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ALTOMARE: FANTASCIENZA MA NON SOLO

Risultati immagini per altri mondi altre storie ALtomareDonato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) è un nome importante della fantascienza italiana, che ha pubblicato con le principali case editrici e vinto alcuni riconoscimenti rilevanti come il Premio Urania nel 2000 e nel 2007. Ho avuto l’onore di condividerne la collaborazione alla rivista “IF Insolito & Fantastico”, per la quale entrambi scriviamo, e l’amicizia su facebook (spero non del tutto “virtuale”).

Donato Altomare è uno scrittore eclettico e fantasioso che si muove con disinvoltura nei campi del fantastico e della fantascienza ma non solo, come già avevo avuto modo di appurare leggendo “L’isola scolpita”, “Il fuoco e il silenzio” e “Sinfonia per l’imperatore”.

 

L’ho di recente incontrato a Firenze Libro Aperto, la fiera letteraria tenutasi a fine settembre 2018 e organizzata da Paolo Cammili, l’editore di Porto Seguro con cui ho pubblicato i miei ultimi romanzi, dove Altomare presentava una sua raccolta di racconti “Altri mondi, alte storie”, che ho subito acquistato, facendomela autografare come di consueto, ma questa volta dal vivo, evento raro dato Altomare vive nella lontana Molfetta.

Altri mondi, alte storie” è un antologia di fantascienza, divisa in quattro parti, di diversa lunghezza:

  1. Fantadonne
  2. Altri mondi
  3. Per sorridere con la fantascienza
  4. Strani tempi strane storie

In quest’ultimo titolo si ritrova un po’ il suo gusto per il fantastico ottocentesco che avevo già notato ne “L’isola scolpita”, ma non bisogna farsi ingannare, perché Altomare è uomo del XXI secolo e sa essere tale nella sua scrittura, sempre allineata agli standard internazionali contemporanei, che certo non ignora.

Le prime due parti si compongono di soli tre racconti ciascuna, mentre sono cinque nella terza parte e ben otto nell’ultima.

Il primo racconto “Dolcissima Roberta” subito mescola realtà e fantasia, esordendo con le parole “Il mio nome è Donato Altomare. Qualcuno di voi mi conoscerà bene, qualcun altro per nulla, ma questo importa poco, non è di me che debbo parlarvi, ma di uno strano fatto successo qualche tempo addietro”: di nuovo questo gusto ottocentesco di presentare come reali eventi “strani”, quando oggi si tende a raccontare le vicende più incredibili senza mai avvertire il lettore della loro “stranezza” o presunta veridicità. Come in quelle vecchie storie si parla poi di un misterioso ritrovamento. La storia parte come una sorta di indagine poliziesca quasi alla Dylan Dog, ma poi vira decisamente verso il fantascientifico più moderno, e se ne hanno le prime avvisaglie quando parla di “comnanoputer”. Ci stupisce poi facendoci salire persino su una “strana” astronave. Da lì parte una storia d’amore e persino un viaggio attraverso il tempo: tutto questo solo per darvi un’idea di quanto Altomare possa essere in grado di sorprendere e stravolgere il lettore, sballottolandolo e spingendolo da un genere all’altro, come già avevo notato soprattutto con “Sinfonia per l’imperatore”. Questo primo racconto finisce a pagina 85, è dunque una sorta di romanzo breve e ha un peso rilevante nelle 276 pagine complessive.

La seconda “fantadonna” la troviamo in “Niente più sogni per Rosa” e si tratta niente meno che di una comandante di astronave alle prese con carenze di organico, che tanto ricordano i problemi del nostro quotidiano ma proiettati in una ben diversa realtà. Si parla dell’equipaggio disperso di un’altra astronave e di un inatteso ritrovamento, ma con lo zampino di un fastidioso gap temporale.

Donato Altomare

La terza “fantadonna” è “Sara”, colpita da una maledizione che le impedisce di piangere.

Si passa così, a pagina 113 alla sessione “Altri mondi” con il racconto “Cigno X1” in cui si mescola una storia d’amore con l’incontro con un buco nero e storie di altri mondi.

In “Tanti auguri, Joe” siamo di nuovo a bordo di un’astronave, ambientazione cui l’ingegner Altomare sembra essere particolarmente affezionato, come già si era visto in

Il fuoco e il silenzio”. Una sorpresa di compleanno finirà per avere sviluppi angoscianti e fatali.

Ne “Il segreto di Marte”, in un futuro post-apocalittico, troviamo gli ultimi uomini rifugiati sul pianeta rosso, che cela un incredibile segreto sulle origini di tutto.

A pagina 169, si comincia a “Sorridere con la fantascienza” con “Il mutuo”, dove una semplice richiesta di finanziamento bancario ci rivela poco a poco un surreale mondo distopico in cui l’addetto dell’istituto di credito controlla, come una sorta di fedina penale, il numero di orgasmi registrati del cliente.

In “Lame” si scherza sull’equivoco, osservando un tale intento a fare a brandelli un corpo.

Sembra quasi una vecchia fiaba il racconto “Le scarpe”, in cui compare una maledizione, un po’ come già in “Sara”.

“In qualche piccolo vantaggio” troviamo un tale intento a svicolare nascondersi. La sorpresa è nel finale che ne spiega il perché.

Ne “La fine del mondo”, vedremo questa arrivare in modo incredibilmente repentino.

