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IL REGNO DEL RAGNO – Due ragazze in fuga in un mondo distopico

Risultati immagini per amazon logoRisultati immagini per Internet bookshop logo Risultati immagini per feltrinelli on lineMondadori Store

 

VIA DA SPARTA” descrive un presente alternativo in cui gli ultimi 2400 anni di storia si sono svolti diversamente. Sparta ha vinto a Leuttra contro Tebe,  sconfitto e distrutto Atene. Dunque, niente neoclassicismo, rinascimento, rivoluzione francese. Sparta è ora un grande impero.

IL REGNO DEL RAGNO” narra le avventure di due ragazze in questo nostro presente stravolto e mutato.

Tutto è molto diverso. Per esempio, ogni lusso è abolito, persino i vestiti, mollezze barbariche.

La società è divisa tra una piccola classe dominante di spartiati e un gran numero di schiavi iloti. Uomini e donne vivono separati. Gli uomini si occupano solo di guerra e politica, le donne di tutto il resto. Ogni donna può avere più mariti. Omosessualità e pedofilia sono normali. L’eterosessualità, ostracizzata, è  riservata alla sola procreazione. Anche l’amore è ben diverso, senza romanticismo e amor cortese.

Aracne, una schiava pubblica ilota, violentata per l’ennesima volta, fugge dalla provincia dell’Impero per cercare un mondo migliore. Nymphodora, una ricca ragazza spartiata, nella capitale, sogna di cambiare il mondo e costruire grattacieli.

Con “IL REGNO DEL RAGNO” lo scenario si allarga con molti nuovi personaggi oltre a quelli già incontrati ne “IL SOGNO DEL RAGNO”, mentre le avventure delle due ragazze si congiungono e il loro rapporto si colora di sesso lesbico e amicizia.

Nymphodora e Aracne, riprendono la fuga verso nord, scoprendo segreti, uno dei quali riguarda direttamente Aracne e il ragno che la ragazza ha tatuato sulla fronte.

 

 

 

 

 

 

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IL MONDO COLONIZZATO DA VENEZIA

Le ali del serpenteQualche mese fa lessi l’ucronia “Il volo del leone”, scritta da Paolo Ninzatti e ambientato in una Venezia cinquecentesca un po’ stempunk che si avvia a dominare l’Italia grazie alla realizzazione di alcune macchine leonardesche. Ho ora completato il sequel “Le ali del serpente”, in cui lo scenario e il dominio di Venezia si allargano all’America e alla Cina e incontriamo persino gli aztechi, in atmosfere che mi fanno pensare un po’ al mio “Il Colombo divergente”. Va detto che se nella mia ucronia qualcuno mi rimproverò per aver immaginato che gli aztechi riuscissero a copiare, con le loro modeste capacità, le navi di Cristoforo Colombo, nel romanzo di Ninzatti il salto tecnologico cui assistiamo è assai più evidente. Il serpente alato cui si fa riferimento è il medesimo dio Quetzacoatl che aveva ispirato il sottotitolo della prima edizione di questo mio romanzo (“Il colombo nudo e il serpente piumato”), poi eliminato in edizioni successive.

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Paolo Ninzatti

Troviamo, insomma, ne “Le ali del serpente” “automini”, macchine volanti e mitra veneziani in un conflitto contro la Francia, incontriamo un Leonardo da Vinci che oltre a far da armaiolo, si rivela un notevole musicista, vediamo Roma conquistata dal cielo (ci sono aeroporti e “rallentacadute”) e scambiata in un accordo con il papa per una crociata contro Costantinopoli, scopriamo un incredibile alleanza tra italiani, bizantini, turchi e mexica contro Spagna e Inghilterra, in una sorta di grande anticipo delle Guerre Mondiali, e vediamo all’opera Cesare Borgia, novello Dracula. E come se non bastassero i robotici “automini” la fervida fantasia di Ninzatti ci regala anche arti artificiali ed esoscheletri.

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Quetzalcoatl

L’ucronia, insomma, si lascia trasportare, ancor più che nel primo volume di questa saga epica, verso spassose vette dell’immaginazione che ricordano quasi di più la fantascienza o almeno la proto-fantascienza ottocentesca o le mirabolanti avventure di un Cyrano de Bergerac o di un Barone di Münchhausen. Che cosa ci aspetterà nel prossimo volume? Come nelle vicende di questi due storici personaggi ritroveremo i nostri eroi sulla Luna?

ALIENI, ROBOT, L’ILIADE e SHAKESPEARE

Risultati immagini per ilium Dan SimmonsIlium” (2003) di Dan Simmons è sicuramente una lettura impegnativa e non solo per il numero di pagine (il mio e-reader ne contava 2425, 827 ne indica anobii), ma per la complessità dell’ambientazione e della trama e, soprattutto, per i salti continui tra generi letterari diversi come il romanzo storico e la fantascienza.

