Posts Tagged ‘recensione’

RIUSCIRÁ L’UMANITÁ A FARSI ACCOGLIERE NELLA COMUNITÁ GALATTICA?

Risultati immagini per SimakNel romanzo di Clifford SimakLa casa dalle finestre nere” (1963) troviamo un personaggio, Enoch Wallace, che pare immortale, rimasto trentenne nel 1931 e oltre come durante la Battaglia di Gettysburg (1863) e altre della guerra di secessione americana cui ha partecipato.

Si nasconde in una vecchia casa dalle finestre oscurate. Il suo segreto, però, non è tanto l’immortalità (in realtà si limita a non invecchiare nel tempo che passa in casa), ma in quello che la sua casa nasconde ovvero un mondo che sembra anticipare quello dei “Men in black” degli omonimi film: una stazione di passaggio per alieni.

Per tutti quegli anni, infatti, Wallace è stato il custode di una stazione utilizzata da razze extraterrestri di ogni genere per spostarsi attraverso la Galassia.

Il suo cruccio è che la nostra razza sia tenuta lontana da questi commerci, perché immatura. Teme anzi lo scoppio di una nuova Guerra Mondiale che non potrebbe che metterci in cattiva luce agli occhi degli alieni, impedendoci per sempre di entrare nel loro consesso.

La visione è ancora quella utopistica della fantascienza degli anni 1940-50 e Simak sembra immaginare come inevitabile il progresso, anche se Clifford D. Simak - LA CASA DALLE FINESTRE NERE - Classici Urania nr 176cominciano ad affacciarsi i temi distopici legati alla paura della Guerra e persino alcune tematiche ambientali.

La figura della giovane sordomuta Lucy è quella del classico personaggio debole e maltrattato che diviene l’eroe risolutore della vicenda.

Il lieto fine appare un po’ scontato e legato a quest’atmosfera ottimistica, ma il romanzo può essere considerato un classico della fantascienza di quegli anni, godibile e da non trascurare.

 

RIFLESSIONI SUL SACRO

Con il GSF – Gruppo Scrittori Firenze, ho organizzato una serie di incontri presso la Laurenziana sui modi per pubblicare. Durante uno di questi abbiamo ospitato Alessandro Raveggi, curatore e fondatore della rivista letteraria italo-inglese THE FLR – The Florentine Literary Review, un magazine cartaceo, edito da The Florentine Press, che ospita racconti e poesie di autori italiani con testo a fronte in inglese.

Con l’occasione ho acquistato il numero 3 del 2018 che ha come argomento il “Sacro” (“Sacred”).

Il volume comprende, oltre all’editoriale di Alessandro Raveggi, i sei racconti:

 

Giordano Meacci – Free will for free

Laura Pariani – La sera dei Grandi Antichi

Paolo Zardi – La nuova lingua

Omar Di Monopoli – In principio era la bestia

Licia Giaquinto – La festa è finita

Francesco D’Isa – Estasi 2.0

 

e due poesie:

 

Andrea Ponso – Iconostasis

Vivian Lamarque – I nomi degli amanti

 

L’illustratrice del numero è Giada Fucelli, le traduzioni sono opera di Johanna Bishop.

 

A fine volume si possono leggere le ragguardevoli biografie degli autori.

 

Ho apprezzato soprattutto le atmosfere inquietanti de “La sera dei Grandi Antichi” e le suggestioni su un futuro che sembra già presente, in cui la lingua non più in grado di esprimere dissenso nel racconto di Paolo Zardi che parte dalla constatazione di come Facebook ci permetta di mettere dei “like” ma non il loro opposto e arriva a fare riflessioni su un mondo in cui “era impossibile essere infelici e quindi, con un sillogismo che non tutti sarebbero stati disposti a sottoscrivere, era impossibile pensare” ma anche sulla perdita di una lingua “adatta alla più antica delle comunicazioni, quella tra i vivi e i morti”.

Ancor più conturbante è l’incubo schizofrenico de “La festa è finita”.

