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LA QUOTIDIANA ABIEZIONE UMANA

Risultati immagini per il muro sartreNon è mai facile commentare un libro o un autore su cui è già stato scritto moltissimo. Ho appena finito di leggere la raccolta di racconti “Il muro” di Jean-Paul Sartre (Parigi, 21 giugno 1905 – Parigi, 15 aprile 1980) e non ho ora certo alcun intenzione di addentrarmi nelle polemiche letterarie e politiche che da sempre ruotano attorno all’opera di questo pensatore francese, che è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e critico letterario francese, considerato uno dei più importanti rappresentanti dell’esistenzialismo.

Come di consueto mi limiterò qui alle mie modeste impressioni di lettore, forse persino un po’ distratto. Devo dire, innanzitutto, che era tanto che non leggevo nulla di suo. Tantissimo a dir il vero, dato che credo di aver letto e apprezzato “La nausea” ai tempi ormai lontani del liceo.

Anche “Il muro” è stata per me una lettura che lascia il segno, soprattutto per la capacità di Sartre di addentrarsi nei particolari più intimi della vita e dei pensieri dei propri personaggi, per il suo saper descrivere sentimenti ai limiti dello squallore umano ma con una corposità che li rende essi stessi materia narrativa forte e vivace. “Il muro” purtroppo è un’antologia e questo rende la lettura più frammentaria e il ricordo che ne resta più impreciso, rispetto a un romanzo, ma da autore penso di poterne trarre un insegnamento di profondità descrittiva di piccole abiezioni del carattere e del comportamento, che danno sostanza alla narrazione.

Jean-Paul Sartre

Il volume, pubblicato nel 1939, si compone di cinque racconti:

  1. Il muro
  2. La camera
  3. Erostrato
  4. Intimità
  5. Infanzia di un capo.

Può apparire difficile leggere il primo racconto in cui si descrivono le ultime ore di vita di alcuni antifascisti condannati a morte sotto il regime di Franco fuori dal contesto storico sociale del franchismo spagnolo, ma la valenza emotiva delle scene funzionerebbe bene anche in un racconto, tanto per dire, di fantascienza, in una storia priva di riferimenti storici, tanto importante appare l’atteggiamento dei personaggi verso l’inevitabilità della morte.

Anche “La camera”, parlandoci dei difficili rapporti familiari davanti a una malattia devastante, ci porta davanti a sensazioni ed emozioni che prescindono dal contesto specifico, in quanto tipicamente umani.

Il protagonista di “Erostrato”, volendo imitare il greco passato alla storia come anti-eroe per aver distrutto un tempio, immagina di realizzare una strage folle motivata dal solo desiderio di fama, anticipando di alcuni decenni questa nostra società dell’apparire, in cui il desiderio di fama a volte non bada a quanto questa sia positiva o negativa.

In “intimità” si parla di nuovo di rapporti familiari o più precisamente coniugali, mostrando le fantasie di una donna che ha a che fare con un marito impotente.

Il quinto racconto “Infanzia di un capo” è quello che ci regala forse il personaggio più intenso, quel Lucien  Fleurier, che vediamo crescere, malamente, sin da piccolo, con piccole turbe sessuali, che dal complesso di Edipo lo portano ad avere rapporti omosessuali con un pederasta, ad associarsi con un’organizzazione fascista, a pestare un ebreo.

In conclusione, l’abiezione umana che qui Sartre descrive appare intrisa di quotidianità, al punto da farla sembrare normale, e mi pare quasi di vedere in “The walking dead” il piccolo Carl Grimes seduto sul tetto che mangia una crema con sotto di lui gli zombie che cercano prenderlo, quasi come se tutto ciò fosse normale e nulla potesse turbarlo.

