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LA BAMBINA DEI SOGNI – 7 – SECONDA VISITA

7 – SECONDA VISITA

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Il sogno è l’infinita ombra del Vero

(Alexandros – Giovanni Pascoli)

 

Quella mattina, anche se era sabato, mi sentivo particolarmente insofferente. Aprii la lavapiatti e presi un cucchiaio per fare colazione. Ancora una volta Giovanna l’aveva montata male! C’era il coperchio di una pentola che ostruiva il getto dell’acqua. Era tutto da rilavare. Ero irritato. Mi trattenni a stento dal mollare un pugno sul coperchio della lavapiatti. Sbuffando presi un cucchiaio dal cassetto. Si cominciava male. In salotto c’era un gran disordine. Un plaid avvoltolato su una poltrona. Una tazza usata. Pantofole abbandonate. Riordinai di malumore. Possibile che Giovanna dovesse lasciare sempre tutto in giro? C’era qualcosa che affrontava con impegno? La vedevo sempre più distratta.

La nonna arrivò verso le dieci. Mia suocera, come al solito, era carica di sacchetti. Aveva sempre qualcosa da portare avanti e indietro da casa sua a casa nostra e viceversa, tipo verdure bollite e minestroni o golf e fazzoletti della bambina. Quella volta portava un paio di litri di passato di verdure. Già sapevo che sarebbe finito almeno per metà nel secchio della spazzatura. Laura, infatti, non ne mangiava, mentre io e mia moglie ne consumavamo pochissimo. Sarebbe certo andato a male prima che riuscissimo a finirlo. Come sempre. Il solito spreco! Erano anni che lo dovevo sopportare. La casa dovrebbe essere un luogo dove sentirsi rilassati, ma non era così per me.

Giovanna e io salutammo Laura e uscimmo con le solite raccomandazioni:

-Non guardare troppa TV e obbedisci alla nonna.

Rispose: – Va bene. – che nel suo gergo da figlia unica voleva dire: «La guarderò finché ne avrò voglia e obbedirò, se la nonna mi dirà di fare qualcosa che mi va».

Prendemmo la metropolitana, che era il mezzo più comodo per arrivare all’orfanotrofio. Sedevamo l’uno accanto all’altra. Davanti a noi un signore anziano leggeva “La vita è sogno” di Calderon de la Barca. Fissai per qualche istante la copertina rossa del libro e cominciai a interrogarmi, riflettendo su quel titolo. Mi chiesi se, piuttosto, non fosse il sogno a essere la vera vita. Non era forse vivere anche il nostro muoverci in sogno? Quando sogniamo non siamo a volte assai più noi stessi che quando ci muoviamo da svegli, non siamo più liberi da inibizioni e convenzioni?

Da bambino ricordavo che i sogni venivano da soli. Da adulto mi pareva di averne un maggior controllo. Di riuscire in parte a orientarli. Erano fantasticherie volute. Vite immaginarie. Eravamo in grado, in qualche modo, di controllarli? Quanto erano veramente spontanei? Che differenza c’era tra i sogni dei bambini e quelli degli adulti? Non tanto per i loro contenuti, le cui differenze sono note, quanto per la capacità degli uni e degli altri di gestirli. Quando una fantasticheria da dormiveglia (su cui abbiamo un certo controllo) si trasforma in un vero e proprio sogno (che dovrebbe essere controllato solo dal nostro inconscio)?

Mentre riflettevo così, l’anziano lettore alzò gli occhi dal libro, mi fissò per qualche istante, mosse le labbra come se volesse dirmi qualcosa, poi scosse la testa, riabbassò gli occhi e tornò a leggere, mentre la sua testa continuava a oscillare debolmente da destra a sinistra e viceversa, come in una reiterata negazione.

 

Un po’ perché ero ancora indispettito dal caos in cui si trovava costantemente la nostra casa e dall’indifferenza con cui Giovanna affrontava la cosa, un po’ perché non mi fa piacere parlare in un ambiente pieno di estranei, mia moglie e io non parlammo quasi per tutto il tragitto e io continuai a cullarmi in simili riflessioni, un po’ patologiche. I nostri corpi erano vicini, ma non ci toccavamo. Eravamo entrambi coscienti di stare per fare qualcosa d’importante. Qualcosa che avrebbe cambiato le nostre vite. Mia moglie non lo disse, ma sapevo che anche lei provava simili sensazioni. Era solo una visita, ma era come se fosse qualcosa di più. I nostri rapporti non erano più quelli di una volta e lo sapevamo entrambi. In nessuno dei due c’era una precisa volontà di tornare al passato, però eravamo consapevoli di avere ancora un futuro da costruire assieme. Un futuro da cui nessuno dei due pensava di fuggire. Le scelte di vita sarebbero state scelte comuni.

Sebbene avessimo entrambi la sensazione di essere a un punto di svolta, a livello razionale e cosciente cercavamo entrambi di non dare peso alla cosa: stavamo solo andando a trovare una piccola orfana bisognosa d’affetto. Un piccolo gesto di generosità. Nulla di più.

Eppure, nel subconscio, l’idea dell’adozione lavorava. Era come se quella bambina mi fosse entrata nel cervello e si fosse messa lì a sedere, buona buona, ma nel contempo impossibile da ignorare. Ingombrante. Era una sensazione simile a quella che si potrebbe provare lavorando in ufficio, mentre una bambina, seduta immobile in un angolo, ti fissa ininterrottamente. Impossibile non rivolgerle almeno uno sguardo. Impossibile non sorriderle almeno una volta.

Gli ultimi sogni m’inquietavano. Le mie fantasie notturne con Maria non erano certo un problema. Ritenevo che alla luce del giorno non sarebbero riaffiorate. Mi illudevo fossero normali fantasie elaborate da una libido forse un po’ repressa, ma perfettamente sotto controllo. Quello che mi preoccupava era l’intrusione di Elena. Avevo la sensazione che la bambina davvero conoscesse le mie fantasie e che, per qualche strano motivo, le considerasse reali. Così come lei entrava nel sogno con una sua corporeità, così, immaginavo, forse leggeva i nostri sogni come qualcosa di vero, di appartenente a questo nostro mondo di carne e sangue. La sensazione era che riuscisse a leggere se non i miei pensieri, almeno i miei sogni. E forse anche quelli del resto della mia famiglia. Anzi, che addirittura in questi sogni ci vivesse! Pazzesco. Irrazionale!

