Archive for the ‘horror’ Category

E TU DI CHE COSA HAI PAURA?

Risultati immagini per nero urlanteCon “Nero urlante”, torno a leggere questa pregevole congrega di autori che già avevo incrociato leggendo “Nelle fauci del mostro”.

Ho acquistato “Nero Urlante”, un’antologia edita da Mauro Pagliai e curata da Andrea Gamannossi, al Caffè-Teatro-Libreria Niccolini, durante la presentazione della raccolta di racconti.

Nero urlante” sembra quasi una prosecuzione  di “Nelle fauci del mostro”, visto che molti sono gli autori in comune, che riconosco dal precedente volume in primis il curatore di entrambi i testi, Andrea Gamannossi, nonché Sergio Calamandrei, di cui ho letto molte altre cose, Paolo Piani, Arianna Niccolai, Stefano Rossi, Simone Innocenti, Bernardo Fallani, Mirko Tondi, Vario Cambi, Paolo Romboni, cui si aggiungono qui Davide Gadda e Bernardo Fallani.

Devo dire che la qualità di questo volume mi pare superiore a quella, pur meritevole di “Nelle fauci del mostro”, forse, immagino, perché nel primo volume il tema era assai più ristretto e limitante per la creatività degli autori, giacché si parlava del famoso mostro di Firenze, che assassinava le coppiette che si appartavano in vie poco frequentate.

Nero urlante”, invece, ha come tema la paura, argomento assai più ampio e su cui ciascuno ha certo di più da dire.

Introduce la raccolta di 11 storie (il sottotitolo recita “11 scritti di paura”) il racconto del curatore Andrea Gamannossi, che dà il titolo alla raccolta, “Nero urlante”, che ci parla del vuoto che si è creato dentro una giovane donna, priva di memoria, riempito solo da un urlo straziante. Bello il finale, che ovviamente non anticipo.

Prende quindi la penna Mirko Tondi con il suo “Strategie di resistenza” sulla paura del volo. Anche qui abbiamo un bel finale che rovescia la prospettiva.

Il successivo “Fantasmi a sorpresa” di Paolo Piani parte dalla paura di un bambino per i fantasmi che il padre, in modo un po’ bizzarro, pensa di risolvere assoldando un detective privato, solo per tranquillizzare il piccolo, ma con sviluppi inattesi.

Segue Sergio Calamandrei con il suo suggestivo “Mi vogliono uccidere” che mostra un uomo distrutto dopo aver perso tutto al gioco e aver truffato i propri clienti, che teme di essere assassinato e si confida con un bambino. La morte è in agguato ma sotto spoglie imprevedibili.

Andrea Gamannossi e Arianna Niccolai

La giovane Arianna Niccolai con “Lo sguardo del cervo” esplora una paura singolare, la teofobia, la paura del divino, in un racconto dagli sviluppi mistici. Avrei detto che una simile fobia dovesse essere del tutto immaginaria, ma a quanto pare esiste davvero!

Vario Cambi, in “Occhi ridenti”, ci racconta il mescolarsi di una strana paura dei treni con il tragico attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.

Paolo Romboni, con “Terapia d’urto” ci parla della claustrofobia e di una drastica cura dagli effetti negativi.

Si muove su un altro piano stilistico, rispetto al resto dell’antologia, il racconto allucinato di Stefano Rossi “Delirio fobico”, sulle crisi d’astinenza da droga.

Piuttosto fuori tema è, invece “A biscondola” di Simone Innocenti, un dialogo in totale brain-storming, se così possiamo dire, in cui la paura è solo uno degli argomenti toccati e dove non c’è poi tutto questo disagio, del resto stare a bisgondola, ci spiega l’autore, vuol dire stare bene.

David Gadda, con “Il volo” ci riporta sul piano delle fobie, parlandoci della moderna paura di volare e di un’allucinazione connessa.

Il termine “apofenia” è stato coniato nel 1958 da Klaus Conrad, che la definì come un'”immotivata visione di connessioni” accompagnata da una “anormale significatività”. I due protagonisti del racconto “Apofenia” di Bernardo Fallani sono vittime della propria apofenia complottistica che li porta a dubitare l’uno dell’altra.

Questo racconto chiude questa snella e gradevole antologia di 156 pagine, che più che una raccolta horror è un’analisi narrativa delle fobie umane, dalla paura della perdita, a quella del volo (analizzata due volte), dei fantasmi, degli assassini, del divino, dei treni, dei luoghi chiusi, del buio, dell’astinenza e dei complotti.

E tu, di che cosa hai paura?

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Antonio Pagliai, Andrea Gamannossi e Sergio Calamandrei

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CHI HA PAURA DEL NERO URLANTE?

Stasera sono stato al Caffè-Teatro-Libreria Niccolini per la presentazione della raccolta di racconti “Nero Urlante”, edita da Mauro Pagliai e curata da Andrea Gamannossi.

9788856403626Il teatro, il più antico di Firenze e certo uno dei più antichi del mondo ancora in funzione e risale al XVII secolo. Nel 2006 fu acquistato dall’editore Mauro Pagliai che ora lo utilizza anche per la presentazione dei propri autori.

Mi accoglie sulla porta il curatore Andrea Gamannossi che già avevo conosciuto in occasione della presentazione di un altro volume da lui curato “Nelle fauci del mostro”, di cui “Nero urlante” sembra quasi una prosecuzione, visto che molti sono gli autori in comune, che riconosco dalla precedente presentazione in primis lo stesso curatore, nonché Sergio Calamandrei, Paolo Piani, Arianna Niccolai, Stefano Rossi, Simone Innocenti, Bernardo Fallani, Mirko Tondi, Vario Cambi, Paolo Romboni, cui si aggiungono qui Davide Gadda e Bernardo Fallani.

Al tavolo siedono l’editore Antonio Pagliai, il curatore e di volta in volta i vari autori che presentano brevemente ciascuno il proprio racconto e i motivi che lo hanno portato a scriverlo. Ognuno degli 11 autori esplora una diversa fobia.

