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LA PERCEZIONE DEL TEMPO

Bambini nel tempo” di Ian McEwan è un romanzo con un grande potenziale. Innanzitutto nel titolo: quante storie eccezionali si potrebbero scrivere con un titolo così! Poi nell’incipit (che anticipa la trama principale): un padre, scrittore di romanzi per bambini, perde la figlia in un supermercato. Forse è stata rapita. La cerca invano per lungo tempo. La sua vita familiare è sconvolta. I rapporti con la moglie precipitano. Bene. Da qui si potrebbe andare in molte direzioni. Io avrei immaginato che, trattandosi di uno scrittore, il protagonista avrebbe fatto lavorare la fantasia. Avrei immaginato che la bambina nella sua memoria cambiasse o che restasse sempre uguale nonostante lo scorrere del tempo, che comunque diventasse cosa diversa da quella che stava diventando veramente. Ma Stephen Lewis (forse non è un caso che il cognome del protagonista ricordi quello del celeberrimo autore fantasy) si limita ad andarsene in giro per Londra cercandola per tre anni. Sua moglie si ritira in meditazione. Si separano. Insomma, reazioni abbastanza normali e poco romanzesche.

McEwan approfitta di questa trama, per inserirci i ricordi dell’infanzia di Stephen, ma non ci offre nessuna allucinata mescolanza dell’infanzia di padre e figlia. Peccato! Ci mostra anche il grande amico di Stephen, affermato politico vicino al Primo Ministro, che regredisce all’infanzia e, in una ricerca di semplicità, costruisce una casa sull’albero, dove fa ascendere anche il povero Stephen, in uno dei brani meglio riusciti del romanzo. C’è insomma una riflessione sul bambino che è sempre presente in noi e che vuole ritornare, ma la vicenda mi pare poco legata a quella principale.

Il protagonista, grazie al suo successo come autore di romanzi per ragazzi, entra in una commissione ministeriale per l’educazione dell’infanzia, e qui siamo nel campo di una blanda satira del governo tatcheriano, con un’Inghilterra in cui l’accattonaggio è regolamentato e altre piccole varianti, che rendono la storia quasi una lieve distopia, senza osare spingersi a immaginare mondi orwelliani. Peccato? Forse sarebbe stato eccessivo farlo.

A un certo punto Stephen è vittima di un incidente automobilistico, grazie al quale percepisce una dilatazione del tempo quale non aveva mai sperimentato prima. Anche questa potrebbe essere un’interessante occasione per mostraci come il tempo non sia uguale per tutti. Dopo una simile presa di coscienza mi sarei aspettato di scoprire come il tempo sia andato avanti per la piccola Kate, la figlia dispersa di Stephen, di quanto sia stato diverso per lei rispetto al padre. Del resto è noto quanto sia diverso il suo scorrere durante l’infanzia. A un certo punto Stephen crede di averla ritrovata. La piccola non lo riconosce. È passato troppo tempo, penso. È la diversa percezione del tempo che fa sì che per Stephen la piccola sia ancora sua figlia, mentre per la bambina Stephen non è più il padre. Però, McEwan ci fa capire che Stephen si è solo sbagliato. Quella è un’altra bambina. Peccato!

Ian McEwan

Alla fine la coppia, che si era brevemente rappacificata mesi prima, ha un nuovo figlio, che torna a unirli. Stephen capisce che continuerà ad amare nel nuovo figlio la bambina perduta. McEwan però non ci mostra cosa comporta questo, perché con la nascita il romanzo si chiude. Peccato!

C’è anche una complessa esposizione della moglie dell’amico di Stepehen sul tempo in fisica. Anche quest’idea, mi pare, non ha molto seguito nella trama successiva, né aiuta a spiegare nulla di quanto avvenuto prima.

