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DUE COLOMBI IN MEZZO AL MARE DELLA STORIA

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoLeggere l’allostoria “Nuovo Mondo” (Bietti 2010) di Giampietro Stocco (Roma, 13 agosto 1961), mi riporta indietro nel tempo agli anni ’90, ma non tanto quelli del XV secolo in cui la storia è ambientata, ma a quelli del XX, in cui scrissi la mia ucronia “Il Colombo divergente” (Liberodiscrivere 2001).

I due romanzi, infatti, trattano entrambi una versione alternativa dell’avventura del navigatore ligure alla ricerca di una via per le Indie.

Mi si perdoni, allora, se nel leggere queste pagine colme di avvenimenti e colpi di scena, sono ritornato spesso con la mente a “Il Colombo divergente” e se questo commento di lettura, somiglia quasi a un confronto tra le due opere.

Vorrei rimarcare da subito alcune delle molte differenze, proprio a riprova della grande opportunità di scrittura che offre il genere ucronico, che fa scaturire racconti tanto diversi da una medesima vicenda.

Innanzitutto, va detto che ne “Il Colombo divergente” (come fa intuire anche il titolo), Cristoforo Colombo ha un ruolo assai più centrale che non nel “Nuovo Mondo”, dove moltissimi sono i personaggi che lo affiancano e che addirittura seguono vicende loro personali.

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Giampietro Stocco

Se nel mio romanzo, si narra del primo viaggio in America, in quello di Stocco si parla soprattutto del secondo e in questo Colombo torna in buona compagnia, con Leonardo da Vinci. Molti altri sono, però i personaggi storici che si incontrano, da Niccolò Macchiavelli, al papa e ai vari regnanti dell’epoca.

Altra fondamentale differenza è quella che chiamo la “divergenza ucronica”, ovvero il momento in cui la storia immaginaria si discosta da quella reale.

Per tutta la prima metà, il mio romanzo narra le peripezie storiche di Colombo per giungere a San Salvador e solo da lì cambia il corso degli eventi.

Stocco, invece, ci proietta subito nell’ucronia.

In che cosa consiste poi, per i due romanzi, l’evento scatenante delle variazioni storiche?

Personalmente credo nella fragilità della storia e che basti pochissimo per mutarla, e così è il gesto di un indigeno dell’isola di San Salvador a far andare Colombo più a sud, sino a incontrare gli aztechi.

Stocco, invece, colloca la divergenza vari secoli prima e immagina che le spedizioni vichinghe verso il nuovo mondo non siano stati semplici episodi senza seguito, ma abbiamo portato alla creazione di una colonia normanna oltre il Mare Tenebroso (per me “Mare Oceano”) ovvero l’Atlantico.

Il Colombo di Stocco, dunque si trova davanti un “altro” mondo già mutato e ne conseguono eventi assai più clamorosamente divergenti, con ripercussioni immediate (nei primi anni dopo la “riscoperta dell’America) in tutti gli assetti geo-politici di Europa e America. Eclatante mi pare il processo per eresia al navigatore che vede riuniti una serie di personaggi e di eventi oltre ogni immaginazione (e che mi fa pensare a un altro mio romanzo ucronico “Giovanna e l’angelo” -2007).

Il Colombo del sottoscritto, invece, si ritrova prigioniero degli aztechi e nell’impossibilità di comunicare la propria scoperta, lasciando, per un po’,  l’Europa immutata come l’aveva lasciata, seppure condannata, nei secoli, a ben diversi sviluppi.

Diversissimi sono di carattere questi due Colombo. Il mio è cocciutamente determinato a perseguire i propri obiettivi e a impedire un’invasione azteca del vecchio mondo, mentre quello di Stocco appare più schiavo degli eventi e pronto a tradire il vecchio continente, guidando lui stesso i vichinghi in una spedizione di conquista, coadiuvato nientemeno che dalle invenzioni belliche di Leonardo da Vinci, un po’ come si legge nei romanzi di Paolo Ninzatti “Il volo del leone” (2014) e “Le ali del serpente” (2017), in cui Venezia domina il mondo proprio grazie al genio di questo toscano. Le buone intenzioni che lo animano e che bastano a salvarlo durante il processo, mi sembrano, però, poca cosa rispetto al gesto.

