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IL MIGLIOR ALIENO DELLA FANTASCIENZA?

Risultati immagini per acchiappasogni kingDi norma si abbina il nome di Stephen King all’horror e molti pensano a lui come il “re” di questo genere. Per me, però, Stephen King, oltre a essere un grande indagatore della psiche umana, è anche uno dei maggiori scrittori viventi di fantascienza.

Credo che opere come “22/11/’63” e la saga della “Torre Nera” potrebbero essere sufficienti a collocarlo nel Gotha della science fiction. Anche il romanzo distopico “La lunga marcia” è, in effetti, fantascienza.

Ho ora letto “L’acchiappasogni”. Mi era stato segnalato come appartenente al genere, ma durante molte delle prime pagine mi sono chiesto che cosa ci fosse di fantascientifico in un uomo che va a caccia di cervi, anche se le pagine introduttive parlavano di avvistamenti di U.F.O. Devo ora dire che questa sì, è davvero fantascienza, sebbene con la presenza del tema della telepatia, che lo fa un po’ scivolare nel paranormale, ma qui ha una motivazione e un senso del tutto fantascientifici.

Si assiste a un tentativo di invasione aliena e fin qui nulla di nuovo. Quello che rende questo libro eccezionale (del resto la genialità di King mi pare indiscutibile) è la caratterizzazione assolutamente unica degli alieni.

Gli alieni de “L’acchiappasogni” di King fanno impallidire per la loro ingenuità quelli di film come “Alien”, “E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” o “Guerre stellari”, tanto per citare alcuni capisaldi.

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Acchiappasogni

Abbiamo degli alieni originalissimi nella loro triplice conformazione. Si tratta, all’apparenza (ma vedremo nel finale che le cose non sono proprio così) di una razza che assume tre diversi aspetti: di muffa rossastra, di mostro donnolesco e sanguinolento e di piccoli omini grigi. Inoltre, queste creature hanno la capacità di controllare in vario modo le menti umane. Un po’ come in “Alien” i mostri donnoleschi crescono all’interno dei corpi degli ospiti umani e depongono uova con grande frequenza. La muffa, invece infetta ogni cosa, mentre gli omini grigi fanno da mediatori. Gli omini grigi, in realtà, sono proiezioni mentali delle nostre fantasie! Fin qui, l’originalità sta nell’immaginare una razza capace di mutare per tre fasi tanto diverse. King, però, ci aggiunge ancora di suo immaginando che le creature non solo comunichino telepaticamente, ma, in alcuni casi s’impossessino (tipo possessione demoniaca) delle menti di alcuni malcapitati, oltre a possederne il corpo nel modo suddetto. Altra cosa affascinante è che una volta nella loro mente, cominciano a subire l’influsso dell’ospite, ovvero si umanizzano progressivamente e cominciano a provare gusto a risiedere nel corpo umano.

Bene, prendete queste subdole creature e fatele incrociare con un gruppetto di 5 amici, quali King è così bravo a rappresentare, mostrandoceli nel momento attuale, da adulti, e da ragazzi, quando la loro amicizia si è cementata. Immaginate che uno di loro abbia la sindrome di Down, ma anche un “dono speciale”, una capacità telepatica davvero particolare (non vorrei dare troppi dettagli, ma anche qui King supera i normali cliché). Immaginate che questa loro amicizia si fonda in qualcosa di più grande (come non pensare al Ka-tet della Torre Nera). Immaginate che questo gruppetto reagisca in modo anomalo ai comportamenti di questi invasori ed ecco “L’acchiappasogni”, un romanzo decisamente “kinghiano” per la presenza di turbe mentali, schizofrenie, amicizie profonde, luoghi consueti (anche qui si passa da Derry) della provincia americana. Non mancano i riferimenti a altre opere di King, come è sua consuetudine, come “It” o “Le notti di Salem”.

