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EMOZIONI DEL QUOTIDIANO

Difficile dire da quanto tempo conosco, almeno virtualmente Guido De Marchi. Probabilmente dal 2001, quando cominciai a frequentare il Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, che poco dopo si trasformò in casa editrice e pubblicò, tra i suoi primi 5 libri, il mio “Il Colombo divergente”.

Sicuramente sul sito di Liberodiscrivere molte volte ho incrociato e letto qualcosa di Guido De Marchi. Forse intorno al 2002-2003 cominciai a proporre ai membri del sito alcuni giochini letterari, del tipo “ora scriviamo tutti un racconto intitolato…”, oppure scriviamo un haiku, o scriviamo un’ucronia. Da quest’ultima idea nacque l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”. Tra i titoli da me proposti c’era senz’altro “Sexy doll”. Un altro titolo su cui ricordo che in molti si cimentarono era “Gente di montagna”. In questo caso non sono sicuro di averlo proposto proprio io, ma vi partecipai.

Perché vi racconto tutto questo? Perché ho appena finito di leggere l’antologia “Piccole storie metropolitane”, scritto e autopubblicato da Guido De Marchi, e ho avuto la sorpresa e il piacere di scoprirvi, tra vari altri, due racconti intitolati proprio così e che sono pressoché certo furono scritti in quell’occasione.

Piccole storie metropolitane” di racconti ne contiene numerosi, tutti accomunati dalla voglia di descrivere personaggi e luoghi quotidiani, di tutti i giorni, ma carichi di una loro poesia. De Marchi del resto, oltre che narratore è poeta e pittore. Ricordo di aver letto di lui “Haiku per un mese” (con una mia introduzione), la silloge poetica “L’ombra del verso”, scritta assieme a Francesco Brunetti, e i versi “Non voglio essere poeta”.

Piccole storie metropolitane” è quasi poesia in prosa. De Marchi dice “tutto ciò non evoca la città, ma la vita che in questo luogo si agita”: vale per la copertina di cui parla ma anche per tutta la raccolta, in cui “ogni storia è una memoria che riporta in vita un evento”, ogni racconto ci regala la “consapevolezza della nostra fragilità” e le “emozioni del quotidiano”.

De Marchi, nato a Genova nel 1940, di vita ne ha attraversata non poca, con sguardo attento e sensibile e di storie ne ha tante da raccontare, tanti amici da ricordare, veri o immaginari poco importa.

E così tra scorci cittadini di un tempo che fu, con “le vecchie lampade, col loro cappello smaltato (scuro sopra e bianco sotto) che creavano coni di luce

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Guido De Marchi

che piovevano sulla gente come quelle del palcoscenico”, con le antiche farmacie, con le osterie (poi soppiantate da bar e pub), scopriamo personaggi come il misantropo filantropo Lino, il piccolo Tino maestro delle cose della natura, Giovanni, maestro di fotografia, il fattorino Aldo che scopre la fine della solitaria signorina Clara, il fratellastro ritrovato, l’emigrato Marco, il solitario Mario che si spegne senza nessuno, l’amico aggregante Mattia, il determinato Luigi, i bambini che osservano le stelle, Antonio che vive libero dai telefoni, i piccoli contrabbandieri, l’amore di Franco e Gina, il tradimento virtuale con la bambola gonfiabile, l’amore quasi impossibile. Entriamo poi nelle case e scopriamo i segreti di un cassetto a lungo chiuso, il sogno di una libreria, il giardino in una bottiglia.

Questo è il mondo di Guido De Marchi, queste sono le sue “Piccole storie metropolitane”.

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IL POETA NEL PRESEPE

21.04.2015Federico Pipitone, autore della scuderia di Porto Seguro, cui da un po’ faccio parte anche io, ha pubblicato una silloge di poesie dal singolare titolo “21.04.2015”, sottotitolo “Sonetti per un anno”.

Va detto, però, che il volume non comprende solo sonetti e che questi non sono sempre in forma canonica e anche quando lo sono Pipitone pare quasi aver, a modo suo, rinnovato questa forma poetica.

Tutti sappiamo che cos’è un sonetto, ma tutti ricordiamo come si scrive?

Sono tanti anni che non scrivo poesie, ma qualche sonetto l’ho scritto e pubblicato anche io. Rinverdiamone dunque un attimo il ricordo.

Dovrebbe essere composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine a rima alternata o incrociata e in due terzine a rima varia.

Quello originario era composto da rime alternate ABAB ABAB sia nelle quartine che terzine CDC DCD, oppure con tre rime ripetute CDE CDE, o ancora con struttura ABAB ABAB CDC ECE.

