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CONDIRE LA REALTÀ CON LA FANTASIA: l’assassina per beneficenza e la scrittrice dislessica

1Q84”, pubblicato nel 2009, è un romanzo complesso e articolato, che induce varie riflessioni. Innanzitutto sul rapporto tra realtà e fantasia. Secondariamente sulla tendenza a una certa prolissità di questo autore e, infine, sulla sua genialità o, quantomeno, sui limiti di questa.

Il romanzo può essere letto come una descrizione del Giappone di fine XX secolo, ma anche, per me più correttamente, come la creazione di mondi immaginari. Sono pochi gli autori che come Haruki Murakami sanno unire strettamente mondo reale e mondo immaginario. L’altro esempio forse più importante è Stephen King. Credo sia soprattutto questa loro grande capacità a farmeli apprezzare entrambi, facendomi interrogare sulla loro genialità (che si esprime in capacità creativa e interpretazione della realtà percepita o immaginata) e a portarmi ultimamente a cercare di scoprirli meglio. I loro approcci sono chiaramente diversi e non mi pare che, pur essendo contemporanei, il giapponese e l’americano si siano influenzati reciprocamente.sc

Nel mondo reale delle storie di Murakami si insinuano spesso personaggi fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro crisalidi d’aria di “1Q84” e a volte è la realtà stessa a venirne alterata, come il bosco in cui si perde il giovane Kafka o la città circondata dall’alta muraglia intorno a cui vivono gli unicorni o il 1984 alternativo in cui si muovono l’assassina Aomame e il matematico Tengo di “1Q84”. I romanzi di King spesso creano mondi più lontani dalla realtà, eppure con una maggior coerenza razionale. In Murakami l’alterazione della realtà ha una potenza onirica, che non si lascia imbrigliare dalla razionalità della logica. Entrambi si sono allontanati dalla fantascienza e dal suo meccanismo fondamentale: partire, cioè, da un’ipotesi fantastica e farne derivare uno sviluppo coerente. In King elementi fantascientifici si mescolano a componenti fantasy, paranormali o totalmente fantastiche. In Murakami il quotidiano si fonde con il fantasy e l’onirico.

Diversa tra i due autori è anche la padronanza della narrazione. King, forse forte di una collaudata squadra di collaboratori, difficilmente scrive pagine inutili. Lo stesso non riesco a dire di Murakami.

Sebbene i suoi romanzi mi affascinino, già leggendo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” avevo notato una certa prolissità, che si perdeva in descrizioni minuziose poco funzionali alla narrazione.

In “1Q84”, sebbene sia ancora più lungo (800 pagine i soli “Libro 1 e 2”) non è tanto la prolissità a disturbarmi, dato che le vicende narrate sono estremamente coinvolgenti e non ci sono punti morti, quanto le ripetizioni di frasi e concetti, forse utili per un lettore distratto, che legga il libro con molta calma, dimenticandosi delle parti lette magari settimane prima. La trama è certo complessa e alcune cose raccontate sono “nuove” e, come dice nel libro l’editore Komatsu al protagonista Tengo, quando si descrive qualcosa che tutti conoscono non occorre essere dettagliati, ma quando si scrive qualcosa che nessuno ha mai visto, come un cielo con due lune, occorre descriverlo bene. Murakami dà dunque l’impressione di essere preoccupato che qualcuno non lo capisca e, forse per questo, si ripete. Per chi come me, invece, legge con una certa velocità e una discreta attenzione, tutte queste ripetizioni sono un difetto che fanno, purtroppo, di un’opera di grande qualità, qualcosa di inferiore.

