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I PARAOVINI DI MURAKAMI

Haruki Murakami

Un ragazzino che passa il tempo nel museo di un acquario a fissare un pene di balena, un tale (il ragazzino cresciuto) lasciato dalla moglie che si è portata via tutto ciò che la ricordava, persino la metà delle foto, un autista che ha il numero di telefono di Dio, un Boss moribondo che cerca una pecora e una pecora immortale che vuole cambiare il mondo sono tutte trovate geniali per scrivere delle storie affascinanti. Haruki Murakami le ficca tutte assieme in “Nel segno della pecora”, ottenendo un romanzo che incuriosisce ma che, purtroppo, ha i classici difetti dei romanzi di questo autore, che meriterebbe la collaborazione con un editor aggressivo per trasformarsi in un gigante della letteratura. Anche qui l’amore per i dettagli inutili e la prolissità di Murakami riescono a dare una bella botta a una storia che aveva le carte per essere qualcosa di piuttosto affascinante. Si aggiunga a questo una certa confusione generata nel lettore da vicende tanto incredibili e prive di una forte logica e forse si capirà perché la mia ricerca del capolavoro tra le pagine di questo autore tanto creativo sia fallita ancora una volta. “Nel segno della pecora” è stato pubblico nel 1982, mentre la bi-trilogia “1Q84” è uscita nel 2009-2010. Nel primo romanzo ritroviamo alcuni elementi che saranno sviluppati in “1Q84”. Il Boss ricorda molto il Leader della trilogia, la pecora qui ha il potere di entrare nelle persone, mentre in “1Q84” c’erano i Little People che uscivano da una capra cieca. Praticamente dei para-ovini (ovini dai poteri paranormali)! Qui non c’è il mondo alternativo e quasi ucronico dell’opera più recente, ma il protagonista si ritrova comunque estraniato dalla sua vita normale, spinto in questa caccia surreale alla pecora e alla ricerca dell’amico perduto detto Il Ratto. Una certa passione di Murakami per gli erbivori direi che si ritrova anche ne “La fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” con i suoi unicorni al pascolo, mentre l’atmosfera surreale pare una costante nelle opere del giapponese, non mancando neanche in “Kafka sulla spiaggia”. Fa eccezione in questo forse solo “Norwegian wood”. “Nel segno della pecora” condivide invece con “Tokyo blues” (altro nome di “Norwegian wood”) il senso di perdita, che si delinea subito con l’abbandono da parte della moglie del protagonista, poi da parte della sua ragazza, ma soprattutto con il senso di vuoto provato da chi (Il Professore delle Pecore, Il Boss) ha perso la pecora che era stata in lui o in chi (Il Ratto) teme di perderla. Anche qui si parla di amicizia, ma è più che altro ricerca di un’amicizia perduta.

Insomma, continuo ad adorare le idee di questo autore di Kyoto, ma non riesco a sentirmi mai pienamente soddisfatto dalla loro realizzazione. Tra i romanzi che ho letto, il solo che mi pare avere un buon equilibrio narrativo è forse “Kafka sulla spiaggia”. In effetti, un po’ poco per consentire all’accademia di Stoccolma di insignirlo del premio Nobel, cui è stato più volte candidato (con il mio incerto tifo).

ATTRAZIONE INFANTILE

Quando leggo un autore esordiente, emergente o, come dico io, “poco noto”, mi piace cercare di scoprire se dietro qualche minuscola casa editrice o dietro un’auto-pubblicazione non si nasconda uno scrittore di qualità o addirittura di potenziale successo.

Quando leggo un autore famoso, magari un autore di bestseller, vado alla ricerca di qualcuno che sappia emozionarmi, stupirmi, meravigliarmi, affascinarmi. Cerco, insomma, un autore immortale, almeno secondo i miei parametri.

Haruki Murakami è uno di questi autori famosissimi di cui ho già letto vari testi, scorgendovi e cercando sempre le tracce del genio, ma senza riuscire mai a trovare il capolavoro, l’opera eccezionale e prossima alla perfezione.

Murakami ha una grande fantasia, ma non sempre la porta ai suoi estremi, è un grande narratore, ma quasi sempre è prolisso e ripetitivo, come avevo già notato con il mio primo approccio a questo autore (“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”). Il primo difetto può essere soggettivo, nel senso che qualcun altro potrebbe non apprezzare un eccesso di fantasia, ma la prolissità e la ripetitività sono difetti quanto mai fastidiosi e non riesco a capire come, dopo tante pubblicazioni, si ritrovino ancora in opere recenti. Credo che per un autore di questo livello non dovrebbe essere difficile rendersi conto dei propri limiti e correggerli. Sorge dunque il sospetto che sia guidato dalle regole di mercato e dalle richieste dell’editore. Se l’editore gli chiede di sviluppare una storia in tre volumi da 400 pagine l’uno, ecco che, come un comune autore commerciale, si presta al gioco! Non saprei spiegare altrimenti il motivo per cui una trama affascinante come quella di “1Q84” sia stata  dilatata in circa 1.200 pagine e tre volumi, anziché condensata in un piccolo gioiello di 120 pagine, brillanti di genialità e fantasia.