Forse, questo non è il miglior libro del “Re” (anche se l’amicizia del gruppetto e l’introspezione psicologica dell’alieno nella mente schizofrenica umana Gary-Gray sono degnissime), ma è certo una delle migliori creazioni di alieni della letteratura, forse persino superiore agli alieni di Asimov in “Neanche gli dei” (che rimangono tra i miei preferiti)  o in “Nemesis” o a quelli di Sheckley e appena un filo sotto a “Solaris” di Lem. Tra l’altro la muffa rossa di King mi pare imparentata con i microbi intelligenti di “Nemesis”.

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Stephen King

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LA MAGIA DEI BOSCHI DOLOMITICI

Risultati immagini per un fiorentino a sappadaNon è ancora passato un anno da quando ho conosciuto per la prima volta Massimo Acciai Baggiani il 28 Settembre 2017 al porto Seguro Show, tenutosi all’Hotel Excelsior di Firenze, occasione in cui furono presentati il mio romanzo “Il sogno del ragno” e il suo libro “Radici” (scritto con Pino Baggiani e Italo Magnelli).

Da allora abbiamo avuto un intenso scambio di letture, Massimo ha deciso di scrivere una mia biografia letteraria e l’ha scritta (la pubblicherà alla fine di questo mese Porto Seguro con il titolo “Il sognatore divergente”) e abbiamo persino scritto un romanzo di fantascienza a quattro mani (“Psicosfera”), quasi ultimato.

Durante il mio viaggio di rientro a Firenze da Colonia, ieri ho letto la sua raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada” e devo dire che è una delle sue prove più felici.

Dal titolo ci si potrebbe aspettare una serie di storie di escursioni per le Dolomiti bellunesi, magari qualche cose simile agli scritti di Paolo Ciampi, che mescolano impressioni di cammino con riflessioni letterarie e di vita.

Eppure conoscendo ormai abbastanza bene lo stile di Massimo Acciai (Baggiani è il cognome della madre, che aggiunge come nome d’arte), mi sarei dovuto aspettare qualcosa di diverso e così è stato e la lettura è riuscita a stupirmi piacevolmente.

Si parla, è vero, di escursioni nei boschi, anche se, come Massimo Accia Baggiani scrive a un certo punto, il suo fiato è ormai un po’ corto e quindi il personaggio (che sembra sempre molto autobiografico) di rado si addentra poi molto per i sentieri e, difficilmente li abbandona. Questo peregrinare attorno a Sappada, però, non rimane nel solco del reale, ma talora si colora di toni surreali, a volte persino gotici, talora si muta in autentica fantascienza. Talaltra il luogo è scenario per strani incontri, magari con qualche bella ragazza che, in qualche modo, inquieta il protagonista, portandolo magari persino a fuggire.

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Massimo Acciai Baggiani

La varietà di approcci rende la lettura articolata e gradevole, ma non manca una certa unitarietà, data, innanzitutto dai luoghi che sono, appunto, quelli attorno a Sappada, dalla voce narrante che è sempre in prima persona e anche quando ci troviamo in un futuro fantascientifico, sembra confondersi con quella dell’autore stesso, e dall’immancabile presenza di un amico, spesso introdotto dalla ricorrente espressione “il mio amico”, talora denominato Marino. Anche il luogo in cui il protagonista alloggia è immancabilmente lo stesso, una multiproprietà in un residence. I racconti del resto, sono stati scritti lungo varie estati in cui l’autore ha proprio alloggiato a Sappada ospite di un amico.

Talora i racconti hanno un po’ il gradito sapore antico di certe storie gotiche ottocentesche, in cui il protagonista affronta il soprannaturale con spirito razionale, altre volte appaiono più moderne e inquietanti.

Mi ha particolarmente stupito la lettura del racconto “Boccia di vetro”, che, stranamente ha alcuni aspetti del romanzo “Psicosfera” che abbiamo ultimato in questi giorni Massimo e io. La cosa strana è che certe idee avrei giurato di averle suggerite io, eppure le ritrovo, in qualche modo qui: una bolla che racchiude Sappada (qualcosa del genere l’avevo anche scritta con Firenze al posto del paese alpino nel racconto “Il campione” pubblicato sulla rivista ProgettandoIng – Informazione) e la trasporta su un pianeta alieno.

