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PICCOLI CONSIGLI DI SCRITTURA TERAPEUTICA

A volte ci lasciamo attrarre da un titolo e cominciamo a leggere un libro senza particolari altri motivi. Più o meno questo mi è accaduto quando ho deciso di leggere “Scrivere zen” di Natalie Goldberg, un manuale di scrittura che, dal titolo mi faceva sperare potesse contenere qualche suggerimento originale, magari ispirato ai principi di essenzialità e complessa semplicità di alcuni componimenti giapponesi come gli haiku.

Due cose però mi dovevano insospettire: l’autrice non è giapponese e per giunta non è una scrittrice, non di romanzi almeno.

Scrivere è una tecnica e i manuali possono aiutare a scoprirne i meccanismi e ce ne sono alcuni validi che indagano ed esplorano vari aspetti. Ancora sto leggendo, per esempio, la serie di volumi realizzati dalla Scuola Holden per La Repubblica, sempre ricchi di spunti. Il manualetto scritto da questa signora che vive a Taos, in New Mexico, contiene però ben pochi consigli tecnici (per esempio, il classico non dichiarare un sentimento ma mostrarne i suoi effetti o “non dite frutto. Dite di che frutto si tratta” o cercare verbi, aggettivi e sostantivi alternativi a quelli consueti) e sebbene l’autrice si dichiari un’ebrea buddista e ogni tanto riporti qualche citazione del suo maestro zen, non mi pare che indichi, almeno non chiaramente, alcuna originale via zen alla scrittura.

Credo che i manuali utili possano essere di due tipi: quelli scritti da esperti delle meccaniche della scrittura e quelli scritti da grandi autori. “Scrivere zen” non appartiene a nessuna delle due categorie, anche se la Goldberg racconta di aver tenuto corsi e gruppi di scrittura.

I suoi sono piuttosto consigli di vita, suggerimenti per usare la scrittura come terapia (contro depressione, noia, sfiducia…), non tanto una guida per migliorare la propria capacità di affrontare la creatività letteraria.

Spesso invita a scrivere in modi e luoghi non tradizionali, come se la scrittura possa essere improvvisazione e non un mestiere con le sue regole e i suoi strumenti. Capisco poco quando dice “Proviamo a scrivere in circostanze e luoghi diversi” (pag. 105). Quello che dobbiamo scrivere è dentro di noi e ci vogliono spazi adeguati per farlo emergere, non il caos di posto occasionali.

Qualche utile suggerimento, peraltro, si riesce a trovare e la lettura è abbastanza piacevole, come due chiacchiere con una signora vivace, ma poco di più si ottiene da questo testo, le cui considerazioni sono spesso banali e a volte, nonostante tale banalità, riescono persino a trovarmi in disaccordo, cosa difficile per un’apparente ovvietà!

Riporto di seguito alcuni dei precetti che ho estratto dal volume:

  • “Se ti impegni abbastanza a fondo nello scrivere, ti porterà ovunque tu voglia” (pag.13). Può anche essere vero, ma proprio ovunque non direi e poi magari bastasse l’impegno!
  • Scrivere “è come correre. Quando si corre bene, le resistenze sono minime” (pag. 22). Ovvero se si ha tecnica, tutto è più semplice, peccato che questo volume di tecnica non ne contenga. Sul rapporto tra scrittura e corsa, consiglierei “L’arte di correre” del grande romanziere giapponese Haruki Murakami.
  • “Se uno vuole mettersi a scrivere un romanzo va benissimo, ma non per questo deve smettere di fare esercizio” (pag. 23). Giusto. Dobbiamo sempre esercitarci per trovare nuovi modi di scrittura, per mantenere la mente pronta e flessibile. Senza allenamento non si va da nessuna parte. Vale anche per la scrittura. È forse una delle osservazioni più importanti del volume.
  • “É così che dovremmo scrivere (…) lasciando che la nostra mente ingurgiti tutto quanto e poi lo risputi sulla carta con grande energia” (pag. 42). Sì, certo, scrivere è assorbire, mescolare e produrre qualcosa di nuovo da quel rimescolio che avviene nella nostra mente.
  • “Non c’è separazione tra la formica e l’elefante” (pag. 43). Scrivere è mescolare ogni cosa, superare le distinzioni, ricreare nuove categorie.
  • Parlando di grandi autori dediti all’alcool, giustamente osserva “Non è che bevano perché sono scrittori; lo fanno perché sono scrittori che non stanno scrivendo” (pag. 47).
  • “Essere scrittori e scrivere significa sentirsi liberi” (pag. 47): anche di più. Significa sentirsi potenti, capaci di creare mondi interi. L’autore è il Dio dei suoi personaggi, li conosce nell’intimo e li muove a suo piacere.
  • “Quando scrivete usate dettagli originali” (pag. 49): dicevo che in questo libro non ci sono consigli tecnici, ma questo lo è ed è importante.
  • “Quando si scrive astrattamente; si ha la sensazione di un grande calore, ma non c’è niente da addentare” (pag. 53): terribili i volumi di certi autori, di solito esordienti, così astratti da essere del tutto vuoti!
  • “Nell’usare i dettagli (…) Stiamo offrendo del buon pane sostanzioso agli affamati” (pag. 53): la scrittura reclama concretezza!
  • “Se ho tempo per scrivere mi sento ricchissima” (pag. 54). “Lo scrittore tiene moltissimo al proprio tempo”: il dramma dello scrittore è avere diecimila idee e il tempo per metterne su carta forse neanche una!
  • “Ciò che il grande scrittore ci trasmette, in realtà, non sono le sue parole, quanto il respiro nel momento dell’ispirazione” (pag. 57): si trasmettono sensazioni ed emozioni! Beato chi ci riesce!
  • “Se si vuole imparare a scrivere ben, bisogna fare tre cose. Leggere parecchio, ascoltare bene e intensamente, e scrivere tanto. E non pensare troppo” (pag. 59).
  • “La vera arte arriva a sfiorare il sentimentalismo, senza però diventare sentimentale” (pag. 62): difficile equilibrio!
  • “Allo scrittore spetta il compito di ascoltare i pettegolezzi e trasmetterli ad altri” (pag. 83): a volte un pettegolezzo nasconde una buona storia, ma la letteratura non si fa con i pettegolezzi (o non solo).
  • “Scrivere è un atto comunitario. (…) ci reggiamo sulle spalle degli scrittori venuti prima di noi” (pag. 85): niente di più vero (e forse ovvio).
  • “Tirate fuori quel che scrivete” (pag. 86): anche se scriviamo per noi stessi, scriviamo comunque per essere letti.
  • “Se possiamo scrivere una domanda, siamo anche in grado di dare una risposta.” (pag.91): magari! Nella vita non è certo così, ma in narrativa possiamo sostituire domande con risposte. A volte.
  • “Lo scrittore scrive di cose a cui gli altri non prestano molta attenzione” (pag. 103) Piuttosto vede le cose con occhi diversi.
  • “Per favore, nelle vostre poesie non voglio sentir parlare di Michael Jackson, di giochi elettronici o di personaggi dei cartoni animati” (pag.102) dice rivolta a dei bambini. Ma, per Diana, se quello è il loro mondo è proprio di quello che dovrebbero scrivere! La poesia per loro è lì non certo in cose che non li riguardano!
  • “Essere artisti significa vivere nella solitudine” (pag. 108): ma chi l’ha detto! Affermazioni come queste mi fanno rabbia! La visione dell’artista o dello scrittore come un recluso è ridicola e odiosa. Personaggi così sono solo dei falliti. Basterebbe quest’affermazione a farmi bocciare l’intero volume!
  • “Invece bisogna essere teneri e determinati verso quello che si scrive e coltivare il senso dell’umorismo” (pag. 112); almeno questo l’ha capito: non ci si deve prendere troppo sul serio!
  • “Il processo della scrittura è una fonte continua di vita e vitalità” (pag. 113): ma sì, Natalie, altrimenti perché scriviamo!
  • “Scrivere non vuol dire fare psicoterapia, anche se può avere un effetto psicoterapeutico” (pag. 116): allora lo sa anche lei, eppure il manuale sembra dire proprio il contrario!
  • “Scrivo perché ci sono storie che la gente ha dimenticato di raccontare” (pag. 118): e quante sono! Ci sono anche le storie mai nate che dobbiamo far venire fuori!
  • “Scriviamo in modo che gli altri possano capirci. L’arte è comunicazione” (pag. 141): a me pare ovvio eppure va ribadito, perché in molti lo dimenticano!
  • “Se vogliamo che ai nostri scritti non manchi nulla, è indispensabile tornare a casa (…) bisogna, però prendere atto delle proprie origini, e penetrarle a fondo” (pag. 144): conosci te stesso, diceva Socrate, ma in quest’idea c’è anche altro. Parliamo di come siamo. A noi sembra normale, ad altri può sembrare strano o esotico. Il meraviglioso può essere in noi. Prima o poi devo decidermi a scrivere il libro sui miei antenati a cui penso da anni.
  • “Qualunque cosa tu faccia non diventare una scrittrice regionale” (pag. 145): quanto sono d’accordo! Come non mi piacciono gli autori dialettali che scrivono oggi. Forse ormai persino scrivere in italiano è da provinciali e c’è gente che scrive in siciliano, sardo o genovese!
  • “<<Se l’energia di una poesia è tutta in un solo verso>> disse una volta William Carlos Williams ad Allen Ginsberg <<taglia tutto il resto, e lascia solo quel verso>> (pag. 158): la cosa più difficile per un autore è tagliare. Dice bene Williams (ma chi ha insegnato alla Goldberg o al suo traduttore a mettere le virgole prima delle congiunzioni!)
  • “Prima di rileggere i propri scritti, è opportuno lasciar trascorrere un po’ di tempo” (pag. 160): io i miei romanzi li leggo e rileggo a distanza di mesi, in modo da essere il più possibile una persona diversa da quella che ha scritto la precedente stesura.

 

Insomma, qualche idea nel volume c’è, fossero anche solo quelle che ho elencato. Non saranno idee particolarmente geniali e alcune sono tutt’altro che condivisibili, però sono uno spunto di riflessione e questo per un manuale è importante. È per questo che non lo boccio totalmente. Comunque, piuttosto che rileggere il libro, però, penso che sia per me sufficiente rileggere questo post.

 

LO SCRITTORE CORRENTE E LO SCRITTORE CAMMINANTE

Murakami Haruki - L'Arte di correre

Murakami Haruki – L’Arte di correre

L’Arte di Correre” di Haruki Murakami non parla solo di corsa. Parla anche di scrittura e, secondariamente, di vita. Non ho un interesse particolare verso la corsa, dunque l’ho letto per due motivi: perché Murakami è un autore stimolante, che sto cercando di scoprire, e perché mi interessava comprendere la relazione che questo ritiene esserci tra scrittura e corsa.

Io non corro, ma di recente ho preso a camminare con regolarità. Murakami si definisce, più volte, nel volume “scrittore professionista”, mentre io sono solo un bancario che ama scrivere nel tempo libero. Mi è parso però che qualche similitudine tra le nostre pur diverse situazioni potesse esistere e quindi mi ha incuriosito approfondire le differenze.

Le più importanti le ho appena citate, ma non sono le sole. Murakami, essendo un professionista della scrittura, può permettersi di dedicare un numero di ore preciso e regolare alla scrittura (che io esercito nei ritagli di tempo) e altro tempo ricorrente e costante alla corsa. Per lui queste due attività sono prioritarie e legate tra loro, al punto che le ha iniziate entrambe a trent’anni. Io, invece, pur avendo sempre scritto, lo faccio in modo più regolare solo dalla metà degli anni ’90 (dunque quasi da vent’anni!), mentre ho scelto di camminare con frequenza solo da un anno. Per me scrivere viene dopo famiglia e lavoro. Camminare ancora dopo.

Per Murakami la corsa serve a compensare l’attività “malsana” della scrittura. Per me, camminare serve a tenere bassa la pressione. Lui ritiene che senza la corsa non sarebbe diventato uno scrittore e che molte cose che ha imparato facendo le maratone, le ha poi tradotte in metodo per la scrittura. Per me scrivere è un’attività benefica, che, se proprio vogliamo, compensa quella “malsana” del lavoro.  O, quantomeno, non riesco a considerarla “malsana”.

Murakami Haruki

Murakami Haruki

La maratona è un tipo particolare di corsa che richiede costante allenamento, perseveranza e, dice Murakami, talento. Lo stesso, ritiene, serva per scrivere romanzi. Non essendo un maratoneta, prendo per buona questa affermazione nel campo della corsa, ma la confermo per esperienza come scrittore, con qualche distinguo.

Murakami ritiene che il talento, di un maratoneta come di un autore, raggiunga a un certo punto un apice e poi declini, dovendo essere compensato da costanza, perseveranza e tecnica. Ritiene però che ci siano autori in cui il talento è solo una fiammata e altri in cui non cessa mai.

Esiste davvero un talento? Io credo che la scrittura come quasi ogni attività, richieda teoria, tecnica, esperienza e che con il solo talento si possa far poco. Se esiste, dovrebbe essere una sorta di capacità innata di fare le cose bene e con facilità. Un autore di talento non dovrebbe avere la crisi della pagina bianca. Mi viene dunque da chiedermi: sono un tecnico (dilettante) della scrittura oppure ho del talento? Credo che non dovrei esser io a rispondere, però non so se possano farlo neppure i lettori. Quali lettori sono in grado di riconoscere il talento dalla buona tecnica? Se il talento è una capacità di fare, non si può giudicare dal suo risultato, ma da come a questo siamo arrivati.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Mi consolo allora pensando che non ho mai difficoltà a scrivere. Il mio problema semmai è che sono troppe le cose che vorrei scrivere e troppo poco è il mio tempo. La mia è una capacità innata? Non credo. È vero che già alle elementari la scrittura mi divertiva, ma non ero certo in grado di affrontarla bene. Non ho scritto nulla di organico finché ero a scuola. Presumibilmente neppure ora domino adeguatamente la scrittura, alla soglia dei cinquant’anni, altrimenti sarei famoso, perché un vero talento dovrebbe superare tutte le difficoltà (gli editori che non leggono e non sostengono i piccoli autori, il mercato asfittico e tutte le altre scuse di noi autori sfigati).

Inoltre, Murakami dice di riuscire a concentrarsi su un solo progetto per volta. Ci riesco anche io (è stato decidendo di farlo che sono arrivato a ultimare il mio primo romanzo), ma solo impegnando gli scampoli di tempo che mi residuano, non certo dedicandoci varie ore ogni giorno. La regola è comunque buona e valida.

Insomma, credo che la grossa differenza tra me e lui, sia proprio in quanto dicevamo all’inizio: io scrivo per hobby, lui per mestiere e questo genera tutte le altre differenze.

Perché, allora, Murakami è un professionista del romanzo? Forse perché ha un talento sufficiente a consentirgli di diventarlo.

Peccato che qui in Italia gli scrittori di professione siano solo una decina. Evidentemente siamo un Paese senza talento! O forse no. Forse c’è anche qualcos’altro che non quadra. Ditemi voi.

Firenze, 26/09/2012

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