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LA VANITÀ DEL MONDO

Risultati immagini per la fiera della vanità NewtonLa trama de “La Fiera delle Vanità” (Vanity Fair: A novel without a Hero) di William Makepeace Thackeray potrebbe forse essere riassunta come una delle più banali e coinvolgenti per una storia d’amore, con una fanciulla che si innamora di un giovanotto, lo sposa nonostante l’ostilità della famiglia, rimane incinta, lui muore, l’amico di lui, da sempre innamorato di lei la corteggia ma lei resiste per diciotto anni, forte dell’amore per l’amico scomparso. Quando ormai il corteggiatore sta per cedere, un’amica le rivela cose che non avrebbe voluto sapere del marito defunto, piegandone finalmente la resistenza.

Questa “vana” trama che ruota attorno ad Amelia Sedley, affiancata da altre che riterrei minori (come le vicende dell’arrivista Rebecca Sharp, pronta a tutto per conquistarsi un posto in società), serve, però, a questo autore classico della letteratura inglese del XIX secolo come base per descrivere un mondo di vanità, “La Fiera delle Vanità” del titolo, qual’era la civiltà inglese ai tempi della caduta di Napoleone Bonaparte e delle guerre con la Francia, una fiera che anticipa molti aspetti della nostra attuale decadenza, un mondo fatto di complessi rapporti e liti familiari, di delicati e intricati rapporti sociali, di guerre, di feste, di mondanità.

Oggi tutto ciò si legge soprattutto come un documento di come fosse il mondo allora, di come vivessero gli inglesi in quell’inizio di XIX secolo, ormai ben duecento anni fa. Interessante per me cercare di capire il valore della sterlina allora assai maggiore di adesso, scoprire come gli avanzamenti di grado nell’esercito venissero normalmente acquistati in denaro e in nessun modo questo suonasse come una forma di corruzione, ma somigliasse un po’ al sistema con cui oggi acquista una licenza un tassista, un negoziante o un gondoliere. Suonandomi ben strana la pratica, mi viene dunque oggi da riflettere su quanto siano realmente “giuste” le analoghe pratiche moderne appena citate.

Come dice il titolo inglese (Vanity Fair: A novel without a Hero) – e come viene detto all’interno dell’opera –  visto che questo è un romanzo senza un eroe, lasciate che abbia almeno un’eroina, ma Amelia ha ben poco di eroico, è piuttosto una vittima della società, della mondanità e della propria ingenuità. Questa appare dunque, come certo desiderato dall’autore, come un’opera senza eroi, ma se non ci sono, difficilmente può esserci avventura e senza siamo nel grigiore della quotidianità, seppure imbellettata dall’ambientazione storica e dal perfido contesto mondano. Questo, penso, sia una delle cose che mi ha reso più pesanti la lettura.

L’epoca narrata è antecedente a quella dell’autore, seppure non di molto, e questo lo porta a descrivere quegli anni come un’epoca già diversa dalla sua. “La Fiera delle Vanità”) uscì, infatti, a puntate mensili tra il 1847 e il 1848 e, poi, unitariamente, alla fine di tale anno.

La novità per quell’epoca pare fosse avere una protagonista non più tutta virtù o vizio e il descrivere una nuda realtà quotidiana in cui vale più il buon senso che un vacuo sentimentalismo.

Il romanzo non si può definire prolisso (dato che è vivace e ricco di scenette) come mi sono parse altre opere ottocentesche, ma le 662 pagine dell’edizione Newton Compton mi sono parse davvero tante, anzi decisamente troppe, soprattutto per una trama come quella descritta all’inizio che riscuote in me un interesse quasi nullo. Ho letto opere assai più lunghe, magari divise nei numerosi volumi di una saga, ma parlare delle vanità del mondo e degli amori di una ragazzetta scialba per così tanto, francamente mi ha un po’ stancato e devo dire di aver tratto un sospiro di sollievo quando sono finalmente arrivato all’ultima pagina.

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William Makepeace Thackeray (Calcutta, 18 luglio 1811 – Londra, 24 dicembre 1863) è stato uno scrittore inglese, noto soprattutto per le sue opere satiriche, in particolare La fiera delle vanità. È pure noto per essere l’autore del romanzo Le memorie di Barry Lyndon, da cui è stato tratto il film Barry Lyndon di Stanley Kubrick.

La lunghezza di quest’opera, tra l’altro, mi ha portato a fare qualcosa che non avevo mai fatto prima in vita mia: abbandonare la versione cartacea e passare all’e-book.

