Archive for the ‘avventura’ Category

VIA COL VENTO DOPO L’APOCALISSE

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Annarita Stalla Petrina

Nel romanzo di Annarita Stella PetrinoQuando Borg posò lo sguardo su Eve” (Tabula Fati, 2019), in un futuro imprecisato, che fa pensare un po’ alla Georgia di “Via col vento” (il film di Victor Fleming del 1939), con i suoi grandi proprietari terrieri e i relativi schiavi, la Terra è popolata da umani e da una razza sovrumana tecnologica chiamata borg, ma che, a differenza di quanto potrebbe far pensare il nome, hanno ben poco di robotico nei loro corpi. I borg, questi umani versione 2.0, sono ricchi e potenti, ma non è ben chiaro in cosa siano superiori davvero agli umani, a parte la loro algida freddezza da Spock di Star Treck: i borg non hanno “l’incoscienza dei sentimenti” (pag. 111).

Gli umani versione 1.0 (cioè noi) sono loro schiavi.

Il problema è che gli uomini non si sono ancora abituati all’idea di essere sopraffatti dalle loro creature” (pag. 31)

I borg giustificano il loro dominio sui propri creatori in quanto “anno bisogno di essere governati, da soli sono capaci solo di distruggere”. Forse è davvero così!

In questo i borg fanno un po’ pensare al R. Daneel Olivaw di Asimov, l’automa che protegge l’intera umanità nel Ciclo dei Robot.

Sono vietati i matrimoni tra le due razze, ma evidentemente non sono davvero specie diverse, perché se si accoppiano producono figli non sterili. Gli umani 2.0, del resto, sono così poco meccanici, che si riproducono tra loro e sono ormai alla sesta generazione (direi quasi che siamo all’umanità 2.6).

Risultato immagini per via col vento"Tutto ciò fa da sfondo alle avventure di una mezzosangue, metà umana, metà borg, figlia, per giunta di uno dei più potenti e ricchi latifondisti borg e di una prostituta umana.

Frutto di un amore proibito, lei stessa, considerata di fatto una borg, si camuffa da umana per sfuggire ai suoi nemici e trova l’amore in un uomo 1.0.Risultato immagini per Quando borg posò lo sguardo su eve"

Se per i romanzi rosa d’ambientazione storica parliamo di romance, per quelli di ambientazione fantascientifica non mi pare esista ancora un’etichetta. Il romanzo è stato, però presentato, correttamente, come FS Young Adult.

Le avventure di questi futuribili Romeo e Giulietta sono arricchite, peraltro, da un messaggio socio-politico di uguaglianza e fratellanza tra diversi (“un mondo in cui non ci siano più razze superiori e razze inferiori” – pag. 161), forse un po’ utopistico (“«Cosa pensereste di una società in cui agli esseri umani venga restituita la libertà e la possibilità di praticare il culto«Penserei che si tratta di un’utopia»”) e si snoda in una trama con connotazioni da libro giallo, con la ricerca e scoperta delle vere origini di Lilandra Nassir e il mistero della morte di suo padre e di molti altri borg durante una presunta insurrezione umana.

 

DISTOPIE FIORENTINE PER DIVERTIRSI E PENSARE

Dopo le due presentazioni milanesi a Stranimondi, la mia antologia di racconti distopici “Apocalissi fiorentine” è approdata il 13 Gennao 2020, per la seconda volta, a Firenze, per una presentazione presso il centro culturale SMS Rifredi, in occasione dei lunedì letterari gestiti da Clara Vella e Arrighetta Casini (che già avevano presentato il mio “Il narratore di Rifredi” e la mia biografia scritta da Massimo AcciaiIl sognatore divergente”), che si sono alternate al sottoscritto, autore del volume, nell’illustrarlo a un pubblico assai partecipe, che è intervenuto dando il proprio contributo, mentre sullo schermo scorrevano le immagini delle belle illustrazioni realizzate dagli studenti della facoltà di architettura di Firenze, realizzate sotto la guida del professor Marcello Scalzo, che illustrano il libro.