Anche Antonio Pagliai non è per me volto nuovo. Lo conobbi forse nel 2006, quando gli proposi la pubblicazione del mio “Giovanna e l’angelo”, un’ucronia onirica su Giovanna d’Arco, che esce ancora viva dal rogo che l’avrebbe dovuta uccidere, ma mutata in uomo. Ricordo che allora Pagliai, che mi aveva convocato nella loro sede, mi disse che mi aveva chiamato perché era curioso di sapere che aspetto avessi, perché era convinto di trovarsi davanti qualche strano transessuale. Alla fine, però, pubblicai con Liberodiscrivere, che già aveva pubblicato il mio “Il Colombo divergente” e poi avrebbe continuato a farlo con vari altri libri.

La serata è stata veloce ma vivace, forse anche grazie al fatto che questo gruppo di autori ormai si conosce bene e pare piuttosto affiatato.

In bocca al lupo a tutti loro per questo loro nuovo prodotto.

 

Qualche foto qui.

E qui alcuni video dell’intervento di Sergio Calamandrei:

Prima parte

Seconda parte

Terza parte

Quarta parte

PPZ – QUANDO LA MISCELA DI GENERI CREA UN PICCOLO CAPOLAVORO

Di solito recensisco solo libri, ma questa settimana ho visto un film che non posso esimermi dal commentare e che comunque ha una doppia dote letteraria, nasce cioè da due libri, indirettamente, da “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen e, direttamente, da “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” di Seth Graham Smith.

PPZ – Pride+Prejudice+Zombie” è, infatti, la trasposizione cinematografica del libro di Seth Graham Smith, che a sua volta, due secoli dopo, inserisce il romanzo del 1813 in un’Inghilterra ucronica in cui, da circa un secolo, un’epidemia ha trasformato gran parte della popolazione in zombie.

Il risultato non è una parodia del celebre romanzo inglese, ma un prodotto intelligente e innovativo, che mescola con eleganza e raffinatezza generi tra loro diversi, partendo dal romanzo sentimentale (se la trama non fosse quella di un classico della letteratura mondiale, vista l’ambientazione storica, potremmo parlare di romance), inserendoci un’ucronia, arriva a realizzare un romanzo gotico-avventuroso.

Seth Graham Smith

Sebbene l’ucronia sia solo una componente, presenta una certa raffinatezza, mostrandoci non semplicemente un mondo devastato dagli zombie, ma anche gli effetti storici e culturali nel tempo di un simile evento. Troviamo un’Inghilterra e presumibilmente l’intera Europa (si fa solo un accenno alla Francia) devastata da questa malattia che somiglia a un’invasione e a un’infinita guerra civile e quindi ormai degradata, con il risultato che il centro della cultura si è spostato, con secoli di anticipo, in oriente. I ragazzi e le ragazze ora non vanno più a studiare a Parigi ma in Giappone o, se non se lo possono permettere in Cina. Le cinque ragazze Bennet sono aristocratiche, ma non abbastanza ricche da potersi permettere gli studi in Giappone e vengono derise per la loro cultura cinese, la cui qualità sapranno però ben difendere. Poiché siamo in un mondo violento, persino le ragazze imparano
le arti marziali e ne fanno uso. Deliziosa la scena in cui discutono tra loro di amore e filosofia picchiandosi selvaggiamente!

La vita civile si conserva in alcune oasi grazie a muri e fossati che isolano alcune città (o quantomeno Londra) dai morti viventi. Graziosa la citazione tolkeniana della Terra Di Mezzo per descrivere il territorio fuori di Londra, tra il muro e il più ampio fossato.

Anche il tema degli zombie è trattato con una certa originalità. Non siamo, infatti, di fronte ai classici morti che camminano senza parola o intelletto che si conosce dall’inizio del genere e che ancora oggi ritroviamo in ottime serie TV come “The Walking Dead” o “Z Nation”. Gli zombie qui piuttosto possono ricordare le strane creature un po’ zombie, un po’ vampiri, un po’ alien (con quella sorta di serpe che esce dalle fauci) di “The Strain” o almeno quelle tra loro dotate di raziocinio. Comune ad altre storie, come “Io sono Leggenda”, è l’idea che la trasformazione avvenga per un virus, ma qui diversi sono non solo i tempi del contagio, assai più lenti, con lunghi tempi di incubazione, ma il comportamento di queste creature, che mantengono un’intelligenza malvagia, una capacità di parlare e un raziocinio strategico, cosa che li rende ancor più pericolosi.

Guardando le storie di morti viventi mi sono spesso detto che questo tipo di storie non potrebbe funzionare che in America o comunque non certo in Italia. Il presupposto per queste trame, infatti, sono le case della periferia americana, con porte fragili, finestre al piano terreno che anche un bambino potrebbe scavalcare. Se in Italia ci fosse un’epidemia zombie, troveremmo non solo castelli, torri e fortezze varie per difenderci, ma basterebbero i muri di tante ville o anche solo le finestre sbarrate di tante case a salvare gran parte della popolazione e a rendere difficile la trama di una storia del genere.

PPZ” ci mostra una soluzione per importare in Europa gli zombie, rendendoli appunto più intelligenti e capaci di complottare per superare le pur efficaci misure difensive del vecchio continente. Strano che Seth Graham Smith sia americano!

Non so il romanzo, che ancora non ho letto, ma il film riesce poi a unire a romance, romanzo sentimentale, romanzo gotico-horror, avventura, umorismo anche una delle componenti alla base del successo delle storie di amore gotico alla “Twiligh” presentando non solo le belle e agguerrite sorelle Bennet, ma anche un certo numero di ragazzotti che penso le ragazze in sala dovrebbero trovare interessanti.

Accennavo all’umorismo, che qui non è, come detto, quello grossolano delle parodie cinematografiche alla “Scary Movie”, ma quello raffinato dei riferimenti culturali. Questo forse potrà essere il maggior ostacolo al successo che un simile film (e immagino un simile libro) meriterebbe, dato che per apprezzarlo a pieno sarebbe bene avere almeno un’idea dell’ucronia, dei classici del romanzo gotico e, direi, conoscere il romanzo originale di Jane Austen.

Se sentirete dire da qualcuno che non gli è piaciuto, probabilmente è perché gli mancano almeno un paio di questi pilastri culturali. Personalmente sono riuscito ad apprezzarlo pur avendo solo un ricordo vago della trama del romanzo ottocentesco da cui è stato generato, ma sono certo che l’avrei goduto maggiormente conoscendolo meglio.