Era come se Elena, intromettendosi nei miei sogni, volesse impedirmi di immaginare una possibile fuga extraconiugale, come se difendesse l’integrità di una famiglia, che non era neppure la sua, ma che, altrettanto stranamente, considerava propria. Forse erano solo mie fantasie. Forse lei non c’entrava per niente e la sua immagine era solo una strana forma di censura onirica, che la mia mente faceva sembrare dotata di eccezionale corporeità. Era qualcosa che stava succedendo solo nella mia testa?

 

Incontrare Maria, che ci accolse con grande gioia e simpatia, mi mise quindi a disagio, anche se non ne avevo motivo. Era come se quelle che erano solo fantasie notturne, fossero qualcosa di più. Ridussi al minimo la conversazione con l’assistente sociale e le chiesi subito di vedere la piccola.

Quando entrammo nella stanza dove giocavano i piccoli orfani, mia moglie fece un cenno con la testa per indicare una bambina che se ne stava seduta in un angolo con una bambola. La solita, direi. La sua Lolla, immagino. E, come l’altra volta, la reggeva in mano distrattamente, in orizzontale, come una donna potrebbe tenere una borsetta, non come una bambina con un giocattolo, non come se la bambola avesse per lei una sua vita immaginaria. Un oggetto inanimato.

– È lei? – mi chiese Giovanna. La sua mi parve più un’affermazione che una domanda.

– Sì – rantolai. Quasi non mi stupiva che fosse riuscita a riconoscerla, come una novella Giovanna D’Arco che riconosce il Delfino di Francia seppure mascherato. Vedere che la individuava così facilmente, però, mi tolse il respiro. Ognuno di questi particolari confermava in me la convinzione che ci fosse qualcosa di molto strano in Elena. Mi vennero in mente le teorie ottocentesche sul magnetismo e l’ipnotismo, di cui avevo letto recentemente in alcuni racconti di Guy de Maupassant, secondo cui alcune menti hanno il potere di influire su altre, determinandone i comportamenti o stabilendo comunicazioni a distanza. Se Giovanna l’aveva riconosciuta doveva essere perché l’aveva davvero già vista in sogno. Le mie descrizioni non avrebbero potuto esserle sufficienti. Eppure a volte riconosciamo una persona di cui abbiamo solo sentito vagamente parlare. Forse fu così, per esempio, anche per Giovanna D’Arco quando riconobbe Charles di Valois nascosto in mezzo ai dignitari della corte.

La bambina se ne stava da sola, ma non pareva triste. Era come se avesse tutto un mondo dentro con cui giocare. Come se questo le bastasse e non avesse bisogno di giocare. Era un mondo, però, con un grande vuoto da colmare. Questo lo sapevo.

Ci vide subito e mi corse incontro. Pareva persino più contenta dell’altra volta.

Mi abbracciò. Poi guardò mia moglie.

– Sei la mia nuova mamma? – le chiese subito. Giovanna sussultò e vidi che gli occhi le s’inumidivano.

– Sono la moglie di Paolo – rispose, nel classico modo con cui un adulto cerca di non rispondere a una domanda diretta e imbarazzante di un bambino.

Perché quella bambina ci aveva adottati come famiglia? Perché proprio noi? Solo perché le ero capitato sottomano in un momento in cui aveva bisogno d’aiuto ed ero stato disponibile?

Dovevamo portarcela a casa come si porta a casa un gattino sperduto, che si sia messo a seguirti per strada? Una bambina non è un cucciolo. Eppure era quasi così. Era stata lei ad averci scelto.

– Quando lei è qui Elena diventa un’altra: sembra felice – osservò Maria. – La sua presenza le fa bene. Non dico sia una bambina triste, ma se ne sta sempre per conto suo. L’unica persona che le interessa, oltre sua madre, sembra sia lei.

Era tutta la mia fantasia o, davvero, negli occhi di Maria c’era stato una specie di lampo a sottolineare quell’ultima frase, quasi che volesse comunicarmi che anche lei era interessata a me? Si era davvero impercettibilmente protesa verso di me, come mi era parso?

Decisi che doveva essere solo l’immaginazione, probabilmente favorita dal sogno notturno, che mi aveva portato a vederla diversamente da come fosse. Cosa mi interessava del resto? Non ero certo più un ragazzino a caccia di conquiste.

Maria mi prese per il braccio e ci accompagnò fuori. Ancora una volta ebbi la sensazione che quel contatto fosse voluto, che sottintendesse altro, che riservasse in sé la promessa di altri contatti. Poco importava che con l’altra mano avesse preso anche il braccio di mia moglie. Poteva essere solo un gesto per dissimulare l’altro, per ingannare mia moglie e non farle notare il tentativo d’intimità.

Fantasie adolescenziali: lo sapevo. Maria era fatta così, mi dissi. Quel gesto per lei era del tutto normale e senza alcun sottinteso. La mia razionalità ne era perfettamente cosciente, anche se il mio cuore ignorava la logica e sembrava preferire la lettura di maliziosi sottintesi nei piccoli gesti.

Quando uscimmo da quella stanza, mia moglie disse solo:

– Va bene.

Avrei voluto chiederle: «Va bene cosa?» In quel momento avevo in testa più Maria di Elena e non afferrai subito l’oggetto della frase. In realtà, però, conoscevo già la risposta e, riprendendomi in tempo, riuscii a non farle domande inutili. Tornammo da Maria che ci accompagnò ad avviare la pratica per l’affido temporaneo.  Mi sentivo come stregato e mia moglie mi pareva in una condizione non dissimile. Non capivo bene quello che stavo facendo. Mi pareva fossimo in una sorta di trance. Non capivo l’improvvisa arrendevolezza di Giovanna.

– Quando starà da voi, verrò a trovarvi per vedere come sta la bambina – promise Maria alla fine e, ancora, mi parve di cogliere, nelle sue innocue parole, un’altra, diversa, promessa.

 

Nelle settimane seguenti fummo sottoposti ad alcuni controlli, presentammo i documenti richiesti e, dopo qualche tempo, ci arrivò la telefonata di Maria. Aveva la voce allegra. Mi pareva di vederla sorridere. Percepivo quasi le sue labbra carnose accanto al mio orecchio, oltre la cornetta. Fu un sollievo sentirla. Forse di più: devo dire che aspettavo con ansia di sentire la sua voce.

– È tutto a posto. Quando volete, potete venire a prenderla.

Era stato tutto, per certi versi, velocissimo e, per altri, interminabile. Fu velocissimo, perché quando arrivò quella telefonata, che ci catapultò nella nuova realtà, non avevamo ancora assimilato l’idea di avere Elena in casa con noi. Fu interminabile, perché ogni controllo, ogni documento da produrre ci pareva non arrivare mai, ci pareva allontanare la conclusione di quella storia. Eravamo quasi in ansia a lasciare ancora la bambina da sola in orfanotrofio, anche solo per poche ore. Cominciavamo a sentirla come nostra e ci pareva assurdo esserne tenuti lontani solo da lungaggini burocratiche. Fu interminabile anche perché avrei voluto rivedere prima Maria. A dir il vero un paio di volte avevo provato a cercarla, ma invano.

