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LA FAMIGLIA SENZA NOMI

Risultati immagini per la sposa giovane BariccoIn Italia pochi hanno la capacità di Alessandro Baricco di usare le parole. In passato ricordo di aver letto il suo affascinate saggio “I barbari” sulla profondità e la superficialità, la piacevole riscrittura del classico “Omero, Iliade”, il romanzo “Oceano mare”, l’intenso monologo “Novecento”. In tempi meno recenti avevo molto apprezzato “Seta” e “Castelli di rabbia” e gradito “City”. La mia ultima lettura risale al 2015, con il romanzo “Mr Gwyn”. Torno a leggerlo dopo qualche tempo dall’ultima volta affrontando il suo romanzo “La sposa giovane” in cui riesce a creare, da una storia tutto sommato semplice, un racconto denso di magia e di atmosfera.

La ricchezza della sua scrittura forse sarà tecnica consumata, ma certo la rende qualcosa di peculiare.

I due “trucchi” principali di queste pagine, facilmente riconoscibili e uno persino evidenziato dall’autore all’interno del testo, sono il sovrapporsi di diverse voci narranti e la spersonificazione dei protagonisti mediante la perdita del nome proprio, sostituito dal nome generico che ne svolge la funzione. Abbiamo, cioè, personaggi che si chiamano semplicemente La Sposa Giovane, La Madre, Il Padre, La Figlia, Il Figlio e Lo Zio.

L’accavallarsi quasi scomposto di punti di vista e voci narranti ha un certo effetto spiazzante, ma regala alla lettura una mobilità e una vitalità apprezzabili. Tra le voci narranti c’è quella dello scrittore, che qui però non è un autore terzo e impersonale ma quasi un personaggio egli stesso. Baricco realizza, infatti, quasi un metaromanzo, con la differenza, però, che qui la storia interna è assai più ampia e rilevante della storia esterna, quella dello scrittore narrante, le cui vicende, comunque non s’intrecciano con quelle dei propri personaggi che restano immaginari rispetto al suo piano narrativo. Qualcosa di diverso, per dire, dalla storia cornice di “Hyperion” di Dan Simmons, che, invece, confluisce nei sei racconti che contiene.

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, saggista, critico musicale e conduttore televisivo italiano, vincitore del Premio Viareggio nel 1993.

A proposito di questo uso della voce narrante l’autore-personaggio scrive:

Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.

Questa voce narrante serve a Baricco anche per lanciare alcuni accenni sulla scrittura, tema a lui certo caro e ben più centrale in “Mr Gwyn”.

Tra le riflessioni dell’autore-personaggio riporterei quest’ interessante considerazione, in cui mi rispecchio:

tutto quello che scriviamo c’entra naturalmente con cosa siamo, o siamo stati, ma per quanto mi riguarda non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

 

La storia è palesemente ambientata in Italia e vari luoghi geografici, per esempio l’Argentina o Marina di Massa, sono nominati espressamente, ma il luogo esatto delle vicende, come i nomi dei protagonisti rimane indeterminato, contribuendo a creare la sensazione di essere in una sorta di spazio magico che può essere qui come altrove.

A questo contribuisce senz’altro la stranezza della famiglia in cui approda la diciottenne Sposa Giovane per ottemperare a una promessa di matrimonio fatta al Figlio quando era ancora quindicenne. Il Figlio, però, è assente, e la ragazza resta a lungo nella casa ad attenderlo, scoprendone poco per volta i molti segreti, le ossessioni e le paure.

