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QUANDO FIRENZE SEMBRA CHINA-TOWN

Risultati immagini per little china girl scudelettiNon è facile trovare un romanzo che parli dell’Italia con ritmi, toni e approccio da thriller internazionale. Non è banale trovare una storia che parli di mafie orientali con competenza (almeno apparente, dato che non sono qualificato per valutare la sostanza), mostrando una comunità cinese a Firenze credibile ma non per questo meno priva di fascino avventuroso. Non è comune trovare un’opera prima scritta con scioltezza e disinvoltura da professionista dellascrittura.

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Massimiliano Scudeletti

Eppure mi è capitato leggendo “Little China Girl” di Massimiliano Scudeletti. Il titolo è una citazione della celebre canzone di David Bowie e fa certo riferimento a una delle due belle gemelle figlie di un capo della Triade, forse a quella viva o forse a quella assassinata sulla quale il protagonista Alessandro indaga, entrando nei meandri di quest’organizzazione mafiosa assai più di quanto ci si potrebbe aspettare possa fare un italiano, seppure in stretti rapporti con una famiglia cinese.

La storia scorre via veloce tra mille avventure, intrighi, indagini, amori, colpi di scena e non ci si annoia mai.

Sarà anche il suo primo romanzo, ma, leggendo la quarta di copertina, scopro che Massimiliano Scudeletti ha realizzato documentari e spot televisivi, sia come sceneggiatore che come regista: in qualche modo deve aver messo a frutto quest’esperienza nella scrittura, così come il fatto che si occupi della scolarizzazione di adulti immigrati e che sia un appassionato della cultura cinese, spiega la sua competenza in merito.

 

 

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LA SPINTA DELL’EVOLUZIONE

Risultati immagini per evoluzione creatriceCi sono libri la cui lettura lascia un segno dentro di noi. Credo che potrò ricordare tra questi “Evoluzione creatrice”.

Del resto, a quanto ci racconta wikipedia “la filosofia di Henri Bergson incise profondamente nella cultura del Novecento: ritroviamo elementi del suo pensiero nella filosofia di Michel Serres, Emmanuel Levinas, Gilles Deleuze, nella storiografia di Fernand Braudel, nella letteratura di Marcel Proust, nella epistemologia di Jacques Monod”. Perché allora non dovrei sentirmene, d’ora in poi, influenzato anche io, per quanto poco possa aver colto del suo pensiero? Di sicuro la lettura mi ha stimolato numerose riflessioni che in parte vorrei cercare di riportare qui.

Evoluzione creatrice” è un saggio di oltre un secolo fa (1907) scritto dal filosofo francese di origini ebraiche, premio nobel per la letteratura nel 1927, Henri-Louis Bergson (Parigi, 18 ottobre 1859 – Parigi, 4 gennaio 1941).

Quest’opera dal titolo che è volutamente un ossimoro, riprende il pensiero darwiniano reinterpretandolo filosoficamente, osservando i processi evolutivi da nuove angolature.

Centrale nel pensiero da cui parte è la distinzione tra tempo oggettivo e tempo soggettivo (in tal caso Bergson parla di “durata”). La “durata” degli eventi è soggettiva in quanto la mente umana ha un’intelligenza fatta per ragionare in un mondo di “solidi”. La nostra percezione della realtà è momentanea. C’è dunque difficile immaginare un processo evolutivo, in quanto questo è rappresentato da un succedersi di stati.

Credo che questo nostro modo di ragionare innato, abbia potuto allenarsi e mutare non solo grazie allo sviluppo di filosofie come quella darwiniana ma dalla nascita di media come il cinematografo e la TV. Un ragionamento “evolutivo” è, infatti, quasi un ragionamento cinematografico, un succedersi di fotogrammi, spesso uno molto simile al precedente. Nel 1907 il cinema era ancora ai suoi inizi e la TV doveva nascere e l’uomo faceva più fatica di oggi a immaginare una realtà progressiva. Certe serie TV, oggi, ancor più dei semplici film (quando non sono stereotipate) ci abituano a un progressivo mutamento dell’ambiente, della vicenda, dei personaggi, penso per esempio a “Lost” o a “The walking dead”, in cui persino chi era “cattivo” diventa “buono” o viceversa, in cui luoghi “sicuri” cessano di esserlo. In questo inizio di millennio siamo più pronti a ragionare in tal senso di quanto certo lo erano gli uomini dell’inizio del XX secolo, che non solo non avevano questi strumenti di “allenamento”, ma neppure avevano visto i drammatici rivolgimenti e le grandi menzogne di due guerre mondiali e una guerra fredda, il succedersi e il crollo delle ideologie. Eppure, più avanti, Bergson dedica un capitolo al cinema e parrebbe confutare questa mia riflessione!  Sebbene l’opera sia del 1907, Bergson usa il raffronto con le immagini cinematografiche, intese come succedersi dei fotogrammi e dice che la realtà non è così.

Sostiene che la scienza sia antecedente all’intelligenza e non un suo prodotto.

Ho appena finito di leggere il romanzo di fantascienza “I mendicanti di Spagna” in cui si immagina un’evoluzione umana accelerata mediante la genetica. La differenza tra una generazione e l’altra, tra i cosiddetti Dormienti (gente come noi), gli Insonni (prima generazione di mutanti) e i Super (nuova generazione di mutanti) era nel modo di ragionare. Negli schemi di ragionamento (i Super ragionano per “stringhe”).