 

Quando ho cominciato a leggere “1Q84 – Libro 1 e 2: Aprile – Settembre” pensavo che 1Q84 stesse a indicare il primo trimestre del 1984 (anche se i mesi indicati non coincidevano), come si fa in contabilità (1st Quarter ’84). Si tratta, invece, del modo in cui la protagonista Aomame (Piselloverde, in giapponese) chiama l’anno in cui vive, quando si accorge che la realtà è stata alterata e che sta vivendo in un tempo alternativo. La “Q” sta per “Question Mark” (punto interrogativo). In giapponese è una lettera “strraniera” e si legge “kiu”, come la parola che vuol dire “nove”. La scelta dell’anno è un omaggio al celebre romanzo di Orwell, da cui però prende ben poco. Altri romanzi fantascientifici, oltre a questo, sono espressamente citati, come “Viaggio allucinante” di Asimov (la protagonista Aomame parla a dir il vero del film che ne fu tratto), ma il vero riferimento mi pare “L’invasione degli ultracorpi” con i suoi baccelli giganti da cui escono copie degli esseri umani. Numerosi sono anche i riferimenti alla musica occidentale. In questo romanzo, come in “Tokyo blues” si nota una prevalenza di citazioni della cultura europea e americana (più volte si parla di Cechov), rispetto a quella giapponese, al punto da far spesso quasi dimenticare che l’ambientazione è in Giappone.

Aomame, una ragazza single che fa la killer per conto di un’associazione di beneficenza, comincia a notare che il mondo è cambiato in alcuni piccoli particolari, come le divise dei poliziotti. Capisce allora di essere in un diverso 1984. La sua storia si intreccia con quella di una ragazza dislessica di diciassette anni, Fukaeri, che ha scritto (anzi dettato) un romanzo, “La crisalide d’aria”, che il matematico e scrittore Tengo riscrive trasformandolo in un bestseller. Si tratta di un vero e proprio metaromanzo, il cui pseudobiblion, “La crisalide d’aria”, assume un peso e una rilevanza crescente, al punto che i personaggi si troveranno a vivere all’interno della storia che vi è narrata, sebbene sia fantastica, con strane creature che escono dalla bocca di una capra morta, i Little People. Può essere così oppure è la ragazza ad aver narrato una storia vera, per quanto possa sembrare fantastica. Oppure, come si accenna nel romanzo, causa ed effetto si vanno confondendo.

Sebbene ci siano molti elementi fantastici, questi sono il giusto condimento di una realtà molto concreta, fatta di bambini solitari, plagiati e persino violentati, donne vittime di violenza domestica, lavori precari, estremismi religiosi e politici quanto mai attuali.

Haruki Murakami

Tengo trascorreva il suo tempo libero accompagnando il padre che lavorava come esattore del canone televisivo, senza aver mai avuto una vera infanzia. Aomame era cresciuta in una comunità religiosa detta dei Testimoni (che somigliano molto ai Testimoni di Geova), mentre Faukaeri è fuggita da una comunità religiosa, il Sakigake che potrebbe far pensare (almeno nel suo ramo rivoluzionario secessionista) agli Aum Shirinkyo, che attaccarono la metropolitana di Tokyo nel 1995, e sebbene entrambe ne siano fuggite, il romanzo appare un’occasione se non per denunciare, almeno per segnalare l’esistenza di simili gruppi religiosi in Giappone. Il mondo reale da cui si dipana la storia fantastica, è infatti Tokyo, una città difficile, in cui anche un bambino prodigio della matematica e promessa dello judo, si trova da adulto a fare lavori saltuari come supplente di matematica e revisore di bozze part-time per una casa editrice e la bella Aomame sbarca il lunario tra massaggi, training d’arti marziali e omicidi su commissione per eliminare mariti violenti per conto di un’associazione che ne accoglie le vittime. Vediamo così una Tokyo molto concreta, ma in cui una sorta di deviazione ucronica porta scompiglio, facendo addirittura comparire una seconda luna in cielo.

Aomame e Tengo, sono due trentenni che vivono da soli, senza affetti o amore. Aomame ricorda però un bambino di cui si era innamorata alle
elementari. Tengo ricorda una bambina della cui immagine non riesce a liberarsi da oltre vent’anni, sebbene non l’abbia più rivista. Una strana forza li spinge uno verso l’altro. Riusciranno a incontrarsi o si bruceranno nel tentativo di salvarsi a vicenda?