L’atmosfera della casa è misteriosa, con strane regole, come il divieto di leggere, ossessione di derivazione contadina, che considera perdita di tempo una simile attività, la paura della notte, essendo la famiglia convinta che ciascuno di loro dovrà morire tra il tramonto e l’alba; con il servitore Modesto (lui ha un nome, anche se è un aggettivo!) che comunica con una sorta di alfabeto morse fatto di colpi di tosse e che custodisce con eleganza inappuntabile i segreti della famiglia; con le lunghissime colazioni che durano fino al pomeriggio con il transito di innumerevoli visitatori, quasi postulanti in una reggia; con quello Zio, che non è parente di nessuno, che dorme senza posa eppure partecipa alla vita familiare; con quel Figlio, che tale non è, assente ed eternamente in arrivo, che fa consegnare in casa ogni giorno gli oggetti più strani; con la Figlia storpia ma bellissima; con il Padre affetto da una ”inesattezza del cuore” che lo costringe a una vita senza emozioni; con la Madre un tempo bellissima puttana.Risultati immagini per la sposa giovane Baricco

I personaggi, seppure senza nome, acquistano via via forma e spessore man mano che la Sposa Giovane ne scopre le storie e i segreti (e rivela i propri), mettendo alla luce aspetti imprevedibili delle loro personalità e da quest’atmosfera, che appare quasi rarefatta, emergono prepotenti e concreti. Nello scoprire quel piccolo mondo la Sposa Giovane muta e cresce e da vergine pura, finisce con lo scoprire le meraviglie del sesso e la ritroviamo persino a lavorare in un bordello. Eppure la vicenda fa sì che vi sia una strana leggerezza in questa sua attività così come nel suo primo masturbarsi con la Figlia, nel suo essere istruita concretamente al sesso dalla Madre, nell’essere condotta al bordello dal Padre per rivelarle i segreti di famiglia, nel risvegliare i sensi e l’anima dell’eternamente dormiente Zio.

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UN ROMANZO SENZA TRAMA NON HA STOFFA

Negli ultimi anni mi sono sempre più convinto dell’importanza della trama in un romanzo. A qualcuno questo potrà forse sembrare ovvio, ma, sebbene gran parte dei romanzi abbia una trama degna di questo nome, non tutti ne hanno una e alcuni hanno trame poco interessanti o, peggio, poco consistenti.

Credo che l’etimologia del termine “trama” sia riconducibile a quella della “trama” di un tessuto. Che cosa sarebbe una stoffa senza una trama? Può averne di diverse ma senza non avremmo alcun tessuto. Cos’è un romanzo senza trama? Di solito poca cosa. Diciamo pure che un romanzo senza trama non ha stoffa!

Non amo, però, essere prevenuto, anche se la mia prevenzione deriva da un’esperienza personale ripetuta, dunque mi dico che un giorno potrei trovare un romanzo senza trama e innamorarmene e così ogni tanto leggo qualcosa che ha tutte le caratteristiche per non piacermi (per esempio romanzi gialli o peggio rosa, diari, ecc.).

Avevo letto che “Le città della notte rossa” (1981) è un romanzo destrutturato ma, ciononostante o forse proprio per questo, oggetto di amore incondizionato da parte di alcuni fan che vi hanno creato attorno una sorta di culto. Dunque, dato che penso sempre che se qualcosa piace a qualcuno deve pur avere dei pregi e che se qualcosa piace a molti deve averne tanti, ho provato a leggere questo romanzo di William Burroughs, autore che già conoscevo, se non altro per aver letto, parecchio tempo fa, “Il pasto nudo”. Troppo tempo fa, dato che ne ho ormai solo un ricordo vago, cosa che non è un buon segno, perché i buoni romanzi lasciano la loro impronta anche a distanza di tempo.

Tutto sommato sono attratto dall’idea di un romanzo destrutturato, anche se sono scettico sul tema.

Iniziando a leggere “Le città della notte rossa” in cui le avventure del pirata Mission si alternano ad altre storie più moderne o addirittura fantascientifiche o fantastiche, la mia prima riflessione è stata “più che un romanzo destrutturato, mi pare di leggere una raccolta di racconti”. Andando avanti, però, ho realizzato che non era così: quello che stavo leggendo era un intreccio di storie con barlumi di trame sconnesse, che spesso si perdevano in un caos in cui alcuni elementi tornavano insistentemente, se non ossessivamente.

