Archive for the ‘saggio’ Category

LE MAPPE SONO POESIE

Sono sempre piacevoli e variamente poetici i libri del fiorentino Paolo Ciampi.Il Sogno delle mappe

Lo lessi per la prima volta nel 2009, con il suo saggio sull’esploratore Odoardo Beccari, cui si ispirò il romanziere d’avventura del titolo “Gli occhi di Salgari”.

Lo ritrovai nel poetico saggio su una scrittrice dell’appennino “Beatrice”. Più di recente, ho letto “Per le foreste sacre” e “L’aria ride”, per non parlare del suo intervento ne “Il sognatore divergente“. Tutti testi che in qualche modo hanno a che fare con i viaggi, ma anche con i libri, quasi che leggere e camminare fossero attività legate (così come lo sono per me, che sempre ascolto libri con il TTS del mio e-reader mentre cammino e leggo in viaggio). “C’è tanta letteratura, nelle librerie di viaggio” (pag. 9), scrive.

Era inevitabile, forse, che allora Paolo Ciampi prima o poi si soffermasse a parlarci dello strumento per eccezione di ogni viaggiatore: la mappa.

Lo fa nel brevissimo saggio “Il sogno delle mappe”, sottotitolo “Piccole annotazioni sui viaggi di carta”. Non è un saggio tradizionale, ma piuttosto la riflessione di chi le carte utilizza, colleziona e ama. Non per nulla nel titolo c’è il termine “sogno”, dato che quel che ci racconta è filtrato dalle sue emozioni verso questi oggetti, ormai quasi desueti con l’avvento di navigatori e GPS, come lo stesso Ciampi annota, ma evidenziando come la mappa ci faccia percepire in modo assai diverso la strada che percorriamo rispetto a un navigatore, invitandoci a guardarci attorno e non a seguire come pecore la voce del padrone elettronico. Il GPS ci pone al centro del mondo, alimentando folli, ingenui e deleteri egocentrismi. Internet ci rivela il nome dell’assassino prima di cominciare la lettura del giallo.Paolo Ciampi

Ciampi cita Paolo Rumiz “Le mappe non servono a orientarsi, ma a sognare il viaggio nei mesi che precedono il distacco” (pag. 11) e poi scrive “i sogni che sono i primi biglietti da staccare per la partenza” (pag. 13) e “ho fatto incetta di mappe: per alimentare i miei sogni” (pag. 13).

Tante sono le mappe. Ci sono “le mappe dei viaggi sfumati e le mappe dei viaggi compiuti” (pag. 17). Delle mappe dice “non ce n’è una che non sia anche fantasia” (pag. 26) e ognuna “mette insieme il sacro con il profano, la cartografia con la metafisica” come la Mappa Mundi di Hereford.

Oggi con google e street view vediamo tutto in anticipo, la mappa ci consente invece di sognare perché contiene una sorpresa. Cita Bruce Chatwin “Le mappe sono un modo di organizzare la sorpresa”.

E ancora, le mappe sono “narrazione del mondo” (pag. 70).

Come scriveva Giovanni Cenacchi “una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco. Non sono mai del tutto completi, sono finiti a metà: e ciò che manca loro per concludere il senso siamo noi, il nostro percorso, il nostro sguardo, la nostra lettura…” (pag. 88).

E così le narrazioni di Ciampi sono sempre un po’ storia, un po’ natura e un po’ poesia.

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La Mappa Mundi di Hereford: Disegnata su un singolo foglio di vellum, misura 158 x 133 cm[1], ed è la più grande mappa medievale conosciuta finora. Fu dipinta fra il 1276 e il 1283 in Inghilterra da Richard di Haldingham e riproduce il mondo allora conosciuto fondando la propria rappresentazione sulla base di nozioni storiche, bibliche, classiche e mitologiche.

UNO STORICO FUORI DAL CORO

Quella strana coppia. L'ambiguo rapporto fra l'italiano Togliatti e il regime stalinistaHo conosciuto Mario Ragionieri durante uno dei Porto Seguro Show organizzati dalla nostra comune casa editrice in cui presentava il suo saggio “Quella strana coppia”, sottotitolo “L’ambiguo rapporto tra l’italiano Togliatti e il regime stalinista”.