Insomma, come dicevo all’inizio tanti bellissimi spunti, che personalmente avrei sviluppato in tanti altri modi. Insomma, un romanzo molto stimolante, che fa riflettere, che fa venire una voglia matta di scrivere. Di riscriverlo. Un buon romanzo, insomma, ma non quello che avrei voluto leggere, eppure, a volte, i romanzi sono buoni proprio per questo, perché non sono come li vorremmo, perché ci stimolano a creare noi qualcosa di più adatto ai nostri gusti. Purché siano scritti bene e questo, in fondo, lo è, anche se ci sono un po’ troppe divagazioni dalla trama principale.

P.S. Di McEwan, tempo fa, ho letto anche Solar e rileggendo ora il mio commento di allora, noto le stesse conclusioni: belle idee, ma senza il coraggio di portarle fino alle loro estreme conseguenze!

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DATECI SANGUE GRATIS!

30 maggio 2013 Libreria IBS

Braschi, Menzinger, Calamandrei, Previti

Ieri sono stato alla Libreria IBS di Firenze per presentare i libri di Graziano Braschi (“Arrivederci, mondo“) e Sergio Calamandrei (“Sangue gratis”).

Quando sono arrivato, un po’ trafelato per la lunga camminata dall’ufficio al centro, ho trovato folle in delirio che si accalcavano in via Cerretani scandendo in coro “VOGLIAMO SANGUE GRATIS… DATECI SANGUE GRATIS”.

Alcuni, sconsolati, un poco in disparte, non riuscendo ad avvicinarsi, tentavano il suicidio mormorando “ARRIVEDERCI, MONDO”.

Urgeva porre rimedio alla situazione, per cui mi sono insinuato tra la folla e ho raggiunto la saletta centrale, dove Braschi e Calamandrei, supportati validamente da Giuseppe Previti, fronteggiavano le folle esaltate.

Assieme a loro mi sono messo a lanciare centinaia di copie dei suddetti volumi, fino a sedarne l’apparentemente implacabile appetito culturale.

Calmati, così, gli animi, abbiamo potuto iniziare la presentazione di queste due opere appena emerse vagendo alla luce del mondo, dai tempi e arcaici e arcani in cui erano sepolte, grazie ai moderni prodigi del self-publishment.

Arrivederci, mondo” è, infatti, un arguto libello di satira proveniente dagli anni di piombo di questa nostra Italia allora ancora leonesco-fanfaniana, igrnara dei bunga-bunga e mangia-mangia della moderna berlusconietà.

Sangue gratis” affonda le sue radici nelle più antiche tradizioni gotiche, nelle tavolette babilonesi sugli etimmé, negli scritti di Flegone Tralliano e Filostrato, nelle opere sanguinolente di Polidori e Lord Byron, nei recessi leggendari del Settimo Plenilunio.

Vederli dunque emergere, oggi, in questo inizio di

30 Maggio 2013 - Firenze, Libreria IBS

Sergio Calamandrei, Graziano Braschi e Carlo Menzinger – Firenze, 30 Maggio 2013

terzo millennio, incute una certa soggezione.

Dopo che il valente Giuseppe Previti ha sciolto il ghiaccio con la sua calda loquela, sono potuto partire lancia in resta e bersagliare di domande i due malcapitati autori, che alla fine, seppur stremati dal mio serrato attacco, hanno mostrato un’incredibile energia nell’affrontare nuovamente la folla, che li ha sommersi di domande scagliate da ogni fronte e li ha costretti a un estenuante lavoro di polso nel vergare e chiosare dediche una più estrosa e complessa dell’altra.
IMAG0377Ho esagerato nel mio resoconto? C’eravate? Se c’eravate raccontatelo voi. Se non c’eravate dovete fidarvi. A me le cose sono parse così. O quasi. O forse ho bevuto troppo sangue e mi ha dato alla testa… del resto era gratis!