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UN NOIOSO FANTASY MASCHERATO DA FANTASCIENZA

Risultati immagini per la mano sinistra delle tenebreIl 22 gennaio di quest’anno è morta Ursula Kroeber Le Guin, una scrittrice di fantascienza e fantasy statunitense (nata a Berkeley il 21/10/1929). Non ne avevo ancora letto nulla, così, incuriosito dagli articoli apparsi con l’occasione, mi ero messo da parte uno dei suoi romanzi per leggerlo. Più di recente è stato indetto un concorso (“Oltre la soglia”) a lei dedicato e così mi sono deciso a leggere “La mano sinistra delle tenebre” (1969).

Stiamo parlando di un’autrice che ha vinto 5 premi Hugo e 6 premi Nebula, insomma, una molto apprezzata almeno nell’ambiente dei premi per la letteratura di genere fantastico. Il romanzo, uno dei suoi principali, le ha fruttato 1 dei premi Hugo e 1 dei premi Nebula. Mi è parso, dunque, un buon punto d’inizio per conoscerla.

Purtroppo devo dire che la lettura mi ha molto deluso, confermando la mia scarsa fiducia nelle giurie dei premi.

La mano sinistra delle tenebre” è un (brutto) romanzo fantasy mascherato da fantascienza e con un titolo da romanzo horror o gotico.

Ursula Le Guin

Nulla mi disturba di più in un romanzo della vaghezza e delle chiacchiere vane. La sensazione è stata che la maggior parte di questo volume si basasse proprio su un simile materiale.

Per carità, non tutto è da buttare. Innanzitutto è apprezzabile l’idea di queste razze umane mutanti, e, in particolare, che possa esserci un popolo in cui tutti sono nel corso della propria vita sia maschi che femmine, divenendo l’uno o l’altro solo in certi periodi. Tra i pesci questo è piuttosto comune, vedi per esempio la cernia, il pesce pappagallo, il pesce napoleone e lo stesso tra i molluschi. In biologia si parla di proterandria e proteroginia, come forme dell’ermafroditismo.

Nel romanzo si parla peraltro di androginia. I Getheniani sono “neutri” per la maggior parte del tempo. Ma per 2 giorni ogni 26 entrano in kemmer (diciamo pure “calore”), diventando maschi o femmine. Questo ermafroditismo deriva, pare da antiche manipolazioni genetiche sperimentali.

Altro aspetto affascinante è il pianeta Gethen, nome che significa “Inverno”, che è perennemente ghiacciato.

Il romanzo è un’occasione per delle riflessioni sulla sessualità, i rapporti tra sessi diversi e tra popoli diversi, ma è un’occasione perduta perché alla fin fine succede ben poco, a parte intrighi politici, macchinazioni noiose e discussioni ed elucubrazioni. In sostanza manca una storia coinvolgente.

I nomi esotici, spesso sovrabbondanti, se non inseriti in inutili elenchi, e l’ambientazione glaciale che abbiamo conosciuto in una storia ben più affascinate come “Il trono di spade” di Martin, danno un’aria da fantasy mancato al romanzo, con gli alieni che somigliano più ai popoli della Terra di Mezzo tolkeniana che non a delle creature di altri mondi.

Dopo “Spedizione Sundiver” di Brin e “Il sole dei soli” di Schroeder, mi sono così trovato ancora una volta, nel giro di poco, a leggere romanzi di fantascienza con un ottimo potenziale ma con uno sviluppo che se fossero i primi del genere che leggo mi dissuaderebbero dal provarci ancora. Per fortuna so che la fantascienza ha prodotto opere decisamente migliori.

La mano sinistra delle tenebre”, purtroppo, mi ha ricordato i romanzi di un’altra autrice di fantascienza, premiata addirittura con il nobel, che mi pare caratterizzata da un’analoga vacuità narrativa: Doris Lessing.

Per la cronaca “La mano sinistra delle tenebre” fa parte di un ciclo di 7 romanzi denominato “Ciclo dell’Ecumene”, ma dubito che tenterò di leggere gli altri.

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IL SOGNO DI ARACNE

Cap 17 Brigitte BardotImmaginate una bellissima ragazza di diciassette anni dagli occhi verdi che, uscita in strada dopo la consueta giornata di lavoro estenuante, per l’ennesima volta, è violentata da un gruppo di ragazzi di passaggio.

Immaginate che rimanga incinta.

Immaginate che già altre due volte abbia dovutoabortire e che se lo farà una terza volta sarà messa a morte: due volte vittima, prima di una violenza sessuale, poi di leggi demografiche che non accettano donne incapaci di portare a termine le gravidanze.

Immaginate che questo avvenga in Italia, a Napoli, non secoli fa, ma oggi.

Immaginate che questo avvenga, però, in un mondo totalmente diverso da come lo conosciamo.

 

Un mondo che rifiuta ogni sorta di lusso, al punto che la gente va in giro nuda e non esiste la proprietà privata.

Un mondo in cui una piccola parte della popolazione è libera e domina sulla maggioranza delle persone.

Un mondo in cui uomini e donne vivano divisi gli uni dalle altre.

Un mondo in cui non esistono le famiglie, i figli siano allevati in modo collettivo, i matrimoni sono solo unioni economiche e a scopo riproduttivo.

Un mondo in cui la guerra non abbia mai fine.

Un mondo in cui Sparta, 2400 anni fa, abbia sconfitto Tebe a Leuttra, abbia distrutto Atene, abbia soggiogato il nascente Impero Romano e abbia mutato il corso dell’intera storia mondiale, divenendo essa stessa un grande impero planetario, al centro di una società maschilista, ma in cui gli uomini si occupano solo di guerra e politica, lasciando tutto il resto alle donne.

Un mondo in cui la meccanica è agli albori, l’elettronica e l’informatica sono inesistenti, la genetica ha fatto progressi inattesi.

Un mondo in cui l’arte non conta nulla.

Un mondo con un sistema di leggi primitivo e una filosofia rimasta ai tempi antichi.

Un mondo in cui si venerano ancora gli Dei dell’Olimpo, mentre i seguaci di Gesù sono poche persone in fuga per le montagne.

 

Questo è il mondo da cui fugge la giovane e bella schiava Aracne di Neapolis, questo è il mondo che vorrebbe cambiare la giovane studentessa di architettura Nymphodora della capitale Lacedemone.

Questo è il mondo di Sparta.

Questo è il tempo di Sparta.

Questo è quel che si racconta nel romanzo “Via da Sparta“.

Questo è il mondo in cui comincia l’avventura de “Il sogno del ragno“, il primo volume della trilogia di “Via da Sparta“, il romanzo che racconta il sogno di libertà di due ragazze, Aracne e Nymphodora, tanto diverse eppure destinate a unire i loro sogni di un mondo diverso.

Il sogno del ragno” è la nuova ucronia di Carlo Menzinger.

Se avete amato “Il Colombo divergente” e “Giovanna e l’angelo” non potete perderlo. Se non li avete letti, se non avete mai letto un’ucronia, questa è l’occasione per scoprire che la Storia potrebbe anche essere diversa da come la conosciamo, questo è il momento per rendersi conto che nulla è scontato e tutto avrebbe potuto andare diversamente da come è andato. L’ucronia ti apre la mente. “Il sogno del ragno” è l’ucronia che ti mancava.

Esagero? Prima leggilo e poi fammi sapere.

 

Il romanzo è in vendita nei principali store-on-line:

Amazon

Internetbookshop

La Feltrinelli

Mondadori Store

Libreria Universitaria

QUEL CHE INSEGNA “IL SOGNO DEL RAGNO”

Il sogno del ragno” è ucronia. L’ucronia è la descrizione di mondi alternativi, universi divergenti, in cui qualcosa nel passato è cambiato, mutando il corso della storia. L’ucronia, dunque, è storia immaginaria. Mi piace dire che sia “storia sognata”, nel senso che ciascuno di noi può sognare un mondo diverso, supponendo che un dato evento non si sia verificato o si sia verificato in altro modo. Abbiamo così varie ucronie in cui la Germania vince la seconda guerra mondiale, nel mio “Il Colombo divergente” immagino che Cristoforo Colombo non riesca a comunicare la scoperta dell’America, in “Giovanna e l’angelo” Giovanna D’Arco sopravvive al rogo.

La grande sfida de “Il sogno del ragno” è descrivere il nostro tempo, un mondo a noi contemporaneo, ma frutto di una divergenza storica, ucronica, avvenuta non solo 20 o 100 anni fa, ma ben 2.400 anni fa. Si immagina che allora Sparta abbia sconfitto Tebe a Leuttra e non viceversa. Ne conseguono la distruzione di Atene con tutta la sua cultura, l’espandersi di Sparta, l’arresto dello sviluppo dell’Impero Romano e tutta una serie di cambiamenti che fanno sì che oggi metà del mondo sia dominato da Sparta. Un mondo molto “spartano”, essenziale, innanzitutto, ma anche un mondo del tutto diverso. Uomini e donne vivono separati. Matrimonio e famiglia sono intesi in tutt’altro modo. Ogni lusso è bandito. Del consumismo non se ne mai sentito parlare. I vestiti sono considerati un vezzo superfluo. La proprietà privata non esiste. Da una parte c’è una comunità di Uguali, gli Spartiati, tra i quali non sono accettate differenze, ma che sono un’oligarchia che domina su un gran numero di schiavi pubblici, gli Iloti. L’elettronica non esiste. La meccanica è ai livelli ottocenteschi, un po’ tipo “steampunk”. In compenso c’è un forte controllo demografico, c’è una maggior attenzione verso l’ambiente, c’è uguaglianza tra i membri della stessa classe, ma anche sfruttamento schiavistico degli Iloti. C’è una grande attenzione alla selezione della razza, che ha portato a uno sviluppo della genetica che qui ancora non abbiamo conosciuto. E c’è la guerra. Guerra costante, perché il controllo degli Spartiati sugli Iloti e sulle popolazioni assoggettate o confinanti funziona solo tramite uno stato di guerra e polizia costante. È una società maschilistica, ma in cui le donne hanno un immenso potere, perché gli uomini si occupano solo di questioni militari e politiche e tutto il resto è in mano alle donne. La “medicina” più usata è l’eutanasia. Gli uomini e le donne che raggiungono i 55 anni devono morire per fare spazio ai giovani e avere un mondo sempre efficiente.

Il grande insegnamento di questo romanzo e dell’ucronia in genere è che tutto ciò che conosciamo, potrebbe non esserci, che oggi potremmo vivere in un mondo del tutto diverso. Forse peggiore o forse migliore. L’ucronia ci insegna a guardare il mondo e la storia con occhi nuovi. A chiederci continuamente “e se invece?”

Il sogno del ragno” descrive un mondo distopico, ma non totalmente, perché nulla è mai del tutto bianco o del tutto nero. L’universo di “Via da Sparta” è talmente diverso dal nostro, che non possiamo che provare repulsione per il tipo di vita che propugna, eppure vediamo che molti personaggi lo vivono come normale.

E questo, forse, è un altro messaggio del libro: cercare di comprendere la diversità, cercare di capire che quello che, a prima vista, ci può sembrare del tutto negativo, in realtà ha in sé aspetti positivi, così come non esiste una perfetta utopia, non c’è una distopia assoluta. In questi tempi, in cui la tentazione del razzismo riemerge, “Il sogno del ragno”, mostrandoci un mondo immaginario ci aiuta, spero, a farci capire che se siamo così non è per merito nostro o per “volontà divina”, che non esiste una “razza eletta”, ma che se un popolo domina sugli altri è solo per la forza del caso. Basta poco a mutare la storia e le sorti dei popoli e delle nazioni. Sparta oggi non esiste più. Invece, potrebbe esserci ancora e aver impedito la nascita degli Stati Uniti d’America, della Russia, della Gran Bretagna. Nazioni che si credo le più potenti, se solo qualche piccola cosa fosse avvenuta nel passato, potrebbero non essere quel che sono o non esserci affatto.

