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LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

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GALBRAITH NON È LA ROWLING

Credo che J.K Rowling abbia fatto bene a non mettere il proprio nome su “Il richiamo del cuculo”, pubblicato invece con lo pseudonimo di Roberth Galbraith. Non è infatti un romanzo all’altezza della saga di Harry Potter, autentico capolavoro del fantasy.

Personalmente non amo i gialli e questo ha di sicuro influenzato il mio giudizio, ma l’investigatore privato Cormoran Strike non solo non è capace delle magie dello studente di Hogwarth, ma anche le pagine del romanzo mancano totalmente della “magia letteraria” che ha stregato milioni di lettori, portandoli a divorare e adorare le migliaia di pagine della saga.

Tutte le regole, in letteratura, sono fatte per essere violate, ma quando si violano occorre farlo coscientemente e  con capacità. I grandi autori, in tal modo, spesso ottengono grandi risultati.

Nelle scuole di scrittura insegnano che non bisogna descrivere ma mostrare.

Quando in un romanzo abbiamo un investigatore che ricostruisce la “verità” interrogando i vari “testimoni”, “sospetti” e “attori” della vicenda, inevitabilmente i fatti vengono raccontati e filtrati e non mostrati direttamente. Non leggendo molti gialli, non saprei dire se sia un vizio del genere, ma di certo è qualcosa che mi disturba e mi ha disturbato leggendo il romanzo della Rowling… pardon, di Galbraith.

J.K. Rowling, alisa Robert Galbraith

Inoltre, mi pare che si vada troppo per le lunghe senza che le indagini prendano una direzione precisa, per poi accelerare verso la fine. Mi sarei aspettato che l’autrice avrebbe dirottato i lettori su un paio di ipotesi false, per poi spostarsi alla fine verso la soluzione, ma per quasi tutto il romanzo l’ipotesi più plausibile continua a sembrare quella iniziale, che Strike cerca di confutare, il suicidio della splendida modella di colore Lula Landry.

Ben altra cosa era persino “Il seggio vacante” in cui la Rowling ci offriva il quadro di una provincia inglese e che aveva persino realizzato una struttura di una certa originalità, facendo ruotare la storia attorno a un’assenza.

Certo, anche ne “Il richiamo del cuculo” tutto ruota attorno a un’assenza, quella della scomparsa Lula, ma qui non si nota, perché nelle indagini su un presunto omicidio di norma è così.

Questo è quello che pensavo prima di leggere il finale del romanzo, che, dopo essere rimasti a lungo nel guado degli interrogatori di questo investigatore corpulento e monco, all’improvviso schizza verso la conclusione e la soluzione finale, senza particolari preavvisi. Eppure, come in ogni buon giallo (almeno credo, da “non-lettore-di-gialli”) appena l’autrice svela il mistero, ci scopriamo convinti di aver sempre saputo tutto dall’inizio, anzi già solo leggendo il titolo. Però ,non è così, perché, in effetti, c’è qualcosa di abbastanza sorprendente nel finale, che ovviamente non voglio dire, per non rovinare la lettura. Ed ecco che assaporata la soluzione scopriamo che, in fondo, ci siamo affezionati a questo detective reduce di guerra e alla sua brillante segretaria interinale e che ci dispiace lasciarli andare. Sappiamo che c’è già un secondo volume della serie e che potremmo essere persino tentati di leggerlo.

Eppure speriamo che la Rowling smetta di perder tempo a scrivere gialli e torni a ciò che sa fare davvero: il fantasy. Speriamo che sappia creare presto un nuovo mondo in cui perderci. Di detective, per quanto ben disegnati, non sentiamo alcun bisogno. Tutto sommato mi è quasi dispiaciuto che alla fin fine il romanzo non sia da buttar via. La paura è che la Rowling dedichi ora troppe risorse dietro a Cormoran Strike.

