LA REALTÀ EVANESCENTE DI DICK

Philip K. Dick - Ubik

Philip K. Dick – Ubik

Chi conosce poco la fantascienza immagina che narri storie di alieni che invadono la terra e battaglie di astronavi. Pur essendoci in tale filone anche alcune storie valide, tendo a considerare questo tipo di racconti una sorta di fantascienza di serie B.

C’è poi un’altra parte di romanzi capace di affrontare temi di grande profondità, creando veri capolavori, che meriterebbero di stare accanto ai classici della letteratura mondiale.

Trai romanzi con questa capacità, oserei citare “Ubik” di P.K Dick (Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982). Romanzo, scritto nel 1968 e pubblicato nel 1969, che ha il dono di mostrarci il sottile confine tra realtà e sogno o, meglio ancora, la soggettività della realtà e la sua evanescenza.

Si tratta di una storia che affonda le sue radici nella filosofia platonica, in particolare nel concetto di Idea universale e nel Mito della Caverna. Per sua stessa ammissione, Dick non conosceva Empedocle, ma del filosofo siciliano ritroviamo in Ubik diversi concetti, innanzitutto il divenire, il continuo mutare delle cose. Poi la contrapposizione tra due forze contrapposte, φιλóτας (Amore) e νεῖκος (Discordia). Troviamo infine anche l’idea della metempsicosi, la reincarnazione di cui Empedocle parla nelle “Purificazioni”. Dick fa però, su questo tema, fa riferimento non al filosofo di Agrigento ma al Libro Tibetano dei Morti.

La narrazione è ambientata in un 1992, che Dick immagina assai più evoluto di quello reale, con Luna e Marte colonizzati, voli spaziali a disposizione dei privati e, soprattutto, un utilizzo dei poteri mentali assai sviluppato, con telepati e veggenti attivi come professioni riconosciute. Le anfetamine (di cui l’autore pare facesse uso) vengono vendute nei distributori automatici. Per ogni cosa occorre pagare, anche per aprire la porta della propria casa o il proprio frigorifero (piccola distopia satirica del consumismo).

Dick si dilunga spesso a descrivere i numerosi e bizzarri modi in cui vestivano i personaggi della storia, dimostrando in questo più che preveggenza (dato che nel 1992 non vestivamo affatto così), una notevole creatività: non certo i pigiamini blu, gialli e rossi di Star Trek!

I protagonisti, Joe Dick e il suo capo Glen Runciter, fanno parte di un’organizzazione che contrasta i poteri di telepati e veggenti. Rimangono però vittime di un attentato assieme ad altri dipendenti di Runciter.

Da tale momento, la realtà comincia a perdere consistenza. In quel 1992, quando la gente stava per morire, veniva congelata, conservando un minimo di attività cerebrale.

Philip K. Dick

Philip K. Dick

Joe crede di essere vivo e che Runciter sia morto e congelato. Runciter crede il contrario. Il lettore stenta a comprendere dove sia la realtà, che intanto si disgrega. L’ambigua figura di Pat Conley complica le cose. Il mondo in cui vive Joe comincia a regredire, tornando a forme tipiche del passato. In pratica lui e i suoi compagni, tutti vittime dell’attentato, regrediscono fino al 1939, in un viaggio nel tempo (anche se Dick precisa che non si tratta di questo) che rimane ancora oggi trai più originali del genere. Sono però in azione due forze contrapposte. Una che li porta indietro e un’altra che li porta avanti, verso un futuro in cui Runciter ha un ruolo centrale. Persino le banconote hanno il suo volto. Le due realtà non si conciliano tra loro. Gli abitanti del passato non accettano il denaro del futuro o il modo di esprimersi dei colleghi di Joe. Che cosa sono queste forze contrapposte? È Runciter stesso a spingerli verso il futuro? E chi li vuole annichilire, trascinandoli indietro nel passato?

Quando si comincia a credere di aver capito qualcosa, Dick rimescola abilmente le carte e il lettore rimane spiazzato. Lo farà persino nello splendido, fulminante, finale.

Empedocle

Empedocle

Opera visionaria, insomma, ma di grande intelligenza e profondità. Sicuramente un capolavoro della fantascienza, scritto da un autore considerato trai maggiori dell’ucronia. Dick, come nell’allostoria “La Svastica sul Sole”, anche qui gioca con il Tempo e la Storia. Se nel romanzo ucronico ci faceva vedere un mondo in cui la Germania aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale, ma doveva mettere al bando un romanzo in cui si raccontava che a vincere erano stati invece gli alleati (in modo però diverso da come le cose sono andate), anche qui troviamo lo stesso gusto per le realtà contrapposte e contraddittorie, ma realizzate a un livello di creatività immaginaria che mi pare superiore.

Firenze, 26/02/2012

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–          Roma eterna

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–          Cos’è un ucronia? (precedente versione)

5 responses to this post.

  1. […] 7)      Ubik – Philip K. Dick (ebook) […]

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  2. […] “La Torre Nera” di King, “Fahrenheit 451” di Bradbury, “Non lasciarmi” di Ishiguro, “Ubik” di Dick e molte […]

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  3. […] Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”. […]

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  4. […] si muovono tramite macchine, ma per effetto di una malattia genetica di Henry), al complesso “Ubik” di Philip K. Dick, fino al recente “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. In […]

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