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QUATTRO ROMANZI MESCOLATI

Le pietre della lunaCon “Le pietre della luna” (1997) Marco Buticchi  (La Spezia, 2 maggio 1957) scrive assieme più romanzi, i cui capitoli si alternano, legati da ben poco a parte la presenza di alcune statuette del paese di Luna che ricompaiono nelle varie storie.

La trama principale riguarda un antico romano, il legionario Giuno, originario di Luna (colonia romana in Liguria fondata nel 177 a.c. alle foci del fiume Magra), che affronta una gran quantità di avventure, con alti e bassi che lo portano a essere più volte imprigionato, costretto a diventare gladiatore (questa parte ha ispirato il celebre film di Ridley Scott “Il gladiatore”), fino a diventare tribuno e poi senatore di Roma. Le pietre appartengono alla sua famiglia e gli sono sottratte quando è accusato ingiustamente di aver rubato il bottino di guerra di Roma, un ingente tesoro.

Giuno scrive la sua storia che è ritrovata, riletta e reinterpretata in epoca moderna in un’altra vicenda che si alterna alla principale.

Altra storia è quella ambientata nel diciassettesimo secolo che narra di due galeoni spagnoli che trasportano un grande tesoro (tema ricorrente nel volume). A bordo c’è un discendente di Giuno, il frate Pietro Di Marzio che ha ricopiato la storia di Giuno e che ha, ovviamente, con sé le famose statuette.

Marco Buticchi

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Buticchi immagina, quasi ucronicamente, che Hitler riesca a fuggire in America, sfuggendo alla morte e che i suoi beni (terzo tesoro) siano trasportati da un sommergibile che però affonda, portando con sé le fantomatiche pietre di Luna.

Nel 1995 viene recuperato dagli americani il sommergibile e si scopre che un asteroide sta per colpire e distruggere la Terra. Sarà un discendente di Giuno e frate Pietro a guidare lo shuttle che distruggerà il meteorite, ovviamente portando a bordo le pietre di Luna.

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Statuetta votiva di Selene

Questo in breve. Insomma, un romanzo storico d’avventura, che si tinge di mistero e che arriva a trasformarsi in fantascienza, con accenni di ucronia, muovendosi in quasi due millenni di storia.

La vicenda più affascinante è certo quella di Giuno, ma anche le altre appassionano e scorrono piacevolmente, sebbene qualche perplessità mi lasci la parte fantascientifica (e si badi che amo il genere e le commistioni tra storia e fantascienza) che sembra troppo scollata dal resto.

Non mi è chiaro, però, per quale motivo Buticchi non abbia scritto invece quattro romanzi o una raccolta di quattro racconti. In questo modo la storia appare più complessa e articolata che se le singole parti fossero rimaste tali e quindi a qualcuno il romanzo potrà forse parere più “ganzo”, ma personalmente avrei preferito leggerle come opere autonome, dato che il collegamento mi è parso un po’ debole, ma Buticchi è autore affermato e di successo ed evidentemente questo modo di scrivere riceve i dovuti apprezzamenti. La storica e restauratrice Sara Terracini e l’agente segreto Oswald Breil sono protagonisti di una dozzina di libri, compreso questo romanzo, anche se, almeno ne “Le pietre della Luna” hanno ruoli secondari, rispetto per esempio a Giuno e ai suoi discendenti.

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Russell Crowe ne “Il gladiatore” di Ridley Scott

ER PAPA A ZAGAROLO!

Roma senza papa - Guido Morselli - ebookRoma senza papa” è un romanzo ucronico del 1966 (ma pubblicato nel 1974) scritto da Guido Morselli. È, dunque, di poco successivo a quella che forse è l’ucronia più nota, “La svastica sul sole” (1962) di Philip K. Dick, ma antecedente a gran parte della produzione letteraria di questo genere. Si tratta, direi, di un importante esempio di ucronia italiana (sia per ambientazione, sia per autore).