Massimo, scrivendo la mia biografia, ha notato quante affinità ci fossero tra le nostre scritture. Devo dire, che forse è proprio leggendo quest’antologia che le ho maggiormente scoperte anche io. Compresa l’idea di scrivere racconti fantastici di ambientazione italiana che pare il cuore di questa antologia, che la accomuna alle mie due raccolte di fantascienza ambientata a Firenze (ancora inedite) “Apocalissi fiorentine” e “Quel che resta di Firenze”.

Proprio in “Boccia di vetro” Massimo scrive “e poi io sono più uno scrittore di racconti che di romanzi, un po’ come Buzzati (bellunese pure lui, oltre che uno dei miei scrittori italiani preferiti)”. Forse è qui la maggiore diversità tra di noi, dato che io mi considero più autore di romanzi che di racconti, ma ci accomunano (oltre all’ammirazione per il citato Buzzati) l’amore per il fantastico, sia fantascienza o soprannaturale, la curiosità verso le lingue (Massimo Acciai è anche un esperantista) e le culture diverse. La sua produzione, peraltro, comprende oltre alla fantascienza e al soprannaturale, l’ucronia, la poesia e importanti studi letterari.

Completa la raccolta una breve silloge poetica, sempre ispirata alle sensazioni rilasciate da queste montagne, in cui maggiormente emerge la sensibilità dell’autore verso questi luoghi così lontani dal tran tran frenetico della vita cittadina che si respira persino nella nostra Firenze e in quel quartiere Rifredi che condividiamo.

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Sappada

 

GENTE “CATTIVA”

SeventeenAvevo già avuto occasione di leggere Michele Protopapas con il racconto lungo “L’oscuro caso della generatrice di mostri”. Leggo ora “Seventeeen”, sottotitolo “17 storie senza eroi di ordinaria meschinità”. Questa raccolta non ha molto in comune con il racconto se non un certo senso di negatività nei caratteri dei personaggi incontrati.

Seventeen” è una carrellate di vicende umane da cui, come è chiaro dal sottotitolo, emerge tanta meschinità.

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Michele Protopapas

Protopapas ci parla così di santoni che sfruttano i problemi della gente, come il bisogno di trovare un lavoro, di difficili convivenze condominiali e false devozioni, di un bullismo che non è solo scolastico ma che spesso è presente all’interno delle stesse famiglie, di protezioni mafiose di cui è difficile fare a meno, delle miserie dei triangoli amorosi, dei favoritismi, delle prevaricazioni e delle malversazioni nel mondo del lavoro, del perverso fascino del denaro, di arroganza e serial killer, del traffico di clandestini, droga e armi, della malvagità di certi giovani che si fingono vittime ma sono carnefici, di ridicole invidie capaci di mutarsi in faide familiari, dell’incapacità di resistere alla gola, di misoginia, di difficili rapporti familiari e di sessualità malate.

Il primo gruppo di racconti di questa raccolta ha un sottotitolo che richiama ora uno dei dieci comandamenti, mentre la seconda parte si rifà ai sette peccati capitali.

Ne esce un quadro di un’umanità egoista, arrogante, gretta e malata, facendo di “Seventeen” un testo di denuncia del degrado della nostra società, pur velato da un tono quasi satirico e a volte un po’ “strapaesano”, una silloge di racconti di vita quotidiana ma la cui negatività finisce per lasciare nel lettore la sensazione che, in fondo, ci sia ben poco da ridere, se davvero siamo così e, purtroppo, i ritratti spennellati da Protopapas non sono di pura fantasia, ma sembrano avere una forte dose di realtà.

 

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CONTINUANO LE INGENUE AVVENTURE SPAZIALI DI JOHN GORDON

Risultati immagini per ritorno alle stelle HamiltonHo letto “I sovrani delle stelle” di Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977) scegliendolo tra i volumi presenti nella Sacra Lista della Fratellanza della Fantascienza. Dato che il mio file conteneva anche il sequel “Ritorno alle stelle” (1970), mi sono ritrovato a leggere anche questo, sebbene il romanzo originale non mi avesse entusiasmato.

Come dissi in chiusura al commento del primo, sebbene “Ritorno alle stelle” sia il sequel de “I sovrani delle stelle”, presenta alcuni salti di continuità.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore, Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP, che accomuna tutti i popoli non bianchi in un “ammasso generico” e in qualche modo inferiore. Se non altro sono due romanzi distinti, perché se fossero stato uno solo, questo avrebbe perso molto di unitarietà.

Le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, forse giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non abbiano letto il primo romanzo o l’abbiano fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale, essendo il primo del 1947 e il secondo del 1970, e si può capire un’impostazione diversa.

La centralità di John Gordon e il suo stupore per trovarsi in un lontano futuro in un corpo che non gli appartiene si perde nel secondo libro e il suo trovarsi nel mezzo di eventi colossali appare meno giustificato e il racconto si fa meno avvincente.

Continua a disturbarmi l’ingenuità del mondo descritto in cui la nostra Galassia sembra la copia allargata di un nostro regno del secolo scorso, minimizzando le difficoltà di gestire un impero con un numero di stelle che va dai 150 ai 400 miliardi (a seconda delle stime), così come il fatto che occorra disturbare un’altra Galassia (la Piccola Nube di Magellano) per trovare dei nemici alieni degni di affrontare l’umanità, come se tra tanti soli non vi potessero essere sufficienti insidie per un impero gestito con piglio familistico da due fratelli e pochi altri.

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Edmond Hamilton

Alieni descritti come così orribili che ogni altro alieno prova raccapriccio nel vederli e si penserebbe a Lovecraft, se non fosse che poi Hamilton ci fornisce alcune descrizioni a base di verminai e ammassi di serpenti.

Le avventure sono tante e spesso le scazzottate risolvono i problemi, come se lo scontro fisico dovesse ancora essere importante in una Galassia con una tecnologia tanto avanzata da rendere banale spostarsi da una galassia all’altra.

Il ciclo è considerato un caposaldo della fantascienza d’avventura, ma sebbene io ami sia la fantascienza, sia le storie di avventura, ho la sensazione che simili mirabolanti imprese spaziali siano proprio quelle che forniscono al grande pubblico un’immagine distorta della fantascienza, come di un vacuo contenitore per armi laser, missili, alieni e mostri vari, mentre per me è molto di più. Innanzitutto è un importante momento di riflessione su chi siamo e su dove stiamo andando, se non anche da dove veniamo, ma anche sulla grande varietà di alternative evolutive, di forme sociali, di sviluppi tecnologici. Ridurre tutto a uno scontro con armi di distruzione di massa, mi disturba per la sua ingenuità.

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La Piccola Nube di Magellano

INGENUE MIRABOLANTI AVVENTURE IN UN LONTANO FUTURO

Risultati immagini per i sovrani delle stelle hamiltonSpesso chi non legge fantascienza abitualmente, associa a questa parola storie che appartengono al sottogenere della “space opera”, in cui si assiste a scontri tra regni siderali, battaglie spaziali e avventure interstellari. Se la fantascienza fosse davvero solo questo, dubito che ne leggerei molta e, in effetti, la “space opera” mi pare la parte più ingenua e infantile di questo genere, anche se ha prodotto alcune opere importanti e alcune assai famose, basti pensare alla saga di “Star wars”, che per molti è sinonimo di fantascienza.

Un autore che ha contribuito fortemente a forgiare la “space opera”, definendone le caratteristiche con le proprie opere è l’americano Edmond Moore Hamilton (Youngstown, 21 ottobre 1904 – Lancaster, 1º febbraio 1977), di cui ho appena letto “I sovrani delle stelle” (1947), opera che si colloca agli albori della fantascienza e che ancora sembra risentire dello stile e dell’approccio dei precursori del genere, come Wells e Lovecraft. Di quest’ultimo, in maniera decisamente meno accentuata, ho ritrovato il gusto per gli aggettivi iperbolici, per descrivere lo stupore del protagonista di fronte a mondi nuovi.