Entrambi i romanzi hanno un tono cosmopolita. “Il Colombo divergente” si muove tra Italia, Spagna, Portogallo e Inghilterra nella parte storica per poi allargarsi in quella ucronica all’America Centrale e all’Africa, dove Colombo tornerà, dirottando le flotte dei mexica, e si scontrerà con berberi e arabi.

Nuovo Mondo” vede come protagonisti tutti i regnanti d’Europa, ma arriva a coinvolgere in America non solo i vichinghi ma persino aztechi ed Inca e nel finale si immaginano già viaggi attraverso il Pacifico.

Se il mio Colombo ritrova l’amore in una donna berbera, quello di Stocco sposa una valorosa vichinga.

Risultati immagini per nuovo mondo stoccoSe io avevo avuto dei dubbi sulla capacità dei miei mexica di copiare le navi spagnole, Stocco ci sorprende con nuove flotte vichinghe, macchine volanti e carri armati nati dai celebri disegni vinciani.

Diversa poi è la voce narrante (doppia, misteriosa e confidenziale nel mio, scritto in un’insolita seconda persona), impersonale per Stocco.

Entrambi riportano varie ipotesi e suggestioni meno “formali” sulla scoperta del continente.

Comune a tutti e due i romanzi credo possa essere il messaggio: la storia avrebbe anche potuto essere diversa. Non diamo mai nulla per scontato. Vincitori e vinti potrebbero invertire i loro ruoli. Da questo credo possa nascere sia una grande lezione di umiltà, sia la speranza per tutti noi, nel nostro piccolo, di incidere sulla storia o, quanto meno, di sognarla a nostro modo, perché, come dico sempre, l’ucronia è storia sognata.

Di questo sogno Stocco è uno dei maestri, non nuovo al genere. Di lui ricordo di aver già letto “Nero italiano”, in cui Mussolini non partecipa alla Seconda Guerra Mondiale.

UN FANTASY SABBIOSO TRAVESTITO DA FANTASCIENZA

Dune. Il ciclo di Dune. Vol. 1 - Frank Herbert - copertinaQuando lessi per la prima volta Dune (1965) di Frank Herbert da ragazzo, non mi piacque e non mi piacque neppure il film. Trattandosi di un romanzo (e di una saga) importante per la fantascienza, ho ritenuto di provare a rileggerlo ora, da adulto, per capire se riuscivo ad apprezzarlo maggiormente.

Sebbene sia un’opera che avrebbe le caratteristiche per piacermi, dato che inventa e descrive un intero mondo immaginario, attività che considero la più “meritoria” da parte di un autore, anche questa volta mi è parso troppo lungo e nel complesso noioso. Certo è pregevole l’invenzione di un mondo sabbioso, con poca acqua, con un’economia incentrata sulla spezia, con i grossi vermi delle sabbie. Sembra quasi una situazione migliorata rispetto a quella che troveranno gli astronauti su Marte. Meritevole anche la costruzione della religione e della cultura.

Essenzialmente, però, mi è parso un fantasy mascherato da fantascienza, con tutti questi nobili e le loro schiere che si fronteggiano. Non apprezzo, in particolare, che si immagini un mondo così diverso dal nostro e poi si incontrino, duchi, conti e re e che alcuni personaggi abbiamo persino nomi banali e comuni come Paul e Jessica. Ma questi sono solo peccati veniali. Ci sono fantasy che sono così e sono tutt’altro che noiosi.

Diciamo che, nonostante varie avventure, accade piuttosto poco in rapporto al numero di pagi

Frank Herbert

ne, e che non sono riuscito a entrare in empatia con i personaggi, troppo numerosi, di scarso spessore e poco caratterizzati. Tutto sommato ho apprezzato di più le appendici in cui si descrivono la religione o l’ambiente, che non la storia, la cui trama, pur articolata non mi è parsa sufficientemente spessa da sostenere una simile mole di pagine e parole. Non credo proprio che leggerò i volumi successivi, che sono, per la cronaca:

 

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Dune, il film

LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

CACCIA AL TESORO ETRUSCO

L'isola del muflone azzurroGianni Marucelli è stato tra i fondatori, nel 1974, dell’Associazione Pro Natura Firenze, di cui è ora presidente, oltre a ricoprire cariche direttive a livello nazionale nella Federazione Nazionale Pro Natura. Questa sua vocazione naturalista e di amante del territorio traspare fortemente nelle pagine del suo ultimo romanzo “L’isola del muflone azzurro” (Betti Editrice, gennaio 2019), ambientato in un’isola del Tirreno, mai nominata, ma chiaramente riconoscibile come Capraia.