Singolare è che anche Bergson parli di schemi della conoscenza. Per Bergson ragioniamo per “solidi”, la scienza cerca di “isolare” i fenomeni, di descrivere le individualità, divide per comprendere, ma la materia non è isolata. Ogni cosa interagisce con le altre.

Importante è la riflessione di Bergson sul tempo. Il tempo soggettivo (la “durata”) non si può ripetere per vari motivi tra cui il fatto che se ripetiamo una serie di azioni, avendole già compiute siamo diventati diversi, la nostra percezione della realtà è mutata.

Un po’ come i bambini di Riggs ne “La casa per bambini speciale di Miss Peregrine”, imprigionati in eterno nella stessaRisultati immagini per evoluzione creatrice giornata, da cui non possono uscire, che si ripete per sempre, ma che è ogni giorno diversa in qualcosa, perché anche se loro sono sempre bambini, il loro modo di vivere e comportarsi è rimasto da bambini hanno maturato un’esperienza da vecchi.

Nel mondo della materia tutto è connesso. Ogni cosa ha implicazioni in altre. È un artifizio della scienza quello di isolare singoli oggetti o ambienti o situazioni per studiarle e catalogarle.

Finiamo così per considerare anche il tempo come una successione di istanti, in cui un tempo t è preceduto da un tempo t-1, ma per quanto piccolo possa essere t, questo rimane falso (o meglio una semplificazione scientifica) perché anche il tempo è un tutto unico inscindibile, in cui passato, presente e futuro sono fusi. Visione del tempo assai diversa da quella ucronica di alcuni miei romanzi, in cui il tempo è un frattale, ma per me non meno affascinante e stimolante per possibili invenzioni narrative.

Allo stesso modo anche la vita è unitaria e scorre. La materia vitale può essere considerata sia come parte della “materia bruta” (inanimata) sia come parte fondamentale dell’intero universo.

Si può studiare la vita con i criteri del meccanicismo e del finalismo ma nessuno dei due descrive adeguatamente l’evoluzione.

Il meccanicismo si adatta a descrivere fenomeni individuali, non il loro insieme. Gli organismi viventi, invece, vanno visti in modo unitario come parti di un tutto che è la vita.

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Henri Bergson

La visione finalistica non è individuale. Se applichiamo il finalismo all’individuo sbagliamo. Sarebbe come dire che un essere perfetto è così perché il fine dell’evoluzione è di crearlo tale, ma ogni organismo è un insieme di parti e quindi se l’individuo ha una finalità, allora la hanno anche le sue componenti?

All’essere umano ripugna creare nuovi concetti. Cerca di spiegare tutto con le categorie che conosce, un po’ come faceva Platone quando pensava di poter descrivere gli oggetti tramite le idee.

La vita è un unico slancio, anche se ogni specie ha preso sentieri divergenti. Eppure lungo linee evolutive diverse ritroviamo forme e strutture, anche complesse che si sono generate in modo molto simile autonomamente, come gli occhi dei vertebrati e di certi molluschi, occhi nati dopo che le due linee evolutive si erano separate, eppure molto simili nonostante la loro grande complessità.

Se avesse ragione Darwin e le mutazioni avvenissero per piccoli cambiamenti sarebbe troppo strano che certe mutazioni si ripetano in modo simili lungo linee evolutive disgiunte. Evoluzioni per salti sarebbero ancor meno spiegabili, perché, per esempio, un occhio, nello svilupparsi verso forme più complesse, se si mutasse per salti, rischierebbe non espletare più la sua funzione di visione.

Si può allora sospettare che l’ambiente influisca sulle mutazioni non (solo) per selezione negativa, escludendo i meno adatti, ma anche favorendo l’insorgere di date mutazioni?

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Cefalopode

La materia organica sarebbe dunque in grado di adattarsi all’ambiente?

Nella selezione non ci sarebbe una totale indeterminazione come potrebbe far pensare il modello darwiniano della selezione casuale dei caratteri, ma c’è uno “slancio” iniziale della vita che spinge il processo evolutivo in una direzione precisa, così che talora linee evolutive del tutto separate producono risultati simili, perché la tendenza è data dallo “slancio iniziale” (e non solo da un rapporto meccanicistico di cause ed effetti o per un qualche finalismo). Non sono in grado di valutarla scientificamente, ma trovo questa visione affascinante! Immaginare una sorta di big bang della vita, da cui partono tutte le linee evolutive, spinte da un unico slancio che le proietta ciascuna nella propria direzione! Forse non sarà corretta, ma è davvero una splendida descrizione dell’evoluzione! Per giunta mi fa pensare che si avvicini alla mia idea di una legge unica che regoli l’universo materiale e la vita: la possibilità di trovare una teoria unificatrice delle leggi fisiche che accolga al suo interno anche la vita e il suo sviluppo!

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Struttura dell’occhio

Come la vita umana è fatta di infinite scelte, ciascuna delle quali porta a percorsi diversi e a nuove scelte, così la selezione naturale ogni volta sceglie tra sviluppi alternativi, ma mentre la vita umana è una sola e una volta presa quella strada quell’individuo non può prenderne altre, la vita ha a disposizione innumerevoli organismi e mentre alcuni prendono certe strade, altri ne prendono altre, con il risultato che ciò che non realizza un percorso evolutivo, lo realizza un altro, creando il moltiplicarsi delle specie. Buffo, ma ci vedo un po’ la mia visione (fantasiosa) dell’ucronia, in cui abbiamo infiniti universi divergenti in ciascuno dei quali ogni presente o futuro  o passato trovano realizzazione.