Dei primi due volumi (“Libro 1 e 2”) ho già detto nel mio precedente post e purtroppo leggendo questo “Libro 3” c’è ben poco da aggiungere dato che delle oltre 400 pagine una buona metà servono a ricordare al lettore cose già lette nei precedenti volumi e delle 200 residue almeno 100 sono ripetizioni di cose dette nelle altre 100! Se già nel “Libro 1 e 2” avevo notato una certa ripetitività, in questo volume finale questa arriva a farsi quasi fastidiosa. Nei romanzi seriali capita che l’autore senta il bisogno di riepilogare i fatti già narrati nei precedenti romanzi e che il lettore potrebbe aver dimenticato, ma questo dovrebbe occupare una parte trascurabile del romanzo. Penso anzi che anche in ciascuno dei volumi seriali dovrebbe esserci una certa autonomia che permetta di procedere nella lettura anche saltando l’approccio a quanto viene prima.

Un vero peccato che sia così ripetitiva perché la storia sarebbe davvero affascinante.

Commentando i precedenti volumi avevo notato come Murakami si destreggiasse tra la descrizione del mondo reale e di quello immaginario. Vorrei qui solo osservare che, come avevo già notato leggendo “Tokyo blues”, il Giappone descritto da Murakami somiglia davvero troppo all’Occidente e all’America in particolare. Non avendone un’esperienza diretta mi chiedo se davvero il Sol Levante sia divenuto così tanto una colonia culturale degli Stati Uniti o se non sia piuttosto questo autore a esserne un po’ troppo affascinato, se non asservito.

Haruki Murakami

Se la trama di “Tokyo blues” è esile, la storia però ha una sua densità, maggiore di quella di “1Q84” e credo che, sebbene privo delle componenti fantastiche di quest’ultimo, mi abbia preso di più, inducendomi a sperare che questo autore potesse rivelarsi un possibile nobel. Idea che, dopo questa lettura, è andata fortemente ridimensionandosi in me.

Il migliore tra i romanzi di Murakami che ho letto finora rimane “Kafka sulla spiaggia”, il più proporzionato ed equilibrato dei suoi libri, con personaggi fantastici come “1Q84”. È solo grazie a queste letture, che posso continuare a sperare che nella bibliografia di questo autore si celi qualche gioiello, anche se l’avvio di “1Q84” mi aveva fatto ben sperare.

Affascinanti, come ho scritto commentando la prima parte, sarebbero i personaggi, dalla diciasettenne dislessica autrice dello pseudobiblion “La Crisalide d’aria” (vi compare anche un secondo pseudobiblion “Il paese dei gatti”), alla killer per conto di un istituto di assistenza per donne maltrattate, al gost-writer matematico ed ex-campione di arti marziali. I primi due volumi vedono come protagonisti questi ultimi due (Aomame e Tengo), spostando alternativamente il punto di vista narrativo dall’uno all’altro. Le loro vite, che si erano sfiorate nell’infanzia, sono segnate da una “attrazione infantile” che li porta a essere l’uno attratto verso l’altra sebbene abbiano trent’anni e si siano totalmente persi di vista da quando ne avevano dieci. Questo, dunque, potrebbe essere un romanzo sulle anime gemelle, su come alcune persone siano destinate a stare con altre, su come l’amore possa unire due cuori anche a distanza di anni e chilometri. Un po’ lo è e un po’ è altre cose. Un po’ è narrazione sulla relatività del reale, sui mondi possibili, sui limiti della fantasia, sulla compenetrazione tra vita e narrativa, con i due pseudobiblia che entrano quasi nel mondo reale, qualcosa che mi fa un po’ pensare a “La bambina dei sogni”. Un po’ è avventura tra sette misteriose e loschi individui come l’investigatore privato ex-avvocato dal cranio deforme Ushikawa, personaggio poco simpatico, che nei primi due volumi fa un’apparizione piuttosto veloce e che qui diviene quasi il terzo protagonista, dato che uno dei punti di vista diviene il suo. Sarà infatti tramite i suoi occhi che vedremo ricostruita la storia narrata in precedenza. Personaggio dunque tre volte fastidioso: per la sua antipatia, per la sua intromissione nella trama e nella struttura del romanzo, per la ripetitività della narrazione che si porta dietro. Direi che se la scrittrice diciassettenne Fuleaeri avesse avuto più spazio e Ushikawa meno, il tutto, secondo il mio modesto parere, ci avrebbe guadagnato. Molte sono le citazioni, in primis “1984” di Orwell, dalle cui atmosfere siamo però lontanissimi.

