Archive for the ‘distopia’ Category

ROBOT 79: un volume all’insegna della distopia

Risultati immagini per Robot n. 79 rivistaIl n. 79 della rivista Robot, ricco di articoli e racconti interessanti, inizia con un articolo di Silvio Sosio su “La narrativa del futuro”, che ci parla non di come sarà la letteratura nel futuro, ma di come questa abbia sinora saputo anticiparlo.

 

Il primo racconto dell’antologia è di Alastair Reynolds (Barry, 1º aprile 1966) e ci parla delle avventure de “La figlia del fabbricante di slitte” trasportandoci in un mondo futuro ai confini con il fantasy, dove imperversa un Grande inverno che fa pensare a George R.R. Martin e dove la tecnologia si confonde con la magia quasi fosse un romanzo della saga della Torre Nera di Stephen King.

Questo autore, che ama la fantascienza dai temi filosofico-religiosi, è un astrofisico e scrittore britannico, ricercatore astronomo con la European Space Agency, poi autore a tempo pieno di fantascienza hard e space opera.

 

Diego Lama porta il lettore a interrogarsi sulla memoria e la possibilità di manipolarla, le conseguenze psicologiche della sua cancellazione nel suo bel racconto “Estrazione”.

 

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Alastair Reynolds

Segue l’articolo di Giuseppe Lippi su alcuni romanzi fantascientifici con al centro il nostro satellite in “Per una fantascienza lunare”.

 

Il portatore di Dio” di Ilaria Tuti è racconto finalista del Premio Robot e partendo dai corridoi del Vaticano, ci porta tra strane creature il cui volto è un’approssimazione di quello di Dio. Quattro, Tre e Due non sono perfetti, ma Uno lo è. Uno è il Portatore di Dio.

 

L’analisi di Domenico GalloFantascienza tra tecnocrazia, socialismo e utopia” ci parla di quegli anni e quegli autori fantascientifici che avevano ritenuto di avere una missione e un dovere sociale, che avevano voluto asservire la fantascienza a un obiettivo di miglioramento sociale. Sorprende scoprire come tra di loro ci fossero i nomi dei grandi padri del genere Herbert George Wells, Jack London, Aldous Huxley, Robert A. Heinlein, Alfred A. E. Van Vogt, Philip K. Dick, Frederik Pohl, Donald A. Wollheim, John B. Michel e persino Robert Sheckley e Isaac Asimov.

 

Samuel Nava, finalista del Premio Robot, con “Ultima Persona Singolare” ci racconta una strana invasione aliena, con un misterioso ultimatum: risparmieremo la Terra se ci darete un solo uomo, per l’appunto il protagonista, un tipo eccentrico che vive da solo nei boschi tra i monti osservando le aquile e che ovviamente non ha alcuna intenzione di farsi catturare e consegnare agli alieni. S’immagina che possa essere tutto nella sua testa paranoica, ma scopriremo un diverso, suggestivo finale.

 

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Cory Doctorow

Salvatore Proietti intervista Cory Doctorow (Toronto, 17 luglio 1971), un giornalista, scrittore e noto blogger (coeditore del famoso blog Boing Boing) canadese. Ha vinto nel 2000 il Premio John Wood Campbell per il miglior nuovo scrittore e nel 2009 il Premio Prometheus e il Premio John Wood Campbell Memorial per il miglior romanzo con X. È stato più volte candidato ai premi Hugo e Nebula.

È un attivista in favore delle leggi che liberalizzano i copyright e sostenitore delle licenze Creative Commons. La maggior parte dei suoi libri sono scaricabili gratuitamente da Internet. Temi ricorrenti della sua opera sono i diritti digitali, la sicurezza informatica e la tecnologia più in generale.

 

Manuel Pirreda con “Scafandro” ci porta in un mondo distopico e post-apocalittico, in cui la differenza tra la vita e la morte può essere data da uno scafandro, con cui muoversi sulla superficie terrestre, per difendersi da un’aria ormai malsana e pericolosa. Anche in un mondo ridotto così all’estremo l’uomo nello scafandro riesce a trovare occasione per un momento di solidarietà verso un ragazzino in difficoltà. Anche questo è un racconto finalista del Premio Robot.

 

Enzo Verrengia ci parla di “Veggenti e Previsioni”, partendo da Baba Vanga, passando per Wolf Grigorevicz Messing, Edgar Cayce, Erik Jan Hanussen e Nostradamus, per arrivare a John Titor.

