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LA POESIA DEL CAMMINARE

Risultati immagini per l'aria ride CiampiPuò capitare (raramente) di leggere un racconto o magari persino un romanzo scritto in prosa ma che quando lo leggi ti sembra sia poesia. Può capitare. Pensereste possa succedere anche con un saggio, una biografia, la narrazione di un viaggio, di un cammino? Immagino che riteniate questo improbabile. Se lo pensate, è perché non avete mai letto un libro del fiorentino Paolo Ciampi.

Di Ciampi avevo già letto “Gli occhi Salgari” e “Beatrice”. Il primo narra dell’esploratore Odoardo Beccari, ai cui scritti si ispirò Emilio Salgari, l’autore de “I misteri della giungla nera”. Il secondo parla di una poetessa analfabeta vissuta nell’appennino tosco-emiliano.

Se, in particolare, leggendo “Beatrice” ero rimasto incantato non solo dalla descrizione di quei monti accanto all’Abetone che conosco abbastanza, ma anche e soprattutto dalla poesia che Paolo Ciampi aveva saputo mettere in questa biografia che biografia non è. Non solo almeno. Non esattamente.

Leggo ora il volume “L’aria ride”, scritto da Ciampi assieme a Elisabetta Mari. In realtà Ciampi scrive la prima parte (circa 100 pagine) e Mari la seconda (altre 24 pagine). Ci sono poi un paio di pagine che sono, più che bibliografia, un utile guida ai quei monti e un invito a nuove letture.

Che cos’è questo libro? Difficile definirlo.

 

La seconda parte, scritta da Elisabetta Mari, ci narra di una località trai monti a nord di Firenze, Casetta di Tiara, e di tre poeti a essa legati, ovvero Dino Campana, Sibilla Aleramo e Primo Vanni. Più che vera biografia è, soprattutto, narrazione del loro rapporto con questo luogo e i suoi dintorni. Ci sarebbe, scrive, anche un certo Dante Alighieri, tra quelli passati per questi monti, che, si narra, una volta lanciò un gallo nell’orrido “per veder come volano i diavoli” in quella che da allora si chiamerà la Valle dell’Inferno. Campana e Vanni sono accomunati oltre che dall’amore per casetta dai lunghi anni trascorsi in manicomio. Di Campana parla diffusamente Ciampi. La Mari vi aggiunge un ritratto di Vanni, questo semplice uomo dei monti, che amava scrivere.

 

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Paolo Ciampi

È soprattutto la prima parte di questo libro, quella scritta da Paolo Ciampi, che è difficile definire. Non è un vero romanzo… ma, perché no? Forse lo è. È anche un romanzo. Ne hai i toni della narrazione. Parla molto di Dino Campana, di cui ripercorre i passi nei boschi attorno a Marradi eppure non ne è vera biografia, pur dicendo di questo poeta sfortunato assai di più di quanto alcune biografie potrebbero dire.

Immagine del profilo di Elisabetta Mari, L'immagine può contenere: 1 persona, con sorriso

Elisabetta Mari

Parla di un cammino tra i monti, attraverso i luoghi vissuti da Campana, ed è quindi libro di viaggio, di quelli che ora Ciampi ama scrivere. Perché “i libri sono viaggi”. Ma non solo. Neanche questa definizione ci basta. Neanche questa definizione soddisfa una simile lettura. Parla di un poeta e, come quando parlava di Beatrice, anche raccontandoci di Dino (così, affettuosamente, lo chiama) diventa lui stesso, l’autore, poeta, diventa quasi anche lui quel Dino Campana, ma anche tanti altri poeti che spesso cita con un verso introduttivo ricorrente “Perché io oggi, tuo amico, sono” e segue il nome dello scrittore o poeta che subito dopo sarà citato. Incontriamo così Walt Whitman, Iosif Brodskij, Camilllo Sbarbaro, Antonio Machado, Emily Brontë, Raymond Carver, Giacomo Leopardi, Wislawa Szymborska, José Saramago, Robert Frost, Fernando Pessoa, Franco Arminio, Vladimir Majakowskij e, soprattutto, loro, i due poeti amanti di Casetta di Tiara, Sibilla Aleramo e Dino Campana. Perché citare tutti questi poeti? Perché “nel cammino, ha detto qualcuno, si cercano i nomi”:

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Dino Campana e Sibilla Aleramo

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Casetta di Tiara

E dunque questo volume diventa anche piccola antologia poetica, seppur solo di fugaci citazioni. Si muove da solo Paolo Ciampi tra questi monti? Forse, sembrerebbe, ma di certo solo non è. Lo accompagna a ogni passo Dino Campana e tutta la poesia che permea le montagne e di cui Ciampi ci rende partecipi, tutta la poesia che deriva dai libri che l’autore ha letto. Chi legge non è mai solo. Questo è uno di quei libri che davvero “fa compagnia”, perché è così pieno di vita e di senso estasiato, di percezione poetica del mondo che pur non essendo opera di poesia in senso stretto, a questa ci avvicina. Come non andare allora, finita questa lettura, a cercarci una copia de “I Canti orfici” di Dino Campana e sprofondarci dentro, con una nuova chiave di lettura che questo libro ci ha regalato? Come non cercare di leggere qualcosa della sua amata Sibilla Aleramo? Come non desiderare recarsi tra questi monti, così vicini eppure così lontani dalla nostra Firenze, tra questi alberi che sono “tronchi come monumenti scolpiti dal tempo. Tronchi come vita immobilizzata in un istante”? Mentre “il sentiero si fa di sasso e ancora sale” vorremmo esser lì, “sulla montagna che gli è tana, ma anche cura”, come scrive Ciampi di Campana. E allora, con l’autore, forse ci domanderemo, pensando al poeta che fu: “perché non gli sono bastati questi monti?” A noi basterebbero?