Oltretutto non parliamo neppure della più classica fantascienza, perché qui, in maniera meno marcata che nel ciclo di Hyperion, Simmons sfiora la fantareligione, mescola viaggi spaziali con viaggi nel tempo, ci parla di futuri e passati remoti, ci mostra un’epopea che attraversa secoli e millenni parlandoci della storia dell’umanità oltre il tempo storico. E il romanzo diviene persino ucronia, quando la vicenda omerica della guerra di Troia è stravolta, per seguire un nuovo, incredibile corso (Achille prevale su Agamennone e Menelao e guida gli achei, facendoli alleare con i troiani).

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Dan Simmons

Tutto ciò rende l’inizio della lettura (per alcune centinaia di pagine!) un po’ faticoso e soprattutto lascia disorientati, perché si fatica a capire dove tutto ciò porti e come mondi così diversi potranno a un certo punto trovare un percorso comune. Eppure lo trovano! Simmons riesce a ricondurre a unità ciò che sembrerebbe inconciliabile. Del resto anche la saga di Hyperion partiva con tante storie separate, che poi si ricongiungevano e si dilatavano verso un tempo lontano. Peccato che questo volume si interrompa, direi, sul più bello, lasciandoci con la curiosità di capire gli esiti di un evento che sta per verificarsi e che non posso che definire “inaudito”, cercando di non spolierare un finale pure troppo aperto.

Simmons, ancora una volta (come con Hyperion) si dimostra un grande creatore di universi letterari. I suoi mondi difficilmente si possono paragonare per ricchezza e fantasia a ben più scarne creazioni di altri autori. Ci perdiamo allora dietro a Dei greci che si “telequantano” (versione da fisica quantistica del teletrasporto), esseri umani che si spostano tramite fax (che li disintegrano per ricostruirli altrove), divinità potenziate da tecnologia nanotech, scoliasti esperti dell’Iliade che, trasportati dal nostro presente per volere di Zeus, studiano in diretta la guerra di Troia, rischiando di interferirvi, mutandola, nascondendosi come Harry Potter, con un Elmo che rende invisibili. Sappiamo bene che gli Dei greci erano soliti assumere sembianze di esseri umani o animali. Non “sapevamo”, però, che lo facessero “morfizzandosi” con una tecnologia quantistica, né che Atena usasse uno scudo di energia. Ci potremmo poi stupire di ascoltare due moravec, robot usati per la colonizzazione delle luneRisultati immagini per ilium Dan Simmons di Giove, che discutono di Shakespeare, Proust e Omero. Non dovremo, però, poi, stupirci se la scena si sposta dalla piana di Ilio all’Antardide o a un Marte terraformato e se Ulisse invece di incontrare Ciclopi e Sirene viaggia nel futuro e lo sentiamo persino spiegare come potrebbe essere un inverno nucleare da fall-out atomico. Ne ci dovremmo stupire di un futuro in cui gli uomini non sanno più leggere o di uno in cui si sono estinti persino i loro discendenti post-umani o di trovare miriadi di Piccoli Omini Verdi con biologia a base di clorofilla su Marte. E se i moravec discutono di Shakespeare, ecco che incontriamo oltre agli eroi omerici anche Prospero, Ariel e Calibano, in versione fantascientifica, partoriti da “La tempesta”. In Hyperion tutto girava attorno al poeta Keats, qui i riferimenti letterari sono un po’ più ampi.

Peccato che quando ci si cominciava a orientare in un tale mix (guazzabuglio?), la storia si interrompe e ci resta la voglia di proseguire leggendo il seguito, “Olympos” (2005), pubblicato in Italia in due volumi: “La guerra degli immortali” e “L’attacco dei Voynix”. Per inciso, i voynix sono strane creature, mezzi servitori, mezzi guardiani, di origine aliena.

TRE LIBRI E UNA PRESENTAZIONE L’8 NOVEMBRE

Finalmente ci siamo! Il 29 Settembre li ho presentati in anteprima, senza i volumi, ma ora sono stati stampati. Parlo del mio nuovo romanzo della saga “VIA DA SPARTA”, “IL REGNO DEL RAGNO”,  in cui si racconta le avventure di due ragazze in lotta contro l’impero distopico di Sparta in un presente alternativo, e della mia biografia letteraria “IL SOGNATORE DIVERGENTE” (il volume contiene anche alcuni miei racconti) che ha scritto Massimo Acciai Baggiani. Entrambi sono editi da Porto Seguro Editore.

Saranno presentati entrambi (assieme ad altri libri), giovedì 8 Novembre 2018 alle ore 19,00 al Santarosa Bistrot, sul Lungarno Santarosa, in zona San Frediano, a Firenze.

Mi farebbe piacere incontrarvi lì.