Eravamo a fine 2017. Ricordo che l’editore Paolo Cammilli gli chiedeva “rivelaci la bomba dentro questo libro”, dato che se uno scrive un saggio del genere potresti aspettarti che contenga chissà quale rivelazione. Ragionieri, invece, proseguiva imperterrito a descrivere l’accurato lavoro sulle fonti da lui fatto, persino un po’ infastidito dalla domanda.

Acquistai il volume in un’occasione successiva, durante una presentazione presso l’Auditorium del Duomo, il 2 Dicembre 2017.

Ho impiegato un po’ prima di trovare il coraggio di leggerlo, spaventato dalla considerevole mole del tomo, con le sue 542 pagine.

Leggendolo ora in questo giugno 2019, sono piacevolmente colpito dalla grande serietà dell’autore che ha fatto un lavoro ampiamente documentato e quanto più possibile oggettivo, lascandosi andare solo di rado a considerazioni personali, a parte forse nelle conclusioni. Insomma, certo non un libro che vuole contenere qualche rivelazione “bomba” o fare uno scoop, ma un saggio accurato e meticoloso che cerca di ricostruire la figura de Il Migliore, anche detto Ercoli, ovvero il segretario del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti e i suoi rapporti con Stalin e l’Unione Sovietica.

Dice Ragionieri (pag. 526): “L’intento che mi ero proposto in questo libro era quello di indagare sul tema a mio avviso ancora poco approfondito

Mario Ragionieri – Teatro del Duomo di Firenze – 2 Dicembre 2017 con in mano romanzo di Caterina Perrone

dell’intreccio tra stalinismo e PCI”.

Tra le rare valutazioni personali, evidenzio quando parlando delle considerazioni di Togliatti sul patto Ribbentrop – Molotov, Ragionieri sottolinea che:

lascia intendere che il nemico principale resta il nazismo, senza forse capire che i crimini commessi dai due regimi sono identici” (pag. 253).

Oppure quando scrive:

Questo è l’uomo nelle sue contraddizioni. Nasconderle, negarle e far finta di niente, renderlo un mito, considerarlo un padre della nostra Nazione, non serve a farlo apparire migliore (o, come era definito, il migliore).” (pag 188)

A parte queste e poche altre osservazioni, si stenta a capire la posizione di Ragionieri, che, con grande aplomb, si mantiene cronista distaccato e preciso, celando la propria posizione politica con dovuta professionalità.

Come si diceva solo nelle conclusioni appare più chiaro come Ragionieri la pensi su quelle vicende:

Per esempio si dice “profondamente convinto che il PCI ha seguito una via democratica perché era impossibile muoversi diversamente in Italia, ma conservando profondamente al suo interno una visione stalinista ben celata del pensiero” (pag. 525).

O più avanti (pag. 526) quando afferma “La liberazione dallo stalinismo non si può negare che ci sia stata, ma fino a quale punto e quale importanza ha avuto ed ha ancora l’eredità dello stalinismo in Italia sono domande che richiedono un ripensamento alla luce della documentazione a disposizione adesso e del profondo cambiamento dell’intero clima culturale dopo il crollo del regime sovietico e del mondo appoggiato su due poli”.

Ancor più si sbilancia a pagina 533: “l’eredità dello stalinismo rimane attiva e storicamente più pericolosa di quella nazista, perché nascondendosi dietro gli slogan di uguaglianza, libertà e fraternità, non ha fatto nascere quella istintiva repulsione che l’ideologia esclusiva della superiorità della razza ha provocato nella maggioranza della stessa presunta razza superiore”.

Il saggio non si limita a parlare di Togliatti, ma offre un ampio quadro sugli anni prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, su comunismo, nazismo e fascismo, sui rapporti internazionali tra i vari Paesi del mondo, su molti dei protagonisti di quel tempo, non poi così lontano, ma già tanto diverso dal nostro.

Chiude il volume un sorprendente documento del 1936, “L’appello del PCI ai fratelli in camicia nera”, firmato, tra gli altri, dallo stesso Togliatti, che vanta al suo interno perle come:

Popolo italiano!

Fascisti della vecchia guardia!

Giovani fascisti!

Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace e libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo:

lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma”.

Del resto Togliatti, come emerge da queste pagine, era personaggio da “compromessi storici” ante-litteram, ministro della Giustizia in un governo tripartito di democristiani, comunisti e socialisti, uomo che ricercava il consesso delle masse, oltre la loro precedente storia politica.