L’obiettività, però, non è qualcosa che riguardi questa storia: la pratica, in realtà, si svolse con una discreta celerità. L’affido non è, infatti, una vera adozione. La bambina aveva ancora dei nonni, per quanto invalidi, che erano la sua vera famiglia e dai quali l’avremmo portata periodicamente in visita.

Mi chiesi se avrei ora avuto pace nei miei sogni, ma già qualcosa dentro di me mi diceva che non sarebbe stato così e ne ebbi prova la notte stessa.

 

Eccomi quindi in sella a un grande cavallo dal manto scuro. In lontananza, vicino a una torre antica, un uomo in nero si allontanava galoppando.

Mentre cavalcavo il mio stallone nero attraverso la prateria, che si estendeva da est a ovest per vuote incommensurabili miglia, scorsi una mandria sconfinata di bufali, più numerosi delle stelle della galassia di Andromeda. Lanciai il cavallo al galoppo e raggiunsi gli animali, che si spostavano in corsa da un pascolo all’altro, sollevando nugoli di polvere cosmica, che si sollevava fino a oscurare il cielo. Il sole dardeggiava allo zenit. I pianeti rotolavano invisibili lungo le loro ellissi. Raccolsi la mandria e la guidai verso un recinto lontano, che avevo predisposto appositamente. Lunghe staccionate d’abete costruite con legna discesa dal grande nord su lente chiatte solitarie. Una giovane squaw richiuse il cancello e lasciò la mandria a roteare su se stessa in quel nuovo universo, tanto più ristretto per loro. Smontai e l’abbracciai.

La ragazza mi sorrise e mi gettò le braccia al collo. La possedetti con impeto e, pochi attimi dopo, partorì una nidiata di bambini, che stentavamo a contare e presero a correre per tutta la fattoria, sciamando incessantemente dal centro delle sue gambe scure e forti.

Non riuscivo a vederli in volto. Avrei voluto capire se mi somigliavano, se erano davvero figli miei. Ne rincorsi uno e l’afferrai, sollevandolo da terra. Lo rigirai per guardarlo in volto e vidi con orrore che aveva un viso da bisonte. Sconvolto, lo lasciai cadere al suolo e subito fuggì via muggendo. Provai con un altro bambino e ancora una volta scorsi sul suo viso gli stessi lineamenti belluini.

E così ogni volta, con crescente raccapriccio, in un moto che avrei voluto arrestare, ma che non potevo interrompere, finché sollevai l’ultima bambina e, finalmente, aveva tratti umani. Fu però quest’ultima a spaventarmi più di tutti gli altri. Non mi somigliava e non somigliava alla giovane squaw, di cui, m’accorsi, peraltro, di non ricordare i tratti. Aveva un volto che ben conoscevo. Feci cadere anche lei a terra, ma questa bambina non fuggì raspando il terreno come avevano fatto gli altri. Aveva l’aspetto di una bambina di quattro anni, sebbene sapessi fosse stata appena concepita e partorita. Aveva dei capelli biondi ondulati. Era Elena. Cadde al suolo diritta come un fuso. Dritta sulle sue gambe. Rimase a fissarmi senza parlare o allontanarsi.

Mi guardai attorno e non vidi più gli altri bambini dal volto di bisonte, non c’erano più neppure i bisonti nel recinto. Ero, invece, circondato dagli indiani fasulli dell’Isola che Non C’è. Uno di loro, il più piccolo, aveva la testa d’asino.

Sentivo il bisogno di destarmi, ma non mi riusciva.

– Voglio svegliarmi – urlai, ma Elena mi rispose che non potevo.

– Perché?

– Perché il sogno non è finito. Perché non vieni a prendermi?

– È complicato da spiegare, ma stiamo venendo. Ho dovuto chiedere dei permessi. Verremo presto a prenderti e potrai stare con noi.

– Domani?

– Presto quanto?

– Non lo so. Non ti preoccupare. Non venirmi a dis… non visitarmi in sogno.

– Perché?

– Perché non è bene. Ognuno deve stare nei suoi sogni. Non si deve far fare i propri sogni agli altri.

– Fatta in sogno, quella conversazione mi pareva quasi razionale.

La bambina non aggiunse altro. Il sogno si riempì di bambini in pelliccia, i Bambini Perduti, che presero a sciamare ovunque, scacciando gli indiani a calci e pizzichi.

Poi la terra tremò, come sottoposta dal basso a una pressione insopportabile, un’energia che non era quella della lava o dei moti tettonici, un’energia che immaginai appartenere alle creature lì imprigionate, esuli da un tempo indefinito, lontano ere da noi. A quel sommovimento Elena sparì e, finalmente, riuscii a svegliarmi.

 

 

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

6 – LO SCONOSCIUTO ONIRICO

Demetrio: «Ma siete proprio certi d’esser svegli?
O forse siamo ancora addormentati,
e quello che vediamo è tutto un sogno?»
(Sogno di una notte di mezza estate – William Shakespeare)

 
Eccomi salire in cima a una collina. C’era un vento fresco che agitava l’erba tutto attorno, come un mare verde in salita. Mi sentivo tranquillo e rilassato. Il cielo era limpido e azzurro. In lontananza scorsi una piccola nuvola nera. Mi voltai a guardarla, cercando di capire se si avvicinasse la pioggia. Veniva velocemente nella mia direzione. Non portava acqua e non era smog. Erano uccelli. Uno stormo di uccelli dalle lunghe ali nere. Forse corvi. Sì, mi parevano corvi. Riempirono l’aria con il loro gracchiare. Erano tanti. Tantissimi. Oscurarono il cielo. Volteggiavano ovunque senza scendere mai verso terra. Inquieto, presi a camminare in direzione del sentiero, deciso ad allontanarmi da lì. Lo raggiunsi. Era una stradina di sassi bianchi, che correva in mezzo ai prati. Sembrava condurre a una torre lontana. Scura contro il cielo. Il vento era aumentato e ora soffiava con forza, mentre i corvi volteggiavano da ogni parte. Non c’erano alberi o montagne in vista. Vedevo solo prati, corvi in cielo e ghiaia sotto di me. Verde, nero, azzurro e bianco.
Continuavo a camminare. In fondo alla strada scorsi una piccola sagoma. Era ferma nel mezzo. Non avanzava. Mi avvicinai più rapidamente di quanto pensassi fosse possibile e la riconobbi. Era Elena.
– Non devi sognare Maria − mi disse e subito i corvi presero a volteggiarmi più vicino. Uno dopo l’altro mi passarono davanti al viso, fissandomi con i vuoti occhi neri e minacciandomi con i becchi acuminati, mentre il frullare delle loro ali mi riempiva le orecchie.
– Non sono io a decidere i miei sogni – protestai, cercando di difendermi con le braccia da quel volteggiare minaccioso.