Per chi non ce la facesse e volesse comunque una copia dei libri, potrei spedirle con autografo, basta chiedermelo con messaggio privato.Risultati immagini per SANTAROSA BISTROT

Ma non basta: è anche appena stata pubblicata la raccolta di racconti e articoli “Nessun altro”, edita nella collana L’Erudita da Giuseppe Perrone Editore e curata da Massimo Acciai Baggiani, per celebrare il quindicinale della rivista “I segreti di Pulcinella”, che contiene anche un mio racconto il cui titolo originale dà il nome alla raccolta, ma che l’editore ha cambiato in “Io è un altro. Nessun altro”. Il tema della raccolta è l’essere “altro” o “diverso”. Gli altri autori sono Massimo Acciai, Apostolos Apostolou, Roberto Balò, Andrea Cantucci, Rossana D’Angelo, Lucia Dragotescu, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Erika Gherardotti, Francesco Guglielmino, Salvatore Gurrado, Emanuele Martinuzzi, Francesco Panizzo e Fabio Strinati.

 

        

 

 

 

UN FILM E UN ROMANZO UCRONICI DENTRO UN VIAGGIO NEL TEMPO ALLOSTORICO

I confini tra i generi letterari sono spesso labili e ci sono opere che si collocano a pieno diritto in diverse categorie o al confine tra due o più di esse.

Risultati immagini per garibaldi a GettysburgHo letto “Garibaldi a Gettysburg” (1993) di Pier Francesco Prosperi (Arezzo21 luglio 1945),, con l’intento di leggere un’ucronia, scritta da uno dei maggiori autori ucronici italiani.

Io stesso, prima ancora di leggerlo, lo citavo negli elenchi di romanzi ucronici, che in più occasioni mi è capitato di pubblicare.

Non amo parlare di libri che non ho letto, dunque da tempo mi ripromettevo di leggerlo o quanto meno di leggere qualcos’altro di Prosperi, che oltretutto, come me vive in Toscana e sarei curioso di conoscere meglio.

Posso ora dire che, in effetti, lo scenario che si prospetta, l’ambientazione, se preferite, è quella di un romanzo ucronico: si immagina che un evento preciso del passato sia mutato (una lettera non più resa pubblica), determinando così la partecipazione di Giuseppe Garibaldi alla guerra civile americana, assieme ai nordisti.

S’immagina anche che ci sia un gruppo di persone che decide di fare un film sul tema, una sorta di “pseudo-film” (creando questo neologismo da pseudobiblion, un libro immaginario descritto in uno reale). Nel film la partecipazione di Garibaldi migliora la performance dei nordisti, favorendone la vincita (che c’è stata anche nella storia reale). Il consulente storico di questo film, però, di ritorno dall’America a Venezia, scopre che la Storia ha preso un altro corso e, da esperto dell’epoca, capisce subito che è dovuto proprio alla partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg con i nordisti, determinando, con un suo errore, la disfatta della priopria parte. Ne deriva che l’America è ancora “sudista”, con tanto di forme di schiavitù, seppur più blande, apartheid e razzismo dilagante. Inoltre, anche nella Venezia del protagonista, Andrea, le cose sono cambiate: Veneto e Trentino Alto Adige sono ancora parte dell’Austria!

Fin qui siamo, in perfetta ucronia.

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Pierfrancesco Prosperi

Mi è capitato, però, nel dare questa definizione dell’allostoria (sinonimo di ucronia): “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili” di precisare che per avere vera ucronia la storia dovrebbe mutare, senza artifici come macchine e viaggi nel tempo. In questo caso saremmo, infatti, nella fantascienza e non nell’ucronia.

Devo ammettere che è una limitazione un po’ da purista. Del resto una delle più belle ucronie “22/11/’63” di Stephen King prevede un passaggio temporale in uno sgabuzzino e un protagonista che cerca di salvare Kennedy mutando la storia.

Ebbene, per tornare a “Garibaldi a Gettysburg”, Prosperi inserisce quest’allostoria in un racconto di viaggi nel tempo, con tanto di relativa macchina.

Non solo. Il protagonista che si ritrova contro la propria volontà in un universo divergente, ricorda ancora il mondo da cui proviene e qui Prosperi ricorre al più classico dei meccanismi narrativi tipici dei viaggi nel tempo, da Wells in poi, ovvero di solito abbiamo un protagonista che visita il passato o il futuro e lo raffronta con il suo presente. Si pensi a “Le meraviglie del duemila” di Emilio Salgari, a “I sovrani delle stelle” di Hamilton, alla saga cinematografica “Ritorno al futuro” e, forse, a “Hyperversum” della Randall.

La sola differenza è che Prosperi manda Andrea non in un altro tempo ma in un presente ucronicamente mutato per effetto di un viaggio nel tempo.

Le scuole di pensiero sugli effetti determinati da un mutamento di un evento passato sul presente sono varie, ma si va dall’idea che nessuna variazione del passato possa poi mutare il presente, perché il tempo sarebbe rigido e quindi tende a ripristinare il suo corso. A questo pensiero si rifà chi sostiene che un singolo uomo non determina il corso della storia e che quindi in assenza di un grande personaggio, altri avrebbero comunque condotto la storia in una data direzione. Senza Napoleone, Einstein, Mozart o… Garibaldi la storia sarebbe stata, a grandi linee uguali.

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Garibaldi

Un altro orientamento è che ogni minimo mutamento determina un effetto domino, facendo mutare molti altri eventi, che a loro volta ne fanno mutare moltissimi altri, in un crescendo esponenziale. È la teoria per la quale il battito d’ali di una farfalla in Sudamerica (o dove volete), provoca un uragano in Cina. Se Sparta avesse vinto a Tebe, allora non avremmo avuto il Rinascimento e senza Rinascimento niente Rivoluzione Francese (come in “Via da Sparta”) e niente elettronica.

Personalmente, partendo dal presupposto del tutto fantasioso che si possa mutare il passato, sono un pieno fautore di questa impostazione e, per esempio, con la mia saga “Via da Sparta” ho cercato di immaginare un mondo presente che fosse mutato il più possibile a seguito della vittoria (immaginaria) di Sparta a Leuttra contro Tebe.

Molti si collocano nel mezzo tra questi due estremi e Prosperi è, con questo romanzo, uno di questi.

Credo, infatti, che un’America sudista o non avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale o, forse più probabilmente, si sarebbe schierata con Hitler. Inoltre, un’Italia priva di due regioni e un’Austria più forte grazie a queste, forse avrebbero avuto un diverso atteggiamento di fronte alla Germani in quel periodo. Immaginare quindi che i mutamenti si arrestino con la mancata annessione di Veneto e Trentino e con la vittoria sudista, ma non immaginare, per esempio, che la Germania domini almeno mezz’Europa, avendo vinto la guerra con l’appoggio americano, mi pare aver sottovalutato gli effetti dei mutamenti immaginati. E questo è solo un esempio. Immaginate, anche, quali aziende sarebbero divenute importanti in un’America “rovesciata”. Avremmo avuto la diffusione attuale di auto, elettronica, cellulari, computer? Sospetterei di no. E così via.

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Giuseppe Garibaldi

Capisco, però, Prosperi. A lui interessava, immagino, descrivere gli effetti immediati della battaglia di Gettysburg con la partecipazione dell’Eroe dei Due Mondi. Meglio sarebbe stato, forse ambientare la storia, allora, solo un decennio o due dopo.

Comunque nelle opere di fantasia, vanno fatte delle scelte. Tornando al mio “Via da Sparta”, se volete, potrei dire che, in qualche modo ha lo stesso limite: presuppongo che Sparta sia riuscita a sopravvivere per ben 2400 anni, creando un Impero. Razionalmente sono convintissimo che sarebbe successo prima o poi qualcosa che l’avrebbe fatta cadere. Come a Prosperi interessava parlare di Garibaldi, a me interessava mostrare un mondo moderno dominato da Sparta. Dunque ragionare su alternative ai mondi creati è un puro esercizio di riflessione “ucronica” di cui spero Prosperi mi perdoni, se mai leggerà queste righe.

Vorrei poi notare in questo romanzo, oltre alla presenza di uno “pseudo-film”, di un vero e proprio pseudo-biblion, il diario del garibaldino Rossetti, in cui Andrea scopre come sono andate davvero le cose nel nuovo universo. Cosa che fa di “Garibaldi a Gettysburg”, oltre che opera ucronica e fantascientifica, un esempio di meta-romanzo (romanzo che contiene al suo interno sia un romanzo inventato, sia un film inventato) e, inoltre, rende obbligatorio un confronto con quella che è, direi, la più famosa ucronia, “La svastica sopra il sole” di Dick, in cui, in un mondo in cui i tedeschi hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, compare un libro in cui, invece, hanno perso, ma in modo diverso che nel mondo reale.

La paternità dell’idea di scrivere un’ucronia sulla battaglia di Gettysburg va, peraltro, allo statista e premio nobel Winston Churchil, autore di “Se Lee non avesse vinto la battaglia di Gettysburg”, uno dei primi ad aver scritto ucronie nel secolo scorso. Il primo in assoluto a fare storia alternativa, penso sia, invece, stato Tito Livio (“Libro Nono ab urbe condita”).

Ancora una parola sul concetto di mondi paralleli cui fa ricorso Prosperi. L’autore parla di mondo parallelo per descrivere quello in cui si trova Andrea, rispetto a quello da cui viene. Personalmente, in tema di ucronie e viaggi nel tempo, preferisco parlare piuttosto di universi divergenti. La partecipazione di Garibaldi alla battaglia di Gettysburg, per esempio, fa divergere gli eventi storici immaginari da quelli reali. A mutare non è solo il mondo (inteso come pianeta Terra) ma l’intero universo (infinito o meno che sia) nel suo complesso. Il tempo diverge, dunque si crea un nuovo universo che non è “parallelo” al primo, ma appunto, divergente, in quanto ha almeno un punto di contatto (per esempio la fatidica lettera che consentì o impedì la partecipazione di Garibaldi alla battaglia). Già nel mio primo romanzo ucronico “Il Colombo divergente”, tale concetto era evidente sin dal titolo dell’opera. Nel ciclo di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia” lo ho esplicitato, chiarendo anche l’idea che, per un autore ucronico, il tempo non è lineare ma un frattale con infinite divergenze.

Voglio chiudere questo commento forse troppo lungo, per dire che “Garibaldi a Gettysburg” sebbene mescoli ucronia e fantascienza e abbia una visione dell’allostoria un po’ diversa dalla mia, rimane comunque sia un interessante esempio di ucronia, sia un piacevole e interessante romanzo anche per chi non pratichi il genere e forse un buon modo per cominciare a conoscerlo.

 

CAMBIARE IL PASSATO SI PUÒ

Risultati immagini per le cinque vite di simone boscoUn sistema per far capire rapidamente alle persone che tipo di libro abbiano davanti è quello di assegnargli un’etichetta che lo classifichi all’interno di un genere preciso. Nessun’ etichetta è però mai totalmente soddisfacente, perché spesso i libri rientrano nei generi solo in parte o, a volte, hanno elementi di un genere diverso.

Altre volte inserire una lettura in un genere preciso può essere davvero difficile.

Nel caso de “Le cinque vite di Simone Bosco”, opera prima di Marcovalerio Bianchi, autore della “scuderia” di Porto Seguro, la classificazione non è delle più semplici.

Il romanzo, abbastanza corposo con le su 430 pagine, immagina che il protagonista citato nel titolo abbia l’opportunità dopo la morte di ricominciare, per ben altre quattro volte, la propria vita fin da quando era ragazzino. A quanto pare Marcovalerio Bianchi concorda con me nel ritenere che se mutiamo un piccolo elemento del passato, il futuro sarà irrimediabilmente diverso, e così, ogni volta, ammaestrato dalle vite già vissute (che ricorda, anche se in modo un po’ confuso), Simone Bosco fa scelte un po’ diverse e vive vite che divergono ogni giorno di più. Siamo, insomma dalle parti del celebre film “Sliding doors” (1998) di Peter Howitt ma anche del capolavoro di Stephen King “22/11/’63”, in cui il protagonista, attraverso un passaggio in uno scantinato, torna ogni volta indietro esattamente allo stesso giorno del passato e da lì ogni volta cerca di cambiare il corso degli eventi. Il protagonista di King cerca, soprattutto, di salvare la vita al presidente americano Kennedy. In effetti, conscendo il futuro, mi pare logico cercare di evitare ciò che ci appare negativo.

Risultati immagini per le cinque vite di simone bosco marcovalerio BIanchi

Marcovalerio Bianchi

Il protagonista di Bianchi, quando resuscita nel proprio corpo giovanile mi fa pensare anche a film come “Big” con Tom Hanks o “Da grande” con Pozzetto, solo che lì la vicenda è un po’ alla rovescia: sono dei cervelli infantili in corpi da adulti, mentre per Bianchi è un cervello maturo, di una persona che ha già vissuto una o più vite, a ritrovarsi nel corpo di un ragazzo, con davanti ancora quasi tutto il liceo da completare.

Immaginare che il passato possa essere cambiato è il principio alla base dell’ucronia, anche se questa di solito si applica a eventi storici noti e non alla vita di una persona qualunque.

 

In qualche modo, l’idea di tornare indietro nel tempo e mutare la propria vita, dando magari dei consigli a se stessi è ben sperimentata dalla fantascienza, basti pensare alla celeberrima trilogia cinematografica di “Ritorno al futuro”.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” in viaggio verso Mlano

Eppure nella fantascienza di solito c’è un personaggio che torna indietro nel tempo con qualche macchinario o deformazione dello spazio-tempo. Ne “Le cinque vite di Simone Bosco” la variazione è provocata, invece, da una forza sovrannaturale, ovvero dalla volontà divina che concede a Simone ogni volta una nuova opportunità. In qualche modo siamo abbastanza dalle parti della mia ucronia-onirica “Giovanna e l’angelo”, in cui Giovanna D’Arco sopravvive al rogo in una sorta di sogno indotto da una creatura soprannaturale che per semplificare potremmo definire angelica.

Per il mio romanzo a volte ho parlato di fantareligione e forse un po’ lo è anche l’opera di Bianchi, dato che immagina un Dio che sembra quello cristiano ma vediamo una sorta di reincarnazione in se stesso con ritorno al passato, che non è certo previsto dalla fede canonica. Siamo quasi più vicini all’idea buddista di reincarnazione. Potremmo considerare questa una forma di reinvenzione del credo cristiano?