Ed ecco poi le sperimentazioni religiose di Francesco D’Isa: “Abbiamo creato una singolarità, e il suo comportamento sembra confermare che oltrepassare l’umanità non significa potenziarla. S. non ha cercato dei superpoteri né l’immortalità, tutte doti che non avrebbero fatto altro che acuire la sua schiavitù, ma ha tentato di trascendere la forma che gli abbiamo imposto” o Giordano Meacci che scrive “Ogni tanto Dio pensa che non sia il caso di fare Dio, poi si ricorda di esserlo” o Omar di Monopoli che ci trascina in atmosfere apocalittiche nella Napoli giacobina

Tra le poesie mi sono riconosciuto nei versi di Vivian Lamarque quando confonde i nomi delle piante “Chiedo perdono all’Olmo / quando lo chiamo Faggio / e al Frassino quando lo chiamo / Acacia, quanto si offese il Carpino / quando non lo riconobbi: / a voltarsi di là umiliato / l’aiutò il vento” che mi hanno ricordato i miei racconti sugli alberi parlanti.

Suggestioni bibliche sostengono i versi di Andrea Ponso.

 

In conclusione, un volume intenso e denso di contenuti, scritto con cura e impaginato con stile.

AVVENTURE SPAZIALI DI UN’INVESTIGATRICE ARTIFICIALE

Risultati immagini per Karma AvversoCome in un romanzo del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov in “Karma avverso” troviamo un investigatore artificiale che indaga su un duplice omicidio. Anzi, per essere più precisi si tratta di un’investigatrice e a differenza dell’asimoviano Daniel A. Olivaw non è un robot ma una graziosa biosynth della serie Afrodite, quelle progettate per scopi sessuali, praticamente una Sexy Doll intelligente. Una creatura forse più simile allora a Pris o a Rachael di “Blade Runner”, questa Lidy F0642 4L2 inventata dalla coppia Emiliano Mecati e Alessio Seganti.

Il volume, edito nella collana “Scif-fi Collection” da Tabula Fati, è ambientato in un futuro con una nuova datazione che ne rende difficile l’esatta definizione cronologica ma considerato che la vicenda comincia nell’anno 1369 del Calendario Coloniale, possiamo immaginare che ci dividano da questo tempo almeno altrettanti anni, dato che siamo ancora ben lungi da aver iniziato una qualsivoglia colonizzazione di mondi esterni.

Si dice che il mondo è piccolo, ma forse lo è anche la Galassia, perché Oerth e Sele somigliano maledettamente alla Terra e alla Luna e non vorrei svelare troppo del finale dicendo che nelle ultime pagine c’attende una sorpresa che un po’ mi ha ricordato un altro classico della fantascienza, un romanzo del francese Pierre Boulle, da cui sono stati tratti almeno nove film e alcuni telefilm, di cui non rivelo il titolo (ma mi pare evidente) per non spoilerare troppo.

Interessante il grande sforzo di un’intera comunità per realizzare un processo di terraformazione e importanti i messaggi di allarme verso la fragilità dei mondi.

Facile affezionarsi alla protagonista, questa ragazza sintetica che affronta nemici tanto più grandi di lei per scoprire e rivelare una verità scomoda che va ben oltre il disvelamento del mistero della morte di un uomo importante (lei in realtà indaga sullo “spegnimento” di una sua simile, un’altra ragazza artificiale, vittima collaterale dell’omicidio principale). In questo Lidy è quasi una sorella di Harry Potter, dell’Ender di Scott Card, del Wade Watts di Cline (“Player one”) o della mia Aracne (“Via da Sparta”).

World Sf Italia

Alcuni autori Tabula Fati al festival di World SF Italia dell’Impruneta (Firenze) a maggio 2019. Oltre all’editore Marco Solfanelli, si riconoscono Carlo Menzinger e i due autori di “Karma avverso”: Alessio Seganti ed Emiliano Mecati

Di solito non amo i gialli, ma qui, come in un buon Asimov, l’ambientazione fantascientifica, l’incalzante ritmo delle avventure e un mistero ben più grande di un semplice triste e meschino omicidio (come in tante ben più noiose detective story), tengono incollati alle pagine dall’inizio alla fine e danno più di una ragione per andare avanti e appassionarsi alla narrazione.