– Perché? − chiese la bambina e il suo stupore sembrava sincero e dolorosamente profondo.
– Perché le persone non possono decidere i propri sogni.
– Non è vero. Non sognare la donna cattiva.
I corvi s’avventarono su di me in un vorticare tempestoso di affilate penne nere, artigli acuminati e becchi aguzzi. Mi parve che alcuni fossero cavalcati da minuscole fate dagli occhi infuocati e dallo sguardo tagliente. Sentii una risata che derideva la mia ignoranza dell’eterno e dell’infinito. Intuii la presenza di creature ancestrali nelle viscere della terra. Esseri dalle forme inimmaginabili che premevano dagli abissi di pietra e magma sotto i miei piedi per emergere e tornare a dominare il tempo. Sentii la nullità del mio passaggio mortale nel mondo degli uomini. I corvi mi avvolgevano. Mi svegliai prima di essere travolto.

Paul Delvaux – Shadows-1965

Titania, Queen of Faeries by TheIronRing

Quando sopraffatto dalla stanchezza finalmente mi riaddormentai, tornai a sognare la ragazza mora, quella che citava “Sogno di una notte di mezza estate”. Era ancora in compagnia del tipo che l’aveva abbordata nel sogno precedente. Erano in un bar e chiacchieravano. Non avevano lasciato la stazione e si sentiva il rumore dei treni che arrivavano e partivano. Alle loro spalle un piccolo LCD trasmetteva una partita di campionato, ma non lo guardavano. I loro boccali avevano solo un residuo schiumoso di birra. Evidentemente non c’era stato nessun caffè oppure il suo tempo era già scivolato via, per cedere il passo a bibite più impegnative.
– Come ti chiami? – stava chiedendo lei.
– Oberon – insistette lui.
– Il tuo vero nome, intendo. Quello è il nome che ti ho dato io. Lascia stare Shakespeare. Come ti chiamava tua madre… per esempio? – scherzò senza allegria.
– Mia madre? Non ne ho mai avuta una – la gelò – sono figlio di una stella e del magma o forse di un demone e di una fata.
Lei abbassò lo sguardo confusa, forse persino un po’ offesa da quella risposta all’apparenza improbabile.
– Quell’uomo non ti meritava – cambiò argomento lui, confondendola ancor più.
– Di quale uomo parli?
– Di quello per cui stavi piangendo.
– Non piangevo… − tentò di difendersi.
– Un uomo senza carattere − insistette − che non ha neppure avuto la forza di trattenerti quando l’hai lasciato e che si è perso una simile fortuna: una ragazza bella, sensibile e intelligente.
– Non volevo… non volevo essere trattenuta… ma cosa dico? Di cosa parlo? Cosa ne sai tu? Perché parlo con te? Non so neppure chi tu sia, figlio delle stelle.
– Io conosco tutti i tuoi sogni e anche i tuoi incubi.
– Sei uno sbruffone! – protestò – Non conosci nulla.
– Io conosco anche il tuo futuro.
– L’hai letto in un sogno? Pensi forse che i sogni possano predire il futuro?
– Lo conosco perché il tuo futuro sono io – la placcò romantico.
– Tu? Cosa pensi di avere a che fare, tu, con la mia vita?
– Tutto. La tua vita mi appartiene. La mia vita ti appartiene.
– Sembra una proposta…
– È una certezza.
– Lo sarà per te. Io neppure ti conosco.
– E lui lo conoscevi bene?
– Sì, certo… − esitò. Un frullo d’ali le fece alzare per un istante lo sguardo.
– Eppure alla fine era diverso da come credevi. Io non potrò essere diverso. Io sono così. Sarò sempre così.
Un corvo volò dietro di loro.
– Così? Così come? Non so nulla di te. Neppure il tuo vero nome. E magari ora mi dirai anche che mi ami?
– Certo: ti amo e anche tu mi ami. Ti amo come si ama il proprio destino. O forse ti odio così tanto da non poter fare a meno di te. Questo è l’amore più grande e sincero. Non c’è sincerità tra gli amanti. Solo tra chi si odia.
– Mi ami? Bella presunzione, detta da uno sconosciuto a una sconosciuta. Mi odi? Perché allora non mi lasci stare? Cosa vuoi da me? Non sai neppure chi sono.
– Abbiamo tutto un futuro davanti per conoscerci. Io di te però ho già sognato tutto.
– Tutto? Conosci tutto di me? Sei proprio un buffone. Dimmi almeno il tuo nome. Pretendi di sapere ogni cosa di me e non vuoi che io sappia nulla di te. Come potrà mai esserci qualcosa tra di noi? Come potrà esserci un futuro, se non hai un passato e neppure un presente?
– Il mio nome è quello che mi hai dato tu: Oberon. Io sarò sempre quello che tu vorrai io sia. Sarò il re dei tuoi sogni.
– Allora torna dalla tua Titania.

Risvegliandomi mi chiesi come mai fossi tornato a sognare l’incontro tra questi due sconosciuti. Non mi pareva un sogno come gli altri. Sembrava troppo vero. Un piccolo film. Doveva avere qualcosa a che fare con Elena, ma ancora non capivo cosa. Di sicuro, per un motivo inspiegabile, mi avevano messo addosso il desiderio di rivederla. Erano sogni che sempre mi riconducevano con la mente verso di lei. Erano sogni che non mi davano riposo. Un’altra notte come quella e i miei nervi ne sarebbero usciti a pezzi.
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LA BAMBINA DEI SOGNI – Download gratuito

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal 

Una bambina persa nella metropolitana. Una misteriosa accompagnatrice. Un’irresistibile attrazione.

Strani sogni sempre più simili a incubi.

Un potere incontrollabile e che può diventare letale.

Il potere di mutare i sogni in incubi.

Il potere di entrare nei sogni.

IL POTERE DI UCCIDERE CON UN SOGNO.

 

Realtà, sogno e letteratura si mescolano in un crescendo di drammaticità e allucinazione.

 

LA BAMBINA DEI SOGNI si può scaricare da qui http://www.datafilehost.com/d/3855be68

 

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 5 – MIA MOGLIE

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal5 – MIA MOGLIE

 

Carter aveva dimenticato

che la vita è soltanto una teoria d’immagini nella mente:

che non c’è differenza

tra quelle nate da esperienze reali e quelle generate dai sogni più intimi,

e che non c’è motivo di ritenere le prime più importanti delle seconde.