Quel che si nota subito leggendo è la grande precisione e il lavoro di ricerca meticolosa dell’autore, che traspare anche in un lessico non privo di termini non troppo consueti, sia di ambito naturalistico (magnanine, sterpazzole, elicriso, corbezzolo, trachite, gariga, marangoni, stenelle, tursiopi, verdesche, berte, lentisco, lombardelle, cengia, sardonica), sia legati alla cultura etrusca (Fufluns, Vegoia, Tagete, Rasenna – nome usato da questo popolo per indicare se stessi- , lituo, lauchme, lucumone, lasa, tebenno), sia di altro genere (mezzomarinaio, alla cappa, ardiglione, gamella, onòchoe, gassa d’amante, sfignomanometro, idroclorotiazide). Non mancano neppure altri termini stranieri, latini, in particolare.

 

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Gianni Marucelli

Accanto a una trama principale che vede un archeologo (detto Indiana Jones e che affronta quasi avventure degne di questo personaggio) alla ricerca di un antico tesoro sapienzale etrusco sull’isola, si affiancano altre vicende, strettamente legate e connesse alla prima, da quella, di duemilatrecento anni prima, che narra proprio del tesoro che Edoardo Finis sta cercando, ad altre contemporanee come un minaccioso terremoto in arrivo, un paio di persone scomparse e cercate da tutta la comunità isolana, un prete lefebvriano impazzito e pericolosamente armato, una bambina intelligente ma che non riesce a parlare, un muflone stranamente legato a questa bambina, un’immancabile storia d’amore, una spia russa in pensione (ma non troppo), omicidi e tentativi di assassinio e persino, come in certi gialli, un anatomo-patologo. Tutte storie e personaggi che si congiungeranno nel grandioso finale, in cui gli elementi naturali interverranno più volte a mutare o arrestare le azioni umane, forse con un tocco di magia, che, parlando di antichi dei, non può certo mancare, come non mancano strani sogni, a volte rivelatori (“Quel che accadde dopo, non seppe mai se fu sogno o viaggio dell’anima”), allucinazioni e sorprendenti guarigioni come a volerci dire che anche in questo XXI secolo la natura è ancora più forte di noi, come lo era ai tempi degli etruschi e va rispettata, se non temuta.

Del resto come, verso il finale la madre dice alla bambina “Tutto, proprio tutto, cambia, ma, in fondo, quello che c’è di importante rimane lo stesso”.

E, parrebbe, anche che le anime antiche degli etruschi, continuino a vivere nei corpi delle persone e delle creature dell’isola.

 

Il romanzo parte piano, direi “al passo”, mostrandoci i personaggi nella loro quotidianità, poi prende il “trotto” e nel finale si lancia in un “galoppo” quasi sfrenato, trascinando con sé il lettore in una corsa e in una lettura che più si va avanti, più coinvolge.

La trama s’infittisce ma alla fine quasi tutto si svela. Anche se alcuni segreti sono destinati a restare tali, perché il popolo etrusco non potrà purtroppo, mai essere conosciuto a pieno, essendo la sua storia stata cancellata dal tempo e, soprattutto, dalle dominazioni e dalle culture successive. Qualcosa di loro, però, tramite i romani, il cristianesimo e altro, è ancora in noi.

E, poi l’autore si chiede, questi etruschi, erano davvero solo in Toscana e nelle regioni limitrofe o erano legati alla storia di popoli ben più lontani?

Come Edoardo Finis, il nostro Indiana Jones, “ha imparato che la realtà è molto più complessa di quanto sembri, e che ne fanno parte dimensioni che, in genere, si tende a ignorare” (pag. 120), così il lettore percepisce che la nostra comprensione del cosmo forse non sia completa.