Insomma, nella mia ricerca del capolavoro, Murakami con questo volume ha fatto un bel balzo indietro.

CONDIRE LA REALTÀ CON LA FANTASIA: l’assassina per beneficenza e la scrittrice dislessica

1Q84”, pubblicato nel 2009, è un romanzo complesso e articolato, che induce varie riflessioni. Innanzitutto sul rapporto tra realtà e fantasia. Secondariamente sulla tendenza a una certa prolissità di questo autore e, infine, sulla sua genialità o, quantomeno, sui limiti di questa.

Il romanzo può essere letto come una descrizione del Giappone di fine XX secolo, ma anche, per me più correttamente, come la creazione di mondi immaginari. Sono pochi gli autori che come Haruki Murakami sanno unire strettamente mondo reale e mondo immaginario. L’altro esempio forse più importante è Stephen King. Credo sia soprattutto questa loro grande capacità a farmeli apprezzare entrambi, facendomi interrogare sulla loro genialità (che si esprime in capacità creativa e interpretazione della realtà percepita o immaginata) e a portarmi ultimamente a cercare di scoprirli meglio. I loro approcci sono chiaramente diversi e non mi pare che, pur essendo contemporanei, il giapponese e l’americano si siano influenzati reciprocamente.sc

Nel mondo reale delle storie di Murakami si insinuano spesso personaggi fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro crisalidi d’aria di “1Q84” e a volte è la realtà stessa a venirne alterata, come il bosco in cui si perde il giovane Kafka o la città circondata dall’alta muraglia intorno a cui vivono gli unicorni o il 1984 alternativo in cui si muovono l’assassina Aomame e il matematico Tengo di “1Q84”. I romanzi di King spesso creano mondi più lontani dalla realtà, eppure con una maggior coerenza razionale. In Murakami l’alterazione della realtà ha una potenza onirica, che non si lascia imbrigliare dalla razionalità della logica. Entrambi si sono allontanati dalla fantascienza e dal suo meccanismo fondamentale: partire, cioè, da un’ipotesi fantastica e farne derivare uno sviluppo coerente. In King elementi fantascientifici si mescolano a componenti fantasy, paranormali o totalmente fantastiche. In Murakami il quotidiano si fonde con il fantasy e l’onirico.

Diversa tra i due autori è anche la padronanza della narrazione. King, forse forte di una collaudata squadra di collaboratori, difficilmente scrive pagine inutili. Lo stesso non riesco a dire di Murakami.

Sebbene i suoi romanzi mi affascinino, già leggendo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” avevo notato una certa prolissità, che si perdeva in descrizioni minuziose poco funzionali alla narrazione.

In “1Q84”, sebbene sia ancora più lungo (800 pagine i soli “Libro 1 e 2”) non è tanto la prolissità a disturbarmi, dato che le vicende narrate sono estremamente coinvolgenti e non ci sono punti morti, quanto le ripetizioni di frasi e concetti, forse utili per un lettore distratto, che legga il libro con molta calma, dimenticandosi delle parti lette magari settimane prima. La trama è certo complessa e alcune cose raccontate sono “nuove” e, come dice nel libro l’editore Komatsu al protagonista Tengo, quando si descrive qualcosa che tutti conoscono non occorre essere dettagliati, ma quando si scrive qualcosa che nessuno ha mai visto, come un cielo con due lune, occorre descriverlo bene. Murakami dà dunque l’impressione di essere preoccupato che qualcuno non lo capisca e, forse per questo, si ripete. Per chi come me, invece, legge con una certa velocità e una discreta attenzione, tutte queste ripetizioni sono un difetto che fanno, purtroppo, di un’opera di grande qualità, qualcosa di inferiore.

 

Quando ho cominciato a leggere “1Q84 – Libro 1 e 2: Aprile – Settembre” pensavo che 1Q84 stesse a indicare il primo trimestre del 1984 (anche se i mesi indicati non coincidevano), come si fa in contabilità (1st Quarter ’84). Si tratta, invece, del modo in cui la protagonista Aomame (Piselloverde, in giapponese) chiama l’anno in cui vive, quando si accorge che la realtà è stata alterata e che sta vivendo in un tempo alternativo. La “Q” sta per “Question Mark” (punto interrogativo). In giapponese è una lettera “strraniera” e si legge “kiu”, come la parola che vuol dire “nove”. La scelta dell’anno è un omaggio al celebre romanzo di Orwell, da cui però prende ben poco. Altri romanzi fantascientifici, oltre a questo, sono espressamente citati, come “Viaggio allucinante” di Asimov (la protagonista Aomame parla a dir il vero del film che ne fu tratto), ma il vero riferimento mi pare “L’invasione degli ultracorpi” con i suoi baccelli giganti da cui escono copie degli esseri umani. Numerosi sono anche i riferimenti alla musica occidentale. In questo romanzo, come in “Tokyo blues” si nota una prevalenza di citazioni della cultura europea e americana (più volte si parla di Cechov), rispetto a quella giapponese, al punto da far spesso quasi dimenticare che l’ambientazione è in Giappone.