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Interventi del pubblico alla presentazione

GIOVEDÌ 30 MAGGIO DUE AUTORI A CONFRONTO ALLA LIBRERIA IBS DI FIRENZE

Il 30 Maggio alle 18,00 sarò alla Libreria IBS di Firenze (quello che prima era il Melbookstore di via dei Cerretani 16/R) per presentare due libri:

–          “Sangue gratis e altri favolosi racconti – di Sergio Calamandrei

–          “Arrivederci, mondo” – di Graziano Braschi.

Entrambi i volumi sono autoprodotti dagli autori con Youcanprint.

Con l’occasione vorrei fare alcune domande agli autori, che anticipo qui. Giovedì, però, lo prometto, sarò molto meno prolisso e cercherò di sintetizzare le domande, lasciando spazio agli autori per dire la loro.

 

DOMANDA 1

La prima domanda che vorrei fare a entrambi riguarda proprio questa scelta.

Il mondo dell’editoria è cambiato moltissimo in questi ultimi anni grazie all’avvento degli e-book, del print-on-demand, dei siti di auto-pubblicazione, dei siti di scrittura e lettura virtuale.

In che misura questi nuovi strumenti hanno cambiato il vostro rapporto con la lettura e la scrittura? Quali opportunità e rischi offrono questi nuovi sistemi?

 

DOMANDA 2

Graziano Braschi

C’è un altro aspetto che accomuna questi due libri: la satira della società. Il romanzo di Braschi, sebbene pubblicato oggi, fu scritto nella seconda metà degli anni ’70, in quelli che chiamavamo gli anni di piombo. Si tratta di un mordace libello, che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari.

Nel romanzo si dipana, anzi, no si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”).

È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali  la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico.

Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente.

Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”!

Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda.

Graziano Braschi viene da un’esperienza nella rivista satirica “Ca Balà”. Gli vorrei quindi chiedere quale sia il suo rapporto con la satira letteraria e, soprattutto, come pensi che questa sia cambiata dagli anni ’70 a oggi.

 

DOMANDA 3

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Anche il libro di Sergio Calamandrei presenta aspetti di satira sociale. “Sangue gratis” è, infatti, una raccolta di tre racconti, il primo dei quali “Sangue gratis e altre favolose offerte”, che dà il titolo al volume, narrando degli incontri-scontri di un vampiro con alcuni personaggi, è l’occasione per mostrarci le storture di un sistema consumistico sempre più esasperato.

Vi incontriamo una società telefonica che fa offerte mirabolanti che non è in grado di mantenere, una banca i cui contratti articolatissimi nascondono commissioni e balzelli fantascientifici, “spam-man” che si aggirano come zombie offrendo prodotti mirabolanti.

Vorrei chiedere anche a Sergio Calamandrei del suo rapporto con la satira e che ci parli della sua scelta di affrontarla inserendola in un racconto di vampiri.

 

DOMANDA 4

In ”Arrivederci, Mondo”, in un caleidoscopio di personaggi, compresi alcuni emersi dalle nostre memorie letterarie come il Gatto e la Volpe di Collodi e un insetto kafkiano, troviamo il soldato Italo, che ricorda il “buon soldato Švejk” di Hašek. Vorrei chiedere a Braschi quale sia il rapporto di questo romanzo con i suoi precedenti letterari.

 

DOMANDA 5

Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger “Sangue Gratis e Altri Racconti” scritto da Sergio Calamandrei è una storia che nasce dalla costola del romanzo “Il Settimo Plenilunio” da me scritto assieme a Simonetta Bumbi e, come ha voluto lui si dicesse “con la collaborazione determinante di Sergio Calamandrei”.

Avevo definito “Il Settimo Plenilunio”, edito da Liberodiscrivere nel 2007, una gallery novel, per dire che è un’opera collettiva, scritta da tre autori e reintepretata da ben 17 artisti tra illustratori, pittori e fotografi.

Ebbene “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte” si potrebbe forse considerare come una nuova reinterpretazione del romanzo, questa volta non in forma grafica, ma narrativa. Non è né un sequel, né un prequel, né una storia parallela. Forse è uno spin-off. Vi ritroviamo, infatti, lo stesso “Piero De Mastris” de “Il Settimo Plenilunio” e altri personaggi, già presenti nel romanzo, dalla commerciale con i capelli rossi, al tecnico, allo spam-man, al bancario, anche se con altri nomi.

Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei, come pensa che potremmo definire “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte”, il primo dei tre racconti lunghi che compongono il volume, e, soprattutto, come è nata in lui l’idea di riscrivere questa storia.

 

DOMANDA 6

Arrivederci, mondo - Graziano Braschi

Arrivederci, mondo – Graziano Braschi

Un aspetto di “Arrivederci, mondo” mi ha colpito particolarmente: lo stile.

L’argomento del libro è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit:

La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia,

lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano

un’ipertrofica vegetazione con riflessi elettrici e lumacosi, di un verde vomichevole.

– Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando.

Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina.

– Ma insomma che è questa puzza!?

Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti.

Che importanza ha l’uso di un termine piuttosto di un altro, l’espressione oscena o quella ostentatamente pomposa?

 

DOMANDA 7

Con il secondo racconto, “Tsunami”, Calamandrei ci porta negli orrori delle isole di Sumatra, dello Sri Lanka e dell’Indonesia, devastate non solo dallo tsunami del 2004, ma anche dalla presenza di un vampiro che si rifà non alla tradizione europea e “transilvana”, ma a quella locale, sebbene non si differenzi molto da quelli che conosciamo. Lo chiama Vagharen.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese, su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Sarà però il XIX secolo a delineare questa figura nelle sue caratteristiche attuali.

Pare che, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

Byron e Shelley si erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il c.d. “Frammento”. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

Prima di leggere “Tsunami” non avevo mai sentito parlare di vampiri con il termine di “vagharen”. Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei se si tratta di una sua invenzione o se ha scoperto che anche nella cultura di Sumatra e dello Sri Lanka erano presenti figure assimilabili ai non-morti occidentali.

 

DOMANDA 8

il “buon soldato Švejk” di Hašek

il “buon soldato Švejk” di Hašek

Ancora una domanda a Graziano Braschi. Nel suo romanzo c’è una strana caccia al tesoro, una mappa che porta al Campo dei Miracoli (forse più collodiano che pisano), una Macchina-Fine-del- Mondo da attivare e che il “buon soldato Italo”, si ripromette di utilizzare. Si cela qui la morale di questa storia? È questa la sorte che attende, non dico l’umanità, ma almeno “l’italianità” raccontata in queste pagine?

 

 

DOMANDA 9

In “Alba a Chinde”, l’ultimo dei racconti di Calamandrei, troviamo un demone malinconico e viveur, un ricco Conte, che per sfuggire alla maledizione della luce del giorno, vive in un’eterna notte volando di città in città, di continente in continente, cercando sempre di precedere l’alba, ma questa, lo sanno tutti, prima o poi arriva. Mi ha spiegato Sergio Calamandrei che questo personaggio non è un vero vampiro, ma un demone, eppure ha in comune con i vampiri l’orrore per la luce solare. Questo racconto non è in fondo una metafora delle nostre vite? Non corriamo sempre in avanti, cercando di essere più veloci di una morte che comunque sappiamo che prima o poi arriverà? È questo il senso del racconto o l’autore intendeva parlarci d’altro?

 

DOMANDA 10

Graziano Braschi è stato redattore della rivista satirica “Ca Balà”, suoi disegni e scritti umoristici sono apparsi su importanti riviste italiane ed estere e ha curato numerose antologie, tra cui la recente “Riso Nero”. Vorrei chiedergli di parlarci di queste sue esperienze passate?

