Archive for the ‘avventura’ Category

LA POESIA DELLA FANTASCIENZA

SagaQuale dei generi letterari è il più poetico? In pochi risponderebbero “la fantascienza”, eppure non è poetico parlare di stelle lontane, di viaggi impossibili, di mondi immaginari, di creature fantastiche, di illusioni e speranze, di avventure cavalleresche? Se, poi, l’arte è creazione, che cosa è più creativo dell’immaginare interi mondi nuovi?

Eppure i termini fantascienza e poesia, ben di rado li vedrete abbinati.  Eppure… Eppure… pensateci bene. Che cos’è l’Odissea di Omero, opera poetica primigenia, se non l’antenata della fantascienza, con le sue creature immaginifiche (ciclopi, lotofagi, lestrigoni, sirene, dei) con il suo viaggio attraverso mondi misteriosi e alieni.

E il nostro Dante? Se non fosse opera “religiosa”, la sua Divina Commedia potrebbe sembrare un viaggio su pianeti alieni.

La fantascienza, però, è considerata genere moderno e i suoi antenati si fanno magari risalire al greco Luciano di Samosata, al Cyrano di Bergerac, a “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, all’Orlando Furioso e i suoi padri sono gli ottocenteschi Verne, Wells e Poe, ma è solo attorno alla metà del XX secolo che possiamo parla di “vera” fantascienza”.

La fantascienza in versi si potrebbe credere non ne esista. Invece, no! In America c’è persino un’associazione di autori di fantascienza in versi la SFPA, Science Fiction Poetry Associations, fondata in California nel 1978. Hanno persino un Premio e una rivista.

In Italia, però, a praticare il genere sono certo in pochi. Mi vengono in mente taluni versi di Massimo Acciai Baggiani, pubblicati in Esagramma 41, la mia “Terzultimo pianeta”, che dà il titolo all’omonima silloge (dai toni apocalittici seppur non direi, nell’insieme, fantascientifica), e l’antologia di più autori “Concetti spaziali, oltre” curata da Alex Tonelli, ma un’intera silloge poetica di fantascienza di un solo autore, ancora non mi è capitato di leggerla e neppure di vederla (se ne conoscete segnalatemele), a parte “Saga” di Roberto Balò, edita dalla vivace casa fiorentina PSE – Porto Seguro Editore.

Balò, già a sua volta editore con Isketziaie (tra gli altri ha pubblicato anche dei versi di Massimo Acciai Baggiani), dunque, pur con queste premesse, si pone come un arguto innovatore. Già basterebbe questo, a mio avviso, per aver voglia di leggere “Saga”, “l’epopea in versi di un uomo senza nome in viaggio nello spazio e nel tempo alla ricerca del senso dell’esistenza”, come recita la quarta di copertina. E non è di questo che spesso ci parla la poesia?

Saga” si riallaccia a vari precedenti culturali, ma, non a caso, centrali sono i riferimenti al già citato viaggio di Ulisse. La sua controparte femminile si chiama, appunto, Penny (vezzeggiativo di Penelope). E tra le odissee di riferimento non può certo mancare quella gloriosa di Kubrick/Clarke, ma ci sono anche l’antico Luciano di Samosata accanto al più visionario degli autori fantascientifici classici, Philip K. Dick e il mitico Asimov.Roberto Balò, Massimo Acciai Baggiani e Carlo Menzinger a una delle presentazioni di "Nessun altro"

E tutto questo, per regalarci versi di immediata efficacia e penetrazione come “inutile partire inutile restare”, allusioni a una “itaca morbida” (senza maiuscola), in un “navigare nel futuro / con l’astronave piena di ricordi”.

Eppure questo cosmo infinito è così pieno di tedioso spleen: “ogni galassia le stesse scene”, “è il solito cliché di donna”, “niente di nuovo dal fronte stellare/ ecco/ la banalità dell’universo”. Ma come Ulisse? Mi attraversi l’universo e non trovi neppure l’entusiasmo negativo dell’androide dickiano-scottiano quando proclama le eterne parole: “«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.» Volevate della poesia fantascientifica? Non lo è anche questa di Balde Runner?