Le sorelle Bennet in PPZ

AUTORI PER IL TERZO MILLENNIO: SERGIO CALAMANDREI

Sergio CalamandreiAvendo letto varie opere di Sergio Calamandrei e avendone scritto in varie occasioni, mi farebbe piacere ora riunire in un unico post i link ai principali post da me scritti su questo interessante autore, ancora troppo poco conosciuto e che meriterebbe una maggior distribuzione.

Conosco ormai da vari anni Sergio Calamandrei, di cui mi considero amico e con cui ho collaborato, con mia grande soddisfazione e piacere, in alcune iniziative editoriali quali:

Per quanto riguarda la sua biografia e la sua produzione letteraria, che comprende, romanzi, saggi, racconti e recensioni, credo che la cosa migliore sia rimandare direttamente al suo sito www.calamandrei.it.

Per un’informazione più “dinamica” sulla sua attività letteraria, rimanderei invece al blog https://sergiocalamandrei.wordpress.com/

Per le sue letture un riferimento, credo incompleto, può essere la sua Libreria su anobii: http://www.anobii.com/calamandrei/books

Il suo profilo professionale si può leggere su Linkedin.

A proposito di Sergio Calamandrei, lettore attento, recensore acuto, autore poliedrico e meticoloso, ho scritto in varie occasioni e anche se non credo di ricordarle tutte, ne vorrei menzionare alcune:

SULLA SCRITTURA E LA VITA DEL RE

Quella che segue, più che una recensione, sono alcune riflessioni e appunti sui consigli di lettura inseriti nel volume di quello che considero uno dei migliori scrittori viventi, forse il migliore. Parlo di quello strano testo che è un misto di autobiografia e manuale di scrittura scritto da Stephen King e intitolato, anche nella versione italiana “On writing”. L’illuminante sotto titolo è “Autobiografia di un mestiere”. King è uno di quei rari fortunati che di mestiere fa lo scrittore e che guadagna abbastanza da non doverne fare altri, a parte, magari sceneggiare qualcuno dei numerosi film tratti dai suoi best-seller mondiali.

 

La prima parte di “On writing” è una sorta di autobiografia di Stephen King, particolarmente concentrata sugli anni dell’infanzia e, in secondo luogo, sulle prime esperienze di scrittura.

All’inizio non aveva fatto caso al sottotitolo del libro “Autobiografia di un mestiere”, per cui questa parte mi aveva lasciato un po’ interdetto, aspettandomi qualcosa di più simile a un manuale di scrittura. In effetti, disapprovo l’idea di mescolare due oggetti tanto diversi come un autobiografia e un manuale, anche se entrambi possono essere utili allo scopo di capire come scrive un grande autore. Nelle prime pagine, dunque, troviamo ben pochi suggerimenti diretti di scrittura, a parte forse i seguenti:Stephen King in 1952, 3 years after his father walked out on his family.

 

Non esiste un Deposito delle Idee, non c’è una Centrale delle Storie, un’Isola dei Best-Seller sepolti; le idee per un buon racconto spuntano a quel che sembra letteralmente dal nulla, ti piombano addosso di punto in bianco: due pensieri che prima erano del tutto indipendenti tutto a un tratto trovano un punto d’incontro e si concretizzano in qualcosa di assolutamente nuovo. Il tuo compito non è trovare queste idee ma riconoscerle quando si manifestano.

Altrove King scrive che le storie sono sepolte e che tocca a noi, come archeologi tirarle fuori con cura, evitando di rovinarle.

 

Il giorno in cui andai da lui a consegnare i miei primi due articoli, Gould mi disse qualcos’altro di molto interessante: scrivi con la porta chiusa, riscrivi con la porta aperta. In altre parole, ciò che scrivi comincia come una cosa tutta tua, ma poi deve uscire. Dopo che hai ben capito che storia è e la scrivi nella maniera giusta, o comunque al meglio di cui sei capace, appartiene a chiunque abbia voglia di leggerla. O criticarla.”

Questo è un concetto che ripete più volte nel volume: la prima stesura si fa in solitudine, ma poi occorre accettare le critiche altrui e prenderne atto, adattando la nostra creatura.

La sensazione che ho avuto nel leggere queste prime pagine è stata che King volesse dirci: la tua scrittura dipende dalla tua vita. Credo che questo sia in parte vero: quel che scriviamo, anche se non è per nulla autobiografico, in qualche modo riflette quel che siamo e noi siamo così perché abbiamo vissuto in un certo modo, in un certo posto e in un certo momento.

Ne deriva la considerazione scoraggiante “non potrò mai diventare un grande scrittore come Stephen King, perché la mia vita è stata molto più semplice e meno drammatica della sua”. È però un impressione errata. Provate a riscrivere la vostra infanzia allo stesso modo di King e vedrete che non meno emozioni importanti della sua.

Un’altra cosa che emerge dall’autobiografia di King è il suo amore infantile per le storie horror. Non per nulla è noto come il Re del Brivido, anche se questa definizione è ingenerosa, essendo molto di più.

Ne deriva allora che da adulti scriveremo storie simili a quelle che amavamo da bambini?

Pensando a me stesso, la risposta parrebbe affermativa: da bambino amavo le storie di avventura (Salgari, Verne, London) e da adulto scrivo romanzi che hanno spesso una forte componente avventurosa (solo una componente, però, eh!). Da ragazzino amavo la fantascienza e da adulto scrivo storie fantastiche ma razionali (come dovrebbe essere la buona fantascienza).

Il corollario potrebbe essere che chi non amava leggere da bambino, non potrà mai diventare uno scrittore. Forse è così, ma penso che l’amore per la lettura possa essere sostituito dall’amore per qualche altro genere di storie, come quelle dei film.

Insomma, l’amore per la scrittura è amore per il racconto e l’amore per il racconto nasce con noi.

Aver messo questa parte all’inizio dovrebbe servire a far capire a chi legge che se non ha questo amore per le storie, è inutile che vada avanti con il libro, che nella seconda parte si addentra nelle tecniche di scrittura, pur non essendo mai davvero troppo tecnico.

 

La prima lezione ci fa capire quanto sia importante disporre, nella propria testa, di un buon vocabolario, ma anche e soprattutto come il più grande errore sia quello di fingere di disporre di un vocabolario più grande di quello che abbiamo: il lettore se ne accorgerà subito e tutto diverrà artificiale.