 

PERCHÉ ROLAND DESCHAIN NON È HARRY POTTER

Credo che le due più grandi eptalogie scritte a cavallo del cambio di millennio siano la saga di Harry Potter e quella Roland Deschain di Gilead, la prima realizzata da J.K. Rowling, la seconda da Stephen King. Non conosco il numero di copie vendute da King per la saga della Torre Nera che ha per protagonista il pistolero di Gilead, ma sebbene immagino siano moltissime, credo che difficilmente possano essere comparate per quantità con quelle del maghetto di Hogwarts. Del resto la fama della saga fantasy della scrittrice inglese è planetaria anche grazie agli otto film tratti dai sette romanzi, mentre altrettanto non è ancora stato fatto con l’opera dell’americano.

Entrambi comunque hanno il vantaggio di aver scritto in lingua inglese, cosa che è già un primo passo avanti verso il successo.

Che cosa ha reso però Harry Potter un bestseller più della Torre Nera?

Tempo fa avevo esaminato quelli che mi parevano i principali ingredienti della saga fantasy inglese e, in seguito, ho ripetuto l’analisi anche su altre opere (per esempio “Il cacciatore di aquiloni”, “La setta degli assassini”, “Amabili resti” “It”, “Il seggio vacante”, “I miserabili”). Quale scritto però si presta meglio del ciclo di King per un’analisi di questo tipo, se non altro per l’ampiezza comparabile delle due saghe e per la base fantasy di entrambe, con lunghe parti ambientate nel mondo “reale”?

Gli elementi che avevo individuato nella saga di Harry Potter sono: trama, strutturazione, ambientazione costante, ripetitività e ritualità, magia come estraniazione dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance, paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte. Notavo anche che l’amore, pur presente, spesso centrale in tante opere, aveva un ruolo marginale.

 

Vediamo, allora che uso fa Stephen King degli elementi usati dalla Rowling.

 

Trama: nessuna saga di sette romanzi di centinaia di pagine ciascuno si può reggere senza una trama principale e alcune trame secondarie. Sembra scontato, ma ci sono romanzi corposi con trame troppo esili che come un corpo senza spina dorsale, si flettono sotto il peso delle pagine. Alla Quest di Roland si aggiungono le imprese che lui e i suoi amici dovranno affrontare in ciascun volume, a volte più di una per romanzo.

 

Strutturazione: struttura e trama sono quasi la stessa cosa, ma la struttura è qualcosa di più, che nasce dall’unione di trama, ambientazione, morale e che presume un certo equilibrio tra le parti. I romanzi di King, in questo sono più caotici di quelli dell’inglese, sia per la pluralità di ambientazioni, sia per una morale meno definita.

 

Ambientazione costante: in Harry Potter abbiamo due o tre ambienti centrali (la casa degli zii nel mondo reale, Hogwarts e magari Hogsmeade). I romanzi di King descrivono un viaggio e l’ambiente cambia continuamente, con salti avanti e indietro dall’uno all’altro, dal deserto delle aramostre alla New York del “lato americano” a New York alternative e ucroniche, al Medio-Mondo, al Fini-Mondo, al Entro-Mondo, al Oltre-Mondo, con Rombo di Tuono, Gilead, l’Eld, le Terre Desolate, in una geografia fantastica in cui non è facile orientarsi anche perché attraversa non solo lo spazio ma il tempo. Questo è per me un elemento affascinante di lettura, ma temo che possa disorientare i lettori più distratti e allontanarli dai libri.
Ripetitività e ritualità: qualcosa di ripetitivo c’è, innanzitutto la costanza della ricerca della Torre Nera, poi l’apparizione delle Porte tra i mondi, le apparizioni di robot, alcune frasi rituali, ma King ama sorprendere  e la sua è una storia in continuo movimento, non abbiamo certo la ciclicità del tempo scolastico di Hogwarts, anzi qui, addirittura, il tempo accelera, rallenta, va indietro, fa continui salti nel futuro e nel passato ed ere lontanissime si toccano. I Pistoleri hanno i loro mantra, le loro superstizioni, ma non sono veri riti. Questo allenta l’unitarietà dei romanzi e, soprattutto, non crea quel senso “domestico” che fa sentire il lettore a casa sua nei romanzi della Rowling.
Magia come estraniazione dalla realtà: Harry Potter vuole fuggire da un mondo reale di “babbani” in cui si sente insoddisfatto. Gli amici americani di Roland sono strappati via da New York contro la loro volontà e Roland attraversa gli spazi tra i mondi non per un desiderio di soddisfazione personale, ma per una missione da cui non può prescindere. Anche lui è obbligato, seppure dalla propria stessa volontà. La magia è subita, non dominata e cercata, come dai maghetti di Hogwarts che cercano di studiarla e controllarla nella loro scuola di incantesimi. È dunque una magia con un fascino diverso e, temo, minore.
Mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia: in questo King credo lasci indietro di qualche giro la Rowling. La saga della Torre Nera è la saga della schizofrenia, dei doppi, dei gemelli, della psiche disturbata. Persino le macchine, come il treno pensante Blaine il Mono sono schizofreniche, persino lo stesso autore compare nel romanzo sia di persona che una trinità di sosia dissociati. Gli amici di Roland hanno grossi problemi. Eddie Dean era un tossico, Susannah-Odetta-Detta è una schizofrenica con ben tre personalità, cui se ne aggiungerà una quarta che è più che altro possessione demoniaca (Mia)!