Insomma, “Le cinque vita di Simone Bosco”, sono un po’ ucronia, un po’ fantascienza, un po’ fantareligione, ma forse non sono nessuna di queste cose, perché la vita di Simone scorre, in modo piuttosto comune e il solo elemento fantastico è la sua morte. Comune nel senso che non sono altri eventi fantastici, non nel senso che le storie narrate siano banali o piatte, perché assistiamo a molte vicende, innamoramenti, incidenti, amicizie nate e morte, e ogni volta possiamo confrontare la nuova storia con le precedenti e vedere la fragilità dei nostri percorsi di vita. C’è qui lo stesso grande insegnamento dell’ucronia: nulla è scontato, il destino non esiste e siamo noi gli artefici delle nostre vite e del nostro futuro. Qui c’è un Dio che concede nuove possibilità, ma a parte ciò non interviene. Simone ha pieno libero arbitrio. La cosa forse un po’ strana è che se io avessi parlato con Dio e fossi certo, come pare essere Simone, che questa non sia stata un’allucinazione, non mi preoccuperei certo di vincere alla lotteria o di conquistare una donna o di ottenere un buon lavoro, ma cercherei di procurarmi un buon posto nell’aldilà, dunque , come minimo mi farei prete o cercherei di capire quale sia il volere di Dio o comunque mi preoccuperei di raggiungere una qualche forma di santità, cosa che a Simone non pare interessare per nulla.

Le cinque vite potrebbero quasi essere lette come cinque racconti, se non fosse per quel ricordo indefinito delle precedenti vite che Simone si porta dietro.

Leggendo”Le cinque vite di Simone Bosco” a Milano

E così il romanzo ci mostra Simone dall’adolescenza alla morte, che ogni volta cerca di evitare errori precedenti e sembra trovarsi sempre in situazioni mai del tutto soddisfacenti, fino alla quinta vita, in cui azzecca quasi tutto e vive finalmente un’esistenza soddisfacente. Ho trovato questo racconto il migliore di tutti e cinque e mi ha persino emozionato. Sarà che forse è questa quella che avrei scelto al posto di Simone.Qui lo troviamo da prima un po’ allo sbando, ma poi sempre più umano e partecipe. Personalmente, se, come Simone, avessi potuto vedere il futuro (immaginando di non avere visto Dio), nella vita successiva avrei fatto come in questa quinta vita: cercato di sfruttare la mia conoscenza del futuro, magari cercando persino di diventarne un vero protagonista.

Del resto, essendo uno scrittore di ucronie, so bene che ogni sviluppo della storia è possibile e accettabile. Per coprire tutte le possibilità, a Bianchi non sarebbero bastate né cinque, né cinque milioni di vite.

Magari un giorno, chissà, Bianchi potrebbe scrivere altre cinque vite di Simone, anche se devo dire che la quinta è una buona conclusione per il romanzo.

Insomma, cinque storie che sono un po’ una sola e che ci fanno riflettere sull’importanza delle tantissime scelte che in ogni istante compiamo, che ci ricordano che il futuro è nelle nostre mani, che ci dicono che migliorare la nostra vita si potrebbe, ma anche che abbiamo una maledetta propensione a commettere sempre nuovi errori.

E, sorpresa finale, tra i ringraziamenti in fondo al volume scopro quelli a Massimo Acciai Baggiani, l’autore della mia biografia “Il sognatore divergente” appena pubblicata.

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Grazie a Giovanni Agnoloni per questa intervista su “La poesia e lo spirito”: “Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

 

“Via da Sparta” – Intervista a Carlo Menzinger

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Carlo Menzinger di Preussenthal, scrittore nato a Roma ma residente a Firenze, si muove tra ucronia e distopia. L’anno scorso è uscito il primo atto di una serie ucronica intitolata “Via da Sparta”Il sogno del ragno (Porto Seguro editore). In uscita in questi giorni, il sequel Il regno del ragno: domani 29 settembre, il libro verrà presentato in anteprima a “Firenze Libro Aperto” viene presentato (alle ore 16,30 allo stand di Porto Seguro Editore).

In quest’intervista con l’autore, cerchiamo di sviscerare potenzialità derivanti da questi scorci – e incroci – di generi diversi.

– Il tuo approccio alla narrativa fonde generi diversi, su tutti la distopia e l’ucronia. Che significato particolare assume la combinazione di ipotesi a-storiche con visioni antiutopiche? In altre parole: immaginare fatti mai accaduti nella storia vera può aprire squarci di comprensione intuitiva sulle non rosee prospettive per la specie umana anche oggi?

Se solo potessi avere abbastanza tempo scriverei libri di ogni genere, ma, in effetti, ucronia e distopia sono spesso presenti nella mia produzione attuale. Massimo Acciai Baggiani nel suo saggio Il Sognatore divergente, di prossima pubblicazione (Porto Seguro Editore), afferma che nei miei libri è spesso presente una vena pessimista. Probabilmente non sono troppo fiducioso sulla capacità del genere umano di migliorare, dunque, anche nel disegnare una realtà alternativa come ho fatto con il ciclo Via da Sparta, gli elementi distopici prevalgono su quelli utopici. Il mio obiettivo scrivendo questa storia era, però, soprattutto quello di mostrare la precarietà delle situazioni storiche, far vedere come il nostro presente non sia il solo possibile, giacché basterebbe pochissimo a mutarlo radicalmente. Via da Sparta insegna che nulla è scontato, che modelli sociali, economici, culturali che diamo per ovvi potrebbero non essersi realizzati per nulla. Dunque, sì, l’ucronia può aiutarci a comprendere meglio il passato e il presente, ma anche il futuro. Farci capire come alcune scelte storiche siano state sbagliate e, magari, aiutarci a non fare nuovi errori domani. Certo, aver scelto una civiltà come quella spartana, per tanti aspetti percepita come negativa, mi è servito a delineare un mondo molto diverso, ma anche molto distopico, secondo il nostro moderno punto di vista. Tutto è relativo, però. Gli spartani probabilmente inorridirebbero a vedere il nostro modo di vivere.

– Parlaci della tua serie Via da Sparta, che mette al centro del suo interesse una civiltà – quella spartana – storicamente sconfitta ma portatrice di un’immagine scabra e violenta, che trasuda dalle tue pagine.

Per poter delineare un mondo attuale, ucronicamente mutato, era utile scegliere una civiltà “sconfitta” e immaginarla, invece, incedere verso il massimo successo possibile. È quello che è stato fatto da molte altre ucronie, ma soprattutto con la storia recente, per esempio da Dick con il suo La svastica sul sole o da Harris con Fatherland, in cui immaginano una Germania vincente nella Seconda Guerra Mondiale. Far, invece, sopravvivere una città, sconfitta irrimediabilmente moltissimo tempo fa, 2400 anni, era qualcosa di nuovo. La filosofia spartana è qualcosa di radicalmente diverso dal nostro modo di pensare. Per loro la guerra era centrale. La forza e la salute fisica erano fondamentali. Gli uomini vivevano separati dalle donne. Le donne potevano avere più mariti. L’amore omosessuale e la pedofilia erano la norma. La proprietà privata era quasi assente. L’onore militare aveva un peso che non riusciamo più a immaginare. La tecnologia era malvista. Il solo lavoro onorevole per un uomo era la guerra. Il superfluo era disprezzato. Portare tutto ciò in un mondo moderno mi affascinava.

– Il tema dell’amore, della sessualità e delle sue distorsioni è pure parte importante della tua scrittura. Si tratta forse di un’allusione “sotto mentite spoglie” a quello che è diventata la società umana nel mondo reale? Anche in questo senso, insomma, Sparta è solo un pretesto per parlare di “noi”?

Certo, anche se si parla di mondi alieni, di realtà alternative, di passati remoti o futuri lontanissimi, ogni autore parla ai suoi contemporanei e del suo presente. Sparta è distopia, ma non tutto è negativo. L’attenzione per l’ambiente (seppur con modalità difficili da apprezzare) è, per esempio, qualcosa che potremmo imparare da questo ucronico Impero di Sparta, ma altri aspetti, sono esagerazioni di situazioni reali, come il bullismo, l’odio per il diverso, l’incomprensione tra i sessi, la guerra come soluzione a ogni problema, la violenza gratuita. Una delle cose che in questo romanzo appare davvero diversa è proprio il sesso. Il matrimonio è divenuto solo una forma di accordo economico, ma il vero amore, si dice, è “solo tra uguali”, ovvero tra uomini della stessa classe sociale o donne della stessa classe sociale. La famiglia è osteggiata come forma organizzativa. I bambini vengono allontanati dalle madri. Solo i padri più potenti della classe dominante mantengono contatti con i figli. Il romanticismo e la cavalleria non sono mai esistiti in questo presente ucronico, dunque anche l’amore romantico non esiste. Immaginare una società in cui l’eterosessualità e l’amore sono visti in modo negativo credo ci faccia riflettere sull’approccio che oggi abbiamo verso il sesso, in primis, sulle discriminazioni sessuali, ma anche verso il pudore. Nei romanzi gli spartani non usano abiti. Questo renderà difficile ricavarne un film, ma è la maniera visiva per rendere più evidente la radicale differenza tra i nostri universi.

– In negativo, la tua idea sembra rimarcare il peso decisivo che la cultura greca (segnatamente, ateniese) ha avuto per lo sviluppo della nostra civiltà. Avevi in mente anche questo tipo di risvolto, nello scrivere Il sogno del ragno e il suo sequel Il regno del ragno adesso in uscita?

Uno dei motivi per cui ho scelto di far sopravvivere proprio Sparta, oltre che la sua lontananza nel tempo, era proprio in contrapposizione ad Atene. Quello che ho voluto mettere in evidenza è proprio un mondo in cui l’intera cultura ateniese è stata cancellata. Quando pensiamo alla cultura classica greco-romana, a volte, la immaginiamo quasi come un tutto unico, ma non era per nulla così. Sparta, per esempio, era diversissima culturalmente da Atene. Immaginate un mondo senza Socrate, Aristotele, Platone, Fidia, Prassitele, Eschilo, Sofocle, Euripide. Immaginate un mondo che non ami la filosofia, la musica, la pittura, la scultura: questo è il mondo di Via da Sparta. Senza la cultura ateniese non avremmo avuto il Rinascimento. Senza il Rinascimento, quante altre cose avremmo perso? Forse anche la Rivoluzione Francese, quella industriale e così via. Perdere la cultura ateniese, avrebbe significato avere oggi un mondo del tutto diverso, qualcosa, forse, di simile a quello che potete trovare nei tre volumi di Via da Sparta: Il sogno del ragnoIl regno del ragno e La figlia del ragno. Spero di aver fatto meglio della McDougall con il suo Romanitas, in cui, al giorno d’oggi, c’è ancora l’impero romano, ma la gente guarda la TV e va in automobile!

– Pensi che l’attitudine prevalentemente realistica della narrativa italiana rappresenti un limite? E, per converso, che i generi cosiddetti “fantastici” costituiscano invece un’opportunità?

Ritengo che il genere fantastico sia decisamente superiore alla narrativa “realistica”, per la semplice ragione che un autore fantastico non solo si limita a raccontare una storia, ma crea un mondo, un universo nuovo. Credo che un creatore di universi sia una figura assai più artistica e geniale di un semplice “cronista” di fatti di vita quotidiana. Eppure, so bene come la letteratura fantastica sia considerata, dalla critica letteraria “più importante”, come secondaria, se non inferiore. Eppure nella fantascienza, nell’ucronia, nel gotico, nell’horror, nel fantasy molti autori s’interrogano sulla condizione umana, sulla nostra psiche, sul nostro futuro, sul senso della vita e di molto altro in modo assai più ricco, fantasioso e approfondito di chi racconta solo di vicende ordinarie. Uno Stephen King, con i suoi mostri, è, per esempio, un grande esploratore delle schizofrenie e delle paure infantili e adulte.

– Parlaci del tuo rapporto – e magari del tuo “metodo” – di scrittura, e dei tuoi prossimi progetti.

C’è una barzelletta famosa sui carabinieri (odio le barzellette, ma questa mi pare utile, per quanto non mi faccia ridere) che chiede perché vadano sempre in giro in coppia e che risponde “perché uno sa leggere e l’altro sa scrivere”. Bene, io non voglio essere come uno di questi due. Amo leggere e, nella misura in cui leggo, sento il bisogno di scrivere. Dunque, recensisco qualunque cosa legga, rifletto su quello che ho letto e mi sento stimolato a scrivere qualcosa magari di opposto rispetto a quanto ho letto. Leggere e scrivere, insomma, sono per me un tutto unico. Spesso, infatti, negli ultimi libri, inserisco varie citazioni all’interno dei capitoli o come inizio o nelle note, per far capire come tutto quello che scrivo ha delle radici in altri scritti.

Come scrivo? Per stratificazione. Magari un racconto posso anche scriverlo quasi per intero al primo passaggio, ma i romanzi prima li scrivo dall’inizio alla fine, poi li rileggo e nel rileggerli li modifico totalmente, poi li rileggo ancora e li modifico di nuovo. Smetto con questi passaggi solo quando le nuove modifiche diventano marginali.

I miei progetti? Tra pochi giorni uscirà Il regno del ragno, il secondo volume di Via da Sparta. Il terzo, La figlia del ragno, spero possa uscire dopo Natale. Ho poi scritto due raccolte di racconti apocalittici, entrambi rigorosamente ambientati a Firenze, il primo che descrive svariati modi in cui la città potrebbe venire distrutta e il secondo che la descrive dopo questi eventi. Queste antologie potrebbero uscire a fine 2019 o forse nel 2020. Sto ora scrivendo un intero romanzo sull’argomento, ma non so se funzionerà. Ho anche scritto un romanzo di fantascienza davvero particolare con Massimo Acciai Baggiani, si chiamerà Psicosfera e parla del potere della mente. Anche questo penso che uscirà tra vari mesi. Quando avrò finito il romanzo apocalittico, ho già una sfilza di idee da mettere in atto. Spero solo di campare abbastanza da realizzarne ancora qualcuna!  Se solo potessi avere una macchina per dilatare il tempo!

Carlo Menzinger di Preussenthal, nato a Roma il 3.01.1964, sposato, ha una figlia e vive a Firenze, dove lavora nel project finance.

Ha pubblicato varie opere tra cui romanzi ucronici (“Il sogno del ragno”, “Il regno del ragno”, “Il Colombo divergente”, “Giovanna e l’angelo”), thriller (“La bambina dei sogni”, “Ansia assassina”),  fantascienza (il ciclo “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”), un romanzo gotico – gallery novel (“Il Settimo Plenilunio” scritto con Simonetta Bumbi). Ha curato le antologie “Ucronie per il terzo millennio” e “Parole nel web”, partecipato ad altre e pubblicato su riviste e siti web.

Il suo sito è                 www.menzinger.it

Il suo blog è              https://carlomenzinger.wordpress.com/

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