Quello in vigore nel Dolce stil novo introduceva nelle quartine la rima incrociata: ABBA/ABBA.

Torniamo ora, però, al nostro Federico Pipitone di Salemi (“Da più di trent’anni, sono nato a Salemi” scrive in quarta di copertina). Si diceva del titolo del volume, che altro non è che la data della prima poesia. Del resto qui, Pipitone non dà un titolo alle sue composizioni e ci si può dunque riferire a loro usando proprio le date. Va aggiunto, però, che queste non sono sempre standard. Ne troviamo delle più disparate, come “Cippi gemini, ventiquattr’anni dopo, 23-V-2016”, “ai LassatilAbballari, 24-V-2015”, “festa della Repubblica, 2-VI-2015”, “Delia, 30-VI-2017”, “Trasfigurazione, 6-VIII-2015” o “in memoriam Alteri Spinelli, 31-VIII-2015” e così via.

Credo che già questo modo di contrassegnare i propri versi ci dia un indizio su chi sia Pipitone: non uno comune.

Ma entriamo nella sostanza. Anche i versi sono tutt’altro che banali. Ogni volta che prendo in mano un libro di poesie, la mia più grande paura è proprio questa, di trovarmi davanti una serie di melensaggini o di riflessioni sulla vita dell’autore, in forma più o meno poetica. Per fortuna, non è stata questa l’impressione leggendo “21.04.2015”.

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Federico Pipitone, da Salemi

Pipitone è un docente e questo traspare nella sua cultura, che emerge ovunque, ma con originalità.

Basti pensare al primo sonetto che esordisce con uno strizzar l’occhio a Dante stravolgendo il “Guido, i’ vorrei” in un modernizzato “Guido non da oggi su strade per colli”, dove, come nota anche il prefattore Ignazio Castiglia, il nome proprio si muta in verbo.

E già in questo primo verso si coglie il gusto modernizzatore di Pipitone nell’affrontare uno strumento che pare così antico e desueto come il sonetto. Un simile gioco lo ritroviamo, per esempio, anche nel verso “Biondo ero e bello al tuo gentile aspetto”.

Ed ecco che Pipitone cala il sonetto dallo Stil Novo nella nostra realtà politica e sociale, condendolo con un forte afflato religioso, che non suona mai come bigotta religiosità, ma come autentico e sentito anelito verso il sacro e il divino. Anche questo approccio che potrebbe sembrar antico, ma qui rivitalizzato.

 

Ed ecco accenni di vita sociale come “non pagana è la piazza a festa”, “nella speranza che alla lotta seguano i diritti”, “Chissà se s’involò una colomba / al colpo della boma!”, “donna che piangi un figlio o accendi un cero / mentre ne cade un altro nella guerra” o l’intenso “Bassa la terra regge i nostri passi / e ospita poi le ossa coi suoi sassi” o“il povero felice della sorte” e “il vizio mio è l’ira (contro l’ingiusto)”.

Ecco messaggi politici come “il cuore mesto / della Russia batte ancora, mia gloria”, “Di Sinistra io non sono, né a Destra / mi rimango, anzi dal Centro passo” e “aspettavano un governo / che giungesse dal Nord liberatore”.

 

Ecco il costante riferimento alla religiosità in “Gesù passò per i paesi”, “Altare apparecchiato per il rito”, “la Messa è lesta / eppure dura oltre la morte”, “marce non son mai le processioni”, “al meglio / rivolge Dio le cose al peggio pronte”, “la morte (…) quell’ora non si può prevedere” e quindi “Son la vita, la verità, la via / che s’invertono la serie”. Ecco ancora “l’infinito Dio / se le ricorda tutte” e addirittura “io mi prostro /al miracolo oggi più che ieri,” come a voler ribadire la modernità e attualità del divino persino in questo nostro tempo così materiale. Ed ecco, quindi ancora “dove sgorga il fonte / salubre del Verbo, su in Paradiso”, “cercando di scoprire  certo indizio / di Dio”.

Ma ecco poi che il sacro si mescola al profano in “Mala femmina conversa e lombrico”.

 

Ecco i riferimenti geografici e culturali in “E nacqui all’ospedale di Salemi / dall’acque ch’ebbe rotte un generale/ dei più baldi”, “poi in quella onde Cecco rimò al vascelo / di Firenze”, ritrovo la mia città anche in “Ora a piazza Dalmazia non m’attendi”.

Ed ecco l’Europa e la sua Unione in “L’euro è scontato”, “vuol far l’italiano / ma parla English”, o l’omaggio al grande europeista Altiero Spinelli  che “ogni vero Europeo sa come aberra / chi non unisce ma uniforma”, “Nazioni e fedi / intanto fanno il mondo più complesso”.