William Burroughs

Potevamo considerare questi elementi il ritmo del romanzo? Erano loro a sostituire la trama e ha costituire la struttura portante del narrato? Forse sì, ma se c’era un ritmo o addirittura un’armonia in tutta quell’accozzaglia di immagini non ero in grado di percepirli. Del resto, si sa che non ho orecchio.

Immagini? Forse la sostanza del libro sono le immagini. Va avanti per sovrapposizione, successione e ripetizione di immagini. Come cosa? Come un collage? Forse. Mi piacciono i collage? Non necessariamente. Questo collage mi ha annoiato.

Quali elementi contiene? Tanti. Alcuni saltano più in evidenza: pirati lascivi e libertari, erezioni, accenni di ucronia, eiaculazioni, creature fantastiche, ragazzi nudi, erezioni, rapporti omosessuali, ragazzi nudi con gli stivali, sperma, eiaculazioni, erezioni, droghe, erezioni, sesso, sogni allucinati, eiaculazioni, magia, impiccagioni, eroina, erezioni, strangolamenti, erezioni, oppio, pirati nudi, decapitazioni, peni, western, erezioni, territori postatomici, ragazzi nudi con le pistole. Notate qualche ripetizione? Sono volute. Spero di aver dato almeno una vaga idea della ricorrenza di certe immagini!

Tutto questo può sostituire una trama decente? A qualcuno pare di sì. Come già dicevo, io leggendo mi sono soprattutto annoiato, sarà forse perché poco mi interessa di ragazzi nudi con gli stivali che eiaculano durante un’impiccagione. Se invece questo è il genere di cose che cercate in un romanzo, affrettatevi a leggerlo.

Il volume è il primo di una trilogia che comprende anche “Strade morte” e “Terre occidentali”. Dicono che per comprenderne la genialità occorre leggerlo assieme agli altri due. Cosa che non ho fatto e per il momento non ho intenzione di fare.

MUTATIS MUTANDIS SEMPER SEX EST

Eccomi alla seconda antologia di racconti di Nadia Mogni. Dopo “La bambina surgelata”, ho letto ora la silloge a tema erotico “Storie senza mutande”. Il sottotitolo è “Piccoli racconti e altre amenità fantahorrorerotiche… un po’ cattive”: in realtà sono soprattutto racconti erotici, che oscillano tra lo Schnitzler di “Doppio sogno”, il James di “Cinquanta sfumature di grigio” e l’Aury di “Histoire d’O”. Anche se è vero che in un racconto compaiono un paio di licantropi, in un altro assistiamo all’esplosione surreale di un pene, la componente horror mi pare non rilevante. Maggior rilievo ha invece quella fantastica, nel senso che le fantasie erotiche descritte sfiorano, come nell’altra raccolta che ho letto, il surreale.

Nadia Mogni (alias Evaporata)

Nadia Mogni sa come si scrive e tutti i racconti scorrono via piacevolmente, se non si ha alcuna avversione per il porno, dato che spesso siamo da quelle parti e la bravura dell’autrice in questa raccolta sta propria nella capacità di sollevare la tensione erotica nelle poche pagine di ciascuna delle storie narrate, anche se alla fine, il succedersi di queste avventure sessuali finiscono quasi per essere legate tra loro, tale è la comunanza del tema centrale della silloge e, dunque, la tensione non cala quasi mai.

IL FASCINO DELLA PERVERSIONE DEI POTENTI

Dopo “Libri da ardere” (1994) e “Antichrista” (2003), eccomi a leggere il mio terzo romanzo di Amélie Nothomb, la scrittrice belga nata a Kobe il 9/7/1967, “Barbablu” (2012), e penso che presto ne leggerò altri.

I tre libri hanno quantomeno in comune una certa suggestione dei titoli. Suggestione forse non condivisa da tutti i lettori, ma per me evocativa.

Barbablu” richiama la celebre fiaba del tale che si sposava molte volte e ogni volta proibiva alle mogli di aprire una certa porta, pena la morte. La curiosità femminea era sempre troppo forte e tutte le mogli soccombevano. La fiaba però si ispira a una storia vera e a un personaggio più che reale, addirittura storico, il Maresciallo di Francia Gilles de Rais, un degli uomini più vicini a Giovanna d’Arco e, in quanto tale, protagonista del mio romanzo “Giovanna e l’angelo”. Gilles de Rais però non uccideva le mogli, ma rapiva i figli dei propri contadini, li violentava e uccideva. Dunque la storia di Barbablu è una versione edulcorata della realtà.

Amélie Nothomb

Amélie Nothomb ambienta la favola ai giorni d’oggi e coglie l’occasione per dipingere un personaggio femminile forte e coraggioso e un protagonista maschile malato e folle, di cui la donna scopre passo dopo passo la psicologia, dando vita a un romanzo veloce ma intenso e carico di umanità, esplorata nelle sue perversioni, ma non per questo troppo lontana dal quotidiano.

Come in “50 sfumature di grigio” anche qui il protagonista è ricco e vizioso e anche qui pieno di fascino, a dimostrazione del fatto che la ricchezza riesce a rendere attraenti personaggi che se fossero poveri o gente comune sarebbero solo dei disgraziati, che guarderemmo con orrore e disgusto. Ammantati di potere e ricchezza possono persino ambire a diventare capi di partito o presidenti del consiglio, come la triste storia patria insegna.

 

Gilles de Rais – Barbablu

 

L’AMORE AI TEMPI DEI SIMPOSI

A volte facciamo fatica a renderci davvero conto di quanto diversamente siano percepite alcune cose da altre civiltà o in altri tempi. Il razzismo deriva anche da questo (o forse ne è solo una scusa): non capiamo gli altri e li consideriamo barbari. In realtà, è solo per ignoranza e pigrizia intellettuale che consideriamo una morale superiore ad altre o addirittura come l’unica possibile.

Diciamo che la nostra cultura deriva da quella greco-romana e da quella ebraica, eppure di queste abbiamo preso solo alcuni aspetti e alcune idee e dimenticato molti altri. Se quelle erano le nostre radici, ce ne siamo a volte allontanati molto.

Persino un concetto generale come quello dell’Amore oggi è concepito in modo totalmente diverso che nella Grecia antica.

Se oggi un adulto “adesca” un ragazzino per motivi sessuali, ci scandalizziamo, mentre per i Greci era uno dei modi per far crescere ed educare i ragazzi.

Platone

Solo negli ultimi decenni la nostra cultura sta imparando ad accettare l’omosessualità, che per i greci era invece la forma più normale e pura dell’amore.

Per renderci conto di come fosse diversa la società greca dalla nostra, ben si presta la lettura del piccolo classico che va sotto il nome di “Simposio”, attribuito a Platone (forse è il più celebre dei suoi Dialoghi), in cui ci mostra un convivio di menti greche (tra cui persino Socrate, di cui, deviando dal tema principale, uno dei commensali, Alcibiade, tesse l’elogio) disquisire su cosa sia l’amore, sia facendo riferimento alle teorie religiose, sia aspetti sociali, sia a temi più strettamente filosofici.

Per Fedro, Eros è il più antico di tutti gli Dei. Per il padrone di casa Agatone, Amore è il Dio più bello e nobile.

Diotima di Mantinea sostiene invece che Eros sia un demone, figlio di Poros – ricchezza – e Penia – povertà. Aristofane racconta di come gli uomini un tempo fossero sfere con quattro braccia e quattro gambe e di come furono divisi in due e da allora l’una parte ricerca l’altra, anche se non necessariamente un uomo cerca una donna e viceversa ma sono possibili anche altre combinazioni.