Non per nulla il romanzo è arrivato finalista al Premio Vegetti 2019. Peccato non abbia vinto, ma di sicuro gli autori sapranno rifarsi alla prossima occasione, perché la stoffa non manca.

Difetti? Forse il titolo “Karma avverso”, che poco dice della storia e anzi fa pensare a storie orientaleggianti. E poi, scusate, ma a me pare che la nostra cara Lidy F0642 4L2 sia piuttosto fortunata ad attraversare tante peripezie così felicemente.

LA SAGA DEI FIGLI DEL PADRE ASSENTE

Risultati immagini per i fratelli michelangelo vanni santoniRisale ormai a oltre dieci anni fa la mia prima lettura di qualcosa scritto da Vanni Santoni, conosciuto negli anni gloriosi di anobii, la piattaforma letteraria in cui ho conosciuto tantissimi autori. Lessi allora due volumi, la raccolta di micro-racconti “Personaggi precari” e “Gli interessi in comune”, la prima edita nel 2007 da RGB Scrittomisto e poi ripubblicata da Voland nel 2017, il secondo edito da Feltrinelli nel 2008 e ora uscito da poco (2019) per Laterza.

Organizzo degli incontri letterari con Barbara Carraresi per conto del GSF Gruppo Scrittori Firenze e cercavamo qualcuno che potesse testimoniare di un percorso da una piccola casa editrice a una grande e ripensai così a Santoni, che dopo Feltrinelli, oltre che a Laterza era anche approdato a Mondadori.

Santoni è stato così protagonista di un interessante serata il 5 Settembre 2019, presso la Laurenziana di Firenze dal titolo “Come pubblicare con un grande editore”.

In seguito, lo abbiamo ospitato ancora per presentare il suo nuovo romanzo familiareI fratelli Michelangelo”, (Mondadori, 2019). È stata così per me occasione per leggere ancora qualcosa di suo.

I fratelli Michelangelo” è opera, con le sue oltre seicento pagine, assai più corposa non solo del veloce libretto “Personaggi precari”, ma anche del romanzo “Gli interessi in comune”. Oserei quasi dire che si tratta di una saga familiare e che per quattro dei cinque fratelli Michelangelo che ne sono protagonisti si sarebbe ben potuto fare un singolo romanzo, magari con un quinto a chiusura, che ne vedesse l’incontro con il padre Antonio Michelangelo.

Ovviamente, non si parla qui di Michelangelo Buonarroti, anche se siamo a Firenze. La storia è contemporanea, o meglio ambientata in un passato ancora recente. Vi si narra di un padre importante e piuttosto famoso, ingegnere, artista e regista, che, ormai anziano, dà appuntamento a Saltino nella località climatica di Vallombrosa (a est di Firenze) a quattro dei suoi cinque figli, avuti da diverse donne.

Ne seguiamo così le vicende di ciascuno, con le loro perplessità sulle motivazioni che possono aver indotto quel padre sempre così assente a richiamarli e a farli incontrare tra loro.

Non ne nasce tanto un’opera corale, quanto, appunto, una serie di romanzi brevi strettamente collegati, in cui, in ogni racconto, un figlio ha la sua centralità e che sembrano voler essere storie sull’assenza del padre ma finiscono per essere più che altro vicende di figli con un padre assente.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

A Firenze e al Valdarno, luoghi che direi tipici della narrativa di Santoni, cui qui si aggiunge quella propaggine della città che è Vallombrosa, si uniscono località assai diverse e le storie si allargano verso altri continenti.

Trovo, in particolare, rilevante il viaggio in India di uno di loro, così diversi da certi pellegrinaggi in quel Paese alla ricerca del sé o di una diversa religiosità o magari di esperienze allucinogene. Dato che “Gli interessi in comune” era praticamente una piccola enciclopedia sulle sostanze stupefacenti, mi sarei aspettato che in una simile occasione Santoni c’avrebbe parlato di droghe e così è stato ma qui non è come nel primo romanzo un narrare di esperienze di stati alterati della mente, ma si parla traffico di droga. Il ragazzo parte con degli amici con le migliori intenzione per impiantare un business in India, le cose vanno male e pensano bene di ripiegare sul traffico di sostanze illegali, ma le cose volgono in fretta al peggio.