Non bastano certo le “robottine” sensuali (ripenso alle sexy dolly di certi mie racconti) e “sei aliene a sei tette 7 trentasei seni assieme” o le ninfe dalle “pelli ambrate da vere marziane” o la creatura al bistrot con “una velocità radiale tripla” ad allietare questo Ulisse orfano della sua Penny, in questa lunga “notte in un’oasi siderale / nel deserto d’antimateria”, dove, alfine, scopri persino che, in fondo, “le stelle non esistono” e sono troppi i mostri che “si vaporizzano e mi entrano nel naso” “per rodermi dentro / come rimorsi incattiviti” (eh sì, lo vedete, questo viaggio spaziale è in realtà un viaggio dell’anima) tra “scrosci di sangue verde e viscere nere”. Più che un viaggio diventa una “eterna lotta/ tra il dare l’avere”, in cui il nostro futuribile Ulisse nasce “troppo giovane / in un mondo troppo vecchio” e dubita di ciò che lo circonda (“sei sempre con me / eppure non sono sicuro / che tu esista”). C’è troppa differenza tra lui e le donne che incontra (“non sono come te/ per questo mi piaci /io tendo al volo / mi sollevo e tu mi trattieni”, l’eterna differenza tra femminino e mascolino!), ma non vorrebbe esser solo (“non lasciare che io scelga / i miei sbagli da solo”).

Difficile il rapporto con lo spazio (“in fuga da questo mondo / troppo conosciuto / verso il vuoto incolmabile/ di cui sono pieno”) e il tempo (“il tempo è un’illusione”, “si può viaggiare nel tempo / se ti beccano sei morto / ma è un vizio il tempo / che queste macchine inquinano”, “in uno dei futuri ci sono stato /…/ mancavo solo io / e nessuno se n’era accorto”).

È dunque così la poetica di Balò, fatta di eterne umane fragilità, proiettate in cosmi immaginari, quasi che questo viaggio bastasse a sdrammatizzarne la sostanza.

Con Roberto Balò, incontrato per la prima volta in occasione della presentazione di un’antologia di Massimo Acciai Baggiani,  condivido la partecipazione al volume “Nessun altro”, curato da quest’ultimo, cui ha partecipato con il racconto “L’altro mondo”.

LA BUONA VECCHIA FANTASCIENZA FATTA DAI FISICI

Incontro con RamaAnche se oggi si pone altri obiettivi, credo non sia troppo sbagliato dire che la fantascienza nasca come un modo per fare riflessioni sulle possibilità della scienza, soprattutto fisica e chimica, poi estesa ad altre discipline come la biologia.

Alcuni autori importanti erano, in effetti, scienziati prestati alla letteratura. Ora, forse, questa connotazione si è un po’ persa.

Incontro con Rama”, sebbene sia del 1972 e non degli anni gloriosi tra il 1940 e la fine degli anni sessanta, mi pare rientrare a pieno nella hard SF.

Il buon Arthur C. Clarke (Minehead, 16 dicembre 1917 – Colombo, 19 marzo 2008), quello di “2001 Odissea nello spazio”, era, infatti, laureato in fisica e matematica e in questo romanzo fa buono sfoggio delle proprie competenze, nel descrivere la comparsa, nel 2130, di un oggetto dapprima confuso con un asteroide e che poi si rivela essere una grande astronave aliena. Sembra morta, ma rivela grandi soprese al suo interno.

Il romanzo tocca due temi SF fondamentali, i viaggi interstellari e i contatti con gli alieni e lo fa in modo piuttosto originale per quegli anni.

Suggestiva è l’ipotesi avanzata durante l’esplorazione che Rama sia una sorta di arca destinata ad accogliere e trasportare su altri mondi degli esseri umani. Peccato si riveli poi errata.

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Arthur C. Clarke

Clarke si preoccupa anche di accennare a una descrizione di questo nostro futuro, soprattutto dal punto di vista politico-organizzativo, immaginando una Terra unificata sotto un solo governo e vari pianeti e satelliti del sistema solare popolati e trasformati in stati autonomi, sebbene uniti da una sorta di ONU interplanetaria.

Prevale il tipico ottimismo della fantascienza di quegli anni sia verso gli sviluppi tecnologici legati all’esplorazione spaziale, sia per quanto riguarda quelli politici.

La lettura è ancora oggi avvincente, scorrevole e plausibile.

Insomma, un bell’esempio della cara vecchia fantascienza di un tempo.

Il romanzo ha ben tre sequel, sebbene il finale del volume sembri conclusivo.

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CACCIA ALLA CARTA PERDUTA

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Jack Vance, vero nome John Holbrook Vance (San Francisco, 28 agosto 1916 – Oakland, 26 maggio 2013),

Dopo aver letto qualche tempo fa “Naufragio su Tschai” (1968) torno a leggere un romanzo di Jack Vance, “I segreti di Cadwal” (1991), secondo volume della saga “Le cronache di Cadwal” ma che si legge piuttosto bene anche senza aver letto il precedente “Stazione Araminta” (1988).