Per Pausania c’è un amore celeste e un amore terreno, il primo ama le anime e il secondo i corpi.

Il medico Erissimaco lo vede come un fenomeno naturale.

La discussione non è scomposta, ma ogni tema viene analizzato e affrontato nella sua interezza dai partecipanti al simposio, alcune delle menti più vivaci dell’Atene del tempo, ma come si addice a un simposio, aspetti e visioni assai diversi dell’Amore si alternano in modo non sistematico e talora la conversazioni devia anche su altri argomenti.

INDIETRO NON SI PUÒ: AVANTI TUTTA (CON 4 LIBRI ASSIEME!)

Anni fa lessi “L’unico peccato” (Editrice Zona, 2006) di Sergio Calamandrei e mi colpì come, inserito nella struttura del giallo, ci fosse un romanzo decisamente più mainstream, intendendo con questo quella parte di narrativa che non si lascia ingabbiare nei generi letterari. Già “L’unico peccato”, insomma, incamerava in sé alcuni interrogativi fondamentali sulla nostra società, sui rapporti interpersonali, in particolare uomo-donna, sul mondo dell’editoria e dei libri.

Non mi stupisce dunque che, in occasione della pubblicazione di un nuovo episodio delle indagini dell’investigatore privato fiorentino Domenico Arturi, Sergio Calamandrei abbia pensato di inserire i due romanzi non già in una semplice serie di gialli, ma in un progetto di assai più ampio respiro che ha denominato “Sesso motore”, in quanto, le varie opere si incentrano sull’interrogativo fondamentale: il sesso è il motore principale delle azioni umane? Se non lo è, lo è la sua assenza, come nota uno dei personaggi del secondo romanzo “Indietro non si può”?

Calamandrei, dunque, ha ridenominato “L’unico peccato” “L’unico peccato – Sesso motore Zero”, definendo così il secondo romanzo “Indietro non si può – Sesso motore 1” e aggiungendo a questi, con pubblicazione contemporanea, un saggio “Perché si fa poco sesso – Sesso motore 3”, una raccolta di racconti “Il mestiere più bello del mondo – Sesso motore 3”, un’antologia gratuita “Assaggi gratis – Sesso motore 4”, un sito internet http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm e un blog http://sessomotore.wordpress.com.

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Firenze – Foto di Carlo Menzinger

Indietro non si può” è comunque un romanzo del tutto autonomo, questo per tranquillizzare chi tema di dover per forza leggere tutto, e altrettanto lo sono gli altri volumi: ciascuno può essere letto autonomamente dagli altri, anche se è consigliata la lettura integrale per rendersi meglio conto dell’ampiezza degli intenti dell’autore

 

Come già “L’unico peccato”, “Indietro non si può” è ambientato a Firenze negli anni ’90 (tra fine 1995 e inizio 1996).

Calamandrei è fiorentino, Firenze la conosce bene e questo certo giova al romanzo, perché ne esce fuori un’ambientazione corretta, precisa ma, state tranquilli, non puntigliosa o invadente.

L’autore sembra ben conoscere la regola aurea degli scrittori: scrivi di ciò che conosci. Si capisce quindi bene che si è accuratamente documentato su ogni aspetto (e un’idea del suo grande lavoro si percepisce leggendo i ringraziamenti finali, rivolti a tanti professionisti che lo hanno consigliato su vari aspetti). Oltre che di Firenze, nel romanzo si parla dell’Italia, della politica nazionale di quei tempi di primo berlusconismo (ma l’autore ci parla soprattutto degli altri personaggi dell’epoca, tralasciando, forse volutamente, il fondatore del partito-azienda), delle grandi novità che cominciavano a cambiarci la vita, come l’avvento dei cellulari, che i protagonisti, con riflessioni che ricordano le stesse che si sentivano allora, non riescono ad accettare, delle infiltrazioni mafiose, delle speculazioni edilizie.