Altro figlio, altre ambientazioni ed ecco con Cristiana, la figlia artista, lo spunto per parlare di arte, del difficile mondo dell’arte contemporanea, con la lotta per emergere e farsi vedere, con il quasi disperato tentativo di cercare di inventare qualcosa di originale e non possono non colpire i formicai riempiti di metallo, la borsa fatta con la pelle del proprio gatto, il drone ricoperto dalla pelle di un altro, i materiali messi a disposizione di certe mosche perché ne facciano nidi “artistici”.

Non si tratta di un romanzo d’avventura, ma non manca l’azione qua e là a vivacizzarlo e penso, per esempio, al cinematografico scontro con i ladri.

Del resto, oltre al mondo dello spaccio internazionale, incontriamo anche quello delle arti marziali, praticate ad alti livelli da Rudra, un altro dei figli, che, tanto per dare un po’ di colore sociale è anche omosessuale, con quel che ne consegue in termini familiari, sebbene i genitori si dimostrino al passo con i tempi attuali e tutto sommato discretamente aperti.

E in tutto questo affannarsi per il successo, economico, artistico o sportivo, è forse proprio il padre, che più dei figli sembra essersi dato da fare nel ricercare il successo, persino in campi diversi, a dire verso la fine il vero senso di ogni cosa: “Essere felici a casa è il massimo risultato dell’ambizione, diceva Samuel Johnson, e basterebbe questa frase a misurare la portata dei miei fallimenti…”.

13 Novembre 2019: Vanni Santoni e Carlo Menzinger alla Laurenziana (Firenze)

I figli si interrogano su che cosa abbia da dire loro il padre, se sia morente e abbia qualcosa da rivelare, se ci sia un’eredità da dividere, ma mentre camminano tutti assieme nel bosco di Vallombrosa, verso questa misteriosa meta dove ogni cosa, forse, sarà svelata, cogliamo un’altra riflessione di Antonio Michelangelo, che ci dà, forse, il senso della storia:

Sai, già farsi ascoltare è molto, per un vecchio. È un miracolo, in effetti, un miserabile miracolo, come avrebbe detto Michaux, che un vecchio riesca a farsi ascoltare dai propri figli, a farsi seguire lungo una strada, quale che sia; ma è pur vero, ghigna, che con una messinscena così stramba, ormai che siete qui, vi verrebbe difficile non farlo: anche solo per vedere dove voglio arrivare!”

Johnson, Michaux: ho riportato due frasi e, entrambe, contengono una citazione. Non è un caso, perché Santoni è uno che non solo scrive, ma, come dovrebbe essere sempre, legge anche molto e sembra amare i libri, al punto che questo “I fratelli Michelangelo” è quanto mai ricco di citazioni e rimandi ad altri autori e altre storie.

Non solo Santoni legge, ma, come ha ottimamente dimostrato nell’incontro con la nostra associazione, è uno che la scrittura la insegna (tra l’altro all’importante Scuola Holden) e ne conosce bene i metodi e la tecnica, come anche qui si vede. Insomma, uno che ha storie da raccontare e sa come farlo.

CONTROLLARE IL FLUSSO DEL TEMPO

In occasione della fiera milanese della letteratura fantastica “Stranimondi 2019”, ho partecipato alla presentazione del volume “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini, pubblicato da Edizioni della Vigna, del medesimo Gruppo Editoriale Tabula Fati – Solfanelli che ha pubblicato il mio “Apocalissi fiorentine”, che ho avuto modo di presentare in coda all’intervento di Piccinini e che molte tematiche condivide con questo libro, da quelle sulle mutazioni del tempo alle tematiche ambientali.