La vita ha affrontato la sua sfida con la materia inorganica partendo da forme piccole, che riuscivano a sfuggire alla violenza dei fenomeni della materia inorganica, poi queste forme hanno preso a crescere di dimensioni, ma più gli organismi crescono più tendono a sdoppiarsi, a dividersi. La vita tende a sdoppiarsi. È così che si riproducono gli organismi asessuati. Creando innumerevoli divergenze. L’unità della vita è tutta nello slancio iniziale, che porta in una data direzione.

Aggiungo io che questa direzione pare essere quella della maggior complessità degli organismi e che questa complessità serve a colonizzare ambienti sempre nuovi. Mia idea è che anche lo sviluppo di un’intelligenza capace di prodotti tecnologici serva a questo, ovvero a popolare ambienti inospitali. La nostra civiltà segue questo slancio portandoci verso le stelle, trasformandoci in veicoli per portare la vita oltre la Terra?

Se vi è un’armonia nella natura, se vi è complementarietà tra gli organismi, questo per Bergson non è per un fine ultimo, ma per quello slancio iniziale, per quella spinta che sospinge la vita, come il big bang sospinge le stelle e le galassie ad espandersi e ad allargarsi popolando spazi un tempo vuoti. Non sarà che il fenomeno è lo stesso? Non sarà che in fondo lo slancio della vita era contenuto proprio in quel big bang e che la vita sia implicita nell’espansione dell’universo, mi chiedo io?

Bergson fa notare che la vita è così unitaria che persino la grande divisione tra regni, tra animali, vegetali e funghi è solo una convenzione classificatoria, perché ogni essere vivente ha in sé, potenzialmente, in minor o maggior misura tutti i caratteri che hanno anche gli altri. È solo una questione di proporzioni, dice Bergson. Insomma, gli ingredienti della vita sono sempre quelli, ma le quantità variano e il risultato è quel ricchissimo menù rappresentato da tutte le specie.

Se la distinzione principale tra animali e piante è che le seconde si nutrono di materiali inorganici e le prime di materiali organici (le stesse piante o altri animali che si sono nutriti, direttamente o indirettamente di piante), questa non è vera per tutte le specie e, per giunta, i funghi in questo sono pari agli animali, dato che anche per loro il nutrimento è organico.

Gli esseri viventi sono capaci di movimenti riflessi e volontari. Sono i movimenti volontari a generare la coscienza. L’essere assume coscienza di sé e della propria posizione nello spazio per muoversi di conseguenza.

Associamo spesso al termine “coscienza” significati “morali”: trovo stupendo vederla qui usata come semplice “coscienza della propria posizione nello spazio”. Dunque quando invochiamo la nostra coscienza, in realtà stiamo banalmente dicendo che sappiamo quale sia il nostro posto nello spazio! La cosa mi fa sorridere.

Risultati immagini per evoluzioneLa vita si è divisa tra regno animale e vegetale, dove il primo è caratterizzato per la capacità di muoversi e il secondo per l’immobilità, ma entrambi i regni hanno le due funzioni in nuce. I vegetali traendo nutrimento dal terreno non hanno bisogno di muoversi, mentre gli animali, dovendosi nutrire di vegetali, non essendo in grado di elaborare i minerali, si devono spostare.

Mi chiedo allora quale sia il regno “superiore”? Quello animale che si nutre del vegetale o quello vegetale che è in grado di vivere autonomamente? Ovviamente il concetto di “superiore” in natura è solo una distorsione umana, la stessa che ci porta a considerare l’uomo come essere superiore, in quanto il “migliore” nella classe dei mammiferi, a sua volta, classe superiore tra i vertebrati e così via.

Una nuova grande distinzione evolutiva si crea nel regno animale tra intelligenza e istinto, che sono entrambi espressione della mente ed entrambi presenti in ogni organismo ma, come visto in altri casi, in proporzioni differenti. Ci sono specie che si sono sviluppate privilegiando ora l’una ora l’altra. Non necessariamente uno dei due è maggiormente efficace dal punto di vista evolutivo. Bergson insiste molto sul concetto che la vita è unitaria. Tutti i cammini evolutivi intrapresi sono solo tanti diversi modi per coprire lo spazio, per avere organismi adatti a ogni realtà ambientale.

Bergson tende a distinguere l’intelligenza dall’istinto per la sua capacità di usare o creare strumenti, teoria che mi pare solo parzialmente accettabile.

Se l’intelligenza si avvale di memoria e logica, mi chiedo se l’evoluzione potrebbe privilegiare, in futuro o in altri mondi, lo sviluppo di forme di intelligenza che usano di più l’una o l’altra.