Positiva, dunque, l’ambientazione, ma positivo anche tutto il resto, i personaggi, la trama, i contenuti.

I personaggi non sono pochi, oltre al citato protagonista Domenico Arturi, voce, narrante, ma neanche troppi e questo permette di caratterizzarli piuttosto bene.

La trama verte attorno al classico omicidio di un nobile fiorentino e al furto di un libro antico, avvenuti separatamente. Partendo da questa struttura di base, Calamandrei ci mostra i rapporti tra i vari personaggi, denuncia un mondo di sfruttamento del lavoro, con segretarie non pagate, laureati che fanno gli autisti. Ci parla di abusi edilizi, di corruzione, di mafia, per riflettere così sul nostro tempo e, soprattutto, tema centrale del progetto “Sesso motore”, per interrogarsi – sia tramite i rapporti dei personaggi l’uno con l’altro, sia tramite la loro visione – sulla funzione del sesso nella nostra società e, persino, nell’evoluzione della nostra specie. Rilevante appare la considerazione sull’interessenza tra sesso, potere e ricchezza.

Romanzo insomma denso di contenuti, scritto con professionalità, intenso e di piacevolissima lettura.

Infine, posso anche osservare di aver imparato da questa lettura qualcosa di nuovo sull’affascinante mondo del collezionismo di libri antichi.

 

Chi lo ha pubblicato, vi chiederete forse ora, chi ha sostenuto questo suggestivo progetto? Qualche grande editore? Niente affatto! Qualche medio editore di buon fiuto? Neppure.

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Sergio Calamandrei – Lisbona, agosto 2013

Sergio Calamandrei, che già aveva pubblicato con editori minori, non solo “L’unico peccato” nella prima edizione ma anche altre sue opere, conosce ormai bene il mondo dell’editoria, su cui ha scritto interessanti studi (il tema viene accennato anche nel romanzo che ci parla oltre che di libri antichi, anche di moderni editori) e così sembra aver capito che ormai un editore, soprattutto se non è veramente importante e non vuole investire in modo significativo su di te, serve davvero a poco e, quindi, ha pubblicato da solo, con l’aiuto di alcuni amici per le copertine (il bravo Paolo Milanese) e per la revisione dei testi, avvalendosi di uno dei servizi di self-publishing che si può trovare on-line: Youcanprint. Forse il solo modo per avvalersi in modo proficuo di un editore è quello escogitato dallo stesso protagonista Domenico Arturi, ma non voglio rivelarvelo qui, perché merita scoprirlo nel romanzo, così come leggendo le pagine scritte da Calamandrei penso sia più piacevole scoprire lo sviluppo dei vari misteri che vi compaiono (non solo l’omicidio del Conte Puccetti e il furto de “Les liasons dangereuses”) e, delle varie storie, amorose e non, che vi si dipanano, dall’attrazione dell’investigatore per la bellissima vedova dell’assassinato, agli incerti amori dell’Avvocato Parisi, alle imprese letterarie di Arturi, che, oltre a condurre le sue indagini sta scrivendo un romanzo, che si chiama “L’unico peccato” (proprio come il primo romanzo di Calamandrei! Un metaromanzo, insomma, che si scrive da solo!), ai rapporti familiari della famiglia Puccetti, dilaniati dalle questioni ereditarie dopo la morte del Conte.

Insomma, questo romanzo è la dimostrazione che anche tra i romanzi autopubblicati si possono trovare ottime letture.

L’UNICO PECCATO SAREBBE NON LEGGERLO (SESSO MOTORE)

In occasione dell’uscita della seconda edizione del romanzo “L’Unico Peccato” del fiorentino Sergio Calamandrei, sono andato a ricercare la recensione che avevo pubblicato quando uscì la prima edizione, per scoprire che il mio post risaliva addirittura al 30 gennaio 2008: non pensavo fosse passato tanto tempo, tanto bene ricordo questo romanzo!

La prima edizione fu edita da Zona. Per questa seconda edizione Calamandrei ha fatto ricorso ai servizi di Youcanprint, ma non si è limitato a rieditare il volume, l’ha invece inserito in una serie di testi, di cui “L’Unico Peccato” rappresenta il volume “Zero” e che costituiscono il progetto “Sesso motore”.

Il progetto “Sesso motore”, come si può leggere qui: http://www.calamandrei.it/sessomotore.htm dunque si compone di ben cinque opere:

0 – il romanzo “L’Unico peccato”;

1 – il romanzo “Indietro non si può”, seguito de “L’Unico peccato”;

2 – il saggio “Perché si fa poco sesso”;

3 – L’antologia di racconti “Il mestiere più bello del mondo”;

4 – L’antologia di estratti “Assaggi gratis”.

 

Se il primo romanzo era già opera complessa e articolata, che si delineava come qualcosa di più di un semplice giallo, divenendo esplorazione sociale dei rapporti umani, la raccolta in cui è ora inserito dimostrano che quella vocazione era ben forte, se ha potuto portare persino alla generazione di un saggio, sulla forza motrice del sesso nella nostra cultura, nella nostra società e nel nostro tempo.

 

Vi lascio allora alle parole che avevo scritto per la prima edizione:

 

* * * * *

Sergio Calamandrei a Firenze

 

L’unico peccato” di Sergio Calamandrei: ecco un giallo che è qualcosa di più di un semplice giallo.

 

Con quest’opera prima Sergio Calamandrei ci guida in un’avventura che è un intreccio di storie e di personaggi, d’incontri e di riflessioni.

L’ambientazione fa subito capire dove dobbiamo collocare questo lavoro. Si svolge, infatti, nella Biblioteca Nazionale di Firenze e non mancano le pagine dedicate ad un Circolo di aspiranti scrittori.

Siamo dunque più dalle parti della letteratura che non altrove.

L’autore riesce, infatti, a cogliere sempre la giusta occasione per offrire al lettore occasioni di riflessioni sempre nuove, man mano che la ricerca investigativa attorno al delitto procede.

E non manca l’esplorazione psicologica, il lavoro di definizione e tratteggio dei personaggi.

Si tratta, dunque, di un libro completo e “pieno”. Di un libro in cui si sente che l’autore ha riversato anni di riflessione e di vita e un lungo ed intenso impegno di scrittura.

Il risultato, quindi, non può che essere ottimo: un romanzo piacevolevariegato e coinvolgente, un testo che, pur edito al di fuori delle “major” dell’editoria, ha tutte le caratteristiche per essere un libro “importante”, che ben avrebbe figurato nelle principali collane gialle dei massimi editori nazionali, un libro che non può mancare nella vostra libreria (io ne ho già acquistate varie copie, che ho regalato ad amici e, purtroppo, ho prestato la mia copia personale e ancora non l’ho riavuta… credo che finirò per comprarne una nuova!).

Non perdetevi allora questa occasione per scoprire un nuovo, brillante autore.

 

La trama in estrema sintesi è questa: Firenze, inizio anni novanta. Un investigatore privato conduce un’indagine sul suicidio di uno studente fuoricorso che lo porta a scoprire un misteriosi traffici che ruotano attorno alla Biblioteca Nazionale. Nel corso dell’indagine l’investigatore incontra il Club degli Aspiranti Scrittori dove si riuniscono persone che si dilettano a scrivere. Due storie d’amore che coinvolgono alcuni di questi aspiranti scrittori si intersecano con la trama gialla.
Vorrei ora rivelarvi il finale: il colpevole è…. No, scherzavo! Lascio a voi di scoprire chi sia e soprattutto quale sia questo Unico Peccato, scoprendo così anche quella che è la filosofia che c’è dietro un’opera tanto intensa, dalle cui pagine traspare, come scrivevo, il lavoro di anni e la ricerca continua di una qualità da offrire a un pubblico che, vogliamo augurarci, potrà crescere sempre più.

