Archive for settembre 2014

FLUSSO E RIFLUSSO DEI RICORDI

Non so perché Sabrina Calzia abbia chiamato la sua raccolta di racconti “Onde”, ma penso possa avere qualcosa a che fare con il riflusso, che in qualche modo mi fa pensare ai ricordi: qualcosa che torna e poi se ne va di nuovo. “Onde” infatti è un libro fatto di memorie, non saprei quanto autobiografiche, perché ogni volta appartengono a personaggi diversi e non penso possano essere state tutte frutto di esperienze dell’autrice.

In un racconto, peraltro, si parla di ricordi che affondano e riemergono nel “mare della mente”

Onde” è anche un libro di perdite, di dolori, di rimpianti, come spesso è quando si ha a che fare con i ricordi.

Onde” contiene momenti poetici, a partire dal primo racconto, che ci trasporta subito in un viaggio dal sapore onirico, momenti di vita quotidiana e storia comune. Tra le “onde” troviamo alcuni personaggi che non si dimenticano, come il professore solitario, la vecchia gattara che si chiamare Bimba e tanti altri. Tra le “onde” troviamo ricordi che somigliano ai nostri, di noi che abbiamo vissuto gli ultimi decenni del ventesimo secolo, quel clima di vero terrore degli anni di piombo, che ritroviamo in uno dei racconti, quando si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, altro che i terroristi islamici di oggi!

Non è, insomma, solo una raccolta di pensieri intimistici, ma, oltre al terrorismo, ci troviamo storie di mafia, di razzismo, di immigrazione.

A volte le memorie fanno sentire la loro voce, perché i ricordi sono anche fatti di musica, a volte si trasformano in acquerelli delicati, a volte si mutano in giochi di parole, soprattutto dove sentono il profumo del vino.

Ing. Sabrina Calzia

Queste “onde” ti passano sopra con delicatezza, senza travolgerti, anche quando parlano di grandi dolori, di malattie (cancro, anoressia, bulimia…) o della morte. Sono “onde” che formano un mare e come davanti al mare ci si ferma a riflettere, a pensare o semplicemente a osservare.

Tutto appare vicino, riportato a noi dalla memoria, e, nel contempo, lontano, proprio perché filtrato da questi ricordi, veri protagonisti della silloge, riportati in vita da una scrittura corretta, precisa, con tinte color seppia, che ricordano quelle delle fotografie di una volta.

Pubblicato con “Youcanprint”.

 

 

 

 

Versilia - agosto 2014 - Foto Carlo Menzinger

Versilia – agosto 2014 – Foto Carlo Menzinger

IL MESTIERE PIÙ ANTICO, IL MESTIERE PIÙ BELLO E IL MESTIERE DI SCRIVERE

Approfittando della loro pubblicazione all’interno della nuovissima collana “Sesso motore”, ho riletto i racconti scritti da Sergio Calamandrei attorno all’investigatore privato fiorentino Domenico Arturi e agli altri personaggi del romanzo “Sesso Motore Zero – L’unico peccato” e che ritroviamo, sempre nell’ambito del progetto “Sesso motore”, anche nel romanzo “Sesso Motore 1 – Indietro non si può”.

In genere preferisco leggere romanzi piuttosto che raccolte di racconti, perché con queste si corre il rischio di faticare molto di più, dovendoci riambientare ogni volta dopo poche pagine.

È vero, però, che i racconti che compongono questa raccolta sono autonomi tra loro e rispetto ai due romanzi o al saggio “Sesso motore 2 – Perché si fa poco sesso”, ma la silloge “Sesso motore 3 – Il mestiere più bello del mondo e altri racconti” ha una forte unitarietà, dovuta proprio alla presenza di questi personaggi, che avevamo imparato ad amare leggendo i romanzi, all’ambientazione fiorentina e a un’impostazione comune, che sovrappone alla trama gialla un’analisi della nostra società, sia come rapporti interpersonali e trai sessi, sia come Paese Italia, con le sue distorsioni, quali il traffico di droga, la camorra o le altre mafie, gli abusi edilizi (centrali nel secondo romanzo) o l’assurda macchina del divertimento delle crociere.