Un’altra riflessione che mi induce l’affermazione di Bergson che l’intelligenza costruisce utilizzando materia organica o inorganica, ma sempre come se fosse inorganica, indifferente alla vita che contiene è se, essendoci sviluppati sinora in tal senso, il prossimo passo verso un’evoluzione dell’uomo non possa essere nell’usare l’intelligenza per manipolare la materia inorganica considerandola tale, ovvero manipolare la vita stessa. Insomma, mi pare che la genetica possa essere non solo la prossima frontiera della scienza, ma anche la prossima frontiera dell’evoluzione umana.Risultati immagini per evoluzione

Bergson poi analizza il linguaggio evidenziando che le parole sono state create per descrivere oggetti materiali e che quindi quando trattano altro lo fanno come se trattassero dei solidi. L’uomo ragiona in termini di geometria tridimensionale.

Bergson evidenzia che l’istinto non è un riflesso ma una sorta di “simpatia” in senso lato, ovvero di corrispondenza o di relazione dell’organismo con l’ambiente.

Quanto alla coscienza, questa opera con intelligenza o con intuito. L’intelligenza funziona per similitudini, per sovrapposizione di oggetti simili, ma la natura non misura, non calcola, non conta. L’intelligenza pretende di misurare, ma non è così che funziona la vita.

La conoscenza mira all’ordine e quindi crea la categoria opposta del disordine, ma ordine e disordine sono entrambe nel pensiero umano, sono costruzioni intellettuali, aliene alla natura.

La materia, come la vita è un tutto unico, sono unitarie e sono nate assieme. Nel big bang che ha generato la materia c’era già l’impulso della vita. Dove c’è materia deve esserci, se non la vita, il suo impulso.

La materia tende all’entropia e la vita compensa questa tendenza (come possiamo non tenerne conto per una teoria unificatrice delle forze della natura?). L’unione di materia e vita creano organizzazione, mentre la complessità è un invenzione dell’intelligenza umana.

Lo sviluppo del sistema nervoso ha portato allo sviluppo simultaneo delle attività volontarie e di quelle automatiche. Negli organismi queste sono presenti in contemporanea e si bilanciano. La strada per lo sviluppo umano, dicono io, potrebbe trovarsi proprio qui, nel trasformare in automatiche certe attività, liberando energie per attività “volontarie”. L’automazione, insomma, dico io, potrebbe favorire nuove capacità nell’uomo.

Sorprende pensare che per Bergson, già oltre un secolo fa fosse chiaro che la vita può nascere ovunque, anche da materie diverse da quelle che ne sono la base sulla terra come il carbonio e l’azoto. Una vita basata su altri elementi e una diversa chimica sarebbe del tutto diversa ma seguirebbe il medesimo impulso. Potremmo trovare vita nei mari di metano di Titano?

Se fosse vero quanto sostiene Bergson sul fatto che la vita nasca assieme alla materia e che possa essere generata da materie e processi diversi, ne dovremmo dedurre che l’universo ne sia colmo.

La vita è una corrente ma non è diretta da alcuna finalità.

La coscienza, composta di intelligenza e intuito, si è realizzata solo nell’uomo. L’intuito comprende la vita, mentre l’intelligenza comprende la materia. Nell’uomo vi è più intelligenza che intuito.

Immaginiamo cose come il disordine e l’assenza ma sono costruzione delle mente umana. Percepiamo disordine dove ci attendiamo un certo tipo di ordine  e non lo troviamo. Immaginiamo un’assenza quando qualcosa non c’è più, ma se qualcosa scompare rimane sempre qualcos’altro, fosse anche l’assenza di quella medesima cosa.

L’assenza non può essere percepita da un’intelligenza istantanea ma solo da chi ha memoria del passato o è capace di prevedere il futuro.

Vedendo il moto come unità lo considera indivisibile in punti caratterizzati da immobilità

Esamina poi l’opera di vari filosofi del passato da Platone e Aristotele fino a quelli più moderni.

La ricerca di una descrizione unitaria dei fenomeni ci porta a qualcosa di simile al pensiero del pensiero in Platone, nel quale ritroviamo l’immobilità che le singole cose non hanno e neppure le loro idee.

La continuità la ritroviamo anche pensando che tra il nulla e la perfezione ci sono tutti i possibili gradi intermedi, anche se la scienza, che mira all’utile, al vantaggio per l’uomo, guarda gli estremi e non quello che sta nel mezzo e quindi tende a vedere il nulla come alternativo alla perfezione. In particolare, la scienza antica mirava ai singoli oggetti, mentre i moderni dividono il tempo all’infinito, usando il tempo come variabile.

Il tempo non è rilevante nelle opere di ricostruzione (come un puzzle), ma è un elemento della creazione artistica, che non ne può prescindere.Risultati immagini per fungo

La seconda parte del volume è meno interessante della prima e, a tratti, Bergson appare pesante, quando, per esempio, si mette a fare un po’ troppo il proprio mestiere di filosofo, come quando filosofeggia su essere e non essere o sul concetto di soggettività della negazione.

In ogni caso, anche se forse non è proprio una lettura da spiaggia, questo penso sia un libro che davvero merita di essere letto e di essere oggetto di riflessioni e meditazione.

Ho più volte detto che spesso sono rimasto deluso dall’assegnazione degli ultimi premi nobel di letteratura. Bergson l’ha vinto nel lontano 1927. Sebbene il suo sia un caso che affiancherei a quelli di Dylan e Fo, chiedendomi se le loro opere si possano davvero dire di letteratura, comunque, questa lettura è una di quelle che mi riconciliano con il premio. Gli fu conferito “per le sue ricche e feconde idee» sia «per la brillante abilità con cui ha saputo presentarle”.

Di Bergson, in passato avevo già letto “Il riso – Saggio sul significato del comico”, che mi aveva impressionato meno di questo.

LA SPOSA DI SATANA GENERA MOSTRI

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Michele Protopapas

L’oscuro caso della generatrice di mostri” di Michele Protopapas è un racconto lungo o se preferite un romanzo breve (qual è il confine tra i due?), inserito nella raccolta “I racconti del Behcet”, di ambientazione ottocentesca ma anche imbevuto del tipico spirito gotico del XIX secolo, quello che faceva guardare con un misto del nuovo spirito scientifico e dell’antica superstizione verso tutto ciò che si poneva ai confini con la realtà, ai limiti con il soprannaturale o che si poteva definire misterioso.

Oggetto di questa storia è una “sposa di Satana”, una ragazza che ha la ventura o, piuttosto, sventura di partorire bambini mostruosi, suscitando nei paesani sospetti di possessione demoniaca. Il protagonista cerca, invece, di studiarne il caso, purtroppo dopo la morte della sventurata, con quel tipico spirito scientifico di cui si diceva poc’anzi. Lo vediamo persino studiarne le cartelle cliniche, pervenutegli, spirito del tempo, tramite un prete.

Ne nasce una narrazione dal sapore antico ma scorrevole e gradevole, anche se certo l’occhio moderno è assai più avvezzo a simili “meraviglie” o “mostruosità” della natura che non quello dei nostri progenitori.

È un’occasione per una veloce carrellata sulle conoscenze del tempo sull’evoluzione e la nascita di esseri “anormali”. Forse anche questa lettura ha contribuito alla mia scelta della prossima lettura, il saggio filosofico del nobel Bergson “Evoluzione creatrice”.

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LA DIVERSITÀ COME FUTURO

Risultati immagini per nancy kress mendicanti di spagnaMendicanti di Spagna” (1993) di Nancy Kress è, se così si potesse dire, un romanzo di fanta-genetica e per questo lo ho apprezzato molto. Credo che, se questo nostro mondo non si autodistruggerà prima, una delle frontiere con un grande potenziale di sviluppo sia la genetica. Persino nel mio romanzo “Via da Sparta”, in un mondo ucronico alternativo, immagino nuovi sviluppi della genetica, utilizzata per la produzione di energia, per la codifica di informazioni, oltre che per creare individui, animali e piante più adatti a determinati scopi.

In “Mendicanti di Spagna” non c’è tutto questo. S’immagina che in un futuro molto prossimo i genitori possano, pagando profumatamente, apportare variazioni genetiche migliorative ai propri figli. Il momento di svolta si ha quando tra queste possibilità compare quella di creare dei bambini che non dormano mai. Nasce in breve una nuova classe sociale superiore, gli Insonni. Dormendo “sprechiamo” almeno otto ore del nostro tempo giornaliero, un terzo della nostra vita. Avendo più tempo a disposizione (oltre a più denaro, dato che sono tutti figli di gente ricca), gli Insonni cominciano a prevalere negli Stati Uniti. Non è chiaro come il fatto di essere Insonni li renda anche eternamente giovani (io avrei detto che, al contrario, sarebbero dovuti invecchiare prima, come un motore usato ventiquattr’ore al giorno). Insonni, immortali e ricchi dominano presto il pianeta. La genetica va avanti e gli stessi Insonni generano figli modificati ancora più “dotati” e intelligenti, detti Super.

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Nancy Kress

Poiché non dormono, gli Insonni non sognano. Considerano i sogni inutili. I Super scoprono invece l’importanza di sognare per riorganizzare i pensieri (i Super ragionano in modo diverso dagli altri Insonni e dai Mendicanti, come chiamano la gente non Insonne, usando “stringhe”). I Super, sebbene anche loro Insonni come i loro genitori, imparano a fare “sogni lucidi”, mediante i quali risolvono brillantemente i problemi.

Inevitabile nasce il conflitto tra Mendicanti e Insonni e tra Insonni e Super.

Ho già detto fin troppo della trama e credo si capisca che è questo un ottimo esempio di creazione di un mondo complesso e articolato, che tiene conto di varie implicazioni. È anche un romanzo che può aiutarci a riflettere su un possibile futuro poi non troppo fantascientifico. Magari non avremo mai degli Insonni, ma sarà difficile per i ricchi resistere alla sirena della genetica, alla possibilità di creare figli geneticamente trasformati. Sarà il normale sviluppo evolutivo della nostra specie? Forse, ma quando una specie più forte emerge, spesso cancella quelle più deboli, come ha già fatto l’homo sapiens contribuendo, direttamente o indirettamente, all’estinzione di decine di altre specie di homo e distruggendo migliaia e migliaia di altre specie animali e vegetali, in un processo che ci vede come un autentico cancro del pianeta.

Il romanzo si svolge attraverso tre generazioni, forse un po’ troppo ricco di personaggi e se ha un difetto è quello di guardare troppo (bene) al quadro di insieme, trascurando l’avventura e la focalizzazione su un qualche “eroe”, cosa che a tratti rende la lettura un po’ faticosa.

Il titolo non mi è piaciuto. Fa riferimento a un confronto che fa un personaggio tra i non-insonni e gli Insonni, paragonando i primi ai mendicanti che in Spagna non fanno altro che chiedere denaro e che più ne ricevono e più ne vogliono, che prendono senza dare nulla in cambio. In quest’affermazione ci sono varie cose che mi disturbano (ovviamente nulla dice che l’autrice condivida il pensiero):

  • l’idea che i mendicanti siano così solo in Spagna. Perché, voi in America non avete mendicanti? Siete troppo perfetti? Non ce ne sono in tutto il resto del mondo?
  • l’idea che il mendicante chieda più di quanto gli occorra;
  • l’idea che un mendicante sia qualcuno che non ha nulla da dare agli altri, come se il denaro fosse la misura di tutto, come se il mendicante sia sempre tale per sua scelta e come conseguenza di un suo comportamento.

Il romanzo di fatto ruota attorno all’idea che l’evoluzione possa essere accelerata dalla genetica, che individui migliori possano essere creati e che questi siano destinati a dominare e salvare il mondo. Non per nulla, quando gli Insonni tenteranno di imporsi sui Mendicanti, non saranno questi a trovare la soluzione, ma i Super, che avvieranno così un controllo “più umano” su tutti, in una visione paternalistica della società (anche se in questo caso a comandare sono dei Super Bambini) che mi disturba.

Il romanzo è il primo di una serie, che termina con “La rivincita dei Mendicanti” (1996), dunque può essere che questa impostazione sarà ribaltata.

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X-men – un esempio di mutanti cinematografici

NONNA E NIPOTE TRA SARDEGNA E TOSCANA

Risultati immagini per del mare soltanto l'ecoDel mare soltanto l’eco”, libro d’esordio di Barbara Carraresi, autrice, come me, della scuderia di Porto Seguro, più che un romanzo è il racconto di due vite, di una ragazza e di sua nonna. Le due storie si alternano per poi unirsi presto in una sola. La storia della nonna è, a sua volta, sdoppiata nel presente e nel passato, ma anche questi tendono a convergere.

L’occasione di incontro tra le due generazioni è la preparazione di un pranzo tradizionale sardo, un pasto senza ospiti, come si scoprirà. Sostanzialmente una lezione di cucina della nonna alla nipote. La lezione di cucina è, però, quasi un pretesto per una lezione di vita e per tramandare una storia familiare.

Protagoniste sono la giovane Barbara e Nonna Peppa Luisa. Il fatto che l’autrice si chiami proprio Barbara e che nella postfazione parli della propria nonna Peppa Luisa non lascia molti dubbi sul carattere autobiografico della storia, anche se possiamo immaginare che qualcosa di inventato magari ci sia.

Centrale diventa la vicenda della nonna, il suo vivere tra i pastori della Sardegna, la partenza, dal sapore di

Carlo Menzinger con il libro di Barbara Carraresi

fuga, verso la Tosca

na, il periodo in un Piemonte dall’aria così freddo e ostile da non parere reale, il ritorno in Toscana e il riaffacciarsi, di passaggio, dopo decenni in Sardegna.

Ne nasce una storia intensa, aspra, e mi vengono in mente certe figure di donne sarde disegnate su fogli di sughero.

È una storia di povertà e di sopravvivenza, di piccole violenze e di isolamento. C’è tutto il dramma e la fatica dell’emigrante che poco o nulla conosce del mondo verso cui fugge. Gli italiani, fino a poco fa erano spesso così e oggi ce ne dimentichiamo così facilmente quando sono altri a cercare rifugio da noi, quando sono altri a guardarsi attorno con sguardo perso in un mondo che non comprendono.

Del mare soltanto l’eco” è, quindi, un po’ diario e un po’ storia di vita familiare e mi vengono in mente letture simili fatte di recente come “Radici” di Massimo Acciai Baggiani & Co. e “A cavallo del tempo” di Maila Meini. Queste origini mezze toscane e mezze sarde, mi fanno pensare, invece ad Alberto Pestelli e al suo ispettore toscano in Sardegna, alle sue “pause” culinarie.

Barbara Carraresi

La scrittura è densa e intensa e le pagine scorrono via con piacere e ci fanno sentire ogni momento più vicini alle protagoniste.

UN SAGGIO SULLA COMUNICAZIONE FANTASCENTIFICA

La comunicazione nella fantascienzaIl tema della comunicazione in fantascienza è di grande importanza. Spesso rappresenta la più grande debolezza di tante storie. Pensate, per esempio, a “Il pianeta delle scimmie”: quando gli astronauti arriva su una terra del futuro e scoprono che il genere umano si è estinto, sostituito da scimpanzé, gorilla e oranghi, nel film (il romanzo mi pare risolvesse meglio il tema) questi parlano… inglese!

Lo stesso dicasi della serie Star Trek, in cui gli alieni non solo sono assurdamente antropomorfi, ma spesso parlano la stessa lingua dei terrestri.

Questo poco toglie, magari alla spettacolarità e all’avventura di queste storie, ma moltissimo si perde in logica e coerenza.

Non tutto è così, in fantascienza. Ci sono autori che hanno dato un ruolo centrale al problema della comunicazione uomo-macchina, uomo-alieno e persino uomo-animale.

Di questo affascinante e fondamentale tema ci parla il bel saggio “La comunicazione nella fantascienza” di Massimo Acciai Baggiani, edito da Ermes.

 

Di Massimo Acciai Baggiani ho già letto dei racconti di fantascienza (“La compagnia dei viaggiatori del tempo”), un’ucronia (“L’ultima regina d’Inghilterra”), un libro di viaggio e memorie familiari (“Radici”), delle poesie(“25 – Antologia di un quarto di secolo”) e un fantasy (“Sempre a est”). Leggo ora questo saggio, derivato dalla sua tesi di laurea, e mi pare quasi la sua prova migliore, tanto è il rigore e la professionalità con cui parla di un tema e di romanzi che in gran parte conosco anche io e che quindi riesco a confermare in buona parte la correttezza di quanto descritto e affermato.  Peraltro, non può non stupirmi quanti libri avesse già letto e conoscesse nel 2001. Acciai è nato il 09/04/1975, dunque quando ha completato questo studio aveva solo 26 anni.

Massimo Acciai Baggiani – 2017 – alla presentazione di una sua raccolta di racconti di fantascienza

Con metodo, inizia dalle definizioni, innanzitutto quella di “fantascienza” e poi quella di “comunicazione”.

Il volume è diviso in una prima parte che affronta le comunicazioni uomo-uomo e una seconda che tratta quelle uomo-macchina, uomo-alieno e uomo-animali.

La prima parte è divisa in 5 capitoli.

Nel primo capitolo parla dei media cartacei più tradizionali, dal libro alla lettera, evidenziando come tante opere distopiche né abbiano preconizzato la morte. In particolare “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell. Oggi ne vediamo il declino nella forma cartacea e l’affermarsi della versione elettronica, seppure affogato in una giungla di informazioni, come quelle del web, di una televisione sempre più varia, che rendono l’appetibilità del libro sempre minore.

Il secondo capitolo è interamente dedicato ai mass media quali televisione, cinema, telefono, pubblicità, musica, radio, ecc.. Di nuovo “1984” offre spunto per riflessioni su sviluppi distopici dei media, quando divengono bilaterali e invadono la privacy. Il saggio è del 2001 e internet era ancora agli inizi. Oggi, a pochi giorni dallo scandalo sull’uso delle informazioni sugli utenti da parte di facebook, la paura del Grande Fratello orwelliano trova nuova linfa.

Massimo Acciai Baggiani con “Il sogno del ragno”

Il terzo capitolo riguarda i nuovi media, basati sulla tecnologia digitale e affronta, in particolare il genere cyberpunk degli anni Ottanta.

Il quinto capitolo parla della telepatia, delle sue basi “scientifiche” e dell’uso del mezzo nella fantascienza. È un tema che so caro a questo autore.

Gli stessi mezzi di comunicazione presi in considerazione nella prima parte li ritroviamo anche nella seconda, utilizzati per la comunicazione con soggetti non umani, in altrettanti capitoli.

Il saggio si rivela una piacevolissima carrellata tra tutte le maggiori opere della fantascienza, sia su carta che su pellicola.

Incontriamo capolavori come “Alien”, “2001 Odissea nello spazio”, “Guerre stellari”, “Solaris”, “Il pianeta delle scimmie” e tantissimi altri, analizzati con rigore e professionalità. Anche per chi, come me, abbastanza conosce il genere non mancano le piacevoli e interessanti scoperte.

 

In questi giorni un racconto di Massimo Acciai è stato pubblicato dalla Biblioteca Palagio di Parte Guelfa del Comune di Firenze. Si tratta di “Domani”, una storia che in due sole pagine ci racconta di un viaggio nel tempo, avanti di sole 24 ore, con una serie di complicazioni tra il viaggiatore e il suo alter ego del futuro. Acciai risolve il problema di scrivere una storia complessa in poco spazio con il trucco di immaginare uno scrittore che racconta la trama di un suo prossimo libro a un amico.

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Charlton Heston ne “Il pianeta delle scimmie”

 

I RACCONTI DI UNA VITA

Carlo Menzinger con “A cavallo del tempo”

Nella quarta di copertina di “A cavallo del tempo” di Maila Meini, il libro è definito una “breve autobiografia”.

Leggendo i primi capitoli mi sono subito chiesto quanto questo fosse vero, dato che quel che mi sono trovato davanti è stato un’alternanza di brani in prosa e in versi, dove i primi mi erano parsi racconti autonomi.

Procedendo con la lettura, appare, però, evidente che sono (tutti o almeno in parte) racconti e riflessioni di vita vissuta. In effetti, per quanto all’apparenza slegati, sono congiunti da un filo conduttore: la vita dell’autrice. E molti mi hanno fatto fermare a riflettere, a interrogarmi a ragionare. Penso sia uno splendido risultato per un libro.

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Maila Meini

Si parte con un abbordaggio al cinema con finale a sorpresa, procedendo con una vendetta contro un vecchio amante e una storia romantica di neve bianca e rose rosse e sembrano storie poco probabili come realmente accadute a una tranquilla insegnante, ma perché no? Poi si procede con racconti che ci riconducono a una dimensione più quotidiana come quando racconta di aver letto 3.468 libri e prosegue con una sorte di recensione di un romanzo di MC Cammon (“Hanno sete”). Leggere 3.468 libri non è poco. A volte non ci si rende conto di quanto sia difficile leggere tanto. Da qualche anno censisco tutto quello che leggo su anobii e lì ho inserito 518 libri. Dal 2008 (più o meno quando ho cominciato a censirli né risultano sempre almeno 50 l’anno, con una punta massima di 82. Immaginando di leggerne 60 in un anno, per leggerne 600 impiego 10 anni. Per arrivare a 3.000 mi ci vogliono 50 anni di letture!