Va detto, però, che l’aspetto narrativo è qui alquanto sacrificato a favore di numerose (ma interessanti) riflessioni teologiche, filosofiche e sociali. Nella sostanza è un libro dalla trama povera e con ben poca azione, per non dire componenti avventurose.

L’idea ucronica è che il Papa si sia trasferito dal Vaticano nei palazzi lateranensi e poi da lì in una cittadina a una trentina di chilometri da Roma, che per varie pagine non si riesce bene a identificare. Si scopre poi, verso la fine, che si tratta nientemeno che di Zagarolo! L’autore stesso nota quanto questa scelta del pontefice irlandese (assunto al soglio di Pietro con il nome di Giovanni XXIV alla morte di Paolo VI) possa apparire incongrua e offensiva ai romani.

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Guido Morselli

Ricordo che quando, da ragazzino (vivevo a Roma), si doveva dire di un posto triste e squallido si citava Zagarolo, pur non avendo la minima idea di come e dove fosse questa cittadina laziale. Dire “e che sei de’ Zagarolo” equivaleva a dare del “burino” al nostro interlocutore. Nel contempo sembrava un posto “lontano”, nonostante il suo essere a pochi chilometri.

Un papa a Zagarolo appare dunque come un’incongruenza allo sguardo dei romani.

Morselli ci racconta di come Roma viva questa sua “vedovanza” dal pontificato, per quanto la “fuga” papale non appaia certo un’Avignone (si prospetta però un possibile papato “vagante”, che magari, incredibile dictu, potrebbe persino spostarsi fuori del Lazio!).

Roma senza papa” ci mostra una Chiesa cambiata non solo logisticamente. Il celibato dei preti è stato ammesso. Il papa ha una fidanzata buddista e Carolyn Kennedy, secondo i tabloid, gli fa il filo! Il protagonista è un prete svizzero (cattolico) sposato.

Nel trasloco dal Vaticano ci sono anche pulsioni verso un maggior ascetismo (o più concretamente l’esigenza di avere una dimora meno costosa).

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Giovanni XXIII

Il volume è occasione per riflettere sull’anima (l’hanno solo gli uomini o anche le donne e gli animali? – c’è chi vorrebbe negarla alle prime e chi concederla ai secondi), sull’operato dei papi precedenti (Giovanni XXIII e Paolo VI), sul futuro del papato e della Chiesa, sul “carattere” di Dio (non è prete e neppure frate, si dice), su, sull’infallibilità papale, sulla possibilità di avere un papato a tempo (con papi più giovani), sulla verginità di Maria (nonostante abbia avuto molti figli oltre Gesù), sulla sofferenza degli animali anche prima del peccato originale (non è con esso che nasce la sofferenza?), sulle ripercussioni economiche del trasferimento su Roma e Zagarolo, sui rapporti con i partiti politici.

Ritroviamo un papato più spirituale, eppure che non rinuncia alle proprie prerogative temporali, al punto da dire la sua nella ripartizione della Luna tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Ogni tanto compare qualche personaggio famoso, in ruoli nuovi, come Fanfani presidente della Repubblica Italiana.

Casualmente anche nel racconto che ho letto subito prima di questo (“Piano divino” dell’italiano Kremo), s’immagina un papa di nome Giovanni XXIV (Morselli disquisisce anche sul perché della scelta di questo nome), eppure di papi da allora ne abbiamo avuti più d’uno ma nessuno ha preso questo nome! Entrambe le opere si potrebbero definire, oltre che ucronie, fantareligione. In questo caso, non si varia l’oggetto della religione ma il suo culto. Certo non si raggiunge la fantasia creatrice di Dan Simmons, che nei suoi “Canti di Hyperion” arriva a immaginare una Galassia dominata dalla Chiesa Cattolica. In “Roma senza papa” ritroviamo un papato più spirituale, eppure che non rinuncia alle proprie prerogative temporali, al punto da dire la sua nella ripartizione della Luna tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Siamo negli anni ’90, direi alla fine del millennio, ma non abbiamo date precise.

Roma senza papa” ha forse tra i suoi precedenti illustri l’ucronia-distopica del 1907 “Il padrone del mondo” di Robert Hugh Benson, che racconta di un mondo futuro (siamo nel duemila) governato da tre grandi potenze a carattere socialista e massonico, in cui i cattolici, ai margini della società, vengono sottoposti a persecuzione. La città di Roma ha ottenuto l’indipendenza dall’Italia ed è retta dal Papa. Nei quartieri interni vicino al Vaticano è suddivisa in quattro aree in base all’origine geografica della popolazione e ai loro gusti in termini di fruizione del cattolicesimo (l’area latina, per esempio, ha chiese barocche, mentre l’area germanica ha chiese di gusto gotico).

La fantascienza ha trattato in varie occasioni il papato. Ricorderei qui, oltre ai notevolissimi e già citati “Canti di Hyperion”:

  • “Buone notizie dal Vaticano” (1979) di Robert Silveberg, sull’elezione di un robot con il nome di Sisto VII;
  • “Il papa definitivo” (1981) di Clifford Simak, in cui il papa è un super-computer.
  • “L’uomo venuto dal Kremlino nei panni di Pietro” (1963) di Morris West, che immagina un papa russo;
  • “Il dilemma di Benedetto XVI” (1978) di Herbie Brennan, che parla di una sordida storia in Vaticano;
  • Un cantico per Leibowitz” (1959) di Walter M. Miller Jr., che immagina una Chiesa sopravvissuta a una sorta di apocalisse.

 

Guido Morselli (Bologna, 15 agosto 1912 – Gavirate, 31 luglio 1973) ha scritto anche il romanzo ucronico “Contro-passato prossimo” (1975), nel quale immagina che la prima guerra mondiale sia stata vinta dagli imperi centrali. Come “Roma senza papa” e tutti gli altri scritti di questo autore, fu pubblicato postumo, in quanto in vita le sue opere furono sempre respinte dagli editori, cosa che lo portò al suicidio.

 

VITA E MORTE DI ARTISTA FIORENTINO AI TEMPI DEL RINASCIMENTO

Il tormento e l’estasi” è senz’altro un bel titolo ed è anche grazie a esso che ho deciso di leggere questa biografia romanzata di Michelangelo Buonarroti scritta da Irving Stone. Eppure, per quanto sia un titolo suggestivo, mentre leggevo, più volte mi sono chiesto come si chiamasse libro, dato che proprio non mi restava in mente. Tormento ed estasi sono, infatti, termini troppo generici e, nel cercare di ricordare, si tende a sostituirli facilmente con loro sinonimi o addirittura con altre coppie di parole che ci sembra possibile attribuire a Michelangelo.

Oltretutto, difficilmente avrei pensato a due parole simili per descrivere l’opera dell’artista fiorentino. Era tormentato? Forse più da problemi materiali che non dello spirito e comunque, direi, non più di altri artisti. Il tormento mi pare un’idea che riguarda più che altro artisti romantici o successivi, a meno che non si voglia definire “tormento” l’ossessione di Michelangelo per la scultura, descritta da Stone. Michelangelo dipingeva e scolpiva soggetti religiosi ma non è l’estasi al centro della sua opera, bensì l’uomo, con la sua materialità, vera riscoperta dell’umanesimo e del rinascimento. L’estasi mi pare un concetto che meglio si adatta a opere e personaggi di quel Medioevo che uomini come Michelangelo stavano appunto contribuendo a seppellire.

Insomma, un titolo evocativo ma sostanzialmente sbagliato, a mio sentire, che poco

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Irving Stone

descrive il personaggio e il romanzo.

Quanto alla biografia, per quel poco che posso sapere e ricordare di Michelangelo, mi è parsa piuttosto corretta, a parte alcune note di “costume” che, da fiorentino acquisito quale sono, poco mi hanno convinto. Una tra tutte, per la quale chiedo conforto culturale a chi può. Conosco la frase “meglio un pisano all’uscio che un morto in casa” come espressione livornese, spesso ripresa dai fiorentini, ma non mi pare sia usata con riferimento a Roma. Sbaglio? Lo era ai tempi del Buonarroti?

 

Pietà di Michelangelo Buonarroti

Una biografia deve essere creativa? Certo qualcuno sosterrà di no, che deve cercare di descrivere al meglio il personaggio scelto, il suo tempo e il suo mondo. Se fosse solo una biografia, la risposta potrebbe essere negativa. Se però parliamo di biografia romanzata, mi aspetto un certo contributo creativo da parte dell’autore. Ho, per esempio, appena finito di leggere l’Iliade riscritta da Manfredi, che la descrive con lo sguardo di Ulisse. Questo è il tipo di creatività cui penso. Saper dare una visione nuova a una storia antica e nota. A volte basta poco, anche solo alzare di un tanto l’angolo della visuale tradizionale. Stone mi pare che poco inventi da questo punto di vista. Scrive bene, delinea bene i personaggi, ma non aggiunge molto alla Storia, alla vita dei suoi personaggi.

Peccato, perché quello che ha scritto è un romanzo, ne ha tutte le caratteristiche, ed è anche un buon libro, e con un pizzico di originalità in più sarebbe potuto diventare qualcosa di più di una biografia.

 

 

Tondo Doni – Michelangelo Buonarroti

COME NON SCRIVERE UN’UCRONIA

Sebbene sia possibile scrivere ucronie con riferimento a qualsiasi periodo storico e a qualunque divergenza temporale, due temi sembrano particolarmente amati dagli autori: cosa sarebbe successo se il nazismo e/o il fascismo non avessero fallito e come sarebbe il mondo se l’impero romano non fosse caduto.

Tra le opere che tentano di rispondere al secondo quesito viene citato spesso “Romanitas” dell’autrice inglese Sophia McDougall (2005), il primo volume di una trilogia.

Il romanzo è ambientato nell’anno 2757 dalla fondazione di Roma (2003 d.c., essendo Roma stata fondata nel 753 a.c.) e immagina che, ancora ai giorni nostri, l’impero romano non si sia mai estinto e domini ancora su gran parte del mondo, Americhe comprese.

Non è chiaro in quale periodo l’autrice abbia posto la divergenza ucronica, il momento cioè in cui la storia da lei narrata si distacca dalla Storia reale. Per scrivere un’ucronia è bene aver chiaro quando si entra in un tempo di fantasia. In ogni caso, considerato che l’Impero Romano d’Occidente cadde nel 476 d.c., dovremmo immaginare quantomeno oltre un millennio e mezzo di storia reinventata e l’autrice ce ne fa un sunto a fine volume. Quante cose succedono in 15 secoli? Innumerevoli. Quante cose possono succedere allo stesso modo in cui sono realmente successe se mutiamo una premessa fondamentale come l’esistenza di un impero mondiale nell’arco tutto tale periodo? Riterrei ben poche, anche se ci sono ucronici deterministi che ritengono che la Storia tenda sempre a riprendere il suo corso. Personalmente disapprovo questa visione: ogni minima variazione muta gli eventi in modo radicale. È il famoso “effetto farfalla”, quello secondo cui il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano nell’altro emisfero, concetto citato e che dà il titolo anche a un bel film del 2004 diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber (“The butterfly effect”). Se quella farfalla non batte le ali, la Storia è mutata irrimediabilmente. Quello che avviene in alcune opere di fantascienza, per esempio il celebre “Ritorno al futuro” dove qualcuno muta il proprio passato, impedendo la propria nascita, ma poi rimette le cose a posto, non ritengo abbia alcun senso.

Come possiamo immaginare un mondo trasformato da 1.500 anni di storia alternativa? Secondo me dovrebbe essere un mondo diversissimo e le differenze non possono certo limitarsi a quelle della premessa, cioè all’esistenza di un impero, di un imperatore, di una lingua comune (ancora il latino? Le lingue non evolvono?), di un esercito formato da centurioni e alla diffusione del sesterzio come valuta, eppure è questo che l’autrice immagina, con uno sforzo di fantasia davvero modesto. Certo, McDougall si inventa tre o quattro neologismi per descrivere oggetti comuni, per esempio parla di longdictor per indicare il telefono, di longvision per la televisione e di spiroali per gli elicotteri, ma tanto valeva che avesse lasciato loro i nomi originali, dato che avevano già origini greco-latine e quindi plausibili. Quello che non si capisce è come questi possano esistere in un mondo divergente. Come possiamo immaginare la rivoluzione industriale senza l’impero inglese? Accanto a longvision e longdictor poi troviamo tutto l’apparato tecnologico, sociale e organizzativo moderno: automobili, autostrade, fotografie, telecomandi, cassaforti, autisti, barche da diporto, valige, motovedette, fucili, motori vari, infermiere, processi e prigioni.

Come autore ucronico trovo tutto ciò semplicemente irritante. Pur non potendo negare che “Romanitas” sia un’ucronia, dato che ci mostra un mondo che ha cambiato strada e pur ammettendo che l’avventura raccontata sia abbastanza piacevole e a tratti persino avvincente, mi disturba pensare che l’occasione di creare un mondo alternativo sia stata sprecata in modo così squallido. La storia narrata poteva essere inserita tranquillamente in un contesto non allostorico. L’erede al trono poteva ben essere l’erede al trono di un mondo fantasy qualunque o di un regno europeo reale o immaginario e l’opera c’avrebbe guadagnato in credibilità e soprattutto non avrebbe prestato un tale pessimo servizio alla causa dell’ucronia, genere letterario dagli enormi potenziali ma ancora così poco trattato. Scrivere ucronie con tanta leggerezza può solo servire a non dare dignità al genere e sembra solo un espediente per rendere più interessante la storia.

Sophia McDougall

Molto meglio allora leggere “Roma eterna” (2004) di Robert Silverberg, che, sebbene non inventi un mondo del tutto originale, almeno ci lascia in un impero che è tutto sommato mutato poco. Mi pare, insomma, più plausibile che la permanenza di un impero porti a un rallentamento dei mutamenti, che non che lasci che tutto scorra come se la sua esistenza sia indifferente per la Storia.

Sicuramente più interessante è una delle più antiche ucronie, quella scritta nientemeno che da Tito livio (“Libro Nono ab Urbe Condita”) che fa scontrare i Romani con Alessandro Magno.

Più fantasioso parrebbe anche “Basil Argyros” di Harry Turtledove con l’impero bizantino che non cade e Maometto convertito al cristianesimo e più realistico “Imperium Solis” (2009) di Mario Farneti sull’Imperatore Giuliano.

Mi chiedo poi, che bisogno ci fosse di dotare la giovane Una di poteri telepatici. Possiamo immaginare che dopo tanti secoli sia avvenuto qualcosa che favorisce lo sviluppo nella popolazione di un simile potere, questo farebbe spostare la storia nei campi del paranormale se non del fantascientifico ma in letteratura tutto è possibile, basta giustificarlo adeguatamente.

I poteri di Una, invece, non trovano alcuna motivazione storica, si tratta solo di una contaminazione tra ucronia e paranormale, ma del tutto immotivata anche, direi, dal punto di vista narrativo. Le capacità della ragazza aiutano il gruppetto che difende il principe ereditario ad affrontare meglio alcune difficoltà, ma sembra una sorta di deus-ex-machina ripetuto.

Non ho nulla contro la contaminazione di generi e io stesso (come autori più importanti quali Turtledove) mescolo ucronia e fantascienza, ma credo che gli elementi fantastici dovrebbero trovare la loro ragione nello sviluppo storico alternativo.

Peccato, insomma, per questo romanzo, la cui idea di fondo era buona, sebbene non originalissima (l’impero romano sopravvissuto fino a oggi) e la cui trama è abbastanza articolata e gradevole: se solo l’autrice avesse saputo utilizzare meglio la propria fantasia, ne sarebbe potuto venir fuori un lavoro interessante.

 

Cinquale, 13/08/2014

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