Clara Vella ha fatto un’ampia introduzione, nella quale ha rimarcato soprattutto la rivisitazione storica attuata da questi racconti, spesso in chiave ucronica, spiegando al pubblico in che cosa consista questo che non è solo un genere narrativo ma anche una tecnica di studio della Storia. Più avanti Arrighetta Casini ha voluto leggere la definizione che ne diedi quando curai l’antologia “Ucronie per il terzo millennio”, nella quale concludevo che “L’ucronia è la Storia sognata da ciascuno di noi”.

Clara Vella ha anche voluto accennare al contenuto di alcuni racconti, leggendo l’incipit di un paio di questi.

Arrighetta Casini è poi entrata maggiormente nel dettaglio delle singole narrazioni. Entrambe si sono soffermate soprattutto su “Florentia”, che racconta dei problemi legati alla fondazione della città, “Montaperti” sulle conseguenze della famosa battaglia, e su “Il ritorno degli inglesi”, che parla degli ospiti del cimitero degli inglesi, inserendo i racconti nel contesto culturale di riferimento.

Arrighetta Casini ha citato anche l’ironica invasione vegetale de “I costruttori”, il viaggio nel tempo di una creatura quasi demoniaca de “Il mio nome è Apocalisse”, citandone un brano, come ha citato “Avvolti in un sogno”, che riprende un personaggio del mio “La bambina dei sogni” e, infine, ha accennato al surreale racconto “Il cancellatore”, su una Firenze che vuole essere dimenticata dal mondo.

Tra gli interventi del pubblico,  anche Massimo Acciai è tornato a parlare soprattutto de “Il ritorno degli inglesi”, facendo un parallelo con un racconto di Paolo Ciampi, uscito pressoché in contemporanea e anch’esso ambientato nel cimitero di Piazza Donatello.

L’empolese Sergio Giovannetti, invece, ha portato delle riflessioni su “Montaperti”.

Tra le opere citate, ricordo “Gli Abati” di Antonella Bausi, che molti dei presenti avevano letto, citato di nuovo a proposito del racconto sulla battaglia tra Firenze e le altre città toscane.

 

Come autore, ho voluto ribadire che questo non è solo una raccolta di ucronie, dato che queste sono solo una parte dei 24 racconti, ma che la silloge si snoda in ordine cronologico, dalla fondazione della città ai giorni d’oggi e al futuro, usando vari registri della narrazione fantastica, quali il surreale, il fantascientifico e la suggestione religiosa.

È vero, infatti, che “Apocalissi fiorentine” è in parte “profezia”, nel senso originario del termine. Spero, però, che saranno profezie smentite, dato che il futuro che descrivo è tutt’altro che roseo. Il termine “apocalisse” ha, infatti, anche l’accezione “distruzione”, qui assai importante. Uno degli obiettivi di questo volume è, infatti, di lanciare un campanello d’allarme verso i grandi rischi del nostro tempo che sono, in primis, di tipo ambientale (surriscaldamento, perdita di biodiversità, scioglimento dei ghiacci, desertificazione, inquinamento…) ma anche legati ai rischi di una dipendenza tecnologica sempre più marcata che ci rende ormai incapaci di vivere “allo stato naturale”.

L’idea di fondo è di portare vicino alla gente queste tematiche, mostrando che riguardano non luoghi lontani ed esotici ma proprio la città in cui viviamo, tutti noi.

L’altro intento era quello di fare fantascienza e distopia italiane, ambientate in Italia e non, come fanno persino tanti autori nazionali, in America o in Paesi lontani.

Il volume vuole essere, però, soprattutto un “oggetto” da leggere e godere per le storie raccontate, spesso ironiche ed eccessive, proprio per il puro gusto narrativo.

Mi sono divertito a scriverle, mi diverto a presentarle e spero vi possiate divertire anche voi a leggerle, magari riflettendo un po’ anche voi sulla fragilità della Storia, della città in cui vivete e del mondo nel suo insieme e chiedendovi se non ci sia qualcosa che ciascuno di noi può fare per un futuro migliore, che non sia così nero come a volte lo dipingo.

Per chi volesse vedere l’intero evento, lo trovate qui, su YouTube.

 

RIUSCIRÁ L’UMANITÁ A FARSI ACCOGLIERE NELLA COMUNITÁ GALATTICA?

Risultati immagini per SimakNel romanzo di Clifford SimakLa casa dalle finestre nere” (1963) troviamo un personaggio, Enoch Wallace, che pare immortale, rimasto trentenne nel 1931 e oltre come durante la Battaglia di Gettysburg (1863) e altre della guerra di secessione americana cui ha partecipato.

Si nasconde in una vecchia casa dalle finestre oscurate. Il suo segreto, però, non è tanto l’immortalità (in realtà si limita a non invecchiare nel tempo che passa in casa), ma in quello che la sua casa nasconde ovvero un mondo che sembra anticipare quello dei “Men in black” degli omonimi film: una stazione di passaggio per alieni.

Per tutti quegli anni, infatti, Wallace è stato il custode di una stazione utilizzata da razze extraterrestri di ogni genere per spostarsi attraverso la Galassia.

Il suo cruccio è che la nostra razza sia tenuta lontana da questi commerci, perché immatura. Teme anzi lo scoppio di una nuova Guerra Mondiale che non potrebbe che metterci in cattiva luce agli occhi degli alieni, impedendoci per sempre di entrare nel loro consesso.

La visione è ancora quella utopistica della fantascienza degli anni 1940-50 e Simak sembra immaginare come inevitabile il progresso, anche se Clifford D. Simak - LA CASA DALLE FINESTRE NERE - Classici Urania nr 176cominciano ad affacciarsi i temi distopici legati alla paura della Guerra e persino alcune tematiche ambientali.

La figura della giovane sordomuta Lucy è quella del classico personaggio debole e maltrattato che diviene l’eroe risolutore della vicenda.

Il lieto fine appare un po’ scontato e legato a quest’atmosfera ottimistica, ma il romanzo può essere considerato un classico della fantascienza di quegli anni, godibile e da non trascurare.

 

CONTROLLARE IL FLUSSO DEL TEMPO

In occasione della fiera milanese della letteratura fantastica “Stranimondi 2019”, ho partecipato alla presentazione del volume “Il tempo è come un fiume” di Franco Piccinini, pubblicato da Edizioni della Vigna, del medesimo Gruppo Editoriale Tabula Fati – Solfanelli che ha pubblicato il mio “Apocalissi fiorentine”, che ho avuto modo di presentare in coda all’intervento di Piccinini e che molte tematiche condivide con questo libro, da quelle sulle mutazioni del tempo alle tematiche ambientali.

Come si legge nell’interessante introduzione firmata da Adalberto Cersosimo, il romanzo di Piccinini, che parla di una squadra speciale di poliziotti che lottano contro i paradossi derivanti dai viaggi nel tempo, ha vari precedenti illustri, innanzitutto “La legione del tempo” (1938) di Jack Williamson e “La pattuglia del tempo” (1955) di Poul Anderson. In entrambi, come ne “Il tempo è come un fiume”, ritroviamo delle organizzazioni impegnate a intervenire nei momenti critici della storia per ristabilire la linea temporale originaria. Di recente ho letto un altro romanzo basato sulla stessa idea: “I riparatori del tempo” (Porto Seguro Editore, 2019) di Federica Milella.

A queste opere si aggiungono altre in cui i protagonisti, sebbene non strutturati in una vera e propria organizzazione, lottano comunque per ristabilire l’ordine degli eventi alterato da un viaggio nel tempo, quale “Due volte nel tempo” (1940) di Manly Wade Wellmann, che spiega l’esistenza di Leonardo da Vinci con un paradosso temporale, o la celeberrima serie di film “Ritorno al futuro”.

L’idea di un’organizzazione che controlli il tempo, ma non per ristabilire quello originale, bensì per avere un futuro migliore la troviamo invece ne “La fine dell’eternità” di Isaac Asimov.

Come in parte si capisce dal titolo, per PiccininiIl tempo è come un fiume”, ma non nel senso che segue un unico percorso dalla montagna al mare, bensì, come in effetti fanno i fiumi, il suo corso a volte può incontrare un ostacolo e l’acqua può muoversi un po’ a destra, un po’ a sinistra di una roccia. Se la roccia è grande, il fiume potrebbe addirittura dividersi. Magari prima o poi le due metà confluiranno in un nuovo fiume, ma potrebbero anche restare separati. La Polizia Temporale del romanzo di Piccinini cerca di evitare che il fiume si divida.

Questa visione somiglia solo in parte con la mia idea di universi divergenti, sulla cui base ho scritto varie ucronie e, in particolare, la serie di romanzi di “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. In questi romanzi definisco il tempo non come un fiume ma come un frattale, una serie di linee che si dividono e uniscono infinite volte. Supero il concetto stesso di paradosso, immaginando che ogni scelta, ogni azione diversa porti alla creazione di un universo divergente, che coesiste con gli altri. Il compito dei miei Guardiani dell’Ucronia è così quello di evitare le “invasioni” da un universo all’altro, non che il tempo muti percorso, cosa non rilevante, dato che tutte le storie possibili coesistono lungo diverse linee del frattale. In ogni caso, entrambi non vediamo (narrativamente parlando) il tempo come una retta, ma come una serie di linee divergenti e convergenti e questo mi pare singolare nel panorama delle storie sui viaggi nel tempo.

Un’altra similitudine di questo romanzo con le mie opere è che anche Piccinini usa il termine ucronia, che non mi risulta sia, invece, utilizzato nel resto della narrativa su i viaggi nel tempo e parla, come me, di universi divergenti e non dei più comuni mondi paralleli.

“«Viene da un universo parallelo?»

«Mmm. Noi ricercatori preferiamo parlare di linee temporali divergenti: è più preciso…»” (pag. 175).

Anche la sua visione dell’ucronia, almeno in teoria (in pratica direi che io sono più drastico) mi pare simile alla mia nei suoi effetti dirompenti, se Piccinini crede in quanto scrive a pagina 168:

Come recitava un vecchio proverbio americano: mancò un chiodo e si perse il ferro, mancò il ferro e si perse il cavallo, mancò il cavallo e si perse il messaggio, mancò il messaggio e si perse la guerra”.

Altra peculiarità di questo romanzo è che è ambientato soprattutto a MiTo, la grande area metropolitana che, nel 2151, immagina unificare Milano e Torino. Credo che questo faccia riferimento a un’idea urbanistica degli anni ’80 o ’90, per un progetto che chiamava l’area proprio MiTo. Anche in qualcosa che ho scritto io se ne parla.

Da apprezzare c’è quindi lo sforzo di fare fantascienza ambientata in Italia (come ho provato a fare anche io con l’antologia distopica “Apocalissi fiorentine” e altri racconti). Non dico che ogni autore dovrebbe ambientare le sue storie nel proprio Paese, ma se non siamo noi italiani a scrivere storie in Italia, dobbiamo attendere che lo facciano altri, che assai meno bene conoscono la nostra nazione, con risultati da brochure turistica?

Se i riferimenti ai grandi autori dei viaggi nel tempo sono evidenti, è altrettanto chiaro che Piccinini è uno che la fantascienza la conosce e la ama.Risultati immagini per Franco Piccinini Il tempo

Sebbene sia in Italia, questa MiTo a volte mi ricorda “Abissi d’Acciaio” (1953) e gli altri romanzi del ciclo dei robot di Isaac Asimov, e un omaggio al grande autore russo-americano, mi paiono anche le Tre Leggi della Cronotica, che appaiono all’inizio del volume e ricordano, ovviamente le Tre Leggi della Robotica asimoviane, così come il suo investigatore mi fa pensare a Elijah Baley, anche se lui, a volte, si sente più simile all’agente 007 (pag. 218).

Un altro autore citato, mi pare Arthur C. Clarke (“Le fontane del paradiso”, 1979) con i suoi ascensori spaziali (pag. 133), mentre gli specchi solari con cui sono illuminate le strade all’ombra di alti grattacieli, mi ricordano i pozzi di luce del mio “Via da Sparta”.

Italiana questa MiTo, sì, ma quanto mai multietnica e multiculturale, con potenti mafie internazionali che s’incontrano e scontrano, in primis, quella cinese. E il mistero da risolvere, legato a paradossi temporali, riguarda una potente figura, apparentemente morta in modo naturale, creando grandi squilibri tra queste comunità.

In conclusione, una storia in puro stile fantascientifico, che gli amanti del genere di sicuro apprezzeranno, sia per i numerosi riferimenti culturali, sia per l’originalità e la vivacità della trama, che coinvolge sempre e trascina fino alla fine.

 

LA FANTASCIENZA IN LATINO

Legio AccipitrisDi sicuro non sono molte le storie di fantascienza ambientate nel passato e molte di queste riguardano viaggi nel tempo. Ben più rari sono gli incontri con alieni. Quando avvengono siamo più dalle parti dell’ucronia, come nel notevole ciclo “Invasione” di Harry Turtledove e nel suo seguito “Colonizzazione”, in cui un’invasione aliena interrompe la Seconda Guerra Mondiale.

L’arrivo di alieni nell’antichità mi pare ancor più raro, anche perché la fantascienza tende a occuparsi molto di più del futuro che del passato e quando lo fa, è per spiegare magari le origini di una civiltà o dell’intera evoluzione umana come in “2001 Odissea nello spazio” le cui prime scene sono addirittura nella preistoria e mostrano l’incontro dei nostri antenati scimmieschi con una civiltà extraterrestre superiore.

Dunque, il racconto lungo di Vittorio PiccirilloLegio accipitris” (Edizioni Tabula Fati) ha il pregio dell’originalità in questo campo. Se si è ispirato a dei modelli, credo sia piuttosto alle storie su presunti incontri nell’antichità con visitatori di altri mondi, come raccontato in vari libri da Peter Kolosimo, portando a testimonianze varie raffigurazioni del passato, le cosiddette “teorie degli antichi astronauti”.

Piccirillo immagina infatti l’incontro di un gruppo di legionari romani con carri volanti e creature provenienti da un’altra dimensione.  I romani si interrogano se siano dei o demoni. Noi ci chiediamo piuttosto se siano alieni antropomorfi alla Star Trek o una donna e dei robot venuti da un lontano futuro.

Parlandone con l’autore, prima di leggere il libro, mi ero fatto l’idea che fossero extraterrestri, ma dato che stento a credere che possano essercene di antropomorfi, propenderei per la seconda ipotesi.

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Vittorio Piccirillo

Legio accipitris” (“La legione del Falco”) ha un’altra peculiarità che lo rende speciale nel panorama della fantascienza: ha il testo a fronte in latino!

Non posso allora non pensare agli Asterix tradotti in tante lingue, tra cui, per l’appunto anche il latino, ma, di nuovo, nell’ambito della fantascienza questa è una vera rarità, che rende, a mio avviso, il volume consigliabile per quei docenti che volessero avvicinare alla lingua dei romani i propri studenti con un testo semplice e lineare, su un argomento che penso possa attirarli di più di un’orazione ciceroniana. Rispetto alle traduzioni liceali, il racconto ha il pregio di descrivere vicende avventurose e concrete.

Per esempio l’incipit suon “Severus legatus constitit et signum dedit. Iulius tribunus atque Decio centurio, qui iuxta eum procedebant, constituerunt una com legione quae stricto agmine sequebatur” e subito ci cala nel movimento dei militari, con termine diretti e immediati.

La narrazione è stata fatta da Piccirillo in italiano e poi tradotta in latino da Giancarlo Giuliani. La presenza del testo a fronte permette di passare con facilità dalla lettura di alcune frasi in latino, al proseguimento della storia in italiano.

Prima di leggerlo chiesi a Piccirillo se la sua fosse un’ucronia e mi disse che certo non lo è. In effetti, per esserlo questo incontro avrebbe dovuto portare con sé il mutamento della Storia e del mondo come lo conosciamo, ma i visitatori ripartono senza più tornare e i romani decidono di tenere per sé la vicenda: “«Enimvero, quae acciderunt fere incredibilia sunt,» annuit legatus. «Talia ut trahant sed etiam dubium moveant in quibus non adfuerint.»”.

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I COMPLOTTI UCRONICI DI SHAKESPEARE

Risultati immagini per per il trono d'inghilterraNel 1588 la flotta spagnola tentò per la seconda volta di invadere l’Inghilterra, ma, soprattutto a causa di una bufera, dovette rifugiarsi nel porto di La Coruña per riparare i danni subiti.

Harry Tutledove nella sua ucronia “Per il trono d’Inghilterra”, immagina che venti favorevoli abbiano permesso a Filippo II di Spagna di conquistare il regno britannico.

La storia vede protagonista, una decina d’anni dopo, in questa Gran Bretagna spagnolizzata, William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) che è contattato in contemporanea dai dominatori spagnoli per predisporre un dramma celebrativo di Filippo II di Spagna, ormai sul letto di morte, e dall’altra dai ribelli inglesi, che vorrebbero liberare dalla Torre di Londra la detronizzata Elisabetta I e riportarla alla guida del regno.

Il drammaturgo, temendo per la propria vita, si trova così a predisporre assieme due opere di opposto orientamento politico, nascondendo ciascuno all’altra parte, il “Filippo II” e la “Boudica”.

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Harry Turtledove

Lo affiancano personaggi storici come i suoi attori Richard Burbage e William Kempe o i drammaturghi Christopher Marlowe (Canterbury, febbraio 1564 – Londra, 30 maggio 1593) e Lope de Vega ((Madrid, 25 novembre 1562 – Madrid, 27 agosto 1635).

Quello che viene da chiedersi è se davvero l’arte e, nello specifico, il teatro abbiano il potere di muovere gli animi al punto da generare rivolte o guerre, come immagina Turtledove.

L’autore, che ho molto apprezzato in quel grandioso affresco ucronico globale dai numerosi punti di vista che è la saga “Invasione” (in cui immagina che un’invasione aliena interrompa la Seconda Guerra Mondiale”), in “Per il trono d’Inghilterra” si diletta a smontare le opere shakespaeriane e a rimontarle a modo suo, infarcendo il romanzo di numerose citazioni dal drammaturgo inglese, in un gioco che certo chi ben conosce le opere del bardo potrà meglio apprezzare.

 

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William Shakespeare

 

UNA RUTILANTE CACCIA AL TESORO VIRTUALE

Risultati immagini per player one libroNel 2018 Steven Spielberg ha realizzato un bel film di fantascienza distopica intitolato “Ready Player One”. Di solito dopo aver visto un film, anche se mi è piaciuto, mi sento poco invogliato a leggere il romanzo da cui è tratto, perché temo che la lettura mi aggiunga poco a quanto dato dalla visione. Ciononostante, a volte, soprattutto quando (come in questo caso) ho apprezzato il film, mi lascio attirare dal libro.

 

Ho così letto ora “Player One” (2011) di Ernest Cline (Ashland, 29 marzo 1972), un lungo ma appassionante romanzo che ci trasporta in un non troppo lontano futuro distopico in cui la devastazione antropica del clima e la sovrappopolazione hanno creato un mondo di miseria. Solo sollievo per la popolazione è l’immersione nel mondo virtuale di Oasis, una sorta di mix tra Facebook e Second Life, cui tutti partecipano. Oasis è stato creato da un genio dei videogiochi e dell’informatica, James Halliday, un patito degli anni ’80. Il suo mondo virtuale, dunque, è una citazione continua di videogiochi, film e alcuni romanzi di quel decennio del secolo scorso, che Cline dimostra di conoscere davvero bene, così come (per quanto io sia in grado di giudicare da profano) l’informatica che regola i funzionamenti di un social network. Non per nulla Cline è proprio un informatico appassionato di internet e cultura pop.

Player One” ha la classica struttura narrativa che definisco “caccia al tesoro”: il protagonista affronta una serie di prove, risolve una serie di enigmi, affronta numerosi e potenti nemici per arrivare al suo tesoro. Nello specifico si tratta di un Easter Egg (uovo di Pasqua) virtuale che contiene in premio l’eredità di James Halliday, ovvero una ricchezza sconfinata e la proprietà della più potente società del mondo, quella che controlla Oasis.

Il protagonista Wade Watts, che usa l’avatar Parzival, affronta le sue avventure da solo, ma si scontra presto con alcuni Gunter (sono detti così i cercatori dell’Easter Egg), con cui stringe amicizia e con la potente organizzazione IOI, il grande “cattivo” di questa storia.

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Ernest Cline

Alcuni meccanismi narrativi sono, dunque, quelli della saga di Harry Potter: il ragazzino sfigato (che qui vive in una periferia degradata ed è orfano) che riesce a risolvere situazioni complesse fino a raggiungere la celebrità, lottando con nemici che sembrano molto più potenti di lui, ma anche con avversari alla sua portata, che stringe amicizia con una squadra di sfigati che diventano assieme a lui dei vincenti. Se il personaggio della Rowling si avvale di poteri magici, Parzival usa quelli virtuali del mondo in cui si muove. Anche qui Parzival rappresenta il Bene e, con gli altri Gunter, è un paladino dell’Oasis originaria, come immaginata e creata dal suo fondatore, e combatte contro la IOI, che vuole “snaturare” Oasis.

Se ci pensate anche la saga di Harry Potter è una caccia al tesoro, anche se più articolata ancora, con gli Horcrux al posto dell’Easter Egg di Halliday e una serie di prove da superare prima, un po’ come Parzival nel conquistare le sue tre chiavi.

Come la Rowling, anche Cline ci offre una trama complessa e appassionante, personaggi che si fanno amare o odiare, un mondo immaginario/virtuale che viaggia in parallelo a quello reale e in cui i protagonisti si rifugiano per sfuggirne, suspence e avventure a raffica. Anche qui non manca la spettacolarità che ha fatto sì che se ne potesse trarre un film ricco di effetti speciali.

Sebbene l’ambientazione “reale” sia in un mondo distopico, prevalgono le ambientazioni virtuali nel rutilante mondo dei videogiochi anni’80. Il romanzo si colloca allora più che dalle parti delle distopie, da quelle di quei film che hanno al loro centro il gioco come i classici film “Tron” (1982) di Steven Lisberger e il citato da Cline “Wargames” (1983) di John Badham, “Jumanji” (1995) di Joe Johnston, “Il gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card, “Maze Runner” (2014) di Wes Ball (tratto dall’omonimo romanzo del 2009 di James Dashner), “Hunger games” (2012) di Gary Ross (trattato dall’omonimo romanzo -2008- di Suzanne Collins). E parlando di nuovo di Harry Potter, non c’è anche lì il Qidditch? Tra gli ultimissimi romanzi di gioco, citerei anche “L’unico sesso” della toscana Linda Lercari, che ho letto in parallelo a “Player One”, notandone le somiglianze.

Ora, spero che non mi si fraintenda. Anche quando commentai “Il gioco di Ender” notai che aveva molte caratteristiche in comune con la saga della Rowling e fui attaccato dai fan di Orson Scott Card come se avessi detto un’eresia. Non sto accusando nessuno di questi autori di plagio. Ciascuno si muove per vie autonome e con assoluta originalità. Leggendo i sette volumi della saga del mago di Hogwarth avevo cercato di capire che cosa rendesse affascinante la storia al punto di ottenere il grande successo che ha ottenuto. Ebbene, ho ritrovato buona parte di quegli stessi elementi sia ne “Il gioco di Ender”, sia in “Player One”. I fan di Scott Card mi accusarono di non vedere che erano opere del tutto diverse: non cercavo di dire che sono simili, dico che usano gli stessi meccanismi per raggiungere l’attenzione e il cuore del lettore. Così come possono farlo, con altre leve, delle storie d’amore o di altro genere.

Forse questi elementi non funzionano allo stesso modo con tutti i lettori e non bastano questi a farci amare una storia. Posso amare Harry Potter perché amo la magia o l’Inghilterra e odiare “Player One” perché non sopporto i videogiochi e la realtà virtuale o viceversa.  In questo e molto altro sono libri diversi.

Comunque, per quanto mi riguarda, sono componenti che mi fanno restare attaccato al libro con attenzione e partecipazione fino alla fine. Visto il successo mondiale di queste opere, non mi considero un caso unico e strano.

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