Il sogno del ragno ci insegna anche qualcosa sulla storia reale, perché questo moderno Impero di Sparta ha molto della Sparta storica, che pochi di noi conoscono davvero del tutto. Ogni capitolo è corredato da una citazione, spesso di storici antichi. Piccole frasi che ci fanno capire come certi aspetti descritti nel romanzo, che ci possono sembrare del tutto fantasiosi, in realtà nella vera Sparta era proprio così o molto simili. Per esempio, era normale che le donne avessero più mariti, era normale che i giovani spartiati uccidessero gli iloti senza motivo, solo come rito di iniziazione, era normale che gli uomini pranzassero senza le donne nei sissizi, la pederastia e l’omosessualità erano comuni e così via: Sparta era diversa da Atene, da cui tanto abbiamo preso. Sparta, anche quella vera, era molto diversa da noi.

Il sogno del ragno”, però, non è un libro di storia, né tanto meno di filosofia. “Il sogno del ragno” è un romanzo d’avventura e di vita, di crescita e di scoperta.

Il sogno del ragno” narra la fuga di Aracne (“ragno” in greco), una schiava pubblica ilota di diciassette anni da una Napoli ucronica verso la Scandinavia, i Regni Perieci del Nord” alla ricerca di un mondo diverso e magari migliore. Aracne è appena stata violentata, per l’ennesima volta, perché questo è normale e accettato. È incinta e vuole un mondo in cui la schiavitù e la violenza non esistano, in cui la sua vita e quella del frutto della violenza che porta in grembo non siano a rischio. È questo il suo sogno, il sogno di Aracne. In questa fuga la ragazza impara che per i sogni si deve combattere, che non ci si deve arrendere davanti agli ostacoli e ai fallimenti, ma anche che occorre stare attenti ai piccoli successi, che portano ad adagiarci, ad accontentarci, perdendo di vista il nostro obiettivo principale.

La seconda protagonista de “Il sogno del ragno” è un’altra ragazza, Nymphodora, poco più grande di Aracne, ma che vive nel cuore dell’Impero di Sparta, nella capitale Lacedemone. È una spartiate e per giunta figlia di due personaggi importanti dell’Impero. Eppure anche lei si ribella. Anche lei ha dei sogni. Vorrebbe cambiare questo mondo. Vorrebbe cambiare il modo di costruire le case e le città, ora “spartane” e, soprattutto, sotterranee. Vorrebbe che il matrimonio non avesse solo finalità economiche e procreative, ma che fosse l’unione di due anime, che fosse l’unione di due persone che si amano.

Il cammino delle due ragazze si avvicina progressivamente, fino all’incontro finale, che prelude a nuove, più incredibili avventure e scoperte di questa Sparta, che è più complessa di quanto sembri, con numerose sfaccettature e piccoli mondi, isole nascoste da scoprire, cose da imparare, per crescere e raggiungere una diversa consapevolezza.

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Di questo e di altro parleremo domani Sabato 16 Dicembre 2017 al Porto Seguro Show in via dei Renai 23 (Firenze).

 

LA FAMIGLIA SENZA NOMI

Risultati immagini per la sposa giovane BariccoIn Italia pochi hanno la capacità di Alessandro Baricco di usare le parole. In passato ricordo di aver letto il suo affascinate saggio “I barbari” sulla profondità e la superficialità, la piacevole riscrittura del classico “Omero, Iliade”, il romanzo “Oceano mare”, l’intenso monologo “Novecento”. In tempi meno recenti avevo molto apprezzato “Seta” e “Castelli di rabbia” e gradito “City”. La mia ultima lettura risale al 2015, con il romanzo “Mr Gwyn”. Torno a leggerlo dopo qualche tempo dall’ultima volta affrontando il suo romanzo “La sposa giovane” in cui riesce a creare, da una storia tutto sommato semplice, un racconto denso di magia e di atmosfera.

