LA NONNA DI TUTTE LE DISTOPIE

La distopìa (o antiutopìa, pseudo-utopia, utopìa negativa o cacotopia) descrive un mondo negativo. Personalmente credo che si possa dividere il genere in due grandi gruppi.

Da una parte le distopie che parlano di società in cui le regole sono molto più forti e stringenti di quanto siano nella realtà. Si tratta sostanzialmente di parodie o esasperazioni di regimi totalitari.

Dall’altra parte abbiamo distopie in cui qualche evento ha portato al collasso dell’ordine civile e in cui le regole sono pressoché scomparse.

Nel primo caso abbiamo a che fare con ambienti in cui lo Stato o un qualche tipo di Sovrano esercita un forte controllo sui movimenti e la vita delle persone.

Nel secondo caso, ci troviamo soprattutto in momenti successivi a qualche evento apocalittico che ha quasi annientato l’umanità e disintegrato ogni forma di organizzazione sociale.

Pare che il termine distopia sia stato coniato nel 1868 dal filosofo John Stuart Mill, che si serviva allo stesso tempo anche di un sinonimo coniato da Jeremy Bentham nel 1818, cacotopìa.

Questo però non vuol dire che non possano esistere distopie antecedenti al XIX secolo e spero di poterle individuare (segnalatemele, se ne conoscete).

Entrambe le parole si basano sul termine utopìa, inteso come luogo ideale e i riferimenti sono a “La Repubblica” di Platone, “L’Utopia” di Tommaso Moro, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella, “La Nuova Atlantide” di Francesco Bacone e numerose opere successive.

Distopìa è l’esatto opposto di Utopia e andrebbe compreso perché non vi siano opere contemporanee a quelle citate che possano essere classificate come tali o se ve ne siano.

Tra le prime opere di rilievo di norma citate per il filone distopico vi sono le narrazioni fantapolitiche antitotalitarie della prima metà del Novecento, tra cui “Il Tallone di Ferro” (The Iron Heel, 1908) di Jack London, “Noi (Мы, 1921) di Evgenij Ivanovič Zamjatin, “Qui non è possibile” (It Can’t Happen Here, 1935) di Sinclair Lewis, “Antifona” (Anthem, 1938) di Ayn Rand e “1984 (Nineteen Eighty-Four, 1948) di George Orwell.

Dunque, se “Noi” non è la prima distopia della storia della letteratura, è però senz’altro una delle prime opere fondamentali dell’epoca in cui questo genere ha preso la sua forma moderna. La sua influenza su opere come “1984” di Orwell o “Il Mondo Nuovo” di Huxley sono oggetto di studio.

 

Lo scrittore russo Evgenij Ivanovič Zamjatin scrisse Noi (in russo Мы) tra il 1919 e il 1921.

È un romanzo a carattere satirico ambientato nel futuro, in cui vengono estremizzati il totalitarismo e il conformismo sovietici. La ricerca spasmodica della felicità passa attraverso la soppressione della libertà. Essere felici è un obbligo. Le vite delle persone, che si muovono in un mondo di vetro (materiale, qui, dai molteplici usi), sono controllate matematicamente, come in un sistema industriale di tipo tayloristico. L’omologazione totale degli individui è rappresentata anche con la scomparsa dei nomi, sostituiti da sigle. Il protagonista si chiama D-503 ed è il “Primo Costruttore” di una gigantesca astronave, detta l’Integrale, con cui lo Stato Unico che domina l’intera Terra, intende esportare in altri pianeti il proprio modello di felicità obbligatoria.

L’uso diffuso del vetro rende le vite dei cittadini soggette allo sguardo costante delle altre persone e in particolare dei guardiani, anticipando l’idea dell’occhio scrutatore del Grande Fratello orwelliano.

Il protagonista, che per il proprio ruolo si presenta tra i più integrati e convinti del sistema, andrà in crisi quando incontrerà una donna, che lo metterà in contatto con i ribelli e che gli mostrerà che, oltre il muro verde, esiste un mondo selvaggio in cui la vita non segue le regole fisse e immutabili dello Stato Unico, in cui l’Orario delle Ferrovie viene considerato un classico della letteratura.

Il romanzo è, insomma, interessante sia per la fantasia creativa del mondo distopico immaginato, sia per gli influssi sulle opere successive, sia per alcune trovate e passaggi degni di essere citati.

Evgenij Ivanovič Zamjatin

Evgenij Ivanovič Zamjatin

Eppure devo ammettere che durante la lettura la mia attenzione ha avuto assai più spesso del normale dei cali di attenzione superiori a quelli che possono capitarmi durante una lettura e non saprei quanto questo possa essere dipeso dal fatto che ho letto l’e-book con il TTS (voce sintetica in auricolare) in un momento in cui ho vari pensieri. Di norma, però questo non è sufficiente a far calare la mia attenzione. Credo ci sia quindi qualcosa nello stile narrativo che, pur avendo delle punte che richiamano fortemente l’attenzione del lettore, altre volte fa sì che la tensione narrativa tenda ad allentarsi. Questo, in effetti, è spesso uno dei problemi dei romanzi che descrivono mondi alternativi. La necessità di spiegare cose inusuali allontana l’autore dalla trama principale e dagli eventi narrati. Inoltre, occorre considerare che nei primi anni del XX secolo era ancora forte l’influsso dello stile fortemente descrittivo dei grandi romanzi ottocenteschi, russi in particolare. Il romanzo dunque mescola, mi pare, punte di forte modernità e uno stile a tratti brioso tipico della migliore fantascienza con momenti descrittivi, pur contenuti, dal ritmo più lento.

 

Firenze, 13/04/2013

 

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4 responses to this post.

  1. […] tratta, cioè di opera che descrive mondi alternativi degenerati, genere che ha visto opere come “Noi” di Zamjatin, “Il mondo nuovo” di Huxley”, “1984” di Orwell, “Cielo di sabbia” di […]

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  2. […] autoritari, ma questo è più la caratteristica delle grandi distopie del secolo scorso come “Noi” di Zamjatin, “1984” di Orwell o “Il mondo nuovo” di Huxley o“Fahreneit 451” di […]

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  3. […] autoritari, ma questo è più la caratteristica delle grandi distopie del secolo scorso come “Noi” di Zamjatin, “1984” di Orwell o “Il mondo nuovo” di Huxley o“Fahreneit 451” di […]

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