Come si legge nell’interessante introduzione firmata da Adalberto Cersosimo, il romanzo di Piccinini, che parla di una squadra speciale di poliziotti che lottano contro i paradossi derivanti dai viaggi nel tempo, ha vari precedenti illustri, innanzitutto “La legione del tempo” (1938) di Jack Williamson e “La pattuglia del tempo” (1955) di Poul Anderson. In entrambi, come ne “Il tempo è come un fiume”, ritroviamo delle organizzazioni impegnate a intervenire nei momenti critici della storia per ristabilire la linea temporale originaria. Di recente ho letto un altro romanzo basato sulla stessa idea: “I riparatori del tempo” (Porto Seguro Editore, 2019) di Federica Milella.

A queste opere si aggiungono altre in cui i protagonisti, sebbene non strutturati in una vera e propria organizzazione, lottano comunque per ristabilire l’ordine degli eventi alterato da un viaggio nel tempo, quale “Due volte nel tempo” (1940) di Manly Wade Wellmann, che spiega l’esistenza di Leonardo da Vinci con un paradosso temporale, o la celeberrima serie di film “Ritorno al futuro”.

L’idea di un’organizzazione che controlli il tempo, ma non per ristabilire quello originale, bensì per avere un futuro migliore la troviamo invece ne “La fine dell’eternità” di Isaac Asimov.

Come in parte si capisce dal titolo, per PiccininiIl tempo è come un fiume”, ma non nel senso che segue un unico percorso dalla montagna al mare, bensì, come in effetti fanno i fiumi, il suo corso a volte può incontrare un ostacolo e l’acqua può muoversi un po’ a destra, un po’ a sinistra di una roccia. Se la roccia è grande, il fiume potrebbe addirittura dividersi. Magari prima o poi le due metà confluiranno in un nuovo fiume, ma potrebbero anche restare separati. La Polizia Temporale del romanzo di Piccinini cerca di evitare che il fiume si divida.

Questa visione somiglia solo in parte con la mia idea di universi divergenti, sulla cui base ho scritto varie ucronie e, in particolare, la serie di romanzi di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. In questi romanzi definisco il tempo non come un fiume ma come un frattale, una serie di linee che si dividono e uniscono infinite volte. Supero il concetto stesso di paradosso, immaginando che ogni scelta, ogni azione diversa porti alla creazione di un universo divergente, che coesiste con gli altri. Il compito dei miei Guardiani dell’Ucronia è così quello di evitare le “invasioni” da un universo all’altro, non che il tempo muti percorso, cosa non rilevante, dato che tutte le storie possibili coesistono lungo diverse linee del frattale. In ogni caso, entrambi non vediamo (narrativamente parlando) il tempo come una retta, ma come una serie di linee divergenti e convergenti e questo mi pare singolare nel panorama delle storie sui viaggi nel tempo.

Un’altra similitudine di questo romanzo con le mie opere è che anche Piccinini usa il termine ucronia, che non mi risulta sia, invece, utilizzato nel resto della narrativa su i viaggi nel tempo e parla, come me, di universi divergenti e non dei più comuni mondi paralleli.

“«Viene da un universo parallelo?»

«Mmm. Noi ricercatori preferiamo parlare di linee temporali divergenti: è più preciso…»” (pag. 175).

Anche la sua visione dell’ucronia, almeno in teoria (in pratica direi che io sono più drastico) mi pare simile alla mia nei suoi effetti dirompenti, se Piccinini crede in quanto scrive a pagina 168:

Come recitava un vecchio proverbio americano: mancò un chiodo e si perse il ferro, mancò il ferro e si perse il cavallo, mancò il cavallo e si perse il messaggio, mancò il messaggio e si perse la guerra”.

Altra peculiarità di questo romanzo è che è ambientato soprattutto a MiTo, la grande area metropolitana che, nel 2151, immagina unificare Milano e Torino. Credo che questo faccia riferimento a un’idea urbanistica degli anni ’80 o ’90, per un progetto che chiamava l’area proprio MiTo. Anche in qualcosa che ho scritto io se ne parla.

Da apprezzare c’è quindi lo sforzo di fare fantascienza ambientata in Italia (come ho provato a fare anche io con l’antologia distopica “Apocalissi fiorentine” e altri racconti). Non dico che ogni autore dovrebbe ambientare le sue storie nel proprio Paese, ma se non siamo noi italiani a scrivere storie in Italia, dobbiamo attendere che lo facciano altri, che assai meno bene conoscono la nostra nazione, con risultati da brochure turistica?

Se i riferimenti ai grandi autori dei viaggi nel tempo sono evidenti, è altrettanto chiaro che Piccinini è uno che la fantascienza la conosce e la ama.Risultati immagini per Franco Piccinini Il tempo

Sebbene sia in Italia, questa MiTo a volte mi ricorda “Abissi d’Acciaio” (1953) e gli altri romanzi del ciclo dei robot di Isaac Asimov, e un omaggio al grande autore russo-americano, mi paiono anche le Tre Leggi della Cronotica, che appaiono all’inizio del volume e ricordano, ovviamente le Tre Leggi della Robotica asimoviane, così come il suo investigatore mi fa pensare a Elijah Baley, anche se lui, a volte, si sente più simile all’agente 007 (pag. 218).

Un altro autore citato, mi pare Arthur C. Clarke (“Le fontane del paradiso”, 1979) con i suoi ascensori spaziali (pag. 133), mentre gli specchi solari con cui sono illuminate le strade all’ombra di alti grattacieli, mi ricordano i pozzi di luce del mio “Via da Sparta”.

Italiana questa MiTo, sì, ma quanto mai multietnica e multiculturale, con potenti mafie internazionali che s’incontrano e scontrano, in primis, quella cinese. E il mistero da risolvere, legato a paradossi temporali, riguarda una potente figura, apparentemente morta in modo naturale, creando grandi squilibri tra queste comunità.

In conclusione, una storia in puro stile fantascientifico, che gli amanti del genere di sicuro apprezzeranno, sia per i numerosi riferimenti culturali, sia per l’originalità e la vivacità della trama, che coinvolge sempre e trascina fino alla fine.

 

I VIAGGIATORI E L’ARTE DELLA CONSERVAZIONE DEI CORPI

Risultati immagini per olga tokarczuk

Olga Tokarczuk (Sulechów, 29 gennaio 1962)

A seguito dell’assegnazione del doppio premio nobel per la letteratura (2018 e 2019 quest’anno in un colpo solo), proseguo la mia scoperta dei premiati con un secondo libro della polacca (Premio nobel 2018) Olga Tokarczuk (Sulechów, 29 gennaio 1962), di cui ho letto poco fa “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” (2009), che mi aveva lasciato nel complesso abbastanza soddisfatto della lettura.

Ho affrontato ora il più corposo “I vagabondi” (2007), un’opera che stento a classificare tra romanzo, antologia di racconti, riflessioni personali e, se vogliamo, talora, riflessioni di viaggio. Si presenta, infatti, con una moltitudine di situazioni e di storie, anche di epoche e luoghi molto diversi, che non si concludono come un racconto, ma riprendono più avanti nel volume.

È stato definito un libro che parla del concetto di viaggio (“beato è colui che parte”; “lo scopo di ogni pellegrinaggio è un altro pellegrinaggio”). Vi compare, in un certo modo la distinzione tra viaggiatori, pellegrini, migranti, vagabondi e flaneur che tanta centralità aveva ne “La società dell’incertezza” (1999) di Zygmunt Bauman, ma non esaminata in modo così sistematico come nel saggio del filosofo polacco. Essendo entrambi dello stesso Paese, tendo a pensare che la Tocarczuk ne sia stata influenzata.

Il libro comincia davvero alla grande, attorno a una bambina, e sembra quasi di essere in un romanzo di Stephen King:

Sono una bambina. Sto seduta sul davanzale circondata da giocattoli buttati sul pavimento, torri di cubi crollate, bambole con occhi sbarrati. La casa è in penombra, l’aria nelle stanze pian piano si raffredda e si fa sempre più buio. Qui non c’è più nessuno; sono usciti tutti, spariti, si sentono ancora le loro voci affievolirsi, lo strascichio dei loro piedi, l’eco dei passi e le risate in lontananza. Fuori dalla finestra i cortili sono vuoti. L’oscurità scende con dolcezza adagiandosi su tutto come rugiada nera.

La cosa peggiore è l’immobilità: densa e visibile nell’aria fredda del crepuscolo e nelle luci flebili delle lampade al sodio che, ad appena un metro di distanza, si insabbiano nel buio.

Non succede nulla, la marcia dell’oscurità si ferma davanti alla porta di casa, tutto il frastuono si placa e crea una pellicola spessa come quella sul latte che si raffredda”.

E

“Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciato sola, incustodita. Naturalmente mi sono ritrovata in trappola, bloccata.”

Olga Tocarczuk, però, non è King e non sviluppa in alcun modo questa splendida atmosfera. Il libro parte presto per altre strade.

Molto più avanti la storia riprende temi avvincenti, come nella storia del medico seicentesco senza una gamba che fa esperimenti sulla propria gamba recisa, con quell’incredibile collezione di creature anomale conservate, con le riflessioni sui diversi sistemi di conservazione dei corpi dalla plastinizzazione all’imbalsamazione, con le riflessioni sul corpo, sulla sua materialità, sulle dissezioni, con la storia di Angelo Soliman, fatto impagliare dall’imperatore d’Austria e poi finito alla corte dello zar, dove la figlia lo reclama indietro.

Il volume, infatti, oltre a parlare del viaggio nelle sue diverse accezioni, parla molto anche del corpo. I due temi si toccano, quando affronta l’argomento del contatto fisico tra viaggiatori, costretti a lungo in ambienti ristretti.

Se parla di corpi, come detto, spesso sono corpi morti. Si parla, dunque, anche del viaggio estremo.

Parlando di viaggio, poi, non si può non parlare di tempo.

Ampio spazio è anche dato alle mappe (e non posso non pensare alle riflessioni in merito di Paolo Ciampi ne “Il sogno delle mappe”) e alle guide di viaggio: “Anch’io, nella mia ingenuità giovanile, avevo iniziato a descrivere i luoghi. (…) La verità è terribile: descrivere significa distruggere.

Nel Libro delle sindromi, di cui ho già parlato, c’è anche la cosiddetta Sindrome di Parigi, che riguarda soprattutto i turisti giapponesi che visitano la capitale francese. È caratterizzata da shock e vari sintomi vegetativi come respirazione superficiale, palpitazioni, sudorazione ed eccitazione. A volte si possono avere anche delle allucinazioni. In questi casi si somministrano dei calmanti e si consiglia il ritorno in patria. Questo genere di disturbi si spiega con la delusione delle aspettative dei pellegrini: la Parigi nella quale arrivano non rispecchia a pieno quella che conoscono dalle guide, dai film e dalla televisione.”.

Parlando di guide, al giorno d’oggi, non si può non fare riferimento a internet, che le sta sostituendo, fornendo ogni informazione in modo più diretto e immediato. Navigare in rete è diventato il moderno modo di viaggiare.

Se in “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” la difesa del mondo animale era centrale, anche ne “I vagabondi” non mancano tematiche ecologiche, affrontate con ironico sarcasmo, come le balene spiaggiate e la riflessione sul diritto di questi animali (dai lobi frontali più grandi dei nostri) a suicidarsi, all’emersione di una nuova specie che si sta diffondendo ovunque: i sacchetti di plastica, caratterizzati per il vuoto interiore, esseri di sola “pelle”, privi di un vero corpo, ma dotati di grande mobilità.

Siamo testimoni della comparsa sulla Terra di nuovi esseri, che hanno già conquistato tutti i continenti e la maggior parte delle nicchie ecologiche. Sono gregari e anemofili, si spostano senza difficoltà su grandi distanze.

  Ora li vedo dal finestrino dell’autobus, questi anemoni in volo, intere mandrie, nomadi nel deserto. I singoli esemplari si tengono stretti alle piccole piante del deserto e svolazzano rumorosamente – forse è il loro modo di comunicare.

  Gli specialisti dicono che i sacchetti di plastica sono un nuovo capitolo dell’esistenza, che rovesciano le antiche abitudini della natura perché sono fatti I vagabondi - Olga Tokarczuk - copertinasolo di superficie; all’interno sono vuoti e questa storica rinuncia a qualsiasi contenuto dà loro inaspettatamente grandi vantaggi evolutivi. Sono mobili e leggeri; le orecchie prensili permettono loro di essere agganciati a oggetti o alle appendici di altre creature e in questo modo di ampliare l’habitat.”

