Posts Tagged ‘zombie’

Apocalissi fiorentine – Il ritorno degli inglesi – Incipit

Elaborazione grafica di Gabriele Boscherini

A Firenze c’è un’isola di morti in mezzo al traffico dei presunti vivi. Sono defunti la cui anima spesso è sopravvissuta ai corpi decomposti nelle opere lasciate ai posteri. Magari non poeti immortali, ma comunque gente che ha lasciato il suo segno sulla carta e nella Storia.

L’isola dei morti, unico riparo per i defunti dal folle logorio della vita moderna e dai fumi pestilenziali del traffico cittadino, si trova in Piazza Donatello, su una collinetta recintata e ombreggiata da alcuni cipressi, ed è nota come Cimitero degli Inglesi. La piazza è una di quelle che interrompono il flusso costante di auto dei Viali di Circonvallazione, voluti e realizzati dall’architetto Giuseppe Poggi, quando nel 1865 abbatté le mura della città e, in particolare, la vicina Porta a Pinti, nel suo progetto per trasformare Firenze nella capitale d’Italia, quale essa fu per un breve periodo, dal 1865 al 1871.

Il Cimitero degli Inglesi, questa piccola oasi a forma di collina, fu costruito per opera della Comunità Evangelica Riformata Svizzera fuori dalle mura, in quanto destinato a ospitare i corpi dei numerosi stranieri presenti a Firenze e non praticanti la religione cattolica. Vi era in quegli anni gotici nella città di Dante un discreto fervore intellettuale prevalentemente di matrice anglosassone. Altrove, dalle parti di Ginevra, nel 1816 Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori, diedero inizio alla letteratura gotica con i suoi vampiri, fantasmi, licantropi e morti viventi, ponendo i cimiteri al centro dell’attenzione letteraria per gran parte del secolo a venire e oltre. Forse qualcosa di quello spirito fu portato dagli inglesi sul territorio fiorentino e magari tra quelle lapidi in gran parte ottocentesche.

L’architetto Carlo Reishammer aveva disegnato il cimitero a pianta poligonale, ma questa fu poi mutata dal Poggi nell’ovale ben noto, circondato dai Viali. La costruzione fu avviata nel 1828.

 

Elizabeth si risvegliò al suo interno un martedì mattina. Era distesa tra sei colonnine candide e sopra di lei incombeva un ampio catafalco di pietra bianca.

Le colonnine non affondavano direttamente nel terreno, ma su una base di pietra, anch’essa sopraelevata. C’era in realtà ben poco spazio tra quelle colonnine, ed Elizabeth era stesa su un fianco, un po’ di traverso con la testa, i piedi e le mani che penzolavano nel vuoto.

Si districò da quella scomodissima posizione e scivolò in terra, dove si mise a sedere.

Purtroppo le gambe non le funzionavano, il che non la sorprese, dato che era invalida ormai da quasi trent’anni.

Non conosceva quel luogo, ma le era evidente che si trattasse di un cimitero. Il rumore rombante tutto intorno, però, le suonava alieno. Osservò la tomba contro cui era appoggiata e vi lesse con un sussulto il proprio nome.

“Elizabeth Barrett Browning”. Chi era sepolta lì era nata, proprio come lei, a Durham il 6 marzo 1806. Troppo strano perché fosse solo una coincidenza. Si trattava di una tomba, dunque non c’era di che stupirsi se recava anche il luogo e la data della morte: Firenze, 29 giugno 1861. Leggere la propria data di morte su una tomba è qualcosa che fa mancare il terreno sotto i piedi e, se le sue gambe non l’avessero abbandonata tanti anni prima e lei non fosse stata saldamente seduta in terra, certo ci sarebbe finita in quel momento.

Le bastò un attimo per riprendersi e convincersi che tutto ciò era assurdo. Lei era lì, ben viva, come al solito. Quello sembrava uno scherzo perverso di qualche amante delle storie gotiche. Chi poteva aver architettato una simile cattiveria nei confronti di una vecchia poetessa malata e solitaria come lei? Davvero, non le veniva in mente nessuno. Non aveva nemici e di certo nessun amico tanto balordo da macchinare una burla simile.

Provò a chiamare, ma le rispose solo quel rombo irregolare e alieno che proveniva oltre le tombe. L’aria era strana. Tossì. Non ne aveva mai respirata di così mefitica.