 

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Hao Jingfang

Chiude il volume il racconto cinese vincitore del Premio Hugo 2016 “Pechino pieghevole” della giovane Hao Jingfang, una storia affascinante che immagina una Pechino futura costruita su tre livelli, che si alternano durante il giorno come in certe camere o roulotte in cui il letto si solleva e finisce nell’armadio, mentre il tavolo spunta fuori da un parete, solo che qui a scomparire sono interi palazzi con i loro abitanti, che si alternano nella superficie e nella veglia in tre turni, il migliore dei quali è riservato alla parte più ricca e meno numerosa della popolazione. Il protagonista Lao Dao riuscirà a passare dalla parte peggiore della città, il Terzo Spazio a quello migliore, il Primo Spazio. Una visione distopica e angosciante di un mondo futuro sovrappopolato all’inverosimile.

LA DISTOPIA IN MARCIA

Risultati immagini per la lunga marcia kingScrivere un romanzo interessante su cento ragazzi che marciano attraverso gli Stati Uniti d’America non sembra impresa facile. Semplificando a tal punto la trama, il romanzo può apparire terribilmente noioso. Anche se aggiungo che questi ragazzi marceranno fino allo sfinimento e fino a che uno solo di loro resterà in piedi, non credo di invogliare molti lettori a prenderlo in mano. Se, però, vi spiego che questi ragazzi non stanno facendo una gara per chi arriva prima, ma per chi sarà l’unico che sopravvivrà, perché chiunque rallenti sotto i 6 chilometri orari sarà ucciso dai soldati, già capirete che la storia si fa più intrigante. Eppure, ugualmente, descrivere la morte di novantanove ragazzi mentre camminano giorno e notte, senza potersi fermare per dormire o per espletare bisogni fisiologici rischia di portare alla stesura di un romanzo terribilmente noioso. Questo non avviene, però, se l’autore si chiama Stephen King ed è un maestro dell’esplorazione dell’animo umano e dei suoi limiti oltre che, qui, dei limiti del corpo.

Con “La lunga marcia”, questo incomparabile maestro riesce a fare il miracolo di trasformare una storia che rischierebbe di essere tragicamente ripetitiva in qualcosa che non lo è affatto. King ingiustamente viene confuso con un autore horror, ma è in realtà soprattutto un esploratore della coscienza e della psiche umana quando viene portata al suo estremo dalla paura o da altre situazioni e questo romanzo, che nulla ha dell’horror, lo dimostra in pieno.

King ci mostra come questa situazione estrema di lotta per la sopravvivenza generi la nascita di sentimenti di solidarietà e amicizia ma anche di La lunga marciaostilità e ci fa vedere come, man mano che il gruppo si restringe e la lotta si fa dura, la solidarietà lascia il posto all’egoismo, un po’ come si vede in altre opere sulla sopravvivenza come “The walking dead”.

Con “La lunga marcia”, inoltre, King ci offre anche un’affascinante distopia, un mondo degradato al punto di trasformare la morte in uno spettacolo e lo sport in morte, anticipando, con questo romanzo del 1979, opere come “Hunger games” (2008) di Collins e “Maze Runner” (2009) di Dashner e, soprattutto, il nostro tempo con i suoi reality e sport estremi, qui fusi assieme, rendendo letale il meno pericoloso degli sport, la marcia.

King con questa distopia ci parla quasi solo dei cento ragazzi in gara (e di un gruppetto in particolare), ma dietro percepiamo un mondo degradato e militarizzato in cui la vita umana ormai vale assai poco e in cui il desiderio di sangue e violenza della popolazione reclama spettacoli circensi sempre più efferati, strumenti di un regime spietato.

Risultati immagini per la lunga marcia kingSe questo romanzo può essere classificato in un genere, infatti, lo è nella distopia e, quindi, nel più ampio genere della fantascienza, ma può certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può essere considerato una storia di sopravvivenza (genere che spesso ricade nell’ambito della fantascienza, quando l’ambiente, come qui, appare degradato da un evoluzione sociale che ha portato gli esseri umani a ridursi in piccoli manipoli in lotta gli uni con gli altri), come “Memorie di una sopravvissuta” della Lessing, “Gli esiliati di Ragnarok” di Tom Godwin, “La guida steampunk all’apocalisse” di Margaret Killjoy.

Vorrei, infine, aggiungere una nota personale, che mi ha fatto sentire particolarmente vicino a questo libro e ai suoi protagonisti: l’ho letto (come gran parte dei libri da me letti negli ultimi anni) camminando (grazie a quel prodigio della tecnologia che è la funzione TTS dell’e-reader) e questo è stato un po’ come “leggere in 4D”, dato che, nel mio piccolo, provavo comunque le fatiche del camminare. Certo, non penso proprio di poter camminare, senza neanche una pausa per cinque o più giorni e altrettante notti mantenendomi costantemente sopra i sei chilometri orari, in salita come in piano, anche se di norma cammino sopra i sette. Un’impresa davvero fantascientifica!

 

P.S. Stephen King l’ha pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachman

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Stephen King, alias Richard Bachman

TENTATIVI DI FANTASCIENZA DI UNA NOBEL TENTENNANTE

Risultati immagini per memorie di una sopravvissuta lessingAvevo già letto un romanzo di Doris Lessing, “Martha Quest”, e non ero rimasto entusiasta, ma avendo scoperto che quest’autrice, premiata con il Nobel nel 2007, aveva scritto anche fantascienza, ho voluto provare uno dei suoi libri che di solito sono catalogati in questo genere. Ho provato così a leggere “Memorie di una sopravvissuta” (1990). Amo la fantascienza, le storie di sopravvivenza e la buona scrittura, dunque, il romanzo si presentava con buone carte per piacermi, ma si è rivelato non essere nessuna di queste tre cose.

Non penso che basti descrivere un mondo futuro dalle caratteristiche distopiche per fare fantascienza. Non penso che basti parlare di un gruppo di persone che si arrabattano in un mondo degradato per avere una buona avventura di sopravvivenza. Soprattutto, non penso che questo libro sia un esempio di buona scrittura.

Se Doris Lessing, anziché una premio nobel, fosse stata un’esordiente, io il docente di un corso di scrittura creativa e lei fosse venuta da me portandomi questo romanzo, le avrei dovuto rispondere:

“Cara Doris, credo che tu abbia la stoffa per scrivere, ma ora prendi questo romanzo e ripuliscilo. Non indulgere in descrizioni generiche, ma mostra l’azione. Non raccontare, ma descrivi questo tuo mondo immaginario. Dovresti poi dare una bella potata al tuo libro, per renderlo più solido. Rileggilo e vedrai che l’hai riempito di aggettivi. Per ogni sostantivo ne metti quasi sempre almeno due e a volte di più. Spesso sono quasi sinonimi. Non servono tanti aggettivi, Doris! Concentrati sulla struttura del discorso: soggetto, verbo e complemento oggetto. La narrazione sta tutta lì. Gli aggettivi sono spesso inutili, gli avverbi anche più e indeboliscono la narrazione. Perché poi ripeti più volte lo stesso concetto, la stessa immagine, la stessa azione? L’hai già detto. Vedi, l’ho appena fatto anch’io. Era davvero necessario? Concetto, immagine e azione sono cose molto diverse, è vero, ma bastava che dicessi di non ripeterti. Avresti capito lo stesso, no? Non insultare il lettore. Il lettore è intelligente e capisce con una frase sola. Sta a te, autrice, trovare la frase perfetta e bruciante, quella che dice tutto in poche sillabe. È questa la professionalità di un autore. Un dilettante erra alla ricerca delle parole e delle espressioni migliori. Un professionista arriva dritto al punto. Un romanzo non è una lezione. Il maestro ripete. I narratori antichi ripetevano, ma avevano davanti ascoltatori, probabilmente distratti, di certo illetterati. Se il lettore, non ha capito, può rileggere. Se non capisce, probabilmente non hai saputo esprimerti. Il lettore non ha colpa. La colpa è sempre e solo dell’autore.”

Possibile che si debba esser costretti a dire cose simili a una donna premiata con il massimo riconoscimento nel mondo della letteratura? Possibile che a Stoccolma ultimamente premiano autori così?

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Doris Lessing

Memorie di una sopravvissuta” ha una trama esile ma interessante: uno sconosciuto si presenta a casa della protagonista e le lascia una bambina ormai quasi adolescente. La donna rimane solo con la piccola e la alleva. La bambina è accompagnata da uno strano brutto cane dal muso di gatto. Nella casa, poi, c’è un misterioso muro che non potrei che definire magico e che si “schiude” su altri mondi. Siamo in un futuro imprecisato, in un luogo imprecisato. La civiltà sta degradandosi sempre più. Alcune bande passano attraverso il territorio.

Fin qui tutto ottimo. Si direbbe una trama intrigante da cui potrebbe nascere una grande storia. Ma Doris Lessing non è Stephen King che ne avrebbe fatto un agghiacciante capolavoro. Doris Lessing la prende alla larga… molto alla larga. Racconta di questo mondo, ma non ne fa vedere quasi nulla. Ci sono i personaggi della storia, ma sono sospesi in una nuvola di indeterminazione. Vediamo la casa della protagonista e quel poco che le sta attorno. Poco.

Peccato.

Se leggendo un libro non riesco a smettere, questo per me è il miglior segnale che ho davanti qualcosa di buono. Se, però, mentre leggo, non vedo l’ora di arrivare in fondo, non perché sono curioso, ma perché vorrei farla finita e passare a leggere altro, siamo sulla buona strada per dire che quel libro è tutt’altro che buono. Se la tentazione è di mollare la lettura, allora è davvero pessimo.

A metà di “Memorie di una sopravvissuta”, ho cominciato a chiedermi che cosa avrei potuto leggere dopo e a pensare che stavo perdendo tempo, che avrei potuto dedicare a letture migliori! Se non altro, però, non sono stato tentato di interrompere la lettura.

Vorrei dare ancora una chance a quest’autrice e alla sua fantascienza, ma dopo queste prime due prove sono davvero scoraggiato.

Il volume è corredato da una postfazione di Oriana Palusci che ci spiega, tra molte altre cose, che questo è un esempio di fantascienza sociologica, che uno degli autori cui si è ispirata maggiormente è Ballard, che il mondo dietro al muro ricorda quello di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che “Memorie di una sopravvissuta” fa parte del primo dei tre periodi che caratterizzano l’esperienza fantascientifica della Lessing.

Per fortuna la fantascienza sociologica ha prodotto ben altri risultati. Persino i recenti telefilm “The walking dead” e “Wayward Pines” ci offrono assai migliori descrizioni di tentativi di riorganizzazione sociale in un mondo degradato. I bambini selvaggi della Lessing non hanno neanche un po’ della vivacità e concretezza dei bambini de “Il Signore delle mosche”, anche questo citato dalla Palusci, e scritto da un premio nobel di ben altro livello, qual è William Golding. Se questa Lessing mi ha deluso, forse, sarà proprio per il suo ispirarsi a Ballard che, tra gli autori di fantascienza mi è parso uno dei più fumosi (anche lui però l’ho letto poco).

Se il confronto della Palusci con Golding non tiene, regge ancora meno quello con quel capolavoro assoluto della letteratura mondiale che è “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Dove sono le fantasie oniriche di Carroll e i suoi magici personaggi?

La considerazione che questo sia stato uno dei primi tentativi della Lessing di spostarsi verso la fantascienza, lascia una porta aperta alla speranza che con opere successive abbia poi effettivamente imparato a scrivere qualcosa di apprezzabile per gli amanti del genere.

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SOPRAVVIVERE IN UN MONDO OSTILE

Risultati immagini per Tom Godwin RagnarokCi sono libri importanti, libri ricchi di contenuti, libri che ti insegnano qualche cosa e libri che si leggono con piacere.

I superstiti di Ragnarok” forse non sarà un libro importante o ricco di contenuti e non credo m’abbia insegnato molto, a meno che non mi capiti un giorno di vivere su un pianeta ostile ad alta gravità, forte escursione termica e predatori ferocissimi, ma è senz’altro un libro che ho letto con piacere, con grande piacere, e questa forse è la cosa più importante.

Il romanzo di Tom Godwin racconta di una spedizione di colonizzazione terrestre diretta verso il pianeta Athena, che viene assaltata da una razza aliena che schiavizza metà di loro e lascia gli altri a morire sul mondo inospitale di cui scrivevo sopra. Un luogo in cui vivere è impossibile, sopravvivere difficilissimo. Un piccolo gruppo di umani ci riesce e lo fa per alcune generazioni e dopo duecento anni tende una trappola agli alieni per conquistare una loro astronave e vendicare i loro Risultati immagini per Tom Godwin Ragnarokantenati.

Adoro le storie di sopravvivenza, di lotta con la natura e di ingegnosità e, da questo punto di vista il romanzo è valido. La scrittura è buona e gran parte della storia appare credibile. Forse l’accelerata del finale (in effetti, si parla proprio di “accelerazione”) è un po’ troppo fantasiosa, ma è anche vero che molto del futuro dei reietti di Ragnarok rimane nei loro sogni e non sappiamo se si realizzeranno veramente. Godwin poteva lasciare, magari, un finale più aperto.

Un buon autore che ancora non conoscevo e scoperto grazie alla “Fratellanza della Fantascienza”. Peccato che abbia scritto ben poco d’altro! La storia è ben equilibrata e coinvolgente, nonostante il succedersi delle generazioni, che potrebbe disorientare, dato che i protagonisti cambiano spesso, ma seguiamo comunque l’evoluzione delle famiglie di sopravvissuti e il vero protagonista è tutto il gruppo, che persegue con costanza il proprio scopo e la propria lotta. Molto bello anche il rapporto che si instaura con gli animali selvaggi del pianeta.

C’è anche un sequel: “I reietti dello spazio”.

 

PSICOSI E PREGIUDIZI MARZIANI

Da ragazzo ho letto molta fantascienza, ma non ricordo di aver letto nulla di Philip K. Dick. Per vari anni non ho più frequentato il genere, cui mi sono riaffacciato solo in anni recenti. Tra gli autori fantascientifici che sto leggendo c’è ora anche questo autore americano, della cui produzione sinora ho affrontato solo “La svastica sul sole” (letto come classico dell’ucronia), “Tempo fuori luogo”, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, “Ubik”.

Ho letto ora “Noi marziani” (Martian Time-Slip, 1964), una storia ambientata su Marte, ma assai lontana dagli stereotipi della fantascienza. Il romanzo cui, forse, per ambientazione, potrebbe essere maggiormente raffrontato è “Cronache marziane” di Ray Bradbury, se non altro per l’idea di una popolazione umana stabilmente impiantata sul pianeta rosso.

La visione del quarto mondo del nostro sistema, pubblicato l’anno della mia nascita, è ancora piuttosto legata alle conoscenze ridotte che se ne avevano a metà del secolo scorso. Innanzitutto, risente ancora dell’illusione dei canali marziani di Schiapparelli e ne fa derivare la presenza di acqua piuttosto abbondante (rispetto a quella risicatissima che il pianeta potrebbe forse ospitare), sebbene decisamente scarsa per le esigenze della popolazione terrestre colonizzatrice. Dall’idea dei canali deriva la considerazione che Marte un tempo potesse essere abitato da una cultura civilizzata che tali canali avrebbe costruito. Accanto ai terrestri vivono, infatti, i discendenti regrediti di tale civiltà, i cosiddetti Bleekman (ovvia l’assonanza con black man), comunemente detti “negri”. Sono esseri umanoidi lenti e inaffidabili, utilizzati per i lavori più pesanti. Parlando di loro, Dick denuncia il razzismo americano, qui trasposto su una nuova popolazione. Questi “negri” sono molto simili a esseri umani, al punto che qualcuno sul pianeta ipotizza che un milione di anni fa Terra e Marte siano state colonizzate da una razza aliena. Nonostante la somiglianza, il razzismo dei terrestri verso i Bleekman è forte. Li usano per lavori sottopagati, ne apprezzano poche doti (guarda caso hanno “buon orecchio” e ne vediamo uno intento ad accordare strumenti musicali), inorridiscono al pensiero di accoppiarsi con loro e alcuni vengono definiti “addomesticati”, come se fossero animali.

Entriamo qui nella sostanza dell’opera. Dick non ci descrive, in realtà, un mondo alieno, ma la Terra, direi anzi qualcosa che somiglia molto all’America degli anni attorno al 1960 e in particolare, immaginerei, a uno Stato come il Texas.

Il razzismo verso i “negri” alieni, ne è un esempio, ma gli extraterrestri, tutto sommato, sono solo ambientazione se non sfondo. Dick ci parla piuttosto dei pregiudizi e delle psicosi della provincia americana, di schizofrenia, autismo (visto ancora come malattia psichica determinata dall’ambiente familiare), suicidi. Ci mostra un sistema educativo basato su insegnanti e bidelli robotici, pronti a elargire un sapere standardizzato. Ci mostra egoismo, tirchierie e piccole meschinità dei rapporti tra vicini.

Su Marte troviamo colonie di origini diverse, che conservano le proprie connotazioni originarie, Nuova Israele, abitata da commercianti, la comunità degli italiani dai baffoni impomatati, la colonia del sindacato degli idraulici e quella del sindacato degli elettricisti. L’appartenenza a un sindacato è importante per avere un buon lavoro (lascio a voi pensare a cosa alluda Dick).

Philip K. Dick

Nonostante lo scorrere del tempo e il progresso tecnologico, le donne sono stimate persino meno che ai tempi in cui scriveva Dick, così la madre del bambino autistico Manfred Steiner è incolpata della malattia del figlio, a un’altra viene detto che il suo approccio è dilettantistico come quello di tutte le donne, le fidanzate possono essere in “comproprietà” e così via.

Questa visione della schizofrenia mi ricorda Schopenauer (“Saggio sulla visione degli spiriti”), immaginando che lo schizofrenico entri in contatto con una diversa conoscenza e che possa essere persino in grado di preveggenza e di intuizioni sul futuro.

La schizofrenia del piccolo Manfred (il confine con una malattia ben diversa come l’autismo è confuso) qui è spiegata come un diverso modo di vivere il tempo. Se è vero che il tempo non scorre, ma è lo spazio ad attraversarlo, Manfred ci si muove a una diversa velocità ed è capace di andare avanti e indietro, vedendo il proprio futuro di vecchio malato immobilizzato in ospedale, futuro che lo terrorizza e che forse è la causa del suo autismo.

Lo spregiudicato Arnie Kott cerca di avvalersi delle sue capacità per realizzare delle speculazioni immobiliari, ma gli esiti saranno ben diversi. Arnie Kott per cercare di comunicare con Manfred, che nel suo autismo non parla, ricorre alla collaborazione di un ex-schizofrenico Jack Bohlen, figlio di un altro speculatore.

Anche i Bleekman hanno un diverso modo di vivere il tempo e sarà solo con loro che Manfred riuscirà a entrare davvero in comunicazione.

Questo Marte, appare come un mondo disgregato, psicotico, nuovo eppure già in disfacimento, in cui le difficoltà relazionali non riguardano solo i personaggi malati ma anche gli altri.

Parrebbe che forse in origine la storia non fosse di carattere fantascientifico e poi Dick l’abbia trasformata ambientandola sul pianeta rosso.

Il mondo in disfacimento di cui ci parla, comunque, è il nostro.

IL “SOTTO CICLO” DELLA PSICOSTORIA

I romanzi “Preludio alla Fondazione” (Prelude to Foundation, 1988) e “Fondazione anno zero” (Forward the Foundation, 1993) raccontano la vita di Hari Seldon, l’ideatore della Psicostoria e l’ispiratore delle Fondazioni. S’inseriscono nella successione cronologica dei romanzi che narrano la storia della Galassia immaginata dallo scrittore americano di origine russa Isaac Asimov, tra il Ciclo dell’Impero e il Ciclo della Fondazione e vengono considerati parte del secondo. Scritti 35 e 39 anni dopo l’ultimo romanzo di tale Ciclo (1953) nella sua conformazione originaria e dopo  un numero simile di anni dal Ciclo dell’Impero (1950-52) fanno parte del progetto asimoviano di collegare tra loro questi Cicli e quello dei Robot, descrivendo una storia globale della Galassia.

I due romanzi si presentano però con una loro dignità letteraria e con una certa autonomia narrativa, dando spazio a un nuovo personaggio, Hari Seldon, descritto solo indirettamente nei romanzi cronologicamente successivi, e mostrando i suoi sforzi per realizzare le basi di quella dottrina nota come Psicostoria con la quale tenta di prevedere matematicamente il flusso della Storia e, per quanto possibile, orientarlo e la sua trovata per preservare la civiltà mediante la creazione delle Fondazioni.

Asimov riesce comunque in pieno a realizzare il proposito di collegamento dei tre Cicli, facendo persino comparire due robot umanoidi (tipici del Ciclo dei Robot), nonostante che nell’epoca dell’Impero la loro presenza sia stata quasi del tutto cancellata e uno dei due è niente meno che A. Daniel Olivaw, il partner robotico dell’investigatore Elijah Baley protagonista del Ciclo dei Robot, che compare, fingendosi umano, con il nome di Eto Demerzel e il ruolo di saggio Primo Ministro, funzione nella quale, grazie alle sue doti telepatiche e al suo desiderio di aiutare l’umanità (come richiesto dalla Legge Zero della Robotica per la quale il bene dell’umanità prevale su ogni altro dovere), assisterà due Imperatori e aiuterà lo stesso Hari Seldon, mettendolo in condizione di proseguire i suoi studi di Psicostoria e lasciandogli, infine, il posto di Primo Ministro di un Impero di cui il grande matematico intuisce la decadenza, che vorrebbe arrestare con la sua Psicostoria e le Fondazioni.

Oltre agli ampi riferimenti ai tre Cicli, in “Fondazione Anno Zero” c’è persino un accenno al romanzo “Nemesis”, che narra fatti antecedenti,
sebbene in altra occasione Asimov, credo abbia dichiarato che questo romanzo non faccia parte della storia della Galassia. “Nemesis” descrive la colonizzazione del primo pianeta fuori dal Sistema Solare e presenta un personaggio con doti assai simili a quelle di A. Daniel Olivaw, della nipote del matematico Wanda, per non parlare del Mulo, il mutante di “L’altra faccia della spirale”. In “Nemesis” (1989) la quindicenne Marlene ha, infatti, doti telepatiche simili alle loro.

Se in “Preludio alla Fondazione” incontriamo un Hari Seldon giovane, riscopriamo il robot A. Daniel Olivaw nei suoi doppi panni di Eto Demerzel e Chetter Hummin, e la futura moglie robotica del matematico Dors Venabili, il figlio adottivo della coppia Raych e il futuro collaboratore alla Psicostoria Yugo Amaril, in “Fondazione Anno Zero” tutti questi personaggi trovano lo spazio per essere sviluppati e descritti con maggiore profondità psicologica e temporale.

Isaac Asimov

Nonostante l’ampio numero di anni in cui si dispiega il romanzo, Asimov non rinuncia né al suo amore per le indagini di ispirazione poliziesca, né alle avventure rocambolesche, tra assassini e attentatori vari, creando un romanzo non solo utile al suo progetto narrativo, ma comunque vivace e appassionante, pur con una certa ripetitività, probabilmente segno della poca fiducia dell’autore nella memoria o costanza dei suoi lettori, cui troppo spesso ricorda fatti già narrati in altri libri se non nello stesso che si sta leggendo.

Nei Cicli dei Robot e dell’Impero le grandi utopie asimoviane sono sviluppo della robotica, i viaggi spaziali, mondi dal clima e dalla criminalità controllata. In “Fondazione Anno Zero”, in un Impero in decadenza, in cui non solo il governo centrale non riesce più a controllare le province esterne, ma addirittura nello stesso pianeta Trantor, sede dell’Imperatore, questo è assassinato, in cui la cupola che regola il clima si va deteriorando, la criminalità cresce, il sogno di Hari Seldon di risolvere con la matematica questa crisi e di preservare la civiltà mediante le Fondazioni costituisce la preconizzazione di un universo utopico, confermando l’ottimismo asimoviano che anche in presenza di situazioni distopiche conserva una visione progressiva dell’umanità.

FANTASCIENZA UCRONICA GLOBALE

Una cosa che m’irrita quando leggo storie di invasioni aliene, di apocalissi zombie, di epidemie mortali è che il centro degli eventi o, addirittura, l’unico teatro dell’azione sembrano essere gli Stati Uniti d’America. Questo ha un senso, dato che la maggior parte degli autori di questo genere di romanzi sono americani e, si dice, un buono scrittore dovrebbe sempre scrivere di cose che conosce, anche quando narra fatti immaginari. Però, trovo poco plausibile che i principali fatti di qualcosa del genere debbano sempre essere concentrati lì. Partire da un’ambientazione ben nota pare dunque corretto. Il fatto è che la motivazione non sembra essere tanto questa, quanto una sorta di arroganza culturale che fa credere a certi autori che la loro fetta di mondo sia la più rilevante. Questo è lo specchio letterario di ciò che avviene nel mondo reale, per esempio, con il giornalismo che pone facilmente sullo stesso piano cento morti a New York con un milione di morti in India; un evento marginale in America, con una catastrofe in Sudamerica.

Harry Turtledove è uno scrittore americano di Los Angeles, ma non pecca in tal senso nel suo ciclo “Invasione”, di cui ho appena letto il secondo volume “Invasione – Fase Seconda”.

Il romanzo è un’ucronia fantascientifica ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale e immagina che questa sia interrotta da un’invasione aliena.

Quello che Turtledove realizza è un romanzo corale, in cui la vera protagonista è la Guerra, descritta attraverso una moltitudine di personaggi, alcuni americani (come si poteva evitare?), ma altri cinesi, tedeschi, russi, croati, giapponesi, ebrei e persino alieni. L’approccio globale alla storia è, infatti, tale che vediamo non solo il punto di vista dei popoli coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche quello degli alieni.

C’è persino qualche accenno all’Italia, anche se è uno dei pochi territori subito assoggettato dagli invasori e che non presenta alcuna forma di resistenza!

L’affresco che dipinge Turtledove è ricco di azione, tecnicamente preciso nella descrizione di truppe e armamenti dell’epoca, e rappresenta uno dei migliori esempi di romanzo corale, in cui cioè le vicende dei singoli protagonisti si sviluppano nell’intento di descrivere il vero protagonista del romanzo, la Guerra contro la Razza (come si autodefiniscono gli alieni) o, considerato il punto di vista dei Rettili (come li chiamano gli umani), l’Invasione di Tosev III (come la Razza chiama la Terra). Qualcosa di simile l’ha realizzato Robert Silverberg con un’altra ucronia, “Roma Eterna”, in cui il protagonista è l’Impero Romano, visto nel suo sviluppo ucronico, dal 450 al 1970 dopo Cristo.

 

La trovata interessante di questa storia è che lo sviluppo della civiltà dei Rettili sia molto più lento di quello dei Toseviti (come i terrestri chiamano gli alieni). La Razza era giunta in esplorazione su Tosev III (la Terra) durante il nostro medioevo e aveva programmato la propria invasione per alcuni secoli dopo, non immaginando di trovare la civiltà dei Grossi Brutti (come la Razza chiama gli umani) evoluta all’era industriale e in procinto di costruire le prime bombe atomiche. Si trovano dunque in netta superiorità militare, ma impreparati a fronteggiare un’umanità assai più progredita e armata e, per giunta, già in pieno assetto bellico, essendo impegnata nella più devastante guerra della propria storia.

Affascinante è anche vedere come nazisti, comunisti e democratici riescano a trovare il modo di convivere e allearsi, superando differenze che parevano insormontabili, come popoli diversi, in lotta tra loro, siano capaci di allearsi per fronteggiare un nemico più forte, un po’ come i Greci contro le invasioni persiane. La scelta di collocare l’invasione nel passato, premette a Turtledove di immaginare una superiorità militare della Razza che ricorda quella della moderna tecnologia (computer, bombe atomiche, elicotteri, arei potenti), senza quindi un particolare sforzo immaginativo. Questo consente anche lo sviluppo che già dal secondo volume si intuisce: l’umanità si avvicina rapidamente al livello tecnologico dei Rettili alieni.

 

Anche il primo romanzo del ciclo “Invasione Anno Zero” è strutturato allo stesso modo. Sebbene siano entrambi romanzi poderosi, di varie centinaia di pagine, scorrono bene grazie alla vivacità della narrazione, alla curiosità per la situazione narrata e al coinvolgimento emotivo nelle vicende dei personaggi. Al ciclo di quattro romanzi “Invasione”, fa seguito la quadrilogia “Colonizzazione”. Dopo la prima flotta di Invasione, infatti, quarant’anni dopo, la Razza ha già programmato e fatto partire una seconda flotta di colonizzazione. Se la prima era composta solo dai Maschi della Razza, con la seconda arriveranno anche femmine e piccoli, certi di trovare un mondo ormai pacificato.

Harry Turtledove

Leggendo nel 2010 “Invasione Anno Zero”, mi ero ripromesso di leggere presto gli altri volumi, ma mi rendo ora conto che nel frattempo sono passati già sei anni! Temo di avere quasi la lentezza della Razza!

Come scrivevo a proposito del primo volume, queste storie sono una contaminazione di ucronia e fantascienza. Sono ucronia perché descrivono un diverso corso della Storia, mutata dall’invasione dei Rettili, anche se di solito l’ucronia dovrebbe basarsi su presupposti più plausibili, e sono fantascienza, perché sarebbe difficile definire diversamente un’invasione aliena. Sono ucronie non solo perché il loro autore è nato nel 1949, quindi dopo i fatti narrati nel primo ciclo, ma soprattutto perché questo è stato pubblicato tra il 1994 e il 1996, mentre “Colonizzazione” tra il 1999 e il 2004. Se l’invasione fosse avvenuta nel futuro, avremmo solo potuto parlare di fantascienza.

Spero che presto ne potremo vedere realizzata una serie TV, qualcosa tipo “Falling Skies”, che, sebbene ambientato ai giorni d’oggi, ricorda un po’ questi romanzi.

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