 

Rifredi e i suoi autori

TRE UOMINI A ZONZO NEL CASENTINO

Risultati immagini per cercatori di storie e leggende AcciaiCercatori di storie e misteri”, sottotitolo “Tre uomini esplorano il Casentino”, scritto da Massimo Acciai Baggiani con il cugino Pino Baggiani e l’amico Italo Magnelli, come già il precedente volume sul Mugello, “Radici” è un libro che ho visto nascere.

Sia perché Massimo Acciai me ne parlava mentre lo scriveva e mi ha persino invitato a seguire il terzetto in una  delle loro escursioni casentinesi (ma non sono potuto andare), sia perché ho assistito alla scelta delle foto che lo illustrano, sia perché ne ho scritto l’introduzione “Tre uomini a caccia di radici”, in cui parlavo (non avendolo ancora letto) soprattutto degli altri libri scritti da Massimo Acciai e in particolare di “Radici”, di cui questo volume rappresenta una sorta di secondo volume di una trilogia che potrebbe completarsi con un libri sul Valdarno. Su Massimo Acciai e sul quartiere di Rifredi in cui entrambi viviamo ho scritto il volume “Il narratore di Rifredi”, edito a fine 2018 con Lulu e ora riproposto in una nuova edizione da Porto Seguro Editore, che ha anche prodotto il volume di cui stiamo parlando. Avevo anche suggerito di chiamarlo “Tre uomini a zonzo nel Casentino” e individuato una bella foto di Italo Magnelli con un frate che osserva di spalle le colline come copertina (si può vedere a pag. 157), ma entrambe le proposte non sono state accolte.

Come il primo volume, anche questo è un po’ racconto di viaggio, un po’ riscoperta di radici familiari contadine, un po’ guida di viaggio per i luoghi del Casentino.

Forse le località esplorate qui sono persino più interessanti di quelle mugellane.

Mi hanno in particolare affascinato l’incontro con Berlinghiero Buonarroti e le sue strane macchine combinatorie, l’incontro con i frati e la lunga visita al museo del diario.

Il volume si presenta come una raccolta di contributi di una serie di persone, che quasi potrebbero essere considerate coautori, in quanto si riportano interi stralci di loro discorsi o testi. Così oltre al sottoscritto e a Michele Brancale che firma l’introduzione, hanno contribuito Luciano Pretto, Antonella Bausi, Erminia Zampano, Berlinghiero Buonarroti, Irene Corazzesi, Mario Detti, Angiolo Fani e Natalia Cangi (ma forse dimentico qualcuno).

Ne esce quindi un’opera corale che dà piena voce al Casentino, alla sua gente e alle sue tradizioni.

Pino Baggiani, Massimo Acciai e Italo Magnelli (28 Sett. 2017)

Trovo, peraltro, strana la scelta degli autori di scrivere in prima persona singolare e non plurale, quasi che il solo autore fosse Massimo Acciai e non anche gli altri. Questo credo sia motivato dal fatto che mentre in “Radici” si esplorava la terra degli antenati sia di Massimo che di Pino, qui il vero protagonista è proprio Massimo.

Correda il volume, nella lunga appendice, anche un piccolo vocabolario di casentinese opera di Angiolo Fani. Mi chiedo però se tutti siano poi termini dialettali (per esempio abbiocco, allampanato, canterano, rimpiattino, zangola, zozzo o zuzzerellone). Forse alcune parti dell’appendice le avrei inglobate nel testo principale, senza separare i viaggi invernali da quelli estivi.

Il volume si chiude con un racconto di Massimo Acciai ambientato nella cittadina d’origine di suo padre, Corezzo, che ha per protagonista nientemeno che Stephen King, autore che entrambi apprezziamo molto.

LA DISTOPIA PRIMA DI HUXLEY E ORWEL

Risultati immagini per tallone di ferro londonQuando ero un ragazzino divoravo i libri di Emilio Salgari e Jules Verne, ma accanto a loro c’erano altri autori che consideravo dei riferimenti per letture future, tra questi di sicuro c’era Jack London all’anagrafe John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – Glen Ellen, 22 novembre 1916).

Jack London era, però per me soprattutto l’autore di romanzi di avventura nella natura come “Il richiamo della foresta” e “Zanna bianca”. Ricordo di aver letto e apprezzato  anche “Martin Eden” e “Assassini S.p.A.”, non immaginavo, però, che la sua produzione comprendesse ben altro. London, infatti, ha scritto ben 50 opere in soli 40 anni di vita, la maggior parte dei quali passati a fare tutt’altro.