Si passa così all’ultima parte “Strani tempi, strane storie”, che comincia con “Lezioni di geostoria”, dalle quali si apprende quanto diversa sarà l’Italia nel 2066.

In “Cercasi comparse” scopriremo un mondo del lavoro oltremodo distopico e crudele.

In un tempo culturalmente regredito, “Il narratore”, un barbone contastorie, sarà chiamato ad alleviare la malattia di una bambina.

Con “L’Angelo nero” siamo nel paranormale e nei racconti di quella che amo definire “mitologia cristiana” e che ci parla di quegli esseri magici che condiscono il cattolicesimo, come angeli e demoni.

“Il secondo tentativo” ci parla di un fallito attentato per improvviso cambio d’idea dell’attentatore, ma con sviluppi inattesi.

“In due dita verso il cielo” troviamo un desolante mondo post-apocalittico che quasi mi ricorda quell’inarrivabile capolavoro che è “La strada” di McCarthy.

“Vincere”, pur con toni fantastici, è quasi una denuncia del mondo dei “gratta e vinci” e, più in generale, delle lotterie e dei lotti.

Assai particolare è “Bino e Infinito”, che fa pensare a “Il curioso caso di Benjamin Button” di Francis Scott Fizgerald, solo che qui a scorrere alla rovescia non è la vita di un uomo ma l’intera storia dell’universo, che si contrae per implodere nel big bang.

Con questo inquietante racconto si chiude la silloge “Altri mondi, altre storie”. Credo di avervi mostrato quanto possa essere varia la creatività di Altomare e come anche qui sappia saltare con maestria dalla fantascienza, al paranormale, sul surreale, alla satira, alla fiaba, come era già evidente dai tre romanzi da me letti in precedenza.

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L’isola scolpita”, per esempio, è storia magica e fantastica che parte con atmosfere che mi hanno fatto pensare a José Saramago e, in particolare, alla sua “La zattera di pietra”, anche se per Saramago a muoversi per il mare è l’intero Portogallo e qui solo un’isola che, più che muoversi, compare e scompare. Non solo. È proprio un’isola insolita. Nessuna barca riesce ad avvicinarsi alla sua spiaggia e tutte le altre coste sono alte e inaccessibili e… scolpite con infinite figure umane, forse, l’intera storia dell’umanità. Basterebbe questo a rendere affascinante questo romanzo, ma ecco che Altomare lo trasforma e arricchisce con altre atmosfere e pare questi di respirare l’odore del romanzo gotico ottocentesco, dei PolidoriLe FanuMistrali, con misteriose apparizioni notturne, mostri da incubo e quel senso del fantastico e dello stupore di fronte al paranormale che i decenni successivi hanno perso. E ancora Altomare muta il registro e ci fa scivolare passo dopo passo in una vicenda che coinvolge cose più alte, come il Destino, Dio e il Fato.

Ne emerge un’avventura in cui il protagonista, pur dandosi molto da fare, scopre che ogni sua mossa era predestinata e scritta da lungo tempo. Viene allora da chiedersi se davvero tutti noi siamo prigionieri di un Destino immutabile. Non voglio crederlo. Credo piuttosto che la ciascuno di noi è artefice della propria vita e della propria storia e che basta un piccolo gesto per mutare le sorti del mondo.

Ma nei romanzi tutto può essere, no?

 

Spesso gli autori di fantascienza o di fantastico italiani tendono a scivolare nel gusto “strapaesano” e i loro romanzi finiscono per somigliare a racconti da osteria. Per fortuna non è sempre così e anche la nostra penisola talora sforna autori di livello internazionale, se non come fama, come stile letterario. Questo è il caso di Donato Altomare.

Il fuoco e il silenzio”, è una sorta di avventura investigativa che ci ricorda la miglior fantascienza anglo-americana, con alcuni punti di originalità, che rendono il romanzo peculiare, in primis la presenza di una civiltà aliena di tipo vegetale, che se certo non è una novità assoluta, appare ipotesi poco frequentata e, dal mio punto di vista, segno di una visione ampia e coraggiosa sui mondi possibili da parte dell’autore. Trovo, infatti, quasi offensive per l’intelligenza dei lettori quelle storie piene di alieni antropomorfi. Tra i precedenti in tema di creature vegetali abbiamo il magistrale “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham, una delle opere che ha contribuito a farmi amare il genere, o “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Dish. Di piante pericolose parlano anche “Sanguivora” di Robert Charles, “L’orrore di Gow Island” di Murray Leinster, il suo racconto “Proxima Centauri” e “Il ciclo degli Chtorr” di Davis Gerrold. Ma spesso le piante sono mutazioni di piante terrestri e pressoché mai arrivano a uno stadio evolutivo tale da dimostrare un’intelligenza pari o superiore a quella umana (tranne forse nel citato “Proxima Centauri”). Mi pare, dunque, si debba rendere onore ad Altomare come un precursore in tal senso. A dir il vero anche il mio racconto “I costruttori”, uscito nel primo numero del 2016 di ProgettandoIng parla di un’invasione aliena di piante, che definirei “organizzate” più che intelligenti.Risultati immagini per astronave

Un altro aspetto singolare di questo romanzo è la presenza di un gran numero di personaggi, ma tutti distribuiti in squadre alla ricerca del Nemico, composte da cinque membri, che tra di loro si chiamano con i numeri cardinali (Uno, Due…), così ci troviamo a seguire le avventure delle diverse, sfortunate, squadre, quasi come se seguissimo sempre gli stessi cinque personaggi, artifizio letterario che di certo semplifica la lettura, altrimenti saremmo stati catapultati in mezzo a una miriade di nomi propri in cui ci saremmo presto persi. Questo, peraltro, non toglie che alcuni emergano e si connotino con precisione (rivelando anche i nomi propri).

L’ambientazione, è quella delle grandi saghe spaziali tipo il ciclo “Fondazione” di Asimov, “I Canti di Hyperion” di Simmons o, magari, “Guerre Stellari” o “Star Trek”, con l’umanità sparsa per la Galassia, anche se qui ha un ruolo centrale il pianeta “verde” Mogrius.

 

Arrivato alla mia terza lettura di un romanzo di Donato Altomare ancora una volta  sono rimasto piacevolmente sorpreso, innanzitutto per la sua capacità di essere innovativo nella sua scrittura, magari, come qui, mescolando generi distanti come la fantascienza e il romanzo storico.

Sinfonia per l’imperatore” (2010 – Edizioni Elara), infatti, è un romanzo che si muove su due diversi piani temporali, il medioevo in cui visse l’imperatore svevo Federico II Hohenstaufen (Jesi, 26 dicembre 1194 – Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250), il nipote di Federico Barbarossa, e un futuro ormai molto prossimo, il 2019.

In entrambi i piani, ritroviamo l’imperatore, poiché, a seguito di un incontro con degli alieni ha visto la propria vita dilatarsi, in attesa di poter giocare di nuovo una complicata partita contro uno di questi, dal cui esito dipenderanno le sorti della Terra e di parte della Galassia.

Il segreto per vincere la partita è nascosto nel federiciano Castel del Monte ed è legato a un enigma musicale che Federico cercherà di risolvere con l’aiuto di due giovani studiosi.

Se “Il fuoco e il silenzio” si faceva apprezzare per la scelta originale di immaginare extra-terrestri vegetali, anche qui gli invasori, sebbene abbiano per l’occasione assunto sembianze umane, non mancano di una certa peculiarità, data se non altro dalla loro struttura organizzativa e dallo strano gioco da cui dipende il potere sulle stelle.

Se l’unione di romanzo storico e fantascienza ha generato una figlia che molto apprezzo, l’ucronia, in cui si racconta la storia come potrebbe essere, Donato Altomare, con quest’opera ci mostra un altro parto nato dall’unione di tali generi, una science fiction di ambientazione storica, che richiama alcuni viaggi nel tempo che la letteratura fantastica ben conosce, pur senza farvi ricorso. Semmai questo eterno Federico II ci fa pensare a “Highlander” (film del 1986 diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert) o al leggendario ebreo errante che secondo la leggenda sarebbe stato condannato da Gesù a vivere fino alla fine dei tempi (in “Ilium” di Dan Simmons ne troviamo la versione femminile) o al “Caino” del premio nobel José Saramago.

Non mi rimane che leggere le opere con cui Altomare ha vinto due Premi Urania: “Mater maxima” e “Il dono di Svet”, ma già ora, con queste quattro letture posso dire che è un autore che merita leggere e conoscere.

 

MASSIMO E GLI ALTRI

L’antologia di recente pubblicazione (novembre 2018) “Nessun altro”, curata da Massimo Acciai Baggiani, rappresenta per quest’autore una sorta di doppia prova, come curatore e come commediografo.

Acciai, peraltro, non è nuovo nel ruolo di curatore, basti pensare che “Nessun altro”, pubblicato con il marchio L’Erudita dall’editore Giulio Perrone, è la terza antologia della rivista Segreti di Pulcinella da lui curata.

La silloge celebra i quindici anni della rivista fondata da Acciai assieme a Francesco Felici e da Acciai tuttora diretta.

La prima antologia della rivista è del 2005 e la seconda del 2010.

Il tema questa volta è l’Altro, in tutte le sue accezioni.

Tali antologie rappresentano una scelta di brani di alcuni degli autori che negli anni hanno collaborato alla rivista, tra cui, di recente, mi sono aggiunto anche io, che ho quindi partecipato alla raccolta con il mio racconto post-apocalittico “Nessun altro” (titolo copiato dall’editore per denominare il volume e da questo trasformato in “Io è un altro. Nessun altro”).

Apre il volume una commedia scritta dallo stesso Acciai, intitolata “Krob”, nome del suo protagonista, uno strano extra-comunitario che parla solo esperanto (lingua di cui, come sappiamo, Massimo Acciai è grande cultore). Una storia a tratti surreale, a tratti grottesca se non comica, che ci fa riflettere con garbo sui pregiudizi verso gli stranieri.

Segue un intenso saggio del greco Apostolos Apostolou (“L’altro”) sull’alterità nella cultura antropologica, sull’altro tra moderno, post-moderno e alter-moderno e, infine, sull’altro nel teatro.

Roberto Balò nel racconto “L’altro mondo” ci mostra un incontro di un “miscredente” con Dio, ai limiti del surreale. Il protagonista prende subito coscienza della situazione con un’affermazione esplicita “sono fregato, Dio esiste”, ma questo è un Dio particolare che dichiara subito “esisto ma non esisto” e spiega poi “è come se non esistessi perché non ho alcun contatto con voi”, inoltre “cosa volete che m’importi di cosa mangiate e quando, dei frigoriferi e stoviglie diversificati, del pesce il venerdì…”.

Andrea Cantucci ci offre invece “Una strana giornata di normale razzismo” in cui il protagonista Mario Bianchi s’interroga su chi siano gli altri, su cosa li renda “strani” e diversi da lui, andando sempre più restringendo la propria definizione di “noi”, in un impeto di razzismo che si mescola al campanilismo più bieco e ristretto, a voler significare che non vi sono limiti all’ottusità del razzismo.

L’altro esplorato da Rosanna d’Angelo nel thriller “L’artiglio” ha i toni del sovrannaturale.

Per la rumena Lucia Dragonescu, ne “La famiglia dagli occhi azzurri” l’altro è l’altro uomo in una storia di coppia.

Massimo Acciai e Carlo Menzinger – Aprile 2018

I contributi delle sorelle Ferrari sono riflessioni. Alessandra Ferrari in “Lettera all’altro” ci parla del “viaggio inteso come scoperta, conoscenza e approfondimento di altro”.

Emanuela Ferrari, ne “I colori e il sorriso… nell’altro”, ci parla dell’importanza del sorriso e della comunicazione visiva nella comunicazione e nell’approccio con gli altri.

Nel racconto di Erika Gherardotti “Benvenuto” assistiamo alla strana convivenza in un appartamento tra due persone molto diverse con sviluppo a sorpresa.

Francesco Guglielmino (“Chi è l’altro?”) tenta una veloce definizione di “altro” esaminandone la percezione sociale, l’altro come nemico, come copia di noi e come variante ucronica del sé in universi paralleli. Le sue parole conclusive sono riportate nella quarta di copertina:

“Altra persona

Libera di pensare e

Trovare la vita, amare e

Riposare

Ove più l’allieta”.

Salvatore Gurrado (“L’Essere per l’Altro”) ed Emanuele Martinuzzi (“L’alterità dell’io”) ci presentano altre due riflessioni filosofiche sul tema. Se per Gurrado l’Altro “visto come corpo” appare centrale, la riflessione di Martinuzzi pur avvicinandosi in questo alla precedente (“Detto questo si commetterebbe sicuramente un errore nel ritenere l’Io concreto e corporeo disgiunto dall’Io pensante e astratto, rispetto alla prospettiva straniante dell’altro”), offre altre visioni attorno al “concetto di alterità”, partendo dall’idea che “comunemente con l’altro si può intendere il vicino di casa, come lo straniero, il nemico, quand’anche uno sconosciuto che si sfiora per strada o con cui ci si trova a gareggiare sportivamente.” In fondo, “l’altro è ciò che sfugge”, “l’altro non è il prossimo che approssimato a ciò che è, tende a conformarsi alla natura dell’essere”, “l’altro è quella diversità che pone in crisi ciò che invece si presuma stia, immutabile, così com’è. Il contrario del diverso è l’Io”, “l’Io che si apre drammaticamente al non-Io”. “L’oscuro profilo dell’altro non può che atterrirci col suo silenzio ineffabile, smisurato e temibile”. “Una volta denudato l’Io dai suoi rigidi confini si aprono spiragli, brecce e varchi di senso per accogliere ciò che era estromesso, considerato straniero, diverso, inaccettabile”.

Segue il mio racconto “Io è un altro. Nessun altro”, in cui immagino come tutte le pulsioni di paura, curiosità, attesa, speranza, sospetto che abbiamo verso l’altro si concentrino nel mio protagonista, l’ultimo uomo sulla terra dopo una devastante apocalisse.

Francesco Panizzo dedica il suo intervento (“Blue Sky – Blu Klein”) allo scomparso amico Alessandro Rizzo, uno dei tre nomi di collaboratori della rivista, assieme a Paolo Filippi e Massimiliano Chiamenti, recentemente scomparsi, cui Massimo Acciai ha dedicato l’antologia, personaggio eclettico, Rizzo, grande stimolatore d’altri artisti, assiduo recensore.

Chiude il volume la riflessione/racconto di Fabio Strinati “A te che sei l’altra parte di me”, che esordisce con le parole “Rivedo in me, l’altro che è in te come in me” e poi aggiunge “mi vedo in te che sei l’altra parte della mia anima assetata e vulnerabile”, portando a conclusione ideale della raccolta il concetto che in fondo l’altro siamo noi o almeno che l’altro è una parte di noi.

Ho partecipato, con Massimo e altri autori, alla presentazione del volume sabato 17 novembre 2018 presso il ristorante “I tarocchi” e il giorno dopo presso “Il Nabucco”.

Con questa e le altre antologie della rivista “I Segreti di Pulcinella” e con la rivista stessa Massimo Acciai Baggiani si rivela figura capace di attirare e attrarre a sé tanti autori e tante figure di pensatori del tipo più vario. Scopriamo qui un Massimo Acciai che non solo è scrittore (nello specifico commediografo) ma anche e soprattutto un creatore e gestore di reti umane, in quest’era di reti virtuali, capace di tenere assieme persone di diverse professionalità, nazionalità e visioni del mondo, di ancorarle a dei progetti e di guidarle sino alla loro conclusione.

 

Presentazione del 17 Novembre 2018 (video)

Presentazione del 18 Novembre 2018 (video)

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La forma dell’acqua

IL MIGLIOR ALIENO DELLA FANTASCIENZA?

Risultati immagini per acchiappasogni kingDi norma si abbina il nome di Stephen King all’horror e molti pensano a lui come il “re” di questo genere. Per me, però, Stephen King, oltre a essere un grande indagatore della psiche umana, è anche uno dei maggiori scrittori viventi di fantascienza.

Credo che opere come “22/11/’63” e la saga della “Torre Nera” potrebbero essere sufficienti a collocarlo nel Gotha della science fiction. Anche il romanzo distopico “La lunga marcia” è, in effetti, fantascienza.

Ho ora letto “L’acchiappasogni”. Mi era stato segnalato come appartenente al genere, ma durante molte delle prime pagine mi sono chiesto che cosa ci fosse di fantascientifico in un uomo che va a caccia di cervi, anche se le pagine introduttive parlavano di avvistamenti di U.F.O. Devo ora dire che questa sì, è davvero fantascienza, sebbene con la presenza del tema della telepatia, che lo fa un po’ scivolare nel paranormale, ma qui ha una motivazione e un senso del tutto fantascientifici.

Si assiste a un tentativo di invasione aliena e fin qui nulla di nuovo. Quello che rende questo libro eccezionale (del resto la genialità di King mi pare indiscutibile) è la caratterizzazione assolutamente unica degli alieni.

Gli alieni de “L’acchiappasogni” di King fanno impallidire per la loro ingenuità quelli di film come “Alien”, “E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo tipo” o “Guerre stellari”, tanto per citare alcuni capisaldi.

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Acchiappasogni

Abbiamo degli alieni originalissimi nella loro triplice conformazione. Si tratta, all’apparenza (ma vedremo nel finale che le cose non sono proprio così) di una razza che assume tre diversi aspetti: di muffa rossastra, di mostro donnolesco e sanguinolento e di piccoli omini grigi. Inoltre, queste creature hanno la capacità di controllare in vario modo le menti umane. Un po’ come in “Alien” i mostri donnoleschi crescono all’interno dei corpi degli ospiti umani e depongono uova con grande frequenza. La muffa, invece infetta ogni cosa, mentre gli omini grigi fanno da mediatori. Gli omini grigi, in realtà, sono proiezioni mentali delle nostre fantasie! Fin qui, l’originalità sta nell’immaginare una razza capace di mutare per tre fasi tanto diverse. King, però, ci aggiunge ancora di suo immaginando che le creature non solo comunichino telepaticamente, ma, in alcuni casi s’impossessino (tipo possessione demoniaca) delle menti di alcuni malcapitati, oltre a possederne il corpo nel modo suddetto. Altra cosa affascinante è che una volta nella loro mente, cominciano a subire l’influsso dell’ospite, ovvero si umanizzano progressivamente e cominciano a provare gusto a risiedere nel corpo umano.

Bene, prendete queste subdole creature e fatele incrociare con un gruppetto di 5 amici, quali King è così bravo a rappresentare, mostrandoceli nel momento attuale, da adulti, e da ragazzi, quando la loro amicizia si è cementata. Immaginate che uno di loro abbia la sindrome di Down, ma anche un “dono speciale”, una capacità telepatica davvero particolare (non vorrei dare troppi dettagli, ma anche qui King supera i normali cliché). Immaginate che questa loro amicizia si fonda in qualcosa di più grande (come non pensare al Ka-tet della Torre Nera). Immaginate che questo gruppetto reagisca in modo anomalo ai comportamenti di questi invasori ed ecco “L’acchiappasogni”, un romanzo decisamente “kinghiano” per la presenza di turbe mentali, schizofrenie, amicizie profonde, luoghi consueti (anche qui si passa da Derry) della provincia americana. Non mancano i riferimenti a altre opere di King, come è sua consuetudine, come “It” o “Le notti di Salem”.

Forse, questo non è il miglior libro del “Re” (anche se l’amicizia del gruppetto e l’introspezione psicologica dell’alieno nella mente schizofrenica umana Gary-Gray sono degnissime), ma è certo una delle migliori creazioni di alieni della letteratura, forse persino superiore agli alieni di Asimov in “Neanche gli dei” (che rimangono tra i miei preferiti)  o in “Nemesis” o a quelli di Sheckley e appena un filo sotto a “Solaris” di Lem. Tra l’altro la muffa rossa di King mi pare imparentata con i microbi intelligenti di “Nemesis”.

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Stephen King

LA MAGIA DEI BOSCHI DOLOMITICI

Risultati immagini per un fiorentino a sappadaNon è ancora passato un anno da quando ho conosciuto per la prima volta Massimo Acciai Baggiani il 28 Settembre 2017 al porto Seguro Show, tenutosi all’Hotel Excelsior di Firenze, occasione in cui furono presentati il mio romanzo “Il sogno del ragno” e il suo libro “Radici” (scritto con Pino Baggiani e Italo Magnelli).

Da allora abbiamo avuto un intenso scambio di letture, Massimo ha deciso di scrivere una mia biografia letteraria e l’ha scritta (la pubblicherà alla fine di questo mese Porto Seguro con il titolo “Il sognatore divergente”) e abbiamo persino scritto un romanzo di fantascienza a quattro mani (“Psicosfera”), quasi ultimato.

Durante il mio viaggio di rientro a Firenze da Colonia, ieri ho letto la sua raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada” e devo dire che è una delle sue prove più felici.

Dal titolo ci si potrebbe aspettare una serie di storie di escursioni per le Dolomiti bellunesi, magari qualche cose simile agli scritti di Paolo Ciampi, che mescolano impressioni di cammino con riflessioni letterarie e di vita.

Eppure conoscendo ormai abbastanza bene lo stile di Massimo Acciai (Baggiani è il cognome della madre, che aggiunge come nome d’arte), mi sarei dovuto aspettare qualcosa di diverso e così è stato e la lettura è riuscita a stupirmi piacevolmente.

Si parla, è vero, di escursioni nei boschi, anche se, come Massimo Accia Baggiani scrive a un certo punto, il suo fiato è ormai un po’ corto e quindi il personaggio (che sembra sempre molto autobiografico) di rado si addentra poi molto per i sentieri e, difficilmente li abbandona. Questo peregrinare attorno a Sappada, però, non rimane nel solco del reale, ma talora si colora di toni surreali, a volte persino gotici, talora si muta in autentica fantascienza. Talaltra il luogo è scenario per strani incontri, magari con qualche bella ragazza che, in qualche modo, inquieta il protagonista, portandolo magari persino a fuggire.

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Massimo Acciai Baggiani

La varietà di approcci rende la lettura articolata e gradevole, ma non manca una certa unitarietà, data, innanzitutto dai luoghi che sono, appunto, quelli attorno a Sappada, dalla voce narrante che è sempre in prima persona e anche quando ci troviamo in un futuro fantascientifico, sembra confondersi con quella dell’autore stesso, e dall’immancabile presenza di un amico, spesso introdotto dalla ricorrente espressione “il mio amico”, talora denominato Marino. Anche il luogo in cui il protagonista alloggia è immancabilmente lo stesso, una multiproprietà in un residence. I racconti del resto, sono stati scritti lungo varie estati in cui l’autore ha proprio alloggiato a Sappada ospite di un amico.

Talora i racconti hanno un po’ il gradito sapore antico di certe storie gotiche ottocentesche, in cui il protagonista affronta il soprannaturale con spirito razionale, altre volte appaiono più moderne e inquietanti.

Mi ha particolarmente stupito la lettura del racconto “Boccia di vetro”, che, stranamente ha alcuni aspetti del romanzo “Psicosfera” che abbiamo ultimato in questi giorni Massimo e io. La cosa strana è che certe idee avrei giurato di averle suggerite io, eppure le ritrovo, in qualche modo qui: una bolla che racchiude Sappada (qualcosa del genere l’avevo anche scritta con Firenze al posto del paese alpino nel racconto “Il campione” pubblicato sulla rivista ProgettandoIng – Informazione) e la trasporta su un pianeta alieno.

Massimo, scrivendo la mia biografia, ha notato quante affinità ci fossero tra le nostre scritture. Devo dire, che forse è proprio leggendo quest’antologia che le ho maggiormente scoperte anche io. Compresa l’idea di scrivere racconti fantastici di ambientazione italiana che pare il cuore di questa antologia, che la accomuna alle mie due raccolte di fantascienza ambientata a Firenze (ancora inedite) “Apocalissi fiorentine” e “Quel che resta di Firenze”.

Proprio in “Boccia di vetro” Massimo scrive “e poi io sono più uno scrittore di racconti che di romanzi, un po’ come Buzzati (bellunese pure lui, oltre che uno dei miei scrittori italiani preferiti)”. Forse è qui la maggiore diversità tra di noi, dato che io mi considero più autore di romanzi che di racconti, ma ci accomunano (oltre all’ammirazione per il citato Buzzati) l’amore per il fantastico, sia fantascienza o soprannaturale, la curiosità verso le lingue (Massimo Acciai è anche un esperantista) e le culture diverse. La sua produzione, peraltro, comprende oltre alla fantascienza e al soprannaturale, l’ucronia, la poesia e importanti studi letterari.

Completa la raccolta una breve silloge poetica, sempre ispirata alle sensazioni rilasciate da queste montagne, in cui maggiormente emerge la sensibilità dell’autore verso questi luoghi così lontani dal tran tran frenetico della vita cittadina che si respira persino nella nostra Firenze e in quel quartiere Rifredi che condividiamo.

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Sappada

 

LA HOGWARTH DIVERGENTE E IL FIGLIO UCRONICO DI HARRY POTTER 7 e ¾

Risultati immagini per harry potter e la maledizione dell'eredeQuando si legge il sequel inatteso di un ciclo di sette romanzi che rappresentano una serie dichiarata dall’autrice conclusa e quando questa serie è la più letta e amata di sempre, la prima domanda che si ha in testa è: sarà questo libro all’altezza dei precedenti?

I sette romanzi in questione sono quelli della saga miliardaria di Harry Potter, dei cui pregi ho già avuto modo di parlare. Mi limito qui a dire che J.K. Rowling vi ha fatto un uso magistrale di tutte le fondamentali componenti di un romanzo d’avventura.

Il nuovo libro in questione è il recentemente pubblicato “Harry Potter e la maledizione dell’erede”. La seconda domanda che un lettore affezionato alla serie si pone, immagino possa essere: che cosa potrà mai essersi inventata J.K. Rowling per una storia la cui caratteristica era descrivere le avventure di un ragazzo in una scuola di magia e le sue battaglie contro un mago malvagio, quando il ragazzo in questione ha ormai ultimato gli studi e il perfido Voldermort è defunto e sconfitto definitivamente?

Per capire e valutare quest’opera occorre dire che J.K. Rowling ha, in parte, tenuto fede alla sua promessa di non scrivere un altro romanzo del ciclo ormai concluso.

Harry Potter e la Maledizione dell'Erede

Gli attori della versione teatrale di “Harry Potter e la maledizione dell’erede”

In effetti, non ha scritto un romanzo. “Harry Potter e la maledizione dell’erede” è solo una sceneggiatura per uno spettacolo teatrale, già andato in scena. Inoltre, il protagonista è più che Harry, suo figlio Albus Severus Potter e tra gli autori figurano oltre alla donna più ricca d’Inghilterra anche Jack Torne e John Tiffany. La forma narrativa è importante, infatti, un romanzo è di sicuro più adatto alla lettura. Inoltre, la struttura temporale tipica dell’eptalogia qui si perde, dato che nello stesso (piuttosto breve) testo troviamo condensati i primi anni di scuola di Albus Severus Potter, anziché avere la classica struttura un anno/un libro.

I richiami ai romanzi precedenti sono numerosi e questo può far piacere ai fan della serie e aiutare chi non li conosca, ma sembra anche un trucchetto per riempire una storia. Mi irrita un po’, per esempio, vedere ancora una volta i bambini varcare titubanti il muro del binario 9 e ¾. In realtà, questi richiami hanno un preciso senso e una ragione d’essere e, per spiegarli, dobbiamo dire anche quale sia la vera novità di questo libro rispetto al resto del ciclo.

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Rupert Grint, Emma Watson, e Daniel Radcliffe

I precedenti erano soprattutto libri di varia magia. Anche quest’opera teatrale lo è, ma potrebbe ben essere definita una storia sui viaggi nel tempo. Anche nel ciclo troviamo la giratempo, un oggetto magico mediante il quale Hermione Granger aumenta il tempo per studiare e che, assieme, a Harry, usa per una delle loro imprese, ma in “Harry Potter e la maledizione dell’erede” la giratempo è l’elemento centrale. Bisogna dire che mi è quasi parso di essere dentro un “Ritorno al Futuro IV”, piuttosto che in un “Harry Potter 7 e ¾”! Veniva quasi da chiedersi che fine avessero fatto Marty e Doc!

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Doc e Marty in “Ritorno al futuro”

In ogni caso, devo dire che ho letto il libro con piacere e con una gran voglia di continuare a leggerlo e credo che non ci sia pregio maggiore. Tutto sommato fa persino piacere vedere Harry, Ron, Hermione e Ginny adulti e impegnati con preoccupazioni da genitori, anche se forse i brani su i dubbi paterni di Harry e la sua conversazione finale con il ritrovato Albus Severus potevano anche esserci risparmiati e parlo da genitore. Posso immaginare quanto poco possano esser piaciuti a un ragazzino, ma forse sbaglio.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany.

Jack Thorne, JK Rowling and John Tiffany

Se si accetta, dunque, di essere in un altro tipo di storia, in cui si parla molto di conflitto padri-figli, in cui i protagonisti sono altri, la forma narrativa è diversa, i ritmi sono nuovi, si potrà allora accettare questa Hogwart divergente, in cui la verità non esiste, in cui tutto è possibile, in cui Draco Malfoy e Harry Potter possono fare amicizia, in cui Harry Potter può morire, in cui Voldermort può tornare, in cui Severus Piton può salvare una seconda volta il mondo, in cui Ron può sposare Hermione oppure no, in cui i figli di Draco e Harry possono essere grandi amici, in cui tutto è possibile e il contrario di tutto, se, insomma, si apprezza questa versione matura e ucronica di Harry Potter, allora si può anche leggere con piacere questa sceneggiatura e aspettare che Daniel Radcliffe compia quarant’anni per poter fare prossimo film.

24 Settembre 2016

24/09/2016 – uscita dell’edizione italiana

L’UOMO CONFUSO

Risultati immagini per l'uomo disintegratoLa lettura de “L’uomo disintegrato” di Alfred Bester ha suscitato in me, man mano che procedevo, differenti sensazioni, in prevalenza non positive, anche se forse il finale tutto spiega e ti riconcilia in parte con il romanzo.

La prima sensazione è stata di caos. Non mi era affatto chiaro, per varie pagine, dove andasse a parare questa storia, in cui l’umanità ha colonizzato i vari pianeti del sistema solare, che ancora si immaginano come abitabili, e su ognuno ha impiantato varie attività imprenditoriali. La società è regolata dalla presenza di telepati (qui detti Esper, dall’inglese ESP – Extra-Sensory Perception) che ricoprono soprattutto ruoli di psicologi e poliziotti. Gli Esper sono divisi in vari gradi, a seconda della loro capacità telepatica.

Solo dopo varie pagine, assistiamo alla preparazione e alla messa in atto di un delitto da parte di Ben Reich, che assassina il suo concorrente imprenditoriale Craye D’Courtney.

La seconda sensazione è stata quella di trovarmi in una brutta copia dei romanzi del Ciclo dei Robot di Isaac Asimov. Per Asimov le indagini sono legate ai poteri dei robot, regolati da leggi, qui al posto degli automi abbiamo i telepati, con le loro regole. Oltretutto gli ultimi robot di Asimov sono pure telepatici. Occorre dire che “L’uomo disintegrato” è del 1952, mentre i romanzi di Asimov sono del 1953, 1957, senza contare i sequel scritti nel 1985 e 1986, dunque Bester era arrivato prima, anche se meno felicemente a mio parere. Parere personale, del resto, dato che “L’uomo disintegrato” nel 1953 vinse persino il Premio Hugo.

Avendo io, però, letto prima i romanzi del russo-americano, ho avuto la sensazione che le cose qui girassero meno bene. Innanzitutto, l’indagine si risolve in poca cosa, e subito riprendono azioni varie, solo in parte poi riconducibili all’indagine.

Compare sin dall’inizio la figura di un Uomo Senza Volto, ma questo acquista consistenza narrativa soprattutto nel finale e ho avuto l’impressione dell’uso di un deus ex-machina, di una figura inserita a posteriori.

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Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987) è stato un autore di fantascienza statunitense.

Comincia poi una parte spiazzante in cui l’assassino Ben Reich si accorge prima che le stelle sono scomparse, poi la luna, poi persone che conosceva, fino a un totale annichilimento di tutto il mondo attorno a lui. Rimangono solo lui e l’Uomo Senza Volto. Si capisce che è impazzito, ma il perché non è ancora chiaro e sembra solo un brusco cambio di registro narrativo. Siamo alle ultime pagine e assistiamo a un predicozzo morale dell’Uomo Senza Volto a Ben Reich, nel quale, tra l’altro gli rivela, che loro due sono la stessa persona. Per fortuna questo che sembrava il finale, non lo è, ma scopriamo che tutto ha un senso (evito di dire di più per non togliere il gusto della sorpresa a chi non l’avesse ancora letto).

Come già scritto sopra, il finale, spiegandoci le motivazioni di certi salti narrativi ci riconcilia con la lettura, ma bisogna aver avuto la costanza e la Risultati immagini per l'uomo disintegratoperseveranza di non mollare prima il libro e arrivare fino in fondo.

Nel finale si capirà anche il senso del titolo del romanzo, che, dalle prime righe invece sembrava dovesse essere ben altra cosa (il che mi pare un piccolo tradimento del “patto con il lettore”).

 

GRANDI POTERI E GRANDI RESPONSABILITÀ

Stephen King è senz’altro uno dei migliori autori viventi, ma “La zona morta” (1979), sebbene sia stato il suo primo romanzo ad arrivare in cima alla vetta dei best seller e abbia ispirato un film di Cronenberg e una serie TV,  non è il suo miglior romanzo, sebbene, essendo stato scritto da lui, è comunque un buon libro, che riesce a emozionare e a coinvolgere. Mi pare, però, che parta un po’ a rilento e sembra quasi che l’autore abbia cominciato a scriverlo senza sapere bene dove volesse andare a parare, poi King si riprende e ricollega le parti della narrazione che all’inizio sembravano separate. Per esempio, nella prima parte mi chiedevo perché perdesse tanto tempo a parlarci di politici americani, ma le ultime pagine giustificano queste che parevano divagazioni gratuite. C’è anche qualche pagina sulla malattia di Johnny Smith, il protagonista, che mi è parsa troppo lunga.

Stephen King

La zona morta” sembra un po’ la bozza di prova di “22/11/’63” (2011). In questo  romanzo più recente, King ci mostra un viaggiatore nel tempo che dal futuro dei nostri giorni torna indietro negli anni ’60 del secolo scorso per cercare di sventare l’omicidio del presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy. Ne “La zona morta” il protagonista diventa un veggente e ha la visione di un politico locale che diventa presidente degli Stati Uniti, portando la nazione e il mondo alla rovina. Decide dunque di fermarlo prima che diventi troppo importante. Se in “22/11/’63” la soluzione era evitare un omicidio (magari commettendone un altro), qui sembra che il solo modo per evitare un dramma planetario sia un assassinio. Sicuramente anche questo romanzo, scritto negli anni ’70, risente dell’emozione che ha a lungo sconvolto l’America a seguito dell’omicidio di Dallas. Il romanzo più recente si presenta più “compatto” e concentrato sulla trama centrale, “La zona morta” si disperde in una serie di racconti di altre visioni di Smith, del suo tentativo di tornare a una vita normale dopo essere uscito dal coma, dei suoi rapporti con i genitori e la ragazza, che Johnny, risvegliandosi da 4 anni e mezzo di coma, ritrova sposata con un figlio. “La zona morta” ci parla, insomma, non della missione di John Smith, ma di lui, di come abbia vissuto l’incidente che l’ha portato a un sonno pluriennale e al risveglio con le sue doti di veggente amplificate, del suo tentativo di ricostruirsi una vita e dell’impossibilità di ciò, perché, come dice l’Uomo Ragno, “grandi poteri comportano grandi responsabilità”. Se Johnny sente l’arrivo di un incendio, non può non intervenire per salvare delle vite. Se sente l’arrivo di una catastrofe planetaria, non può restare con le mani in mano. Quella che King descrive è dunque la vita difficile e tormentata di chi, trovandosi inaspettatamente ad avere poteri più grandi di lui, fatica ad adattarsi alle responsabilità che ne conseguono. Un problema da supereroi, ma anche da gente normale con carriere sproporzionate ai meriti.

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