Linguaggio inventato: mancano forse termini espliciti come in Harry Potter, ma già solo i nomi della geografia di Tutto-Mondo potrebbero bastare per riempire un piccolo vocabolario. Ci sono poi le espressioni usate ritualmente, come i ringraziamenti e i saluti, ci sono le storpiature di termini fatte da Roland che non capisce totalmente la nostra lingua, ci sono oggetti particolari cui vengono da nomi appositi, come i piatti assassini, le palle “modello Harry Potter” (con cui la saga di King rende omaggio a quella della Rowling). Nel complesso, però, non sia ha percezione di una struttura linguistica innovativa capace di entrare nel linguaggio comune dei lettori o almeno nella loro fantasia.

 

Amicizia: a Hogwarts troviamo soprattutto l’amicizia sincera e spontanea dei bambini e degli adolescenti, ma non mancano amicizie mature e adulte. Lungo il sentiero della Torre Nera, Roland stringe amicizie profondissime, che vanno al di là delle esperienze comuni, al punto da doverle definire con un termine specifico: Ka-tet. Roland e i suoi, sono amici legati da un vincolo forte, che fa di loro più che una famiglia. Eppure l’essere questa amicizia così speciale, la rende irreale e quindi affievolisce il senso di immedesimazione. Alcuni personaggi si aggiungono lungo la via, a offrire la loro amicizia ai nostri eroi, ma sono più che altro compagni di avventure.
Lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto: Roland lotta contro il male (qui è Rosso, più che Nero, dato che il Nero è il colore della Torre, dell’ordine, dell’equilibrio), difende il Bianco, cerca di impedire il crollo della Torre Nera, lo spezzarsi dei Vettori che la reggono, perché la fine dei Vettori e della Torre Nera significherebbe la fine di tutto, ma il male è sempre mescolato con un po’ di bene, sebbene tenda sempre a prevalere e, forse, non è davvero degno di essere scritto con la maiuscola. Roland per raggiungere il suo obiettivo sacrifica tutto, amici, famiglia, Ka-tet. La sua è certo una lotta del Bene contro il Male, ma se il Male appare con molte facce, quelle del Bene sono poche e spesso sono sul corpo di persone all’apparenza poco raccomandabili.
Compenetrazione tra il Bene e il Male: si è detto sopra. I nostri eroi non sono dei santi, ma Pistoleri dal passato oscuro.
Tanti nemici, grandi e piccoli: i nemici da affrontare sono davvero tanti, la “principessa da salvare” è soprattutto una: la Torre Nera, ma se alla fine incontreremo il drago che la custodisce (il Re Rosso), questo non è Voldermort, la cui presenza compenetra tutti i romanzi della serie di Harry Potter, vero antagonista del piccolo mago. Roland combatte contro tutto e tutti per salvare l’universo, ma non ha un vero antagonista e questo lo rende più fragile come personaggio. Non ha un nemico alla sua altezza in cui riflettersi.
Un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale: la trasformazione da debole a forte non riguarda il protagonista, che conosciamo già forte, seppure con le sue debolezze,, ma tanti altri personaggi, dall’ex-tossico Eddie Dean, alla storpia schizofrenica cleptomane razzista di colore Odetta/Detta/Susannah/Mia, al bambino Jake Chambers che si trasforma in pistolero.
Spettacolarità: non avremo le battaglie aeree contro i draghi e le partite di Quidditch, ma abbiamo epici scontri contro i robot-lupi, la corsa folle del treno schizofrenico Blaine il Mono, il deserto con le aramostre, i conflitti contro i gangster di New York!
Competizione: nessuna gara, nessuna squadra l’una contro l’altra, ma la lotta per la sopravvivenza, gare mortali di indovinelli, duelli, battaglie. Qualcosa per cui parteggiare non manca, anche se non si può fare il tifo per i Grinfondoro e odiare i Serpeverde.
Mistero: anche qui il Re dell’horror ha qualcosa da insegnare alla donna più ricca di Inghilterra. Anche se forse troppo mistero rimane tale e chi (non sono tra costoro), vorrebbe sempre sapere e capire tutto, potrebbe restare insoddisfatto. La magia narrativa di King sta proprio nel creare mondi quasi onirici, a volte dal sapore lovecraftiano, in cui non tutto è spiegato, in cui non occorre sapere tutto, perché la verità non è una sola, perché ogni cosa è vera, anche il suo opposto, come è vero che Jake è morto, ma anche vivo accanto a Roland, come è vero che una certa località si trova in un quartiere, ma anche in un altro. Che cosa siano davvero la Torre Nera e i Vettori non è dato sapere, ma solo intuire. Questo mi piace di questa serie, questo lasciare la verità e il senso delle cose in sospeso, questo lasciare spazio alla fantasia del lettore. Se altri “ingredienti” sono usati da King con maggior parsimonia, il Mistero lo sa padroneggiare alla grande, forse più dell’horror e della paura, per cui è celebre. In questo è molto diverso anche da Asimov, spesso citato nella saga per i suoi robot positronici, perché lo spirito da giallista del russo-americano non lascerebbe mai nulla senza una spiegazione razionale.


Suspance: tutta quella che si può volere in un libro. Una suspance portata avanti per migliaia e migliaia di pagine, fatta forse più di consuetudine con i personaggi, di curiosità per le sempre nuove trovate dell’autore, di desiderio di proseguire lungo il sentiero del Vettore, più che di ansia o angoscia per gli eventi futuri.
Paura: King per molti è un autore horror. Qui siamo davanti a una storia di diverso genere, ma non mancano brani ed elementi horror e l’americano sa bene come usarli.
Avventura: se non è avventura questa! Un incredibile viaggio di un pistolero e i suoi compagni in una saga che mescola fantasy, western, horror, ucronia, romanzo gotico, fantascienza e molto altro ancora, in cui saranno affrontati killer spietati, robot assassini, gangster, trafficanti di droga e altri malavitosi,, treni pazzi, mostri lovecraftiani, incubi, crisi d’astinenza, ferite, malattie e molto altro ancora.
Iniziazione e crescita verso l’età adulta: ogni avventura porta con sé una crescita. Certo il protagonista non è un ragazzino come Harry Potter, ma anche un adulto può aver bisogno di scoprire se stesso, i propri sentimenti repressi, l’amore, l’amicizia, il dolore. Ci sono poi il drogato, che trova nell’avventura la strada per disintossicarsi, la schizofrenica che combattendo ritrova unitarietà, il bambino che diventa ragazzo, se non adulto.

Rowling e King

Morte: di morte ne troverete tutta quella che vi serve. La strada di Roland verso la Torre Nera è disseminata di cadaveri, da quelli che non vediamo, ma che lui ricorda, per esserli lasciati indietro prima che la saga avesse inizio, a quelli che provoca tra i suoi nemici, a quelli che perde tra i suoi amici. C’è un vero confronto con la Morte, quella con la M maiuscola? Forse no. Forse neppure nel confronto con il Re Rosso. Roland alla fine è sopraffatto da tante morti, più che dalla Morte come concetto in sé.

