Posts Tagged ‘giapponese’

IL MONDO VISTO CON GLI OCCHI DI UN MAGGIORDOMO

Image result for quel che resta del giornoQuel che resta del giorno” (1989) di Kazuo Ishiguro (premio nobel nel 2017) è un insolito e incredibile affresco della vita vista attraverso gli occhi di un maggiordomo inglese di alto rango. Il primo aspetto che affascina, sin dalle prime pagine, in questo romanzo, è sentire come sia forte la caratterizzazione della voce narrante. Si ha davvero la sensazione che a parlare sia un autentico maggiordomo dell’inizio del XX secolo! E questo stupisce particolarmente pensando che Kazuo Ishiguro (Nagasaki 8/11/1954) non è certo un maggiordomo, né un nobile inglese, che ben avrebbero potuto raffigurare un simile pensiero e atteggiamento, ma un giapponese, sebbene abbia vissuto sin da bambino in Inghilterra.

Eppure questo autore, che ha vinto nel 2017 il premio nobel della letteratura, in tale romanzo si dimostra pienamente all’altezza del premio ricevuto.

 

Quel che resta del giorno” non solo descrive la magia di un mondo visto con uno sguardo che oggi ci pare quasi alieno, appartenendo a uno dei più esemplari rappresentanti della servitù anglosassone di alto livello, ma, con grazia, quasi con noncuranza, ci mostra il radicale mutamento del nostro mondo nel XX Secolo, concentrandosi in quegli anni inquieti per l’Europa, che sono stati l’interludio tra le due Guerre Mondiali, conflitti che forse sarebbe ora di considerare come un’unica, prolungata guerra, interrotta da un periodo di pace apparente. Attraverso la casa di Lord Darlington, dove serve Mr Stevens, passano importanti personaggi internazionali, che il maggiordomo osserva con distacco, perché, come dice “non è mio compito far mostra di curiosità”.

La caratterizzazione di Mr Stevens passa anche attraverso le riflessioni di costui sul proprio mestiere e ruolo e su cosa renda un maggiordomo davvero grande e migliore degli altri. Egli individua questo elemento nella “dignità” e cerca di descriverci cosa intenda per essa. Ce ne dà uno splendido esempio quando descrive un importante incontro internazionale avvenuto nella dimora del suo padrone e da lui gestito e organizzato, in cui non solo riuscì a gestire la presenza di tanti ospiti, in un clima alquanto burrascoso, giacché si disputava sulle sorti dell’Europa intera e del mondo, ma riuscì a svolgere con professionalità la propria mansione nonostante che, durante il pranzo principale, suo padre, anziano vice maggiordomo alle sue stesse dipendenze, si sentisse prima male e, poi, morisse, in due momenti cruciali della serata.

Del resto, egli dice, la dignità non è una dote specifica sua, di suo padre, quando era un importante maggiordomo o di altri nomi famosi che cita ma “In una parola, la “dignità” è qualcosa che trascende simili personaggi. Da questo punto di vista noi inglesi godiamo di un importante vantaggio nei confronti degli stranieri, ed è per questa ragione che ogni qualvolta si pensa ad un grande maggiordomo, costui deve, quasi per definizione, essere inglese.”

Image result for ishiguro kazuo

Kazuo Ishiguro

“Si tratta, come dicevo, di una questione di “dignità”. Si usa dire a volte che i maggiordomi esistono davvero solamente in Inghilterra. Altri paesi, quale che sia il termine effettivamente usato per definirli, hanno unicamente dei domestici. Io sarei propenso a credere che ciò sia vero. Gli europei non sono in grado di fare i maggiordomi, perché come razza non sanno mantenere quel controllo emotivo del quale soltanto la razza inglese è capace.”

Questa dignità si concretizza, in realtà, in una rigidezza comportamentale quasi autistica di Mr Stevens, particolarmente evidente nei rapporti con la governante Miss Kenton, senza la quale forse sarebbe anche potuta nascere una storia d’amore, che, invece resta sempre lì, sospesa, inespressa. Persino in occasione di un grave lutto di Miss Kenton, Mr Stevens non riesce neppure a farle le condoglianze, per non dire a consolarla.

 

L’analisi storica in queste pagine è spesso sfumata o ridotta a piccoli episodi, ma grandemente significativi, come quando, influenzato dai fascisti inglesi, Lord Darlington decide di licenziare due cameriere ebree e il maggiordomo esegue senza alcuna esitazione o riflessione critica (non così la governante). In questo si sente tanto del clima di quegli anni, in cui ancora non si riusciva a comprendere la portata del nazismo e del fascismo.