(Il Guardiano dei sogni – La chiave d’argento – Howard Phillips Lovecraft) 

 

Quando raccontai a mia moglie della mia visita alla bambina, mi sorprese dicendo:

– Sabato vengo con te a conoscerla.

Ammutolii per qualche secondo. Ultimamente Giovanna mi stupiva. Stentavo a prevederne le reazioni. Ero certo che si sarebbe messa per traverso. Avrei voluto chiederle cosa pensasse, quali fossero le sue intenzioni, se volesse solo conoscerla o se stesse pensando a qualcosa di più, ma non sapevo da che parte cominciare. Fu lei a rompere il silenzio.

– Voglio proprio vedere chi è che ti ha fatto innamorare! – scherzò e tutto finì lì. Per il momento. Devo confessare che, a quelle parole, non mi passò per la mente il volto di Elena, ma quello di Maria. Forse fu per quello che,  temendo di scoprirmi, le risposi con una smorfia che voleva vagamente somigliare a un sorriso.

 

Con l’idea di scacciare dalla mente la bella assistente sociale, feci uno dei miei classici approcci maldestri per cercare di convincere Giovanna a fare l’amore e lei mi scacciò annoiata e, dopo poco, si addormentò come un sasso, russando leggermente. Cercai di addormentarmi anch’io pensando a Elena e… a Maria. Beh, sì, anche a lei, in effetti.

Ero già mezzo addormentato, quando la porta della camera s’aprì. Pensai fosse Laura. A volte nostra figlia si svegliava e veniva nel lettone a cercare conforto: un’abitudine che proprio non riuscivamo a farle perdere. Giovanna continuò a dormire. Era buio, ma riuscivo a scorgere la figura che avanzava nella stanza.

Era troppo grande per essere Laura. Un ladro? Il suo modo di muoversi non mi faceva in alcun modo pensare a un malintenzionato. Era una donna. Sensuale. Si avvicinò al letto. Si spogliò e anche se non riuscivo a vederla bene per l’oscurità, mi parve lo facesse in modo particolarmente erotico, sentii il fruscio dei vestiti afflosciarsi in terra, quindi s’infilò sotto il lenzuolo. Il suo corpo setoso scivolò lungo il mio. Era Maria. Mi baciò a lungo, mentre con le mani mi esplorava silenziosa, ma decisa e io la ghermivo incredulo. Giovanna continuava a dormire nell’altra metà del letto. Il ritmo regolare del suo respiro lo confermava. Ero inebriato dall’assurda incoscienza della situazione quando la porta si aprì di nuovo. Questa volta la figura che stava entrando era molto più minuta. Pensai che, ora, potesse essere proprio Laura. La cosa sarebbe stata… drammatica. La bambina avrebbe visto Maria, avrebbe svegliato la madre e le conseguenze sarebbero state facilmente immaginabili. Come potevo trovarmi in una situazione così assurda? Come aveva fatto Maria a entrare in casa? Non mi pareva sapesse neppure il mio indirizzo.

Non era, però, Laura. Era Elena. Elena! La bambina dell’orfanotrofio. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. La piccina rimase ferma. Non parlò neppure e non svegliò Giovanna.

Maria scomparve nel nulla e svegliandomi trovai solo mia moglie nella stanza. Anche Elena era scomparsa, sebbene la sua consistenza mi fosse sembrata più concreta di quella di Maria. L’orfana stava diventando la mia censura onirica personale.

Stentai a riaddormentarmi e quando ci riuscii feci subito un altro strano sogno.

Questa volta mi parve di assistere a un film che narrasse un’altra vita, che parlasse di gente sconosciuta.

 

Vidi una giovane donna, una ragazza mora e minuta seduta in una stazione ferroviaria. Aveva più o meno l’età e l’aspetto di una studentessa universitaria. Era seduta lontano dai binari, come se il suo treno non fosse ancora prossimo a partire. Con movimenti incerti trafficava nella borsa alla ricerca di qualcosa. Ne estrasse un fazzoletto e si asciugò il viso. Solo allora mi resi conto che doveva aver pianto. Forse stava ancora un po’ piangendo. Non la vedevo bene. C’era come una strana foschia.

Un uomo in piedi, poco lontano da lei, la guardò. Sembrava aver notato il gesto. Le si avvicinò e le rivolse la parola sfrontatamente:

–  Un sogno infranto rivela al suo interno un sogno più bello – affermò provocante.

La ragazza alzò gli occhi lucidi su di lui. Avrebbe potuto non guardarlo e non rispondergli, ma fece entrambe le cose:

–  Cosa ne sapete voi dei sogni?

–  Molte cose. Io sono il re dei sogni.

La ragazza sorrise a quella vanteria grottesca ed esagerata.

–  Certo – lo derise – come ho fatto a non riconoscervi! Voi siete certamente il nobile Oberon.

–  Se voi lo desiderate, lo sarò e non solo per una notte d’estate – rispose lui galante, con un lieve ghigno, e poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse – ma dovrete guadagnarvi questo privilegio venendo con me a bere un caffè – le porse il braccio.

La ragazza si alzò, raccolse la borsa e con l’altra mano s’appoggiò a lui che l’accompagnò al bar poco distante. Poi il sogno si fece confuso e non ricordo altro.

Risvegliandomi mi chiesi perché li avessi sognati e chi fossero quei due, ma dato che non avevo una risposta, finii per non pensarci più.

 

Solo il giorno dopo mia moglie e io tornammo a parlare di Elena. Era venerdì mattina. Giovanna beveva il suo chai-latte al tavolo di cucina. Lo avevo acquistato nel mio ultimo viaggio a Londra. A Giovanna piaceva molto. Io mi stavo preparando per uscire e andare al lavoro

–  L’ho sognata, Paolo – mi fulminò mia moglie con la tazza in mano.

–  Chi? – chiesi io, sebbene sospettassi la risposta.

–  La tua bambina.

–  Ci stiamo facendo suggestionare tutti… – mormorai, facendo mezzo passo indietro, in un vano tentativo di fuga mentale.

–  Non era un sogno normale. Era… era così vera… Non saprei descriverla. Non saprei dirti neanche se avesse i capelli biondi o neri. La sentivo, lì, nel sogno, eppure era come se ne fosse fuori, come se fosse… vera. Eppure era lì. Stranissimo. Pareva…

–  …reale – mormorai con un fil di voce.

–  Sì, ecco: reale. Eppure sembrava anche chiaramente parte del sogno. In quel momento stavo sognando altro, non ricordo più cosa. E lei è apparsa. Pareva che… pilotasse il sogno, che fosse lei a decidere cosa dovevo sognare.

–  Ti ha spaventato?

–  Un po’… ma non era un incubo, anzi. Era tutto così strano, però. Mi stupisce non essermi svegliata di soprassalto. Era come se lei non volesse che mi svegliassi ed era come se volesse avvertirmi di qualcosa. Qualcosa che riguardava te. Non ho capito.

 

Rimasi ad ascoltarla esterrefatto, senza sapere cosa dire. Sentivo che mia moglie stava esprimendo le stesse sensazioni che avevamo provato sia io, sia probabilmente nostra figlia.

Aveva ragione, quella bambina sembrava pilotare i sogni.

Cercai di cancellare la sensazione che Elena le avesse voluto riferire del mio sogno erotico con Maria, ma non riuscivo a liberarmi dal pensiero.

Andai al lavoro, ma trascorsi tutta la giornata in stato d’agitazione. Ero distratto. Non vedevo l’ora che fosse il giorno dopo, sabato, per andare a trovare la piccola. Tutto sembrava andare a rilento. Il computer stentava a passare da una pagina all’altra e non si connetteva, i clienti si attardavano in chiacchiere inutili, i colleghi non facevano che sottopormi problematiche inesistenti o che non mi riguardavano.

Poi, finalmente, la giornata finì e scesi in strada. Le zaffate di polveri sottili, particolato, idrocarburi incombusti e ossidi d’azoto mi parvero aria fresca di montagna in confronto a quella dell’ufficio, satura di stress e mobbing. Ero finalmente fuori.

La sera, prima di andare a dormire, distraendo Giovanna dal cinquanta pollici davanti al divano del salotto, le riparlai brevemente di Elena, giusto per organizzare la visita. Non capivo fino a che punto mia moglie s’interessasse davvero alla bambina e quanto lo facesse per me, per assecondarmi o per non so quale altro motivo.

Decidemmo di andare solo noi due. Senza coinvolgere Laura. Non volevamo farle venire strane fantasie. Nostra figlia ci sembrava già troppo coinvolta in una storia da cui persino noi adulti, io in particolare, ci stavamo facendo prendere in modo eccessivo pur senza capire quali fossero le nostre intenzioni e che futuro potesse avere la cosa.

 

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 4 – LA VISITA

4 – LA VISITA

 La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

Degli aerei sogni

son due le porte, una di corno e l’altra

d’avorio. Dall’avorio escono i falsi,

e fantasmi con sé fallaci e vani

portano: i veri dal polito corno,

e questi mai l’uom non scorge indarno.

(Odissea, libro XIX – Omero)

 

La giornata successiva passò convulsa, tra diecimila impegni che mi impedirono di pensare a Elena.

Uscendo dall’ufficio, esitai a disagio per qualche istante sotto il portone su cui campeggiava il logo stilizzato con le due zanne d’elefante incrociate, simbolo della mia ditta. Mentre sprofondavo con la metropolitana nelle viscere inquiete della città, decisi di uscire alla fermata dell’Isola dei Bambini Perduti per sentire come stesse la piccola orfana.

Arrivai davanti all’edificio ed entrai.

–  Salve – salutai – cerco la signora Maria.

–  Maria come? – mi chiese la donna in portineria, alzando gli occhi da una rivista dai titoli mirabolanti, che parlavano di amori estivi di vip di celluloide dall’indegna fama, piena di foto di attricette in costume da bagno. Indossava un camice bianco, ma non aveva l’aria molto professionale: sguardo distratto, capelli raccolti dietro la testa in uno scomposto chignon, indegno della memoria di Oscar Wilde. Anche se non le vedevo i piedi, li immaginai calzati da quelle brutte ciabatte bianche da ospedale, la cui variante in plastica colorata è ora diventata tanto di moda tra le ragazzine.

–  Non saprei. Sono qui per una bambina, che lei…

–  Ah. Allora non vuole Maria Truzzi, la cuoca. Lei cerca l’assistente sociale: Maria Fiorini – precisò lasciando cadere di nuovo lo sguardo, per una strana forma di magnetismo, su quella rivista, che a quanto pare suscitava in lei assai più interesse della mia persona o del suo lavoro.

–  Sì. Certo. – «In quanti cercano la cuoca?» Mi chiesi. Quella donna mi irritava.

–  A quest’ora dovrebbe essere nell’ultima stanza in fondo al corridoio, sulla destra, quella con l’immagine di un rinoceronte – mi spiegò, tralasciando a fatica le pagine dalle foto patinate sul bancone.

Ogni stanza era identificata da una piccola figura che rappresentava un animale. Bussai a quella con il muso cornuto.

–  Avanti. Ah, è lei, Il Tato! Buonasera – mi accolse Maria con un bel sorriso. Era piuttosto carina, anche se non si curava molto. L’abbigliamento non era molto diverso da quello della portinaia, ma addosso alla ragazza faceva tutto un altro effetto – La bambina ha chiesto spesso di lei – aggiunse. – Non pensavo che sarebbe tornato.

–   Neanche io. Neanche io. È che… quella bambina… uhm… mi è rimasta nel cuore.

–  Amore reciproco, direi… Senta, non è che le interesserebbe… beh, ecco… lo so che sto correndo troppo, ma non avrò un’altra occasione per chiederglielo: sarebbe possibile prendere i bambini in affido …  per un periodo. In una famiglia per loro è un’altra cosa….

–  No… Non so neppure perché continuo a interessarmi alla bambina. Non c’è nulla che ci lega. Ora lei mi sta spiazzando. Davvero non ho mai pensato ad adozioni o altro… – mentii –Non… non saprei. Credo che sia una cosa lunga, la pratica – biascicai. Cercavo di difendermi, ma sentivo che qualcosa dentro di me aveva già ceduto. Non ero lì per caso. Qualcosa mi ci aveva portato. Non credevo nel destino, ma quella proposta mi toccava.

–  Per l’affido temporaneo? No. Niente affatto. Una settimana. Due al massimo. Sempre che lei sia sposato, abbia un lavoro e una casa, nessun precedente giudiziario… Il tribunale può decidere d’urgenza per un collocamento presso una famiglia.

–  Sì. Sono in regola. Ho tutti i visti e non ho ucciso nessuno per ora, non nel corso dell’ultimo anno. Quanti punti tolgono per un omicidio?  – scherzai, non lasciandole il tempo di raccogliere la battuta, che già mi pareva fuori luogo – ma è che… che davvero… davvero mi pare un impegno troppo grosso, poi uno… uno finisce che… – mi stavo confondendo.

–  Lei ci pensi su. Ho voluto parlargliene perché stare in famiglia per un bambino è sempre meglio. Ora venga a salutare la piccola. Sarà contenta di vederla.

La ragazza mi precedette. Anche da dietro Maria non era male, nonostante quel camice bianco. O, forse, grazie a quello, non saprei. La osservai camminare lungo il corridoio. Per fortuna non portava quelle orrende ciabatte che avevo immaginato addosso alla donna in portineria! Indossava invece delle Nike bianche (mi ostino a leggere niche, come la vittoria alata, non naichi, pronuncia americana che mi fa venire i brividi).

Mentre percorrevo quel corridoio, per un attimo ebbi la sensazione che tutto quel che c’era fuori da lì, la città frenetica, il mio lavoro, la politica, l’economia fosse lontanissimo e non avesse relazione con me. Per alcuni istanti mi parve che la mia vita fosse tutta lì.

Maria aprì la porta. Entrammo in un’altra stanza, quella del cervo.

La piccola stava seduta in un angolo, con una bambola in braccio. Non giocava. Teneva la bambola senza cullarla e senza guardarla. Come mi vide, parve illuminarsi. Si alzò dalla minuscola sedia montessoriana, corse verso di me e m’abbracciò, mentre mi chinavo verso di lei per accoglierla al volo.

Forse me l’aspettavo, ma la cosa mi sorprese. Non capivo come mai si fosse creato questo strano feeling. Cosa le avevo fatto, in fondo? Perché mi trattava come se fossi suo padre? Ero solo uno sconosciuto e non ero stato né particolarmente simpatico, né affettuoso con lei. Un’altra bambina si sarebbe già dimenticata di me.

– Non tornavi più – mi rimproverò.

– Hai ragione ma, sai, ho tante cose da fare.

– Ho conosciuto la tua bimba – mi sorprese Elena.

– Come? – chiesi allibito. Avevo capito che parlava di mia figlia. Qualcosa dentro di me sobbalzò.

Ancora una volta, come il giorno che l’avevo conosciuta, mi trovavo a pensare che quella bambina stesse fantasticando, ma la stessa allusione di Laura a un loro contatto mi fece sentire le ginocchia molli.

– Sì. L’ho sognata.

– Ah! – risposi sconcertato.

– Mi aspetta. Siamo sorelle.

Quelle parole mi presero alla gola come una morsa. La stessa idea di Laura. Come se avessero fatto lo stesso sogno. Come se si fossero sognate a vicenda o si fossero messe d’accordo.

– Laura mi piace – aggiunse.

Trasalii. Sapeva il nome di mia figlia, come Laura sapeva il suo! Questo era troppo! Troppe coincidenze. Poi, mi ricordai di averle parlato di lei. Forse le avevo detto anche come si chiamava. Certo. Dovevo averglielo detto io, però non me ne ricordavo. Per nulla. Ma doveva essere così. Lei se l’era ricordato. Per certe cose i bambini hanno una grande memoria.

– Mi porti da Laura? – chiese.

– Un’altra volta, magari. Oggi non si può.

Avrei voluto chiederle come si trovasse in quel posto, se stesse bene, ma preferii non farlo. Avevo paura della risposta e del ripetersi della richiesta che ne sarebbe derivata.

Anche questa volta non fu facile lasciarla.

Maria mi accompagnò fuori dalla stanza. Aveva un gradevole profumo di fresco, qualcosa a metà tra il talco e il biscotto. Molto adatto a quel posto. Mi piaceva il suo profilo affilato e dolce nel contempo.

– La bambina le vuole molto bene – disse con partecipazione.

– Non ce n’è motivo. Ci siamo solo incrociati per caso. Non mi conosce affatto.

– I bambini hanno una diversa percezione delle cose. Il tempo per loro è diverso. Sono per i colpi di fulmine – mi sorrise e provai un brivido: mi era parso quasi di cogliere un’allusione in quelle parole e in quello sguardo.

– Quanti anni ha sua figlia? – Chiese poi.

– Sei.

– È l’età giusta.

– Giusta per cosa? – chiesi sospettoso.

– Una bambina più piccola in casa non creerà conflitti. Sua figlia resterà sempre la primogenita, la padrona degli spazi domestici. Potrebbero star bene assieme. Anche a sua figlia farebbe piacere avere una sorellina, vedrà. Mettere in casa un nuovo bambino più grande del proprio cambia le gerarchie della famiglia e può essere più difficile, ma così questo problema non c’è.

Avevo la fastidiosa sensazione di parlare con una piazzista che cercasse di vendere la propria merce e l’ancor più fastidiosa sensazione di non riuscire a resistere alle sue lusinghe.

Ricorsi alla più banale delle scappatoie, ma che, in fondo, era proprio la verità e, nel contempo, la più pesante delle ragioni:

– Mia moglie – e con questa parola mi difendevo anche dall’attrazione verso Maria – non accetterebbe mai. Non potrei. In fondo è lei quella che sta di più con le bambine… cioè, volevo dire, con nostra figlia. Non posso sobbarcarla…

– Ci pensi. Pensateci. Fareste felice anche vostra figlia. In due stanno meglio. Elena è una bambina molto dolce. Vi troverete bene con lei.

– Forse troppo… – bisbigliai – e poi? Come andrebbe a finire? Come faremmo, quando qualcun altro la adottasse? Sarebbe un dolore per tutti.

Maria mi sorrise, ma non aggiunse altro. Capiva anche lei di non poter insistere. Quando sorrideva gli occhi le s’inumidivano e diventavano radiosi.

Me ne andai con la testa piena di pensieri e immagini: Maria, Elena, un diverso futuro, una famiglia diversa, più grande, più viva. Ero confuso e disorientato. Le cose che non riuscivo a spiegare mi lasciavano agitato. In strada rimasi immobile davanti al semaforo verde e solo quando tornò rosso e il fiume d’auto riprese a scorrere davanti a me, mi scossi. Quella bambina m’inquietava.

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LA BAMBINA DEI SOGNI – 3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal3 – LA BAMBINA DEL SOGNO

Solo ieri ci incontrammo dentro un sogno

(Il Profeta – Kahlil Gibran)

Il giorno dopo, alzata la serranda su una mattina ancora fuligginosa, baciai Laura, per farla svegliare. Sprofondata nelle coperte, era ancora calda della notte e profumata d’infanzia.

– Ho sognato una bambina – mi disse prima ancora di aprire i suoi piccoli immensi occhi – Ha detto che era mia sorella. Ho una sorella?

– No, amore. È stato solo un sogno – le carezzai le guance morbide.

Aprì gli occhi e si tirò a sedere sul cuscino.

– Lo so, ma la bambina era vera. Verrà a vivere con noi. È simpatica. Vorrei tanto avere una sorella! – era così allegra mentre lo diceva, che mi faceva male pensare di doverla deludere.

– Hai molte amiche, Laura – protestai. Era la classica scusa di mia moglie alle sue richieste di incrementare la famiglia.

– Anche lei sarebbe mia amica. È carina. Mi piacerebbe come sorella.

Non le avevo mai parlato del mio incontro con la piccola orfana, né pensavo lo avesse fatto mia moglie. Tanto meno le avevamo mai parlato dei miei pensieri in merito a far venire Elena in casa nostra. Non era la prima volta, del resto, che nostra figlia chiedeva una sorella. Sapevo che le due cose non erano connesse, ma questo suo sogno – unito a quello che avevo fatto io – mi lasciò addosso per tutto il giorno una sensazione strana. La bambina sognata da Laura non poteva essere Elena. Era solo una coincidenza, che la mia fantasia rielaborava a modo suo. Questo cercavo di pensare, ma qualcosa dentro di me non si lasciava convincere.

A cena, mentre mangiava la sua minestrina, di punto in bianco, Laura brandì il cucchiaio e, con il brodo che le colava lungo la mano, chiese:

– Cosa starà facendo la bambina adesso?

– Quale bambina? – chiese Giovanna, protendendo il tovagliolo per asciugarla.

– Quella del sogno.

– Hai sognato una bambina? – le chiese affettuosamente mia moglie, fissandola senza completare il suo gesto.

– Sì. Mia sorella.

– Tu non hai sorelle – le spiegò la mamma con voce dolce, prima di lanciarmi un’occhiataccia – Era solo un sogno.

– Questa mattina le ho detto la stessa cosa, quando si è svegliata – mi difesi.

– L’hai sognata, non è una vera bambina – aggiunsi, rivolgendomi a mia figlia.

– A volte sogno anche te e mamma. Voi siete veri, no?

– Certo che lo siamo. A volte si può sognare di persone reali, ma quello che fanno in sogno è finto. Come un cartone.

– Elena, però, era reale.

– Elena? – saltammo su, in coro, mia moglie e io. Giovanna si girò con lo sguardo di brace pronto a incenerirmi.

– Si chiama così. L’ha detto lei – precisò nostra figlia, guardandoci intimidita come se avesse pronunciato senza volere una parolaccia.

l'isola che non c'è

l’isola che non c’è

Quella sera, quando Laura si addormentò, dovetti subire il terzo grado dalla donna dagli occhi di fuoco.

– Come ti viene in mente di parlare di adozioni a Laura? Non hai cervello. Non puoi farla illudere di avere una sorella, se poi questo non si può fare, come sai benissimo.

– Ti giuro che non ho mai parlato con lei di Elena, né di adozioni, né di sorelle in arrivo. Non capisco. È solo un caso.

– Ha detto che si chiama Elena. Proprio Elena – mi aggredì. – Non può essere un caso. Quella bambina si chiama così! Come diavolo può essere un caso? Un caso. Un caso! Ma caz… Sei un idiota. Quando si parla con i bambini, bisogna fare attenzione a quello che si dice. Non si può illuderli con cose che non sono certe. La psicologia per te deve essere qualcosa che vende il salumiere…

– Ti ripeto che non capisco, ma credo sia una coincidenza. O magari ci ha sentito discuterne l’altra sera. Pensavamo dormisse, invece era sveglia.

– Ci avrebbe chiamato. Se si sveglia, non resta mai buona nel suo letto.

– Forse era curiosa ed è rimasta a sentire e poi si è riaddormentata da sola. Oppure, non so,  ci ha sentito nel dormiveglia e questo l’ha influenzata.

– Giuri di non averle detto nulla?

– Lo giuro, ma dovresti credermi, anche se non lo facessi. Dov’è la tua fiducia? Un tempo mi avresti creduto, anche se ti avessi detto di essere stato sulla luna in bicicletta.

− Un tempo. Appunto. Un tempo forse ti avrei creduto. Un tempo forse tu avresti persino provato a pedalare per raggiungerla e magari offrirmela. Ora non mi offriresti neanche una margherita.

− Non è vero. Farei di tutto per voi.

Per voi, in effetti. Non le dissi per te.

La notte stentai ad addormentarmi. Quei due sogni m’inquietavano. Ovviamente, più cercavo di trovare motivazioni razionali, meno ne trovavo e più faticavo a prender sonno.

Giovanna, invece, si era assopita tranquillamente. Le sue sole preoccupazioni erano che io le avessi mentito, come credeva ancora, e che mi fossi fissato con quella bambina, coinvolgendo Laura.

Quando finalmente presi sonno, mi ritrovai ancora sull’Isola che Non C’è, ma senza Elena e i Bambini Perduti, che mi avevano liberato, nonostante il suo ordine. Nessuna traccia delle fate. Le cinque ragazze mi erano tutte addosso e mi carezzavano, cercando di consolarmi, mentre l’angoscia mi assaliva. Restavo però cosciente di sognare. Forse non ero del tutto addormentato. Cercavo di lasciarmi andare, di lasciarmi eccitare, baciandole una dopo l’altra, più volte, percorrendo con tutta la mia fantasia  i loro corpi nudi e perfetti in una spasmodica ricerca d’estasi, ma la cosa non funzionava. Ero lì e non c’ero. Sognavo sapendo di farlo. Anche se i Bambini Perduti avevano avuto la decenza di allontanarsi e andare a giocare altrove, non riuscivo a godere della situazione come avrei voluto. Qualcosa mi turbava.

Questa volta gli indiani non si fecero vedere e potei finalmente rotolarmi con quelle ragazze da calendario nel mare ora calmo e trasparente, ma ero a disagio. Cercavo di pilotare il sogno verso situazioni sessualmente interessanti, ma sentivo come un peso, che mi sospingeva verso immagini più caste. Davvero castrante!

Nel momento in cui ero quasi riuscito a superare quel blocco, Elena comparve nuovamente, con mio grande imbarazzo. Sapevo che era solo un sogno e che volendo potevo farla scomparire. Cercai d’ignorarla per liberarmi di lei, ma inutilmente. La bambina rimase a fissarmi imperturbabile, inespressiva, ma estremamente concreta. Un incubo su cui non riuscivo ad avere alcun controllo. Mi risvegliai improvvisamente in uno stato d’agitazione, che stentò a lasciarmi per il resto della notte.

Dei mostri che avessero tentato di divorarmi, mi avrebbero spaventato meno di quella muta presenza infantile.

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