In età adulta ho letto poi “Il vagabondo delle stelle”, scoprendo un London, sì avventuroso, ma in modo ben diverso, essendo una storia con toni paranormali, che anticipa persino la fantascienza, immaginando viaggi onirici nel tempo.

Leggo ora “Il tallone di ferro” (“The Hiron Heel”, 1908), altra opera in qualche modo anticipatrice di tale genere e, in particolare, della distopia.

La struttura del romanzo è quella di una sorta di “matrioska temporale”, ambientato prevalentemente in un futuro abbastanza prossimo al momento in cui fu scritto (il 1907), direi circa il 1936, ha come protagonista un rivoluzionario socialista; viene raccontato qualche tempo dopo dalla moglie; si immagina poi che il diario di questa sia commentato con una serie di note a fine capitolo da un autore di sei secoli dopo.Risultati immagini per tallone di ferro london

Sia per la presenza del consistente corpo di note, alcune che fanno riferimento a informazioni storiche e vere, altre del tutto inventate, sia per quella di lunghi e complessi dibattiti socio-politici tra i personaggi, il volume appare quasi più come un saggio politico che come un romanzo, sebbene si assista ai tentativi di rivolta dei socialisti che cercano di resistere all’avvento di un’oligarchia plutocratica detta “Tallone di ferro”.

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Jack London

La descrizione del futuro, rende l’opera un testo di anticipazione futurologica, che lo farebbe connotare come fantascientifico, sebbene sia qui quasi del tutto assente l’attenzione verso l’evoluzione tecnologica e la crescente presenza delle macchine è analizzata soprattutto in chiave sociologica. Siamo, insomma, in quell’area della fantascienza che possiamo dire fantapolitica. L’analisi socio-politica, sebbene vista oggi presenti alcune debolezze e ingenuità, ha una sua consistenza, che fa sì che l’autore riesca con essa ad anticipare alcuni fenomeni politici, che, secondo il ragionamento sviluppato nei discorsi dei personaggi, sembrano la logica conseguenza della situazione descritta e, soprattutto, di ovvie regole socio-economiche: London così anticipa la rivoluzione russa e cinese e, in qualche misura, anche l’avvento dei totalitarismi tedesco, italiano e spagnolo. I suoi “errori” sono soprattutto “geografici”. Non parla, per esempio, di una rivoluzione russa, ma ne immagina l’equivalente in America.

Altra singolare anticipazione è l’idea che tra la classe dei “plutocrati” e quella dei piccoli industriali, destinati a essere schiacciati dalla plutocrazia (oggi diremmo le “multinazionali”), nonché i lavoratori, compaia, per necessità storica, una classe di artisti strapagati, cosa che mi fa pensare agli stipendi miliardari di calciatori, cantanti e attori di successo.

Certo, va detto, che anticipare la rivoluzione russa non deve aver comportato un grosso sforzo immaginativo. Eravamo nel 1907, solo a dieci anni dal fatidico ottobre e i germi della rivoluzione erano nell’aria da tempo. Basti, del resto, pensare a quanto scriveva già nel 1873 (assai meno bene di London) il troppo lodato Dostoevskij ne “I demoni”, o nel 1877 Turgenev con “Terra vergine” (ambientato nel 1874) o, meglio di tutti, Puskin, già nel 1836  con “La figlia del capitano” parlando del settecentesco Pugacov.

Peccato che, appunto, London, non ci parli della Russia, che peraltro doveva conoscere abbastanza bene avendo fatto, tra le sue tante attività, il corrispondente della guerra russo-giapponese (anche se in Corea).

Peraltro, il ragionamento che porta all’anticipazione è qui particolarmente lucido, connotando l’opera come un saggio politico-economico mascherato da fantapolitica. Tale componente mi pare prevalente su quella distopica, giacché la dominazione del “Tallone di ferro” è qui solo preconizzata ed è il commentatore del futuro che ce ne parla, mentre gli eventi descritti hanno sì una forte connotazione negativa, ma ancora la società non presenta quelle forme di degenerazione strutturata che troveremo in “Noi” (1921) di Zamjatin, ne “Il mondo nuovo” (1932) di Huxley o in “1984” (1949) di Orwel.