Elaborazione grafica di ELisa Calcinari

Per un istante le venne in mente l’inferno. Aria infernale! Questo respirava. Ma no. Non poteva essere. Lei era viva. Quello certo non era l’inferno. Non capiva, però, la situazione, e neppure quei rumori e quell’aria. Chiamò ancora; a quanto pareva nel cimitero non c’era nessuno e se c’era qualcuno fuori, con quel rombo irregolare ma costante non avrebbe certo potuto sentirla. Se non altro, non era notte. Risvegliarsi al buio in un simile posto l’avrebbe inquietata ancora di più.

Non era in grado di camminare, ma non aveva alcuna intenzione di restare lì. Era debole e malata ma ancora in grado di strisciare, spingendosi con le braccia. Raggiunse uno dei vialetti del cimitero e lo percorse trascinandosi come un animale ferito verso quella che pareva l’uscita. Per sua fortuna, il cimitero era piuttosto piccolo, per cui non le ci volle molto ad arrivare all’alto cancello.

La parte bassa era chiusa da una superficie unica di metallo. Per guardare fuori dovette issarsi fino alle sbarre della parte superiore.

Quello che vide oltre la lasciò pietrificata.

C’erano stranissime carrozze, interamente chiuse, che correvano senza cavalli. Dentro c’erano persone con abiti insoliti, per quel poco che riusciva a scorgere. Non s’intendeva di meccanica, ma aveva saputo dell’Hippomobile a gas, da poco realizzata da Étienne Lenoir, e che alcuni sostenevano la possibilità di costruire carri in grado di muoversi senza essere trainati, ma quelle… Quelle erano cose impensabili! Sembravano fatte di materiali mai visti, e poi erano così tante, così rumorose e puzzolenti! Sembravano loro la causa di quel tanfo mefitico. Quale essere umano avrebbe mai potuto volersi rinchiudere dentro quelle scatole mobili o riempirne una città? L’umanità non poteva essere così folle, pensò. Di nuovo le venne in mente l’inferno. Era lì! Era così? Aveva pensato di arrivare al cancello e chiamare aiuto, ma a quella vista non ne ebbe più il coraggio: che creature potevano mai essere quelle? Esseri demoniaci? Si fece scivolare di nuovo a terra, appoggiata alla lastra di metallo.

Lasciò allora che lo sguardo esplorasse l’interno. Le tombe nella loro familiarità le parevano quasi un rifugio da quel mondo ostile.

La confortò vedere che lungo il vialetto avanzava una figura stanca e spaesata. Di sicuro un vecchio.

L’uomo, che doveva avere circa novant’anni, la raggiunse lentamente e si presentò, parlando inglese.

«Sono Walter Savage Landor, di Warwick. Mi sono risvegliato ai piedi di una tomba laggiù,» indicò con il braccio, «che…» esitò, «beh, stranamente portava il mio nome e…» La osservò meglio, quindi, sussultando, esclamò: «Elizabeth! Elizabeth Browning? Come? Come può mai essere? Sei morta… cioè, mi scusi. Devo averla presa per un’altra persona, la poetessa Barrett Browning… ma certo, mi devo essere confuso, sa com’è… la mia età… oggi sono alquanto confuso… non capisco che cosa mi stia capitando e…»

«Walter!» replicò Elizabeth nel riconoscerlo e nel ritrovarlo ancor più vecchio di quanto lo ricordasse, «sono proprio io, sono Elizabeth, e anch’io mi sono svegliata ai piedi di una tomba con il mio nome.»

«Elizabeth!» la fissò con gli occhi sbarrati.  «Ma sono ormai cinque anni che tu… Passando ho visto la tua tomba. Ricordo quando Luigi Giovannozzi la realizzò su disegno di Frederic Leighton e tutte le volte che venni a deporvi io stesso dei fiori. Oh, Elizabeth! Vorrei fosse vero che tu sei ancora viva, ma no, non può esserlo di certo. Quante volte ti ho ricordata con il tuo povero Robert! E il tuo povero Pen, quanto ti ha pianto.»

«Pen! Come sta mio figlio?» chiese la donna, rendendosi all’improvviso conto che con quella domanda stava quasi avvalorando le parole del vecchio drammaturgo.

«Bene. Alla fine, si è ripreso dalla tua morte…» il vecchio s’interruppe. Non gli pareva delicato parlare a una persona della sua dipartita, ma la situazione era così strana. Dopo una breve esitazione, proseguì. «Era solo un bambino. Dodici anni, mi pare, quando te ne… andasti, ma Robert gli è sempre stato molto vicino.»