 

Amore: certo Roland ancora ripensa alla sua amata perduta, Eddie e Susannah si amano e si sposano, si perdono e si ritrovano, ma come nella saga di Harry Potter, anche qui l’amore o il sesso non mi paiono elementi centrali. Se c’è amore è più quello per la missione da compiere, per i compagni di avventura, per il Ka-tet.

In conclusione, King usa in quantità maggiore della gran parte degli autori che conosco quelli che sono gli elementi fondamentali per un romanzo di successo. Come in cucina, non è certo la quantità di ingredienti a rendere speciale un piatto, ma il loro uso e il loro dosaggio e certo l’americano conosce come pochi il mestiere di cucinare storie, eppure sempre più mi convinco che un romanzo (e una saga ancor più) è tanto più buono, avvincente, coinvolgente, tanto più sono presenti gli ingredienti di cui sopra. Non a caso la Rowling è l’autrice più venduta del mondo e King uno dei maggiori autori mondiali di bestseller. A poco senso parlare di qualità di un romanzo, se non piace al pubblico. Se piace al pubblico, viceversa, un motivo ci deve essere.

LA GRAN CUOCA ROWLING E I MAGICI INGREDIENTI DI HARRY POTTER

Il mese scorso ho letto anche il settimo libro della serie di Harry Potter (Harry Potter e i doni della morte) e non posso non interrogarmi su quale sia la formula magica che ha portato J.K. Rowling a diventare la scrittrice di maggior successo di questi nostri tempi (e non solo) nel giro di pochissimi anni. Ne sono passati, infatti, solo undici da quel 1997 in cui partorì il primo libro, che la portò subito alla ribalta, partendo dal nulla.
Io credo che la storia di questa geniale autrice non possa che essere presa ad esempio da qualunque scrittore sconosciuto che ambisca ad emergere dalla folla degli autori da dieci copie.
Dire che il successo di J. K. Rowling sia stato determinato solo dal marketing, dalla pubblicità, dai bei film girati sui suoi libri, sarebbe ingeneroso nei suoi confronti. Non si fanno cinque film di gran successo su dei libri scadenti, non si vendono milioni di copie con delle storie che non funzionano.
Altrettanto ingeneroso sarebbe considerare un’autrice che vende più copie della Bibbia (bestseller mondiale e secolare) come un’autrice di seconda categoria.
Ovviamente il successo “economico” di un libro non è tutto e non si valuta un libro sulla base delle copie vendute (altrimenti i miei sarebbero da considerare delle schifezze!), ma, certamente, se un autore riesce a trovare il consenso di milioni di lettori che le comprano non un libro ma sette, che la seguono in un’avventura lunga ormai undici anni (come l’età del suo personaggio nel primo libro), che leggono avidamente migliaia di pagine, quest’autore non può non essere considerato un genio, perché la genialità, a volte, sta anche nel saper capire la gente, nel saperne riconoscere i gusti, nel dare alle persone ciò che vogliono. Per questo dunque io qui proclamo che Joanne Kathleen Rowling è un genio.

 

Cosa ha capito, allora mi chiedo, questa donna che noi bricoleur della letteratura non abbiamo compreso? Cosa la rende differente da noi