La ricchezza della sua scrittura forse sarà tecnica consumata, ma certo la rende qualcosa di peculiare.

I due “trucchi” principali di queste pagine, facilmente riconoscibili e uno persino evidenziato dall’autore all’interno del testo, sono il sovrapporsi di diverse voci narranti e la spersonificazione dei protagonisti mediante la perdita del nome proprio, sostituito dal nome generico che ne svolge la funzione. Abbiamo, cioè, personaggi che si chiamano semplicemente La Sposa Giovane, La Madre, Il Padre, La Figlia, Il Figlio e Lo Zio.

L’accavallarsi quasi scomposto di punti di vista e voci narranti ha un certo effetto spiazzante, ma regala alla lettura una mobilità e una vitalità apprezzabili. Tra le voci narranti c’è quella dello scrittore, che qui però non è un autore terzo e impersonale ma quasi un personaggio egli stesso. Baricco realizza, infatti, quasi un metaromanzo, con la differenza, però, che qui la storia interna è assai più ampia e rilevante della storia esterna, quella dello scrittore narrante, le cui vicende, comunque non s’intrecciano con quelle dei propri personaggi che restano immaginari rispetto al suo piano narrativo. Qualcosa di diverso, per dire, dalla storia cornice di “Hyperion” di Dan Simmons, che, invece, confluisce nei sei racconti che contiene.

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Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, saggista, critico musicale e conduttore televisivo italiano, vincitore del Premio Viareggio nel 1993.

A proposito di questo uso della voce narrante l’autore-personaggio scrive:

Ad esempio avrei dovuto riferire al vecchio amico come scrivendo della Sposa giovane mi succeda di cambiare più o meno bruscamente la voce narrante, per ragioni che lì per lì mi sembrano squisitamente tecniche, e tutt’al più blandamente estetiche, con l’evidente risultato di complicare la vita al lettore, cosa di per sé trascurabile, ma anche con un fastidioso effetto di virtuosismo che in un primo momento ho perfino cercato di combattere, arrendendomi però poi all’evidenza che semplicemente io non riuscivo a sentire quelle frasi se non facendole scivolare in quel modo, come se il solido appoggio di una voce narrante chiara e distinta fosse qualcosa a cui non credevo più, o che era diventato per me impossibile apprezzare.

Questa voce narrante serve a Baricco anche per lanciare alcuni accenni sulla scrittura, tema a lui certo caro e ben più centrale in “Mr Gwyn”.

Tra le riflessioni dell’autore-personaggio riporterei quest’ interessante considerazione, in cui mi rispecchio:

tutto quello che scriviamo c’entra naturalmente con cosa siamo, o siamo stati, ma per quanto mi riguarda non ho mai pensato che il mestiere di scrivere si possa risolvere nel confezionare in modo letterario gli affari propri, col penoso stratagemma di modificare i nomi e talvolta la sequenza dei fatti, quando invece il senso più giusto di quello che possiamo fare mi è sempre parso mettere tra la nostra vita e quel che scriviamo una distanza magnifica che, prima prodotta dall’immaginazione poi colmata dal mestiere e dalla dedizione, ci porta in un altrove dove risultano mondi, prima inesistenti, in cui quanto c’è di intimamente nostro, inconfessabilmente nostro, torna ad esistere, ma a noi quasi ignoto, e toccato dalla grazia di forme delicatissime, come di fossili o farfalle”.

 

La storia è palesemente ambientata in Italia e vari luoghi geografici, per esempio l’Argentina o Marina di Massa, sono nominati espressamente, ma il luogo esatto delle vicende, come i nomi dei protagonisti rimane indeterminato, contribuendo a creare la sensazione di essere in una sorta di spazio magico che può essere qui come altrove.

A questo contribuisce senz’altro la stranezza della famiglia in cui approda la diciottenne Sposa Giovane per ottemperare a una promessa di matrimonio fatta al Figlio quando era ancora quindicenne. Il Figlio, però, è assente, e la ragazza resta a lungo nella casa ad attenderlo, scoprendone poco per volta i molti segreti, le ossessioni e le paure.