La grande differenza rispetto a queste opere, poi, è che queste ultime nascono dopo la rivoluzione russa e hanno come bersaglio proprio l’Unione Sovietica, mentre London vede una rivoluzione socialista come lo strumento per avverare un’utopia e vede come un pericolo distopico il potere delle multinazionali (“plutocrazia”).

L’utopia londoniana vede i tentativi dei rivoluzionari di coinvolgere nella propria lotta al nascente “Tallone di Ferro” persino quella che oggi chiameremmo “Piccola e media impresa” e la Chiesa. Peculiare la figura del vescovo convertito al un ritorno ai principi di povertà e servizio del prossimo, che richiamano sviluppi che solo di recente stiamo cominciando a vedere ma sono ancora ben futuribili.

L’opera non è per nulla un capolavoro, ma è un documento interessante e meritevole di lettura come tale. Di sicuro la sua lettura ha stimolato in me la curiosità verso questo autore che forse ho sottovalutato (e non solo io). Mi piacerebbe ora sia rileggere, con gli occhi di un cinquantenne, i romanzi della mia infanzia, sia scoprire opere con titoli che sembrano promettenti, come “La figlia delle nevi”, “Prima di Adamo”, “Il bruto delle caverne”, “Le morti concentriche”, “La valle della Luna” o “Pronto soccorso per autori esordienti”.

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DIECI ANNI DI IF

IF Insolito & Fantastico n. 22Corpo & computer” è il terzo numero monografico della rivista IF – insolito & Fantastico da quando la rivista è passata dall’editore Tabula Fati (Solfanelli) a Odoya (Meridiano Zero).  Nel passaggio non ha perso i suoi principali collaboratori, tra cui il sottoscritto, che ci scrive sin dai primi numeri. Come ricorda il direttore della rivista Carlo Bordoni nell’editoriale d’apertura, con questo numero 22, IF celebra dieci anni di attività, rivelandosi una delle più longeve riviste di critica letteraria nel campo del fantastico. Si festeggia anche un importante riconoscimento. L’ANVUR- Agenzia nazionale di Valutazione del Sistema Universitario ha riconosciuto IF “rivista di carattere scientifico per l’area 10, Settore F4, Critica letteraria e letterature comparate”, rendendo la rivista utilizzabile  nei concorsi universitari e in ogni altra occasione per attestare la propria produzione scientifica e letteraria.

Ho il piacere di essere presente in questo numero non con un saggio (come spesso in passato), ma con il racconto fantascientifico “Corputer” in cui si immaginano computer integrati nei corpi umani e un social network estremamente pervasivo, detto “Mindnation”.

L’intero volume tratta, infatti, del rapporto tra corpo umano e sistemi di intelligenza artificiale, ma anche di cyborg.

Curatore del numero è Domenico Gallo, che apre con il saggio “Cantare corpi elettrici” in cui ci mostra come “una delle caratteristiche fondamentali della fantascienza” sia “quella di essere una letteratura capace di leggere il presente con estrema profondità”. “Forse la fantascienza è il modo che ha la letteratura di affrontare la realtà quando ogni strumento di analisi si è esaurito, quando la buona e vecchia narrativa non riesce ad agguantare quanto c’è di sfuggente nel mondo davanti ai nostri sensi e noi ne siamo costantemente perturbati”. Non basterebbe questo pensiero a sdoganare la fantascienza e il fantastico e a dargli una dignità pari, se non superiore al mainstream! Ottimo che concetti simili siano affermati in riviste di genere, ma quanto dovremo attendere per ritrovare queste frasi in volumi di storia della letteratura?

Quando ammetteremo, tutti, che “la fantascienza è stata la letteratura del XX secolo”? Quando capiremo che “le tecnologie sono il marchio indelebileRisultati immagini per Cyborg dell’umano”? Che sono esse a caratterizzarci davvero?

Segue il saggio di Riccardo Gramantieri “Uomini e macchine: la fantascienza delle creature artificiali”, dove, tra le altre cose, parlandoci di cyborg, cita, Hook C.C. “la specie umana non rappresenta la fine di un processo evolutivo, bensì il suo inizio”, l’uomo come primo gradino verso una creatura nata dalla fusione con la tecnologia e la genetica, capace di colonizzare spazi nuovi. Parlandoci di virtuale ci racconta, anche, come Vernor Vinge “ritrae un futuro prossimo ove non sarà possibile distinguere la realtà dal virtuale: questo perché il mondo virtuale sarà visibile altrettanto bene del mondo reale”, l’uomo si andrà a confondere sempre più con la macchina e i suoi prodotti.