Il ritmo nei racconti, per loro natura, accelera, però, rispetto ai romanzi e Calamandrei si permette qualche tocco ironico in più, dato anche dallo sviluppo a volte imprevisto delle indagini, che spesso partono da poche cose, come la morte di una coppia di gatti o la verifica della soddisfazione della clientela su una nave da crociera, per arrivare poi a scoprire un marciume assai più profondo, che Calamandrei ci presenta magari con leggerezza ma non per questo senza fare una denuncia significativa del nostro vivere quotidiano, che lascia il suo segno.

Completo dunque con questo volume, la lettura/ rilettura (dato che anche i racconti li avevo letti man mano che Calamandrei li pubblicava altrove) di questa collana / progetto, che non saprei se definire quadrilogia, dato che i volumi principali vanno da Zero a 3, ma forse lo Zero (scritto a lettere, proprio per distinguerlo dagli altri) non lo dovrei contare e dovrei contare invece “Sesso motore 4 – Assaggi gratis”, l’ebook che contiene stralci degli altri tre volumi e, allora, contandoli tutti dovrei parlare di pentalogia.

Quanti siano i volumi, lascio a voi di giudicarlo, ma posso certo dire che Calamandrei, sia che scriva romanzi, saggi, racconti o articoli (che ho letto altrove) è autore che si fa leggere volentieri e che lascia sempre qualcosa al lettore, siano spunti di riflessioni o siano vere e proprie informazioni che ci arricchiscono culturalmente, come qui, per esempio, la descrizione della vita della pittrice toscana Artemisia Gentileschi, il cui stupro ha reso una bandiera della lotta contro la violenza sessuale. Cito proprio questo brano tra tanti, per lo strano caso che mi è capitato: avevo appena finito di leggere il racconto in cui se ne parla (un furto di una pala d’altare da un museo fiorentino), quando sono entrato in un’azienda e sul bancone all’ingresso trovo un pacco di volantini in cui campeggiava la scritta “Artemisia”: proprio come era scritto nel racconto si trattava dei depliants di questa associazione contro la violenza, di cui non avevo ancora mai sentito parlare, e di cui scriveva Calamandrei!

Insomma, se tutti sapete qual è il mestiere più antico del mondo, non vi voglio rivelare quale sia quello più bello, ma vorrei almeno dire che il mestiere di scrivere Calamandrei lo conosce bene.

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Sergio Calamandrei (Coimbra, agosto 2013)

 

INDIETRO NON SI PUÒ: AVANTI TUTTA (CON 4 LIBRI ASSIEME!)

Anni fa lessi “L’unico peccato” (Editrice Zona, 2006) di Sergio Calamandrei e mi colpì come, inserito nella struttura del giallo, ci fosse un romanzo decisamente più mainstream, intendendo con questo quella parte di narrativa che non si lascia ingabbiare nei generi letterari. Già “L’unico peccato”, insomma, incamerava in sé alcuni interrogativi fondamentali sulla nostra società, sui rapporti interpersonali, in particolare uomo-donna, sul mondo dell’editoria e dei libri.

Non mi stupisce dunque che, in occasione della pubblicazione di un nuovo episodio delle indagini dell’investigatore privato fiorentino Domenico Arturi, Sergio Calamandrei abbia pensato di inserire i due romanzi non già in una semplice serie di gialli, ma in un progetto di assai più ampio respiro che ha denominato “Sesso motore”, in quanto, le varie opere si incentrano sull’interrogativo fondamentale: il sesso è il motore principale delle azioni umane? Se non lo è, lo è la sua assenza, come nota uno dei personaggi del secondo romanzo “Indietro non si può”?

Calamandrei, dunque, ha ridenominato “L’unico peccato” “L’unico peccato – Sesso motore Zero”, definendo così il secondo romanzo “Indietro non si può – Sesso motore 1” e aggiungendo a questi, con pubblicazione contemporanea, un saggio “Perché si fa poco sesso – Sesso motore 3”, una raccolta di racconti “Il mestiere più bello del mondo – Sesso motore 3”, un’antologia gratuita “Assaggi gratis – Sesso motore 4”, un sito internet http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm e un blog http://sessomotore.wordpress.com.

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Firenze – Foto di Carlo Menzinger

Indietro non si può” è comunque un romanzo del tutto autonomo, questo per tranquillizzare chi tema di dover per forza leggere tutto, e altrettanto lo sono gli altri volumi: ciascuno può essere letto autonomamente dagli altri, anche se è consigliata la lettura integrale per rendersi meglio conto dell’ampiezza degli intenti dell’autore

 

Come già “L’unico peccato”, “Indietro non si può” è ambientato a Firenze negli anni ’90 (tra fine 1995 e inizio 1996).

Calamandrei è fiorentino, Firenze la conosce bene e questo certo giova al romanzo, perché ne esce fuori un’ambientazione corretta, precisa ma, state tranquilli, non puntigliosa o invadente.

L’autore sembra ben conoscere la regola aurea degli scrittori: scrivi di ciò che conosci. Si capisce quindi bene che si è accuratamente documentato su ogni aspetto (e un’idea del suo grande lavoro si percepisce leggendo i ringraziamenti finali, rivolti a tanti professionisti che lo hanno consigliato su vari aspetti). Oltre che di Firenze, nel romanzo si parla dell’Italia, della politica nazionale di quei tempi di primo berlusconismo (ma l’autore ci parla soprattutto degli altri personaggi dell’epoca, tralasciando, forse volutamente, il fondatore del partito-azienda), delle grandi novità che cominciavano a cambiarci la vita, come l’avvento dei cellulari, che i protagonisti, con riflessioni che ricordano le stesse che si sentivano allora, non riescono ad accettare, delle infiltrazioni mafiose, delle speculazioni edilizie.

Positiva, dunque, l’ambientazione, ma positivo anche tutto il resto, i personaggi, la trama, i contenuti.

I personaggi non sono pochi, oltre al citato protagonista Domenico Arturi, voce, narrante, ma neanche troppi e questo permette di caratterizzarli piuttosto bene.

La trama verte attorno al classico omicidio di un nobile fiorentino e al furto di un libro antico, avvenuti separatamente. Partendo da questa struttura di base, Calamandrei ci mostra i rapporti tra i vari personaggi, denuncia un mondo di sfruttamento del lavoro, con segretarie non pagate, laureati che fanno gli autisti. Ci parla di abusi edilizi, di corruzione, di mafia, per riflettere così sul nostro tempo e, soprattutto, tema centrale del progetto “Sesso motore”, per interrogarsi – sia tramite i rapporti dei personaggi l’uno con l’altro, sia tramite la loro visione – sulla funzione del sesso nella nostra società e, persino, nell’evoluzione della nostra specie. Rilevante appare la considerazione sull’interessenza tra sesso, potere e ricchezza.

Romanzo insomma denso di contenuti, scritto con professionalità, intenso e di piacevolissima lettura.

Infine, posso anche osservare di aver imparato da questa lettura qualcosa di nuovo sull’affascinante mondo del collezionismo di libri antichi.

 

Chi lo ha pubblicato, vi chiederete forse ora, chi ha sostenuto questo suggestivo progetto? Qualche grande editore? Niente affatto! Qualche medio editore di buon fiuto? Neppure.

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Sergio Calamandrei – Lisbona, agosto 2013

Sergio Calamandrei, che già aveva pubblicato con editori minori, non solo “L’unico peccato” nella prima edizione ma anche altre sue opere, conosce ormai bene il mondo dell’editoria, su cui ha scritto interessanti studi (il tema viene accennato anche nel romanzo che ci parla oltre che di libri antichi, anche di moderni editori) e così sembra aver capito che ormai un editore, soprattutto se non è veramente importante e non vuole investire in modo significativo su di te, serve davvero a poco e, quindi, ha pubblicato da solo, con l’aiuto di alcuni amici per le copertine (il bravo Paolo Milanese) e per la revisione dei testi, avvalendosi di uno dei servizi di self-publishing che si può trovare on-line: Youcanprint. Forse il solo modo per avvalersi in modo proficuo di un editore è quello escogitato dallo stesso protagonista Domenico Arturi, ma non voglio rivelarvelo qui, perché merita scoprirlo nel romanzo, così come leggendo le pagine scritte da Calamandrei penso sia più piacevole scoprire lo sviluppo dei vari misteri che vi compaiono (non solo l’omicidio del Conte Puccetti e il furto de “Les liasons dangereuses”) e, delle varie storie, amorose e non, che vi si dipanano, dall’attrazione dell’investigatore per la bellissima vedova dell’assassinato, agli incerti amori dell’Avvocato Parisi, alle imprese letterarie di Arturi, che, oltre a condurre le sue indagini sta scrivendo un romanzo, che si chiama “L’unico peccato” (proprio come il primo romanzo di Calamandrei! Un metaromanzo, insomma, che si scrive da solo!), ai rapporti familiari della famiglia Puccetti, dilaniati dalle questioni ereditarie dopo la morte del Conte.

Insomma, questo romanzo è la dimostrazione che anche tra i romanzi autopubblicati si possono trovare ottime letture.

LA VITA: ISTRUZIONI PER L’USO

Girando per le community di lettori, in particolare in anobii, avevo notato la presenza di un autore piuttosto amato dai frequentatori: Tiziano Terzani. Incuriosito, ho, allora, letto il volume “La fine è il mio inizio”, senza sapere bene cosa aspettarmi.

La fine è il mio inizio” non è un romanzo, né, come ci si potrebbe aspettare da un giornalista quale era Tiziano Terzani, un reportage. Non è neppure un saggio. Si tratta, in sostanza, di un’autobiografia, anche se messa sotto forma di dialogo tra il padre Tiziano e il figlio Folco, che ne ha raccolto e trascritto le parole. Considerata la vita avventurosa di quest’uomo (che ha vissuto in alcuni affascinanti Paesi dell’Asia, dal Vietnam, alla Cambogia, alla Cina, a Singapore, all’India) sarebbe potuta essere una biografia molto interessante e così è. “La fine è il mio inizio”, però, è molto di più di una semplice autobiografia: è il testamento spirituale di un padre al figlio, ai figli, ai lettori, a tutti noi, è la raccolta delle riflessioni di un uomo, che, passo dopo passo, è arrivato alla saggezza, è una riflessione sull’Asia e sull’Occidente. Eppure tutto ciò ancora non basta per definire ciò che è questo libro. Si potrebbe allora dire che è un manuale per affrontare la vita e come tale, prima ancora di aver finito di leggerlo, l’ho consigliato a mia figlia adolescente.

Credo, infatti, che questo libro, che dal punto di vista letterario non è nulla di speciale, abbia contenuti di una profondità tale da qualificarlo più che come un libro che si deve leggere, come un libro che sarebbe un vero peccato non aver letto.

Mia figlia è all’inizio del penultimo anno di liceo. Presto dovrà scegliere che strada prendere nella vita. Potrà essere solo  la scelta di una facoltà, ma sarà il primo passo verso la definizione di ciò che sarà da adulta.

Terzani in questo libro ci parla di come e perché abbia scelto di studiare giurisprudenza, di come e perché sia entrato a lavorare all’Olivetti, di come e perché sia diventato giornalista, di come e perché sia diventato il giornalista che è stato, un corrispondente che parlava della vita della gente più che dei grandi fatti e dei potenti della terra.

Tiziano Terzani

Il suo è stato un percorso. Suggerire a un ragazzo questa lettura non serve a dirgli: guarda è per questo che devi studiare legge o giornalismo. Serve a far capire perché si decide di fare qualcosa. Serve a capire come si diventa se stessi. E i consigli che contiene, se detti così, in poche righe, possono sembrare semplicistici e scontati sono piccole perle che ogni ragazzo dovrebbe appuntarsi da qualche parte: la scelta della via di mezzo, il sorridere se ci aggrediscono (ci puntano un fucile contro, dice Terzani), il saper parlare della morte, il trovare la propria strada, il vivere il presente, il cercare la risposta ai problemi dentro di sé, il cogliere l’attimo. Ogni suggerimento si inserisce nella storia della sua vita e del mondo, illustrato da precise vicende. In realtà, anzi, è proprio l’opposto: sono i suggerimenti che nascono dalle vicende narrate, persino dai grandi eventi della politica.

Mentre si impara a riflettere su di noi, per veloci accenni, si vede scorrere la storia del mondo degli ultimi decenni.

Ora vivo a Firenze e lì è nata mia figlia. A Firenze è nato e cresciuto anche Tiziano Terzani, ma quanto diversa era la Firenze che ha conosciuto dalla nostra! Anche per questo, per le pagine in cui ne parla, per un fiorentino è bello leggere questa biografia.

Insomma, un libro importante, letto quasi per caso, ma che sarebbe davvero stato un grosso peccato non aver letto.

Chissà – mi chiedo ora – se altri libri di Terzani sapranno riservarmi tante sorprese!

 

 

Tiziano Terzani

 

L’UNICO PECCATO SAREBBE NON LEGGERLO (SESSO MOTORE)

In occasione dell’uscita della seconda edizione del romanzo “L’Unico Peccato” del fiorentino Sergio Calamandrei, sono andato a ricercare la recensione che avevo pubblicato quando uscì la prima edizione, per scoprire che il mio post risaliva addirittura al 30 gennaio 2008: non pensavo fosse passato tanto tempo, tanto bene ricordo questo romanzo!

La prima edizione fu edita da Zona. Per questa seconda edizione Calamandrei ha fatto ricorso ai servizi di Youcanprint, ma non si è limitato a rieditare il volume, l’ha invece inserito in una serie di testi, di cui “L’Unico Peccato” rappresenta il volume “Zero” e che costituiscono il progetto “Sesso motore”.

Il progetto “Sesso motore”, come si può leggere qui: http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm dunque si compone di ben cinque opere:

0 – il romanzo “L’Unico peccato”;

1 – il romanzo “Indietro non si può”, seguito de “L’Unico peccato”;

2 – il saggio “Perché si fa poco sesso”;

3 – L’antologia di racconti “Il mestiere più bello del mondo”;

4 – L’antologia di estratti “Assaggi gratis”.

 

Se il primo romanzo era già opera complessa e articolata, che si delineava come qualcosa di più di un semplice giallo, divenendo esplorazione sociale dei rapporti umani, la raccolta in cui è ora inserito dimostrano che quella vocazione era ben forte, se ha potuto portare persino alla generazione di un saggio, sulla forza motrice del sesso nella nostra cultura, nella nostra società e nel nostro tempo.

 

Vi lascio allora alle parole che avevo scritto per la prima edizione:

 

* * * * *

Sergio Calamandrei a Firenze

 

L’unico peccato” di Sergio Calamandrei: ecco un giallo che è qualcosa di più di un semplice giallo.

 

Con quest’opera prima Sergio Calamandrei ci guida in un’avventura che è un intreccio di storie e di personaggi, d’incontri e di riflessioni.

L’ambientazione fa subito capire dove dobbiamo collocare questo lavoro. Si svolge, infatti, nella Biblioteca Nazionale di Firenze e non mancano le pagine dedicate ad un Circolo di aspiranti scrittori.

Siamo dunque più dalle parti della letteratura che non altrove.

L’autore riesce, infatti, a cogliere sempre la giusta occasione per offrire al lettore occasioni di riflessioni sempre nuove, man mano che la ricerca investigativa attorno al delitto procede.

E non manca l’esplorazione psicologica, il lavoro di definizione e tratteggio dei personaggi.

Si tratta, dunque, di un libro completo e “pieno”. Di un libro in cui si sente che l’autore ha riversato anni di riflessione e di vita e un lungo ed intenso impegno di scrittura.

Il risultato, quindi, non può che essere ottimo: un romanzo piacevolevariegato e coinvolgente, un testo che, pur edito al di fuori delle “major” dell’editoria, ha tutte le caratteristiche per essere un libro “importante”, che ben avrebbe figurato nelle principali collane gialle dei massimi editori nazionali, un libro che non può mancare nella vostra libreria (io ne ho già acquistate varie copie, che ho regalato ad amici e, purtroppo, ho prestato la mia copia personale e ancora non l’ho riavuta… credo che finirò per comprarne una nuova!).

Non perdetevi allora questa occasione per scoprire un nuovo, brillante autore.

 

La trama in estrema sintesi è questa: Firenze, inizio anni novanta. Un investigatore privato conduce un’indagine sul suicidio di uno studente fuoricorso che lo porta a scoprire un misteriosi traffici che ruotano attorno alla Biblioteca Nazionale. Nel corso dell’indagine l’investigatore incontra il Club degli Aspiranti Scrittori dove si riuniscono persone che si dilettano a scrivere. Due storie d’amore che coinvolgono alcuni di questi aspiranti scrittori si intersecano con la trama gialla.
Vorrei ora rivelarvi il finale: il colpevole è…. No, scherzavo! Lascio a voi di scoprire chi sia e soprattutto quale sia questo Unico Peccato, scoprendo così anche quella che è la filosofia che c’è dietro un’opera tanto intensa, dalle cui pagine traspare, come scrivevo, il lavoro di anni e la ricerca continua di una qualità da offrire a un pubblico che, vogliamo augurarci, potrà crescere sempre più.

 Lascio ora la parola all’autore che così descrive questo libro:

 

<<“Ci sono dei libri gialli in cui il detective arriva alla soluzione del caso per intuizione, al termine di un lungo processo di empatia con l’assassino. Egli a poco a poco assorbe, se così si può dire, l’ambiente in cui è maturato il delitto e arriva a ragionare come il colpevole, identificandolo in tal modo. In altri gialli la soluzione viene trovata come freddo risultato di un processo esclusivamente logico, un po’ come risolvere un’equazione alla lavagna. In alcuni libri, infine, il colpevole è il maggiordomo e tutto quello che c’è scritto in mezzo è uno spreco di tempo.

Io, tra i miei personaggi non avevo alcun maggiordomo e quindi decisi che dovevo risolvere il caso Berti col mio metodo personale, il metodo Arturi, detto anche della logica per forza.”

 

Così riflette Domenico Arturi, investigatore privato fiorentino dal passato non limpidissimo e dalle amicizie inquietanti prima di affrontare una lunga notte che lo porterà a scoprire cosa si nasconde dietro l’apparente suicidio di uno studente universitario fuorisede.

Siamo a Firenze, agli inizi degli anni novanta e un fuoricorso, aspirante scrittore e collaboratore saltuario con la Biblioteca Nazionale, muore precipitando dalla finestra del suo appartamento. Il padre incarica Domenico Arturi di chiarire le motivazioni del suicidio. L’investigatore, il cui motto è “lo scopriremo solo vivendo”, si immerge in un’indagine atipica che lo porta in contatto con un originale Club popolato da personaggi particolari; tra questi: un professore amante di Borges e con un lontano passato sudamericano, uno studente che crede nella “Teoria Romantica dell’Amore” e che litiga in continuazione con un seguace della “Teoria Casualistica dell’Amore”, un vecchietto che parla solo per citazioni, ritenendo che ormai a questo mondo tutto quel che merita di essere detto, lo sia già stato.

Seguendo le labili tracce lasciate dal giovane morto l’investigatore si imbatte in uno spacciatore, ex poliziotto, estremamente pericoloso, e in una cittadina svizzera dove producono ottimi cioccolatini. Accompagnato da un’insegnante di ginnastica ormai specializzata nel respingere i pretendenti, Arturi partecipa a una spettacolare festa in una villa nelle campagne attorno a Firenze. Quella sera ci scappa il secondo morto, questa volta sparato, e a quel punto diventa chiaro che il volo fatto dal presunto suicida deve essere riletto da un altro punto di vista.

Nel frattempo appaiono libri antichi della Biblioteca Nazionale che non dovrebbero esistere e si sviluppano due storie d’amore. La prima è quella di un avvocato trentenne già consumato dal proprio lavoro che cerca di rigenerarsi con un pericolosissimo amore per una ventenne. La seconda nasce tra una ricercatrice universitaria, ossessionata dalla propria abilità nell’interpretare il linguaggio del corpo, e un bibliotecario il quale ritiene esista un unico peccato che cerca in tutti i modi di evitare, commettendone molti altri nel frattempo.

Tra ulteriori spari, “amici” svizzeri, irruzioni della polizia, pranzi sentimentali al caffè Neri-Peruzzi di Piazza Santa Croce e momenti di amore intenso, tutte le storie precipitano verso la conclusione e alla fine l’investigatore resta con un po’ di amaro in bocca perché forse non tutto è andato a finire com’era giusto.>>

 

Su http://www.calamandrei.it/unicopeccatointervista.htm c’è, infine, un’intervista a Calamandrei, in cui l’autore ci parla del libro.

* * * * *

In bocca al  lupo, allora, a Sergio Calamadrei, per questa sua nuova avventura con l’ormai inossidabile Domenico Arturi.

LA SCOMPARSA DELLA PIZZA DALLE TAVOLE ITALIANE

Tutto cominciò negli anni ’80 con la scomparsa della pizza dalle tavole degli italiani, poi un misterioso morbo prese a diffondersi, forse attraverso la televisione, corrompendo la mente delle persone e, velocemente, l’italiano fu dimenticato, i libri divennero incomprensibili, le opere d’arte furono distrutte e, decenni dopo, l’Italia divenne il Buruguay, una provincia extra-continentale degli Stati Uniti d’America, in cui, nel 2050, nessuno aveva più memoria di cosa fosse stata l’Italia prima del 2025.

L’autore, impersonandosi in uno studioso del futuro, scopre tracce dell’antica e perduta Italia, conservate da un misterioso personaggio immune dalla devastazione culturale che, in una sorta di metafora distopica, ha devastato il non-più-bel-Paese. Si riappropria allora, alla meno peggio, del vecchio “dialetto” italiano e lo usa per raccontare l’esito delle sue ricerche.

Questo in sostanza il contenuto dello snello romanzo “Il menu” (senza accento) scritto da Sergio Sozi, testo che ho scoperto leggendo un articolo di Gianfranco De Turris, che lo cita tra gli autori di distopie italiane nel numero 7 della rivista letteraria “IF – Insolito & Fantastico” dedicata, appunto alle distopie.

Di distopia, in effetti, si tratta, cioè di opera che descrive mondi alternativi degenerati, genere che ha visto opere come “Noi” di Zamjatin, “Il mondo nuovo” di Huxley”, “1984” di Orwell, “Cielo di sabbia” di Lansdale, “La Torre Nera” di King, “Fahrenheit 451” di Bradbury, “Non lasciarmi” di Ishiguro, “Ubik” di Dick e molte altre.

Il menu” però non è solo distopia. Scritto nel 2005-2006, descrive un mondo che inizia a mutare nel 1984, dunque, sebbene i temi siano quelli della fantascienza (futuri diversi, virus letali, apocalissi…), l’aver collocato tale momento nel passato (rispetto al momento della stesura del romanzo), lo rende un’ucronia, cioè la descrizione di come le cose sarebbero potute andare (ma non sono andate) e, allora, possiamo pensare a “Il vangelo secondo Gesù Cristo” di Saramago, il “Libro degli Yilané” di Harrison, “Il mondo perduto” di Conan Doyle, “Roma Eterna” di Silverberg, The Man in the High Castle“ di Dick, i miei “Giovanna e l’angelo” e  “Il Colombo divergente”, i cicli “Invasione” e “Colonizzazione” di Turtledov, “Il complotto contro l’America” di Roth, “22/11/’63” di King, solo per citarne alcuni.

Sergio Sozi

Il menu” è anche satira e metafora dei giorni nostri, come spesso sono distopie e ucronie. Mostrandoci la totale scomparsa della cultura italiana, denuncia l’imbarbarimento della cultura attuale, l’asservimento mentale alla televisione, l’abbruttimento dell’urbanistica moderna, che affoga le opere del passato, l’impoverimento di una delle cucine che furono tra le più ricche del mondo.

Tutto ciò viene descritto giocando a ricostruire la lingua di oggi, come se fosse una lingua morta da riscoprire. Pochissimi invece sono gli accenni alla nuova lingua anglo-italiana del rinato Buruguay, che sarebbe stato interessante scoprire, come nota lo stesso De Turris nella recensione che citavo e che mi ha fatto scoprire questo autore romano, classe 1965, trasferitosi, dopo un soggiorno in Umbria, in Slovenia, forse, viene da sospettare, se mi è permessa la battuta, per sfuggire al… crollo e alla scomparsa dell’Italia!

 

LA SUGGESTIONE DEI LUOGHI MITICI

Umberto Eco è certo più letto come autore di romanzi che come studioso, ma la sua attività universitaria è ben nota e la sua produzione saggistica supera almeno in quantità quella narrativa. In passato ho molto amato la lettura innanzitutto de “Il nome della rosa”, ma anche de “Il pendolo di Foucalt”, “L’isola del giorno prima”,  “Baudolino”. In queste opere si ritrovano spesso accenni, più o meno ampi a miti e leggende, dunque non stupisce affatto che il semiologo alessandrino abbia recentemente (2013) pubblicato un saggio intitolato “Storia delle terre e dei luoghi leggendari”.

Se, anzi, lo considero uno degli autori più vicini al mio modo di scrivere è proprio per quel suo gusto di inserire elementi mitici nelle sue ambientazioni storiche, che non molto dissimile da quanto posso aver fatto nel mio “Il Colombo divergente” e in “Giovanna e l’angelo”, ma anche, in misura minore ne “La bambina dei sogni”.

Il professore, però, come questo suo ruolo richiede, tiene più distinti i due piani, che io amo invece mescolare maggiormente.

Leggere “Storia delle terre e dei luoghi leggendari” non mi ha certo aperto un mondo nuovo, dato che molti dei luoghi immaginari citati li conoscevo già e alcuni possono essere trovati citati nelle mie opere che dicevo, ma qualcosa di nuovo e interessante questo libro lo offre anche a me, se non altro, il gusto di rinfrescare la memoria su temi come gli antipodi, le terre australi, la terra cava, Taprobana, Atlantide, le terre omeriche e bibliche, l’Eden, l’Ultima Thule, i luoghi del Graal, Iperborea, le isole dell’utopia, Lemuria e il regno del Prete Gianni.

Il volume alterna, all’interno dei capitoli, una parte descrittiva a un’antologica a supporto di quanto descritto.

Il testo non si presenta né innovativo, né porta avanti tesi particolari, ma sembra piuttosto una piccola enciclopedia antologica delle terre e dei luoghi leggendari. Insomma, più un testo da consultazione che da lettura. Testo comunque utile e che meritava essere scritto.

 

 

Umberto Eco

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