Image result for quel che resta del giorno

Anthony Hopkins ed Emma Thompson in Quel che resta del giorno

Il pragmatico americano Mr  Lewis proclama “Voi, in Europa, avete bisogno di professionisti che si occupino dei vostri affari. E se non vi renderete presto conto di ciò, andrete incontro al disastro.”

Il nobile inglese Lord Darlington risponde “Ciò che voi definite come “dilettantismo”, signore, è una cosa che io credo che la gran parte dei presenti, qui, preferirebbe ancora chiamare “onore” e poi aggiunge “credo di avere un’idea ben precisa di ciò che voi intendete con “professionalità”. La quale sembra indicare il raggiungimento dei propri scopi tramite l’imbroglio ed il raggiro. Significa disporre le proprie priorità sulla base dell’avidità e del vantaggio personale anziché sulla base del desiderio di vedere la bontà e la giustizia prevalere nel mondo. E se questa è la “professionalità” alla quale voi vi riferite, signore, non mi interessa granché, e non ho alcun desiderio di perseguirla.”

In queste poche c’è il più epocale cambiamento di prospettiva vissuto dal XX Secolo. Si passò dal mondo degli ideali a quello dell’economia e del profitto.

Qui Ishirguro descrive soprattutto il passaggio del potere dalla nobiltà terriera a una nuova classe di gente arricchitasi con i commerci. Lo fa in questa disputa avvenuta a latere di una riunione di persone influenti di ogni nazionalità riunitesi, nel 1924, per cercare di alleviare le pesanti pressioni economiche addossate alla Germania a seguito della fine della Prima Guerra Mondiale. Condizioni che in questi stessi anni stavano portando al successo e all’avvento del nazismo con tutto quello che ne sarebbe seguito. Ishiguro qui non sottolinea come il trattamento riservato alla Germania tra le due guerre dalle altre nazioni abbia potuto esacerbare la situazione nella nazione sconfitta, determinando quindi il naturale sbocco in un nuovo conflitto mondiale, eppure, leggendo queste pagine non si può non pensare a quanto grave sia stata in tutto ciò l’irresponsabile comportamento delle altre nazioni.

 

Il cambiamento di tempo, però, è visto con gli occhi del maggiordomo Mr Stevens, che nota quanto la sua generazione di maggiordomi sia divenuta diversa da quella di suo padre, per la quale maggiore fosse stata la nobiltà di sangue della famiglia presso cui si lavorava, maggiore sarebbe stato il prestigio. Ebbene, persino questa “razza” in estinzione (i maggiordomi) stava già, circa un secolo fa, nella prima metà degli anni ’20 del XX secolo adattandosi a un mondo nuovo. Basti pensare a come Mr Stevens definisce la propria generazione di maggiordomi:

Perché noi eravamo, come ripeto, una generazione di idealisti per i quali la questione non era semplicemente quella di stabilire con quanta abilità si sapessero mettere in pratica le proprie competenze, bensì a qual fine lo si facesse; ciascuno di noi nutriva il desiderio di offrire il suo piccolo contributo alla creazione di un mondo migliore e si rendeva conto che nella nostra qualità di professionisti, il mezzo più sicuro per fare una cosa del genere era quello di entrare al servizio dei grandi personaggi del nostro tempo, alle cui mani era stata affidata la civiltà.”

Il romanzo è strutturato come un breve viaggio del protagonista, avvenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale, durante il quale riflette e ricorda gli anni tra le due Guerre e il suo servizio

 

Il viaggio dell’ormai anziano maggiordomo si conclude con la riflessione “E forse allora vi è del buono nel consiglio secondo il quale io dovrei smettere di ripensare tanto al passato, dovrei assumere un punto di vista più positivo e cercare di trarre il meglio da quel che rimane della mia giornata” in cui vi è un positivo e costruttivo rammarico per una vita della quale poco prima aveva detto: “Vedete, io mi sono fidato. Mi sono fidato della saggezza di sua signoria. Tutti gli anni nei quali sono stato al suo servizio, ho creduto davvero di fare qualcosa di utile. Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori. E davvero, uno deve chiedersi, quale dignità vi è mai in questo?

Mr Stevens apparteneva a una generazione che ha “sempre creduto di vivere consacrando la nostra attenzione a fornire il miglior servizio possibile a quei grandi gentiluomini nelle cui mani è riposto davvero il destino della civiltà”.

Image result for quel che resta del giorno

“Quel che resta del giorno” di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson, film tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro

Dove sono oggi siffatti gentiluomini cui affidare le sorti del Paese o della Terra intera? Forse nelle sale dei parlamenti e dei governi? Chi lo crede ancora oggi?

 

Che dire, in conclusione di questo romanzo? Innanzitutto, che conferma pienamente la mia ammirazione per questo autore che avevo già grandemente apprezzato leggendo quell’originale ucronia distopica che è “Non lasciarmi” e quasi altrettanto originale fantasy “Il gigante sepolto”. Va poi detto che questi tre libri hanno forse solo una cosa in comune: sono degli ottimi libri che tutti dovrebbero leggere. Per il resto non potrebbero essere più diversi! E quale segno maggiore della grandezza di un autore della sua capacità di scrivere, bene, storie tanto diverse?

Ho spesso scritto di essere rimasto deluso dall’assegnazione di molti premi nobel. Per fortuna ogni tanto, come nel 2017 quando è stato assegnato a Ishiguro, viene scelto un autore davvero degno. Inoltre, credo questa sia già la terza che a vincere è stato uno scrittore con al suo attivo opere ucroniche (dopo Churchill e Saramago).

 

Da questo romanzo del 1989, con cui Ishiguro vinse il premio Booker e che certo lo ha aiutato a vincere il Nobel, è stato tratto nel 1993 il film omonimo di James Ivory con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Lo vidi quando uscì. Ricordo che mi piacque ma non quanto il romanzo. Dovrei rivederlo, ma non mi pare di ricordare che avesse le stesse delicate sfumature e le stesse approfondite riflessioni della versione scritta.

Annunci

L’AMORE, LA MEMORIA E IL FANTASY DEL NOBEL

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguroIl gigante sepolto” di Kazuo Ishiguro, autore da poco premiato con il premio nobel di cui avevo già letto la splendida ucronia “Non lasciarmi”, è un fantasy che parte con un passo diverso dagli altri, non saprei se con passo da gigante, ma pur sapendo di leggere una storia del genere, ci si comincia a muovere in un mondo in cui la magia sembra esserci, ma non essere poi così evidente. Non ci corrono, insomma, subito incontro, folletti, gnomi e giganti. Quanto a presenza di magia e creature fantastiche, siamo più dalle parti de “Il trono di spade”, che de “Il signore degli anelli” o di “Harry Potter”. Mentre i modesti emuli di Tolkien e Lewis spesso scrivono solo avventure per bambini cresciuti di principesse da salvare e draghi da uccidere, Ishiguro utilizza il fantasy come uno strumento per narrarci di altro. Ci parla, dunque, soprattutto della memoria, della sua mancanza, del suo ruolo nelle cose del mondo e nei rapporti tra le persone e, soprattutto, nell’amore. E di amore, in fondo, questo romanzo parla, pur non essendo certo una storia d’amore nel senso classico, con due giovani che si amano tra mille peripezie. Qui si parla soprattutto di amore senile. Di come muti in una coppia che si avvicina alla fine dei propri giorni assieme, di come le cose belle e brutte che sono capitate loro abbiano contribuito a creare un legame forte, diverso dalla semplice passione, dal colpo di fulmine, che all’improvviso può legare due giovani.

Per parlarci di questo Ishiguro usa un drago, che non vediamo quasi mai, ma il cui fiato ha sparso sul mondo e sulla nostra coppia di vecchi la dimenticanza. C’è insomma nel romanzo un drago, come ci sono orchi e qualche altra creatura magica, ma, se ci fa caso, l’autore ci ha messo qualcosa di diverso da quello che avrebbe potuto metterci un autore totalmente occidentale. Il drago non è solo una creatura aliena, un mostro da combattere con spada e lancia. Si sente qualcosa dello spirito animista dell’antico Giappone. Il Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishigurodrago qui è una sorta di divinità minore, anche se la sua magia è mossa da un sortilegio dell’antico, mitico Merlino, qui ormai morto. Come in varie culture asiatiche, spesso i draghi giapponesi sono divinità dell’acqua, associate alle precipitazioni e ai fiumi, tipicamente rappresentati come grandi creature serpentine senza ali ma con lunghi artigli. Anche di questo drago (una femmina) si dice che “sembra un verme” e lo troviamo in fondo a una grotta e lì sarà affrontato, non in una battaglia aerea come quelle, per esempio, de “Il trono di spade”.

Ci muoviamo, allora, assieme ai due vecchi dalla memoria corta. Eppure la loro è ben più lunga di quella di tanti giovani delle loro terre.  Non sono solo loro, in effetti, ad avere poca memoria, ma tutto il mondo, da quando vi è calata quella che i vecchi chiamano “La Nebbia”, un qualcosa che nasconde i ricordi.

Ecco così che, da questa nebbia, poco a poco i personaggi prendono forma, il paesaggio si delinea, la storia si svela e compaiono persino le prime creature fantastiche e, in particolare, si comincia a parlare di questo mitico drago, i cui poteri sembra vadano al di là di quel che i più credono e che assume via via un ruolo sempre più centrale nella storia.