Interessanti, poi, le considerazioni di Alessandro Fambrini in “L’evoluzione e la macchina – Considerazioni sulle metamorfosi del corpo”, per esempio, quando parla di “Giganti” di Doblin in cui è messa “in scena un’umanità che si serve dapprima della macchina per espandere il proprio dominio sulla natura e finisce poi per violentarla e indurla alla ribellione”.

L’apporto della genetica alla mutazione dell’uomo nel post-uomo è qui evidenziata parlando de “La disorigine della specie” di Dietmar Dath.

Come dimenticarci del nostrano Italo Calvino parlando del difficile rapporto uomo-macchina?

Se ne occupa Jacopo Berti in “L’umanità superflua di Italo Calvino”. Particolare è lo sguardo di questo autore: “la conclusione delle Cosmicomiche è amara, la specie umana, che avrebbe potuto essere lo strumento attraverso cui l’universo prende consapevolezza di se stesso e si dà una storia, sembra essere invece una strada senz’uscita dell’evoluzione”.

In “Ti con Zero” si chiede “avremo così macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi?” e afferma “è con animo sereno e senza rimpianti che constato come il mio posto potrà essere occupato da un congegno meccanico”. Il lavoro può essere affidato a un computer e “all’uomo resta il piacere della lettura e, più in generale, di percepire e interpretare il mondo” (sempre che anche questo un giorno lo sappiano fare meglio le macchine, dico io!). “L’uomo può diventare di fatto obsoleto” è la grande intuizione di Calvino, che si pone un passo avanti nell’analisi dei rapporti tra uomo e macchine.

Le macchine da tempo sapevano di poter fare a meno degli uomini, finalmente li hanno cacciati”. “Perché il mondo riceva informazioni dal mondo e ne goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle” conclude poeticamente Calvino.

Roberto Paura in “Vite simulate ed escatologie tecnognostiche” parla della confusione tra creatori e creature: viviamo in un mondo artificiale creato da qualcun altro? Viviamo in mondi artificiali matrioska, l’uno dentro l’altro? “Per gli gnostici, la realtà fisica in cui viviamo non è che un’illusione creata da un demiurgo malvagio”.

Ignazio Sanna in “Uncanny valley” ci racconta il robot tra arte e ricerca scientifica.

Tomasz Skocki ci racconta “Le visioni postumane di Jacek Dukai” il maestro polacco del world building, autore anche di ucronie come “Ghiaccio”.Risultati immagini per Cyborg

Giuseppe Panella ne “Il corpo esteso” ci parla di cyborg.

Francesco Verso descrive una “Umanità geo-tecno distribuita”, ispirandosi a William Gibson “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”, mostrando come questo sia in corso di superamento.

È un’interessante analisi storica quella di Domenico Gallo in “Computer umani e computazione” sulle persone che, in passato, prima dell’informatica, erano impiegate per effettuare calcoli matematici complessi.

Completata la parte monografica della rivista “Corpo & computer”, troviamo un saggio di Giulia Iannuzzi sul fandom italiano, una recensione di Roberto Risso della distopia “L’uomo verticale” di Davide Longo, un’analisi della fantascienza a fumetti di Daniele Barbieri, una riflessione sul rischio di obsolescenza del fantastico scritta da Alessandro Scarsella.

La parte narrativa della rivista comprende i racconti:

  • “Giardino di inferno” di Silvina Ocampo, versione al femminile della fiaba di Barbablù, a sua volta ispirata alle efferatezze pederastiche del Maresciallo Gilles de Rais (di cui scrissi nel mio romanzo “Giovanna e l’angelo”);
  • “Corputer” del sottoscritto Carlo Menzinger di Preussenthal in cui un piccolo gruppo di persone cerca di ribellarsi allo strapotere del social network Mindnation;
  • “Mondo a misura d’uomo” di Dario Marcucci, che descrive una devastante invasione aliena e un’umanità trasformata in attrazione zoologica.