Il tema della lettura ritorna anche in un altro racconto in cui la Meini si rimprovera per il proprio disordine, fatto soprattutto di pile di libri. Subito dopo ci dice di come li cataloga e divide, dunque credo che il suo sia un disordine solo apparente. Chissà se anche lei li cataloga su Anobii o magari su Goodreads. Leggere, scrive a pagina 101, “Se è una malattia, purtroppo, non è contagiosa”! Già!

In un altro capitolo Maila Meini ci parla della sua scala di valori e di come sia cambiata nel tempo. Anche questo è un racconto che fa riflettere: chi ha una sua scala di valori da seguire? Non molti credo. Sullo stesso piano il racconto sul dilemma di Pascal: “anche se sono ateo, che cosa mi costa chiedere l’assoluzione in fin vita”? Se Dio non esiste non cambia nulla, se esiste con poco avrei potuto ottenere il paradiso! Già, dico io, peccato che molti, pigramente, facciano questa scelta ben prima del momento di morire, con il risultato di mantenere in piedi tanti culti e tutti i loro apparati.

A pagina 48, riflette sul contenuto di un bigliettino trovato nella confezione di un cioccolatino “La maniera di dare val più di ciò che si dà” (Corneille). La Meini si mostra in disaccordo con questa citazione, quasi che volesse dire che il modo di donare sia più importante del dono, ma io credo che il senso sia nello spirito con cui si dona. Chi dona e poi pretende gratitudine o riconoscenza non sta donando, ma facendo un baratto. Chi dona, anche poco, ma lo fa con vera generosità e con il proprio cuore, dona di più di chi offre qualcosa di prezioso contro voglia. Non è una questione della carta del regalo, è una questione di cuore.

La favoletta sui crisantemi mi ha fatto pensare a quanto questi bellissimi fiori abbiano “patito” in Italia, da quando sono stati associati ai cimiteri. Mia nonna che era inglese era solita regalarli e si stupiva che gli italiani non sembrassero gradire il dono!

Ravioli di zucca e A cavallo del tempo (Carpi – Modena)

Si entra poi nella vita vera, quella fatta di parti di figli e nipoti, delle gioie e dei dolori delle nascite. Posso capire come questa possa riempire i giorni anche dopo la pensione, quando la fine del tempo lavorativo sembrerebbe svuotarci del nostro ruolo sociale.

Maila Meini mi ha stupito ancora mostrandomi il suo amore per le storie di vampiri, per Dylan Dog e, forse, per Star Wars (dato che possiede un tappetino per il mouse dedicato al film) e per film catastrofici come “2012”, che di rado immaginerei in una ex-insegnante di Lettere, Teatro e Latino!

In questi giorni Massimo Acciai Baggiani mi ha intervistato per un saggio che sta scrivendo su di me e, tra le varie domande, mi chiedeva delle origini biografie del tema del viaggio nei miei libri e gli raccontavo di come la mia famiglia abbia spesso cambiato città e stati ed io stesso abbia lavorato in una trentina di città. Mi ha dunque fatto un po’ sorridere quando la Meini raccontava di come abbia vissuto come uno sradicamento il suo essersi spostata di un centinaio di chilometri da San Vincenzo (Livorno) a Campi Bisenzio (Firenze). Poco più di un cambio di quartiere per un romano! Quando lavoravo a Siena e mia moglie verso Pistoia, ci si trovava a Firenze tutti i giorni e in quel periodo mi consideravo ormai “fermo”. Nello stesso racconto ci mostra il suo correre verso il mare (di San Vincenzo) come se fosse tra le braccia di un perduto amante. Non ho potuto non pensare all’amore per il mare di uno dei miei “viaggiatori”, “Il Colombo divergente”.

A proposito di viaggi, non manca la descrizione di qualche gita della protagonista a Firenze, Pistoia, in Turchia e al Guggenheim.

In questo libro, poi, si parla di problemi di salute, degli approcci con lo sport (il nuoto), di bambini, di animali, di lutti, di incidenti come la scomparsa misteriosa di un auto o alcune telefonate anonime. Si parla anche di alcune letture e di qualche film, come quello affascinante su Benjemin Button, nato vecchio e morto bambino, con le riflessioni del caso. Si parla di filastrocche per bambini e poesie per adulti. Carino l’episodio dell’autrice che richiama, anni dopo la fine della scuola, il professore che ne aveva letto le poesie quando era ragazza dicendole che una sola della raccolta da lei scritta era “poesia” senza dirle quale e, lei, dopo anni scopre quale sia, lo richiama, e quando il professore le chiede perché risponde “è l’unica con una metrica precisa, non zoppica mai”. A proposito,

A cavallo del tempo con sfoglia al mascarpone e gianduia (Carpi – Ristorante Stubai)

il volume è un continuo alternarsi di racconti e brani in corsivo, suddivisi in versi, veloci riflessioni, immagini, schizzi di vita, che preludono alla parte in prosa.

Si parla anche di scuola, dell’insegnamento e delle proteste studentesche.

Due soli mi sono parsi racconti non autobiografici (a parte quelli iniziali che possono essere inventati come no), uno sul signore di Verona Bartolomeo della Scala e quello finale che una sorta di condanna dell’indifferenza sociale.

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