Risultati immagini per il gigante sepolto di kazuo ishiguro

Kazuo Ishiguro (カズオ・イシグロ? o 石黒 一雄 Nagasaki, 8 novembre 1954) è uno scrittore giapponese naturalizzato britannico, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017

All’inizio del romanzo si parla, come si diceva, soprattutto dell’importanza della memoria, di come l’amore si nutra di ricordi e di quanto sia difficile un amore senza memoria di sé. La vicenda si muove con il passo lieve delle fiabe in questo mondo incantato più per la mancanza di passato che per la magia. Mancanza di passato che non vuol dire però sua reale assenza, perché lo spazio della narrazione è spazio storico o pseudo-storico. Siamo in Gran Bretagna, tra britanni e sassoni e Artù non è morto da molto. Incontriamo persino uno dei suoi mitici cavalieri, il suo nipote Galvano, ormai molto anziano, ma sempre bardato nella sua antica armatura e pronto a esser paladino dei deboli ed eroe nelle imprese più ardue e la magia di Merlino ancora permea ogni cosa. Sembrerebbe un classico fantasy di derivazione arturiana, ma le origini anglo-nipponiche dell’autore si fanno sentire e, soprattutto, si fa sentire la penna di un uomo che sa scrivere e che è solito farlo anche con storie di altro genere. All’apparenza, dunque, ci regala un fantasy dei più classici, ma nella sostanza la storia è ben altro.

Leggi anche:

Non Lasciarmi

Quel che resta del giorno

I PARAOVINI DI MURAKAMI

Haruki Murakami

Un ragazzino che passa il tempo nel museo di un acquario a fissare un pene di balena, un tale (il ragazzino cresciuto) lasciato dalla moglie che si è portata via tutto ciò che la ricordava, persino la metà delle foto, un autista che ha il numero di telefono di Dio, un Boss moribondo che cerca una pecora e una pecora immortale che vuole cambiare il mondo sono tutte trovate geniali per scrivere delle storie affascinanti. Haruki Murakami le ficca tutte assieme in “Nel segno della pecora”, ottenendo un romanzo che incuriosisce ma che, purtroppo, ha i classici difetti dei romanzi di questo autore, che meriterebbe la collaborazione con un editor aggressivo per trasformarsi in un gigante della letteratura. Anche qui l’amore per i dettagli inutili e la prolissità di Murakami riescono a dare una bella botta a una storia che aveva le carte per essere qualcosa di piuttosto affascinante. Si aggiunga a questo una certa confusione generata nel lettore da vicende tanto incredibili e prive di una forte logica e forse si capirà perché la mia ricerca del capolavoro tra le pagine di questo autore tanto creativo sia fallita ancora una volta. “Nel segno della pecora” è stato pubblico nel 1982, mentre la bi-trilogia “1Q84” è uscita nel 2009-2010. Nel primo romanzo ritroviamo alcuni elementi che saranno sviluppati in “1Q84”. Il Boss ricorda molto il Leader della trilogia, la pecora qui ha il potere di entrare nelle persone, mentre in “1Q84” c’erano i Little People che uscivano da una capra cieca. Praticamente dei para-ovini (ovini dai poteri paranormali)! Qui non c’è il mondo alternativo e quasi ucronico dell’opera più recente, ma il protagonista si ritrova comunque estraniato dalla sua vita normale, spinto in questa caccia surreale alla pecora e alla ricerca dell’amico perduto detto Il Ratto. Una certa passione di Murakami per gli erbivori direi che si ritrova anche ne “La fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” con i suoi unicorni al pascolo, mentre l’atmosfera surreale pare una costante nelle opere del giapponese, non mancando neanche in “Kafka sulla spiaggia”. Fa eccezione in questo forse solo “Norwegian wood”. “Nel segno della pecora” condivide invece con “Tokyo blues” (altro nome di “Norwegian wood”) il senso di perdita, che si delinea subito con l’abbandono da parte della moglie del protagonista, poi da parte della sua ragazza, ma soprattutto con il senso di vuoto provato da chi (Il Professore delle Pecore, Il Boss) ha perso la pecora che era stata in lui o in chi (Il Ratto) teme di perderla. Anche qui si parla di amicizia, ma è più che altro ricerca di un’amicizia perduta.

Insomma, continuo ad adorare le idee di questo autore di Kyoto, ma non riesco a sentirmi mai pienamente soddisfatto dalla loro realizzazione. Tra i romanzi che ho letto, il solo che mi pare avere un buon equilibrio narrativo è forse “Kafka sulla spiaggia”. In effetti, un po’ poco per consentire all’accademia di Stoccolma di insignirlo del premio Nobel, cui è stato più volte candidato (con il mio incerto tifo).

ATTRAZIONE INFANTILE

Quando leggo un autore esordiente, emergente o, come dico io, “poco noto”, mi piace cercare di scoprire se dietro qualche minuscola casa editrice o dietro un’auto-pubblicazione non si nasconda uno scrittore di qualità o addirittura di potenziale successo.

Quando leggo un autore famoso, magari un autore di bestseller, vado alla ricerca di qualcuno che sappia emozionarmi, stupirmi, meravigliarmi, affascinarmi. Cerco, insomma, un autore immortale, almeno secondo i miei parametri.

Haruki Murakami è uno di questi autori famosissimi di cui ho già letto vari testi, scorgendovi e cercando sempre le tracce del genio, ma senza riuscire mai a trovare il capolavoro, l’opera eccezionale e prossima alla perfezione.

Murakami ha una grande fantasia, ma non sempre la porta ai suoi estremi, è un grande narratore, ma quasi sempre è prolisso e ripetitivo, come avevo già notato con il mio primo approccio a questo autore (“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”). Il primo difetto può essere soggettivo, nel senso che qualcun altro potrebbe non apprezzare un eccesso di fantasia, ma la prolissità e la ripetitività sono difetti quanto mai fastidiosi e non riesco a capire come, dopo tante pubblicazioni, si ritrovino ancora in opere recenti. Credo che per un autore di questo livello non dovrebbe essere difficile rendersi conto dei propri limiti e correggerli. Sorge dunque il sospetto che sia guidato dalle regole di mercato e dalle richieste dell’editore. Se l’editore gli chiede di sviluppare una storia in tre volumi da 400 pagine l’uno, ecco che, come un comune autore commerciale, si presta al gioco! Non saprei spiegare altrimenti il motivo per cui una trama affascinante come quella di “1Q84” sia stata  dilatata in circa 1.200 pagine e tre volumi, anziché condensata in un piccolo gioiello di 120 pagine, brillanti di genialità e fantasia.

Dei primi due volumi (“Libro 1 e 2”) ho già detto nel mio precedente post e purtroppo leggendo questo “Libro 3” c’è ben poco da aggiungere dato che delle oltre 400 pagine una buona metà servono a ricordare al lettore cose già lette nei precedenti volumi e delle 200 residue almeno 100 sono ripetizioni di cose dette nelle altre 100! Se già nel “Libro 1 e 2” avevo notato una certa ripetitività, in questo volume finale questa arriva a farsi quasi fastidiosa. Nei romanzi seriali capita che l’autore senta il bisogno di riepilogare i fatti già narrati nei precedenti romanzi e che il lettore potrebbe aver dimenticato, ma questo dovrebbe occupare una parte trascurabile del romanzo. Penso anzi che anche in ciascuno dei volumi seriali dovrebbe esserci una certa autonomia che permetta di procedere nella lettura anche saltando l’approccio a quanto viene prima.

Un vero peccato che sia così ripetitiva perché la storia sarebbe davvero affascinante.

Commentando i precedenti volumi avevo notato come Murakami si destreggiasse tra la descrizione del mondo reale e di quello immaginario. Vorrei qui solo osservare che, come avevo già notato leggendo “Tokyo blues”, il Giappone descritto da Murakami somiglia davvero troppo all’Occidente e all’America in particolare. Non avendone un’esperienza diretta mi chiedo se davvero il Sol Levante sia divenuto così tanto una colonia culturale degli Stati Uniti o se non sia piuttosto questo autore a esserne un po’ troppo affascinato, se non asservito.

Haruki Murakami

Se la trama di “Tokyo blues” è esile, la storia però ha una sua densità, maggiore di quella di “1Q84” e credo che, sebbene privo delle componenti fantastiche di quest’ultimo, mi abbia preso di più, inducendomi a sperare che questo autore potesse rivelarsi un possibile nobel. Idea che, dopo questa lettura, è andata fortemente ridimensionandosi in me.

Il migliore tra i romanzi di Murakami che ho letto finora rimane “Kafka sulla spiaggia”, il più proporzionato ed equilibrato dei suoi libri, con personaggi fantastici come “1Q84”. È solo grazie a queste letture, che posso continuare a sperare che nella bibliografia di questo autore si celi qualche gioiello, anche se l’avvio di “1Q84” mi aveva fatto ben sperare.

Affascinanti, come ho scritto commentando la prima parte, sarebbero i personaggi, dalla diciasettenne dislessica autrice dello pseudobiblion “La Crisalide d’aria” (vi compare anche un secondo pseudobiblion “Il paese dei gatti”), alla killer per conto di un istituto di assistenza per donne maltrattate, al gost-writer matematico ed ex-campione di arti marziali. I primi due volumi vedono come protagonisti questi ultimi due (Aomame e Tengo), spostando alternativamente il punto di vista narrativo dall’uno all’altro. Le loro vite, che si erano sfiorate nell’infanzia, sono segnate da una “attrazione infantile” che li porta a essere l’uno attratto verso l’altra sebbene abbiano trent’anni e si siano totalmente persi di vista da quando ne avevano dieci. Questo, dunque, potrebbe essere un romanzo sulle anime gemelle, su come alcune persone siano destinate a stare con altre, su come l’amore possa unire due cuori anche a distanza di anni e chilometri. Un po’ lo è e un po’ è altre cose. Un po’ è narrazione sulla relatività del reale, sui mondi possibili, sui limiti della fantasia, sulla compenetrazione tra vita e narrativa, con i due pseudobiblia che entrano quasi nel mondo reale, qualcosa che mi fa un po’ pensare a “La bambina dei sogni”. Un po’ è avventura tra sette misteriose e loschi individui come l’investigatore privato ex-avvocato dal cranio deforme Ushikawa, personaggio poco simpatico, che nei primi due volumi fa un’apparizione piuttosto veloce e che qui diviene quasi il terzo protagonista, dato che uno dei punti di vista diviene il suo. Sarà infatti tramite i suoi occhi che vedremo ricostruita la storia narrata in precedenza. Personaggio dunque tre volte fastidioso: per la sua antipatia, per la sua intromissione nella trama e nella struttura del romanzo, per la ripetitività della narrazione che si porta dietro. Direi che se la scrittrice diciassettenne Fuleaeri avesse avuto più spazio e Ushikawa meno, il tutto, secondo il mio modesto parere, ci avrebbe guadagnato. Molte sono le citazioni, in primis “1984” di Orwell, dalle cui atmosfere siamo però lontanissimi.

Insomma, nella mia ricerca del capolavoro, Murakami con questo volume ha fatto un bel balzo indietro.

CONDIRE LA REALTÀ CON LA FANTASIA: l’assassina per beneficenza e la scrittrice dislessica

1Q84”, pubblicato nel 2009, è un romanzo complesso e articolato, che induce varie riflessioni. Innanzitutto sul rapporto tra realtà e fantasia. Secondariamente sulla tendenza a una certa prolissità di questo autore e, infine, sulla sua genialità o, quantomeno, sui limiti di questa.

Il romanzo può essere letto come una descrizione del Giappone di fine XX secolo, ma anche, per me più correttamente, come la creazione di mondi immaginari. Sono pochi gli autori che come Haruki Murakami sanno unire strettamente mondo reale e mondo immaginario. L’altro esempio forse più importante è Stephen King. Credo sia soprattutto questa loro grande capacità a farmeli apprezzare entrambi, facendomi interrogare sulla loro genialità (che si esprime in capacità creativa e interpretazione della realtà percepita o immaginata) e a portarmi ultimamente a cercare di scoprirli meglio. I loro approcci sono chiaramente diversi e non mi pare che, pur essendo contemporanei, il giapponese e l’americano si siano influenzati reciprocamente.sc

Nel mondo reale delle storie di Murakami si insinuano spesso personaggi fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro crisalidi d’aria di “1Q84” e a volte è la realtà stessa a venirne alterata, come il bosco in cui si perde il giovane Kafka o la città circondata dall’alta muraglia intorno a cui vivono gli unicorni o il 1984 alternativo in cui si muovono l’assassina Aomame e il matematico Tengo di “1Q84”. I romanzi di King spesso creano mondi più lontani dalla realtà, eppure con una maggior coerenza razionale. In Murakami l’alterazione della realtà ha una potenza onirica, che non si lascia imbrigliare dalla razionalità della logica. Entrambi si sono allontanati dalla fantascienza e dal suo meccanismo fondamentale: partire, cioè, da un’ipotesi fantastica e farne derivare uno sviluppo coerente. In King elementi fantascientifici si mescolano a componenti fantasy, paranormali o totalmente fantastiche. In Murakami il quotidiano si fonde con il fantasy e l’onirico.

Diversa tra i due autori è anche la padronanza della narrazione. King, forse forte di una collaudata squadra di collaboratori, difficilmente scrive pagine inutili. Lo stesso non riesco a dire di Murakami.

Sebbene i suoi romanzi mi affascinino, già leggendo “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” avevo notato una certa prolissità, che si perdeva in descrizioni minuziose poco funzionali alla narrazione.

In “1Q84”, sebbene sia ancora più lungo (800 pagine i soli “Libro 1 e 2”) non è tanto la prolissità a disturbarmi, dato che le vicende narrate sono estremamente coinvolgenti e non ci sono punti morti, quanto le ripetizioni di frasi e concetti, forse utili per un lettore distratto, che legga il libro con molta calma, dimenticandosi delle parti lette magari settimane prima. La trama è certo complessa e alcune cose raccontate sono “nuove” e, come dice nel libro l’editore Komatsu al protagonista Tengo, quando si descrive qualcosa che tutti conoscono non occorre essere dettagliati, ma quando si scrive qualcosa che nessuno ha mai visto, come un cielo con due lune, occorre descriverlo bene. Murakami dà dunque l’impressione di essere preoccupato che qualcuno non lo capisca e, forse per questo, si ripete. Per chi come me, invece, legge con una certa velocità e una discreta attenzione, tutte queste ripetizioni sono un difetto che fanno, purtroppo, di un’opera di grande qualità, qualcosa di inferiore.

 

Quando ho cominciato a leggere “1Q84 – Libro 1 e 2: Aprile – Settembre” pensavo che 1Q84 stesse a indicare il primo trimestre del 1984 (anche se i mesi indicati non coincidevano), come si fa in contabilità (1st Quarter ’84). Si tratta, invece, del modo in cui la protagonista Aomame (Piselloverde, in giapponese) chiama l’anno in cui vive, quando si accorge che la realtà è stata alterata e che sta vivendo in un tempo alternativo. La “Q” sta per “Question Mark” (punto interrogativo). In giapponese è una lettera “strraniera” e si legge “kiu”, come la parola che vuol dire “nove”. La scelta dell’anno è un omaggio al celebre romanzo di Orwell, da cui però prende ben poco. Altri romanzi fantascientifici, oltre a questo, sono espressamente citati, come “Viaggio allucinante” di Asimov (la protagonista Aomame parla a dir il vero del film che ne fu tratto), ma il vero riferimento mi pare “L’invasione degli ultracorpi” con i suoi baccelli giganti da cui escono copie degli esseri umani. Numerosi sono anche i riferimenti alla musica occidentale. In questo romanzo, come in “Tokyo blues” si nota una prevalenza di citazioni della cultura europea e americana (più volte si parla di Cechov), rispetto a quella giapponese, al punto da far spesso quasi dimenticare che l’ambientazione è in Giappone.

Aomame, una ragazza single che fa la killer per conto di un’associazione di beneficenza, comincia a notare che il mondo è cambiato in alcuni piccoli particolari, come le divise dei poliziotti. Capisce allora di essere in un diverso 1984. La sua storia si intreccia con quella di una ragazza dislessica di diciassette anni, Fukaeri, che ha scritto (anzi dettato) un romanzo, “La crisalide d’aria”, che il matematico e scrittore Tengo riscrive trasformandolo in un bestseller. Si tratta di un vero e proprio metaromanzo, il cui pseudobiblion, “La crisalide d’aria”, assume un peso e una rilevanza crescente, al punto che i personaggi si troveranno a vivere all’interno della storia che vi è narrata, sebbene sia fantastica, con strane creature che escono dalla bocca di una capra morta, i Little People. Può essere così oppure è la ragazza ad aver narrato una storia vera, per quanto possa sembrare fantastica. Oppure, come si accenna nel romanzo, causa ed effetto si vanno confondendo.

Sebbene ci siano molti elementi fantastici, questi sono il giusto condimento di una realtà molto concreta, fatta di bambini solitari, plagiati e persino violentati, donne vittime di violenza domestica, lavori precari, estremismi religiosi e politici quanto mai attuali.

Haruki Murakami

Tengo trascorreva il suo tempo libero accompagnando il padre che lavorava come esattore del canone televisivo, senza aver mai avuto una vera infanzia. Aomame era cresciuta in una comunità religiosa detta dei Testimoni (che somigliano molto ai Testimoni di Geova), mentre Faukaeri è fuggita da una comunità religiosa, il Sakigake che potrebbe far pensare (almeno nel suo ramo rivoluzionario secessionista) agli Aum Shirinkyo, che attaccarono la metropolitana di Tokyo nel 1995, e sebbene entrambe ne siano fuggite, il romanzo appare un’occasione se non per denunciare, almeno per segnalare l’esistenza di simili gruppi religiosi in Giappone. Il mondo reale da cui si dipana la storia fantastica, è infatti Tokyo, una città difficile, in cui anche un bambino prodigio della matematica e promessa dello judo, si trova da adulto a fare lavori saltuari come supplente di matematica e revisore di bozze part-time per una casa editrice e la bella Aomame sbarca il lunario tra massaggi, training d’arti marziali e omicidi su commissione per eliminare mariti violenti per conto di un’associazione che ne accoglie le vittime. Vediamo così una Tokyo molto concreta, ma in cui una sorta di deviazione ucronica porta scompiglio, facendo addirittura comparire una seconda luna in cielo.

Aomame e Tengo, sono due trentenni che vivono da soli, senza affetti o amore. Aomame ricorda però un bambino di cui si era innamorata alle
elementari. Tengo ricorda una bambina della cui immagine non riesce a liberarsi da oltre vent’anni, sebbene non l’abbia più rivista. Una strana forza li spinge uno verso l’altro. Riusciranno a incontrarsi o si bruceranno nel tentativo di salvarsi a vicenda?

Il romanzo è diviso in tre libri, i primi due pubblicati assieme in un unico volume e il terzo da solo. Ho per ora letto i primi due. Il secondo si chiude lasciandoci con il fiato sospeso, con entrambe le storie ancora lontane dal vedere il proprio epilogo, ma ormai intrecciate saldamente tra loro.

Un personaggio (Tamaru) a un certo punto afferma “Cechov ha scritto: «Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari».” E stiamo ancora aspettando di capire se Murakami rispetterà la regola.

NÉ OBLOMOV, NÉ LOVECRAFT, NÉ MURAKAMI

Anni fa avevo letto qualcosa di Banana Yoshimoto, quando era ancora un’autrice “rivelazione” avendone un’impressione tutto sommato piacevole, sebbene i suoi romanzi non avessero toccato le mie corde più profonde, al punto che stento persino a ricordare quali abbia letto esattamente (sicuramente “Kitchen”, anche se poi l’ho ricomprato pensando di non averlo letto, cosa che in genere non è un gran bel segno!).

Banana Yoshimoto

Ultimamente ho apprezzato un altro autore giapponese, Haruki Murakami, anche se sto ancora cercando di comprendere quanto sia geniale. Ho voluto dunque leggere ancora qualcosa di Yoshimoto. Ho dunque preso, a caso tra i suoi libri, “Sonno profondo” (1989). L’inizio è promettente, con una protagonista sprofondata in un sonno apatico, ma l’autrice non crea un Oblomov orientale, né ci parla di incubi lovecraftiani, né ci mostra una storia di depressione e disagio esistenziale. La storia si allarga su altre due, in sole cento pagine, e allargandosi si perde, si impantana nella banalità dei drammi quotidiani, non riuscendo in alcun modo a tenere desta la mia attenzione, nonostante la brevità dello scritto. Inessenziale. Leggero. Inutile. La scrittura è piacevole, ma poco incisiva. Ci parla del Giappone moderno, ci parla del nostro mondo, ci parla delle difficoltà dei rapporti umani, ma senza alcun mordente. L’ho già dimenticato.

 

Oblomov – Ivan Goncarov

IO SONO UN GATTO FILOSOFO

Io sono un gatto” di Natsume Sōseki è uno dei primi romanzi giapponesi di impostazione occidentale e tra i più ricchi di riferimenti non solo alla cultura locale ma anche a quella europea, inglese in particolare, essendo il padrone del gatto e vero protagonista della storia proprio un insegnante di tale lingua. Fu scritto nel 1905 ma è approdato in Italia oltre un secolo dopo, nel 2006, grazie all’Editore Neri Pozza e da allora sta riscuotendo un discreto e meritato successo postumo.

Si tratta di un’opera di delicata ironia nei confronti della piccola borghesia nipponica all’inizio del XX secolo, qualcosa che sarebbe eccessivo definire satira e che, nonostante, il titolo non è certo una metafora tipo “La fattoria degli animali” di Orwell.

La voce narrante e il punto di vista sono quelli di un gatto e questo dona al romanzo la dovuta delicatezza e la possibilità di mostrare con occhio esterno ma molto ravvicinato le debolezze non solo dei piccoli intellettuali giapponesi ma dell’umanità intera.

Il gatto è estremamente acuto, attento e intelligente e arriva persino a leggere i pensieri del padrone, ma chiaramente quello che interessa a Natsume Sōseki non è certo fare un’analisi del comportamento felino, ma avvalersi di questo particolare punto di vista per sbeffeggiare i suoi simili e per mostrare il proprio concetto di morale e la propria visione filosofica, cui dedica dei piccoli trattati che si inseriscono più volte nella narrazione.

Natsume Sōseki

Se il gatto riesce subito simpatico e vorremmo quasi che la storia proseguisse un po’ come ne “La collina dei conigli” di Adams o nella “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, con gli animali a fare da veri protagonisti, questo però non interessa all’autore, assai più interessato a descriverci il suo padrone e il piccolo mondo antico che gli ruota attorno. A volte, sebbene sia sempre lui a parlarci, viene quindi da chiedersi: ma dov’è finito il nostro caro gatto?

Alcune parti poi sono un po’ lente, specie quando si vuole mostrare la prolissità e l’indecisione di certi personaggi, ma nel complesso, per quanto già un po’ datata, risulta una lettura piacevole e di sicuro molto interessante per un occidentale che voglia capire qualcosa dell’estremo oriente, di cui davvero sappiamo troppo poco e, certo, un autore “occidentalizzante” come Natsume Sōseki può essere un buon tramite tra noi e loro.

 

 

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: