Questo fine non è l’intelligenza umana, non sono l’arte, la musica e la poesia umane. La Vita, la Natura e la Terra non sanno cosa farsene del nostro genio artistico! Lo scopo dell’evoluzione è propagare la Vita. Per farlo verso altri pianeti, uno dei mezzi, forse il solo (salvo ammettere che alcuni batteri possano viaggiare per millenni senza morire) è una civiltà tecnologica. Noi esistiamo per questo e per nessun altro motivo. È nostro dovere morale verso la Natura, la Terra e la Vita partire alla ricerca di nuovi mondi in cui impiantare il seme della Vita. Non sarà necessario creare mondi in cui possa vivere l’uomo. Basterà trasformare un pianeta per consentire che vi attecchisca un batterio o un virus. Siamo portatori di vita, non di “umanità”.

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Robert A. Heinlein

Ebbene il libro che avrei voluto scrivere, a grandi linee, già esiste. Non è proprio come l’avrei scritto io, ma c’è una grande astronave in viaggio da generazioni verso Alpha Centauri e con un equipaggio sprofondato nella barbarie. Ci sono persino dei mutanti come nel mio “Via da Sparta”.

Questo romanzo, in realtà, l’avevo già letto moltissimi anni fa, ai tempi della scuola. Ricordavo di averlo letto, ma non il contenuto. Forse, però, deve aver lavorato sul mio inconscio per decenni! Si tratta di un classico della fantascienza del 1941: “Universo” (“Orphans of the sky”) di Robert Heinlein. Leggo anche che contiene uno dei primi esempi di “nave generazionale” e che a questa sono seguiti vari esempi del genere (che mi riprometto di leggere, in attesa di scrivere la mia versione), quali: “Viaggio senza fine” o “Non-stop” (1958) di Brian Aldiss, la trilogia degli “Esiliati” o de “L’astronave dell’esilio” (The Exiles Trilogy, 1971-1975) di Ben Bova, la serie “Rama” (1973-1993) di Arthur C. Clarke e Gentry Lee, “Eclissi 2000” (1979) di Lino Aldani, il romanzo “Colony” (2000) di Rob Grant, “Supernave” (Mothership, 2004) di John Brosnan.

Pur a distanza di anni è un romanzo che si legge molto bene anche se qualche debolezza ce l’ha, come la scarsa probabilità, in simili condizioni, di sbarcare su un mondo abitabile, ma è lo stesso Heinlein che nota l’estrema fortuna dei propri personaggi e fa notare quanto il gioco delle probabilità fosse contro di loro.

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La Nave riesce ad attraversare lo spazio e, soprattutto, il tempo, perché i suoi “progettisti”, come spiega Heinlein, l’hanno realizzata senza parti in movimento che si usurano (salvo dettagli interni), rendendo così superflua la presenza di manutentori, e l’hanno resa facile da guidare, immaginando che i piloti del futuro non sarebbero stati esperti. Un incidente fa sì che il viaggio duri molto più a lungo del previsto, ma la Nave riesce a reggere meglio della sua popolazione, dilaniata da una guerra tra l’Equipaggio e i Mutanti (una parte della popolazione sottoposta ai raggi cosmici a causa della disattivazione degli scudi anti-radiazione della Nave).

Affascinante è come la storia si sia trasformata in leggenda e come sia mutata la visione dell’universo in una popolazione che da sempre vive in un ambiente ristretto e chiuso, dal quale non può vedere l’esterno, portando la gente a credere che la Nave sia l’intero universo e che nulla esista al di fuori.

Non meno affascinante è come un gruppetto di persone riesca a superare questi preconcetti e arrivare a intuire la vera natura della Nave e il significato tutt’altro che allegorico, come tutti credono, del Viaggio verso Alpha Centauri.

Dalla narrazione emerge uno studio antropologico non privo di importanza e di interesse in vista di possibili futuri viaggi spaziali, che saranno possibili solo quando avremo la possibilità di realizzare navi in grado di viaggiare non certo alla velocità della luce ma almeno a una velocità tale da permetterci di raggiungere un nuovo pianeta in un tempo inferiore a mille anni.Risultati immagini per nave generazionale

Il nuovo sistema planetario di TRAPPIST-1 si trova a 39 anni luce di distanza dalla Terra, che equivale a 369 mila miliardi di chilometri.

New Horizons è al momento la sonda più veloce mai lanciata dall’uomo. È arrivata oltre Plutone nel 2015 e ora è in viaggio fuori dal Sistema Solare, a una velocità di 14,31 chilometri al secondo, ovvero circa 51.499 Km/h. Avanzando a questo ritmo, New Horizons impiegherebbe circa 817mila anni per raggiungere TRAPPIST-1! Dovremmo insomma realizzare navi almeno mille volte più veloci e costruirne di così grandi da ospitare una popolazione autosufficiente. Si dice che, per assicurare una certa varietà genetica, l’equipaggio dovrebbe essere composto da almeno 500 persone. Io immagino che oltre a tale varietà, occorrerebbero anche diverse specializzazioni, dunque, forse un numero di mille viaggiatori sarebbe persino troppo piccolo. Ognuno di questi dovrebbe avere con sé spazio sufficiente per la produzione di cibo, aria e altri beni per la sopravvivenza. Insomma, dovrebbe essere una nave enorme e velocissima, dunque anche costosissima!

Eppure un giorno potremmo e, anzi, dovremo riuscire a costruirne non una ma varie, da lanciare verso possibili pianeti candidati. In quegli anni di un futuro lontano, che speriamo possa un giorno arrivare, “Universo” potrebbe venir riletto con attenzione ed essere considerato una pietra miliare della letteratura d’anticipazione.

 

LA VANITÀ DEL MONDO

Risultati immagini per la fiera della vanità NewtonLa trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William Makepeace Thackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con una fanciulla che si innamora di un giovanotto, lo sposa nonostante l’ostilità della famiglia, rimane incinta, lui muore, l’amico di lui, da sempre innamorato di lei la corteggia ma lei resiste per diciotto anni, forte dell’amore per l’amico scomparso. Quando ormai il corteggiatore sta per cedere, un’amica le rivela cose che non avrebbe voluto sapere del marito defunto, piegandone finalmente la resistenza.

Questa “vana” trama che ruota attorno ad Amelia Sedley, affiancata da altre che riterrei minori (come le vicende dell’arrivista Rebecca Sharp, pronta a tutto per conquistarsi un posto in società), serve, però, a questo autore classico della letteratura inglese del XIX secolo come base per descrivere un mondo di vanità, “La Fiera delle Vanità” del titolo, qual’era la civiltà inglese ai tempi della caduta di Napoleone Bonaparte e delle guerre con la Francia, una fiera che anticipa molti aspetti della nostra attuale decadenza, un mondo fatto di complessi rapporti e liti familiari, di delicati e intricati rapporti sociali, di guerre, di feste, di mondanità.

Oggi tutto ciò si legge soprattutto come un documento di come fosse il mondo allora, di come vivessero gli inglesi in quell’inizio di XIX secolo, ormai ben duecento anni fa. Interessante per me cercare di capire il valore della sterlina allora assai maggiore di adesso, scoprire come gli avanzamenti di grado nell’esercito venissero normalmente acquistati in denaro e in nessun modo questo suonasse come una forma di corruzione, ma somigliasse un po’ al sistema con cui oggi acquista una licenza un tassista, un negoziante o un gondoliere. Suonandomi ben strana la pratica, mi viene dunque oggi da riflettere su quanto siano realmente “giuste” le analoghe pratiche moderne appena citate.

Come dice il titolo inglese (Vanity Fair: A novel without a Hero) – e come viene detto all’interno dell’opera –  visto che questo è un romanzo senza un eroe, lasciate che abbia almeno un’eroina, ma Amelia ha ben poco di eroico, è piuttosto una vittima della società, della mondanità e della propria ingenuità. Questa appare dunque, come certo desiderato dall’autore, come un’opera senza eroi, ma se non ci sono, difficilmente può esserci avventura e senza siamo nel grigiore della quotidianità, seppure imbellettata dall’ambientazione storica e dal perfido contesto mondano. Questo, penso, sia una delle cose che mi ha reso più pesanti la lettura.

L’epoca narrata è antecedente a quella dell’autore, seppure non di molto, e questo lo porta a descrivere quegli anni come un’epoca già diversa dalla sua. “La Fiera delle Vanità”) uscì, infatti, a puntate mensili tra il 1847 e il 1848 e, poi, unitariamente, alla fine di tale anno.

La novità per quell’epoca pare fosse avere una protagonista non più tutta virtù o vizio e il descrivere una nuda realtà quotidiana in cui vale più il buon senso che un vacuo sentimentalismo.

Il romanzo non si può definire prolisso (dato che è vivace e ricco di scenette) come mi sono parse altre opere ottocentesche, ma le 662 pagine dell’edizione Newton Compton mi sono parse davvero tante, anzi decisamente troppe, soprattutto per una trama come quella descritta all’inizio che riscuote in me un interesse quasi nullo. Ho letto opere assai più lunghe, magari divise nei numerosi volumi di una saga, ma parlare delle vanità del mondo e degli amori di una ragazzetta scialba per così tanto, francamente mi ha un po’ stancato e devo dire di aver tratto un sospiro di sollievo quando sono finalmente arrivato all’ultima pagina.

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William Makepeace Thackeray (Calcutta, 18 luglio 1811 – Londra, 24 dicembre 1863) è stato uno scrittore inglese, noto soprattutto per le sue opere satiriche, in particolare La fiera delle vanità. È pure noto per essere l’autore del romanzo Le memorie di Barry Lyndon, da cui è stato tratto il film Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

La lunghezza di quest’opera, tra l’altro, mi ha portato a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima in vita mia: abbandonare la versione cartacea e passare all’e-book.

Mantengo, infatti, normalmente, in lettura almeno un libro su carta e uno in formato elettronico, dato che quelli in e-book li posso leggere in T.T.S. e quindi in circostanze ben diverse dai cartacei (mentre guido, cammino, sono in palestra, cucino…). Il tempo per leggere su carta per me si è ridotto ogni anno di più, dunque la percentuale di libri letti, anzi ascoltati, con Text To Speech, sono ormai divenuti ampia maggioranza. Rendendomi, dunque, conto di non riuscire a progredire molto nella lettura dell’opera di Thackeray, ho deciso di lasciare il cartaceo e riprendere la lettura in e-book, riuscendo così a completarlo. Se non l’avessi fatto, me lo sarei trovato in attesa di essere finito forse ancora quest’estate. Le sue dimensioni fisiche, tra l’altro, mi rendevano anche scomodo portarmelo dietro in quelle occasioni in cui spesso leggo su carta, come in fila in qualche ufficio, pratica peraltro che mi capita sempre meno da quando moltissime attività che un tempo richiedevano uno spostamento di persona si possono fare on-line.

Insomma, questo libro segna una nuova tappa del mio abbandono di quel supporto desueto che è la carta. Fenomeno questo che mi sorprende per la sua rapidità, se penso che il primo libro che lessi in elettronico fu “L’eleganza del riccio”, nell’agosto del 2010 (lo feci al PC, non avendo ancora un e-reader). Trascorse poi un anno, fino al settembre 2011, prima che mi decidessi ad acquistare il primo e-reader, di cui apprezzai da subito la possibilità di leggere in T.T.S. Nel 2012 gli e-book erano 43 su 64 letture. Insomma, in meno di sette anni, sto ormai quasi per rinunciare alla lettura su carta, se non fosse che ho ancora tanti cartacei da leggere. Se dovessi riservare anche a questi volumi l’approccio seguito con “La Fiera della Vanità” o addirittura iniziarli direttamente in elettronico, penso che finirò per abbandonare del tutto la carta.

 

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LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA INGLESE

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John Wyndham

Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndhamIl risveglio dell’abisso” (“The Kraken Wakes”), pubblicato nel 1953 da John Wyndham, pseudonimo di John Wyndham Parkes Lucas Beynon Harris (Knowle, 10 luglio 1903 – Londra, 11 marzo 1969), è uno dei più classici romanzi di quegli anni d’oro per la fantascienza di lingua inglese. Se in quel periodo spopolavano gli autori americani, Wyndham, pur essendo cittadino britannico ebbe la sua dose di fama con questo romanzo e con altri capisaldi come “Il giorno dei trifidi” e “L’invasione degli ultracorpi”, vere pietre miliari del genere.

L’affascinante ipotesi di questo romanzo è che delle creature abitanti gli abissi oceanici, a decine di chilometri di profondità, abbiano sviluppato una civiltà del tutto diversa dalla nostra e, provocati dall’umanità, muovano al contrattacco, rivelandosi assai più potenti di noi e soprattutto irraggiungibili e inconoscibili, mistero che dà particolare dignità alla narrazione. Se questi esseri marini siano di origine aliena o si siano sviluppati negli abissi degli oceani terrestri non è dato sapere,Risultati immagini per il risveglio dell'abisso wyndham anche se la vicenda comincia con strani oggetti luminosi che, provenienti da cielo, si immergono in mare.

La storia ha sviluppi apocalittici e si presenta come un’originale rappresentazione di invasione aliena, con l’interessante raffigurazione di creature in grado di svilupparsi intellettualmente nonostante le tenebre profonde e le altissime pressioni in cui vivono. Sebbene non le mostri mai direttamente, Wyndham ci
presenta delle creature profondamente diverse da noi per origini, mentalità ed esigenze vitali, cosa quanto mai apprezzabile in un’opera che esplora i confini del possibile e quanto di più lontano possibile dai ridicoli alieni antropomorfi di serie televisive come Star Trek o di altra fantascienza di qualità decisamente inferiore. Sebbene non definirei quest’opera un capolavoro della letteratura, essendo forse un po’ troppo semplice e sviluppando troppo velocemente gli effetti di questa devastante invasione, rimane comunque ancora oggi uno tra i romanzi più originali e consistenti della fantascienza.

ASIMOV E LE UTOPIE A SCADENZA

Il termine Utopia deriva dal greco ο (“non”) e τόπος (“luogo”) e significa “non luogo”, anche se l’ο viene facilmente confuso con “ευ” (“buono”) e si parla quindi di utopia, pensando piuttosto a un “eutopia”, a un “buon posto”. Il termine fu coniato da Tommaso Moro e giocava proprio su questo doppio significato: descrivere un buon luogo per vivere, ma che non esiste.

Tra tutti gli autori fantascientifici emersi dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno descritto mondi utopici, spicca Isaac Asimov. La sua visione ottimistica della storia futura dell’umanità emerge, in particolare, nella sua storia futura della Galassia, raccontata attraverso le seguenti opere:

 

FUORI CICLO

“Tutti i miei robot” (“Io robot” (1950), “Il secondo libro dei robot” (1964), “L’uomo bicentenario e racconti vari”) (The Complete Robot, 1982)

“Antologia del bicentenario” (The Bicentennial Man and Other Stories, 1976)

“Madre Terra” (Mother Earth, 1949) – racconto in “Asimov Story” (The Early Asimov, 1972)
“Nemesis” (Nemesis, 1989)

ROBOT

“Abissi d’acciaio” o “Metropoli sotterranea” (The Caves of Steel, 1953)

“Il sole nudo” (The Naked Sun, 1956)

“Immagine speculare” (Mirror image, 1972) – racconto in “Visioni di robot” e in “Il meglio di Asimov”

“I robot dell’alba” (The Robots of Dawn, 1983)

“I robot e l’Impero” (Robots and Empire, 1985)

IMPERO

“Il Tiranno dei Mondi” o “Stelle come polvere” (The Stars, Like Dust, 1951)
“Le Correnti dello Spazio” (The Currents of Space, 1952)
“Paria dei Cieli” (Pebble in the Sky, 1950)

FONDAZIONE

“Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988)

“Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993)
“Fondazione” o “Cronache della galassia” o “Prima fondazione” (Foundation, 1951)
“Fondazione e Impero” o “Il crollo della galassia centrale” (Foundation and Empire, 1952)

“Seconda Fondazione” o “L’altra faccia della spirale” (Foundation and Empire, 1952)
“L’orlo della Fondazione” (Foundation’s Edge, 1982)

“Fondazione e Terra” (Foundation and Earth, 1986)

 

L’utopia asimoviana si basa su alcuni assunti:

  • viaggi interstellari;
  • milioni di pianeti raggiungibili, abitabili e privi di alieni a livello tecnologico;
  • robot regolati da leggi che li spingono ad aiutare l’umanità;
  • il potere vincente della ragione;
  • la possibilità di controllare il flusso della storia;
  • la possibilità di guidare l’umanità per la strada migliore.

 

Le visioni utopiche di Asimov nel corso dei millenni di storia galattica descritta cambiano non solo per il semplice scorrere del tempo e per il succedersi di diverse fasi storiche, ma anche perché in origine i tre Cicli non erano collegati tra loro e quindi descrivono realtà diverse, collegate solo in un secondo momento. Le utopie appaiano, dunque, come “a scadenza”. Un modello si succede a un altro.

Se, per esempio, nei racconti e nel ciclo dei Robot abbiamo un grande sviluppo di questi automi, un allungamento notevole della durata della vita umana e un’attività di colonizzazione spaziale piuttosto felice, con i primi 50 mondi colonizzati (i Mondi Spaziali o Esterni) poco popolati, ricchi e sereni, il quadro cambia con il ciclo dell’Impero, che vede la scomparsa dei robot, la vita tornare a durate simili alle attuali e una tirannia galattica dominare i nuovi pianeti, mentre la Terra regredisce e viene dimenticata. Con il ciclo della Fondazione accanto all’utopia dell’espansione senza limiti dell’umanità in una Galassia senza nemici alieni che caratterizza anche i precedenti Cicli ma che qui trova piena realizzazione, troviamo la nuova utopia della Psicostoria, ovvero il sogno di orientare il futuro a beneficio dell’umanità.

Come si può vedere sfogliando il precedente elenco, alcuni romanzi furono scritti decenni dopo gli altri, allo scopo di collegare tra loro i vari Cicli.

 

La maggior parte dei racconti compresi in “Tutti i Miei Robot” descrivono un futuro che per noi è già passato. Asimov immaginava che già vent’anni fa ci potessero essere colonie sulla Luna e su Marte e che i robot umanoidi fossero in piena fase di sviluppo!

Se per certi aspetti vedeva per la fine del XX secolo un mondo ben più evoluto di quanto siamo riusciti a farlo diventare finora, per altri gli erano sfuggiti altri campi di crescita. Fa sorridere, per esempio, quando racconta di robot dedicati alla correzione di bozze o che sfogliano i libri per raccogliere informazioni.

 

Abissi d’Acciaio”, con cui inizia il ciclo dei Robot  è ambientato un migliaio d’anni dopo l’inizio della colonizzazione dei Mondi Esterni.

Sebbene la robotica e i viaggi spaziali siano tanto avanzati, lo scrittore russo-americano non ha saputo immaginare gli sviluppi recenti della telefonia e manda il protagonista Elijah Baley a chiamare da un telefono pubblico, così come farà, in “Seconda Fondazione”, migliaia di anni dopo, persino una quattordicenne come Arcadia, che gira con in tasca i soldi per comprarsi un biglietto per un volo interstellare, eppure per andare allo spazioporto cerca una sorta di cabina telefonica (non ha neppure un rozzo telefonino!) per chiamare un taxi! Nel Ciclo dei Robot, almeno, troviamo un sistema di nastri trasportatori a velocità variabile. Anche alcuni usi e oggetti quotidiani risultano stranamente persistenti. Su pianeti che non si ricordano più dell’esistenza della Terra, per esempio, il tennis è sopravvissuto!

Si può dire che questa sia una distopia, dato che immagina una Terra sovrappopolata e condizioni di vita non ottimali, ma l’ottimismo asimoviano e la sua costante fiducia nel futuro, ne fanno una distopia troppo “felice” per essere raffrontata con altre ben più cupe. Basti pensare all’efficienza delle strade mobili, alla serenità dell’utopica Astropoli. Ci fa sorridere persino la “catastrofica” previsione di una Terra popolata da otto miliardi di abitanti. Magari tra mille anni potessimo davvero non essere di più!

Una simile pressione demografica rende indispensabile la colonizzazione di nuovi mondi, processo che la Terra, vittima di una sorta di agorafobia collettiva, aveva da tempo interrotto, delegandolo ai Mondi Esterni.

I terrestri vivono ammassati in otto miliardi, rinchiusi in “abissi d’acciaio” senza osare uscire all’aria aperta o vedere il “sole nudo” e stanno rinunciando ai robot.

Al contrario, i solariani sono solo ventimila, ma hanno migliaia di robot per ciascuno. Vivono sulla superficie del pianeta, ma non s’incontrano mai tra di loro, avendo una vera e propria fobia del contatto.

Terra e Solaria sono i due estremi sociologici dell’umanità.

 

Il Sole Nudo” è un bell’esempio della capacità di Asimov di creare nuovi mondi e di immaginare il futuro. La sua analisi arriva ai rapporti degli uomini con la tecnologia e interpersonali.

Le sue preoccupazioni per un mondo, per lui decadente, in cui la “visione” (il virtuale) prevale sull’incontro personale (sui veri rapporti umani) anticipano (siamo nel 1956) le attuali preoccupazioni degli educatori per un mondo dominato dalla telefonia mobile, dalle community virtuali e dalle chat.

 

I Robot dell’Alba (1983) mostra l’inizio della seconda fase dell’esplorazione e colonizzazione spaziale della Galassia e i germi della Psicostoria.

 

Ne “I Robot e l’Impero” sono passati 2 secoli dagli avvenimenti iniziali (“20 decadi” dicono gli Spaziali). Il protagonista principale del Ciclo dei Robot, Elijah Baley, è morto da tempo. La Galassia è divisa tra i terrestri, che vivono al massimo per una decina di “decadi” e gli Spaziali, esseri umani che anni prima hanno colonizzato 50 pianeti e che ora vivono dalle trenta alle quaranta decadi. La lunga vita è utopia e nel contempo distopia, perché rende gli Spaziali meno pronti a rischiarla per avventurarsi nello spazio e colonizzare nuovi mondi, vero scopo dell’umanità.

Ritroviamo qui il grande co-protagonista e compagno di indagini dell’investigatore Elijah Baley, il robot umanoide R. Daneel Olivaw, nonché il robot metallico R. Giskard Reventlov.

I due robot per salvare la Galassia elaborano la Legge Zero, che permette agli automi di mettere la salvezza dell’umanità davanti a ogni altro dovere. Colonizzare l’intera Galassia e tenerla unita: questi sono i veri obiettivi dell’utopia asimoviana e lo scopo dell’esistenza dei suoi robot per effetto della Legge Zero.

 

Il Tiranno dei Mondi” (1951) è il primo romanzo del Ciclo dell’Impero. Si presenta molto “asimoviano”: ottimista, scientifico, ragionato, ricco di intrighi ben congegnati, con un ruolo importante della politica (con un sostegno un po’ scontato agli ideali di libertà e democrazia, utopia americana più che tipicamente asimoviana).

Se ripulito da alcuni elementi caratterizzanti, come le ambientazioni aliene, il futuro appare troppo simile, a mio avviso, al nostro presente (non penso solo ad alcuni aspetti tecnici, come le pellicole cinematografiche ancora in uso nel romanzo, ma soprattutto ai rapporti umani: dal 1950 a oggi sono mutati di più che nei secoli che dovrebbero separarci dall’avvento dell’Impero asimoviano).

 

Ne “Le correnti dello spazio” la Terra è ormai quasi dimenticata e ridotta a semplice leggenda.

 

In “Paria dei cieli” si parla del conflitto tra una Terra, con una superficie radioattiva e devastata, che ora è solo uno dei più poveri e dimenticati pianeti di un Impero che conta milioni di pianeti. Eppure gli abitanti della Terra, i paria dell’Impero, conservano sogni di grandezza terroristica e stanno approntando un’arma batteriologica in grado di uccidere tutti gli altri abitanti della Galassia. Vi compare, con un viaggio nel tempo di migliaia di anni, un uomo proveniente dal nostro presente, il sarto in pensione Joseph Schwarz, destinato a salvare la Galassia. Piuttosto improbabile il fatto che proprio lui finisca a fare da cavia a un macchinario in via di sperimentazione, destinato a potenziare l’intelligenza umana, facendolo diventare un telepatico, capace di condizionare i movimenti delle persone con la forza del pensiero e persino di uccidere. Il viaggio nel tempo appare un unicum in questa storia della Galassia e forse un po’ fuori contesto.

Perché parlare di utopia per questo Ciclo in cui vediamo una Terra ridotta ai margini dell’Impero, i suoi abitanti considerati dei nuovi paria, con la Galassia dominata da un impero tirannico, una tecnologia progredita solo in alcuni campi? Perché anche qui continua a prevalere una visione di progresso, espansione e sviluppo per l’umanità.

Persino qui i forti elementi distopici sono solo ombre che evidenziano le luci di una visione ottimistica per la quale l’umanità è la razza eletta, senza alcuna specie aliena a ostacolarla nella sua conquista della Galassia, limitata e rallentata solo da se stessa nel raggiungimento del grande obiettivo.

Preludio alla Fondazione” spiega la nascita della Psicostoria e vede come protagonista il suo creatore, Hari Seldon, impegnato in una serie di avventure che lo fanno sembrare l’Indiana Jones della matematica.

La visione utopica di una Galassia organizzata in un impero composto da milioni di mondi, popolati solo da esseri umani (di origine terrestre), mi lascia alquanto perplesso, sia per la rapidità (20.000 anni) in cui l’umanità sarebbe passata dai 50 mondi abitati del ciclo dei robot ai milioni di pianeti con miliardi di abitanti; sia perché pare inconcepibile che su miliardi di mondi l’uomo non si sia mai imbattuto in nessun essere intelligente. Persino gli animali e le piante aliene sono assai poco citati e sembrano autentiche rarità. Eppure ci sono miliardi di mondi pronti per essere abitati! Come può essere che nessuno abbia sviluppato forme di vita proprie?

Come già sui Mondi Spaziali del Ciclo dei Robot, il mondo in cui è ambientata la storia, la capitale dell’Impero, Trantor ha un clima controllato, essendo interamente chiuso sotto una calotta, che lo difende dall’ambiente esterno, che la sovrappopolazione (40 miliardi di abitanti) ha reso instabile e inabitabile.

La Galassia che Asimov ha voluto disegnarci, così pulita, regolare e prevedibile (grazie alla Psicostoria), appare molto WASP (White Anglo Saxon Protestant), sebbene si parli della decadenza dell’Impero. Anche se il protagonista si cala nei quartieri più malfamati e affronta i delinquenti locali, la sensazione è sempre quella che, poco lontano, ci sia il mondo ordinato e sereno dell’Impero. L’Impero sarà pure una tirannide, ma è il modello da cui partire per creare un nuovo, migliore, Secondo Impero.

Con il ciclo della Fondazione aggiungiamo un nuovo elemento all’utopia asimoviana: la possibilità di prevedere e regolare i flussi della storia. Regolare la storia per creare un futuro a misura dell’uomo e una Galassia pacificata sotto un nuovo Impero.

 

Fondazione anno zero” continua a raccontare la vita di Hari Seldon. Vi è ricomparso dopo millenni A. Daneel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley, protagonista del Ciclo dei Robot, fingendosi umano, con il ruolo di saggio Primo Ministro. Funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità, assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, a realizzare la Psicostoria. A. Daneel Olivaw, conosciuto come un semplice investigatore, si trasforma qui in una sorta di semidio robotico che veglia sulle sorti dell’umanità, elemento fondamentale dell’utopia atea asimoviana, dove non ci sono veri Dei ad assisterci ma in cui una macchina può supplire, confortandoci con il pensiero che la sua saggezza saprà guidarci meglio di quella di qualunque, imperfetto, essere umano.

Isaac Asimov, nel delineare la sua visione della storia futura dell’umanità, in “Fondazione”, sembra rifarsi in parte all’utopia platonica (“La Repubblica”, 390-360 a.c.) di una società guidata da saggi filosofi.

Per contrastare la decadenza dell’Impero di Trantor, il matematico Hari Seldon ha, infatti, ideato, mediante la teoria della Psicostoria una Fondazione, nella quale, divenuto Primo Ministro, ha riunito un’importante comunità scientifica con il proposito di fornire una guida (formata da uomini di scienza e cultura) per la Galassia, nel momento in cui il potere centrale di Trantor fosse inevitabilmente crollato.

La Fondazione, grazie alle conoscenze accumulate, sviluppa così una potente tecnologia e afferma il suo potere sulla periferia della Galassia, travestendo le proprie conoscenze scientifiche e tecnologiche in potere spirituale e religioso (anche se mi pare poco plausibile che un simile passaggio avvenga in appena trent’anni, come immaginato qui).

Come in Platone, vediamo quindi l’arrivo dei Mercanti e l’affermarsi del loro potere, in attesa che nuovi filosofi (i “mentalici” della Seconda Fondazione?) prendano il sopravvento.

 

In “Fondazione e Impero” compare il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, (variabile non prevista dai calcoli di Seldon). Il Mulo si rivela un comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

La previsione psicostorica, con il calcolo matematico delle azioni delle masse, è qui sconfitta dall’individualismo. Muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione, comprendendo così che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

 

Seconda Fondazione” è nel più classico stile asimoviano, con personaggi che si combattono sì con potenti poteri mentali (telecinetici come in altri romanzi) e fisici (armamenti nucleari), ma in cui le vere battaglie sono verbali, scontri di visioni, incontri dialettici in cui qualcuno cerca di scoprire qualcosa o di convincere qualcuno che è stato sconfitto e che deve arrendersi. Risolvere i problemi discutendo è un’altra utopia asimoviana: una Galassia in cui la razionalità sia così potente da regolare i comportamenti umani.

Nel Ciclo della Fondazione percepiamo una globalizzazione totale. Si dice che nei mondi della Galassia centrale ci sono usi più raffinati, che i mondi della periferia sono meno evoluti, che alcuni mondi sono più o meno industrializzati o armati, ma quello che si percepisce è una grande somiglianza tra tutti i milioni di mondi della Galassia, quello spazio utopico così stranamente privo non solo di diversità, ma anche di alieni. Una Galassia che somiglia a un infinito deserto far west pronta a essere dominata da milioni di miliardi di americanissimi cowboy, senza neppure un apache a creare un po’ di disagio!

In questo volume, la Prima Fondazione pensa di aver sconfitto sia il suo inatteso nemico, il mutante detto Il Mulo, sia la Seconda Fondazione, sia, indirettamente, per opera del Mulo, l’Impero. I lettori sanno però che non è così e che la Seconda Fondazione continua a esistere, sebbene nascosta come sempre.

Con “L’orlo della Fondazione” siamo a metà del progetto Seldon, a 500 anni dalla creazione delle due Fondazioni e qualcuno, nella Prima Fondazione, di nuovo sospetta che la Seconda Fondazione sia sopravvissuta, mentre nella Seconda c’è chi sospetta che vi sia una terza entità nella Galassia che dirige il Piano Seldon, controllando quindi sia la Seconda che la Prima Fondazione, mentre la Seconda, segretamente controlla la Prima.

Parte, dunque, una spedizione ufficiosa della Prima Fondazione alla ricerca della Seconda, mascherando la missione in una ricerca della Terra. Vi partecipa il consigliere Golan Trevize, assistito dal professore di storia Pelorat. Dalla Seconda Fondazione parte invece l’Oratore Stor Gendibal, alla ricerca di un’altra entità che, come la Seconda Fondazione, sembra avere dei poteri telepatici (“mentalici”).

Si ritroveranno tutti su Gaia, che ciascuno di loro crede possa essere l’oggetto della propria ricerca. Su Gaia ogni essere, vivente e non vivente, animale, vegetale o minerale e persino umano partecipa all’unità del pianeta, rendendolo un unico organismo pensante.

Gaia è un pianeta artificiale, frutto dell’opera dei robot, che vi hanno costruito il mondo ideale per l’umanità (una nuova utopia asimoviana), un pianeta in cui tutto è equilibrato, senza sprechi, senza morti inutili, senza malattie, con tutti gli esseri in collegamento mentale tra loro.

Le due Fondazioni vogliono realizzare il Secondo Impero, ma ognuno a modo suo. Gaia, una sorta di Terza Fondazione non prevista da Hari Seldon, ha una terza visione del futuro, una “Galassia integrata” (Galaxia), in cui ogni essere sia legato agli altri in una comunione galattica.

Cos’hanno in comune tutte le utopie asimoviane? Soprattutto il controllo, la possibilità di avere angeli custodi artificiali che vegliano sull’umanità e la sua storia. Robot, matematica, Fondazioni e Imperi vegliano (e controllano) l’umanità. Galaxia è controllo totale. Saranno anche utopie, ma sono al contempo anche distopie e Asimov ci mostra spesso personaggi che combattono, di volta in volta, contro ciascuna di queste forme di controllo. È questa anche la perplessità del protagonista Trevize: aver scelto un modello sociale troppo vincolante.

 

In queste pagine, Asimov cita anche un altro romanzo “fuori ciclo”, “La fine dell’eternità”, spiegando la caratteristica più insolita della sua Galassia: l’assenza di alieni evoluti, se non addirittura civilizzati. Secondo una leggenda gli Eterni che vivevano sul pianeta d’origine erano in grado di scegliere tra tanti possibili corsi del tempo e scelsero la linea temporale in cui la civiltà si era sviluppata solo e soltanto sulla Terra. Una spiegazione, direi, un po’ debole, per la più persistente utopia asimoviana: l’umanità è la razza più importante, intelligente ed evoluta della Galassia!

 

Con “Fondazione e Terra” si conclude la storia della Galassia e si incontrano di nuovo, a ritroso, alcuni dei mondi che abbiamo conosciuto nelle opere precedenti.

Trevize e Pelorat sono qui intenti nella ricerca della Terra, grazie alla cui scoperta Trevize spera di giustificare la scelta da lui già fatta nel precedente romanzo, senza esserne del tutto convinto, a favore di Galaxia e contro il modello fornito dalla Psicostoria, con le sue Fondazioni e il suo Secondo Impero.

Cerca di risalire alle origini dell’umanità, forse sperando che, conoscendone l’inizio, possa poi scoprire in quale direzione debba orientarsi.