Tra le parole da cui diffidare, come ogni buon maestro di scrittura, King mette gli avverbi. Lui come altri ci dice: evitate gli avverbi. Se avete costruito bene la storia, sono inutili. Quel che dicono dovrebbe esser già stato detto dal contesto. Se servono, aggiungo io, interroghiamoci su quel che abbiamo scritto prima, che forse non è così buono. Concetto su cui devo ancora riflettere, perché amo il barocchismo degli avverbi, anche se credo di abusarne meno di quanto vorrei.

Un’altra lezione è sulla grammatica. Dobbiamo conoscerla, perbacco! Si può anche violare e a volte è necessario farlo (se ho un personaggio ignorante mica posso farlo parlare come un professore!), ma occorre conoscerla. Se la conosciamo poco, vale la regola del vocabolario: usiamo quella che conosciamo. Non lo dice King, ma lo dico io: se non sappiamo scrivere in modo complesso, scriviamo con periodi semplici.

A proposito, King ci parla anche dei paragrafi, che per lui sono il cuore della narrazione, più delle frasi o dei periodi. Devono avere una loro unitarietà e coerenza. Un paragrafo può durare una riga, come molte pagine, ma deve avere una sua vita.

King ci spiega anche che crede poco nella trama. Questo lì per lì mi ha un po’ spiazzato, basti pensare agli “ingredienti magici” della scrittura come li avevo individuati nell’analisi dei romanzi della Rowling, un’altra delle migliori autrici viventi e che poi ho utilizzato per esaminare la scrittura di molti altri autori, compreso lo stesso King, che ho raffrontato persino con la Rowling stessa. Ho sempre pensato che un romanzo senza trama parta già male, poi ho capito cosa intendesse: la trama viene su da sola. L’errore è la trama precostituita. King dice che le storie si devono scavar fuori dal terreno. Vengono fuori un pezzo per volta. Capisco allora che ha perfettamente ragione. Anche io non scrivo mai una trama per esteso, in dettaglio, prima di cominciare. Parto da un concetto, da una scena, da un personaggio. Ci immagino sopra una direzione, più che una trama. Questa, che poi è un sinonimo di intreccio, si sviluppa da sola. Le sue varie linee si mescolano, uniscono e dividono. Magari, posso pensare di alternarle (parlare ora di un personaggio, ora di un altro e poi di entrambi assieme, per esempio), di tendere verso un finale, ma non so mai bene dove vado veramente e per quale percorso. Alla fine, però, ci sarà una trama da poter raccontare e descrivere, dico io e, aggiungo sempre io, se alla fine non avremo tirato fuori un bell’intreccio, che con le sue corde sorregga tutta la storia e i personaggi, rischieremmo di veder venir tutto giù.

Mi permetto di raccontare come è nato il mio ultimo racconto: dall’abbinamento di una frase di Mark Rowlands che parlava dell’intelligenza utilitaristica delle scimmie e dall’invito a partecipare a un concorso sul tema del futurismo. Mi è bastato mettere assieme le due parole “scimmia” e “futurismo”, rileggermi il Manifesto di Marinetti ed è nata la storia. La trama è venuta dopo, riga per riga.

A proposito dei dialoghi, King ci invita a essere naturali. Come sono difficili i dialoghi! Quando facciamo parlare qualcuno non siamo più noi a parlare, ma lui. Non è possibile che in un romanzo tutti parlino allo stesso modo, a meno che non siano personaggi tutti con la stessa origine, tipo gli alunni di una classe, i membri di una famiglia. Anche in questi gruppi così stretti, ci sono sempre differenze. Moglie e marito hanno origini diverse. Nella classe ci possono essere ragazzi di fuori città. Non è una questione di usare forme dialettali (odio il dialetto!), ma di diversi modi di usare il vocabolario e la grammatica, le forme retoriche, i cliché, le ripetizioni, le pause…

Lo stesso discorso vale per i personaggi. Per essere veri non possono essere solo delle macchiette o, peggio, non avere nessuna caratteristica. Ci vuole equilibrio tra i due estremi. Occorre caratterizzarli quando basta da non farli confondere l’uno con l’altro e, possibilmente, da crearne almeno uno o due che siano indimenticabili.

King ci dice di osservare chi ci sta intorno, che i personaggi dei libri non vengono direttamente dal mondo reale, ma ne prendono gli elementi. Non è facile però costruire un personaggio mettendo assieme le caratteristiche di persone reali, anche perché di solito sono tra loro incompatibili, come in quel gioco per bambini in cui uno disegna una testa, uno il busto e uno le gambe e poi le tre parti vengono messe assieme, creando dei mostri che di solito suscitano l’ilarità dei bambini. Di solito però non è quello l’obiettivo di un autore. Mi pare di capire che King sia più per creare ex-novo i propri personaggi, “decorandoli” magari con qualche elemento preso dalla realtà.

Nello scrivere dobbiamo sempre cercare di essere “reader-friendly”: questo credo sia un concetto fondamentale, ma di non facile applicazione Stephen King, 1967quando si vuole essere “sofisticati”. Una scrittura spontanea e immediata, però, raggiunge molto meglio il suo scopo di una arzigogolata o artificiosa. Questo non deve voler dire apparire scialbi, ma cercare di essere in sintonia con il lettore. Come ricorda King:

Io non credo che debba essere concesso a un racconto o un romanzo uscire dalla porta del vostro studio o della vostra stanza di scrittura se non siete convinti che sia ragionevolmente reader-friendly. Non potete soddisfare sempre tutti i lettori; non potete soddisfare sempre nemmeno alcuni dei vostri lettori, ma dovete sforzarvi in ogni modo di soddisfare almeno alcuni lettori qualche volta. Credo sia stato William Shakespeare a dirlo.