Il romanzo è diviso in tre libri, i primi due pubblicati assieme in un unico volume e il terzo da solo. Ho per ora letto i primi due. Il secondo si chiude lasciandoci con il fiato sospeso, con entrambe le storie ancora lontane dal vedere il proprio epilogo, ma ormai intrecciate saldamente tra loro.

Un personaggio (Tamaru) a un certo punto afferma “Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».” E stiamo ancora aspettando di capire se Murakami rispetterà la regola.

GLI AMICI SCOMPAIONO (E A VOLTE SI SUICIDANO)

 

Risultati immagini per Tokyo bluesHaruki Murakami (村上 春樹 – Kyoto, 12 gennaio 1949) è un autore che mi incuriosisce, nel senso che ancora non sono riuscito a capire quanto mi piaccia e quanto sia davvero uno dei migliori autori di questo XXI secolo. Che abbia delle indubbie qualità è testimoniato anche dal fatto che più volte sia stato fatto il suo nome tra i possibili Premi Nobel per la Letteratura, sebbene non l’abbia ancora mai vinto.

Di lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei suoi titoli più importanti, quindi non poteva mancare in questo percorso di scoperta.

L’arte di correre” non è un romanzo ma qualcosa a metà tra un testo autobiografico e un saggio su scrittura e corsa, quindi non fa particolarmente testo in quest’analisi. I due romanzi hanno forti componenti immaginarie e ci portano in mondi di fantasia in modo originale e mi era parso di cogliere la qualità di questo scrittore proprio nella sua capacità di calarsi con la dovuta leggerezza in questi universi inventati. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, però, mi aveva lasciato piuttosto perplesso per una certa prolissità e per un attardarsi nella descrizione dei dettagli.

Tokyo blues” è lettura del tutto diversa dalle altre tre. La componente immaginaria è del tutto assente, sebbene una dei personaggi abbia qualche leggero disturbo mentale, ma questo non porta Murakami a calarci in un mondo di allucinazioni, come mi sarei aspettato dalla lettura degli altri due romanzi.

Tokyo blues” è un romanzo che nasce con un “difetto” strutturale per il mio modo di valutare un’opera di narrativa: ha una trama esile. Questa si può riassumere agevolmente, senza togliere nulla al piacere di chi dovesse ancora leggere il libro: un ragazzo, nell’arco della sua vita che va dai diciassette a poco più di vent’anni, perde alcuni amici e amiche.

Forse la grandezza di questo autore può essere trovata proprio nella capacità di realizzare un romanzo valido pur rinunciando a questo fondamentale elemento. In realtà, non si può dire che la trama sia del tutto inesistente. È invece il suo rapporto con i personaggi a essere rovesciato. Per me in un buon romanzo i personaggi devono essere al servizio della trama. Qui invece è l’inverso. “Tokyo blues” è un libro costruito sul protagonista e sugli altri personaggi. Per descriverlo e descrivere i suoi amici, Murakami inventa delle piccole storie. Ogni personaggio nasce dunque da queste piccole trame. “Tokyo blues” è dunque un ritratto narrativo. Un dipinto in cui accanto al protagonista, per completarlo e descriverlo pienamente, vediamo i ritratti di chi gli è intorno. Eppure non siamo portati a distrarci o a perderci come in una raccolta di racconti, perché queste storie sono elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi e quindi del libro.

Cercando di analizzare alcuni best-seller (il primo fu la serie di Harry Potter), avevo individuato alcuni ingredienti fondamentali per il successo di un romanzo d’avventura: trama, strutturazione, ambientazione costante;  ripetitività e ritualità, magia come estraneamento dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici, grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance,  paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte.

Tokyo blues” non è un romanzo d’avventura, quindi, chiaramente, sarà difficile trovarci tutti tali elementi. Sono peraltro presenti amicizia, iniziazione e crescita verso l’età adulta e morte. Se davvero fossero necessari tutti gli elementi visti per Harry Potter per fare un romanzo di successo, questo non avrebbe molte possibilità! Dunque quelli che sono elementi importanti per un romanzo, non lo sono affatto per altri. Non contano solo gli “ingredienti”, ma anche le “dosi”.

L’assenza di trama può essere compensata da una “dose” maggiore di personaggi. Se un elemento è ben realizzato e sviluppato può, come in questo caso supplire abbondantemente all’assenza di altri.

Se analizzando “Harry Potter” mi ero chiesto cosa ne avesse determinato il successo,  mi chiedo ora quali elementi fanno sì che a me, personalmente, piaccia un romanzo.

I primi due romanzi che ho letto di Murakami mi erano piaciuti, credo, soprattutto per il mondo magico descritto. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” mi era piaciuto anche per le sue riflessioni sul tempo (tema che mi affascina sempre) e per il tentativo di descrivere una storia sulla coscienza e sui suoi limiti. In “Kafka sulla spiaggia” c’è ancora un interessante fuga dal tempo e c’è una storia di crescita e di iniziazione.

In “Tokyo blues”, come già scritto, non c’è magia e non ci sono neppure riflessioni sul tempo e la coscienza. In “Tokyo blues” si parla soprattutto di amicizia, tra un ragazzo e altri ragazzi, ma anche tra lui e delle ragazze. In questo caso, si coglie il sottile confine tra amicizia e amore. L’amicizia appare come un bene prezioso ma fragile, fugace. È prezioso proprio per questo. Il protagonista, che è anche la voce narrante, Tōru Watanabe, perde, infatti, i suoi amici più cari, anche se talora (penso a Midori Kobayashi) torneranno. All’inizio formava un terzetto molto stretto con Kizuki e Naoko, ma, una
dopo l’altro, si suicidano entrambi. “Tokyo blues” diventa quindi romanzo sulla perdita e il suo dolore, sul bisogno di superarlo e di crescere e maturare attraverso il superamento di questo dolore. Questo ne fa lettura intensa ed emotivamente coinvolgente. Ecco, dunque, tre degli “ingredienti” di cui parlavo, amicizia, morte e crescita, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dagli altri.

Se questo romanzo mi è piaciuto, nonostante l’assenza della creatività immaginifica che mi aveva fatto avvicinare a questo autore giapponese, credo sia per la forte presenza di questi elementi, oltre che per l’efficace descrizione dei personaggi.

Da autore ucronico e amante del genere fantastico (dove l’ambiente è fondamentale), non posso poi non notare qui un’ambientazione particolare. Siamo in Giappone, un Giappone molto reale, e talora si citano alcune città e luoghi di questo Paese, ma la storia avrebbe potuto svolgersi in qualunque Paese moderno. I riferimenti e le citazioni di opere musicali e letterarie sono numerose, a partire dalla canzone “Norvegian Wood” che dà il nome ad alcune edizioni del romanzo, ma sono quasi sempre titoli occidentali.

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Haruki Murakami

Siamo a Tokio ma potremmo essere benissimo a Berlino, Londra, Roma o Parigi. Tradiscono l’ambientazione solo alcuni rari termini giapponesi, più che altro legati alla cucina e all’arredamento. Come mai Murakami si rivela così poco giapponese? Nelle note alla fine del volume rivela che il romanzo è stato scritto tra la Grecia, la Sicilia e Roma. Indubbiamente questo deve avere avuto il suo effetto sulla scrittura, così come il fatto, sempre citato a fine volume, che Murakami ascoltasse musica occidentale e soprattutto Sergent Pepper dei Beatles mentre scriveva.

In conclusione, questo romanzo mi è piaciuto e si collocherà senz’altro tra le mie letture preferite, anche se non saprei ancora a che posto; però, sebbene abbia capito che Murakami sa essere autore vario e diverso da libro a libro, cosa che considero un grande pregio, ancora non saprei quanto sia geniale e se lo voterei per il prossimo Premio Nobel.

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