Aomame, una ragazza single che fa la killer per conto di un’associazione di beneficenza, comincia a notare che il mondo è cambiato in alcuni piccoli particolari, come le divise dei poliziotti. Capisce allora di essere in un diverso 1984. La sua storia si intreccia con quella di una ragazza dislessica di diciassette anni, Fukaeri, che ha scritto (anzi dettato) un romanzo, “La crisalide d’aria”, che il matematico e scrittore Tengo riscrive trasformandolo in un bestseller. Si tratta di un vero e proprio metaromanzo, il cui pseudobiblion, “La crisalide d’aria”, assume un peso e una rilevanza crescente, al punto che i personaggi si troveranno a vivere all’interno della storia che vi è narrata, sebbene sia fantastica, con strane creature che escono dalla bocca di una capra morta, i Little People. Può essere così oppure è la ragazza ad aver narrato una storia vera, per quanto possa sembrare fantastica. Oppure, come si accenna nel romanzo, causa ed effetto si vanno confondendo.

Sebbene ci siano molti elementi fantastici, questi sono il giusto condimento di una realtà molto concreta, fatta di bambini solitari, plagiati e persino violentati, donne vittime di violenza domestica, lavori precari, estremismi religiosi e politici quanto mai attuali.

Haruki Murakami

Tengo trascorreva il suo tempo libero accompagnando il padre che lavorava come esattore del canone televisivo, senza aver mai avuto una vera infanzia. Aomame era cresciuta in una comunità religiosa detta dei Testimoni (che somigliano molto ai Testimoni di Geova), mentre Faukaeri è fuggita da una comunità religiosa, il Sakigake che potrebbe far pensare (almeno nel suo ramo rivoluzionario secessionista) agli Aum Shirinkyo, che attaccarono la metropolitana di Tokyo nel 1995, e sebbene entrambe ne siano fuggite, il romanzo appare un’occasione se non per denunciare, almeno per segnalare l’esistenza di simili gruppi religiosi in Giappone. Il mondo reale da cui si dipana la storia fantastica, è infatti Tokyo, una città difficile, in cui anche un bambino prodigio della matematica e promessa dello judo, si trova da adulto a fare lavori saltuari come supplente di matematica e revisore di bozze part-time per una casa editrice e la bella Aomame sbarca il lunario tra massaggi, training d’arti marziali e omicidi su commissione per eliminare mariti violenti per conto di un’associazione che ne accoglie le vittime. Vediamo così una Tokyo molto concreta, ma in cui una sorta di deviazione ucronica porta scompiglio, facendo addirittura comparire una seconda luna in cielo.

Aomame e Tengo, sono due trentenni che vivono da soli, senza affetti o amore. Aomame ricorda però un bambino di cui si era innamorata alle
elementari. Tengo ricorda una bambina della cui immagine non riesce a liberarsi da oltre vent’anni, sebbene non l’abbia più rivista. Una strana forza li spinge uno verso l’altro. Riusciranno a incontrarsi o si bruceranno nel tentativo di salvarsi a vicenda?

Il romanzo è diviso in tre libri, i primi due pubblicati assieme in un unico volume e il terzo da solo. Ho per ora letto i primi due. Il secondo si chiude lasciandoci con il fiato sospeso, con entrambe le storie ancora lontane dal vedere il proprio epilogo, ma ormai intrecciate saldamente tra loro.

Un personaggio (Tamaru) a un certo punto afferma “Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».” E stiamo ancora aspettando di capire se Murakami rispetterà la regola.

GLI AMICI SCOMPAIONO (E A VOLTE SI SUICIDANO)


Haruki Murakami
(村上 春樹 – Kyoto, 12 gennaio 1949) è un autore che mi incuriosisce, nel senso che ancora non sono riuscito a capire quanto mi piaccia e quanto sia davvero uno dei migliori autori di questo XXI secolo. Che abbia delle indubbie qualità è testimoniato anche dal fatto che più volte sia stato fatto il suo nome tra i possibili Premi Nobel per la Letteratura, sebbene non l’abbia ancora mai vinto.

Di lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei suoi titoli più importanti, quindi non poteva mancare in questo percorso di scoperta.

L’arte di correre” non è un romanzo ma qualcosa a metà tra un testo autobiografico e un saggio su scrittura e corsa, quindi non fa particolarmente testo in quest’analisi. I due romanzi hanno forti componenti immaginarie e ci portano in mondi di fantasia in modo originale e mi era parso di cogliere la qualità di questo scrittore proprio nella sua capacità di calarsi con la dovuta leggerezza in questi universi inventati. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, però, mi aveva lasciato piuttosto perplesso per una certa prolissità e per un attardarsi nella descrizione dei dettagli.

Tokyo blues” è lettura del tutto diversa dalle altre tre. La componente immaginaria è del tutto assente, sebbene una dei personaggi abbia qualche leggero disturbo mentale, ma questo non porta Murakami a calarci in un mondo di allucinazioni, come mi sarei aspettato dalla lettura degli altri due romanzi.

Tokyo blues” è un romanzo che nasce con un “difetto” strutturale per il mio modo di valutare un’opera di narrativa: ha una trama esile. Questa si può riassumere agevolmente, senza togliere nulla al piacere di chi dovesse ancora leggere il libro: un ragazzo, nell’arco della sua vita che va dai diciassette a poco più di vent’anni, perde alcuni amici e amiche.

Forse la grandezza di questo autore può essere trovata proprio nella capacità di realizzare un romanzo valido pur rinunciando a questo fondamentale elemento. In realtà, non si può dire che la trama sia del tutto inesistente. È invece il suo rapporto con i personaggi a essere rovesciato. Per me in un buon romanzo i personaggi devono essere al servizio della trama. Qui invece è l’inverso. “Tokyo blues” è un libro costruito sul protagonista e sugli altri personaggi. Per descriverlo e descrivere i suoi amici, Murakami inventa delle piccole storie. Ogni personaggio nasce dunque da queste piccole trame. “Tokyo blues” è dunque un ritratto narrativo. Un dipinto in cui accanto al protagonista, per completarlo e descriverlo pienamente, vediamo i ritratti di chi gli è intorno. Eppure non siamo portati a distrarci o a perderci come in una raccolta di racconti, perché queste storie sono elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi e quindi del libro.

Cercando di analizzare alcuni best-seller (il primo fu la serie di Harry Potter), avevo individuato alcuni ingredienti fondamentali per il successo di un romanzo d’avventura: trama, strutturazione, ambientazione costante;  ripetitività e ritualità, magia come estraneamento dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici, grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance,  paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte.

Tokyo blues” non è un romanzo d’avventura, quindi, chiaramente, sarà difficile trovarci tutti tali elementi. Sono peraltro presenti amicizia, iniziazione e crescita verso l’età adulta e morte. Se davvero fossero necessari tutti gli elementi visti per Harry Potter per fare un romanzo di successo, questo non avrebbe molte possibilità! Dunque quelli che sono elementi importanti per un romanzo, non lo sono affatto per altri. Non contano solo gli “ingredienti”, ma anche le “dosi”.

L’assenza di trama può essere compensata da una “dose” maggiore di personaggi. Se un elemento è ben realizzato e sviluppato può, come in questo caso supplire abbondantemente all’assenza di altri.

Se analizzando “Harry Potter” mi ero chiesto cosa ne avesse determinato il successo,  mi chiedo ora quali elementi fanno sì che a me, personalmente, piaccia un romanzo.

I primi due romanzi che ho letto di Murakami mi erano piaciuti, credo, soprattutto per il mondo magico descritto. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” mi era piaciuto anche per le sue riflessioni sul tempo (tema che mi affascina sempre) e per il tentativo di descrivere una storia sulla coscienza e sui suoi limiti. In “Kafka sulla spiaggia” c’è ancora un interessante fuga dal tempo e c’è una storia di crescita e di iniziazione.

In “Tokyo blues”, come già scritto, non c’è magia e non ci sono neppure riflessioni sul tempo e la coscienza. In “Tokyo blues” si parla soprattutto di amicizia, tra un ragazzo e altri ragazzi, ma anche tra lui e delle ragazze. In questo caso, si coglie il sottile confine tra amicizia e amore. L’amicizia appare come un bene prezioso ma fragile, fugace. È prezioso proprio per questo. Il protagonista, che è anche la voce narrante, Tōru Watanabe, perde, infatti, i suoi amici più cari, anche se talora (penso a Midori Kobayashi) torneranno. All’inizio formava un terzetto molto stretto con Kizuki e Naoko, ma, una dopo l’altro, si suicidano entrambi. “Tokyo blues” diventa quindi romanzo sulla perdita e il suo dolore, sul bisogno di superarlo e di crescere e maturare attraverso il superamento di questo dolore. Questo ne fa lettura intensa ed emotivamente coinvolgente. Ecco, dunque, tre degli “ingredienti” di cui parlavo, amicizia, morte e crescita, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dagli altri.

Se questo romanzo mi è piaciuto, nonostante l’assenza della creatività immaginifica che mi aveva fatto avvicinare a questo autore giapponese, credo sia per la forte presenza di questi elementi, oltre che per l’efficace descrizione dei personaggi.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Da autore ucronico e amante del genere fantastico (dove l’ambiente è fondamentale), non posso poi non notare qui un’ambientazione particolare. Siamo in Giappone, un Giappone molto reale, e talora si citano alcune città e luoghi di questo Paese, ma la storia avrebbe potuto svolgersi in qualunque Paese moderno. I riferimenti e le citazioni di opere musicali e letterarie sono numerose, a partire dalla canzone “Norvegian Wood” che dà il nome ad alcune edizioni del romanzo, ma sono quasi sempre titoli occidentali. Siamo a Tokio ma potremmo essere benissimo a Berlino, Londra, Roma o Parigi. Tradiscono l’ambientazione solo alcuni rari termini giapponesi, più che altro legati alla cucina e all’arredamento. Come mai Murakami si rivela così poco giapponese? Nelle note alla fine del volume rivela che il romanzo è stato scritto tra la Grecia, la Sicilia e Roma. Indubbiamente questo deve avere avuto il suo effetto sulla scrittura, così come il fatto, sempre citato a fine volume, che Murakami ascoltasse musica occidentale e soprattutto Sergent Pepper dei Beatles mentre scriveva.

In conclusione, questo romanzo mi è piaciuto e si collocherà senz’altro tra le mie letture preferite, anche se non saprei ancora a che posto; però, sebbene abbia capito che Murakami sa essere autore vario e diverso da libro a libro, cosa che considero un grande pregio, ancora non saprei quanto sia geniale e se lo voterei per il prossimo Premio Nobel.

LO SCRITTORE CORRENTE E LO SCRITTORE CAMMINANTE

Murakami Haruki - L'Arte di correre

Murakami Haruki – L’Arte di correre

L’Arte di Correre” di Haruki Murakami non parla solo di corsa. Parla anche di scrittura e, secondariamente, di vita. Non ho un interesse particolare verso la corsa, dunque l’ho letto per due motivi: perché Murakami è un autore stimolante, che sto cercando di scoprire, e perché mi interessava comprendere la relazione che questo ritiene esserci tra scrittura e corsa.

Io non corro, ma di recente ho preso a camminare con regolarità. Murakami si definisce, più volte, nel volume “scrittore professionista”, mentre io sono solo un bancario che ama scrivere nel tempo libero. Mi è parso però che qualche similitudine tra le nostre pur diverse situazioni potesse esistere e quindi mi ha incuriosito approfondire le differenze.

Le più importanti le ho appena citate, ma non sono le sole. Murakami, essendo un professionista della scrittura, può permettersi di dedicare un numero di ore preciso e regolare alla scrittura (che io esercito nei ritagli di tempo) e altro tempo ricorrente e costante alla corsa. Per lui queste due attività sono prioritarie e legate tra loro, al punto che le ha iniziate entrambe a trent’anni. Io, invece, pur avendo sempre scritto, lo faccio in modo più regolare solo dalla metà degli anni ’90 (dunque quasi da vent’anni!), mentre ho scelto di camminare con frequenza solo da un anno. Per me scrivere viene dopo famiglia e lavoro. Camminare ancora dopo.

Per Murakami la corsa serve a compensare l’attività “malsana” della scrittura. Per me, camminare serve a tenere bassa la pressione. Lui ritiene che senza la corsa non sarebbe diventato uno scrittore e che molte cose che ha imparato facendo le maratone, le ha poi tradotte in metodo per la scrittura. Per me scrivere è un’attività benefica, che, se proprio vogliamo, compensa quella “malsana” del lavoro.  O, quantomeno, non riesco a considerarla “malsana”.

Murakami Haruki

Murakami Haruki

La maratona è un tipo particolare di corsa che richiede costante allenamento, perseveranza e, dice Murakami, talento. Lo stesso, ritiene, serva per scrivere romanzi. Non essendo un maratoneta, prendo per buona questa affermazione nel campo della corsa, ma la confermo per esperienza come scrittore, con qualche distinguo.

Murakami ritiene che il talento, di un maratoneta come di un autore, raggiunga a un certo punto un apice e poi declini, dovendo essere compensato da costanza, perseveranza e tecnica. Ritiene però che ci siano autori in cui il talento è solo una fiammata e altri in cui non cessa mai.

Esiste davvero un talento? Io credo che la scrittura come quasi ogni attività, richieda teoria, tecnica, esperienza e che con il solo talento si possa far poco. Se esiste, dovrebbe essere una sorta di capacità innata di fare le cose bene e con facilità. Un autore di talento non dovrebbe avere la crisi della pagina bianca. Mi viene dunque da chiedermi: sono un tecnico (dilettante) della scrittura oppure ho del talento? Credo che non dovrei esser io a rispondere, però non so se possano farlo neppure i lettori. Quali lettori sono in grado di riconoscere il talento dalla buona tecnica? Se il talento è una capacità di fare, non si può giudicare dal suo risultato, ma da come a questo siamo arrivati.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Mi consolo allora pensando che non ho mai difficoltà a scrivere. Il mio problema semmai è che sono troppe le cose che vorrei scrivere e troppo poco è il mio tempo. La mia è una capacità innata? Non credo. È vero che già alle elementari la scrittura mi divertiva, ma non ero certo in grado di affrontarla bene. Non ho scritto nulla di organico finché ero a scuola. Presumibilmente neppure ora domino adeguatamente la scrittura, alla soglia dei cinquant’anni, altrimenti sarei famoso, perché un vero talento dovrebbe superare tutte le difficoltà (gli editori che non leggono e non sostengono i piccoli autori, il mercato asfittico e tutte le altre scuse di noi autori sfigati).

Inoltre, Murakami dice di riuscire a concentrarsi su un solo progetto per volta. Ci riesco anche io (è stato decidendo di farlo che sono arrivato a ultimare il mio primo romanzo), ma solo impegnando gli scampoli di tempo che mi residuano, non certo dedicandoci varie ore ogni giorno. La regola è comunque buona e valida.

Insomma, credo che la grossa differenza tra me e lui, sia proprio in quanto dicevamo all’inizio: io scrivo per hobby, lui per mestiere e questo genera tutte le altre differenze.

Perché, allora, Murakami è un professionista del romanzo? Forse perché ha un talento sufficiente a consentirgli di diventarlo.

Peccato che qui in Italia gli scrittori di professione siano solo una decina. Evidentemente siamo un Paese senza talento! O forse no. Forse c’è anche qualcos’altro che non quadra. Ditemi voi.

Firenze, 26/09/2012

FUGA IN BIBLIOTECA OLTRE IL TEMPO

Haruki Murakami - Kafka sulla Spiaggia

Haruki Murakami – Kafka sulla Spiaggia

Dove può fuggire un adolescente giapponese in conflitto con il padre assente? Ovviamente in una biblioteca specializzata in haiku. Questa, molto in sintesi, è la trama di “Kafka sulla Spiaggia” di Haruki Murakami.

In questo nostro tempo, in cui i ragazzi sono calamitati da ben altre attrazioni, questa scelta del ragazzo che si fa chiamare Kafka e del suo amico immaginario che si fa chiamare Corvo, fa già di questo romanzo una storia originale e irreale.

Se poi il giovane in questione fa amicizia con uno strano bibliotecario transessuale, cerca di sfuggire a un complesso di Edipo con esplicita maledizione paterna che lo condannerebbe a uccidere il genitore, giacere con la madre e la sorella (che non vede da quando era bambino), la trama assume caratteri ancor più singolari.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Quando poi il ragazzo si addentra in un bosco al di fuori del tempo, guidato da antichi soldati dispersi e ritrova l’amata padrona della biblioteca come era da ragazza, capirete che Murakami è in grado di scatenare la propria fantasia ben oltre gli schemi consueti, cosa che lo rende uno degli autori più interessanti di questo inizio millennio, come già avevo notato dalla lettura de “Il Paese delle Meraviglie e la Fine del Mondo”.

Mi riprometto dunque di leggere altro di Murakami, per capire fin dove possa arrivare la sua creatività.

 

Firenze, 12/7/2012

LA SCRITTURA MINIMALISTA DELL’IMMAGINIFICO MURAKAMI

La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” del giapponese Haruki Murakami è una lettura lunga. Non mi riferisco con questo al numero delle pagine (352), ma al modo di scrivere di questo autore, che è portato dalla propria attenzione maniacale ai dettagli a dilatare i tempi narrativi oltre i canoni della letteratura occidentale, sebbene a questa si rifaccia e la citi costantemente. Certo il suo amore per gli autori russi, dovrebbe bastare a far capire quanto la sua scrittura possa dilatarsi.

Siamo però in un territorio assai diverso da quello della letteratura europea del XIX secolo. L’impianto della storia è quanto mai particolare e, sebbene abbia caratteristiche sia della fantascienza, che del fantasy, il risultato è un prodotto del tutto nuovo e non privo di fascino.

Già il doppio titolo dovrebbe insospettire. Il romanzo, infatti, è costruito come l’alternarsi di due storie diverse, l’una detta “La Fine del Mondo” e l’altra “Il Paese delle Meraviglie”. Le due vicende e i due mondi descritti sono, però, strettamente connessi e procedono in parallelo.

Il presupposto fantascientifico del romanzo è che il protagonista è stato sottoposto a un intervento al cervello, grazie al quale ora è in grado di criptare e poi decodificare i dati. Per fare ciò la sua coscienza è stata isolata e bloccata in un tempo che non scorre, uno spazio detto “La Fine del Mondo”. La prima storia è dunque la descrizione fantasy della coscienza del protagonista, popolata da strani unicorni (detti “le bestie”) che assorbono i vecchi sogni. Il protagonista in questa storia è un Lettore di Sogni, che li estrae dai crani degli unicorni morti.

È dunque una storia sulla coscienza e sui suoi limiti.

Nel mondo “reale”, il protagonista è un Cibermatico in fuga, inseguito da Semiotici e Invisibili. Lo accompagnano una ragazza grassa vestita di rosa e il nonno di questa, uno scienziato lunatico che ha inventato il sistema per separare la sua coscienza dal resto della mente e vive in rifugi irraggiungibili.

Haruki Murakami

A un certo punto, parte il conto alla rovescia e i due mondi sono destinati a riunirsi. Il protagonista del “Paese delle Meraviglie” vive la cosa come la fine della propria esistenza. Il protagonista de “La Fine del Mondo” cerca un sistema per uscire dalla città, circondata da un’alta muraglia senziente e custodita da un Guardiano cortese, ma armato di un’ampia collezione di oggetti da taglio e che custodisce l’ombra del protagonista in una gelida cantina. La sua ombra, separata da lui, vive e parla come una persona e, lentamente muore. Assieme progettano la fuga.

Insomma, senza entrare maggiormente nei dettagli, si tratta di una strana doppia storia, non priva di suggestione, se ne accettiamo gli aspetti fantastici e se si è disposti a leggere brani dilatati come questo:

Continuava a piovere e mi ero stufato di comprare vestiti, così rinunciai a cercare un impermeabile ed entrai in una birreria, dove bevvi una birra alla spina e mangiai delle ostriche. Per qualche misteriosa ragione gli altoparlanti del locale diffondevano una sinfonia di Bruckner. Il numero non me lo ricordavo, ma d’altronde chi è che si ricorda mai la numerazione delle sinfonie di Bruckner? In ogni caso era la prima volta che sentivo Bruckner in una birreria.

Oltre a me, nel locale c’erano solo altre tre persone. Una giovane coppia e un vecchio che portava un berretto. Il vecchio sorseggiava lentamente la sua birra, senza togliersi il berretto di testa, mentre i due giovani non toccavano quasi i loro boccali, immersi in una fitta conversazione a bassa voce. Questa è di solito l’atmosfera delle birrerie nei pomeriggi di pioggia.

Ascoltando Bruckner spremetti il limone sulle mie cinque ostriche e le mangiai in senso orario, e intanto bevvi un boccale medio. Sul grande orologio a muro del locale mancavano cinque minuti alle tre. Sotto il quadrante due leoni in piedi si facevano fronte, e torcendosi allentavano la tensione delle molle. Erano entrambi maschi, con le code ritorte. La lunga sinfonia finì e iniziò un Bolero di Ravel. Una strana associazione.

Ordinai una seconda birra, poi andai in bagno a orinare. Orinai per un tempo che sembrava non terminare mai. Non capivo come potessi produrre una tale quantità di orina, ma non avendo nessun impegno impellente ci misi tutto il tempo necessario.

Mi ci vollero circa due minuti. Intanto alle mie spalle continuava il Bolero di Ravel.

Strano, orinare mentre si ascolta Ravel. Mi dava l’impressione che non avrei smesso più.

Quando finalmente ebbi terminato, mi sentivo un altro. Mi lavai le mani e, dopo aver gettato un’occhiata alla mia faccia nello specchio ovale, tornai in sala e bevvi la seconda birra.” (pag. 296-297)

C’è da dire che il protagonista sa che il suo tempo sta per finire e quindi può aver senso immaginare che ogni minimo gesto assuma tanta importanza, ma un brano così si poteva agevolmente riassumere in un paio di righe senza togliere molto alla narrazione. Il romanzo è pieno di descrizioni simili, che incuriosiscono ma, alla lunga, appesantiscono la lettura.

Murakami è stato ben quotato trai candidati al recente Premio Nobel. Non ho letto altre cose sue, ma la sua scrittura, pur stimolante, mi è parsa spesso necessitare di un editor intraprendente che ne tagliasse ampi stralci.

Firenze, 19/10/2011

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