L’atmosfera della casa è misteriosa, con strane regole, come il divieto di leggere, ossessione di derivazione contadina, che considera perdita di tempo una simile attività, la paura della notte, essendo la famiglia convinta che ciascuno di loro dovrà morire tra il tramonto e l’alba; con il servitore Modesto (lui ha un nome, anche se è un aggettivo!) che comunica con una sorta di alfabeto morse fatto di colpi di tosse e che custodisce con eleganza inappuntabile i segreti della famiglia; con le lunghissime colazioni che durano fino al pomeriggio con il transito di innumerevoli visitatori, quasi postulanti in una reggia; con quello Zio, che non è parente di nessuno, che dorme senza posa eppure partecipa alla vita familiare; con quel Figlio, che tale non è, assente ed eternamente in arrivo, che fa consegnare in casa ogni giorno gli oggetti più strani; con la Figlia storpia ma bellissima; con il Padre affetto da una ”inesattezza del cuore” che lo costringe a una vita senza emozioni; con la Madre un tempo bellissima puttana.Risultati immagini per la sposa giovane Baricco

I personaggi, seppure senza nome, acquistano via via forma e spessore man mano che la Sposa Giovane ne scopre le storie e i segreti (e rivela i propri), mettendo alla luce aspetti imprevedibili delle loro personalità e da quest’atmosfera, che appare quasi rarefatta, emergono prepotenti e concreti. Nello scoprire quel piccolo mondo la Sposa Giovane muta e cresce e da vergine pura, finisce con lo scoprire le meraviglie del sesso e la ritroviamo persino a lavorare in un bordello. Eppure la vicenda fa sì che vi sia una strana leggerezza in questa sua attività così come nel suo primo masturbarsi con la Figlia, nel suo essere istruita concretamente al sesso dalla Madre, nell’essere condotta al bordello dal Padre per rivelarle i segreti di famiglia, nel risvegliare i sensi e l’anima dell’eternamente dormiente Zio.

UN ROMANZO SENZA TRAMA NON HA STOFFA

Negli ultimi anni mi sono sempre più convinto dell’importanza della trama in un romanzo. A qualcuno questo potrà forse sembrare ovvio, ma, sebbene gran parte dei romanzi abbia una trama degna di questo nome, non tutti ne hanno una e alcuni hanno trame poco interessanti o, peggio, poco consistenti.

Credo che l’etimologia del termine “trama” sia riconducibile a quella della “trama” di un tessuto. Che cosa sarebbe una stoffa senza una trama? Può averne di diverse ma senza non avremmo alcun tessuto. Cos’è un romanzo senza trama? Di solito poca cosa. Diciamo pure che un romanzo senza trama non ha stoffa!

Non amo, però, essere prevenuto, anche se la mia prevenzione deriva da un’esperienza personale ripetuta, dunque mi dico che un giorno potrei trovare un romanzo senza trama e innamorarmene e così ogni tanto leggo qualcosa che ha tutte le caratteristiche per non piacermi (per esempio romanzi gialli o peggio rosa, diari, ecc.).

Avevo letto che “Le città della notte rossa” (1981) è un romanzo destrutturato ma, ciononostante o forse proprio per questo, oggetto di amore incondizionato da parte di alcuni fan che vi hanno creato attorno una sorta di culto. Dunque, dato che penso sempre che se qualcosa piace a qualcuno deve pur avere dei pregi e che se qualcosa piace a molti deve averne tanti, ho provato a leggere questo romanzo di William Burroughs, autore che già conoscevo, se non altro per aver letto, parecchio tempo fa, “Il pasto nudo”. Troppo tempo fa, dato che ne ho ormai solo un ricordo vago, cosa che non è un buon segno, perché i buoni romanzi lasciano la loro impronta anche a distanza di tempo.

Tutto sommato sono attratto dall’idea di un romanzo destrutturato, anche se sono scettico sul tema.

Iniziando a leggere “Le città della notte rossa” in cui le avventure del pirata Mission si alternano ad altre storie più moderne o addirittura fantascientifiche o fantastiche, la mia prima riflessione è stata “più che un romanzo destrutturato, mi pare di leggere una raccolta di racconti”. Andando avanti, però, ho realizzato che non era così: quello che stavo leggendo era un intreccio di storie con barlumi di trame sconnesse, che spesso si perdevano in un caos in cui alcuni elementi tornavano insistentemente, se non ossessivamente.

William Burroughs

Potevamo considerare questi elementi il ritmo del romanzo? Erano loro a sostituire la trama e ha costituire la struttura portante del narrato? Forse sì, ma se c’era un ritmo o addirittura un’armonia in tutta quell’accozzaglia di immagini non ero in grado di percepirli. Del resto, si sa che non ho orecchio.

Immagini? Forse la sostanza del libro sono le immagini. Va avanti per sovrapposizione, successione e ripetizione di immagini. Come cosa? Come un collage? Forse. Mi piacciono i collage? Non necessariamente. Questo collage mi ha annoiato.

Quali elementi contiene? Tanti. Alcuni saltano più in evidenza: pirati lascivi e libertari, erezioni, accenni di ucronia, eiaculazioni, creature fantastiche, ragazzi nudi, erezioni, rapporti omosessuali, ragazzi nudi con gli stivali, sperma, eiaculazioni, erezioni, droghe, erezioni, sesso, sogni allucinati, eiaculazioni, magia, impiccagioni, eroina, erezioni, strangolamenti, erezioni, oppio, pirati nudi, decapitazioni, peni, western, erezioni, territori postatomici, ragazzi nudi con le pistole. Notate qualche ripetizione? Sono volute. Spero di aver dato almeno una vaga idea della ricorrenza di certe immagini!

Tutto questo può sostituire una trama decente? A qualcuno pare di sì. Come già dicevo, io leggendo mi sono soprattutto annoiato, sarà forse perché poco mi interessa di ragazzi nudi con gli stivali che eiaculano durante un’impiccagione. Se invece questo è il genere di cose che cercate in un romanzo, affrettatevi a leggerlo.

Il volume è il primo di una trilogia che comprende anche “Strade morte” e “Terre occidentali”. Dicono che per comprenderne la genialità occorre leggerlo assieme agli altri due. Cosa che non ho fatto e per il momento non ho intenzione di fare.

MUTATIS MUTANDIS SEMPER SEX EST

Eccomi alla seconda antologia di racconti di Nadia Mogni. Dopo “La bambina surgelata”, ho letto ora la silloge a tema erotico “Storie senza mutande”. Il sottotitolo è “Piccoli racconti e altre amenità fantahorrorerotiche… un po’ cattive”: in realtà sono soprattutto racconti erotici, che oscillano tra lo Schnitzler di “Doppio sogno”, il James di “Cinquanta sfumature di grigio” e l’Aury di “Histoire d’O”. Anche se è vero che in un racconto compaiono un paio di licantropi, in un altro assistiamo all’esplosione surreale di un pene, la componente horror mi pare non rilevante. Maggior rilievo ha invece quella fantastica, nel senso che le fantasie erotiche descritte sfiorano, come nell’altra raccolta che ho letto, il surreale.

Nadia Mogni (alias Evaporata)

Nadia Mogni sa come si scrive e tutti i racconti scorrono via piacevolmente, se non si ha alcuna avversione per il porno, dato che spesso siamo da quelle parti e la bravura dell’autrice in questa raccolta sta propria nella capacità di sollevare la tensione erotica nelle poche pagine di ciascuna delle storie narrate, anche se alla fine, il succedersi di queste avventure sessuali finiscono quasi per essere legate tra loro, tale è la comunanza del tema centrale della silloge e, dunque, la tensione non cala quasi mai.

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