Mantengo, infatti, normalmente, in lettura almeno un libro su carta e uno in formato elettronico, dato che quelli in e-book li posso leggere in T.T.S. e quindi in circostanze ben diverse dai cartacei (mentre guido, cammino, sono in palestra, cucino…). Il tempo per leggere su carta per me si è ridotto ogni anno di più, dunque la percentuale di libri letti, anzi ascoltati, con Text To Speech, sono ormai divenuti ampia maggioranza. Rendendomi, dunque, conto di non riuscire a progredire molto nella lettura dell’opera di Thackeray, ho deciso di lasciare il cartaceo e riprendere la lettura in e-book, riuscendo così a completarlo. Se non l’avessi fatto, me lo sarei trovato in attesa di essere finito forse ancora quest’estate. Le sue dimensioni fisiche, tra l’altro, mi rendevano anche scomodo portarmelo dietro in quelle occasioni in cui spesso leggo su carta, come in fila in qualche ufficio, pratica peraltro che mi capita sempre meno da quando moltissime attività che un tempo richiedevano uno spostamento di persona si possono fare on-line.

Insomma, questo libro segna una nuova tappa del mio abbandono di quel supporto desueto che è la carta. Fenomeno questo che mi sorprende per la sua rapidità, se penso che il primo libro che lessi in elettronico fu “L’eleganza del riccio”, nell’agosto del 2010 (lo feci al PC, non avendo ancora un e-reader). Trascorse poi un anno, fino al settembre 2011, prima che mi decidessi ad acquistare il primo e-reader, di cui apprezzai da subito la possibilità di leggere in T.T.S. Nel 2012 gli e-book erano 43 su 64 letture. Insomma, in meno di sette anni, sto ormai quasi per rinunciare alla lettura su carta, se non fosse che ho ancora tanti cartacei da leggere. Se dovessi riservare anche a questi volumi l’approccio seguito con “La Fiera della Vanità” o addirittura iniziarli direttamente in elettronico, penso che finirò per abbandonare del tutto la carta.

 

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LA CADUTA DELL’ULTIMO TITANO

Risultati immagini per la caduta di iperione keatsDopo aver letto “Hyperion” di Dan Simmons, un romanzo ispirato a John Keats e al suo Iperione e in cui Keats viene definito il più puro dei poeti, non ho potuto resistere un istante prima di leggere qualcosa di questo poeta ottocentesco. In un passato non troppo remoto, sulla scia della visione del film “Bright Star” avevo letto la raccolta “Poesie”, che non mi aveva entusiasmato quanto il film biografico faceva sperare.

Anche le lodi sperticate che Dan Simmons fa del poeta inglese, mi hanno preparato a qualcosa di meglio di quello che ho letto.

Dalla biografia di Keats ho visto che aveva pubblicato due opere con un titolo che faceva riferimento a Iperione: “Iperione” (1818) e “La caduta di Iperione” (1819), gli stessi titoli dei primi due romanzi del ciclo de “I Canti di Hyperion” di Simmons. A differenza dell’autore di fantascienza, però, a quanto mi pare di capire, Keats non ha scritto due opere di cui una sia il seguito dell’altra, ma con “La caduta di Iperione” ha voluto riscrivere “Iperione”, depurandolo delle parti troppo influenzate dalla poetica di Milton. Non sono ancora riuscito a trovare “Iperione”, ma ho letto “La caduta di Iperione”, opera incompleta (come la prima) che si ferma ai primi due capitoli e che vorrebbe narrare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i Titani, e i nuovi Dei d’ambros

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John Keats

ia dell’Olimpo, mostrando la resistenza dell’ultimo Titano, Iperione, che in cielo assiste alla caduta dei suoi fratelli sulla Terra e che sarà infine sostituito da Apollo.

Di quest’opera si apprezza la potenza narrativa, la capacità di descrivere in versi una storia, la capacità di evocare uno scontro epico, ma anche di mostrare lo sgomento del poeta che si confronta nella sua umanità con la grandezza della violenza divina. Peraltro, la sua incompletezza impedisce di appassionarsi e lasciarsi trascinare dal fiume delle parole, che subito precipita in una cascata di cui non si vede il fondo.

LA FOLLIA AI TEMPI DI SHAKESPEARE

A scuola studiavo francese, quindi, non ho affrontato uno studio sistematico della letteratura inglese. Ho, dunque, approfittato di un volume che avevo in casa, “La recita della follia” di Vanna Gentili (sottotitolo “Funzioni dell’insania nel teatro dell’età di Shakespeare”) per rimediare almeno in parte a questa mia debolezza culturale. Il tema della pazzia, del resto, mi incuriosisce sempre.

Leggendo il sottotitolo pensavo di trovare maggiori riferimenti al bardo, ma accanto all’autore di “Amleto”, vi si esaminano vari altri autori, da Ford, a Chapman, a Marston, a Webster, a Jonson, a Middleston, a Fletcher, a Lupton, a Naogeorgus, a Murner, a Drummond, a Davies, a Marlowe, a Touchstone a vari altri di cui l’autrice da per scontata la conoscenza, senza la quale la lettura presenta discreti limiti.

La follia viene esplorata nei suoi vari aspetti, dalla melanconia alla follia contraffatta, alla furia.

Lettura interessante, ma da tecnici della letteratura.

William Shakespeare

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