Era tutto così paradossale! Stentava a credere alle sue stesse parole. Il suo sguardo, a quel punto, si allargò oltre il cancello alle spalle della poetessa e anche lui vide le automobili, trasalendo.

«E quelle cosa sono?» chiese puntando il dito artritico.

«Era ciò che mi aveva sconvolto poco prima del tuo arrivo. E quest’aria? Come ti pare?»

«Infernale. Faccio fatica a respirare. Eppure, questo è il cimitero protestante vicino Porta a Pinti, lo riconosco, ma dove sono finite le mura di Firenze, che dovrebbero sorgere qua fuori? È come se il cimitero fosse stato trasportato altrove. Pazzesco!»

«Ehi, voi!» li apostrofò in italiano un tale, avvicinandosi dal vialetto interno. «Scusatemi, mi sono smarrito.»

Era un signore molto stempiato, sulla quarantina.

Elizabeth e Walter lo fissarono esterrefatti. La comunità inglese di metà XIX secolo a Firenze era importante ma non tanto grande, per cui gli inglesi si conoscevano quasi tutti tra di loro, in particolare se erano, come loro tre, dei letterati.

«Arthur!» esclamò Elizabeth.

«Arthur Hugh Clough!» esclamò Walter.

«Signor Landor! Elizabeth!» esclamò l’uomo a sua volta, passando all’inglese. «Elizabeth? Tu… Tu! Tu?»

«Io?» chiese Elizabeth, immaginando ormai la risposta.

«Io, cioè, non posso credere di essermi ingannato, ma tu… sei Elizabeth Barrett, la moglie di Robert Browning?»

«È forse la sola cosa di cui io sia ancora sicura, mio caro Arthur.»

«Ma io ricordo che alcuni mesi fa tu sei…»

«Morta?» completò Elizabeth.

«Non osavo dirlo, ma questo è il mio ricordo.»

«E anche il mio,» precisò Walter, «ma perché parli di pochi mesi, io ricordo che fu alcuni anni fa e che…» il vecchio trasalì. «E che pochi mesi dopo anche tu… anche tu, così giovane, così giovane come ti vedo, moristi! Se ne parlò tanto! Oh, Dio del Cielo, che cosa ci sta accadendo?»

 

(CONTINUA)

PPZ – QUANDO LA MISCELA DI GENERI CREA UN PICCOLO CAPOLAVORO

Di solito recensisco solo libri, ma questa settimana ho visto un film che non posso esimermi dal commentare e che comunque ha una doppia dote letteraria, nasce cioè da due libri, indirettamente, da “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen e, direttamente, da “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” di Seth Graham Smith.

PPZ – Pride+Prejudice+Zombie” è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro di Seth Graham Smith, che a sua volta, due secoli dopo, inserisce il romanzo del 1813 in un’Inghilterra ucronica in cui, da circa un secolo, un’epidemia ha trasformato gran parte della popolazione in zombie.

Il risultato non è una parodia del celebre romanzo inglese, ma un prodotto intelligente e innovativo, che mescola con eleganza e raffinatezza generi tra loro diversi, partendo dal romanzo sentimentale (se la trama non fosse quella di un classico della letteratura mondiale, vista l’ambientazione storica, potremmo parlare di romance), inserendoci un’ucronia, arriva a realizzare un romanzo gotico-avventuroso.

Seth Graham Smith

Sebbene l’ucronia sia solo una componente, presenta una certa raffinatezza, mostrandoci non semplicemente un mondo devastato dagli zombie, ma anche gli effetti storici e culturali nel tempo di un simile evento. Troviamo un’Inghilterra e presumibilmente l’intera Europa (si fa solo un accenno alla Francia) devastata da questa malattia che somiglia a un’invasione e a un’infinita guerra civile e quindi ormai degradata, con il risultato che il centro della cultura si è spostato, con secoli di anticipo, in oriente. I ragazzi e le ragazze ora non vanno più a studiare a Parigi ma in Giappone o, se non se lo possono permettere in Cina. Le cinque ragazze Bennet sono aristocratiche, ma non abbastanza ricche da potersi permettere gli studi in Giappone e vengono derise per la loro cultura cinese, la cui qualità sapranno però ben difendere. Poiché siamo in un mondo violento, persino le ragazze imparano
le arti marziali e ne fanno uso. Deliziosa la scena in cui discutono tra loro di amore e filosofia picchiandosi selvaggiamente!