Chiudono il volume  la rassegna sulla fantascienza del 2017, fatta da Riccardo Gramantieri, la recensione di Francesco Galluzzi del saggio sulle “Figures pisantes” di Jean-Claude Lebensztejn, quella di Walter Catalano del saggio “Io sono Burroughs” di Barry Miles, in cui Catalano esprime la diffidenza, che condivido, verso questo autore, quella di Stefano Rizzo al saggio “Le meraviglie dell’impossibile” di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, quella di Carlo Bordoni al volume di Umbero Eco e Jean-Clude Carrière “Non sperate di liberarvi dei libri” in cui i due autori si preoccupano del dilagare della digitalizzazione dei testi e della fine che possono fare le librerie alla morte dei loro proprietari.

Si finisce con il raccontino fulminante di Luigi Annibaldi “Il cuore della terra”.

 

IL LIBRO NON SCRITTO SULLA DISTRUZIONE DELLA GERMANIA

Risultati immagini per storia naturale della distruzioneHo iniziato la lettura di “Storia naturale della distruzione” di Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001) con grande entusiasmo, dato che prometteva di essere un libro che affrontava da un diverso punto di vista la storia della Seconda Guerra Mondale.

Il volume riunisce alcune lezioni dell’autore tenute a Zurigo, come leggo su “La frusta letteraria”, pubblicate in Germania come “Guerra aerea e letteratura” nel 2001e poi in Italia da Adelphi con il titolo “Storia naturale della distruzione”, ripreso da un’opera, peraltro incompiuta, ma pluricitata nel libro, dell’inglese Solly Zuckerman, dopo la visione della distruzione di Colonia, a opera dell’aviazione britannica.

Non credo ci sia dubbi sul fatto che la maggiore responsabilità di questo drammatico conflitto sia da ascriversi alla Germania e ai suoi sciagurati alleati, in primis Italia e Giappone, ma mi pare anche evidente che, trattandosi di una guerra grave e globale, nessuna delle parti potesse dirsi “innocente”. In particolare, mi era già noto che la Germania avesse subito un processo di distruzione delle proprie città che forse non è toccato a nessuna dei suoi avversari (discorso a parte riguarda il popolo ebraico, che non fu colpito nelle proprie infrastrutture urbane, che erano parte della Germania stessa e dei territori conquistati, ma nei modi ben noti).

Quel che il saggio racconta all’inizio è che gli Alleati scelsero deliberatamente di bombardare la popolazione civile per fiaccarne il morale e che, se questo pareva all’inizio il solo sistema alla loro portata, in seguito sarebbe stato possibile passare a un approccio più mirato, colpendo infrastrutture e fabbriche, ma si preferì continuare a colpire la popolazione civile, dimostrando un’insensibilità non certo inferiore a quella tedesca.

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Winfried G. Sebald  (Wertach, 18 maggio 1944 – Norfolk, 14 dicembre 2001)

Sebald evidenzia come i tedeschi, forse per un senso di colpa nazionale, non hanno mai evidenziato il colossale processo distruttivo subito e come la letteratura post-bellica sia stata incapace di esprimere un epos della distruzione.

La Germania ha subito (secondo Wikipedia) 635.000 morti tra i civili, 10 milioni di senza tetto, 3.370.000 appartamenti distrutti, 40 agglomerati urbani annientati per oltre il 50%.  Qualcuno potrà dire che è poco, anche solo rispetto ai sei milioni (o furono di più come alcuni sostengono?) di vittime dell’olocausto, ma sono comunque numeri impressionanti.

Dopo queste premesse, mi sarei aspettato che Sebald cercasse di colmare questo vuoto informativo-culturale, descrivendo gli orrori della Guerra visti dal versante tedesco, dei bambini, delle donne e dei vecchi uccisi. L’autore, invece, si “limita” a fare un’analisi della letteratura bellica e post-bellica, per dimostrare quanto poco questa abbia saputo affrontare il tema.

Insomma, Sebald ci indica che manca un grande romanzo o un’opera di qualche genere che descriva questa faccia dell’orrore bellico, ma non è lui, come mi ero illuso, a cercare di colmare questo vuoto, almeno come descrizione di quanto avvenuto. Il saggio, dunque, più che un saggio storico è un saggio di letteratura, che penso potrà interessare gli studiosi della materia, più di quanto abbia interessato me.

Insomma, “Storia naturale della distruzione” è, essenzialmente, un invito a scrivere un libro che ancora non c’è. Da autore mi sentirei anche attratto dalla sfida, ma non penso di avere competenze adeguate. In ogni caso, credo, infatti, che toccherebbe a un tedesco trovare il coraggio di scriverlo.

Immagine correlata

Distruzione di Dresda

 

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