La motivazione dell’assegnazione del premio nobel è stata: «per un’immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Di certo i giurati avevano presente quest’opera già premiata con il Man Booker International Prize.

Condivido la scelta? Certo andrebbe capito con quali altri autori è stata raffrontata e quali opere sue sono state lette, ma sebbene “I vagabondi” sia opera ricchissima e, come si è visto dai pochi esempi, colma di suggestioni, manca a mio avviso dell’unitarietà necessaria e di una trama in grado di tenere assieme parti tanto diverse.

UN RIFUGIO UTOPISTICO CONTRO IL SURRISCALDAMENTO GLOBALE

L'ultimo rifugioC’è una nuova etichetta che è da poco più di un decennio è attribuita a una parte della fantascienza: “climate fiction”. Si tratta di storie che parlano delle problematiche legate alle variazioni climatica, in primo luogo il surriscaldamento globale, generato dal buco nello strato di ozono che protegge la nostra atmosfera, ma anche il suo opposto, ovvero improvvisi congelamenti del pianeta. La “climate fiction” puoi, poi, estendersi agli effetti collaterali del clima, come la perdita di biodiversità (vera emergenza della nostra civiltà), l’innalzamento del livello dei mari, gli incendi, la desertificazione e così via. A sua volta, può considerarsi parte dell’eco-fiction.

Persino nella mia ultima antologia “Apocalissi fiorentine” ci sono alcuni racconti che si potrebbero far rientrare nel genere e l’intero volume vuol essere un tentativo di portare vicino alle persone (parlando di una città italiana) le fragilità ambientali e, nello specifico, urbane.

Piero Dolara ha scritto un romanzo, “L’ultimo rifugio” (sotto titolo “Armageddon”, nel volume si parla, giustamente, spesso di warmageddon), che rientra a pieno titolo nella “climate fiction”.

Immagina, infatti, che in un futuro inquietantemente prossimo il 2029, le scorte alimentari della Terra si esauriscano per effetto, appunto, del surriscaldamento e che l’intera civiltà umana collassi.

Editor del volume, pubblicato da Porto Seguro, è stato Massimo Acciai Baggiani, che un giorno mi ha chiesto, per quale motivo sia Dolara, sia io nel mio racconto “La giusta paura”, di prossima uscita sulla rivista “L’area di Broca”, avessimo scelto il 2029 come anno per eventi similmente drammatici.

Nel mio caso è stato solo il desiderio di mostrare come l’emergenza climatica sia un problema attuale, nostro, e non di generazioni future. Posso immaginare che lo stesso valga per Piero Dolara.

Risultato immagini per piero DOlara"

Piero Dolara

Il romanzo mescola questa situazione distopica con la creazione del tutto utopistica di una comunità di artisti e uomini di ingegno vario, che si è riunita in grandi grotte sui Monti Sibillini, vicino Roma, per preservare la cultura umana. Come antichi monaci atei, riproducono opere esistenti ma cercano anche di produrne di nuove, soprattutto in campo musicale e pittorico. Lo stesso ultimo rifugio è stato realizzato da un grande architetto, dando sfoggio di inventiva.

Questo volume andrebbe fatto leggere a chi sostiene che la fantascienza si dimentica troppo spesso dell’arte, come è stato di recente sostenuto in un convegno a Stranimondi (Milano, 12-13 ottobre 2019, “Michelangelo e la luna. Perché le arti hanno un ruolo così marginale nella fantascienza?”, relazione di Franco Ricciardello): è vero, ma ci sono delle eccezioni.

Incredibilmente questa comunità utopistica sopravvive per anni senza avere quasi contatti con l’esterno e senza saperne nulla. Quando, finalmente, si decideranno a uscire dal loro rifugio, scopriranno un mondo assai diverso da come lo avevano lasciato.

Da leggere per riflettere sul futuro e su quello che stiamo facendo (o non facendo) per il nostro pianeta.

 

illustrazione di Valentina Pellizzari, tratta da “Apocalissi fiorentine”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: