Archive for the ‘distopia’ Category

PRESENTAZIONE SECONDA EDIZIONE DE “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il 28 Settembre 2017 è stato pubblicato da Porto Seguro Editore il primo volume della saga VIA DA SPARTA, IL SOGNO DEL RAGNO.

Domani, sabato 9 Marzo 2019 uscirà la seconda edizione, con un corpo note aggiornato, alcune piccole correzioni e una nuova copertina realizzata da Lucrezia Neri, in sostituzione a quella realizzata da Angelo Condello.

Quale preferite, la prima (verde) o la seconda (nera)?

Il volume sarà presentato per la prima volta durante il Porto Seguro Show, che questa volta si terrà presso il Kome Sushi di via De Neci 41 R, a partire dalle ore 17,30 (IL SOGNO DEL RAGNO dovrebbe essere tra i primi volumi presentati).

Nel frattempo a Ottobre 2018 è uscito anche il secondo volume della saga, IL REGNO DEL RAGNO e presto vedremo anche il terzo  e ultimo volume della saga che racconta la fuga di una schiava e della sua padrona e amante attraverso il mondo ucronico e distopico di Sparta, LA FIGLIA DEL RAGNO.

I volumi sono in vendita in tutte le principali librerie on-line, ma domani sarà possibile avere copie autografate dall’autore, che fornirà anche le ultimissime coie super-scontate della prima edizione.

 

Non mancate! Vi aspetto al KOME SUSHI, Via De Benci 41 R (FIRENZE), sabato 9 Marzo 2019 ore 17,30.

Risultati immagini per amazon logoQuali libri più adatti di questi per riflettere in occasione della Festa della donna?

VIA DA SPARTA descrive un mondo feroce e maschilista in cui le donne, però, hanno un forte potere.

VIA DA SPARTA racconta la fuga di una giovane schiava che, violentata in strada per l’ennesima volta, incinta, fugge per non essere uccisa per la “colpa” di aspettare un figlio.

Mimosa e Via da Sparta

LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

LA POESIA DI UN MONDO DISTOPICO IN DECADENZA

Risultati immagini per solo il mimo canta al limitare del boscoSolo il mimo canta al limitare del bosco” o, meno poeticamente, come recita un’altra traduzione del titolo “Futuro in tranche” è uno splendido romanzo del 1980 (titolo originale “Mockingbird”) dello statunitense Walter S. Tevis (San Francisco, 28 febbraio 1928 – New York, 9 agosto 1984), autore poco prolifico (6 romanzi), che ha prodotto, tra gli altri il romanzo “L’uomo che cadde sulla Terra” (The Man Who Fell to Earth, Gold Medal Books, New York, 1963) da cui fu tratto il celebre film con David Bowie.

Il mimo (“mockingbird” in inglese) del titolo non è uno di quegli attori muti che recitano a volte in mezzo alle strade o nei circhi, ma il mimo settentrionale (Mimus polyglottos) detto volgarmente tordo beffeggiatore, un uccello passeriforme della famiglia dei Mimidi, diffuso in America Settentrionale e Centrale. Il nomignolo di tordo beffeggiatore deriva dalle notevolissime capacità vocali del maschio che gli permettono di imitare sia canti di altri uccelli, sia versi di altri animali, sia molti dei suoni che sente.

Il romanzo non parla di questi uccelli, ma il protagonista legge la frase “Solo il mimo canta al limitare del bosco” in un vecchio film muto, gli rimane impressa e la ricorda spesso. Il titolo allude, però, anche alla realtà in cui vive il professore universitario Paul Bentley, in cui i robot sono molto diffusi e vivono una sorta di imitazione della vita umana, mentre gli esseri umani, in totale decadenza, vivo solo un’imitazione della vita vera.

Il romanzo, non privo di una notevole poeticità, è una distopia che immagina un mondo che parrebbe quasi un possibile sviluppo del celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, in cui la gente non legge più, anzi non ricorda neppure più che cosa siano i libri, è assuefatta a ogni sorta di droga legale, tra cui la “televisione”. Come in “1984” (1948) di George Orwell non è permesso discostarsi dalle regole della comunità e ci sono dei robot incaricati di controllare e punire le devianze.

Co-protagonista è un robot molto evoluto (“Classe 9”), con un cervello clonato da un cervello umano, ma un corpoRisultati immagini per solo il mimo canta al limitare del bosco asessuato autoriparante, incapace di morire. Spofforth, (un po’ come “L’uomo bicentenario” di Asimov) vorrebbe vivere come un essere umano, avere una famiglia, morire come le persone, ma non può.

Direi che i robot sono ormai dei veri “ministri”. Il termine ministro, come noto, voleva dire “servitore, aiutante”, oggi invece, per assurdo evoluzione del termine, si usa per indicare una persona di potere. Allo stesso modo i robot di Tevis, nati per servire gli uomini, lo fanno comandandoli e punendoli. Singolare ed evocativa l’immagine degli uomini che lavorano a una catena di montaggio per la produzione di scarpe, sotto il controllo di robot.

I robot di Classe 9 furono creati per essere alti dirigenti d’azienda.

Ora, in questo mondo in declino, il solo rimasto è Spofforth, che, ambendo a una vita umana, rapisce la fidanzata di Paul Bentley e va a vivere con lei, facendo rinchiudere in prigione il suo antagonista.

Gli esseri umani, assoggettati dalle droghe e dalla televisione, da anni non fanno più figli e l’umanità, abrutita sta ormai declinando verso l’estinzione.

La sola ragazza che non prenda droghe (e quindi abbia un’intelligenza ancora reattiva) è la fidanzata di Paul, Mary Lou. Sono le droghe a impedire le nascite, così la giovane, nn prendendone, rimane incinta e partorisce con l’aiuto proprio del robot Spofforth con cui vive.

Scopre, però, che ad aver deciso la fine della nascita dei bambini è stato proprio il suo compagno robotico, qui quasi una versione negativa dell’asimoviano R. Daneel Olivaw (che veglia sul bene dell’umanità intera). Spofforth, infatti, è il robot incaricato di valutare la quantità di farmaci inibitori della procreazione da mescolare alle droghe somministrate agli umani, per regolare i livelli demografici.

Poiché vuole morire, ma non può farlo sinché ci saranno esseri umani sulla Terra, la soluzione per Spofforth è impedirne la nascita.

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Walter S. Tevis

Anche per questo cerca di convincere Mary Lou ad abortire, perché quella nuova nascita avrebbe allungato ancora la sua esistenza robotica.

Nel frattempo Paul Bentley e Mary Lou prendono coscienza di loro stessi e imparano a leggere, scoprendo, poco per volta, grazie ad alcuni libri, la storia dimenticata dell’umanità.

Il romanzo, insomma, si presenta con una bell’ambientazione di un futuro tecnologico ma decaduto, dei personaggi credibili e intelligenti e una trama affascinante e molto coinvolgente, con riflessioni importanti e poetiche sul futuro, il progresso, la tecnologia e l’esistenza.

Lettura sicuramente da non perdere.

 

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Northern mockinbird (Mimo settentrionale)

OFFERTA DA “SOGNO DEL RAGNO”

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Dopo numerose ristampe sta per uscire una nuova edizione de IL SOGNO DEL RAGNO.

Per festeggiare, vorrei farvi avere le ultimissime copie della prima edizione a un prezzo speciale.

Ho pensato a queste combinazioni:

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO: 8 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 13 €, spese di spedizione incluse

1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 12 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de IL REGNO DEL RAGNO: 18 €, spese di spedizione incluse

3 copie de IL SOGNO DEL RAGNO (REGALATELE A QUALCUNO!): 15 €, spese di spedizione incluse

1 copia de IL SOGNO DEL RAGNO + 1 copia de LA BAMBINA DEI SOGNI: 16 €, spese di

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

spedizione incluse

Se volete propormi altre combinazioni, magari con altri miei libri, si può fare, basta che mi scriviate qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO”

IL SOGNO DEL RAGNO e IL REGNO DEL RAGNO sono due volumi della saga ucronico-distopica VIA DA SPARTA in cui, in un mondo contemporaneo alternativo, dominato da Sparta, una giovane schiava violentata fugge alla ricerca della libertà e di un futuro migliore.

LA BAMBINA DEI SOGNI è un thriller psicologico-paranormale su una piccola bambina la cui capacità di manipolare i sogni sconvolge la famiglia che l’ha adottata.

Per avere le vostre copie autografate, che spedirò con piego libro, potete pagarmi con bonifico, paypal o ricarica telefonica. Richiedetele scrivendomi qui o su menzin@virgilio.it, oggetto “IL SOGNO DEL RAGNO“.

L’offerta è valida sino a esaurimento delle (poche) copie residue e, comunque, fino alla fine di Febbraio: affrettatevi!

NON BASTANO DUE LUNE PER FARE FANTASCIENZA

DhalgrenNon bastano due lune, un po’ di casino con il tempo, una città immaginaria, un sole assurdo che compare per poche pagine e un pizzico di distopia per definire un romanzo “fantascienza”, eppure, sebbene questi elementi in “Dhalgren” (romanzo di Samuel R. Delany del 1975) siano quanto mai marginali, il romanzo è considerato fantascientifico!

La storia è ambientata a Bellona, una città immaginaria degli Stati Uniti d’America contemporanei, vagamente distopica, che differisce in poco dalle altre città americane, ma che pare abbia subito una qualche catastrofe. La sua caratteristica principale direi è che la gente se vuole può andare in giro nuda e nessuno ci fa caso, un po’ come nella mia saga di “Via da Sparta”. I suoi abitanti, poi, hanno una sorta di culto commerciale per un tizio di sangue africano che porta il nome di uno dei Beatles, George Harrison, che è diventato famoso per avere stuprato una ragazzina bianca. C’è tutto un commercio di poster con sue foto sexy. Quando in cielo, inspiegabilmente, compare una seconda luna, le danno il suo nome!

Tra l’altro, la seconda luna è assurdamente in una diversa fase rispetto alla nostra. La sua comparsa, poi, non provoca alcuno sconvolgimento nelle maree e negli equilibri del pianeta, come sarebbe logico aspettarsi.

Purtroppo, questo non solo non è un romanzo di fantascienza, anche se viene di solito spacciato per tale, ma non è neppure un romanzo degno di tale nome per l’assoluta inconsistenza della trama. D’accordo, lo so che ci possono essere romanzi con trame inesistenti, basti pensare a capolavori come “Ulisse” di Joyce o “L’arcobaleno della gravità” di Pynchon e, in effetti, “Dhalgren” viene considerata una di quelle opere che sono un “flusso di coscienza”, un po’ come queste. Eppure continuo a pensare che senza una buona trama non ci sia una storia e senza una storia non si possa parlare di romanzo, men che mai di fantascienza, dato che, come dice la seconda parte di questo nome, la fantascienza presuppone un certo rigore scientifico per essere tale.

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Samuel R Delany (New York, 1º aprile 1942), è uno scrittore, glottoteta e critico letterario statunitense.

Dhalgren” pare sia stato, infatti, amato meno dagli appassionati di SF che dal pubblico mainstream, comunque dicono abbia avuto un notevole successo di pubblico e critica.

Forse questo può essere stato favorito dalla presenza di immagini forti e molto dettagliate, soprattutto di particolari intimi o erotici, che la rendono un’opera di un certo impatto. Anzi, va detto che questi, nella seconda parte del libro aumentano di frequenza e intensità, sfociando in continue ammucchiate, se non orge. Certo, siamo a metà degli anni ’70 e l’opera risente molto della cultura hippie.

Basta scrivere frasi come queste che riporto di seguito per rendere un romanzo “interessante”?

L’acqua si raccolse nei peli dietro i testicoli, gli sgocciolò sulle gambe. Si passò le mani sulla testa. Aveva i capelli untuosi.

L’acqua gli arrivò all’inguine, gli si riversò nello scroto; lo scroto s’incartapecorì.

Certo, tra tante centinaia di pagine c’è anche molto altro, ma non mancano descrizioni di questo tipo, talora persino inserite in rapporti sessuali al limite del pornografico, come il rapporto triangolare tra Kidd, Danny e “la ragazza”, che introduce una serie di atti pornografici, spesso variamente omosessuali, privi però di alcun erotismo o addirittura passione o romanticismo.

Si tratta di un romanzo estremamente e (inutilmente?) prolisso che mi sono trovato continuamente tentato, durante la lettura, ad abbandonare, cosa che non faccio pressoché mai.

Peraltro il protagonista Kidd (o il kid), un poeta senza memoria, ci accompagna in alcune riflessioni sulla poesia, la scrittura e la letteratura che non sono del tutto noiose, ma la mia attenzione durante la lettura è stata messa a durissima prova.

Come non condividere riflessioni come questa?

l‘elenco dei Premi Nobel, dove per tre volte io stesso ho rischiato di finire, brulica di scrittori mediocri che non hanno eleganza né profondità, leggibilità né rilevanza; esaltati durante la loro vita, sono morti, ne sono sicuro, convinti di aver fatto compiere progressi sostanziali alle loro lingue. La vostra Miss Dickinson morì altrettanto convinta che nessuno avrebbe mai letto una parola di ciò che aveva scritto; ed è una dei poeti più luminosi che il suo paese abbia prodotto. Un artista non può fidarsi delle medaglie al merito assegnate dal pubblico. Quelle private? Quelle sono ancora più fuorvianti”.

Risultati immagini per due luneSamuel R. Delany (New York, 1º aprile 1942) ogni tanto ha, in questo romanzo, alcune trovate che meriterebbero uno sviluppo, come quando scrive:

se un autore, passando davanti ad uno specchio, un giorno dovesse vedere non se stesso, ma qualche personaggio di sua invenzione, anche se resterebbe sorpreso, anche se forse dubiterebbe della propria sanità mentale, avrebbe comunque qualcosa cui riferirsi. Ma supponiamo che, passando all’interno, il personaggio guardasse lo specchio e vedesse, non se stesso, ma l’autore, assolutamente sconosciuto, che lo guardasse, l’autore con cui non avrebbe alcuna relazione: cosa proverebbe quella povera creatura…?

L’idea è un po’ quella del mio racconto “Il sognatore divergente”, pubblicato da Porto Seguro nel volume omonimo curato da Massimo Acciai Baggiani, ma in “Dhalgren” l’idea si ferma lì e non ha alcuno sviluppo.

Devo poi confessare che non ho neanche ben capito perché il romanzo si chiami “Dhalgren”. C’è un William Dhalgren che compare in un elenco di nomi e questi due passaggi:

La parola esatta che avevo sentito al momento dell’orgasmo e quella che aveva continuato a ripetersi nella mia testa negli ultimi minuti era: «… Dhalgren….» Mi asciugai con un pezzo della seconda pagina del Times di Bellona, 23 gennaio 1776. Mentre tornavo al letto sul soppalco, pensai che sarebbe stato bello che Lanya fosse venuta e mi stesse aspettando con Denny (sapendo che non l’avrebbe fatto perché io ci avevo pensato); e non l’aveva fatto

e

l’unico nome che riesco a ricordare è William Dhalgren”. Un po’ poco, per usare questo nome per l’intero tomo.

Insomma, un romanzo solo vaghissimamente fantascientifico, stracolmo di sesso poco coinvolgente e terribilmente (quasi insopportabilmente) lungo (sul mio e-reader l’ebook conta 3.943 pagine, nella versione cartacea in inglese della Random House USA Inc sono 802).

LA DIGNITÀ SOTTO ASSEDIO

Risultati immagini per rockland ToninelliAlla fine di Settembre ho incontrato e conosciuto Marco Toninelli, presente con i suoi libri in uno degli stand di Firenze Libro Aperto.

Ho preso uno dei suoi romanzi “Rockland” e ora l’ho letto con il piacere che sempre provo quando scopro un buon autore tra quelli poco noti al pubblico.

Difficile catalogare “Rockland” anche se l’idea di fondo non può che dirsi fantascientifica: il pese di Rockland, un mattino si risveglia completamente isolato dal resto del mondo.

Come non pensare al film “La fuga di Logan”, ma li si narrava un futuro lontano, con un mondo esterno devastato. Qui dell’esterno non sappiamo nulla. Penso anche alla serie TV “Wayward Pines” con Matt Dillon, ma lì la scelta di isolamento è voluta da alcune persone all’interno del paese e ci sono altri sviluppi legati allo scorrere del tempo.

Toninelli ci narra altro. Quello di cui ci parla Toninelli è la vita nuova che nasce in quello spazio ristretto.

Nessuno sa e capisce che cosa abbia provocato quell’isolamento. Ci sono alte torri tutto attorno, cui non è possibile avvicinarsi. Ci riesce solo lo “scemo del villaggio” Blue. Nulla manca alla cittadina, però, perché i “nemici” o chiunque sia ad averli isolati, fornisce loro cibo e tutto ciò di cui necessitano. Sebbene gli abitanti sappiano che questo nemico “non ci minaccia, non ci aggredisce, sembra non voler invadere la nostra terra, anzi ci manda ogni ben di dio e ci guarda da lontano”, c’è chi progetta rivolte e cerca di osteggiarlo.

Pian piano si formano nuove alleanze. Prende il potere un gruppetto armato fino ai denti che fa capo allo sceriffo e che si definisce “I Veri Americani”. Altri provano a resistergli, ma la sproporzione delle forze è notevole.

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Marco Toninelli

La violenza prende il sopravvento e appaiono toni distopici. Si pensa alle comunità di “The walking dead”. Rischia di rimetterci le penne proprio il povero Blue, utilizzato come kamikaze involontario, poi ci sono abusi sessuali che finiscono peggio.

Alla fine, sarà Blue (o forse no) a resettare tutto, perché occorre “cercare di mantenere un giusto equilibrio tra bene e male” e così decide (misterioso come ne abbia il potere) di “cancellare i segni e le storie che abbiamo raccolto perché non sono degni di diventare memorie nella storia delle storie. In tal modo sarà concessa una seconda opportunità” ed ecco che l’orologio si resetta alle ore 06:18:29 del 20 maggio 2016, la stessa ora in cui tutto era cominciato e ogni cosa pare dimenticata e cancellata e il mistero del magico isolamento resta tale, perché, credo, a Toninelli, non interessa risolverlo ma parlarci di come siamo, come esseri umani, simili agli abitanti di Rockland che hanno “messo sotto assedio la loro dignità con l’inadeguatezza delle azioni e dei pensieri”.

Nel finale, insomma, “Rockland” si rivela qualcosa come una magica fiaba moderna, con la sua morale di condanna di un mondo che emargina “i più svantaggiati, i diversi, perché li avvertiamo come una minaccia al nostro benessere” (la citazione si chiude, in realtà, con un punto interrogativo, che ometto).

 

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