 

DOMANDA 11

Sergio Calamandrei ha pubblicato un interessante romanzo giallo ambientato tra scrittori emergenti nella Biblioteca Nazionale di Firenze “L’Unico Peccato” e ha partecipato a varie altre pubblicazioni, compreso “Il Settimo Plenilunio” di cui abbiamo parlato. Chiederei anche a lui di parlarci delle sue esperienze precedenti di scrittura e pubblicazione.

 

Per conoscere le risposte, non avete che da venire a Firenze, alla Libreria IBS di Firenze di via dei Cerretani 16/R, il 30 Maggio alle 18,00.

 

SI PUÓ RIDERE DELL’APOCALISSE?

Terry Pratchet, Neil Gaiman - Buon Apocalisse a tutti!

Terry Pratchet, Neil Gaiman – Buon Apocalisse a tutti!

Buon Apocalisse a tutti!”, il romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman, affronta un tema non certo nuovo per la letteratura e il cinema, per non parlare della filosofia o della religione: la fine del mondo.

In Italia ha la sfortuna di essere presentato con un titolo che fa presagire un approccio assai più umoristico di quanto non sia realmente. Il titolo originale “Good Omens” (“Buoni Presagi”), se non altro crea meno false aspettative di grasse risate, che in effetti, il romanzo, seppur con una vena umoristica, non suscita davvero e non credo voglia neppure suscitare.

Wikipedia lo definisce una “commedia metafisica sull’avvento dell’Apocalisse” e la definizione mi pare abbastanza corretta.

Non si tratta solo di una presa in giro di alcuni film come “The Omen”, ma contiene numerosi riferimenti ad altri film popolari, da “ET”, a “Il Signore degli Anelli”, a “Guerre Stellari”, ma anche riferimenti al libro dell’Apocalisse e i nomi dei personaggi sono spesso citazioni.

Insomma, si ha l’impressione di un libro scritto per fa sorridere, ma anche con l’intento di essere qualcosa di più di una qualunque storia comica.

Ci sono alcuni momenti interessanti. Trovo simpatica l’amicizia tra l’angelo Azraphel e il diavolo Crowley (stesso nome del famoso occultista), che convivono sulla Terra per seimila anni e alla fine si sentono più legati tra di loro che con Paradiso e Inferno.

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Non è male l’incedere finale verso l’Armageddon dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse in motocicletta (con i quattro emuli dai nomi improbabili che li imitano e seguono), dell’Anticristo bambino con i suoi tre amichetti, della strega occultista Anatema e del finto ingegnere smonta catastrofi.

Ci sono però delle parti piuttosto inutili e alcune addirittura noiose, come i giochi banali dell’Anticristo bambino.

Direi che è un libro un po’ discontinuo come tono, un po’ troppo pieno di personaggi e di storie minori che si intrecciano e che creano confusione, con alcune trovate interessanti e alcuni riferimenti non banali come i personaggi che si interrogano su dove sia Armageddon (perché, è proprio così: è un luogo, non un evento, come si crede spesso) o l’angelo che colleziona libri antichi o le versioni errate della Bibbia, che forse esistono davvero.

A volte viene voglia di abbandonarlo, si resiste un po’, si va avanti, si trova un altro brano interessante e si procede attraverso un altro po’ di noia, fino alla nuova luce (sperando che non sia quella di un treno che arriva dal fondo del tunnel).

Firenze, 27/10/12

I quattro cavalieri dell'Apocalisse

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

ERAVAMO GIÀ COSÌ!

Graziano Braschi - Arrivederci, mondo

Graziano Braschi Graziano Braschi – Arrivederci, mondo

Graziano Braschi, già redattore della rivista satirica “Ca Balà”, complici le moderne opportunità di auto-pubblicazione, ha finalmente dato alle stampe il volumetto “Arrivederci, mondo”, uscito a puntate nei lontani eppur vicini anni ’70 del defunto ultimo secolo del passato millennio.

Si tratta di un mordace libello che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari.

L’argomento è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit:

La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia,

lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano

Graziano Braschi

Graziano Braschi

– Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando.

Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina.

– Ma insomma che è questa puzza!?

Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti.

Da qui si dipana, anzi, no da qui si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”).

È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali  la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico.

Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente.

Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”!

Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda. Il volume è, invece, illustrato da Massimo Presciutti, disegnatore, anche lui, di “Ca Balà”.

Firenze, 29/04/2013

Il buon soldato Švejk - Hašek

Il buon soldato Švejk – Hašek

LE DEBOLEZZE DELLA MORTE

José Saramago - Le Intermittenze della Morte

José Saramago – Le Intermittenze della Morte

Il Premio Nobel José Saramago ha scritto romanzi affascinanti come “Cecità”, “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo Secondo Gesù Cristo”, assai più godibili de “Le Intermittenze della Morte”, anche se l’ipotesi da cui parte questo romanzo è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni (meno credibile, dato che il Caso Morte, non è certo la sola polizza trattata) e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

José Saramago

José Saramago

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel.

 

Firenze, 21/08/2012

 

Morte

 

UN’ORGANICA ACCOZZAGLIA DI GENIALI STUPIDAGGINI

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Che strano libro è la “Guida Galattica per gli Autostoppisti” di Douglas Adams! Apparentemente è un romanzo di fantascienza con i classici personaggi e situazioni da cliché, come alieni, robot, mega computer, viaggi interstellari e distruzioni di mondi. Se però andiamo a leggere, capiamo, sin dal titolo che non si tratta affatto di una cosa seria. Certo alcuni non considerano la fantascienza, di per sé, un genere letterario serio, ma in questo si ingannano, perché quando questa parte da solide ipotesi immaginarie e sviluppa la teoria creando storie e persino mondi di fantasia, è in grado di essere stimolante per la riflessione scientifica o sociale. Quando descrive utopie o distopie, aiuta a ragionare sulle debolezze della nostra civiltà. Quando mostra l’uomo davanti all’infinito, al mistero, all’ineffabile, diventa strumento di approfondimento filosofico e psicologico.

La “Guida” non è però nulla di tutto ciò, anche se c’è un super-mega-computer che prima cerca la Grande Risposta e poi, per altri cinque milioni di anni, cerca la Domanda Fondamentale a quella Risposta.

Douglas Adams

Douglas Adams

La “Guida” non è neanche una presa in giro della fantascienza, perché, a modo suo, è fantascienza essa stessa, anche se fatta da chi non crede più a un universo capace di stupirci o offrirci nuovi orizzonti o nuove speranze. È ben lontano il felice ottimismo della fantascienza degli anni ’50 o della pre-fantascienza ottocentesca. Siamo distanti anche dal pessimismo della science-fiction più cupa. La Terra viene distrutta in poche pagine, senza troppi rimpianti, per far posto a un’autostrada interstellare. Del resto era stata creata da due topolini bianchi, che ora la stanno facendo ricostruire da un’altra parte.

Siamo più dalle parti di “Men in Black”, che da quelle di “Solaris” o “2001 Odissea nello Spazio”.Scritta nel 1979, la “Guida” è la prima parte della “omonima trilogia in cinque parti” di fantascienza umoristica (come ci spiega wikipedia), adattamento di una serie radiofonica in quattro puntate.

Nelle sue pagine si succedono una serie di eventi il cui umorismo è legato al loro grado di improbabilità (del resto anche le astronavi usano un motore a “improbabilità”) e al comportamento grottescamente umano dei protagonisti alieni o robotici.

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Scrivere idiozie può sembrare facile, ma, in realtà farlo in modo intelligente è cosa di grande difficoltà. Il merito di Adams è quello di aver saputo mettere assieme una storia che è un’accozzaglia di stupidaggini disparate e illogiche, ma di averlo saputo fare così bene da rendere il suo libro quasi geniale.

Firenze, 17/04/2012

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