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INDAGINE SU SE STESSA

Claudia Muscolino
Claudia Muscolino

Viaggi irregolari” (NeP Edizioni, 2018) di Claudia Muscolino, autrice del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, è un romanzo che, con i toni della detective story, porta il lettore non solo a scoprire il mistero apparentemente banale che la giovane investigatrice cerca di scoprire indagando sul possibile tradimento del marito di una contessa, ma arrivando a scoprire vicende assai più gravi, che affondano le loro radici in un tempo in cui lei era ancora bambina e che riguardano la tragedia che l’ha resa orfana molti anni prima.

L’autrice sceglie un sapiente tecnica di forward e backward per collegare gli eventi del passato a quelli del presente e l’immedesimazione nella protagonista per creare empatia.

In una vicenda che sembrerebbe già chiara riesce a inserire elementi di

Viaggi irregolari - Claudia Muscolino - Libro - NeP edizioni - | IBS

sorpresa e un epilogo sorprendente (che però non chiude l’opera). Alcuni elementi paranormali danno maggior spessore alla vicenda, pur non costituendone il tessuto fondante. La protagonista assume spessore grazie ai suoi desideri e alle sue fobie.

La lettura di questo primo romanzo di Claudia Muscolino scorre veloce e coinvolgente e ci si sente spinti a meglio comprendere le vicende familiari della giovane detective.

MISTERI, CODICI E ANTICHE RUNE

Il 28 giugno si presenta ad Altopascio l'ultimo thriller di Carlo ...
Carlo Legaluppi

Carlo Legaluppi (1957), oltre a essere uno scrittore membro di un’associazione letteraria grossetana “Letteratura e dintorni”,  gemellata con il GSF – Gruppo Scrittori Firenze di cui faccio parte, è anche un collega, essendo stato, prima della pensione, un dirigente centrale della mia stessa banca, il semi-millennario Monte dei Paschi di Siena.

Il suo romanzo “La ottava croce celtica” (2016) è un thriller ambientato tra Italia e Irlanda, con richiami ai duri anni della guerra civile e degli attentati di quest’isola, che si snoda intorno a omicidi e misteri legati a simboli runici, codici crittografati connessi con un “complotto omicida di vastissime proporzioni” (pag. 71) “la cui prossima realizzazione causerà molte vittime innocenti e sconvolgerà gli equilibri democratici e il vivere pacifico di tante nazioni” (pag. 71). I protagonisti cercano dunque di “fermare la congrega di pazzi assassini che sta per realizzare un piano dai contorni apocalittici” (pag.72), ma ugualmente assisteremo a una “catena di morti violente che sta insanguinando gli Stati Uniti e l’Italia” (pag. 154).

Un complotto internazionale in cui “Nulla è come sembra”, come recita il

La ottava croce celtica - Alter Ego Edizioni

sottotitolo, e in cui le religioni vengono usate “come paravento per giustificare i delitti più efferati commessi dall’umanità” (pag. 169) e il terrorismo, di qualunque matrice viene utilizzato dalle “componenti più retrive e conservatrici del Paese” (pag. 109) per suscitare “un’ondata di sdegno emotivo e di panico nell’opinione pubblica che porterà, nel giro di pochi giorni, all’abolizione delle libertà fondamentali” (pag. 109).

Se “La ottava croce celtica” (scritto proprio così, senza apostrofo) è soprattutto un romanzo di avventura, di indagine e di tensione, la presenza di questo messaggio lo rende anche strumento per metterci in guardia dalla complessità di certi complotti volti a disinformare l’opinione pubblica e canalizzare le emozioni collettive in modo da favorire determinate parti politiche che, proprio perché usano simili mezzi violenti e segreti, sono quelle da cui stare maggiormente attenti.

Il romanzo, articolato, documentato e coinvolgente, ha già avuto due seguiti usciti nel 2017 e 2019.

FRAGILITÀ URBANE E TERRITORIALI

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Pierparide Tedeschi

Appare ogni giorno più evidente la necessità di arrestare il degrado ambientale in tutte le sue forme e mi pare doveroso dedicare a questo problema devastante tutta l’attenzione possibile.

Credo sia dunque lodevole l’opera di chi, nelle forme a lui più congeniali, contribuisce a combattere questa estrema battaglia di sopravvivenza.

Un volume che dà un importante contributo è La mutazione”, sottotitolo “Paesaggio, società, cultura – com’è cambiata l’identità italiana” di Pierparide Tedeschi (Edizioni Solfanelli, 2019).

Se io, nel mio piccolo, con “Apocalissi fiorentine” ho, tra le altre cose, cercato di avvicinare al lettore i grandi problemi del pianeta, limitandomi a mostrare con dei racconti la fragilità urbana, Tedeschi, invece, affronta con un vero e proprio saggio tale fragilità, enucleandola nelle sue caratteristiche e sviscerandone le contraddizioni e i pericoli, parlando di “trasformazione del paesaggio, degrado ambientale e del patrimonio storico e artistico, espansione incontrollata dei luoghi abitati, consumo irresponsabile del suolo, inquinamento, discariche a cielo aperto, dissesto idrogeologico con conseguenti frane, inondazioni, incendi, incuria, indifferenza, spopolamento delle zone interne e delle montagne, perdita di identità, mutazione antropologica e culturale” (pag. 5) e non manca di accusare duramente i danni portati ai centri abitati dal turismo di massa. Se questa dell’Introduzione a un lettore distratto potrebbe parere un semplice elenco, soffermandoci su ogni parola, ci rendiamo conto di come sia una summa dei mali del nostro tempo.

Una crescita irresponsabile legata a un abnorme degrado ambientale è il segno principale che connota attualmente le nostre città e i nostri centri abitati” (pag. 12) mentre “la diminuzione progressiva e irrimediabile del suolo, risorsa fondamentale, limitata e non rinnovabile” (pag. 13) connota l’intero territorio nazionale: “da novembre 2015 a maggio 2016” per esempio “l’Italia ha consumato quasi trenta ettari di suolo al giorno” (pag. 13). A Roma “le abitazioni crescono ancor più degli abitanti” (pag. 14). “Come sottolinea il rapporto Ispra 2017, ventitremila chilometri quadrati del territorio italiano sono ricoperti  da fabbricati e vie di comunicazione”, “una superficie pari alla somma di Campania, Molise e Liguria” (pag. 15). La cementificazione non risparmia neppure le zone sismiche e si costruisce in aree a rischio di frane. L’88,3% dei comuni italiani sono a rischio frane o alluvioni (pag. 17). Insomma, fragilità urbane e fragilità del territorio minano le nostre esistenze e il futuro non dei nostri nipoti e figli, ma già il nostro. Il problema è oggi.

Sembra che ci si dimentichi che “il suolo è una risorsa preziosa e limitata che insieme all’aria e all’acqua assicura la vita sulla terra” (pag. 22). La desertificazione, uno dei più gravi problemi ambientali, è un rischio e una realtà anche per l’Italia.

Dalla fine degli anni Cinquanta ogni cittadino lombardo ha perso metà della sua quota di prati e aree coltivate” (pag. 29)! In Italia in 25 anni abbiamo perso il 28% della terra coltivata, fenomeno che si accompagna alla “dissoluzione della civiltà contadina”, basata su parsimonia, morigeratezza e rispetto del territorio.

Le città con la diffusione dell’urban sprawl (la città sparpagliata), si sviluppano disordinatamente, senza piani urbanistici, vanificando la distinzione tra centri e periferie.

L’inurbamento, invece di unire armonicamente due differenti visioni del mondo (campagna e città)” “ha agito come una forza negativa che ha annullato il loro diverso dinamismo” (pag. 43).

Non tutte le problematiche sollevate forse sono altrettanto gravi. Personalmente, per esempio, avevo sempre visto La mutazionecome un importante miglioramento della viabilità e una forma di civilizzazione l’adozione agli incroci delle rotonde. Tedeschi evidenzia, invece, come “impediscono la vista prospettica di viali e strade e creano delle barriere artificiali, le quali modificano non solo la capacità di orientamento  ma anche la nostra sensibilità e spezzano l’ordito secolare su cui si basano i nostri centri abitati” (pag. 45).

Quel che danneggia le città è soprattutto il turismo di massa con la trasformazione delle abitazioni in Bed & Breakfast, lo svuotamento dei centri storici, la gentrificazione, le navi da crociera che invadono città come Venezia, la ristrutturazione degli interni di case storiche, la creazione di gated community (ambienti chiusi per residenti).

L’Italia si urbanizza, non cresce, invecchia ed è sempre più concentrata  al nord, nelle città più vicine all’Europa, mentre le aree interne e il sud del paese perderanno progressivamente abitanti” (pag. 96).

Eppure io credo si possa essere giunti alla fine di questo processo. Il covid-19 ci ha insegnato lo smart-working, la possibilità di lavorare a distanza, di evitare inutili pendolarismi e di cercare casa vicino al luogo di lavoro, ovvero in città. Se sapremo conservare questa spinta, le campagne potrebbero tornare a popolarsi se non di contadini almeno di impiegati che lavorano da casa, senza subire e provocare inquinamento.

Si deve restare nei paesi  e nelle campagne. “Restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza, deve essere considerato un fatto di coraggio” (pag. 97).

Oltre allo smart-working dovremo semmai favorire le smart-cities “le città intelligenti e digitali che dovrebbero trasformarsi in senseable cities, cioè in luoghi sempre più inclusivi con al centro i bisogni delle persone, i loro diritti umani fondamentali e la salvaguardia delle caratteristiche formali e strutturali dei centri abitati per ritrovare una nuova armonia tra città, natura e innovazione tecnologica” (pag.105).

 

Sono meno convinto, invece, della dannosità per il paesaggio delle pale eoliche. Nessuno la ha mai contestato a un mulino a vento, che architettonicamente non era certo meglio. Semmai andrebbero realizzate con criteri non solo funzionali ma anche artistico-paesaggistici.I Verdi: "si vieti subito il passaggio delle navi da crociera ...

Se le tematiche di degrado urbano sono importanti, Tedeschi non trascura quello che per me è il tema nodale della nostra epoca, l’antropocene: i comportamenti umani “stanno provocando mutamenti simili a quelli che hanno causato l’avvicendamento delle epoche geologiche fino all’olocene, il periodo che ci ha preceduto e che risale a 11700 anni fa” (pag. 147). “A più di sessantacinquemilioni di anni dalla scomparsa dei dinosauri siamo sull’orlo della sesta estinzione di massa causata dalla progressiva e sempre più veloce perdita della biodiversità” (pag.47 e 48).

L’inquinamento è uno dei fattori che contribuiscono a questo dramma anche perché “influisce direttamente sul nostro dna e lo condiziona in misura maggiore della discendenza genetica” (pag. 49).

Leggete, meditate e agite. È tempo di cambiare le cose o la prossima crisi non verrà da un virus e sarà ancora più pesante.

UNA GALLERY NOVEL DI FANTAMUSICA PSICHEDELICA

Soniche oblique strategie", l'antologia-romanzo è fantarock - Il ...

Mario Gazzola

Come definire “S.O.S. – Soniche Oblique Strategie”, sottotitolo “8 storie di musica ai confini del delirio”, volume curato da Mario Gazzola ed edito da Arcana nel 2019?

Intanto, sarebbe banale parlare di antologia di racconti, dato che questi sono collegati tra loro in vario modo e inseriti in un contenitore boccacesco (intendendo con struttura simile al Decamerone), in cui un racconto principale contiene e rimanda agli altri. La fusione è tale da poter parlare di romanzo collettivo. Ci sono poi persino delle illustrazioni e allora mi viene in mente l’etichetta che avevo inventato per definire “Il Settimo Plenilunio”: gallery novel. Anche quello era un romanzo scritto a più mani e illustrato da ben 17 artisti con 117 immagini, tra dipinti, disegni e foto.

Qui la parte di “galleria” è meno marcata, ma ci sono comunque sette illustratori che accompagnano gli otto autori.

Fermiamoci allora un attimo per dire di chi si tratta. Gli scrittori sono Danilo Arona, Ernesto Assante, Andrea Carlo Cappi, Giovanni De Matteo, Mario Gazzola, Lukha B. Kremo, Maurizio Marsico e Claudia Salvatori. Gli illustratori sono Andrea Carlo Cappi,Erika Dagnino, Mario Gazzola, Tonia Gentile, Sandro Lettieri, Lucia Polo e Valentina Tanca. Come potete vedere ci sono dei nomi che ricorrono in entrambi gli elenchi, e il curatore compare con ben tre cappelli.

Innumerevoli sono le definizioni del fantastico e non basta certo per catalogare tutto ciò che è stato scritto dividerlo in fantascienza, fantasy, paranormale e surreale. Nel mezzo o al confine con altri generi ci sono molte altre categorie come l’ucronia o il gotico, tanto per dirne due, e ogni genere si divide in sottogeneri.

Per “S.O.S.”, la definizione del genere è ancor più complessa di quella della strutura narrativa, poiché vi sono toni da fantascienza classica, new age, psichedelico, connettivismo, cyberpunk  e, ovviamente, tanta musica con riferimenti a musicisti, brani e generi più disparati e spesso, immagino, inventati.

L’idea è che ciascun autore si immedesimi in un personaggio del mondo della musica e scriva come se fosse lui, in un’ambientazione fantascientifica. Diciamo, insomma, tanto per provare a semplificare che si tratta di un volume di “fantamusica”.

Il racconto contenitore è scritto da Gazzola, che, con un quarto cappello, scrive anche l’introduzione, nella quale si colgono alcuni riferimenti culturali: Brian Eno, David Bowie, J.G. Ballard (con la sua Mostra delle atrocità), William S. Burroughs, i Beatles, Madonna (che in un racconto appare decapitata), Duran Duran, Cat Power, Miles Davis, Sun Ra, Ornete Coleman, i Pink Floid e i Tangerine Dream. Altri riferimenti li troveremo strada facendo: Asimov, Douglas Adams, Lovecraft (e il suo Erich Zann), Philip K. Dick, Led Zeppelin, Miles Davis, Dizzie Gillespie, Don Cherry, Laurie Anderson e Mark Rotkho, in un miscuglio di letteratura, musica e persino pittura. Non mancano le autocitazioni o le citazioni reciproche tra gli autori.

Non sono un esperto di musica e certo i riferimenti a Ballard e Burroughs sono quanto di più lontano si possa immaginare per la mia idea di letteratura, ma non mi lascio scoraggiare, se non altro in onore del Duca Bianco, e mi tuffo in questo sogno psichedelico ed eccomi, con Gazzola, nel 2058 in un collettivo d’improvvisazione neo-m-base, al suono di lastre di ghiaccio atonali. Non capisco, ma mi lascio suggestionare dall’atmosfera psichedelica.

Si parla subito del mitico produttore Brain One, anagramma di Brian Eno, che distribuisce carte sulle quali sono indicati i profili delle band immaginarie da imitare/creare e gli strumenti da usare.

È quindi la volta di Lukha B. Kremo, che riprende, con il primo racconto, l’ambientazione del suo pianeta discarica “Pulphagus”, anche se qui siamo su Asteroid, un altro micro-mondo, per la ricerca da parte di un musicista della figlia di un riccone, scomparsa alla ricerca di una nuova identità.

Quando riprende la parola Gazzola ritroviamo “un aborto di essere vivente piovuto nonsisacome nel nostro studio di registrazione blindato e perfettamente insonorizzato” che “rantolava sul pavimento della saletta, forse malato, se non addirittura moribondo”.

Claudia Salvatori ci introduce al potere psicotico del dreamwater presentandoci il suo Catman, un “organismo geneticamente modificato da gatto” dopo aver letto in “Do android dreams of electric sheep?” di Dick dell’estinzione di tutte le specie animali sulla Terra.

Catman ha “artigli che imprimono alle corde della chitarra un tremolio da brividi”.

Il dreamwater è come un virus che si trasmette per via aerea, come un’epidemia. È sufficiente che uno solo si droghi per drogare un’intera comunità”. Droga inquietante per questi gironi da covid-19.

Quanto alla protagonista, “posseduta dalla Nota Sola” (“un’unica nota in cui sentivo l’intera scala musicale”, dice di sé: “Qualcuno, di cui per fortuna non ho memoria, mi ha abbandonato a tre anni in un supermercato. Il mio primo ricordo è una scatoletta di ragù alle larve che cercavo di aprire senza riuscirci. Avevo molta fame. Già allora sapevo di essere il Diavolo” e “per la collera sono corsa a casa e ho avvelenato tutta la mia famiglia”. “Secondo il vescovo mi ero convinta di essere il Diavolo perché lo stupro mi aveva sconvolto la mente”.

Riecco che, chiuso il racconto della Salvatori (ma nessuna storia qui si chiude del tutto, fondendosi con le altre, come in un concerto), riprende la parola Gazzola e ci racconta che “il coso non era più un aborto ma aveva assunto delle forme propriamente umane, anche se ancora non perfettamente definite”. “Il coso-uomo aprì lentamente la bocca come per cantare, ma nessuno di noi riuscì a sentire veramente la sua voce, perché era fusa all’unisono con quelle dei nostri strumenti che attaccarono a suonare simultaneamente. Tutti sulla stessa nota, la Nota Sola di Aleister”.

Soniche oblique strategie", l'antologia-romanzo è fantarock

Alcune illustrazioni di S.O.S.

Ma ecco che il coso inizia a “perdere consistenza sfarinandosi in spirali d’ombra”, mentre la voce narrante passa a Danilo Arona che afferra al volo i suggerimenti di Kremo e Salvatori e ci parla di nuovo di Puphagus e di dreamwater: antologia di racconti, sì, ma legati dal racconto-contenitore e che si richiamano a vicenda. È Arona ad offrirci la decapitazione della pop star Madonna per opera di un cavo di scena, seguita “un’esperienza onirica lucida e inquietante perché nelle mie orecchie tambureggia una musica che non conosco” in una “pista da ballo martoriata di effetti di luce”, del tutto occupata da “brandine ospedaliere e da un incalcolabile numero di persone”: “Le macchine musicali sono anche in grado di curare le patologie del mondo”.

Ed eccoci in una “inquietante ribellione tecnologica chiamata in codice Mad Machinery Possession”.

Giovanni De Matteo ci riporta nell’Absolute Beginners, locale già incontrato, in cui “la musica si fece sincopata, poi in qualche modo ci trovammo ad agganciare una scala pentatonica maggiore in Fa diesi che conferì alla nostra melodia un sapore esotico”. “Il marchio di fabbrica era la metamorfosi: trasformazioni della carne, evoluzione del pianeta, mutazioni psichiche incontrollate detonavano come testate nucleari nello spazio mentale delle nostre percezioni”. Quando compare in pista una ballerina sconosciuta la reazione del protagonista è: “fantasticai di tramutarmi in un treno d’onde sonore solo per potermi andare a infrangere sulle sue forme”. Strana ragazza, capace di “catalizzare la vitalità dei presenti”, “Aisha poteva ascoltare la mia musica, io vedere il suo stato d’animo”. Aisha è capace di “far ballare anche i murales!” Non con la magia, ma con “l’inserimento di nanomacchine in sospensione nella vernice delle bombolette spray”.

Ernesto Assante introduce  Max, un trafficante di “intelligenze artificiali musicali”: “della band vera non c’era più bisogno, che le AI potevano fare il lavoro meglio e con meno stress”. Solo che queste band artificiali, quando restano senza pubblico suonano “sempre di più, sempre più forte” per richiamare ascoltatori e alla fine “tutto esplode”.

C’era, in chilometri di container invisibili agli scanner interstellari tutta la musica che gli esseri umani avevano creato in millenni”. “La musica è la cosa immateriale più importante che noi esseri umani possediamo”, “è presente senza esserci”.

Andrea Carlo Cappi ci parla di un’indagine per omicidio che riguarda la Matsui, una megacompagnia A cura di Mario Gazzola - S.O.S. Soniche oblique strategie. 8 ...extraterritoriale.

Con Maurizio Marsico incontriamo “realtà parallele su linee temporali simmetriche ma dissonanti. Ricordi autentici e falsi ricordi panpottati dall’uno all’altro soggetto in una quadrifonia psicotica” e il tentativo di “far scaturire l’intera opera teatrale di Samuel Beckett dalle narici in forma ectoplasmatica” mediante un “rinovaporizzatore” con “tutte le possibilità dello spettro sonoro e di quello visivo, ma che soprattutto agisca sulla trasformazione della mente e della carne. In fondo è una semplicissima operazione  di psicoplasmica, causare uno shock tra cervello e corpo nel modo in cui l’acting–out isterico simula la falsa pazzia”.

Con queste nuvole di parole astratte, si conclude questo trip psichedelico in onore di Brian Eno e David Bowie, in cui “un cantante già morto aveva cantato per l’ultima volta, accompagnato da una band che non sarebbe mai più esistita, inghiottita dal Nulla insieme a lui”: “la session di registrazione più cosmica e insieme maledetta della storia della musica si era conclusa” chiosa Gazzola nelle pagine finali “per l’estinzione di tutti i musicisti” e non c’è spiegazione per “gli abissi insondabili delle fisica quantistica applicati alla generazione sonora”.

Libro da gustare con il cuore più che con la mente o meglio con il suo lato musicale, se mai ne avesse uno, lasciandosi guidare o, meglio, trascinare, dalle suggestioni sonore, visive e letterarie.

VEDERE LA FINE E IL NUOVO INIZIO DEL COSMO

Anderson Poul

Poul Anderson

Che cosa c’è di più classico in fantascienza di una nave interstellare che viaggia verso un nuovo pianeta da colonizzare? Se per giunta ci si aggiunge una bella e articolata teoria su come effettuare l’attraversata a una velocità superiore a quella della luce e una sana dose di ottimismo americano, allora è chiaro che siamo in un romanzo di hard sci-fi del periodo d’oro. Il libro con queste caratteristiche che ho appena letto è “Tau zero” il romanzo pubblicato nel 1970 e tratto da un racconto del 1967 del celeberrimo e quanto mai prolifico autore americano di origini scandinave Poul Anderson (Bristol, 25 novembre 1926 – Orinda, 31 luglio 2001). Come gli altri grandi autori di quell’epoca ha una solida formazione scientifica, essendo laureato in fisica, e solo un fisico avrebbe potuto scrivere un simile libro, in cui il tema centrale è che cosa accade in quest’astronave a seguito di un guasto che le impedisce di fermarsi e la porta ad accelerare sempre più fino a farle attraversare l’intero universo e con esso il tempo: gli astronauti assisteranno alla fine della sua espansione, a una sua nuova contrazione e, infine, a un nuovo ciclo espansivo.

Amazon.it: Tau Zéro - Anderson, Poul, Brèque, Jean-Daniel - Libri ...

La trama quindi alterna la visione dell’attraversamento della galassia e poi dell’intero cosmo con le reazioni dei cinquanta passeggeri nel constatare, a causa della relatività del tempo a bordo della nave che scorre diversamente per via dell’alta velocità, che mentre per loro passano solo mesi o giorni, sulla Terra prima tutti coloro che hanno conosciuto sono invecchiati e morti, poi l’intera umanità si è estinta e, infine, l’universo conosciuto si è perso nel finale big crash.

 

Altrettanto tipica è l’industriosità dei personaggi che si adoperano per adattarsi alla situazione così come il finale utopistico.

Fa sempre piacere della sana fantascienza canonica come questa, ma oggi questo genere deve affrontare nuove strade.

L’AUSTRIA VISTA DA ROMA

Sublime e orrido del mondo svelati da Bernhard | LuciaLibri

Thomas Bernhard

Sono arrivato a leggere “Estinzione. Uno sfacelo” (1986) di Thomas Bernhard (Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989), per caso. Cercavo qualche romanzo che parlasse della Sesta Estinzione di Massa (se ne conoscete segnalatemeli).

Mi è parso subito chiaro che “Estinzione” non avesse nulla a che fare con quanto cercavo, ma mi ha incuriosito lo stesso.

Thomas Bernhard è un importante autore austriaco ed “Estinzione” racconta di un gentiluomo austriaco che vive a Roma. Sebbene io sia nato a Roma e sia di lontane origini austriache, questo non mi ha fatto particolarmente immedesimare nel protagonista, anche se alcuni luoghi romani da lui citati sono in zone in cui ho vissuto e questa aria da nobiltà decaduta non mi è nuova.

Estinzione” è quasi un atto d’accusa contro il modo di vivere austriaco, visto in contrapposizione con quello romano (parla sempre di Roma, piuttosto che d’Italia), che il protagonista sembra preferire di gran lunga.

Forse, Franz-Josef Murau più che prendersela con l’Austria post-bellica, che definisce cattolico-nazional-socialista, se la prende con quel piccolo feudo di proprietà della sua famiglia, Wolfsegg, luogo simbolico al punto da poter sembrare immaginario, anche se una simile località esiste davvero in alta Austria.

Il romanzo si caratterizza stilisticamente per un uso ossessivo delle ripetizioni di parole, di espressioni e di concetti.

Wolfsegg Castle and the Hole: Ghosts of Germany - Amy's Crypt

Wolfsegg

Come autore mi capita spesso di revisionare o di farmi revisionare dei testi, miei o altrui. Gli editor tendono spesso a evidenziare ogni minima ripetizione, invitando l’autore a eliminarla. Scrive, per esempio, Sergio Calamandrei: “Ho sviluppato una vera e propria idiosincrasia per le ripetizioni”. Se Bernhard fosse un autore minore e magari autoprodotto, si sarebbe potuto dire che questo lavoro di editing sia mancato al testo e in modo clamoroso. Credo che potrebbe essere agevolmente ridotto a un terzo o forse un quinto della sua lunghezza senza perdere nulla nella sostanza, nei contenuti, nei pensieri e nelle sensazioni che si vogliono esprimere. Bernhard è però poeta, narratore e drammaturgo di fama e questo non è certo il caso. Perché dunque si ripete? Io credo che abbia voluto rendere il flusso dei pensieri: quando pensiamo, certe idee e certe parole si muovono ostinatamente nella nostra testa, come il ritornello di una canzone, e non riusciamo a liberarcene. Inoltre, credo che un uso simile delle ripetizioni “scolpisca” i personaggi, i nomi, le idee nella testa del lettore, assai più del razionale “non ripetersi”. Del resto, anche la letteratura antica, penso ai classici greci, per esempio, o addirittura alla Bibbia, sono una ripetizione continua. Il mio quesito è dunque questo: se un autore vuole scrivere un testo che abbia una sua consistenza e non sia solo un esercizio scolastico, dovrebbe davvero evitare espressioni come “Già in passato avrei potuto portare Gambetti a Wolfsegg, pensai, ma a ragion veduta me ne ero sempre astenuto, sebbene molto spesso mi fossi detto che andare a Wolfsegg con Gambetti avrebbe potuto essere utile, oltre che per me, anche per Gambetti stesso. Con una verifica in prima persona da parte di Gambetti, i miei racconti su Wolfsegg acquisterebbero ai suoi occhi un’autenticità che nulla, altrimenti, potrebbe loro conferire. Conosco Gambetti ormai da quindici anni e non l’ho portato a Wolfsegg neppure una volta, pensai” di cui “Estinzione” è pieno in ogni pagina (questa l’ho scelta a caso)? Si noti il ripetersi dei nomi Gambetti e Wolfsegg, senza il ricorso a pronomi, perifrasi o sinonimi.

Oppure si veda qui come ricorrono il termine “fiducia”, presente anche nel paragrafo successivo, e “deluso”: “Mio fratello aveva sempre accordato subito a tutti la sua fiducia, e poi si era sempre sentito ferito quando la sua fiducia, in quasi tutti i casi, era stata delusa, io al contrario non ho quasi mai accordato subito a qualcuno la mia fiducia e di conseguenza raramente sono stato deluso nella mia fiducia.