Rowling

sconosciuti della tastiera? Io non leggo tanto quanto vorrei, ma posso dire di aver letto libri di autori molto differenti tra loro, compresi alcuni di autori che i più definiscono “emergenti”. Quello che, talora, ho riscontrato nei libri che non emergono è, innanzitutto, la mancanza di una storia, di una trama. Parrà banale, ma, cari colleghi bricoleur, alcuni di noi a volte scrivono dei libri in cui non si parla di nulla. Ebbene, nei libri della somma Rowling, la trama c’è sempre ed è ricca, articolata, ben sviluppata, colma di richiami al passato (il settimo volume in particolare) e di annunci per il futuro. Ogni volume ha una sua trama che lo rende unico e leggibilissimo in sé stesso, ma tutti sono connessi da una trama comune che li lega bene tra loro.La mia impressione è che questa trama si sia delineata nella mente dell’autrice progressivamente, man mano che scriveva, direi soprattutto dal quarto libro in poi, dopo che il successo l’aveva ormai resa un’icona vivente e che aveva la certezza di poter scrivere con tranquillità tutte le centinaia di pagine che voleva. I primi due volumi e forse anche il terzo, sono, infatti, un po’ più chiusi in sé, più unitari. Il sesto è decisamente proiettato in avanti. Non è concepibile senza il settimo, che, a sua volta, chiude magistralmente il tutto. Quello che credo dovrebbe lasciare un po’ perplessi i fan di questo ciclo è l’improvviso salto temporale dell’ultimo capitolo, che sembra volerci dire: ok, è veramente finita, almeno per qualche anno non succederà più nulla. Probabilmente sarà così. Una trama vuol dire anche struttura. Certo la Rowling non è Dante e non divide i suoi libri pesandone le parti e bilanciandole in modo ossessivo, ma ogni suo libro ha una struttura di massima che si ripete. Questo dà tranquillità al lettore, gli fa sentire i libri come qualcosa di familiare. Per struttura mi riferisco qui al fatto che iniziano tutti a casa degli zii, c’è poi l’anno scolastico che segue il suo corso, secondo una tempistica ben nota ad ogni scolaro (quali sono la maggior parte dei lettori) e si chiude con una vittoria parziale del nostro eroe. Solo il settimo libro, rompe gli schemi. Sembra quasi un modo per aiutarci al congedo. Fin dall’inizio si capisce che tutto è cambiato. Anche l’ambientazione, altro aspetto tranquillizzante e che porta il lettore ad identificarsi con i libri, nel settimo improvvisamente muta, non è più nella scuola, la scuola c’è sempre, compare, ma è diventata uno spazio secondario. Tutto ciò sembra volerci preparare al cambiamento (che potrebbe essere la fine effettiva della serie o un suo nuovo inizio su altre basi).Questi tre aspetti (trama, strutturazione e ambientazione) già spiegano buona parte dell’affezione dei lettori verso il ciclo, lettori, in genere, giovanili, che quindi ricercano la sicurezza della ripetitività, del rito. Il rito. Ecco un altro aspetto. I libri sono rituali non solo per i tempi che si ripetono, ma anche per la componente magica, che ne costituisce la “religiosità”, quella che dà un senso al rito.

La magia viene spesso indicata semplicisticamente come la componente che fa di questi libri dei libri di successo. In effetti, ha la sua importanza, anche se, come stiamo vedendo, non è l’unica. Perché piace la magia? Innanzitutto perché ci rende capaci di fare cose che nel mondo reale non sappiamo fare, perché, quindi, ci fa sognare un mondo diverso dal nostro. I libri di HP sono colmi di magia. Il suo universo è pervaso di magia. Molte delle cose che nel nostro mondo fa la tecnologia, lì vengono realizzate con la magia. È un mondo alternativo, quasi ucronico. In un certo senso potrebbe essere davvero ucronico se immaginassimo la domanda “se la magia esistesse e i maghi vivessero nascosti in mezzo a noi, come sarebbe il mondo?” Non è un mondo ucronico, però, perché l’esistenza della magia non porta effetti sul mondo reale, non modifica la storia come la conosciamo, si limita a creare un universo parallelo (non uno divergente). Il successo dei libri di magia (considerate anche il Signore degli Anelli o le Cronache di Narnia, solo per citare i più famosi) nasce, a mio avviso, dal medesimo desiderio di mondi alternativi che è alla base dei romanzi ucronici (che quindi potrebbero meritare un successo almeno confrontabile, se solo l’editoria se ne rendesse conto!). La magia sostituisce, in questo scorcio di terzo millennio, la tecnologia nell’immaginario letterario. Solo pochi decenni fa era la fantascienza a svolgere questa funzione. Ormai, però, la tecnologia è andata troppo avanti, nulla più di essa ci stupisce, ci pare che abbia raggiunto i suoi limiti, i viaggi nello spazio non ci paiono realizzabili. La tecnologia non ci basta per sognare. Vogliamo la magia. La fantascienza ci faceva sperare in futuri migliori e diversi. L’ucronia ci fa sognare un diverso passato (e di conseguenza un diverso presente). La magia ci fa sognare solo un presente diverso. L’orizzonte temporale del sogno si restringe. Non osiamo sognare più in là. Non osiamo sognare sogni che potrebbero diventare reali. Il virtuale prevale. Il sogno domina il nostro tempo. Viviamo schizofrenicamente, come HP, in universi paralleli, nascosti dietro impossibili avatar e nickname. HP quando è a casa degli zii non può esercitare la magia. Sono due mondi paralleli. In ognuno siamo diversi, abbiamo poteri diversi. Per questo HP e il mondo di Hogwarth sono lo specchio del nostro tempo. Per questo ci riconosciamo in loro. Sono il virtuale.

Ed ogni mondo parallelo che si rispetti, come ci insegnano il fantasy e la fantascienza, ha il suo linguaggio. Parlare di Babbani, Dissennatori, Horcrux e altre simili parole inventate aggiunge sicuramente fascino alla narrazione e stimola il desisderio di conoscere e di arricchire il proprio linguaggio che è, io credo, innato in ciascuno di noi e particolarmente sviluppato nei ragazzi.
Cos’altro c’è in questi libri?
C’è l’amicizia. L’amicizia tre ragazzi, un’amicizia solida, indistruttibile, nonostante i vacillamenti, i litigi, un’amicizia che si estende al gruppo, ai Grifondoro, all’Esercito di Silente, all’Ordine della Fenice, un’amicizia concentrica, dilatabile, in cui c’è un centro ma in cui c’è posto per chiunque abbia un cuore da offrire. Un’amicizia che resiste per sette anni e oltre (come ci fa capire l’ultimo capitolo).
C’è, però, anche il suo opposto. Un bambino isolato, che vive con una famiglia che lo odia. Un ragazzo che a volte viene sospettato e accusato, che deve difendersi dall’invidia e dalla maldicenza. Ci sono nemici. Piccoli nemici, come quelli che ogni bambino e ragazzo e uomo hanno, ma anche grandi nemici, nemici personali, nemici giurati, nemici spietati. Ci sono falsi amici e falsi nemici. Nemici che si rivelano grandi amici e amici che nascondono dentro di sé il Male, quel Voldermort che si insinua dentro di loro, che muta aspetto, che ha un’anima spezzata per propria stessa folle volontà.
Voldermort è il male assoluto ma la Rowling ha la grande capacità di descrivercelo non come uno stereotipo del male. Ci fa vedere come e perché è diventato tale. Persino lui ha la sua umanità.
Questi sono libri in cui il Bene ed il Male si fronteggiano continuamente, ma non sono libri manichiesti. Bene e Male non sono sempre tutti dalla stessa parte, sono compenetrati. Lo stesso HP è un po’ Voldermort, ha un po’ di Tom Riddle in sé.
Streghe e lupi mannari non sono più simboli del male, come eravamo abituati a considerarli. Anche loro si dividono in buoni e cattivi.
C’è poi il personaggio. HP è un ragazzo, come dicevamo, che vive in un mondo di gente normale (Babbani) conducendo una vita sventurata con una famiglia che non lo ama e lo disprezza. Improvvisamente scopre di essere speciale. Un mago. Non solo: un mago speciale.
Non è mai convinto della sua eccezionalità, che però, libro dopo libro, anno dopo anno, appare sempre più evidente. È un personaggio in cui è facile per ogni adolescente (e non solo) identificarsi.
Tutti sognano di essere migliori di quelli che sono, speciali. È questo il sogno che ci regala HP.Cos’altro c’è? Ovviamente quello che più si apprezza al cinema, ciò che rende questi libri così adatti per trasformarsi in film da alto budget e dagli effetti speciali mirabolanti: la spettacolarità.
Fantasmi, giganti, draghi, magie, elfi, basilischi, ippogrifi, fenici e ogni altra sorta di mostri, un castello animato da scale mobili e ritratti parlanti. Come se non bastasse, la Rowling si è persino inventata il Quiddich e il Torneo Tre Maghi: anche gli amanti dello sport sono accontentati.
La competizione è, infatti, un ennesimo elemento, le quattro Case competono tra loro all’interno della scuola, le scuole competono nel Torneo Tre Maghi, i ragazzi delle Case si affrontano in strane partite a palla volando sulle scope.
In HP troviamo, poi, il mistero, molto mistero. Ci sono sempre molte cose poco chiare e che vanno scoperte. Non manca la suspance. C’è attesa per gli sviluppi successivi.
C’è paura. Non certo terrore, ma sufficiente a fare un film in cui il pubblico più giovane chiude gli occhi o sobbalza sulla sedia.
C’è anche un po’ di horror, dato che Voldermort non si può certo dire una bellezza, i Dissennatori sono inquietanti e i mostri non mancano.
C’è avventura. Tanta avventura, con lotte tra buoni e cattivi, peripezie, ostacoli da superare, percorsi di iniziazione. È, infatti, anche un ciclo di libri sulla crescita, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e contiene quindi anche piccole riflessioni sulla vita.

E c’è, infine, la morte, che nell’ultimo volume fa da padrona.
Abbiamo, dunque, incontrato i principali elementi di molti libri. Certo si possono fare buone torte e buone minestre usando ingredienti molto diversi, quindi, sarebbe naturale che anche qui qualche elemento, che è la forza di altri libri, manchi. Mancano, in effetti, l’amore e il romanticismo, anche se negli ultimi libri la Rowling cerca di darne una spolverata. Manca quasi del tutto la satira, anche se quel mondo alternativo con i suoi ministeri, le sue scuole e le su banche potrebbe esser considerato una sorta di satira del mondo reale. L’umorismo è presente in dosi moderate e non manca una blanda ironia. La metafora della vita e della politica mi pare secondaria o inesistente. L’introspezione e la psicologia ci sono ma in giusta dose. E così via. Non si sente la mancanza di quello che non c’è. Non si desidera che questa storia sia diversa. Certo anche questi libri hanno i loro difetti, ma sono peccati veniali (mi viene in mente,ad esempio, l’estrema lunghezza della parte sul campionato mondiale di Quidditch).
Del resto, in alcune migliaia di pagine c’è posto un po’ per tutto e, comunque, in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico. La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto. Quest’ultima l’hanno fornita il marketing e, in primis, i film realizzati.Lasciamo alla Rowling il segreto delle dosi e dei tempi di cottura, ma cerchiamo qui di riepilogare gli ingredienti:
– trama;
– strutturazione;
– ambientazione costante;
– ripetitività e ritualità;
– magia come estraneamento dalla realtà;
– mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
– linguaggio inventato;

– amicizia;
– lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
– compenetrazione tra il Bene e il Male;
– tanti nemici, grandi e piccoli;
– un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
– spettacolarità;
– competizione;
– mistero;
– suspense;
– paura;
– avventura;
– iniziazione e crescita verso l’età adulta;

– morte.Ho dimenticato qualcosa? Certamente, ma esaminate i libri che avete letto e ditemi in quanti trovate tutti questi elementi. Magari ne hanno altri. Elencateli. Sono pochi? Un buon piatto può anche avere uno solo, ma deve essere molto buono, però la mancanza di ingredienti può essere un indizio del perché i clienti lasciano il ristorante. Se vi chiedete perché non hanno il successo di HP, forse la riposta è tutta lì: gli autori sono stati un po’ tirchi con qualche ingrediente. Oppure non li hanno saputi dosare.
Joanne Rowling, invece, è una gran cuoca. Una curiosità

Visto che si parla di HP, vorrei fare una domanda a chi conosce meglio di me tutti i retroscena di questo libro? Come mai se solleviamo la sovracoperta del settimo libro in edizione italiana, sulla costa non si legge il titolo del libro ma una misteriosa parola: LANDUS? È, forse, mi chiedo, un segnale per dirci che questo libro è l’ultimo di questa serie ma il primo di un’altra, uno in cui su ogni libro scopriremo una piccola parola, per arrivare a ricostruire una frase misteriosa? Ho letto, però, che l’editore ha cambiato la nuova edizione di tutti i libri e, pertanto, ora, su ciascun volume si legge una parola simile, unendo tutti i libri della nuova edizione dovrebbe venire fuori il motto di hogwarts “draco dormiens nunquam titillandus”.

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