 

King ci parla anche dell’importanza degli elementi “decorativi” del romanzo, come il simbolismo. Sul simbolismo non possiamo costruire la nostra storia, ma potrebbe esser questo a dargli un diverso spessore. L’autore cita il simbolismo del sangue nel suo “Carrie”. Io penso, invece, ai numerosi simboli nascosti nel mio “Il Colombo divergente”. Per aiutare il lettore a scoprirli ho inserito persino delle parti in corsivo, che compaiono nel mezzo della narrazione e che forniscono la chiave per scoprire i simboli nascosti, ma quasi nessun lettore che mi ha recensito mi pare essersene accorto! In un certo senso l’obiettivo era quasi questo: il simbolismo doveva arricchire la trama, ma non invaderla. Diciamo che i simboli servono soprattutto all’autore e a pochi lettori, dato che gli altri leggono senza badarvi. Difficilmente un testo viene esaminato come fosse la “Divina Commedia”. Non certo quello di un autore sconosciuto o presunto commerciale. Dunque, il simbolismo serve soprattutto a lui, all’autore. Serve all’autore, perché per applicarli porta la storia in nuove direzioni, in cui non si sarebbe orientato senza la presenza dei simboli. Come ogni elemento che aggiungiamo a una storia, ci apre nuove porte, che possiamo decidere (come lettori e come autori) di aprire o meno.

Il simbolismo non è solo un elemento decorativo, dunque, ma è una porta per nuovi mondi, una chiave per una diversa comprensione, uno stimolo intellettuale.

Il più delle volte scorgo la possibilità di aggiungere i particolari estetici e i tocchi ornamentali quando la narrazione in sé è pressoché finita.scrive King. Anche in questo il mio modo di scrivere somiglia al suo (avrei voluto aggiungere “maledettamente”, ma oggi voglio essere diligente e eviterò l’avverbio). Non so lui, ma io scrivo per stratificazioni successive. A volte mi limito ad aggiungere solo frasi qua e là, altrove volte sono proprio elementi che più che decorativi sono unificanti: decorazioni che fungono da richiamo, che creano non una struttura, ma una cornice per la storia, elementi che ritornano a dare un ritmo, nuovi personaggi che mutano il senso della storia. Per “Il Colombo divergente” cambiai addirittura la persona in cui era scritto (dalla terza alla seconda singolare) e il tempo. L’ultimo racconto che ho scritto, di cui parlavo prima, nasce di 10.000 caratteri e diventa alla fine di 20.000. Nella prima stesura il secondo personaggio è appena accennato, nella seconda lo delineo maggiormente. Nella prima ci sono meno allusioni al futurismo, meno dettagli sulla mentalità delle scimmie.

King ci parla poi dei retroscena. Possono essere utili per presentare una situazione, un personaggio, ma tendono a essere divagazioni e come tali ci portano lontano dalla storia. In linea di massima è bene evitarli. Mi vengono in mente i romanzi di Hugo, grande e gradevole autore, ma che aveva il viziaccio di scrivere interi lunghissimi capitoli su cose che non c’entravano nulla con la trama principale, tipo la descrizione delle fogne parigine, la vita conventuale delle suore, quella di Bonaparte, l’argot, come ne “I miserabili”. Tutti temi che hanno ben poco a che fare con la storia principale, sebbene interessanti, ben documentati e ben scritti. Bisogna rifuggire dalla paura di essere semplici. Alcuni autori sembrano nascondersi dietro le loro digressioni, per mettersi in mostra e dire “guardate come sono colto, quante cose so. Non scrivo mica solo storielle”. Però sbagliano (e forse sono colpevole anche io, soprattutto nei miei primi romanzi), perché non è quello che chiede il lettore.

Una parte importante del volume è dedicata ai momenti della scrittura e riscrittura. Come detto nella prima parte, la prima stesura, per King, deve avvenire tutta d’un fiato, a porte chiuse, senza che nessuno interferisca, la revisione deve invece avvenire a porte aperte, accogliendo i consigli di alcuni lettori fidati, amici per King, mentre io preferisco affidarmi ai lettori impersonali della rete, più liberi di “aggredire” le mie opere, senza paura di offendermi, a volte persino nascosti dietro nickname o il totale anonimato. Alcuni autori non accettano le critiche esterne e credono che adattare la propria opera a tali suggerimenti sia come prostituirsi. Io concordo con King nel dire che autori così farebbero bene a lasciare i propri libri nel cassetto. Se non si accetta i commenti, buoni o cattivi, del pubblico, tanto vale non pubblicare. Le critiche se non arrivano prima della pubblicazione, arriveranno dopo e sarà troppo tarsi per porre rimedio. King ritiene che 6 o 7 lettori siano sufficienti. Io ne preferisco alcune decine, ma anche perché i lettori del web sono meno attenti degli amici e quindi occorre compensare, anche se poi, di solito tra 50 lettori distratti, di solito ne trovo sempre 4 o 5 che contribuiscono in modo importante.

King di solito fa una prima bozza, una seconda bozza e revisioni successive. Dice che la seconda bozza dovrebbe essere del 10% più corta della prima.

Tagliare i ragionamenti che dovrebbe fare il lettore, non l’autore. Tagliare l’elaborazione dell’ovvio e i retroscena. Gli elementi importanti nello sviluppo della trama, vanno anticipati. Tagliare gli avverbi.

King suggerisce di scrivere per un lettore ideale. Lui scrive per la moglie. Ritiene importane immaginarne la reazione durante la lettura. È una tecnica che non ho mai sperimentato. Personalmente scrivo per me e riscrivo e revisiono per un pubblico generico. Solo i romanzi per ragazzi, in particolare il primo con protagonista Jacopo Flammer li avevo scritti appositamente per mia figlia, creando personaggi della sua età allora e immaginando le cose che le piacevano, ma anche quelle che piacevano a me alla sua età.

C’è anche una parte sui consigli per trovare un editore e un agente. In sostanza, è bene conoscere il mercato e contattare solo soggetti potenzialmente interessati alla nostra produzione. Per King è importante avere un agente. Personalmente ho considerato l’ipotesi, ma non ne trovavo i vantaggi, dato che i migliori sono altrettanto irraggiungibili delle migliori case editrici e i peggiori possono trovarmi un editore peggio di come potrei farlo da me. In America forse, poi, sarà utile fare indagini di mercato per trovare un editore. Da noi la situazione mi pare piuttosto semplice: ci sono 5 o 6 editori con cui può essere interessante pubblicare, anche se pubblicare con loro non è una garanzia di successo, poi ci sono una ventina circa di editori medio grandi con cui può valer la pena fare un contratto e poi una miriade di piccoli editori che non sono in grado di dare alcun contributo a quel che scriviamo in termini di editing, promozione e distribuzione. Se ci si sa muovere e se non si riesce a farsi pubblicare dai migliori editori, tanto vale autopubblicarsi. King parla di pubblicare sulle riviste ma non sono convinto che in Italia sia utile per farsi conoscere nell’ambiente. In Italia è una lunga strada in cui solo pochissimi arrivano in fondo!

La Regola Principe per King (su cui concordo in pieno per scrivere bene è: “scrivere molto e leggere molto”. Come si può pretendere di scrivere se non si legge e come si può pretendere di partecipare a una gara, se non ci si è allenati? Che cosa legge King? “Tutto quello che mi capita sottomano”. La mia risposta non sarebbe molto diversa: di tutto. Comunque King fa anche un elenco piuttosto lungo (considerato che ne ho letti ben pochi, potrebbe impegnarmi non poco leggere quelli che mi mancano). Quel che leggo io lo potete vedere leggendo la mia Libreria su aNobii o il mio blog.

Un’altra regola importante è: “L’onestà nel raccontare compensa moltissimi difetti stilistici mentre mentire è il peccato irreparabile in assoluto”.

 

Il finale, come l’inizio del volume, viene nuovamente “invaso” dall’autobiografia di King, che ci parla dell’allora recente incidente in cui ha rischiato di perdere la vita (fu investito da un minivan blu), portandogli grande paura e dolore. La vicenda viene narrata in modo molto simile anche nella saga della Torre Nera, quando il protagonista Roland incontra il proprio autore. La (troppo lunga) narrazione qui credo serva per dirci che anche dopo le peggiori sciagure, ci si può (deve) rimettere a scrivere, perché questo serve a “rendere la mia esistenza un luogo più luminoso e più piacevole”. “Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene”. Questa è una visione della scrittura come terapia quotidiana che non condivido, anche se capisco che per molti è così. Mi stupisce possa esserlo anche per un grande autore come King, ma chiaramente ci sono diversi livelli della cosa. In un certo senso, per tutti noi che amiamo scrivere la scrittura serve a “Darsi felicità” come scrive King. “Scrivere è magia, è acqua della vita come qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratuita. Dunque bevete. Bevete e dissetatevi.

Se la prima parte dell’autobiografia poteva avere un qualche senso, questa ripresa mi pare del tutto superflua. Se King voleva scrivere la propria autobiografia non aveva che da farlo e avrebbe certo trovato moltissimi lettori interessati a farlo, senza mascherarla con consigli di scrittura, dato che la sua penna può scrivere mirabilmente anche di questo. Non c’aveva appena messo in guardia dalle digressioni? Sarebbe stato meglio fare due volumi: “On writing” e “Autobiografia di un mestiere”.

 

ZOLÀ: AI CONFINI DEL ROMANZO GOTICO

Teresa Raquin”, il romanzo del 1867 di Émile Zola, fu definito dal suo stesso autore un romanzo-studio “psicologico e fisiologico”, poiché, come afferma nella prefazione alla  seconda edizione, egli intendeva fare uno studio della complessità caratteriale dei personaggi, verificando gli effetti dell’unione di due caratteri diversi quali Lorenzo e la giovane Teresa. Nella prefazione stessa, egli si lamenta che i suoi critici non abbiano saputo cogliere questa volontà di analisi e abbiano visto nella sua opera qualcosa ai limiti se non con la letteratura pornografica (non vi è nulla che richiami esplicitamente scene di sesso), con una certa letteratura sensazionalistica.

Quello che mi ha colpito, invece, durante la lettura è stata la somiglianza con il romanzo gotico, sebbene nulla vi sia di paranormale e sebbene è chiaro che l’autore non avesse alcun intento di spaventare il lettore.

Eppure quando i due amanti uccidono il marito di lei e amico di lui, Camillo, l’immagine del defunto prenderà a tormentarli sempre più. Quando Lorenzo ripetutamente visita la sala mortuaria, nel tentativo di riconoscere l’annegato, si coglie un gusto dell’horror nel descrivere i corpi deformi. Quando la vecchia madre dell’assassinato, Teresa Raquin, omonima della nipote assassina, diventa paralitica e scopre la trama del delitto, ma non può comunicarlo al mondo, in quanto ormai muove solo gli occhi, la sua figura fa il paio con alcune delle immagini più inquietanti della letteratura gotica. Quando il ricordo dell’assassinato spinge fin quasi alla follia e fino alla morte i due omicidi, questo pare un fantasma o un incubo degno del più classico horror. Che dire poi del morso sul collo del pallido Camillo al suo assassino Lorenzo, che ne sarà tormentato fino alla morte, sconvolgendo i sensi persino della sua complice e amante Teresa? Non ricorda forse il morso di un vampiro?

Del resto pare che fu in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, che Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.

Nel 1867 dunque, Zola non poteva certo ignorare l’influsso di questo genere letterario che nasceva (o forse sarebbe più giusto dire che rinasceva a nuova vita e forma, dato che aveva precedenti più antichi) allora, anche se doveva ancora svilupparsi. “Il vampiro” di Mistrali è, infatti, del 1869, “Carmilla” di Le Fanu è del 1872 (dunque di poco successivi a “Teresa Raquin”) e per avere “Dracula” di Stoker dovremo attendere fino al 1897. Insomma, la letteratura gotica aveva già qualche decennio, ma ancora non aveva raggiunto la sua maturità, quindi non mi stupisce che possano esservi opere che si pongono al suo confine.

Del resto nessun genere letterario (pura convenzione per semplificare la classificazione dei libri) ha confini precisi e molte opere possono porsi entro gli incerti limiti di più di uno di essi.

Mi piace allora poter segnalare nientemeno che il grande Émile Zola del “Je accuse” tra i precursori del romanzo gotico, con questo testo ricco sì di analisi psicologica, denso di passione, ma anche denso di una tensione che ricorda molto da vicino quella dei suoi contemporanei che scrivevano con lo scopo di meravigliare e spaventare il lettore con storie fantastiche sulla vita e la morte.

 

Cinquale, 25/08/2014

 

Émile Zola

LA BAMBINA DEI SOGNI – 1 – UNDERGROUND BABY

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di PreussenthalLa vita è sogno

(Calderon de la Barca)

 

Le porte della metro erano aperte. Appoggiato al palo, mi reggevo con la mano sinistra, tenendo nella destra “Lolita”, il romanzo di Vladimir Nabokov. Con il libro appiccicato al viso, mi ostinavo a leggere nonostante la folla, che mi premeva da più parti. La lettura mi aveva preso e non badavo a chi mi stava attorno. Dalle pagine del romanzo, il protagonista Humbert Humbert stava mostrandomi la sua predilezione per quelle che definiva ninfette, la sua passione malata per le ragazzine di dodici anni o poco più.

Due occhi infantili, riflessi nel vetro, mi fissarono, costringendomi a sollevare verso di loro lo sguardo. Un attimo dopo erano scomparsi, nascosti dal movimento della gente.

Alla fermata stavano salendo le ultime persone. Stavamo sempre più pigiati, al punto che la borsa mi premeva ora fastidiosamente sullo stomaco. Notai una donna con due bambine che si divincolò per passare in mezzo alla folla e si lanciò verso la porta ancora aperta, cercando di uscire. Riuscì quasi miracolosamente a scendere, ma una delle bambine, all’ultimo, forse bloccata dalla calca, lasciò la sua mano e si fermò all’interno della carrozza. La donna la chiamò, protendendo le dita, ora vuote:

– Scendi, forza! Stanno per chiudere.

La piccola rimase impassibile a guardarla. Dimostrava quattro anni. Grandi occhi leggermente tristi, ma determinati. Le labbra lievemente imbronciate.

– Vieni! – le urlò di nuovo la donna, con tono perentorio, il braccio ancora paralizzato nel gesto di prenderle la mano.

Fu questione di pochi secondi, poi la porta si chiuse indifferente.

La donna, dietro il vetro, sempre immobile nel suo gesto inutile, pareva arrabbiata, piuttosto che in ansia, come mi sarei aspettato. La cosa mi stupì ma, preso dal problema immediato, avvicinatomi al vetro, le gridai muovendo le labbra come se parlassi a un sordo:

– La porto io alla prossima stazione… venga a prenderla alla prossima stazione. Alla prossima!

La donna annuì. Non ero certo che avesse sentito le mie parole, ma il senso immaginai dovesse averlo intuito. Al posto suo, mia moglie sarebbe entrata nel panico. Lei invece pareva piuttosto serena, a parte quello sguardo rabbioso. Mentre il treno si allontanava, riuscii a vederla tornare a sedere tranquilla per aspettare la metro successiva. Credo che, anch’io, mi sarei agitato molto più di lei. Persino la bambina rimasta a bordo non pareva un granché preoccupata. Si reggeva con la manina paffuta al sostegno vicino all’uscita.

Ero il solo a preoccuparsi. Gli altri passeggeri non parevano far caso all’episodio. Giusto qualche occhiata distratta. Il treno scivolò via nell’oscurità.

Mi rivolsi alla bambina.

– Ciao.

– Ciao – mi rispose educata.

– Quanti anni hai?

Sollevò la manina morbida con il pollice piegato.

– Hai quattro anni?

Annuì.

– E come ti chiami?

– Elena.

– Adesso la tua mamma viene a prenderti. Scendiamo assieme alla prossima fermata e la aspettiamo.

– Non è la mia mamma – rispose, rimanendo sempre calma. Qualcosa dentro di me sobbalzò. Cercai di  non farlo vedere, ma i miei sospetti si erano rafforzati.

– È la zia? – le chiesi, continuando a chiacchierare per non farla agitare, temendo che potesse mettersi a piangere da un momento all’altro.

– No.

– Come si chiama quella signora con cui stavi?

– Non lo so. È cattiva. Mi ha portato via. Io voglio tornare dalla mamma.

– Ti ha portato via da dove? – le chiesi, domandandomi se la bambina fantasticasse o se ci fosse della verità in quello che diceva.

– Via da mamma.

L’aveva rapita?

– Dov’è la tua mamma ora?

– Non so.

– Come si chiama?

– Mamma.

– Papà come la chiama?

– Non ho papà, io.

Uhmpf!

– Gli altri come chiamano la tua mamma? – le mie domande non sembravano condurre da nessuna parte.

– Mamma.

– Okay – sospirai rassegnato. La fermata si avvicinava e non riuscivo a capire la situazione. Era stata rapita da quella donna? Mi sembrava improbabile, però non era da escludersi in un mondo come il nostro. La donna non mi pareva una Signora Humbert Humbert, ma ci sono purtroppo molti altri motivi per rapire bambini, persino peggiori della pedofilia. Dovevo aspettarla e cercare di capire chi fosse o andare subito alla polizia con la piccola? Se la donna era la madre o una persona di famiglia, non trovandola alla fermata si sarebbe spaventata e, magari, mi avrebbe persino denunciato per rapimento. Poteva essere semplicemente una tata o una baby sitter cui la bambina ancora non si era abituata, pensai.

– Perché sei rimasta sulla metro? – ripresi la mia piccola indagine.

– Perché è cattiva. Non voglio stare con lei.

–  L’altra bambina è tua sorella?

–  No.

–  È la figlia della signora?

–  No.

–  Sai chi è?

–  Luisa.

–  Da dove viene?

–  L’ha portata via la signora.

–  Da dove?

–  Dalla sua mamma.

–  Cosa ti ha detto quella signora?

–  Che andiamo in un bel posto. Io non voglio.

Arrivammo alla fermata. Ero combattuto. Non sapevo cosa fare. Decisi di scendere. La donna doveva ancora arrivare. Avevo ancora un po’ di tempo per decidere, mentre aspettavo il prossimo treno. Pensai che fosse il caso di avvertire la polizia. Intorno non c’erano agenti.

– Aspettami – dissi – devo fare una telefonata. Non ti allontanare mentre parlo.

Chiamai la polizia con il cellulare. Cercai di spiegare la situazione. Mi dissero di portare la bambina al commissariato di zona. La piccola mi guardava parlare tranquilla.

– Non so se quello che la bambina dice è vero. Vorrei aspettare qui la donna, ma gradirei ci foste anche voi – spiegai all’agente in linea. Mi chiese che motivi avevo per considerare la situazione sospetta. Mi confusi e non seppi spiegarmi. L’agente mi parve perplesso.

Mi rispose di parlare con la donna e di richiamare nel caso non fosse veramente la madre. Non mi stava prendendo sul serio. Forse faceva bene: ero io a preoccuparmi troppo. Avevo fatto la figura del paranoico.