Se ne “La macchina del tempo” il protagonista immaginato da Wells si spostava di ben 800.000 anni nel futuro, il viaggio di John Gordon in questo romanzo non è molto da meno, attraversando ben 200.000 anni.

Oggi mi pare quanto mai azzardato cercare di immaginare il futuro tra così tanti anni, considerando che basta andare indietro di diecimila anni per ritrovarci nella preistoria. Hamilton mescola in questo romanzo, non senza una certa ingenuità, tipica di quegli anni pionieristici, telepatia, viaggi nel tempo e battaglie spaziali da space opera.

L’ipotesi è che un uomo del XX secolo sia scelto da uno studioso del futuro come cavia per un esperimento di scambio corporeo attraverso il tempo. Ovvero lo studioso del futuro trasferisce la propria mente nel corpo di Gordon, mentre la mente di questo si trasferisce in quella dell’uomo del futuro, effettuando di fatto un balzo avanti nel tempo di 200.000 anni. Non posso allora non pensare di nuovo a Lovecraft e ai suoi Antichi, le cui menti si insinuavano nelle menti degli uomini del secolo scorso.

I sovrani delle stelle” è un libro pieno di colpi di scena e di soluzioni sorprendenti. Tanto per cominciare, lo studioso in questione altri non è che il figlio dell’Imperatore di metà galassia. Una serie di avventure e disavventure porteranno Gordon a diventare per un po’ egli stesso Imperatore, guidando la Galassia contro un’invasione proveniente dall’esterno, lui, che a New York era solo un piccolo contabile, come si ripete spessissimo. Ovviamente si innamora anche di una bella principessa, ricambiato.

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Edmond Moore Hamilton

Il succedersi rocambolesco degli eventi tiene il lettore attaccato al libro, ma non si può non notare la grande ingenuità dell’insieme, degno di un fumetto per ragazzi. Già il fatto che combattersi non siano sistemi stellari ma addirittura intere Galassie, rende l’idea di quanto le conoscenze astronomiche fossero sottovalutate, ma questo appare ancor più evidente quando si vede che i vari regni dell’Impero hanno i nomi delle Costellazioni, come se queste fossero dei veri ammassi stellari.

In 200.000 anni la tecnologia ha fatto dei progressi, soprattutto nel rendere possibili spostamenti velocissimi tra stelle di immane distanza, ma molte cose rimangono assai primitive e spesso i problemi si risolvono con qualche scazzottata. Singolari le pistole “atomiche”, legati a un’idea dell’energia nucleare ancora non ben delineata.  Per comunicare si usano dei fantomatici “telestereo”, che tanto moderni oggi non sembrano più. Una buon intuizione sono gli incrociatori fantasma, navi spaziali non rilevabili dai sistemi di controllo, un po’ come certi moderni aerei “invisibili”, ma anche qui non sembra di essere poi così avanti nel tempo.

C’è poi il celebre Distruttore, la cui natura non posso rivelare, essendo uno dei misteri della narrazione.

Il romanzo ha un seguito, che ho già cominciato a leggere (credendo fosse la seconda parte del volume, dato che era nello stesso file) “Ritorno alle stelle” (1970). Dopo qualche pagina mi sono domandato che cosa c’entrasse con la prima parte e già mi stavo preparando ad abbassare la votazione dell’opera nella mia mente.

Se, infatti, ne “I sovrani delle stelle” Gordon arriva nel futuro nel corpo del figlio dell’Imperatore Zarth Arn, con la sola mente, in “Ritorno alle Stelle” Zarth Arn riesce a portare nel suo tempo Gordon con tutto il proprio corpo. Tecnologia, mi pare assai diversa, per quanto improbabili entrambe. Se nel primo libro ci sono pressoché solo esseri umani, un po’ come nei cicli asimoviani, nel secondo volume compare un gran numero di alieni, qui chiamati “non umani”, in una Galassia un po’ razzisticamente divisa tra umani e non-umani, come se questi, pur nella loro diversità, fossero un po’ la stessa cosa, visione un po’ da schiavista WASP. Ne dirò meglio quando l’avrò finito, qua dico solo che è un bene non siano due parti dello stesso libro, perché l’opera avrebbe perso molto di unitarietà. Inoltre, le ripetizioni, già abbondantissime nella prima parte, nella seconda sembrano aumentare, ma erano giustificate dal rivolgersi a lettori che magari non avessero letto il primo romanzo o l’avessero fatto parecchio tempo prima. Del resto il sequel esce parecchi anni dopo il romanzo originale e si può capire un’impostazione diversa.

In conclusione, se avete voglia di una lettura leggera, un po’ vintage, piena di avventure, ma parecchio ingenua, “I sovrani delle stelle” fa per voi e per qualche ora di relax. Se cercate fantascienza che faccia ragionare e riflettere, guardate altrove.

Se cercate della “space opera” che non sia solo avventura, leggete “Miliardi di tappeti di capelli”, il ciclo di “Hyperion” di Dan Simmons, “Le insidie di Tschai” di Jack Vance e, ovviamente, il ciclo “Fondazione” di Isaac Asimov.

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GLI ANNI DEI NOSTRI SOGNI VIOLENTI E APPASSIONATI

Crescevano sogniHo incontrato un paio di volte Stefano Carlo Vecoli, ma non saprei dire quanti anni abbia. Credo qualcuno più di me, che sono nato nel 1964. Certo Vecoli non è Giulio.

Giulio è il protagonista di “Crescevano sogni”, romanzo scritto, appunto, da Stefano Carlo Vecoli.

Perché m’interrogo sulla sua età? Perché “Crescevano sogni” ha un forte sapore autobiografico, perché le sue pagine raccontano di una gioventù che somiglia se non alla mia a quella di tanti che avevano la mia età. Se questa comunanza tra il protagonista Giulio e l’autore Stefano Carlo è reale, allora Vecoli deve davvero avere qualche anno più di me, perché vive il 1968 (e gli anni successivi) da liceale, mentre io li ho vissuti da bambino delle scuole elementari. Giulio, del Sessantotto ha vissuto i sogni, io, arrivato più tardi, le disillusioni. Ho fatto il liceo negli “anni di piombo”, poco dopo il 1977, quando le ideologie stavano degenerando in violenza e terrorismo.

Eppure in queste pagine sento atmosfere che non erano poi tanto diverse da quelle dei tempi del mio liceo: le assemblee scolastiche, le occupazioni, le manifestazioni. Vecoli non parla di scioperi, ma io ricordo anche quelli e penso ci fossero anche ai tempi di Giulio.

Crescevano sogni” è insomma un romanzo che a noi nati negli anni ‘50  e ’60 fa rivivere un mondo e un’atmosfera che ormai sembrano lontanissimi.

I nostri mondi si somigliavano nonostante questi anni a separarci, nonostante io vivessi più nel riflusso, nell’edonismo reaganiano (come lo chiamava l’opinionista Agostino), nonostante lui vivesse in Toscana, in Versilia (coordinate non meglio precisate – eppure la Versilia è lunga) e io a Roma, nella tumultuosa capitale, nei luoghi del rapimento di Moro, nei luoghi di tanti attentati. Lui, però, viveva in un contesto dove la sinistra prevaleva e “non si lasciava parlare i fascisti”. Io, invece, mi sono trovato in un liceo dominato dalla destra più estrema (Terza Posizione e altro) quando, in un periodo in cui il MSI aveva a stento il 5%, i Rappresentanti di Istituto di destra erano oltre il 50% e a parlare erano solo loro. Fu un successo quando, con una lista mista, arrivammo a ottenere la metà dei seggi, lasciando alla destra solo un quarto.

Riconosco, però, le battaglie di Giulio, la sua sorpresa e disillusione quando l’amico di sempre, Cesare, passa con i “fasci”.

Riconosco il linguaggio “politichese” di quegli anni, che Vecoli rende con perizia e precisione.

Riconosco i rapporti “difficili” con l’altro sesso, in un’epoca che non aveva certo la sfrontatezza attuale.

Riconosco le amicizie, i gruppi, i cineforum, i modi di passare il tempo così diversi da quelli dei nostri figli.

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Stefano Carlo Vecoli

Riconosco i sogni di cambiare il mondo (anche se c’era poco accordo su come farlo).

Riconosco, soprattutto, la violenza che quei sogni cercava di fermare o che sembrava uno strumento per realizzarli, perché, nel mio tempo, era questa violenza a caratterizzare ogni cosa. Il terrorismo di oggi, mi pare poca cosa rispetto a quello di allora, quando i terroristi erano quelli della porta accanto, non stranieri, non persone di altre religioni, ma i nostri stessi compagni di scuola. Senza bisogno di conoscere i veri terroristi, chi non conosceva però qualcuno che simpatizzasse per le Brigate Rosse, per i NAR o per Ordine Nuovo, anche se magari solo a parole?

Erano anni in cui i ragazzi credevano con tutto il cuore nella politica ma anche anni in cui per la politica ci si picchiava selvaggiamente. Erano anni in cui spesso si restava a casa per qualche allarme bomba, in cui si aveva paura ad andare in luoghi frequentati, teatro di attentati, in cui a volte trovavamo la scuola bloccata con delle catene, o scoprivamo che la notte era entrato qualcuno per bruciarla.

Gli anni dal 1969 in poi di cui parla Vecoli, sono anni meno violenti di questi, eppure anche lì, in quella Versilia che oggi per me vuol dire vacanze al mare, i ragazzi arrivavano a gesti di una violenza esagerata se non estrema e anche di questa ci parla questo romanzo. Un romanzo che parla del nostro passato. Un passato così irriconoscibile per i giovani di oggi che penso che non potranno che leggerlo come un romanzo storico, un’avventura in un Paese immaginario. Eppure quello che con passione e partecipazione descrive Vecoli era proprio il nostro, era proprio l’Italia, l’Italia della nostra ormai lontana gioventù.

Crescevano sogni” è un libro che dovrebbero leggere anche i liceali di oggi, per provare a capire, almeno un po’, da dove è arrivato il mondo in cui vivono.

Un libro che gli adulti di oggi potranno leggere per riscoprire un passato che ci stiamo dimenticando, mentre l’Italia sembra tornare indietro a tempi persino più antichi.
Un libro di cui mi verrebbe quasi voglia di scrivere la mia versione, parallela ma diversa.

 

IL CALEIDOSCOPIO BOLOGNESE

MandalaConoscevo Massimo Bernardi come fotografo, avendo collaborato alla gallery novel “Il Settimo Plenilunio” da me curata. Ho, dunque, affrontato con curiosità questa sua prova in un campo alquanto diverso quale la scrittura, con il romanzo surreale “Mandala”. Il sottotitolo suona “Il romanzo che il vento soffia via” e credo che sia piuttosto esplicativo dell’approccio narrativo seguito, che un succedersi caleidoscopico di immagini, di situazioni, di citazioni che sfumano l’una nell’altra. Non per nulla il mandala del titolo è un disegno composto di figure geometriche sovrapposte.

Ho scritto “citazioni”, perché Bernardi cita un po’ di tutto, dalle opere d’arte alla letteratura, al cinema, alla cultura pop, alle pubblicità, alla televisione e anche i luoghi che qui compaiono sono quasi essi stessi delle citazioni. Forse il tocco del fotografo si sente proprio in questo, in un vorticoso succedersi di scatti da diverse angolature.

Il carattere surreale scivola con leggerezza dal tono della fiaba, al paranormale al fantascientifico.

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Massimo Bernardi

Dietro a tutto c’è la vita reale, c’è l’Italia, c’è Bologna. E dentro ci sono alcuni personaggi, dal protagonista Dario, che vive questo sogno irreale, a una misteriosa ragazza sosia di Iréne Jacob, agli amici di Dario.

E in questo caleidoscopio viene frullato anche il tempo. Ritroviamo così anche Dario bambino. Non per nulla si parla talora di psicologia e troviamo Dario sul famoso lettino terapeutico.

Ne esce fuori un romanzo originale e vivace, che scompone le regole della narrazione in chiave onirica, se non allucinatoria.

 

 

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