 

Ed ecco i riferimenti alla sua attività di docente in “Ragazzi affezionati della F”, “è una scuola che le ore prolunga / ad una classe che di bunga-bunga / e bilanci tra gli stati è esperta”.

 

Ecco la vita familiare in “E perdermi in com’eri da bambina”, “I bei capelli farsi fili argento” o nel delicato “finché sarai la nonna / che un figlio vuole per il figlio! Grazie / a te e papà non siamo stati cloni / o braccia da sfruttare o bocche sazie / bensì creature vere, veri doni”.

 

Gioca Pipitone con i versi, ci si diverte e lo dimostrano anche certe allitterazioni in cui quasi ci si perde come “moda modello modulo mondani” e dell’arte dice “Diventiamo tutti artisti al mattino / quando viene l’ora di vestirci, e poi / quando vien di denudarci” e si definisce “uomo poeta dell’attesa”.

 

C’è talora persino una certa sensibilità ambientale come in “Perdona, erba, se tappeto al passaggio / mio ti fai” sebbene condito di una visione spirituale o in “Tu farfalla (…) ti periti tuttavia qui e adesso / di esistere posandoti qua e là” sulla fragilità del mondo.

In “22-XII-2015, sebbene in forma di sonetto, l’attenzione alle stagioni e il gusto delle piccole cose ci fanno quasi pensare a un haiku “dilatato”.

 

Sorretto dalla sua fede, Pipitone, pur osservando e criticando gli aspetti negativi del mondo ha sempre la forza di vederne il lato positivo: “Né per quanto pare o è fosco / questo tempo è il solo che riconosco”.

Massimo Acciai Baggiani, nello scrivere la mia biografia l’ha intitolata “Il sognatore divergente”. Di Pipitone ho letto solo questi versi, ma ruberei l’idea per il titolo di questo commento a “Epifania, 2015” che comincia con “Non manca mai il poeta nel presepe”. Ecco, sì, forse parrà strano, ma Pipitone mi è parso proprio questo “Il poeta nel presepe” e non c’è in questo alcun intento derisorio, anzi. Il presepe rappresenta il mondo di tutti i giorni, con i suoi pastori (i lavoratori) che vanno incontro a un bambino, a una famiglia, che cela in sé il miracolo del divino. Bene, Pipitone mi è parso come uno di questi personaggi, che si reca in devoto pellegrinaggio offrendo non agnelli, formaggi o frutti, ma la propria poesia, poesia che nasce come questi prodotti da un mondo reale e vivo, fatto di momenti sociali, politici e familiari.

Lasciatemi allora chiamarlo così, amichevolmente: il poeta nel presepe.

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PRESENTAZIONE SECONDA EDIZIONE DE “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il 28 Settembre 2017 è stato pubblicato da Porto Seguro Editore il primo volume della saga VIA DA SPARTA, IL SOGNO DEL RAGNO.

Domani, sabato 9 Marzo 2019 uscirà la seconda edizione, con un corpo note aggiornato, alcune piccole correzioni e una nuova copertina realizzata da Lucrezia Neri, in sostituzione a quella realizzata da Angelo Condello.

Quale preferite, la prima (verde) o la seconda (nera)?

Il volume sarà presentato per la prima volta durante il Porto Seguro Show, che questa volta si terrà presso il Kome Sushi di via De Neci 41 R, a partire dalle ore 17,30 (IL SOGNO DEL RAGNO dovrebbe essere tra i primi volumi presentati).

Nel frattempo a Ottobre 2018 è uscito anche il secondo volume della saga, IL REGNO DEL RAGNO e presto vedremo anche il terzo  e ultimo volume della saga che racconta la fuga di una schiava e della sua padrona e amante attraverso il mondo ucronico e distopico di Sparta, LA FIGLIA DEL RAGNO.

I volumi sono in vendita in tutte le principali librerie on-line, ma domani sarà possibile avere copie autografate dall’autore, che fornirà anche le ultimissime coie super-scontate della prima edizione.

 

Non mancate! Vi aspetto al KOME SUSHI, Via De Benci 41 R (FIRENZE), sabato 9 Marzo 2019 ore 17,30.

Risultati immagini per amazon logoQuali libri più adatti di questi per riflettere in occasione della Festa della donna?

VIA DA SPARTA descrive un mondo feroce e maschilista in cui le donne, però, hanno un forte potere.

VIA DA SPARTA racconta la fuga di una giovane schiava che, violentata in strada per l’ennesima volta, incinta, fugge per non essere uccisa per la “colpa” di aspettare un figlio.

Mimosa e Via da Sparta

DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

IL LIBRO NON SCRITTO SULLA DISTRUZIONE DELLA GERMANIA

Risultati immagini per storia naturale della distruzioneHo iniziato la lettura di “Storia naturale della distruzione” di Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001) con grande entusiasmo, dato che prometteva di essere un libro che affrontava da un diverso punto di vista la storia della Seconda Guerra Mondale.

Il volume riunisce alcune lezioni dell’autore tenute a Zurigo, come leggo su “La frusta letteraria”, pubblicate in Germania come “Guerra aerea e letteratura” nel 2001e poi in Italia da Adelphi con il titolo “Storia naturale della distruzione”, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, a opera dell’aviazione britannica.

Non credo ci sia dubbi sul fatto che la maggiore responsabilità di questo drammatico conflitto sia da ascriversi alla Germania e ai suoi sciagurati alleati, in primis Italia e Giappone, ma mi pare anche evidente che, trattandosi di una guerra grave e globale, nessuna delle parti potesse dirsi “innocente”. In particolare, mi era già noto che la Germania avesse subito un processo di distruzione delle proprie città che forse non è toccato a nessuna dei suoi avversari (discorso a parte riguarda il popolo ebraico, che non fu colpito nelle proprie infrastrutture urbane, che erano parte della Germania stessa e dei territori conquistati, ma nei modi ben noti).

Quel che il saggio racconta all’inizio è che gli Alleati scelsero deliberatamente di bombardare la popolazione civile per fiaccarne il morale e che, se questo pareva all’inizio il solo sistema alla loro portata, in seguito sarebbe stato possibile passare a un approccio più mirato, colpendo infrastrutture e fabbriche, ma si preferì continuare a colpire la popolazione civile, dimostrando un’insensibilità non certo inferiore a quella tedesca.

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Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001)

Sebald evidenzia come i tedeschi, forse per un senso di colpa nazionale, non hanno mai evidenziato il colossale processo distruttivo subito e come la letteratura post-bellica sia stata incapace di esprimere un epos della distruzione.

La Germania ha subito (secondo Wikipedia) 635.000 morti tra i civili, 10 milioni di senza tetto, 3.370.000 appartamenti distrutti, 40 agglomerati urbani annientati per oltre il 50%.  Qualcuno potrà dire che è poco, anche solo rispetto ai sei milioni (o furono di più come alcuni sostengono?) di vittime dell’olocausto, ma sono comunque numeri impressionanti.

Dopo queste premesse, mi sarei aspettato che Sebald cercasse di colmare questo vuoto informativo-culturale, descrivendo gli orrori della Guerra visti dal versante tedesco, dei bambini, delle donne e dei vecchi uccisi. L’autore, invece, si “limita” a fare un’analisi della letteratura bellica e post-bellica, per dimostrare quanto poco questa abbia saputo affrontare il tema.

Insomma, Sebald ci indica che manca un grande romanzo o un’opera di qualche genere che descriva questa faccia dell’orrore bellico, ma non è lui, come mi ero illuso, a cercare di colmare questo vuoto, almeno come descrizione di quanto avvenuto. Il saggio, dunque, più che un saggio storico è un saggio di letteratura, che penso potrà interessare gli studiosi della materia, più di quanto abbia interessato me.

Insomma, “Storia naturale della distruzione” è, essenzialmente, un invito a scrivere un libro che ancora non c’è. Da autore mi sentirei anche attratto dalla sfida, ma non penso di avere competenze adeguate. In ogni caso, credo, infatti, che toccherebbe a un tedesco trovare il coraggio di scriverlo.

Immagine correlata

Distruzione di Dresda

 

LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

CACCIA AL TESORO ETRUSCO

L'isola del muflone azzurroGianni Marucelli è stato tra i fondatori, nel 1974, dell’Associazione Pro Natura Firenze, di cui è ora presidente, oltre a ricoprire cariche direttive a livello nazionale nella Federazione Nazionale Pro Natura. Questa sua vocazione naturalista e di amante del territorio traspare fortemente nelle pagine del suo ultimo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti Editrice, gennaio 2019), ambientato in un’isola del Tirreno, mai nominata, ma chiaramente riconoscibile come Capraia.