Riattaccai di malumore, ma riuscivo a capirli, non potevano certo stare dietro alle preoccupazioni di ciascuno. La bambina per fortuna era rimasta accanto a me. Sembrava fidarsi.

Pensai di chiedere aiuto al personale della stazione, ma non vidi nessuno. Salire verso l’ingresso e cercare aiuto mi avrebbe fatto perdere troppo tempo e non sarebbe servito a molto. Provai a fermare una signora di passaggio, ma m’ignorò come un mendicante inopportuno. Provai ancora con un tale dall’aria da uomo d’affari ma, quando cominciai a spiegarmi, mi guardò come se fossi pazzo e se ne andò senza una parola, scuotendo la testa, come per dire di no.

– Non voglio i tuoi soldi! – gli gridai alle spalle, ma non si fermò.

La bambina mi dava la mano. Avevo solo pochi minuti. Il prossimo treno stava per arrivare.

Decisi quindi di affrontare la donna da solo. In fondo eravamo in un luogo pubblico e uno contro uno! Che cosa poteva mai fare questa fantomatica Signora Humbert Humbert? Il problema, piuttosto, era riuscire a capire in che rapporti fossero veramente la piccola e la sua accompagnatrice.

Feci ancora alcune domande a Elena, per poter contro-interrogare la donna.

– Come si chiamano i tuoi nonni?

– Nonno e Nonna.

«Alleluia! Questa sì che è un’informazione».

– Ti ricordi dove abiti?

– Cosa?

– Dov’è che dormi?

– Nella stanza brutta delle bimbe. Non ci voglio andare. Voglio tornare a casa.

Stava per mettersi a piangere. Capii che non era il caso di insistere con le domande, ma decisi di correre il rischio di scatenare le lacrime. Dovevo scoprire qualcosa di più.

– Il tuo giocattolo preferito come si chiama?

– Lolla.

«Oh! Finalmente un’informazione che una madre dovrebbe conoscere e, forse, una rapitrice no».

– La signora ha preso Lolla e l’ha messa nella stanza brutta. Ho detto «Voglio Lolla» e ha detto «No». È cattiva.

Inutile: anche la donna conosceva il nome della bambola! Che cosa sapevo alla fine di questa bambina? Che aveva una mamma di nome Mamma, due nonni di nome Nonno e Nonna e aveva una bambola di nome Lolla! Perché la bambina avrebbe dovuto mentirmi, dicendo che quella donna non era sua madre e l’aveva rapita? I bambini possono raccontare bugie, ma Elena mi pareva troppo piccola per averne inventata una così grossa, senza che le fosse capitato realmente qualcosa.

Dalla galleria m’investì fumoso il vento del treno in arrivo. Il tempo a mia disposizione era esaurito.

La metro aveva aperto le porte e stava vomitando il solito carico di passeggeri in corsa. Vidi la donna venire tranquilla verso di noi, trascinandosi dietro l’altra bambina. Aveva meno di trent’anni. Forse poco più di venti. Capelli scuri. Occhi chiari. Un bel fisico atletico. Nessuna deformazione tale da preoccupare il signor Lombroso con le sue teorie pseudo-scientifiche sui criminali brutti e cattivi, anzi. Anzi! L’altra bambina dimostrava cinque anni o poco più. La seguiva con aria annoiata.

– La ringrazio tantissimo – mi salutò cordialmente, venendomi incontro con un bel sorriso rilassato – Temevo di averla persa. Senza di lei sarei stata nei pasticci.

Nei pasticci? Che razza di modo di esprimersi! Una madre, che ha perso la figlia, dovrebbe essere disperata, non nei pasticci.

Non corse ad abbracciare la bambina. Qualunque madre l’avrebbe fatto, pensai. Cominciavo a convincermi che la bambina non stesse fantasticando.

– Sua figlia è stata bravissima – cercai di sondare – è davvero una bambina coraggiosa.

– Oh sì. È una brava bambina, ma non è mia figlia.

Ero convinto che avrebbe finto di essere la madre. Non mi aspettavo ammettesse subito di non esserlo. L’interrogatorio per cui mi ero preparato vacillava già ai primi colpi. Dopo un attimo di smarrimento chiesi:

– Non è sua figlia? Allora come mai è con lei?

– Sono un’assistente sociale.

La guardai con curiosità e la donna allora aggiunse:

– Lavoro all’orfanotrofio – guardò verso la piccola che non pareva ascoltarci e abbassò la voce – Elena è arrivata solo ieri. La sua mamma, poveretta, ha avuto un brutto incidente ed è morta. Non ha nessuno che si occupi di lei.

Ero spiazzato. Se era una storia inventata, era ben congegnata. Ogni cosa aveva un senso. Mi sentivo un idiota.

– Non ha un padre o dei nonni? – chiesi.

– Il padre è sconosciuto e i nonni sono molto anziani, vivono in una casa di riposo.

– Capisco – tutto tornava. Mi resi conto che muovevo impercettibilmente il piede sinistro per il nervosismo. Lo fermai.

Nonostante la spiegazione, continuavo a sentirmi turbato. Sapevo che non poteva essere così, ma l’idea del rapimento non mi abbandonava.

Approfittando del silenzio creato dalla mia esitazione, la donna mi salutò.

– Allora, arrivederci e grazie.

Stavano già per andarsene. La bambina si protese verso di me.

– Vieni – implorò.

Esitai perplesso. La piccola mi fissava. Le fermai con una domanda.

– È lontano l’orfanotrofio?

– Oh no! È poco distante dall’altra fermata.

– Le dispiace se vi accompagno?

La bimba sorrise illuminandosi. La donna mi guardò un po’ perplessa. Annaspai alla ricerca di una scusa.

– Mi piacerebbe sapere dove vive. Le sembrerà strano, ma anche se tutto è stato così veloce, ora mi sento, come dire? Coinvolto. Sì, credo sia questo.

Ero ancora poco convinto, anche se non capivo più perché. Sentivo che la mia risposta era debole, ma la donna parve credere che fossi sincero e, un po’ titubante, annuì.

– Venga pure. Si chiama L’Isola dei Bambini Perduti – mi sorrise – Lo conosce?

Non lo conoscevo.

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