Peraltro, forse, potremmo imparare da “popoli che interagivano con l’ambiente naturale traendone il sostentamento senza violarne l’integrità, genti che erano perfettamente consce di essere una cosa sola con la terra” (pag. 121).

Ed ecco che, nel romanzo, anche il suono di un violino pare unirsi alla magia della natura, a simboleggiare il nostro esserne parte:

Parve a molti che l’archetto moltiplicasse i suoni, si accordasse al lieve fruscio delle eriche mosse dal vento, si unisse misteriosamente ai profumi della macchia”.

 

Gianni Marucelli nel 1995 ha pubblicato per RCS-Sansoni il romanzo “La leggenda del frate, del falco, della dama e del cavaliere”. In seguito ha pubblicato racconti e poesie con Liberodiscrivere Edizioni di Genova, editore con cui anche io ho pubblicato varie opere in passato.

La copertina riproduce un dipinto di Alberto Pestelli.

Venerdì 1 Marzo alle ore 16, avrò il piacere di presentare “L’isola del muflone azzurro” presso il Centro Anziani di Firenze in via Luna 16. Parteciperà anche un’esperta guida ambientale che parlerà, con l’ausilio di alcune foto, dell’isola di Capraia.

 

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OFFERTA DA “SOGNO DEL RAGNO”

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Dopo numerose ristampe sta per uscire una nuova edizione de IL SOGNO DEL RAGNO.

Per festeggiare, vorrei farvi avere le ultimissime copie della prima edizione a un prezzo speciale.

Ho pensato a queste combinazioni:

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO: 8 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 13 €, spese di spedizione incluse

1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 12 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 18 €, spese di spedizione incluse

3 copie de IL SOGNO DEL RAGNO (REGALATELE A QUALCUNO!): 15 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 16 €, spese di

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

spedizione incluse

Se volete propormi altre combinazioni, magari con altri miei libri, si può fare, basta che mi scriviate qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO”

IL SOGNO DEL RAGNO e IL REGNO DEL RAGNO sono due volumi della saga ucronico-distopica VIA DA SPARTA in cui, in un mondo contemporaneo alternativo, dominato da Sparta, una giovane schiava violentata fugge alla ricerca della libertà e di un futuro migliore.

LA BAMBINA DEI SOGNI è un thriller psicologico-paranormale su una piccola bambina la cui capacità di manipolare i sogni sconvolge la famiglia che l’ha adottata.

Per avere le vostre copie autografate, che spedirò con piego libro, potete pagarmi con bonifico, paypal o ricarica telefonica. Richiedetele scrivendomi qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO“.

L’offerta è valida sino a esaurimento delle (poche) copie residue e, comunque, fino alla fine di Febbraio: affrettatevi!

IL REGNO DEL RAGNO – Due ragazze in fuga in un mondo distopico

Risultati immagini per amazon logoRisultati immagini per Internet bookshop logo Risultati immagini per feltrinelli on lineMondadori Store

 

VIA DA SPARTA” descrive un presente alternativo in cui gli ultimi 2400 anni di storia si sono svolti diversamente. Sparta ha vinto a Leuttra contro Tebe,  sconfitto e distrutto Atene. Dunque, niente neoclassicismo, rinascimento, rivoluzione francese. Sparta è ora un grande impero.

IL REGNO DEL RAGNO” narra le avventure di due ragazze in questo nostro presente stravolto e mutato.

Tutto è molto diverso. Per esempio, ogni lusso è abolito, persino i vestiti, mollezze barbariche.

La società è divisa tra una piccola classe dominante di spartiati e un gran numero di schiavi iloti. Uomini e donne vivono separati. Gli uomini si occupano solo di guerra e politica, le donne di tutto il resto. Ogni donna può avere più mariti. Omosessualità e pedofilia sono normali. L’eterosessualità, ostracizzata, è  riservata alla sola procreazione. Anche l’amore è ben diverso, senza romanticismo e amor cortese.

Aracne, una schiava pubblica ilota, violentata per l’ennesima volta, fugge dalla provincia dell’Impero per cercare un mondo migliore. Nymphodora, una ricca ragazza spartiata, nella capitale, sogna di cambiare il mondo e costruire grattacieli.

Con “IL REGNO DEL RAGNO” lo scenario si allarga con molti nuovi personaggi oltre a quelli già incontrati ne “IL SOGNO DEL RAGNO”, mentre le avventure delle due ragazze si congiungono e il loro rapporto si colora di sesso lesbico e amicizia.

Nymphodora e Aracne, riprendono la fuga verso nord, scoprendo segreti, uno dei quali riguarda direttamente Aracne e il ragno che la ragazza ha tatuato sulla fronte.

 

 

 

 

 

 

ALTOMARE: FANTASCIENZA MA NON SOLO

Risultati immagini per altri mondi altre storie ALtomareDonato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

Donato Altomare è uno scrittore eclettico e fantasioso che si muove con disinvoltura nei campi del fantastico e della fantascienza ma non solo, come già avevo avuto modo di appurare leggendo “L’isola scolpita”, “Il fuoco e il silenzio” e “Sinfonia per l’imperatore”.

 

L’ho di recente incontrato a Firenze Libro Aperto, la fiera letteraria tenutasi a fine settembre 2018 e organizzata da Paolo Cammili, l’editore di Porto Seguro con cui ho pubblicato i miei ultimi romanzi, dove Altomare presentava una sua raccolta di racconti “Altri mondi, alte storie”, che ho subito acquistato, facendomela autografare come di consueto, ma questa volta dal vivo, evento raro dato Altomare vive nella lontana Molfetta.

Altri mondi, alte storie” è un antologia di fantascienza, divisa in quattro parti, di diversa lunghezza:

  1. Fantadonne
  2. Altri mondi
  3. Per sorridere con la fantascienza
  4. Strani tempi strane storie

In quest’ultimo titolo si ritrova un po’ il suo gusto per il fantastico ottocentesco che avevo già notato ne “L’isola scolpita”, ma non bisogna farsi ingannare, perché Altomare è uomo del XXI secolo e sa essere tale nella sua scrittura, sempre allineata agli standard internazionali contemporanei, che certo non ignora.

Le prime due parti si compongono di soli tre racconti ciascuna, mentre sono cinque nella terza parte e ben otto nell’ultima.

Il primo racconto “Dolcissima Roberta” subito mescola realtà e fantasia, esordendo con le parole “Il mio nome è Donato Altomare. Qualcuno di voi mi conoscerà bene, qualcun altro per nulla, ma questo importa poco, non è di me che debbo parlarvi, ma di uno strano fatto successo qualche tempo addietro”: di nuovo questo gusto ottocentesco di presentare come reali eventi “strani”, quando oggi si tende a raccontare le vicende più incredibili senza mai avvertire il lettore della loro “stranezza” o presunta veridicità. Come in quelle vecchie storie si parla poi di un misterioso ritrovamento. La storia parte come una sorta di indagine poliziesca quasi alla Dylan Dog, ma poi vira decisamente verso il fantascientifico più moderno, e se ne hanno le prime avvisaglie quando parla di “comnanoputer”. Ci stupisce poi facendoci salire persino su una “strana” astronave. Da lì parte una storia d’amore e persino un viaggio attraverso il tempo: tutto questo solo per darvi un’idea di quanto Altomare possa essere in grado di sorprendere e stravolgere il lettore, sballottolandolo e spingendolo da un genere all’altro, come già avevo notato soprattutto con “Sinfonia per l’imperatore”. Questo primo racconto finisce a pagina 85, è dunque una sorta di romanzo breve e ha un peso rilevante nelle 276 pagine complessive.

La seconda “fantadonna” la troviamo in “Niente più sogni per Rosa” e si tratta niente meno che di una comandante di astronave alle prese con carenze di organico, che tanto ricordano i problemi del nostro quotidiano ma proiettati in una ben diversa realtà. Si parla dell’equipaggio disperso di un’altra astronave e di un inatteso ritrovamento, ma con lo zampino di un fastidioso gap temporale.

Donato Altomare

La terza “fantadonna” è “Sara”, colpita da una maledizione che le impedisce di piangere.

Si passa così, a pagina 113 alla sessione “Altri mondi” con il racconto “Cigno X1” in cui si mescola una storia d’amore con l’incontro con un buco nero e storie di altri mondi.

In “Tanti auguri, Joe” siamo di nuovo a bordo di un’astronave, ambientazione cui l’ingegner Altomare sembra essere particolarmente affezionato, come già si era visto in

Il fuoco e il silenzio”. Una sorpresa di compleanno finirà per avere sviluppi angoscianti e fatali.

Ne “Il segreto di Marte”, in un futuro post-apocalittico, troviamo gli ultimi uomini rifugiati sul pianeta rosso, che cela un incredibile segreto sulle origini di tutto.

A pagina 169, si comincia a “Sorridere con la fantascienza” con “Il mutuo”, dove una semplice richiesta di finanziamento bancario ci rivela poco a poco un surreale mondo distopico in cui l’addetto dell’istituto di credito controlla, come una sorta di fedina penale, il numero di orgasmi registrati del cliente.

In “Lame” si scherza sull’equivoco, osservando un tale intento a fare a brandelli un corpo.

Sembra quasi una vecchia fiaba il racconto “Le scarpe”, in cui compare una maledizione, un po’ come già in “Sara”.

“In qualche piccolo vantaggio” troviamo un tale intento a svicolare nascondersi. La sorpresa è nel finale che ne spiega il perché.

Ne “La fine del mondo”, vedremo questa arrivare in modo incredibilmente repentino.

Si passa così all’ultima parte “Strani tempi, strane storie”, che comincia con “Lezioni di geostoria”, dalle quali si apprende quanto diversa sarà l’Italia nel 2066.

In “Cercasi comparse” scopriremo un mondo del lavoro oltremodo distopico e crudele.

In un tempo culturalmente regredito, “Il narratore”, un barbone contastorie, sarà chiamato ad alleviare la malattia di una bambina.

Con “L’Angelo nero” siamo nel paranormale e nei racconti di quella che amo definire “mitologia cristiana” e che ci parla di quegli esseri magici che condiscono il cattolicesimo, come angeli e demoni.

“Il secondo tentativo” ci parla di un fallito attentato per improvviso cambio d’idea dell’attentatore, ma con sviluppi inattesi.

“In due dita verso il cielo” troviamo un desolante mondo post-apocalittico che quasi mi ricorda quell’inarrivabile capolavoro che è “La strada” di McCarthy.

“Vincere”, pur con toni fantastici, è quasi una denuncia del mondo dei “gratta e vinci” e, più in generale, delle lotterie e dei lotti.

Assai particolare è “Bino e Infinito”, che fa pensare a “Il curioso caso di Benjamin Button” di Francis Scott Fizgerald, solo che qui a scorrere alla rovescia non è la vita di un uomo ma l’intera storia dell’universo, che si contrae per implodere nel big bang.

Con questo inquietante racconto si chiude la silloge “Altri mondi, altre storie”. Credo di avervi mostrato quanto possa essere varia la creatività di Altomare e come anche qui sappia saltare con maestria dalla fantascienza, al paranormale, sul surreale, alla satira, alla fiaba, come era già evidente dai tre romanzi da me letti in precedenza.

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L’isola scolpita”, per esempio, è storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei PolidoriLe FanuMistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

 

Spesso gli autori di fantascienza o di fantastico italiani tendono a scivolare nel gusto “strapaesano” e i loro romanzi finiscono per somigliare a racconti da osteria. Per fortuna non è sempre così e anche la nostra penisola talora sforna autori di livello internazionale, se non come fama, come stile letterario. Questo è il caso di Donato Altomare.

Il fuoco e il silenzio”, è una sorta di avventura investigativa che ci ricorda la miglior fantascienza anglo-americana, con alcuni punti di originalità, che rendono il romanzo peculiare, in primis la presenza di una civiltà aliena di tipo vegetale, che se certo non è una novità assoluta, appare ipotesi poco frequentata e, dal mio punto di vista, segno di una visione ampia e coraggiosa sui mondi possibili da parte dell’autore. Trovo, infatti, quasi offensive per l’intelligenza dei lettori quelle storie piene di alieni antropomorfi. Tra i precedenti in tema di creature vegetali abbiamo il magistrale “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham, una delle opere che ha contribuito a farmi amare il genere, o “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Dish. Di piante pericolose parlano anche “Sanguivora” di Robert Charles, “L’orrore di Gow Island” di Murray Leinster, il suo racconto “Proxima Centauri” e “Il ciclo degli Chtorr” di Davis Gerrold. Ma spesso le piante sono mutazioni di piante terrestri e pressoché mai arrivano a uno stadio evolutivo tale da dimostrare un’intelligenza pari o superiore a quella umana (tranne forse nel citato “Proxima Centauri”). Mi pare, dunque, si debba rendere onore ad Altomare come un precursore in tal senso. A dir il vero anche il mio racconto “I costruttori”, uscito nel primo numero del 2016 di ProgettandoIng parla di un’invasione aliena di piante, che definirei “organizzate” più che intelligenti.Risultati immagini per astronave

Un altro aspetto singolare di questo romanzo è la presenza di un gran numero di personaggi, ma tutti distribuiti in squadre alla ricerca del Nemico, composte da cinque membri, che tra di loro si chiamano con i numeri cardinali (Uno, Due…), così ci troviamo a seguire le avventure delle diverse, sfortunate, squadre, quasi come se seguissimo sempre gli stessi cinque personaggi, artifizio letterario che di certo semplifica la lettura, altrimenti saremmo stati catapultati in mezzo a una miriade di nomi propri in cui ci saremmo presto persi. Questo, peraltro, non toglie che alcuni emergano e si connotino con precisione (rivelando anche i nomi propri).

L’ambientazione, è quella delle grandi saghe spaziali tipo il ciclo “Fondazione” di Asimov, “I Canti di Hyperion” di Simmons o, magari, “Guerre Stellari” o “Star Trek”, con l’umanità sparsa per la Galassia, anche se qui ha un ruolo centrale il pianeta “verde” Mogrius.

 

Arrivato alla mia terza lettura di un romanzo di Donato Altomare ancora una volta  sono rimasto piacevolmente sorpreso, innanzitutto per la sua capacità di essere innovativo nella sua scrittura, magari, come qui, mescolando generi distanti come la fantascienza e il romanzo storico.

Sinfonia per l’imperatore” (2010 – Edizioni Elara), infatti, è un romanzo che si muove su due diversi piani temporali, il medioevo in cui visse l’imperatore svevo Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), il nipote di Federico Barbarossa, e un futuro ormai molto prossimo, il 2019.

In entrambi i piani, ritroviamo l’imperatore, poiché, a seguito di un incontro con degli alieni ha visto la propria vita dilatarsi, in attesa di poter giocare di nuovo una complicata partita contro uno di questi, dal cui esito dipenderanno le sorti della Terra e di parte della Galassia.

Il segreto per vincere la partita è nascosto nel federiciano Castel del Monte ed è legato a un enigma musicale che Federico cercherà di risolvere con l’aiuto di due giovani studiosi.

Se “Il fuoco e il silenzio” si faceva apprezzare per la scelta originale di immaginare extra-terrestri vegetali, anche qui gli invasori, sebbene abbiano per l’occasione assunto sembianze umane, non mancano di una certa peculiarità, data se non altro dalla loro struttura organizzativa e dallo strano gioco da cui dipende il potere sulle stelle.

Se l’unione di romanzo storico e fantascienza ha generato una figlia che molto apprezzo, l’ucronia, in cui si racconta la storia come potrebbe essere, Donato Altomare, con quest’opera ci mostra un altro parto nato dall’unione di tali generi, una science fiction di ambientazione storica, che richiama alcuni viaggi nel tempo che la letteratura fantastica ben conosce, pur senza farvi ricorso. Semmai questo eterno Federico II ci fa pensare a “Highlander” (film del 1986 diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert) o al leggendario ebreo errante che secondo la leggenda sarebbe stato condannato da Gesù a vivere fino alla fine dei tempi (in “Ilium” di Dan Simmons ne troviamo la versione femminile) o al “Caino” del premio nobel José Saramago.

Non mi rimane che leggere le opere con cui Altomare ha vinto due Premi Urania: “Mater maxima” e “Il dono di Svet”, ma già ora, con queste quattro letture posso dire che è un autore che merita leggere e conoscere.

 

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