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Il Rovigo

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L’ANGELO DEL FANGO NELL’ALLUVIONE

Ed ecco che è uscito anche il numero speciale della rivista “ProgettandoIng” dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze, edita da Nerbini.

Il n. 4 dell’Anno XI s’intitola “1966: Memorie di un’alluvione” e ricorda i drammatici eventi fiorentini di 51 anni fa. Dopo l’editoriale di Giuliano Gemma, la rivista si apre con il mio resoconto surreale, dallo strano punto di vista, di quell’alluvione (“L’angelo del fango”). A parte uno, anche gli articoli che seguono, questa volta sono meno tecnici rispetto alle consuetudini della rivista, ma piuttosto testimonianze di quei tristi eventi.

LE SPIRALI ATTORNO AL GOLPE

Risultati immagini per anatomia di un istante di javier cercasAnatomia di un istante” (2009) del giornalista e professore spagnolo Javier Cercas Mena (1962) non è un romanzo (come da qualche parte erroneamente si scrive), anche se l’autore è noto per l’uso del cosiddetto romanzo non-fiction e l’unione di cronaca e saggio con la finzione, ma un saggio sul golpe del 23 febbraio 1981 in Spagna. Il colpo di stato fu un evento mediatico, in quanto ripreso dalle telecamere e Javier Cercas Mena inizia la sua indagine proprio da queste immagini, analizzando innanzitutto il comportamento dei vari protagonisti in quell’occasione, nel parlamento spagnolo, mentre i militari armati irrompevano sparando. La sua indagine si concentra soprattutto sul grande protagonista di quello “spettacolo” nonché principale bersaglio dei golpisti, il presidente del consiglio dimissionario Don Adolfo Suárez González, I duca di Suárez. L’autore mostra il primo ministro restare in piedi, mentre quasi tutti i parlamentari si buttano a terra, nascondendosi sotto gli scranni. Un’altra figura che resiste agli spari e alla violenza dei golpisti che vorrebbero far distendere è il capo del partito comunista Carrillo.

L’autore esamina il senso e il simbolo del loro gesto, andando ad allargare la scena al passato e al futuro. Non stima Suárez, un ex-falangista franchista, passato poi al potere per gestire il passaggio dalla dittatura franchista alla democrazia, ma vede in quel suo gesto il riscatto di tutti coloro che erano stati fascisti e che ora dicono no a quel modo di affrontare le cose.

Ci mostra come questo presidente, messo al governo dal re e con l’appoggio delle destre, abbia in realtà smantellato molto di quello che rappresentava questa destra dittatoriale, aprendo alla sinistra e “sdoganando” persino il partito comunista. Fu sempre lui ad aprire alle autonomie catalane, basche e galiziane, in uno stato storicamente centralista. E proprio in questi giorni, in Catalogna, con il referendum separatista, forse stiamo proprio vedendo i frutti di quella politica così poco nazionalista.

Al momento del golpe, Suárez aveva perso ogni appoggio, inviso alla destra, guardato con sospetto dalla sinistra che ne ricordava i trascorsi franchisti e, persino, abbandonato dal suo re.

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Javier Cercas Mena

I golpisti erano, dunque, convinti che la sua caduta non avrebbe trovato oppositori. C’erano, spiega Javier Cercas Mena, in realtà tre golpe l’uno nell’altro, ognuno con idee diverse, ma accomunati solo dal desiderio di spodestare Suárez. I golpisti erano convinti, più o meno in buona fede, di avere in questo l’appoggio del re. Non lo ottennero nel momento decisivo e così il golpe fallì, lacerato dalle sue diverse anime, diviso tra chi voleva un golpe duro e chi uno morbido.

Il libro descrive con toni quasi romanzeschi questi personaggi, i golpisti, il presidente, il re, girando attorno al momento cruciale del 23 Febbraio 1981. Ci gira, però, così tanto intorno, tornandoci e ritornandoci per vie simili o vicine, che spesso il panorama somiglia anche troppo a quanto già abbiamo letto. Oltre trecento pagine avrebbero potuto ridursi a un terzo senza eccessiva perdita di informazioni. Questa struttura narrativa spiraliforme, di per sé, potrebbe anche essere una forma interessante, ma diventando strumento per ripetere immagini, scene e concetti già detti, finisce per annoiare, soprattutto un lettore italiano, che a differenza di quello spagnolo, considera il golpe del 23 Febbraio un evento storico del tutto marginale e del quale forse gli basterebbe conoscere le linee essenziali. Se questo fosse un vero romanzo, sarebbe un’altra questione, ma essendo un saggio, pur avendo una scrittura vivace e coinvolgente, alla fine un po’ annoia.

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Adolfo Suárez González

Rimane la sensazione della grande debolezza della democrazia in Spagna negli anni dopo la fine del franchismo e visti i recenti eventi catalani, si capisce che questa fragilità non è ancora terminata. Per una volta, l’Italia, nel raffronto con l’estero, pare un baluardo della democrazia e della libertà. Del resto non abbiamo avuto la ventura di un fascismo franchista durato fino alla morte di Francisco Franco il 20 novembre 1975. Se Benito Mussolini non fosse stato sconfitto e fosse vissuto per altri trent’anni che Italia avremmo avuto negli anni ’80? E oggi? Ma questa è materia per un’ucronia come “L’inattesa piega degli eventi” di Enrico Brizzi o “Nero italiano” di Giampietro Stocco.

PENSANDO A UN MONDO PIÙ SMART

Il n. 2 dell’Anno XI della rivista dell’Ordine degli Ingegneri ProgettandoIng è dedicato all’Informazione.

Sin dal n. 1 dell’Anno, la rivista si apre, dopo l’editoriale del curatore Giuliano Gemma, con dei miei contributi letterari.

Questa volta si comincia con l’articolo “La tecnologia nella galassia di Asimov” nel quale analizzo come questa muti nel corso dei vari cicli che compongono la grande storia futura della galassia immaginata dall’autore russo-americano Isaac Asimov.

Segue il mio racconto di fantascienza “Il campione”, sulla scelta da parte di una razza aliena di un campione di umanità da portare sul proprio pianeta.

Dopo i miei contributi inizia la parte più “ingegneristica” della rivista con l’articolo “La rivoluzione digitale: un’opportunità epocale per gli ingegneri” di Mario Ascari, che ci parla della “Quarta rivoluzione”, quella “Digitale”, preconizzando un mondo in cui oggetti elettronici siano in costante contatto e scambio reciproco mediante l’IoT, l’Internet-of-Things”, dopo l’ancora recente Terza Rivoluzione dell’elettronica.

Riprende il tema anche l’articolo di Enrico P. Mariani “Senza sicurezza una city non è smart”, che parte dalla definizione di Smart City, per raccontareRisultati immagini per smart city un contesto urbano con infrastrutture intelligenti, oggetti controllabili via internet (IoT) e big data, per parlarci di come i vari sistemi debbano rispondere a precise gerarchie per mantenere le necessarie sicurezze e impedire che un sistema di livello inferiore (vicino all’utente finale) non influisca su uno superiore.

Bruno Lo Torto, partendo da una riflessione sulla propria esperienza come ingegnere e su quello che per lui significa esserlo, nel suo “Ingegner sum, ingegneriae nihil a me alienum puto” ci spiega come le distinzioni tra i vari tipi di ingegneri siano limitative, essendo l’ingegneria una disciplina con una sua unitarietà, sempre più necessaria nella Fabbrica 4.0 che unisce robotica, produzione additiva e nanotecnologie, con un rinnovato sincretismo necessario a creare oggetti interdipendenti, come le Smart City, dove alla costruzione degli edifici occorre aggiungere l’elettronica e l’ingegneria delle informazioni per farli funzionare (semplifico un po’ banalmente io).

Risultati immagini per smart cityDopo questo viaggio nel futuro prossimo, che è quasi presente, Nicoletta Mastroleo ci riporta indietro nella storia, facendoci incontrare la figlia del grande Lord Byron, uno dei padri della letteratura gotica, che incontriamo nel suo articolo “Ada Byron e le origini dell’informatica”. La figlia del bardo fu, infatti, una matematica di pregio, che si dilettò con le prime macchine da calcolo.

Chiude la rivista un articolo di Fausto Giovannardi sull’architetto che realizzò la copertura dell’area olimpica di Monaco “Frei Otto & Pink Floyd”: il sistema fu ripreso, infatti, nei concerti del gruppo rock.

 

IF GOTICO: L’ULTIMO NUMERO DI TABULA FATI

Risultati immagini per IF GoticoCon il numero 19 dedicato al “Gotico” si è chiusa la collaborazione tra la rivista “IF – Insolito & Fantastico e l’Editore Tabula Fati (Solfanelli). Dal numero 20 (già uscito) il nuovo editore è, infatti, Odoya (Meridiano Zero).

Il volume monografico esplora questa volta la letteratura gotica.

Dopo l’introduzione del direttore della rivista Carlo Bordoni (“Gotico, neogotico, eredi del passato”), l’articolo del 1998 dello scomparso Romolo Runcini parla de “L’orrore ben temperato del fantastico irlandese: Yeats, Wilde e Stoker”, in cui spiega le differenze tra il senso del soprannaturale tra culture cattoliche come la nostra e quella irlandese e culture protestanti “C’è, nel protestante, una responsabilità civile e religiosa dell’individuo che invece il cattolico non può mantenere, poiché il sacro è delegato ai signori della Chiesa”. Questo, per inciso, forse spiega anche in parte il minor senso civico degli italiani rispetto ai popoli del nord Europa! Il rapporto del protestante con le scritture è diretto e non mediato dalla Chiesa come nel cattolicesimo. “La Bibbia, come sappiamo, a partire dal concilio di Trento, è stato il primo libro posto all’Indice, come i libri di Giordano Bruno, Campanella, Savonarola, Calvino, tutti eretici da bruciare.” I protestanti leggono costantemente la Bibbia, i cattolici, ancora oggi, mai.

Il fedele cattolico tempera, smussa questi sentimenti di paura, di smarrimento e raggiunge sì l’inconscio, ma lo raggiunge attraverso le forme più morbide, più addolcite dell’irreale: infatti il fantastico di Yeats, di Wilde e in parte anche quello di Stoker, è un fantastico che in fondo si apparenta al meraviglioso”.

Interessante anche la visione di Yeats, per il quale “a poet… never speaks directly as to someone at the breakfast table, there is always a phantasmagoria”.

Runcini spiega poi la nascita della mitologia irlandese fatta di elfi e nani come quella di un popolo di “uomini e donne, più piccolo e incapaci di comprendere quella grande rivoluzione che è stata la rivoluzione agraria, cioè la ruota, l’aratro e così via”.

Sarà lo sviluppo tecnologico del XIX secolo a far morire alcune forme d’arte. Per esempio “la ritrattistica fotografica da Daguerre a Nadar, mette in ginocchio schiere di pittori, poiché anche la gente comune può permettersi una foto.” Cambia così in quegli anni il rapporto con l’arte e la letteratura e in questo clima si sviluppa il gotico.

Con “Introduzione al gothic novel” torna a scrivere il curatore Carlo Bordoni spiegandoci come l’ambientazione del gotico (letteratura tipicamente nord-europea) sia di norma nell’esotico (per loro) paesaggio mediterraneo (Italia, Spagna, Corsica), con i suoi castelli, conventi, rovine, labirinti, segrete, scale, cripte, da cui proviene un senso di mistero, nutrendosi di maledizioni, segni premonitori, profezie. Il grande capostipite del gotico è “Il Castello di Otranto” (1764) di Horace Walpole, ambientato, appunto, nel Salento italiano. Anche “I misteri di Udolfo” (1794) di Ann Radcliffe vede un’ambientazione italiana (l’Appennino). Bordoni ci parla anche del “Vathek” (1784) di William Beckford (che avrà più ampio spazio in altri articoli della rivista), de “Il monaco” (1796) di Matthew G. Lewis, di Frankestein (1818) di Mary Shelley (non solo gotico ma certo uno dei primissimi esempi di fantascienza, se non il primo), di “melmoth, l’uomo errante” (1820) di Charles R. Maturin e, persino del ben più recente “Il nome della rosa” (1980) di Umberto Eco.

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Carlo Bordoni

L’articolo di Giorgio Rimondi “Trasformazioni e sopravvivenze” analizza la visione del sublime in Sigmund Freud “Per Freud – come lo leggo io – il sublime è uno dei maggiori interessi rimossi”.

Riccardo Gramantieri ci parla di “Thomas Tryon e il gotico americano”, spiegandoci come il gotico classico, fino a Charles Brockden Brown, si caratterizza per una “spiegazione naturale dei fenomeni che, per tutto il romanzo, erano supposti soprannaturali”. Nel gotico moderno (novecentesco), soprattutto grazie al contributo di H.P. Lovecraft, “la spiegazione dell’intreccio romanzesco esulerà dal reale”.

Per quanto riguarda l’America, il gotico, da “la festa del raccolto” (1973) di Thomas Tryon, si sviluppa attorno a comunità chiuse.

Parlando di gotico, come non ricordare Stephen King? Del suo “Shinning” parla diffusamente Barbara Sanguineti in “Impronte gotiche in Shinning”.

Riccardo Rosati con “Vathek: quando l’occidente sapeva guardare all’esotico” ci fa notare come “nell’epoca contemporanea non si sia più capaci di porci in relazione con la cultura orientale a differenza dei secoli passati” e “l’Occidente abbia perso qualsivoglia capacità empatica verso le altre culture”, perdendo “quella passione per l’Oriente tipica del XVIII e XIX secolo”, così ben descritta dal “Vathek” di Beckford.

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Poe e Lovecraft

Per Borges l’inferno rappresentato da Beckford era il “primo realmente atroce della letteratura”. Per Rosati il “Vathek” potrebbe “essere descritto in vari modi: ridondante, falsamente morale, arabeggiante. Noi preferiamo giudicarlo attraverso le parole di un’amica personale di Beckford, Lady Craven, la quale così si espresse: <<Bello, orribilmente bello>>.

Carl Einstein, che pure lo critica, sostiene che questo testo abbia inaugurato “la serie di libri che ci hanno dato conoscenza ed esercizio di arte pura, che hanno sospinto l’arte nel campo di un’immaginazione conchiusa e le hanno conferito la forza di un organismo in sé perfetto”.

Giuseppe Panella ci parla di uno dei più geniali autori italiani in “L’inferno che stiamo attraversando. Dino Buzzati scrittore gotico” a proposito del suo “Il colombre”, in cui le porte dell’Inferno si aprono a Milano, un inferno che somiglia maledettamente al mondo in cui viviamo e del suo “Poema a fumetti”, una moderna versione del mito di Orfeo ed Euridice.

Molti sono stati gli emuli del maestro del gotico H.P. Lovecraft, ma in “Mondi e visioni della notte. Da Lovecraft ai gotici moderni” Walter Catalano individua come veri continuatori dello spirito lovecraftiano la triade Michel Houllebecq, Michele Mari e Thomas Ligotti.

Se Lovecraft è di certo un padre del gotico, cosa dire di Edgar Allan Poe? Ce ne parla Vito Tripi in “Poe oltre Poe” in cui indaga come questo maestro sia stato visto e reinterpretato da fumetti, TV e cinema.

Non avrei mai pensato che il Faust di Goethe potesse essere considerato una parodia del gotico, come farebbe pensare il titolo dell’articolo di Chiara Nejrotti e, in effetti, anche l’articolo sembra dirne altro.

Tim Burton, nella citazione iniziale dell’articolo di Max Gobbo “Le suggestioni gotiche del cinema di Tim Burton”, confessa di non aver letto molto, ma di sicuro deve aver visto molti film, dato che molte delle sue opere sono rifacimenti di film o loro rivisitazioni (da “La fabbrica di cioccolato” a “Il pianeta delle scimmie”). Innegabile, poi, è che molta della sua produzione abbia atmosfere gotiche, se non di più, dal corto “Frankenweenie” che si rifà al classico di Mary Shelley, al più tenebroso dei “Batman”, a “Edward Mani di Forbice”.

Sembra tratto direttamente dal precedente numero di “IF” sulla “Fantareligione”, l’articolo di Claudio Asciuti “Solo un dio ci può salvare”. Articolo che si riaggancia anche alla mia ultima lettura “Europa e Islam” con considerazioni come “Per l’occidente monoteista però religione è il culto che ha a che fare con una delle tre Religioni del Libro”; “l’hinduismo o il buddismo paiono credenze di seconda mano”; “la religione, quale essa sia ha un nucleo fondante che il mythos”. Ci parla, poi, di Dick, Lovecraft, Machen, Blackwood, Leiber, Hoffmann, Kafka, Tolkien e Borges (dimenticandosi però di Lewis!).

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Frankestein

E Dracula? Della creature di Bram Stoker parla Jole Ottazzi in “Conte Dracula: vittima o carnefice” che inizia con uno strano diagramma che mette in relazione vivi, morti, non-morti e non-vivi. Dracula nasce da “un’eliminazione delle possibilità: non può vivere, non può morire, non può risorgere, non può neppure andare all’inferno come malvagio punito e, in ogni caso, non può essere salvato”.

A Pierfrancesco Prosperi sono dedicati un’intervista e lo spazio per il racconto “Un vecchio diario” che ci parla delle più classiche apparizioni ossessive del gotico, con il loro trasferirsi da una vittima alla successiva.

Il racconto di S. Gaut vel Hartman si chiama “Lo scricchiolio del gelo” e comincia con l’inquietante ritorno di Adolf Hitler che si arrampica dal fondo di un pozzo. Scopriremo, però, una realtà più complessa, di cloni e imitazioni teatrali. Con toni che sfiorano più volte il surreale.

“Il portale” è un racconto di Alex Barcaro, che ci parla di angeli, della loro guerra con gli arcangeli e di Portali.

Andrea Ferrari con “L’incontro” ci parla della sottile linea tra la vita e la morte e di ciò che si trova nel mezzo.

Come non parlare di ville abbandonate? Lo fa Andrea Franzoni con “Il simulacro”, dove troviamo una figlia misteriosamente scomparsa, sospetti di stregoneria, “orribili uomini dalla faccia bianca”. Una storia che ci lascia con l’attesa di uno svolgimento ulteriore.

Di un’altra casa parla “L’ombra dei migratori” di Massimo Prandini, con un nono piano “etereo”.

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Thomas Tyron

Segue quindi un estratto del romanzo di Emilio Salgari “Le meraviglie del duemila”, in cui due viaggiatori del tempo, si risvegliano dopo cento anni, nel 2003, e scoprono come sia cambiato il mondo. Un mondo che solo in parte somiglia al nostro. Avevo già letto il romanzo in tempi recenti, essendomi incredibilmente sfuggito quando ero bambino e divoravo tutto ciò che questo autore avesse scritto. Da questo estratto noto un’insolita attenzione per l’epoca in cui fu scritto verso il consumo di carne: gli abiti e il cibo sono vegetali. “Stoffa vegetale. Già da sessant’anni abbiamo rinunciato a quella animale, troppo costosa e poco pulita in paragone a questa” e “Vi avverto che è un pranzo a base di vegetali: ma queste pietanze non sono meno nutrienti e non vi parranno meno saporite.

Donato Altomare riprende (“Ancora sulle biblioteche”) il suo progetto di segnalazione di biblioteche disponibili ad accogliere collezioni di libri fantastici.

Walter Catalano recensisce il nuovo romanzo di David Cronenberg “Divorati” in “Nel labirinto di Cronenberg”, dove, a quanto pare, questo regista e autore non ha abbandonato il gusto per certe rappresentazioni crude e violente della corporeità umana, quindi Catalano ci parla de “Il futuro di Urania”, la celebre rivista di fantascienza con cui io e tanti altri siamo cresciuti.

Seguono varie recensioni più brevi, tra cui vorrei ricordarmi dell’ucronia “Il richiamo del corno” di Sarban.

Chiude il numero l’articolo di Claudio Asciuti “Linus e il regressio ad uterum” da cui mi pare di capire che la rivista Linus non sia più, purtroppo, quella di una volta.

 

STORIA DI UNA REMOTA VICINANZA

Risultati immagini per europa e islam franco cardiniCon “Europa e Islam – Storia di un malintesoFranco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940, storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo) sembrerebbe voler dimostrare che i rapporti tra il nostro continente e l’altra sponda del Mediterraneo abbia avuto alti e bassi, con, comunque un intenso scambio economico e culturale. Già nell’introduzione, infatti, scrive:

Nonostante crociate e guerricciole, scorrerie di pirati, saccheggi e tratta di schiavi, nonostante Lepanto e l’assedio di Vienna, la verità è che con l’Islam abbiamo sempre commerciato bene e avuto, in sostanza, buoni rapporti.”

Peraltro, in tutti questi secoli di scambio a volte militare, a volte pacifico, c’è quasi sempre stata una profonda incomprensione reciproca, nel senso di mancanza di conoscenza dell’altra cultura e la “cristianità” (così come il mondo che ne deriva oggi) è spesso stata, tra i due, quella che meno ha compreso quell’altro mondo.

Del resto, anche leggendo le pagine di Cardini, quando s’immerge nelle diatribe tra i vari popoli di quel variegato cosmo, si rimane sopraffatti da nomi di paesi, dinastie, stati (il concetto di stato, in realtà è piuttosto alieno per i mussulmani che si identificano piuttosto nella “umma”, la comunità dei credenti) di cui a volte, chi pur conosce la storia europea, stenta a orientarsi. Il fatto è che se è difficile definire l’Europa, così diversa nelle sue varie componenti e ancora così lontana da essere considerata Patria, ancor più è difficile definire l’Islam.

Basti immaginare la complessità dei rapporti dell’Italia comunale o anche solo rinascimentale, per comprendere come pure oltre mare vi fosse una varietà di poteri e posizioni che erroneamente accomuniamo sotto un unico nome o un’unica idea di Islam.

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Franco Cardini

Lo stesso concetto di Islam non può essere raffrontato correttamente a quello di cristianità o, come nel titolo del volume, di Europa.

L’Islam non è un luogo;” scrive Cardini “è una religione. Ma per i musulmani la parola «religione» non ha la stessa connotazione che ha per i cristiani o che aveva per i cristiani del medioevo […]. Per i musulmani l’Islam non è soltanto un sistema di fede e di culto […] Esso indica piuttosto il complesso della vita e le sue norme comprendono elementi di diritto civile, di diritto penale e persino di quello che noi chiameremmo diritto costituzionale.

In questo sarebbe, dunque, più unitario dell’Europa, dove l’esistenza di un Unione non cancella giurisprudenze, modi di vita, concetti di civiltà assai dissimili.

Quando s’immaginano i rapporti con l’Islam vengono in mente le crociate, le battaglie di Roncisvalle e di Lepanto, eppure questi avvenimenti cui tanto peso ha dato l’occidente, mitizzandoli, nell’ottica della storia dell’Islam sono poco più che scaramucce.

Le piccole vittorie delle crociate o quella più importante di Lepanto sono forse paragonabili a quelle di una squadra di calcio a rischio retrocessione e che una volta si trovi a battere la capolista. Qualcosa di cui gloriarsi a lungo, ma che non permette certo di vincere il campionato e magari non salva neppure dalla retrocessione.

A lungo l’Europa è stata in profonda inferiorità cultura, politica e militare nei confronti dell’Oriente. Le corti di Federico II in Sicilia e Alfonso di Castiglia in Spagna, erano fortemente intrise di cultura araba, di cui sentivano la superiorità. Fu attraverso l’opera dello Svevo che parte di questaRisultati immagini per turco cultura poté penetrare in Italia ponendo i semi per lo sviluppo del nostro Paese.

Sino ad allora la superiorità araba in quasi tutti i campi del sapere era innegabile, dalla matematica, ad astronomia, poesia, geografia, filosofia. Fu grazie a loro che l’occidente poté poi recuperare tanta parte del sapere greco-romano che si era perso nel medioevo europeo. Persino caffè e the ci sono arrivati dall’Islam.

Uno degli equivoci che Cardini cerca di sfatare è la presunta “malvagità” mussulmana. Dopo la battaglia di Lepanto, scrive, finire prigionieri degli eserciti cristiani significava per gli islamici trovarsi a marcire in qualche prigione, per un cristiano essere catturato da turchi poteva invece persino essere un’occasione per entrare nella vita di questo impero e farvi carriera. E tra gli esempi, cita persino la vicenda di Cervantes, l’autore del Don Chisciotte.

Le pagine di “Europa e Islam” sono pagine di storia, più che riflessioni sociologiche (come forse mi ero aspettato), che ripercorrono lunghi secoli, dall’Egira del 622 d.c. ai giorni nostri, passando per la spartizione del mondo tentata dall’Europa negli ultimi secoli, per arrivare ai flussi di migranti odierni, che, come spiega Cardini, sono i primi mussulmani a trovarsi fuori dal Dar al-Islam, in terre che non conoscono la shari’a come legge fondamentale. Per la prima volta si trova a vivere in posizione minoritaria tra gente con un’altra morale e altri costumi, subendo quindi anche la tensione dei cosiddetti gruppi “fondamentalisti”. Il “fondamentalismo”, però, spiega Cardiniesprime un’istanza di «ritorno alle origini» dell’Islam che non appartiene affatto alla tradizione musulmana, nemmeno a quella più rigorista, ma ch’è anzi esso stesso moderno e largamente ispirato a ideologie e a metodologie occidentali”.

Risultati immagini per ottomanoI musulmani che in Europa giungono, legalmente o meno, di solito in cerca di lavoro e di sistemazione personale e familiare, hanno spesso una cultura religiosa molto elementare: ma, al tempo stesso, tale cultura è il loro unico strumento d’identità e d’autocoscienza.

Riusciranno Europa e Islam a ritrovare occasioni e volontà di dialogo? Riuscirà l’Europa a liberarsi del giogo di un’America che cerca ancora di tenerla sotto controllo e a trovare opportunità di scambio con questi popoli cui siamo uniti da tanti secoli di storia ma divisi da così tanta e grande incomprensione?

Sarà possibile superare questo divario, magari non come si cercava di fare in passato, occidentalizzando o cristianizzando l’Islam, ma cercando di conoscersi e scambiandoci diverse visioni del mondo e della vita alla ricerca di un comune sentire?

Nel mio piccolo, cercherò di colmare questo vuoto leggendo, prima o poi, il Corano.

 

P.S.: ricordo di aver già letto di Franco Cardini “Giovanna D’Arco”, utilizzato per scrivere “Giovanna e l’angelo”, e “Il Barbarossa”, su cui forse un giorno riuscirò a scrivere qualcosa. Ho, inoltre, avuto occasione di incontrarlo a Firenze durante una gremita presentazione letteraria in piazza, cui partecipò persino il neo-sindaco Renzi, per due libri, uno di Riccardo Nencini e uno del giovane Berlincioni.Risultati immagini per Carta Islam

QUALCOSA È CAMBIATO IN INSOLITO & FANTASTICO

Risultati immagini per IF UtopiaL’interessante rivista “IF –Insolito & Fantastico” è arrivato, con il numero dedicato alla “UTOPIA” al numero 20, che già sarebbe un bel traguardo da festeggiare, ma questo numero rappresenta anche per un altro motivo un momento importante per la storia di questa rivista nata nel Settembre 2009 e con cui ho collaborato sin dal numero 3. Da questa pubblicazione di dicembre 2016 è cambiato l’editore, che non è più Tabula Fati (Solfanelli), ma Odoya (Meridiano Zero). Altra cosa che si nota subito è la periodicità che da quadrimestrale è già da un po’ diventata semestrale, anche se mi pare che questo sia stato formalizzato solo ora.

La rivista continua a essere diretta dall’ottimo Carlo Bordoni, ma per la prima volta vedo indicati in copertina, in luogo, come in passato, dei nomi dei principali collaboratori, quelli dei due curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella, da sempre tra gli autori più attivi della rivista.

Questa mantiene il suo taglio monografico, ovvero ogni uscita tratta uno specifico tema. Per il numero 20, come già scritto, si tratta della “UTOPIA”.

All’inizio la rivista prevedeva la presenza di una sessione dedicata alla pubblicazione di racconti (tra cui ci sono stati anche alcuni miei lavori), poi questa parte fu soppressa, mantenendo solo il taglio saggistico. In un secondo momento riapparvero i racconti, con la pubblicazione anche dei vincitori di specifici concorsi promossi dalla rivista stessa. Nella nuova versione della rivista siamo tornati al taglio privo di racconti (tolta una mezza paginetta finale).

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Carlo Bordoni, il direttore della rivista IF Insolito & Fantastico

Non so se sia dovuto al nuovo editore, ai nuovi curatori o semplicemente al tema del numero, ma la sensazione che ho avuto leggendo “UTOPIA” è che sia anche un po’ cambiata l’impostazione degli articoli. Non saprei bene spiegare in che modo, ma mi sono parsi, per così dire, più “scientifici” o comunque con un approccio che sembra ricercare una maggior accuratezza critico-letteraria. Questo senza nulla togliere a tutti gli articoli delle uscite precedenti, sempre professionali e interessanti, ma è come se ci sia una qualche volontà di accentuare questo taglio. Peraltro, sul numero 20 compare anche il mio articolo “Asimov e le utopie a scadenza”, ma non ho avuto alcuna indicazione da nessuno su un diverso approccio o stile da seguire, dunque queste forse sono solo sensazioni personali.

Infine, va segnalato anche il cambio, seppure ridotto, della veste grafica. In ogni caso si conserva il formato “a libro”.

 

UTOPIA” si apre con l’Editoriale che annuncia il nuovo corso, spiega la scelta del tema, ricorrendo i 500 anni dalla pubblicazione omonima di Thomas More e fa sapere che ora la rivista è divisa in due parti, una monografica a tema e una generalista con articoli di attualità, rubriche e recensioni. La parte monografica rimane, come in passato, quella prevalente e caratterizzante.

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Giuseppe Panella

Segue l’Introduzione dei due curatori “Ritorno all’utopia”.

Giustamente il primo articolo, di Alessandro Scarsella ci parla dell’opera di Tommaso Moro (“Il Moro di Venezia: una traduzione tardiva”) e delle sue prime versioni italiane.

Il curatore Giuseppe Panella, assieme a Susanna Becherini in “Utopia come pedagogia della perfezione umana” ci parlano della motivazione formativa e politica delle utopie, dell’uso di queste narrazioni per indicare un percorso umano e, soprattutto, sociale da intraprendere.

Singolare l’aspetto esaminato da “Brevi appunti sull’utopia sessuale dal XVI al XVIII secolo” di Bruno Vitiello, che affronta il tema della sessualità nelle utopie di quell’epoca.

Il direttore della rivista, Carlo Bordoni ne “Il ritorno del turco meccanico” coniuga passato, presente e futuro in una riflessione sull’utopia tecnologica e sul suo opposto, la paura della macchina, la paura che la macchina possa rubare il lavoro all’uomo.

Riporta la riflessione di Marcuse su cosa potrà fare l’uomo del proprio tempo liberato dal lavoro della macchina, su come il capitalismo potrebbe essere messo in forse dall’aumento del tempo libero e dalla progressiva scomparsa dei lavoratori, essendo il lavoro fonte di controllo sociale. Se l’utopia di un mondo popolato di macchine sempre migliori e più autonome ci affascina, rimane il rischio che la loro produttività non si trasformi in ricchezza collettiva, ma sia fonte di reddito solo per pochi, creando ampissimi strati di diseredati e poveri in stato di miseria. Le attuali riflessioni sul reddito di cittadinanza ancora sembrano fantascientifiche, ma il sempre più veloce progredire dell’automazione, renderanno necessario farvi sopra considerazioni stringenti, giacché non basta migliorare la produttività dell’industria e dei servizi traducendola in esuberi. Sono quegli stessi lavoratori resi inutili e obsoleti, coloro che dovrebbero in primis beneficiare del progresso, mediante la percezione di redditi adeguati.

Alessandro Fambrini in “Kurd Lasswitz e la progettazione dell’utopia” ci parla del Jules Verne tedesco e in particolare del suo utopistico pianeta (“Su due pianeti” – “Auf zwei Planeten” del 1897), coevo della celebre “Guerra dei Mondi” di H.G. Wells, ma di approccio assai più positivista. La riflessione di Lasswitz è un invito alla moderazione, giacché mostra come il modello di mondo in cui tutto è corretto e prevedibile appaia altrettanto fallace di quello in cui nulla è determinato e ciascuno può ottenere tutto quello che vuole. Solo dall’unione dei due modelli nascerà l’equilibrio. Per il tedesco la soluzione non viene da Dio ma dalla tecnica. Chi trova la soluzione, quando gli viene chiesto chi sia risponde infatti “Io sono l’ingegnere”.

L’articolo dei curatori Riccardo Gramantieri e Giuseppe Panella “Distruggere ed edificare, parole in libertà e calcestruzzo” sembra quasi voler Risultati immagini per Utopia Moroanticipare il tema del prossimo numero di IF “Futurismo”, raccontandoci delle attuazioni architettoniche del movimento novecentesco di Marinetti grazie alle nuove tecniche legate al cemento armato, di cui disegnano quasi una sorta di storia.

Segue quindi l’articolo del sottoscritto Carlo MenzingerAsimov e le utopie a scadenza”, con il quale faccio seguito a una mia totale rilettura di tutti i romanzi e racconti sulla storia futura asimoviana, riuniti, soprattutto, nei cicli tra loro collegati “Robot”, “Impero” e “Fondazione”. La mia riflessione concerne come l’ottimismo asimoviano vada mutando da un ciclo all’altro, mostrandoci una moltitudine di modelli utopici a volte paralleli, a volte alternativi tra loro.

Anche Silverio Zanobetti lascia qui un articolo sulla letteratura fantascientifica, analizzando l’opera di un altro grandissimo autore del genere in “La fantaeconomia di Robert Heinlein”. L’approccio particolarmente serio di questo numero emerge anche in questo articolo, con i riferimenti alle teorie economiche e filosofiche di Adam  Smith, Friedrick von Hayek, Robert Nozik e Jacques Lacan.

Il tema della tecnologia, già affrontato da Carlo Bordoni è ripreso e sviluppato da Domenico Gallo nel suo “Utopie tecnologiche e liberazione dal lavoro”, con riferimenti qui anche ai movimenti di liberazione dalla macchina, come i luddisti e affronta le riflessioni di Reynolds sul reddito di cittadinanza.

Giulia Iannuzzi ci introduce all’utopia energetica con il suo “Sognando il moto perpetuo” che affronta il tema della ricerca in fantascienza della fonte energetica ideale.

In “Le forme della città futura” Riccardo Gramantieri torna sul ruolo dell’architettura già affrontato nell’articolo precedente scritto assieme all’altro curatore. Qui si parla anche di arcologia. Quando si parla di arcologia si ragiona in merito a un enorme edificio sufficiente a mantenere un’ecologia interna e una densità abitativa estremamente alta. Il termine, parola macedonia formata dalle parole “architettura” ed “ecologia”, è stato coniato dall’architetto Paolo Soleri negli anni sessanta del Novecento. L’arcologia viene affrontata come utopia architettonica, ma non posso non pensare alle sue implicazioni per le grandi navi generazionali della fantascienza, quelle in grado di trasportare uomini, animali e piante per secoli attraverso lo spazio, di cui ho recentemente parlato commentando “Universo” di Robert Heinlein.

Risultati immagini per Utopia MoroAdele Tiengo, esperta degli scritti di Margaret Atwood, in “Sulle strade dell’Ustopia nel mondo di Maddaddam” parlandoci dell’opera di questa autrice, ci spiega come questa abbia coniato il termine “Ustopia” per indicare un’opera che sia al contempo utopia e distopia. Del resto queste ultime sono sempre troppo estreme per essere realistiche. Nel mondo reale (ma anche in narrativa) non dovrebbero esserci utopie senza elementi distopici e viceversa. Terrò presente il termine “ustopia” per definire il mio nuovo romanzo “Via da Sparta”, che è, soprattutto, ucronia, ma, in effetti, anche ustopia, dato che per descrivere un mondo del tutto nuovo, come ho tentato di fare, non si può che dipingerne al contempo aspetti negativi e positivi.

Valerio Vangelisti in “La nascita di Eymerich” ci racconta come la sua esperienza di ghost-writer per un testo sulla subpersonalità schizoide, lo abbia influenzato nel creare il suo inquisitore, pensando ai sintomi di tale malattia (timore di essere toccato, paura di aggressioni, aggressività latente, orrore degli insetti).

Maggie Gee, invece, intervistata da Domenico Gallo ci parla dei suoi romanzi eco-apocalittici “Il diluvio” e “Il pianeta di ghiaccio”.

Gianfranco De Turris (“Il risveglio della soap opera stellare”) critica duramente il VII episodio di Star Wars.

Walter Catalano cerca di farci scoprire un autore (“Lo strano caso di Thomas Ligotti”) che sembra voler sfuggire alle luci della ribalta e che considera interessante sebbene “così estremo e faticoso, così inattuale e del tutto refrattario a qualsiasi imbonimento nei confronti del pubblico”.

Maria Theresa Chialant ci parla, invece, di una distopia di chiara ispirazione orwelliana “2084 – Il potere dell’immortalità nella città del dolore” in cui Lerro Menotti illustra gli aspetti distopici di un mondo utopico in cui si sia trovata la chiave per l’immortalità e la cancellazione del dolore.

Walter Catalano, poi, ci accompagna del mondo degli sceneggiati di genere fantastico trasmessi dalla RAI, commentando il saggio “Fantasceneggiati – Sci-fi e giallo magico nelle produzioni RAI (1954-1987)” opera di Leopoldo Santovincenzo e Carlo Modesti Pauer.

Riccardo Gramantieri completa il volume con un’analisi delle pubblicazioni di genere fantastico del 2015, lasciando la chiusura a un breve quadretto narrativo di Luigi Annibaldi (“Pagamenti in amore”).

Il prossimo appuntamento di IF sarà con il Futurismo.

 

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