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UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE

Risultati immagini per player one libroNel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

 

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.

Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.

Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.

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Ernest Cline

Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.

Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.

Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.

Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.

Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.

Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa.  In questo e molto altro sono libri diversi.

Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.

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GIOCARE PER SOPRAVVIVERE

Risultati immagini per l'unico sessoSe scrivere narrativa è in fondo (per molti) un gioco, non stupisce che ci siano non pochi libri che parlano di giochi. Ogni storia d’avventura un po’ lo è.

Molte storie ne seguono le regole: cacce al tesoro, labirinti, partite varie. I gialli spesso sono cacce al tesoro. Le storie d’amore sono partite a due. I racconti di guerra sono wargame ma spesso anche quelli di politica o di affari.

Ci sono, però, romanzi e film che hanno al loro centro veri e propri giochi. Si pensi ai classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e “Wargames” (1983) di John Badham, a “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, a “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, a “Ready Player One” (2108) di Steven Spielberg (tratto dal notevole “Player One” di Ernst Cline – 2010), a “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), a “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo (2008) di Suzanne Collins. Persino la saga di Harry Potter ha uno spazio importante per un gioco inventato, il Qidditch.

Ebbene, Linda Lercari ha da poco pubblicato un romanzo, “L’unico sesso” che si inserisce in questo filone, oltre che in quello, ancor più nutrito, della letteratura distopica e in quello della fantascienza postapocalittica.

Quest’autrice toscana immagina un mondo futuro in cui una guerra termonucleare ha invertito drammaticamente il surriscaldamento in atto, congelando il nostro pianeta.

Siamo dalle parti del 2215 e gli agi del nostro mondo contemporaneo sono solo un ricordo. La gente si “consola” praticando una versione omicida dell’hockey su ghiaccio in cui “l’uccisione di un giocatore equivale a un tiro in porta”.

Il romanzo ci racconta la vita e le imprese di due campioni di questo sport micidiale, il loro gelido mondo fatto di sofferenza e violenza, in cui la consapevolezza per andare avanti suona come “Capisco che d’ora in poi la carriera che voglio costruirmi sarà fatta di tanti mattoni umani”.

Ovunque c’è una gran “voglia di morte”.

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Linda Lercari

Un po’ come in “1984” (1948) di Orwell o in “Farhenheit 451” (1953) di Bradbury, “lo Stato regala i televisori a chi non ne possiede. Tutti devono averne uno nella propria abitazione”. Sono strumenti di controllo.

Come in “Hunger games” si gioca/ combatte per sopravvivere ma il gioco è comunque uno spettacolo con il suo pubblico. Si va avanti, anche se “Tutto questo uccidere sta diventando pesante”.

Di solito leggo in contemporanea un libro su carta e uno in e-book. Il caso vuole che mentre leggevo “L’unico sesso” di Linda Lercari stessi anche leggendo “Player one” di Ernst Cline e passando dall’uno all’altro mi pareva quasi di restare nella stessa storia: due mondi degradati, anche se in modo diverso, un ragazzo e una ragazza che giocano/ combattono l’uno contro l’altra, arrivando ad ammirarsi e apprezzarsi reciprocamente, fino a innamorarsi.

Il resto è diverso, diversi i giochi, sebbene comunque letali, diverso il mondo ricostruito, diversi i  personaggi, ma lo spirito è lo stesso. Se avete amato “Hunger games” o “Player One” o le avventure dei ragazzi imprigionati nel labirinto di “Maze Runner” è tempo di leggere “L’unico sesso”.

Quanto a Linda Lercari, tenetela d’occhio, perché un’autrice capace di spaziare dal romanzo d’ambientazione giapponese come “Kaijin” alla distopia postapocalittica come ne “L’unico sesso” potrebbe riservarci altre sorprese.

 

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IL PELLEGRINO DEL TEMPO E IL TURISTA VISCHIOSO

Leggendo il titolo “La società dell’incertezza” la prima cosa cui ho pensato è questo nostro mondo sommerso da una miriade di informazioni e di La società dell'incertezza - Zygmunt Bauman - copertinasegnali contrastanti in cui l’incertezza non può che dominare. Eppure questo non è negativo, perché è segno di una società multiculturale, in cui opinioni diverse corrono in rete, senza controllo, è vero, ma con la massima libertà, lasciando il modo persino a sostenitori delle tesi più assurde (pensate per esempio ai terrapiattisti o ai respiriani) di avere un loro seguito e una loro credibilità. È il bello e il difficile assieme della libertà di questo nostro tempo ebbro di informazioni.

Zigmunt Bauman pubblica “La società dell’incertezza” nel 1999 e dunque alla fine del passato millennio, forse un po’ troppo presto per essere già stato travolto dall’ondata del web dilagante.

Nell’introduzione si legge “Con lo spirito del patologo chino al suo lavoro, Bauman ci mostra una società che respinge la stabilità e la durata, preferisce l’apparenza alla sostanza, sceglie come parola chiave ‘riciclaggio’ e come ‘medium’ per eccellenza il videotape; una società dove il tempo si frammenta in episodi, la salute diventa ‘Fitness’, la massima espressione di libertà è lo ‘zapping’. Dalle macerie del vecchio ordine politico bipolare sembra emergere solo un nuovo disordine mondiale, mentre l’economia invoca e ottiene la deregulation universale. Le figure emblematiche che abitano questo traballante universo sono il giocatore e il turista. Ma forse più di ogni altro lo straniero.”

Che i vent’anni trascorsi siano un’era lo dicono parole come “videotape” e “zapping” che appartengono già alla nostra preistoria tecnologica. Non per questo l’analisi della fine dell’epoca moderna e del suo passaggio al post-moderno effettuata da Baumann è già superata. Tutt’altro. Il saggio si legge con interesse ed è ricchissimo di spunti.

Innanzitutto, il conflitto tra libertà e sicurezza, che va oltre quanto già sopra accennato sulla libertà di circolazione delle informazioni che ci toglie la sicurezza della loro veridicità. È il vero grande conflitto politico di questi nostri anni di destre razziste riemergenti. Su questo tema la posizione della religione non è indifferente “se Dio c’è, non c’è crudeltà, anche atroce ed efferata, che non si possa commettere nel Suo nome.

 

La nostra società è marcata da una folle ricerca della felicità ma è incapace di comprendere come questa sia solo temporanea. “Il segreto per ottenere la felicità nella vita in città consiste nel saper vivere intensamente l’avventura generata dalla incerta definizione della propria mèta e del proprio itinerario”.

Difficile essere felici nel nostro tempo privo di certezze: “la fonte più profonda della loro infelicità era l’incertezza”. “La felicità è una fuga dall’insoddisfazione.” “Poiché la felicità è lenta ad arrivare, e, una volta arrivata non si può mai sapere quanto a lungo si fermerà, la ricerca non ha mai fine, e necessita di obiettivi sempre nuovi.”

Se nel mondo moderno si faceva di tutto per costruirsi un’identità forte e riconoscibile, che ci forniva stabilità e sicurezza, nel mondo post-moderno, fatto di avatar e nickname, di situazioni in continua evoluzione, l’obiettivo è il superamento dell’identità, forse spinti da una spasmodica ricerca della privacy in un mondo che è sempre più una piazza informatica globale.

Siamo nel tempo dell’identità biodegradabile: “La postmodernità in plastica biodegradabile.

 

Si sofferma, poi, Bauman sulla differenza tra pellegrino e turista, per dire che è finito il tempo dei primi e siamo in quello dei turisti.

Rimuginava Sant’Agostino, i Cristiani vagabondano «come in pellegrinaggio nel tempo, cercando il regno dell’eternità» . Pellegrini del tempo, che splendida espressione! Se si crede in un aldilà quanto è vera: attraversiamo il nostro tempo mortale come in un viaggio, ma la nostra vera vita è altrove.

La definizione, però, è affascinante anche per un ateo: che cosa facciamo se non attraversare il tempo dalla nostra nascita alla nostra morte? Crediamo di vivere in un luogo, ma siamo anche in continuo movimento nel tempo.

“Per i pellegrini nel tempo, la verità è altrove; il vero luogo è sempre a una certa distanza, lontano nel tempo. Dovunque il pellegrino sia ora, non è il luogo dove dovrebbe essere o dove sogna di essere.” Chi viaggia è sempre a metà strada. Viaggiare è realizzare un sogno, muoversi verso una meta agognata e immaginata, che potrà anche rivelarsi del tutto diversa (o almeno così era in tempi precedenti google e streetview). “La vita terrena non è se non una breve “ouverture” all’eterna durata dell’anima.

II mondo non è più ospitale verso i pellegrini. I pellegrini hanno perso la loro battaglia vincendola. Si sono dati da fare per rendere il mondo solido rendendolo flessibile, in modo che l’identità potesse essere costruita secondo la propria volontà, ma costruita sistematicamente, piano dopo piano e mattone dopo mattone. Hanno incominciato con il trasformare lo spazio in cui bisognava costruire l’identità in un deserto. Si sono resi conto che il deserto, anche se confortevolmente privo di qualsiasi configurazione per coloro che intendono lasciare il proprio segno, non trattiene bene i segni. Più è facile lasciare un’orma, più è facile cancellarla. Basta un soffio di vento. E i deserti sono posti ventosi.

Divenne presto evidente che il vero problema non era tanto come costruire un’identità, ma come preservarla”.

Zygmunt Bauman (Poznań, 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) è stato un sociologo, filosofo e accademico polacco.

Viviamo in un grande deserto in cui non solo “verba volant” ma anche gli scritti e ogni manifestazione del nostro essere, travolti dalle onde di piena del web, su cui ormai anche i migliori surfer non riescono ad allontanarsi dalla spiaggia.

Il flâneur è un gentiluomo che vagabonda senza meta, godendosi la vita.

Walter Benjamin trasformò “flâneur” in una parola comune dell’analisi culturale, figura centrale e simbolica della città moderna. Tutte le sponde della vita moderna sembravano incontrarsi e legarsi nel passato e nell’esperienza del bighellone: andare a passeggio come uno va a teatro, trovandosi tra estranei ed essendo per loro un estraneo (nella folla ma senza appartenervi)”.

“I malls hanno dato inizio alla promozione postmoderna del flâneur”. Il vagabondare è diventato forza propulsiva dell’economia moderna, è stato canalizzato nei corridoi dei centri commerciali, indirizzato dalle tentazioni dello shopping, fisico o virtuale.

“Il vagabondo. Il vagabondo era il flagello della prima modernità, il germe che portava governanti e filosofi alla frenesia di ordinare e normare. Il vagabondo era senza padroni, e l’essere senza padroni (fuori controllo, disordinato, libero) era una situazione che la modernità non riusciva a tollerare e contro la quale lottò fino alla fine.”

“Ciò che faceva del vagabondo una figura terrificante era la sua apparente libertà di muoversi e quindi di sfuggire alla rete di controllo locale.”

Ora, invece, il vagabondo è stato irreggimentato. Ogni suo movimento è controllato e canalizzato verso il consumo.

“Come il vagabondo, il turista era solito occupare i margini dell’azione «propriamente sociale» (anche se il vagabondo era un uomo marginale, mentre il turismo era un’attività marginale), e si è ora spostato verso il centro (in entrambi i sensi). Come il vagabondo, il turista è in movimento. Come il vagabondo, egli è dovunque egli vada, ma non è mai del posto.”

Il mondo del turista è interamente ed esclusivamente strutturato in base a criteri estetici (sempre più numerosi autori che notano l’«estetizzazione» del postmoderno a sfavore della sua altra dimensione, anche morale, descrivono -senza accorgersene – il mondo visto dai turisti; il mondo «estetizzato» è il mondo abitato dai turisti)”.

Siamo turisti per tutta la vita in costante ricerca di una felicità fatta di nuove scoperte che possano meravigliarci ogni volta di più, perché la meraviglia funziona così, c’è solo verso qualcosa di totalmente nuovo. Si procede in un crescendo di emozioni. Diveniamo avidi di novità, di nuove esperienze.

Eppure… Eppure in questo mondo di perenni turisti, di gente in continuo movimento e quindi eternamente straniera rispetto a chi gli è attorno, non più parte di una comunità fisica ristretta ma semmai di mega comunità distribuite e virtuali, in questo mondo temiamo ancora lo straniero, l’estraneo, il diverso. Perché ci fa paura? Perché ci somiglia. Se siamo tutti turisti in casa nostra, siamo anche un po’ stranieri. Bauman lo spiega con la vischiosità. Se ci immergiamo nell’acqua non proviamo orrore perché resta separata da noi, ma se ci immergiamo in qualcosa di vischioso, questo ci resta addosso perché ha una consistenza simile a noi. Lo straniero (il migrante, direi oggi) ci fa tanto più paura quanto più ci somiglia (o magari somiglia al nostro passato rimosso). Più gli siamo vicini, come condizione economico-sociale per esempio, più ci disturba. “Entrare in contatto con il vischioso significa rischiare di dissolversi in esso”. “Ognuno rappresenta per l’altro l’elemento vischioso, ma ciascuno combatte la vischiosità dell’altro in nome della propria purezza.

Ed ecco che la paura del diverso diviene strumento di controllo politico per i potenti. Mezzo di propaganda. Sistema per spostare l’attenzione dai problemi reali.

Bauman passa, quindi, a parlare del sistema di controllo politico panottico del mondo moderno, basato sia su fabbriche di ordine come scuole, caserme, carceri, ma anche e, soprattutto, sulla famiglia, “fu probabilmente l’impiego della famiglia come agenzia di sorveglianza complementare che spinse Foucault a descrivere il potere panottico come capillare”.

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flâneur

Il panopticon o panottico è un carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham.Il concetto della progettazione è di permettere a un unico sorvegliante di osservare (opticon) tutti (pan) i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Siamo tutti prigionieri di un sistema in cui ogni nostro movimento è controllato dal web grazie alla nostra attiva collaborazione, ai nostri sistemi GPS, ai nostri post in cui comunichiamo costantemente dove siamo e che cosa siamo al mondo intero che pare indifferente ma registra ogni cosa.

Il mondo moderno era uno in cui ordine ed efficienza erano fondamentali e implicavano anche la salute dei propri membri, salute intesa come fitness, la sola forma che consenta di essere sempre reattivi agli stimoli promozionali che ci trasformano in consumatori partecipi.

In un modo o nell’altro, i «disordini» più diffusi e preoccupanti sono i «disordini» del “consumo”.”

Si combatte contro la morte, ma poiché non può essere sconfitta la si divide in miriadi di patologie da combattere separatamente. Ecco allora l’esigenza di isolare i malati. Ecco l’eugenetica. Ecco il suo degenerare nel razzismo. Le azioni della comunità si concentrano contro ciò che minaccia la salute. Lo straniero ne minaccia l’integrità e va isolato, allontanato o assimilato. La diversità appare come un male, anziché come una ricchezza della società. L’assimilazione dello straniero può darci l’illusione di non essere un approccio razzista, ma lo è come gli altri due, in quanto nega la convivenza con la diversità.

Non sempre Bauman sembra assumere una posizione precisa, di approvazione o disapprovazione, in quanto descrive, ma il volume si presenta ricco di temi di riflessione per analizzare e comprendere il nostro tempo o, meglio, il nostro recente passato.

 

ROSSO DI SANGUE

libro

Ho incontrato Vincenzo Gualano durante una presentazione collettiva di sette autori di Porto Seguro Editore presso la Laurenziana di Firenze Nova, dove ora organizzo alcuni incontri letterari.

Il suo “Lacrime rosse” è un libricino esile di poesie e aforismi. Durante quell’incontro Roberto Balò presentava il suo “Saga”, una raccolta di poesie fantascientifiche. Ed ecco che leggendo i primi versi di “Lacrime rosse” ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un altro singolare esempio di poesia di genere: “poesia horror”. Abbondavano, infatti, espressioni come “Il mio amore è un cranio”, “la mia solitudine è formata /dalla compagnia della mia parte malvagia”, “il mio stato d’animo sempre più macabro”, “come un cuore macabro che sorride per ironia”, “rivoltante come la mia bellezza che cammina sui / morti”, “i cuori marci che ha creato per odiare”, “farmi resuscitare da un viscido sepolcro”, “non aver paura, / dei fiori marci che ti regaleranno /e della tua giovane carne / che pian piano si sgretola”, “la lacrima rossa incomincia a sbiadire”, “La notte lugubre sovrasta le foglie”, “in agguato come la morte” e qui mi fermo ma potrei proseguire.

Andando avanti con la lettura, ho visto però che il tema della morte e del macabro non erano i soli di questi versi. Forte è anche quello dell’amore (ed ecco che torniamo su un terreno più consono alla poesia) (“dolce è il tuo sorriso avvolto da stelle”), della perdita dell’altro (“il vero amico della mia vita infantile”, “oh mio caro nonno / un tuo sorriso mi è mancato”, “rimembro subito il tuo volto pieno di luce”, “le tue ali mi sfiorano il volto”, “Dove sei? Dove sei?”) e forse di sé, del rapporto con il divino (“ogni mio dipinto è una preghiera”), dell’identità (“Voglio essere solo ciò che sono e non apparenza”), dell’arte (“Vorrei poter trasformare in Arte anche chi mi sta accanto”).

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Vincenzo Gualano

Nella sua prefazione Massimo Acciai Baggiani ci ricorda come Gualano non sia solo un poeta, ma un’artista eclettico, dedito soprattutto alle arti visive. Singolare è come Gualano ne parla in “Come Re Mida”: “dovrò riuscire a trovare il modo / che tutto ciò che tocco diventi Arte e diventi denaro!”, “poter trasformare la mia passione in Arte / e di conseguenza in denaro!” Beata illusione, mi verrebbe da dire! Come se arte e denaro vadano a braccetto e non piuttosto si sfuggano. Sarà che per me l’arte (e la scrittura nello specifico) è l’opposto del lavoro e quindi della creazione di ricchezza, ma quest’idea di far soldi con l’arte mi ha fatto un po’ sorridere tristemente, pensando a quanto abbiano a penare gli artisti solo per rifarsi delle spese.

Un’opera di Vincenzo Gualano

Mi riconosco, invece, quando dichiara “per essere me dovete già nascere droga”, “Non c’è bisogno che mi droghi perché sono già io droga” o “sono in questo mondo solo per regalare emozioni” o, narcisisticamente, “Non seguo mai una moda perché sono già io la moda”.

QUATTRO ROMANZI MESCOLATI

Le pietre della lunaCon “Le pietre della luna” (1997) Marco Buticchi  (La Spezia, 2 maggio 1957) scrive assieme più romanzi, i cui capitoli si alternano, legati da ben poco a parte la presenza di alcune statuette del paese di Luna che ricompaiono nelle varie storie.

La trama principale riguarda un antico romano, il legionario Giuno, originario di Luna (colonia romana in Liguria fondata nel 177 a.c. alle foci del fiume Magra), che affronta una gran quantità di avventure, con alti e bassi che lo portano a essere più volte imprigionato, costretto a diventare gladiatore (questa parte ha ispirato il celebre film di Ridley Scott “Il gladiatore”), fino a diventare tribuno e poi senatore di Roma. Le pietre appartengono alla sua famiglia e gli sono sottratte quando è accusato ingiustamente di aver rubato il bottino di guerra di Roma, un ingente tesoro.

Giuno scrive la sua storia che è ritrovata, riletta e reinterpretata in epoca moderna in un’altra vicenda che si alterna alla principale.

Altra storia è quella ambientata nel diciassettesimo secolo che narra di due galeoni spagnoli che trasportano un grande tesoro (tema ricorrente nel volume). A bordo c’è un discendente di Giuno, il frate Pietro Di Marzio che ha ricopiato la storia di Giuno e che ha, ovviamente, con sé le famose statuette.

Marco Buticchi

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Buticchi immagina, quasi ucronicamente, che Hitler riesca a fuggire in America, sfuggendo alla morte e che i suoi beni (terzo tesoro) siano trasportati da un sommergibile che però affonda, portando con sé le fantomatiche pietre di Luna.

Nel 1995 viene recuperato dagli americani il sommergibile e si scopre che un asteroide sta per colpire e distruggere la Terra. Sarà un discendente di Giuno e frate Pietro a guidare lo shuttle che distruggerà il meteorite, ovviamente portando a bordo le pietre di Luna.

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Statuetta votiva di Selene

Questo in breve. Insomma, un romanzo storico d’avventura, che si tinge di mistero e che arriva a trasformarsi in fantascienza, con accenni di ucronia, muovendosi in quasi due millenni di storia.

La vicenda più affascinante è certo quella di Giuno, ma anche le altre appassionano e scorrono piacevolmente, sebbene qualche perplessità mi lasci la parte fantascientifica (e si badi che amo il genere e le commistioni tra storia e fantascienza) che sembra troppo scollata dal resto.

Non mi è chiaro, però, per quale motivo Buticchi non abbia scritto invece quattro romanzi o una raccolta di quattro racconti. In questo modo la storia appare più complessa e articolata che se le singole parti fossero rimaste tali e quindi a qualcuno il romanzo potrà forse parere più “ganzo”, ma personalmente avrei preferito leggerle come opere autonome, dato che il collegamento mi è parso un po’ debole, ma Buticchi è autore affermato e di successo ed evidentemente questo modo di scrivere riceve i dovuti apprezzamenti. La storica e restauratrice Sara Terracini e l’agente segreto Oswald Breil sono protagonisti di una dozzina di libri, compreso questo romanzo, anche se, almeno ne “Le pietre della Luna” hanno ruoli secondari, rispetto per esempio a Giuno e ai suoi discendenti.

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Russell Crowe ne “Il gladiatore” di Ridley Scott

I MONDI FANTASY DEL GIOVANE SETYON

Risultati immagini per la spadadi Seyton PratesiGuido Pratesi (Firenze, 1982), nello scrivere la sua quadrilogia Il regno di Visteria” ha immaginato un intero mondo, suddiviso in spicchi, con una sua gerarchia, una sua storia, delle creature fantastiche.

Lo ha popolato di elfi, maghi, draghi, basilischi, tritoni e altro ancora.

Nel primo volume “La spada di Setyon” ci mostra le avventure di un giovane predestinato dalla scoperta di una spada magica, al dono di un falco come compagno e di un pugnale d’oro come estrema difesa (“l’elsa era d’oro, a forma di falco con le ali aperte e gli occhi di rubino”), alle guerre contro i maghi oscuri e contro i tritoni che cavalcano torpedini, squali, orche e cavalli di mare.

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Guido Pratesi

Non manca l’amore per una bella fanciulla, né una profezia antica: “Quattro flagelli avrebbero infierito sui quattro Spicchi che si sarebbero venuti a creare con la costruzione della Stella di Pietra”.

Riuscirà Seyton a seguire il volere paterno “desidero che tu usi sempre la lama, qualsiasi lama, per difendere gli indifesi ed essere latore di giustizia”?

Quante altre avventure lo attenderanno nei prossimi tre volumi?

OLTRE LE SFUMATURE

Risultati immagini per oltre la scelta cibecchiniAvete presente quella serie di libri per educande trasgressive con titoli tipo “50 sfumature di grigio”? Quello che maggiormente mi disturba come lettore è quel loro non essere, come si suol dire, né carne né pesce. Vengono fatti passare per romanzi erotici ma sono molto più vicini a dei romanzi rosa.

Il rischio di trovarsi tra le mani pagine simili con “Oltre la scelta” non si corre. Marco Cibecchini punta dritto alla meta e, sulla scia del Marchese De Sade, ci offre un bell’esempio di romanzo erotico con toni sado-maso innegabili. Una storia di sesso e sottomissione senza alcuna concessione a sentimentalismi fuori luogo o a elucubrazioni filosofiche.

Un rapimento dà il via all’avventura e alla trasformazione di una donna “normale” in una “sottomessa” che imparerà ad amare il suo ruolo, andando ben oltre gli effetti della Sindrome di Stoccolma.

Marco CIbecchini

Sono queste di Cibecchini pagine nude (nel vero senso della parola) e crude, che ci rendono tutta la durezza di un rapporto di sesso estremo.

L’autore è membro del GSF – Gruppo Scrittori Firenze e il volume è da lui pubblicato con Youcanprint.

 

 

 

 

 

 

 

 

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50 sfumature di grigio

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