 Lascio ora la parola all’autore che così descrive questo libro:

 

<<“Ci sono dei libri gialli in cui il detective arriva alla soluzione del caso per intuizione, al termine di un lungo processo di empatia con l’assassino. Egli a poco a poco assorbe, se così si può dire, l’ambiente in cui è maturato il delitto e arriva a ragionare come il colpevole, identificandolo in tal modo. In altri gialli la soluzione viene trovata come freddo risultato di un processo esclusivamente logico, un po’ come risolvere un’equazione alla lavagna. In alcuni libri, infine, il colpevole è il maggiordomo e tutto quello che c’è scritto in mezzo è uno spreco di tempo.

Io, tra i miei personaggi non avevo alcun maggiordomo e quindi decisi che dovevo risolvere il caso Berti col mio metodo personale, il metodo Arturi, detto anche della logica per forza.”

 

Così riflette Domenico Arturi, investigatore privato fiorentino dal passato non limpidissimo e dalle amicizie inquietanti prima di affrontare una lunga notte che lo porterà a scoprire cosa si nasconde dietro l’apparente suicidio di uno studente universitario fuorisede.

Siamo a Firenze, agli inizi degli anni novanta e un fuoricorso, aspirante scrittore e collaboratore saltuario con la Biblioteca Nazionale, muore precipitando dalla finestra del suo appartamento. Il padre incarica Domenico Arturi di chiarire le motivazioni del suicidio. L’investigatore, il cui motto è “lo scopriremo solo vivendo”, si immerge in un’indagine atipica che lo porta in contatto con un originale Club popolato da personaggi particolari; tra questi: un professore amante di Borges e con un lontano passato sudamericano, uno studente che crede nella “Teoria Romantica dell’Amore” e che litiga in continuazione con un seguace della “Teoria Casualistica dell’Amore”, un vecchietto che parla solo per citazioni, ritenendo che ormai a questo mondo tutto quel che merita di essere detto, lo sia già stato.

Seguendo le labili tracce lasciate dal giovane morto l’investigatore si imbatte in uno spacciatore, ex poliziotto, estremamente pericoloso, e in una cittadina svizzera dove producono ottimi cioccolatini. Accompagnato da un’insegnante di ginnastica ormai specializzata nel respingere i pretendenti, Arturi partecipa a una spettacolare festa in una villa nelle campagne attorno a Firenze. Quella sera ci scappa il secondo morto, questa volta sparato, e a quel punto diventa chiaro che il volo fatto dal presunto suicida deve essere riletto da un altro punto di vista.

Nel frattempo appaiono libri antichi della Biblioteca Nazionale che non dovrebbero esistere e si sviluppano due storie d’amore. La prima è quella di un avvocato trentenne già consumato dal proprio lavoro che cerca di rigenerarsi con un pericolosissimo amore per una ventenne. La seconda nasce tra una ricercatrice universitaria, ossessionata dalla propria abilità nell’interpretare il linguaggio del corpo, e un bibliotecario il quale ritiene esista un unico peccato che cerca in tutti i modi di evitare, commettendone molti altri nel frattempo.

Tra ulteriori spari, “amici” svizzeri, irruzioni della polizia, pranzi sentimentali al caffè Neri-Peruzzi di Piazza Santa Croce e momenti di amore intenso, tutte le storie precipitano verso la conclusione e alla fine l’investigatore resta con un po’ di amaro in bocca perché forse non tutto è andato a finire com’era giusto.>>

 

Su http://www.calamandrei.it/unicopeccatointervista.htm c’è, infine, un’intervista a Calamandrei, in cui l’autore ci parla del libro.

* * * * *

In bocca al  lupo, allora, a Sergio Calamadrei, per questa sua nuova avventura con l’ormai inossidabile Domenico Arturi.

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