L’opera strutturata nella classica forma della caccia al tesoro, o se preferite dell’indagine, vede al centro della trama la ricerca di un paio di documenti vitali per l’esistenza del pianeta Cadwal, la Carta e la Garanzia.

La trama è occasione per farci seguire le peregrinazioni dei protagonisti e scoprire così creature e ambientazioni originali che mi paiono la forza della storia.

Cadwal, infatti, è qualcosa di simile a una riserva naturale, un intero mondo affidato a una società di naturalisti perché lo preservino dalle mire di sfruttamento industriale e minerario. La scena si sposta dal pianeta alla vecchia Terra, che riscopriamo in un futuro lontano con persino una tappa nell’italica Trieste, raro esempio di fantascienza estera con ambientazione nella nostra penisola.

Notevoli e degni di sviluppo i due bambini dotati di poteri particolari, che fanno pensare ai mutanti di altra fantascienza. Oltre agli aspetti naturalistici Vance esplora anche quelli sociologici, mostrandoci lo strano sistema per aumentare di rango, mostrandosi poco disponibile nei confronti degli altri (con il risultato, per esempio, che negli alberghi non si trova un cameriere disposto a fare il proprio lavoro) o la schiavizzazione degli Yips.

La lettura alterna momenti di grande interesse ad altri di minor tensione. Rispetto a “Naufragio su Tschai”, si sente un autore più maturo e uno sviluppo della fantascienza che porta a un maggior rigore creativo, anche se, forse, l’opera del 1968 mi è parsa più immaginifica di questa del 1991.

Apprezzabile anche il (non marcato) messaggio ambientalista, importante in questi anni in cui ci stiamo rendendo conto di essere la causa dell’estinzione di milioni di specie animali e vegetali e anche un romanzo che ci parli della preservazione della biodiversità in un pianeta-oasi può essere utile per una riflessione.

AVVENTURE ROSA IN TERRA DI FRANCIA

Giada Bonasia copia

Giada Bonasia (Palermo 1990)

Quella notte che il destino fu deciso”, credo sia l’opera prima della giovanissima Giada Bonasia, autrice esordiente cui auguro tutto il successo possibile e di poter crescere ancora lungo l’ardua strada della scrittura creativa.

Si legge dalla quarta di copertina di “Quella notte che il destino fu deciso” che il romanzo è ambientato nel 1339, anno in cui l’Europa sta attraversando una grave crisi, caratterizzata da una stasi dell’aumento demografico e dell’agricoltura, mentre Inghilterra e Francia si scontrano in una lunga guerra.

Eppure non definirei questo di Giada Bonasia un romanzo storico, quanto piuttosto un romance.

I riferimenti storici sono, infatti, più che secondari, immaginari. Per esempio, sul trono di Francia non siede Filippo VI di Valois ma uno sconosciuto Sigismondo.

Questo potrebbe far pensare che siamo nel bel mezzo di un’ucronia, genere in cui, come noto, mi diletto spesso, ma l’intento dell’autrice non mi pare qui quello di descrivere realtà storiche alternative o di descrivere sviluppi storici partendo da diverse ipotesi.

Al centro della sua attenzione ci sono, invece, le avventure amorose di alcuni personaggi, in particolare Armand e Marichelle (mi chiedo dove abbia trovato questo nome). Tutti personaggi vicini al trono di Francia o d’Inghilterra, un po’ come in un fantasy ma senza draghi, maghi o elfi.

Con il termine romance s’intendono sia il componimento epico-lirico di origine castigliana sia una novella a sfondo romantico, con toni fantastico-avventurosi. Suo sinonimo in tal senso è romanzo rosa. Personalmente preferisco usare questo termine per i romanzi rosa “in costume” (piuttosto che dire “storici”, dato che sovente il riferimento storico tende a essere quanto meno “sfumato”).

Insomma “Quella notte che il destino fu deciso” è un romanzo rosa di ambientazione medievale.Risultati immagini per giada bonasia

Dunque non lo consiglierei né agli amanti del romanzo storico, né dell’ucronia, ma piuttosto a quelli di questo genere.

Del resto, per chi ama il rigore di romanzo storico e ucronia, leggere di personaggi francesi con nomi come Marichelle, Antohine (con l’acca!) o Dupuarò potrebbe indurre a chiudere in fretta il volume.

Occorre, invece, calarsi nello spirito delle avventure amorose e lasciarsi trascinare per le ben 602 pagine del volume, seguendo le palpitazioni, attese e sorprese di Maeichelle, Antohine, Armand, Cyril, Louise, Loran, Giselle.

Peccato sia mancato un editing almeno grammaticale del testo, perché Giada Bonasia è un’autrice fantasiosa, ricca di sentimenti e che, viste le dimensioni di questo volume, sembrerebbe anche prolifica e meriterebbe, come altri autori, una maggior attenzione editoriale. Pare, però, che una nuova edizione riveduta e corretta sia in corso di preparazione. La aspettiamo.

DUE COLOMBI IN MEZZO AL MARE DELLA STORIA

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoLeggere l’allostoria “Nuovo Mondo” (Bietti 2010) di Giampietro Stocco (Roma, 13 agosto 1961), mi riporta indietro nel tempo agli anni ’90, ma non tanto quelli del XV secolo in cui la storia è ambientata, ma a quelli del XX, in cui scrissi la mia ucronia “Il Colombo divergente” (Liberodiscrivere 2001).

I due romanzi, infatti, trattano entrambi una versione alternativa dell’avventura del navigatore ligure alla ricerca di una via per le Indie.

Mi si perdoni, allora, se nel leggere queste pagine colme di avvenimenti e colpi di scena, sono ritornato spesso con la mente a “Il Colombo divergente” e se questo commento di lettura, somiglia quasi a un confronto tra le due opere.

Vorrei rimarcare da subito alcune delle molte differenze, proprio a riprova della grande opportunità di scrittura che offre il genere ucronico, che fa scaturire racconti tanto diversi da una medesima vicenda.

Innanzitutto, va detto che ne “Il Colombo divergente” (come fa intuire anche il titolo), Cristoforo Colombo ha un ruolo assai più centrale che non nel “Nuovo Mondo”, dove moltissimi sono i personaggi che lo affiancano e che addirittura seguono vicende loro personali.

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Giampietro Stocco

Se nel mio romanzo, si narra del primo viaggio in America, in quello di Stocco si parla soprattutto del secondo e in questo Colombo torna in buona compagnia, con Leonardo da Vinci. Molti altri sono, però i personaggi storici che si incontrano, da Niccolò Macchiavelli, al papa e ai vari regnanti dell’epoca.

Altra fondamentale differenza è quella che chiamo la “divergenza ucronica”, ovvero il momento in cui la storia immaginaria si discosta da quella reale.

Per tutta la prima metà, il mio romanzo narra le peripezie storiche di Colombo per giungere a San Salvador e solo da lì cambia il corso degli eventi.

Stocco, invece, ci proietta subito nell’ucronia.

In che cosa consiste poi, per i due romanzi, l’evento scatenante delle variazioni storiche?

Personalmente credo nella fragilità della storia e che basti pochissimo per mutarla, e così è il gesto di un indigeno dell’isola di San Salvador a far andare Colombo più a sud, sino a incontrare gli aztechi.

Stocco, invece, colloca la divergenza vari secoli prima e immagina che le spedizioni vichinghe verso il nuovo mondo non siano stati semplici episodi senza seguito, ma abbiamo portato alla creazione di una colonia normanna oltre il Mare Tenebroso (per me “Mare Oceano”) ovvero l’Atlantico.

Il Colombo di Stocco, dunque si trova davanti un “altro” mondo già mutato e ne conseguono eventi assai più clamorosamente divergenti, con ripercussioni immediate (nei primi anni dopo la “riscoperta dell’America) in tutti gli assetti geo-politici di Europa e America. Eclatante mi pare il processo per eresia al navigatore che vede riuniti una serie di personaggi e di eventi oltre ogni immaginazione (e che mi fa pensare a un altro mio romanzo ucronico “Giovanna e l’angelo” -2007).

Il Colombo del sottoscritto, invece, si ritrova prigioniero degli aztechi e nell’impossibilità di comunicare la propria scoperta, lasciando, per un po’,  l’Europa immutata come l’aveva lasciata, seppure condannata, nei secoli, a ben diversi sviluppi.

Diversissimi sono di carattere questi due Colombo. Il mio è cocciutamente determinato a perseguire i propri obiettivi e a impedire un’invasione azteca del vecchio mondo, mentre quello di Stocco appare più schiavo degli eventi e pronto a tradire il vecchio continente, guidando lui stesso i vichinghi in una spedizione di conquista, coadiuvato nientemeno che dalle invenzioni belliche di Leonardo da Vinci, un po’ come si legge nei romanzi di Paolo Ninzatti “Il volo del leone” (2014) e “Le ali del serpente” (2017), in cui Venezia domina il mondo proprio grazie al genio di questo toscano. Le buone intenzioni che lo animano e che bastano a salvarlo durante il processo, mi sembrano, però, poca cosa rispetto al gesto.

Entrambi i romanzi hanno un tono cosmopolita. “Il Colombo divergente” si muove tra Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra nella parte storica per poi allargarsi in quella ucronica all’America Centrale e all’Africa, dove Colombo tornerà, dirottando le flotte dei mexica, e si scontrerà con berberi e arabi.

Nuovo Mondo” vede come protagonisti tutti i regnanti d’Europa, ma arriva a coinvolgere in America non solo i vichinghi ma persino aztechi ed Inca e nel finale si immaginano già viaggi attraverso il Pacifico.

Se il mio Colombo ritrova l’amore in una donna berbera, quello di Stocco sposa una valorosa vichinga.

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoSe io avevo avuto dei dubbi sulla capacità dei miei mexica di copiare le navi spagnole, Stocco ci sorprende con nuove flotte vichinghe, macchine volanti e carri armati nati dai celebri disegni vinciani.

Diversa poi è la voce narrante (doppia, misteriosa e confidenziale nel mio, scritto in un’insolita seconda persona), impersonale per Stocco.

Entrambi riportano varie ipotesi e suggestioni meno “formali” sulla scoperta del continente.

Comune a tutti e due i romanzi credo possa essere il messaggio: la storia avrebbe anche potuto essere diversa. Non diamo mai nulla per scontato. Vincitori e vinti potrebbero invertire i loro ruoli. Da questo credo possa nascere sia una grande lezione di umiltà, sia la speranza per tutti noi, nel nostro piccolo, di incidere sulla storia o, quanto meno, di sognarla a nostro modo, perché, come dico sempre, l’ucronia è storia sognata.

Di questo sogno Stocco è uno dei maestri, non nuovo al genere. Di lui ricordo di aver già letto “Nero italiano”, in cui Mussolini non partecipa alla Seconda Guerra Mondiale.

UN FANTASY SABBIOSO TRAVESTITO DA FANTASCIENZA

Dune. Il ciclo di Dune. Vol. 1 - Frank Herbert - copertinaQuando lessi per la prima volta Dune (1965) di Frank Herbert da ragazzo, non mi piacque e non mi piacque neppure il film. Trattandosi di un romanzo (e di una saga) importante per la fantascienza, ho ritenuto di provare a rileggerlo ora, da adulto, per capire se riuscivo ad apprezzarlo maggiormente.

Sebbene sia un’opera che avrebbe le caratteristiche per piacermi, dato che inventa e descrive un intero mondo immaginario, attività che considero la più “meritoria” da parte di un autore, anche questa volta mi è parso troppo lungo e nel complesso noioso. Certo è pregevole l’invenzione di un mondo sabbioso, con poca acqua, con un’economia incentrata sulla spezia, con i grossi vermi delle sabbie. Sembra quasi una situazione migliorata rispetto a quella che troveranno gli astronauti su Marte. Meritevole anche la costruzione della religione e della cultura.

Essenzialmente, però, mi è parso un fantasy mascherato da fantascienza, con tutti questi nobili e le loro schiere che si fronteggiano. Non apprezzo, in particolare, che si immagini un mondo così diverso dal nostro e poi si incontrino, duchi, conti e re e che alcuni personaggi abbiamo persino nomi banali e comuni come Paul e Jessica. Ma questi sono solo peccati veniali. Ci sono fantasy che sono così e sono tutt’altro che noiosi.

Diciamo che, nonostante varie avventure, accade piuttosto poco in rapporto al numero di pagi

Frank Herbert

ne, e che non sono riuscito a entrare in empatia con i personaggi, troppo numerosi, di scarso spessore e poco caratterizzati. Tutto sommato ho apprezzato di più le appendici in cui si descrivono la religione o l’ambiente, che non la storia, la cui trama, pur articolata non mi è parsa sufficientemente spessa da sostenere una simile mole di pagine e parole. Non credo proprio che leggerò i volumi successivi, che sono, per la cronaca:

 

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Dune, il film

LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

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