La vita civile si conserva in alcune oasi grazie a muri e fossati che isolano alcune città (o quantomeno Londra) dai morti viventi. Graziosa la citazione tolkeniana della Terra Di Mezzo per descrivere il territorio fuori di Londra, tra il muro e il più ampio fossato.

Anche il tema degli zombie è trattato con una certa originalità. Non siamo, infatti, di fronte ai classici morti che camminano senza parola o intelletto che si conosce dall’inizio del genere e che ancora oggi ritroviamo in ottime serie TV come “The Walking Dead” o “Z Nation”. Gli zombie qui piuttosto possono ricordare le strane creature un po’ zombie, un po’ vampiri, un po’ alien (con quella sorta di serpe che esce dalle fauci) di “The Strain” o almeno quelle tra loro dotate di raziocinio. Comune ad altre storie, come “Io sono Leggenda”, è l’idea che la trasformazione avvenga per un virus, ma qui diversi sono non solo i tempi del contagio, assai più lenti, con lunghi tempi di incubazione, ma il comportamento di queste creature, che mantengono un’intelligenza malvagia, una capacità di parlare e un raziocinio strategico, cosa che li rende ancor più pericolosi.

Guardando le storie di morti viventi mi sono spesso detto che questo tipo di storie non potrebbe funzionare che in America o comunque non certo in Italia. Il presupposto per queste trame, infatti, sono le case della periferia americana, con porte fragili, finestre al piano terreno che anche un bambino potrebbe scavalcare. Se in Italia ci fosse un’epidemia zombie, troveremmo non solo castelli, torri e fortezze varie per difenderci, ma basterebbero i muri di tante ville o anche solo le finestre sbarrate di tante case a salvare gran parte della popolazione e a rendere difficile la trama di una storia del genere.

PPZ” ci mostra una soluzione per importare in Europa gli zombie, rendendoli appunto più intelligenti e capaci di complottare per superare le pur efficaci misure difensive del vecchio continente. Strano che Seth Graham Smith sia americano!

Non so il romanzo, che ancora non ho letto, ma il film riesce poi a unire a romance, romanzo sentimentale, romanzo gotico-horror, avventura, umorismo anche una delle componenti alla base del successo delle storie di amore gotico alla “Twiligh” presentando non solo le belle e agguerrite sorelle Bennet, ma anche un certo numero di ragazzotti che penso le ragazze in sala dovrebbero trovare interessanti.

Accennavo all’umorismo, che qui non è, come detto, quello grossolano delle parodie cinematografiche alla “Scary Movie”, ma quello raffinato dei riferimenti culturali. Questo forse potrà essere il maggior ostacolo al successo che un simile film (e immagino un simile libro) meriterebbe, dato che per apprezzarlo a pieno sarebbe bene avere almeno un’idea dell’ucronia, dei classici del romanzo gotico e, direi, conoscere il romanzo originale di Jane Austen.

Se sentirete dire da qualcuno che non gli è piaciuto, probabilmente è perché gli mancano almeno un paio di questi pilastri culturali. Personalmente sono riuscito ad apprezzarlo pur avendo solo un ricordo vago della trama del romanzo ottocentesco da cui è stato generato, ma sono certo che l’avrei goduto maggiormente conoscendolo meglio.

Le sorelle Bennet in PPZ

UN RACCONTO WESTERN-ZOMBIE TROPPO BREVE

Il sole era un batuffolo scivolato all’orizzonte in un’esplosione di sangue e la luna, bianca e piena, un enorme gomitolo di spago rotolato nel cielo. Il reverendo Jebidiah Rains la guardava splendere sopra gli alberi, circondata da spruzzi di stelle al calor bianco nel cielo nero come la morte. Il sentiero era stretto e gli alti pini ai due lati sembravano protendere i loro rami davanti e dietro di lui, come a sbarrargli il cammino e la fuga. Il cavallo, esausto, procedeva lentamente a testa bassa ma Jebidiah si sentiva troppo debole per spronarlo. Era troppo stanco persino per pensare. Ma una cosa aveva chiara in mente: era un uomo del Signore e odiava Dio, odiava quel figlio di puttana con tutto il suo cuore.