Si parte così da Terminus, sede della Prima Fondazione, per sfiorare Trantor, che fu capitale del Primo Impero, per arrivare su Baleyworld, su Aurora, ormai abitato solo da cani selvaggi, e su Solaria, l’ultimo dei 50 Mondi Spaziali, il solo di questi ancora abitato, con una piccola popolazione di mutanti ermafroditi e misantropi, discendenti dal primo gruppo di coloni della Terra.

Solaria è un altro dei mondi utopico / distopici descritti da Asimov. Utopico almeno dal punto di vista dei suoi abitanti che vivono con grande ricchezza ma anche in totale isolamento gli uni dagli altri, al punto di essersi trasformati in ermafroditi per non avere neppure più rapporti sessuali, tanto temono il contatto umano.

Dopo una tappa su Melpomenia, arrivano così su Alpha Centauri e scoprono che vi sono emigrati gli ultimi abitanti della vicina Terra morente.

Anche Alfa rappresenta un’utopia imperfetta. Ricoperto da un immenso oceano, ha una sola grande isola artificiale, su cui vivono circa 25.000 persone, in semplice abbondanza, in un misto di ritorno ai vecchi tempi andati (vivono di pesca e agricoltura) e di tecnologia evoluta che consente loro di controllare la pioggia e di aspirare alla trasformazione in anfibi. Per quanto piccolo e isolato, il loro mondo ha una vita spontanea e serena. L’accoglienza cordiale dei suoi pochi abitanti nasconderà però un’insidia che costringerà i protagonisti a fuggirne in fretta.

Giungono infine nei dintorni della Terra ma scoprono che le leggende sono vere e il pianeta è ormai abbandonato e inabitabile per le radiazioni. Eppure se tutte le sue tracce sono state cancellate in modo da non farlo trovare, ci deve essere un motivo. Chi o cosa nasconde la Terra? I viaggiatori avranno allora l’intuizione di scendere sulla Luna e lì troveremo la risposta a tutti i quesiti. Come nei prequel della Fondazione avevamo scoperto che la Psicostoria era guidata da A. Daneel Olivaw, il robot telepate, a sua volta diretto dalla Legge Zero della Robotica, così, in quest’opera conclusiva, comprendiamo come per A. Daneel Olivaw, questo automa autorigenerato e vecchio ormai di oltre 20.000 anni, la Psicostoria non sia sufficiente a creare una Galassia pacifica e sana e che il nuovo e superiore modello sia quello preconizzato dal pianeta pensante Gaia (da lui creato) e quindi dal Progetto Galaxia, la più grande delle utopie asimoviane: un’intera Galassia in collegamento telepatico, in cui ogni parte, sia essa umana, animale, vegetale o minerale, si muova per il bene comune. A. Daneel Olivaw è esso stesso parte di questa utopia: un robot telepate ultraintelligente e autorigenerante, guidato da leggi che lo spingono solo fare il bene e che veglia per decine di migliaia di anni sulle sorti dell’umanità!

L’UTOPIA SPEZZATA

Fondazione e Impero”, è il titolo con cui è stato ridenominato “Il crollo della Galassia Centrale” (“Foundation and Empire”, 1952), quando la trilogia originale fu ampliata da Isaac Asimov, trasformandola in un gruppo di sette romanzi (il Ciclo della Fondazione) a loro volta collegati ai cicli “Impero” e “Robot” e ad altre opere asimoviane che descrivono la storia futura dell’umanità.

Sto ora rileggendo tutti i volumi, cercando di seguire l’ordine cronologico degli eventi narrati, assai diverso da quello di pubblicazione.

“Fondazione e Impero” era il secondo volume della trilogia e ora è il quarto del Ciclo.

Rispetto al precedente “Fondazione” (noto anche come “Cronache della galassia” o “Prima fondazione”  – “Foundation”, 1951), questo romanzo presenta una maggior unitarietà, anche se, come “Fondazione” fu originariamente (nel 1945) pubblicato a puntate come racconti su “Astounding Stories” e solo successivamente riunito in un romanzo. Il volume si presenta, comunque, diviso in due parti, piuttosto autonome tra loro:

  • Il Generale
  • Il Mulo.

Nella prima parte l’Impero, tramite il Generale Bel Riose, tenta di sconfiggere la Fondazione, creata dallo psicostorico Hari Seldon per consentire la conservazione della civiltà anche dopo la caduta dell’Impero, prevista dai suoi calcoli matematici.

La seconda parte è una delle più affascinanti del Ciclo, grazie alla comparsa di un nuovo personaggio, il Mulo, un mutante in grado di controllare le emozioni delle persone, variabile non prevista dai calcoli di Hari Seldon, e comandante in grado di annientare la Fondazione e accelerare la fine dell’Impero.

Isaac Asimov

Se in “FondazioneAsimov ci aveva consegnato una delle sue utopie, una Galassia controllata dai calcoli matematici dell’inventore della psicostoria, un universo cioè con un forte determinismo, in cui il volere dei singoli è annullato e tutto ciò che conta sono solo i movimenti delle masse umane, in “Fondazione e Impero”, Asimov “sospende” questa visione utopica della storia, come aveva bloccato il sogno di un mondo con robot sempre più evoluti e dediti al bene dell’umanità, tipici del Ciclo dei Robot, ma quasi assenti in quello dell’Impero. La previsione psicostorica è sconfitta dall’individualismo e sembra di assistere allo scontro tra la visione deterministica della storia come successione di cause ed effetti e una visione più classica in cui il valore di alcune grandi figure orienta fortemente il corso degli eventi. L’apparizione di una figura dalla forte individualità, con un potere “emotivo”, appare quasi paradossale in un’utopia storica che sogna di poter prevedere il futuro e occorrerà leggere i volumi successivi per coglierne appieno la filosofia.

Non sbagliò forse “Urania” a tradurre il titolo in “Il crollo della Galassia Centrale”, perché questo volume rappresenta davvero un momento di rottura e di sconfitta di ogni modello: muore come previsto l’Impero, è sconfitta la Fondazione e persino il Mulo, che era stato capace di realizzare un’unificazione della Galassia in tempi imprevedibili e impensabili, persino questo mutante dai grandi poteri, fallisce nel suo tentativo di individuare la Seconda Fondazione e da questo egli stesso capisce che il suo sogno di creare un nuovo impero rischia ora di naufragare.

Se l’utopia del controllo della Storia sembra essere negata da questo volume, rimangono comunque sempre alcune chiavi ottimistiche per leggere i Cicli asimoviani: la facilità dei viaggi spaziali, un uso controllato dell’energia atomica, milioni di pianeti pronti per essere abitati dagli esseri umani, senza alieni, malattie esotiche o problemi di sorta (né di massa gravitazionale, né di atmosfera, né di composizione del suolo) che potrebbero rallentare l’espansione dell’uomo nella Galassia, una sorta di Eden fatto a immagine e somiglianza dell’umanità.

Ma davvero la psicostoria ha fallito? Chi, come me, ha letto anche i romanzi precedenti, sa bene che Hari Seldon aveva previsto delle crisi per la Fondazione, poteva anche non aver previsto il suo crollo totale, ma aveva comunque preso misure di sicurezza, creando anche una Seconda Fondazione. Se il Mulo non avuto successo nella sua ricerca, allora forse Hari Seldon non ha sbagliato le sue previsioni. Non rimane che andare avanti nella lettura, per capire se la Seconda Fondazione sarà in grado di ribaltare la situazione o comunque di risolverla, confermando il modello psicostorico, nonostante la deviazione apportatagli dal Mulo.

IL ROMANZO D’APPENDICE PADRE DELLE SERIE TV

Il nostro comune amico” (“Our Mutual Friend”) è un feuilleton o romanzo d’appendice che fu pubblicato in fascicoli a puntate nel 1864 e 1865 da Charles Dickens. In effetti, leggendolo pare quasi di avere davanti una serie TV, di quelle divise in stagioni, che si sviluppano puntata per puntata. Questo modo di pubblicazione (inventato da  Louis-François Bertin, direttore del Journal des Débats) determina anche il tipo di opera, che somiglia appunto più a una serie televisiva che non a un film, presentando una trama principale (in questo caso, le vicende di un’eredità che sarebbe dovuta andare al figlio del defunto a condizione che questo sposasse una certa signorina Bella o, in alternativa ai due anziani servitori Boffin, con l’inconveniente che il primo erede, John Harmon, si finge morto per scoprire i sentimenti della futura moglie), cui si collegano alcune storie secondarie, come quella dell’avvocato innamorato della giovane Lizzy. Come nelle moderne serie, anche qui, in ogni capitolo, c’è qualche avventura e qualche nuovo sviluppo che pare allontanare la soluzione finale che il lettore intuisce ma viene sempre allontanata.

Come le serie TV sono divise in Stagioni, così questo romanzo è diviso in quattro libri: “La coppa e il labbro”, “Gente dello stesso stampo”, “Un lungo cammino” e “Una svolta”.

Si può dire che tali programmi, come i teleromanzi e le soap opera siano i discendenti di simili romanzi d’appendice in voga a metà del XIX secolo.

Rivolgendosi a un pubblico più distratto, in quanto potrebbe perdere qualche episodio, questo genere di romanzi, tende a creare personaggi di facile identificazione, con caratteristiche marcate, evidenziate a volte dall’uso dei soprannomi (che qui abbondano). Leggendo “David Copperfield” avevo notato come ciascun personaggio potesse ben descritto da un singolo aggettivo, tanto era netto un suo dato carattere. Ne emerge uno spettacolo forse meno fine che in altre letture, ma in cui pare di vedere il volto fortemente truccato degli attori sulla scena, rimedio dettato dall’esigenza di rendere chiare le espressioni anche al pubblico nel loggione, incapace di riconoscere i dettagli dei volti di lontano. Allo stesso modo qui i caratteri sembrano un po’ scolpiti con l’accetta piuttosto che col cesello, ma questo non va visto come un difetto dell’opera, quanto come una caratteristica implicita nel mezzo espressivo scelto, in cui ci si perde nella vastità dello sviluppo, nella moltitudine di pagine.

Charles Dickens

Con questo suo stile un po’ popolaresco, Dickens, dal maestro che è, riesce comunque a realizzare un romanzo capace di ben descrivere e criticare la realtà sociale del proprio tempo, a creare una storia che ancora oggi è capace di attrarre e trascinare il lettore e qui, come in “David Copperfield”, il lettore si sente partecipe della vicenda, chiedendosi di volta in volta perché un dato personaggio non compia una data azione che parrebbe tanto ovvia, ma tergiversi ancora. Tra le tante, quella che mi ha lasciato più perplesso è come abbia potuto Bella Wilfer accettare di essere oggetto di un testamento, accettare di essere ingannata dall’uomo che ama e che sposa senza conoscerne la vera identità, ingannata dai suoi protettori che mettono alla prova la sua virtù non si sa bene con quale diritto e poi, quando scopre tutto l’inganno, anziché infuriarsi per la scarsa considerazione che tutti hanno per la sua intelligenza e volontà (pur ammirandone tutti l’ingenua virtù), essere tutta felice e amorevole. Insomma, cogliamo in questo personaggio tutte le contraddizioni della condizione femminile nella Gran Bretagna e nell’Europa dell’epoca.

 

Le esigenze della forma adottata per la pubblicazione portano Charles Dickens a estendere il narrato ben oltre le esigenze della trama, che, in un’opera unitaria, si sarebbe potuta sviluppare assai più brevemente, senza tante digressioni (così comuni in tanti autori dell’epoca) e senza lo sviluppo di storie parallele, che distraggono il lettore e lo portano ad aspettare, arrancando con un certo fastidio per vie di campagna, che la vettura narrativa ritorni a correre spedita sulla strada maestra.

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