Quel che si nota subito leggendo è la grande precisione e il lavoro di ricerca meticolosa dell’autore, che traspare anche in un lessico non privo di termini non troppo consueti, sia di ambito naturalistico (magnanine, sterpazzole, elicriso, corbezzolo, trachite, gariga, marangoni, stenelle, tursiopi, verdesche, berte, lentisco, lombardelle, cengia, sardonica), sia legati alla cultura etrusca (Fufluns, Vegoia, Tagete, Rasenna – nome usato da questo popolo per indicare se stessi- , lituo, lauchme, lucumone, lasa, tebenno), sia di altro genere (mezzomarinaio, alla cappa, ardiglione, gamella, onòchoe, gassa d’amante, sfignomanometro, idroclorotiazide). Non mancano neppure altri termini stranieri, latini, in particolare.

 

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Gianni Marucelli

Accanto a una trama principale che vede un archeologo (detto Indiana Jones e che affronta quasi avventure degne di questo personaggio) alla ricerca di un antico tesoro sapienzale etrusco sull’isola, si affiancano altre vicende, strettamente legate e connesse alla prima, da quella, di duemilatrecento anni prima, che narra proprio del tesoro che Edoardo Finis sta cercando, ad altre contemporanee come un minaccioso terremoto in arrivo, un paio di persone scomparse e cercate da tutta la comunità isolana, un prete lefebvriano impazzito e pericolosamente armato, una bambina intelligente ma che non riesce a parlare, un muflone stranamente legato a questa bambina, un’immancabile storia d’amore, una spia russa in pensione (ma non troppo), omicidi e tentativi di assassinio e persino, come in certi gialli, un anatomo-patologo. Tutte storie e personaggi che si congiungeranno nel grandioso finale, in cui gli elementi naturali interverranno più volte a mutare o arrestare le azioni umane, forse con un tocco di magia, che, parlando di antichi dei, non può certo mancare, come non mancano strani sogni, a volte rivelatori (“Quel che accadde dopo, non seppe mai se fu sogno o viaggio dell’anima”), allucinazioni e sorprendenti guarigioni come a volerci dire che anche in questo XXI secolo la natura è ancora più forte di noi, come lo era ai tempi degli etruschi e va rispettata, se non temuta.

Del resto come, verso il finale la madre dice alla bambina “Tutto, proprio tutto, cambia, ma, in fondo, quello che c’è di importante rimane lo stesso”.

E, parrebbe, anche che le anime antiche degli etruschi, continuino a vivere nei corpi delle persone e delle creature dell’isola.

 

Il romanzo parte piano, direi “al passo”, mostrandoci i personaggi nella loro quotidianità, poi prende il “trotto” e nel finale si lancia in un “galoppo” quasi sfrenato, trascinando con sé il lettore in una corsa e in una lettura che più si va avanti, più coinvolge.

La trama s’infittisce ma alla fine quasi tutto si svela. Anche se alcuni segreti sono destinati a restare tali, perché il popolo etrusco non potrà purtroppo, mai essere conosciuto a pieno, essendo la sua storia stata cancellata dal tempo e, soprattutto, dalle dominazioni e dalle culture successive. Qualcosa di loro, però, tramite i romani, il cristianesimo e altro, è ancora in noi.

E, poi l’autore si chiede, questi etruschi, erano davvero solo in Toscana e nelle regioni limitrofe o erano legati alla storia di popoli ben più lontani?

Come Edoardo Finis, il nostro Indiana Jones, “ha imparato che la realtà è molto più complessa di quanto sembri, e che ne fanno parte dimensioni che, in genere, si tende a ignorare” (pag. 120), così il lettore percepisce che la nostra comprensione del cosmo forse non sia completa.

Peraltro, forse, potremmo imparare da “popoli che interagivano con l’ambiente naturale traendone il sostentamento senza violarne l’integrità, genti che erano perfettamente consce di essere una cosa sola con la terra” (pag. 121).

Ed ecco che, nel romanzo, anche il suono di un violino pare unirsi alla magia della natura, a simboleggiare il nostro esserne parte:

Parve a molti che l’archetto moltiplicasse i suoni, si accordasse al lieve fruscio delle eriche mosse dal vento, si unisse misteriosamente ai profumi della macchia”.

 

Gianni Marucelli nel 1995 ha pubblicato per RCS-Sansoni il romanzo “La leggenda del frate, del falco, della dama e del cavaliere”. In seguito ha pubblicato racconti e poesie con Liberodiscrivere Edizioni di Genova, editore con cui anche io ho pubblicato varie opere in passato.

La copertina riproduce un dipinto di Alberto Pestelli.

Venerdì 1 Marzo alle ore 16, avrò il piacere di presentare “L’isola del muflone azzurro” presso il Centro Anziani di Firenze in via Luna 16. Parteciperà anche un’esperta guida ambientale che parlerà, con l’ausilio di alcune foto, dell’isola di Capraia.

 

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