Questo è il bell’incipit del racconto di Joe R. LansdaleDeadman’road”, un western zombie troppo breve, che scivola via lasciandoti la voglia di leggere ancora. Non per nulla ho già cominciato un nuovo Lansdale (“In fondo alla palude”).

Lansdale non sarà Stephen King, ma in assenza del re, è un degno sostituto.

 

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

SECONDO LIVELLO DEL VIDEOGIOCO MORTALE

Dopo aver letto “Il labirinto” di James Dashner (da cui è stato di recente tratto il film “Maze runner”), fatta una breve pausa per leggere altro, ho ora letto il secondo episodio della saga: “La via di fuga”.

I ragazzi sono appena riusciti a uscire dal labirinto, con le sue mille insidie e pensano di essere in salvo, ma scoprono che la “Cattivo” ha in serbo per loro una seconda fase di prove.

Cambia l’ambientazione, da quella claustrofobica del primo episodio, passiamo a una più varia, che potrebbe dare qualche difficoltà alla trasformazione in film, dato che i primi minuti si svolgono completamente al buio e il seguito quasi sempre immersi in una luce accecante: un film “fisicamente inguardabile”!

Usciti dalle gallerie tenebrose, finiamo in ambiente che potrebbe dare problemi a chi soffre di agorafobia. Non incontriamo più i mostruosi Dolenti, ma avremo una doppia gamma di mostri, dai pseudo-zombie detti Spaccati a altre cose che non vorrei anticipare.

Le novità sono numerose e si succedono con un buon ritmo, senza annoiare il lettore, anche se devo dire che verso la fine del volume, all’ennesima sventura dei protagonisti, ho avuto un moto di stizza: ancora! Del resto, come autore di “Ansia assassina”, in cui in poche pagine faccio morire in modi diversi ben diciassette persone, non dovrei lamentarmi se anche qui, questi poveri ragazzi vengono falcidiati alla grande. Erano cinquanta o sessanta all’inizio de “Il labirinto” e rimangono presto in una dozzina e non sono i soli a morire!

I due romanzi si basano sulla suspance data dal desiderio dei protagonisti e dei lettori di scoprire cosa stia succedendo, perché e cosa significhi. Si scopre, infatti, solo poco per volta quale sia il contesto esterno al labirinto, chi siano davvero i protagonisti e i loro antagonisti. Si scopre molto lentamente e la tensione rimane alta. A dir il vero al termine di questo secondo volume sappiamo ancora poco. Del resto temo ci attendano almeno altri quattro romanzi per capirci davvero qualcosa!

James Dashner

In questo mi pare quasi di essere dalle parti de “La Torre Nera” di Stephen King, sebbene in questa serie i rivolgimenti e gli scenari siano assai più numerosi e vi siano componenti soprannaturali che mancano nei romanzi di Dashner, dove gli eventi portentosi paiono sempre frutto di una tecnologia particolarmente evoluta (come è spesso, ma non sempre nella saga di King).

Un po’ come nella saga di King, i personaggi faticano a distinguere la realtà dalla finzione, i trucchi dal vero, la verità dalla menzogna. Nulla è davvero come sembra. Non è facile capire chi ti è davvero amico e chi finge.

La difficoltà dei protagonisti (e dei lettori) di comprendere il contesto, di trovare delle risposte definitive che non siano subito contradette dai fatti successivi ricorda anche la più bella e affascinante delle serie televisive di tutti i tempi: “Lost”. Anche questa una storia infinita!

La saga cui questa somiglia di più, mi parrebbe piuttosto “Hunger Games” di Suzanne Collins, sia per la moria dei partecipanti (alla “ne rimarrà solo uno”, tipo “Highlander!”), sia per la presenza di osservatori esterni che scrutano le loro mosse, sia per il succedersi di nuove prove artificiali da superare, sia per i rapporti di amicizia che si sviluppano, sia per la giovane età dei personaggi principali. Anche il target di lettori pare analogo: adolescenti, sebbene entrambe le saghe siano godibilissime anche per un adulto. Le sfide, del resto, sono sempre stimolanti, basta essere ancora giovani dentro.

Maze Runner – il film

Come già scrivevo commentando il primo volume, siamo invece piuttosto lontani dallo spirito de “Il signore delle mosche”, sebbene anche qui abbiamo dei ragazzi che combattono per sopravvivere.