 

Estinzione” è occasione per molte riflessioni sui rapporti familiari (qui descritti come tutt’altro che facili), l’arte e la cultura in genere, la società, l’Austria, Roma, la Chiesa, la filosofia, la caccia, la politica e molto altro ancora.

Eccolo dunque Franz-Josef Murau esprimere l’odio per la fotografia, che descrive un mondo deformato e perverso (“Quelli che fotografano commettono uno dei crimini più meschini che si possano commettere, perché nelle loro fotografie trasformano la natura in uno spettacolo perverso e grottesco”), per la caccia (“Fra tutte le passioni odiose, la caccia la odiava con la massima profondità”), la disapprovazione per la mania per l’arte antica, come ostentazione di cultura, l’impossibilità di comprendere la natura senza capire l’arte (“Quelli che sostengono di vedere la natura, ma non hanno una concezione dell’arte, vedono la natura solo superficialmente e mai in maniera ideale, ossia in tutta la sua infinita grandiosità”), preferendo gli artisti vivi a quelli morti, la vacuità di disporre di tante librerie senza leggere (come facevano i suoi parenti), il disprezzo verso i titoli accademici (“Quanto più imponente suona il titolo, tanto più grande è l’imbecille che lo porta”), la differenza tra l’ozio della gente comune e quella degli intellettuali (“Per l’uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile”), il suo disprezzo per insegnanti e giudici (“Gli insegnanti e i giudici sono i più meschini servi dello Stato”).

L’attacco contro la meschinità è quanto mai ricorrente. Oltre a caratterizzare docenti e magistrati, riguarda l’intera Austria (“non perdo occasione per attribuire agli austriaci meschini e abietti sentimenti cattolico-nazionalsocialisti”) e, in particolare, la sua stessa famiglia.

nuvole-3Amara è l’immagine dell’Austria che emerge da questo libro: “è già una menzogna perversa parlare dell’Austria, ancora oggi, come di un bel paese, in verità è da tempo ormai soltanto un paese distrutto, deliberatamente devastato e sfigurato, diventato vittima di perfidi affari, dove ormai, in effetti, la cosa più difficile è trovare un angolo intatto. È una menzogna dire che questo paese è un bel paese, perché in verità è un paese ucciso.” Vedendo questo Paese devastato dalla mancanza di cultura, non posso non pensare a un’altra mia recente lettura, “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek, opera austrica contemporanea a “Estinzione”, che parla dei difficili rapporti nella famiglia austriaca di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Due mondi diversi, ma due facce della stessa Austria cattolico-nazionalsocialista. Non ama, però neanche gli pseudo-socialisti che sono succeduti ai nazionalsocialisti.

Dell’Austria e della Germania non risparmia certo la letteratura:

Siamo dinanzi a una letteratura piccolo borghese da funzionari, quando siamo dinanzi alla letteratura tedesca, anche i grandi esempi di questa letteratura tedesca non sono null’altro, Gambetti, Thomas Mann, lo stesso Musil, dissi, che fra tutti questi produttori di letteratura da funzionari metto ancora al primo posto. Ma anche Musil non ha scritto altro che una pietosa letteratura da funzionari.”

L’impiegato Kafka, ho detto a Gambetti, è stato il solo a non produrre una letteratura da funzionari e impiegati, bensì una grande letteratura, cosa che non si può certo affermare di tutti i cosiddetti grandi scrittori tedeschi di questo secolo, a meno di non volersi allineare ai milioni di chiacchieroni da pagine culturali”.

Non risparmia neppure Goethe:

Nell’insieme, ho detto a Gambetti, l’opera goethiana è l’orticello di periferia di un filisteo della filosofia. In nulla Goethe è arrivato alle vette, dissi, in tutto non è mai andato oltre la mediocrità. Non è il più grande lirico, non è il più grande prosatore, ho detto a Gambetti, e le sue opere teatrali, paragonate per esempio alle opere di Shakespeare, sono come un bassotto spelacchiato dei sobborghi di Francoforte di fronte a un colossale cane da pascolo alpino svizzero. Faust, avevo detto a Gambetti, che megalomania!”

Quanto ai filosofi, prova per loro attrazione e repulsione.

 

Se con il suo Paese non ci va leggero, anche nei confronti della Chiesa cattolica, non mostra alcuna simpatia:

La Chiesa cattolica fa tanti danni nelle giovani teste”.

Milioni, e infine miliardi di persone debbono alla Chiesa cattolica il fatto di essere state distrutte alle radici e rese inservibili per il mondo, il fatto che la loro natura è stata trasformata in contronatura. La Chiesa cattolica ha sulla coscienza l’uomo distrutto, restituito al caos, in definitiva infelice fino al midollo, questa è la verità, non il contrario. Perché la Chiesa cattolica tollera solo l’uomo cattolico, nessun altro, questo è il suo intento e il suo fine perenne. La Chiesa cattolica trasforma gli uomini in cattolici, in individui ottusi che hanno dimenticato il pensiero autonomo e l’hanno tradito per la religione cattolica.

Il vescovo Spadolini, amante della madre, è oggetto di ammirazione per l’arte teatrale dei suoi discorsi ma, nel contempo, di grande disprezzo.

 

Se il protagonista disprezza la cultura morta, vede nell’esagerazione i massimi livelli dell’arte.

Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile”.

Ho educato a tal punto la mia arte dell’esagerazione che a buon diritto posso definirmi il più grande artista dell’esagerazione che io conosca.

L’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io”.

I grandi maestri nel superamento dell’esistenza sono sempre grandi artisti dell’esagerazione”.

Il pittore che non esagera è un cattivo pittore, il musicista che non esagera è un cattivo musicista, dissi a Gambetti, così come lo scrittore che non esagera è un cattivo scrittore, ma può anche accadere che la vera arte dell’esagerazione consista nel minimizzare tutto, allora dobbiamo dire, costui esagera la minimizzazione ed in tal modo fa della minimizzazione esagerata la sua arte dell’esagerazione, Gambetti. Il segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti”.

Forse, questo concetto di esagerazione spiega anche l’esagerato uso delle ripetizioni in questo romanzo.

La trama si dipana attorno all’arrivo di un telegramma che annuncia al protagonista che i suoi genitori e il fratello maggiore sono morti in un incidente d’auto. Franz-Josef Murau deve, dunque, lasciare Roma e tornare nell’odiata Wolfsegg. Riesamina, dunque, il carattere dei suoi familiari e i loro rapporti.

Il protagonista sente “il dovere di procedere a una spietata osservazione di Wolfsegg e di render conto di quella spietata osservazione.” In tale resoconto si propone di “mostrare i miei così come sono, anche se allora saranno sulla carta solo come io li ho visti e come io li vedo”. Per tale resoconto ha scelto “il titolo Estinzione, perché il mio resoconto è lì solo per estinguere ciò che in esso viene descritto, per estinguere tutto ciò che intendo con Wolfsegg, e tutto ciò che Wolfsegg è, tutto”.

Ecco, quindi, questi genitori che vanno a teatro per dovere sociale, perché “vivono la loro vita in abbonamento, e tutti i giorni entrano nella loro vita come a teatro, a vedere una commedia orrenda, e non si vergognano”.

I miei, dopo aver terminato il liceo, il cosiddetto classico, non si sono più adoperati per raggiungere nulla e sono Estinzione | Thomas Bernhard - Adelphi Edizionirimasti fermi per tutta la vita su quelle posizioni in effetti del tutto insoddisfacenti. Ma è disgustoso questo atteggiamento di chi ritiene non più necessario l’arricchimento dello spirito, superfluo l’ampliamento delle proprie conoscenze, qualunque esse siano, tempo sprecato l’ulteriore e continua formazione del carattere.”

Eccoli, dopo la fine della Guerra, ospitare e nascondere nella dependance decaduta detta Villa dei Bambini i nazisti. Ecco l’odio per i cacciatori della tenuta che vede come nazisti, in contrapposizione ai giardinieri, visti come esempio di persone semplici, verso cui va la sua simpatia.

Le sorelle sono trattate dai genitori narcisisti non come persone ma come bambole da vestire.

Il suo proposito di restaurare la Villa dei Bambini, appare come il proposito di restaurare l’infanzia, ma è solo un’idea passeggera, perché il suo vero istinto è di estinguere quei luoghi.

Tutto lo disturba, persino il cinguettio degli uccelli pare un ostacolo allo spirito.

Una simile dirompente carica di esagerato disprezzo non può che confluire nell’Estinzione di quel mondo.

SESSO, VIOLENZA, RELIGIONE E ALTRE PERVERSIONI POST-NAZISTE

Elfriede Jelinek

Sesso, violenza, religione, masturbazione, foto pornografiche con presunzioni artistiche, prostituzione, armi, esplosivi e altre perversioni nell’Austria post-nazista del secondo dopoguerra sono gli ingredienti de “Gli esclusi” (1980) di Elfriede Jelinek, un romanzo che parla dei difficili rapporti nella famiglia di un ex-gerarca nazista mutilato e privo di uno scopo nella vita. Ingredienti esplosivi che deflagheranno in un finale di estrema crudeltà.

Una storia di apparente vita quotidiana, se non fosse malata da prevaricazioni, istinti incestuosi, desideri di rivalsa, invidie, debolezze, che vede al centro le Gli esclusidifficoltà dell’adolescenza in un ambiente tutt’altro che protetto. Qualcosa dalle parti di “Arancia meccanica”, con la normalità del sadismo fine a se stesso, dell’aggressione come passatempo.

L’autrice, austriaca, politicamente impegnata nella denuncia sociale, nel 2004 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Premio al lettore di Fantascienza

Associazione World SF ItaliaOggi sono usciti i finalisti del Premio al Lettore di Fantascienza organizzato dalle associazioni Moonbase ’99 e World SF Italia.

Sono presente tra i sei finalisti con due recensioni da me scritte e una scritta su un mio libro. Sui link è possibile leggere le recensioni.

Ecco i primi sei classificati (in ordine alfabetico):

Carlo Menzinger di Preussenthal [leggi] Il 9 Maggio Pierfrancesco Prosperi
Carlo Menzinger di Preussenthal [leggi] Karma avverso Emiliano Mecati e Alessio Seganti
Daniele Dafichi [leggi] Hyperion Dan Simon
Pietro Ballio (pseudonimo) [leggi] I fabbricanti di felicità James E. Gunn
Valeria Barbera [leggi] Übermensch Davide Del Popolo Riolo
Vincenzo Maria Sacco [leggi] Apocalissi fiorentine Carlo Menzinger di Preussenthal

 

Sono presente anche tra le altre ammesse in finale.

Grazie a chi mi ha recensito e a chi mi ha votato.Homepage

Colgo l’occasione per segnalare che come lettore di fantascienza, sono anche Maestro della Fratellanza di Fantascienza di Anobii, un’associazione che da anni sta redigendo l’elenco delle migliori opere di fantascienza di sempre.

Qui potete leggere altre mie recensioni di opere fantascientifiche.

VECCHI GIOVANOTTI NELLO SPAZIO

Scrittori: John Scalzi, contratto record per 10 anni | Umbria e ...

John Scalzi (Fairfield, 10 maggio 1969) è uno scrittore e blogger statunitense conosciuto soprattutto per i suoi romanzi di fantascienza.

Non c’è verso: nessuna lettura scorre bene come un buon romanzo di fantascienza. “Morire per vivere” (2005) di John Scalzi appartiene senz’altro a questa categoria. Per giunta, tra le opere di questo genere, seppur con forti elementi da space opera (che non sono tra i miei preferiti), credo si possa definire un romanzo con un elevato grado di creatività. Tra tutti gli autori, i miei preferiti sono proprio i creatori di mondi.

Non ci sono trovate nuove in assoluto in questo romanzo, ma è il contesto generale a renderlo un mondo con un alto coefficiente di immaginazione.

L’idea di base è che la gente, arrivata a settantacinque anni d’età possa decidere se continuare a invecchiare mollemente o arruolarsi in una misteriosa forza armata interstellare e andare a combattere in mondi alieni. Una soluzione migliore della condanna a morte riservata ai “vecchi” ne “La fuga di Logan”.

I volontari non sanno assolutamente nulla di che cosa li aspetti, perché questi mondi extraterrestri e i relativi conflitti sono tenuti nascosti ai comuni mortali, quasi come in “Men in black”, anche se tutti qui sanno dell’esistenza di tale forza speciale.

Quello che sperano gli arzilli vecchietti e di venire “curati” per tornare un po’ meno anziani e più efficienti, ma Amazon.it: Morire per vivere - Scalzi, John, D'Addetta, C. - Librinessuno sa se questo avverrà davvero.

Ovviamente li aspetta una sorpresa quando si saranno arruolati. I mondi in cui combattere, comunque, esistono davvero e, sebbene non descritti in particolare dettaglio, hanno una discreta varietà.

Il mezzo usato per raggiungere la stazione spaziale da cui i vecchietti partiranno è un ascensore gravitazionale, come quello che nel 1894 immaginò il fisico russo Konstantin Ciolkovskij e che è al centro del romanzo del 1979 di Arthur Clarke “Le fontane del paradiso” e che si ritrova persino in “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini (Edizioni Della Vigna, 2018).

L’idea di uomini anziani in corpi giovani non è di per sé certo idea nuova, si pensi al classico “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde o al più recente Trevor Holden nella serie TV (2016-18) “The Travellers”, in cui i viaggiatori nel tempo si ritrovano in corpi altrui, a volte più giovani, a volte più vecchi, ma questo esercito di vecchietti ringiovaniti ha la sua notevole originalità.

In questo libro, nelle cosiddette “Brigate Fantasma” c’è persino un archetipo come Frankestein, umanizzato e militarizzato nel contempo (l’idea di individui nati adulti parte da lì e si sviluppa in vario modo nella fantascienza). C’è la manipolazione genetica, che attinge dal patrimonio di altre specie, vegetali o aliene. Ci sono in viaggi spaziali connessi alle teorie sui tachioni. Ci sono possibili sviluppi dell’intelligenza artificiale applicata alla cibernetica umana e a sviluppi della personalizzazione degli smartphone. Ci sono razze dalle filosofie aliene.

Insomma, un bel libro ricco di trovate e di avventure, un po’ troppo space opera ma sufficientemente creativo da farselo del tutto perdonare.

LA GUERRA DELLE AMAZZONI

Enrico Zini in Esperia, La rivolta | Il Blog di Eleonora Marsella

Enrico ZIni

Enrico Zini, pisano del 1974, è un autore della “scuderia” del Gruppo Editoriale Tabula Fati (con cui ho pubblicato in ottobre “Apocalissi fiorentine”) nonché membro come me dell’associazione degli operatori professionali della fantascienza “World SF Italia” di cui è presidente Donato Altomare.

L’ho incontrato dunque due volte, la prima in occasione del raduno annuale 2019 dell’associazione all’Impruneta (Firenze) e la seconda in occasione del festival milanese del fantastico Stranimondi 2019.

In tali occasioni, mi aveva lungamente parlato di questa sua saga “Cronaca Hamaxoni”, di cui pubblicò nel 2017 il primo volume “Esperia, la rivolta” (finalista al Premio Vegetti 2018) e nel 2018 “Esperia, la fuga”.

Ho, dunque, ora letto questo secondo volume, pur non avendo letto il primo e posso dire che è ben comprensibile anche così.

Si tratta di una saga fantasy con qualche riferimento al mito greco delle Amazzoni, le donne guerriere della Scizia e a quello di Atlantide.Amazon.it: Esperia, la fuga - Zini, Enrico - Libri

Le sue guerriere, tutte bellissime e sensuali, sono però altra cosa, anche se vivono in un mondo antico e in cui non manca qualche piccolo accenno di magia, si pensi per esempio all’episodio della pantera che protegge la famiglia in fuga in modo quasi sovrannaturale o a certi sogni.

Esperia, la fuga”, come si intuisce dal titolo, è quindi libro di avventure, di battaglie, di scontri per il dominio.

Quando Zini me ne parlò pensai che, per l’ambientazione greca e per la centralità della fuga, potesse avere maggiori punti di contatto con la mia saga ucronica “Via da Sparta” in cui anche io racconto una fuga, quella della schiava ilota Aracne, attraverso un Impero di Sparta alternativo giunto sino ai giorni nostri, ma le opere, a parte questi punti in comune si svolgono su piani diversi, anche se entrambe non indulgono nel fantasy più classico, quello nordico popolato di draghi, elfi e gnomi ed entrambi evitano il ricorso a divinità ultraterrene.

Lettura densa e piena di eventi, da leggere tutta d’un fiato.

 

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