Ancor più di “Hunger Games”, la serie (per ora cinque romanzi, ma credo sia in arrivo il sesto) de “Il labirinto” sembra pensata per trasformarsi in un videogioco di quelli con prove da superare per passare da un livello e a quello successivo.

Non per nulla sono distopie basate (ed è forse questo a renderle interessanti) sulla confusione tra realtà e finzione, sindrome da videogioco.

Questo secondo volume perde qualcosa rispetto al primo, non solo per la minor freschezza delle idee, ma anche per la minor componente razionale. “Il labirinto” consisteva nel cercare la soluzione a un enigma, qui si tratta solo di superare un percorso a ostacoli, sebbene reso intellettualmente più stimolante dalla confusione tra verità e finzione.

QUANDO IL SOPRANNATURALE DIVENTA NORMALE

Risultati immagini per the walking dead 1In questo blog parlo di libri, ma a volte c’è qualcosa che, pur essendo all’apparenza fuori tema, ha influenza sul mondo letterario o  ne subisce gli effetti.

Non dico certo nulla di strano affermando che cinema e televisione sono in stretto rapporto con il mondo della letteratura e quindi potrei trovarmi a parlarne con assai maggior frequenza. Lo faccio però limitandomi ad alcuni casi specifici, a poche eccezioni.

Ultimamente ho esplorato il mondo del romanzo gotico e delle creature della notte (vampiri, licantropi, zombie, fantasmi, mostri arcani, incubi…). Guardo di rado telefilm. Negli ultimi anni le uniche due serie che ho visto per intero sono state “Lost” e “The Walking Dead”. Di quest’ultima ho appena finito di vedere la terza serie e leggo che da fine 2012 è in preparazione la quarta, dunque, a rigore, non l’ho ancora visto tutto.

Perché ne parlo? Il telefilm non ha certo la profondità e genialità di “Lost”. Qui la trama è semplice: un virus ha trasformato quasi tutti in zombie. Appena uno muore, resuscita e si trasforma in morto-vivente, con solo due stimoli: camminare e mangiare carne, possibilmente umana. Un gruppetto di sopravvissuti affronta varie avventure e disavventure. Il tutto è coinvolgente più per le dinamiche interne al gruppo che non la lotta ai non-morti. Non mancano effetti speciali dei più truci, ma se si ha più di quattordici anni credo che sia ben difficile spaventarsi. Non credo ci sia una simile intenzione da parte degli autori.

Quello che mi ha affascinato e colpito è l’evoluzione del genere: gli zombie sono diventati parte del paesaggio, i personaggi li vivono con paura, anche angoscia, ma, fondamentalmente, sono per loro solo normali ostacoli della vita quotidiana.

Ammazzano zombie spaccandogli la testa, come un impiegato evade una qualsiasi pratica, magari con attenzione e impegno, ma come una routine, odiosa e ripugnante, ma pur sempre una routine.

Uno degli ultimi episodi della terza serie mi pare rappresenti bene la situazione.

C’è il protagonista Rick, un ex-poliziotto, che sta in auto con il figlioletto di una decina d’anni e una donna. La macchina s’impantana. I tre vengono circondati da numerosi zombie che sbavano contro tutti i finestrini. Nessuno di loro è spaventato. Hanno l’aria annoiata. Li secca molto di più che la macchina sia impantanata che non di essere circondati da esseri senz’anima il cui morso li trasformerebbe a loro volta in mostri. Rick apre il finestrino e li ammazza tutti e poi tira fuori l’auto dal fango, spiegando al figlioletto come si fa.

The Walking Dead

The Walking Dead

Poco dopo il bambino vuole entrare in un bar affollato di zombie. La ragazza lo accompagna, ma butta male e ne escono a mala pena. Il bambino s’impunta che vuol tornare dentro a prendere una foto. Gli zombie si agitano dietro di loro, divisi da un’esile porta finestra.

La ragazza dice al bambino di aspettarlo lì. Lui si appoggia alla porta con i mostri a un centimetro da lui, dietro il vetro e aspetta tranquillo. La donna dopo poco torna con la foto. Routine.

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

Carl aspetta Michonne davanti al bar pieno di zombie

L’orrore è diventato quotidiano. Non ci spaventiamo più. Non proviamo pietà. Non proviamo disgusto.

Non c’è più il mistero delle storie di paura ottocentesche. I vampiri McCullen siedono trai banchi del liceo in “Twilight e Bella se ne innamora.

Le creature della notte sono tra noi, forse siamo già come loro. Forse siamo peggio di loro, come scrivevamo, già qualche anno fa, nel romanzo “Il Settimo Plenilunio”.

The Walking Dead

The Walking Dead

Non c’è più neppure nessun riferimento religioso. Sì, il vecchio fattore legge la Bibbia e un paio di volte la cita, ma tutto lì. Non si pensa all’Apocalisse, tranne un veloce accenno. È questa la resurrezione dei morti? Non ci si rifugia in chiesa (in chiesa i nostri eroi, se possiamo definire così chi combatte solo per sopravvivere, ci entrano e ci combattono come in qualsiasi casa). Croci e acqua santa, nei classici, servivano contro i vampiri, non contro gli zombie, ma qui nessuno ci prova a usarli.

A trasformare le persone è un virus. Per farli fuori bisogna colpire la testa, dove il virus si annida e colpisce. Non occorre esser morsi per diventare zombie, anche se il morso ha questo effetto. Anche gli altri sono infetti. Se muoiono per altre cause si trasformano. Non c’è più speranza. E senza Speranza non c’è Fede. S’invoca ben poco Dio in quest’America devastata. Non lo si bestemmia neppure più. Dio è davvero morto. Con lui giace il soprannaturale.

Se questo telefilm ci rappresenta in qualche modo, sarà difficile trovare ancora nei nostri il brilluccichio dell’anima.

Firenze, 25/04/2013

IO SONO UN MOSTRO

io-sono-leggenda

Richard Matheson – Io sono Leggenda

Io sono leggenda” di Richard Matheson è un romanzo del 1954 che ha già ispirato tre film, “L’ultimo uomo della Terra (1964) dei registi Sidney Salkow e Ubaldo Ragona, “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man) di Boris Sagal e, di recente, da “Io sono leggenda” diretto nel 2007 da Francis Lawrence.

Si tratta di una storia di fantascienza distopica e nel contempo di un romanzo gotico popolato da vampiri (che somigliano quasi più a degli zombie, che al vecchio Dracula).

L’ambientazione è futurista, essendo la vicenda collocata una ventina d’anni dopo la data della pubblicazione, negli anni settanta e descrive uno scenario post-apocalittico.

Insomma, si tratta di un’affascinante sintesi di varie forme di letteratura fantastica, cosa che rende il romanzo particolarmente ricco e suggestivo.

Come storia di vampiri, si pone sul filone “scientifico” del genere, come già lo stesso “Dracula” di Stoker, dato che l’autore cerca di fornire una spiegazione medica all’esistenza dei vampiri, che si sarebbero propagati per una sorta di epidemia. Sarebbe un batterio a farli tornare in vita. Il batterio è però” aerofobo”, percui quando si “fora” un vampiro (a esempio con il classico paletto di frassino), l’aria fa “morire” di nuovo il corpo ospitante. Le croci sono un problema solo per i non-morti cristiani, che conservano reminiscenze religiose della vita passata. L’aglio ha strane proprietà bio-chimiche che influiscono sul batterio.

L’altra peculiarità è il fatto che si descrive un mondo in cui sono tutti diventati vampiri tranne il protagonista Neville, che si ostina a sopravvivere, nascondendosi in casa la notte, quando i vampiri si svegliano, e andando a cacciarli di giorno, quando dormono.

È dunque una di quelle storie alla Robinson Crusoe, in cui si descrive l’angoscia e le difficoltà di un uomo che vive da solo in un ambiente ostile, genere sempre stimolante e qui reso in modo nuovo e affascinante. Anche lui troverà il suo venerdì in una donna, Ruth, però l’incontro non sarà duraturo.

Richard Matheson

Richard Matheson

Il messaggio forte del libro è nel finale: quando i mostri popolano il mondo, chi era normale diventa a sua volta un mostro. Se un tempo (nel nostro) i vampiri erano solo una leggenda, nel mondo di Neville sono gli umani a essere ormai solo un ricordo, una leggenda appunto. Siamo in pieno relativismo.

Storia, insomma, affascinante e modernissima, anche se scritta oltre mezzo secolo fa.

Singolare ritrovare il biondo ariano Neville nel film di Lawrence interpretato dal piuttosto “abbronzato” Will Smith.

Will Smith in "Io sono Leggenda"

Will Smith in “Io sono Leggenda”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: