LA SCRITTURA MINIMALISTA DELL’IMMAGINIFICO MURAKAMI

La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” del giapponese Haruki Murakami è una lettura lunga. Non mi riferisco con questo al numero delle pagine (352), ma al modo di scrivere di questo autore, che è portato dalla propria attenzione maniacale ai dettagli a dilatare i tempi narrativi oltre i canoni della letteratura occidentale, sebbene a questa si rifaccia e la citi costantemente. Certo il suo amore per gli autori russi, dovrebbe bastare a far capire quanto la sua scrittura possa dilatarsi.

Siamo però in un territorio assai diverso da quello della letteratura europea del XIX secolo. L’impianto della storia è quanto mai particolare e, sebbene abbia caratteristiche sia della fantascienza, che del fantasy, il risultato è un prodotto del tutto nuovo e non privo di fascino.

Già il doppio titolo dovrebbe insospettire. Il romanzo, infatti, è costruito come l’alternarsi di due storie diverse, l’una detta “La Fine del Mondo” e l’altra “Il Paese delle Meraviglie”. Le due vicende e i due mondi descritti sono, però, strettamente connessi e procedono in parallelo.

Il presupposto fantascientifico del romanzo è che il protagonista è stato sottoposto a un intervento al cervello, grazie al quale ora è in grado di criptare e poi decodificare i dati. Per fare ciò la sua coscienza è stata isolata e bloccata in un tempo che non scorre, uno spazio detto “La Fine del Mondo”. La prima storia è dunque la descrizione fantasy della coscienza del protagonista, popolata da strani unicorni (detti “le bestie”) che assorbono i vecchi sogni. Il protagonista in questa storia è un Lettore di Sogni, che li estrae dai crani degli unicorni morti.

È dunque una storia sulla coscienza e sui suoi limiti.

Nel mondo “reale”, il protagonista è un Cibermatico in fuga, inseguito da Semiotici e Invisibili. Lo accompagnano una ragazza grassa vestita di rosa e il nonno di questa, uno scienziato lunatico che ha inventato il sistema per separare la sua coscienza dal resto della mente e vive in rifugi irraggiungibili.

Haruki Murakami

A un certo punto, parte il conto alla rovescia e i due mondi sono destinati a riunirsi. Il protagonista del “Paese delle Meraviglie” vive la cosa come la fine della propria esistenza. Il protagonista de “La Fine del Mondo” cerca un sistema per uscire dalla città, circondata da un’alta muraglia senziente e custodita da un Guardiano cortese, ma armato di un’ampia collezione di oggetti da taglio e che custodisce l’ombra del protagonista in una gelida cantina. La sua ombra, separata da lui, vive e parla come una persona e, lentamente muore. Assieme progettano la fuga.

Insomma, senza entrare maggiormente nei dettagli, si tratta di una strana doppia storia, non priva di suggestione, se ne accettiamo gli aspetti fantastici e se si è disposti a leggere brani dilatati come questo:

Continuava a piovere e mi ero stufato di comprare vestiti, così rinunciai a cercare un impermeabile ed entrai in una birreria, dove bevvi una birra alla spina e mangiai delle ostriche. Per qualche misteriosa ragione gli altoparlanti del locale diffondevano una sinfonia di Bruckner. Il numero non me lo ricordavo, ma d’altronde chi è che si ricorda mai la numerazione delle sinfonie di Bruckner? In ogni caso era la prima volta che sentivo Bruckner in una birreria.

Oltre a me, nel locale c’erano solo altre tre persone. Una giovane coppia e un vecchio che portava un berretto. Il vecchio sorseggiava lentamente la sua birra, senza togliersi il berretto di testa, mentre i due giovani non toccavano quasi i loro boccali, immersi in una fitta conversazione a bassa voce. Questa è di solito l’atmosfera delle birrerie nei pomeriggi di pioggia.

Ascoltando Bruckner spremetti il limone sulle mie cinque ostriche e le mangiai in senso orario, e intanto bevvi un boccale medio. Sul grande orologio a muro del locale mancavano cinque minuti alle tre. Sotto il quadrante due leoni in piedi si facevano fronte, e torcendosi allentavano la tensione delle molle. Erano entrambi maschi, con le code ritorte. La lunga sinfonia finì e iniziò un Bolero di Ravel. Una strana associazione.

Ordinai una seconda birra, poi andai in bagno a orinare. Orinai per un tempo che sembrava non terminare mai. Non capivo come potessi produrre una tale quantità di orina, ma non avendo nessun impegno impellente ci misi tutto il tempo necessario.

Mi ci vollero circa due minuti. Intanto alle mie spalle continuava il Bolero di Ravel.

Strano, orinare mentre si ascolta Ravel. Mi dava l’impressione che non avrei smesso più.

Quando finalmente ebbi terminato, mi sentivo un altro. Mi lavai le mani e, dopo aver gettato un’occhiata alla mia faccia nello specchio ovale, tornai in sala e bevvi la seconda birra.” (pag. 296-297)

C’è da dire che il protagonista sa che il suo tempo sta per finire e quindi può aver senso immaginare che ogni minimo gesto assuma tanta importanza, ma un brano così si poteva agevolmente riassumere in un paio di righe senza togliere molto alla narrazione. Il romanzo è pieno di descrizioni simili, che incuriosiscono ma, alla lunga, appesantiscono la lettura.

Murakami è stato ben quotato trai candidati al recente Premio Nobel. Non ho letto altre cose sue, ma la sua scrittura, pur stimolante, mi è parsa spesso necessitare di un editor intraprendente che ne tagliasse ampi stralci.

Firenze, 19/10/2011

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9 responses to this post.

  1. […] La Fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie – Haruki Murakami […]

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  2. […] Quando poi il ragazzo si addentra in un bosco al di fuori del tempo, guidato da antichi soldati dispersi e ritrova l’amata padrona della biblioteca come era da ragazza, capirete che Murakami è in grado di scatenare la propria fantasia ben oltre gli schemi consueti, cosa che lo rende uno degli autori più interessanti di questo inizio millennio, come già avevo notato dalla lettura de “Il Paese delle Meraviglie e la Fine del Mondo”. […]

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  3. […] lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come […]

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  4. […] fantastici, siano gli unicorni che assorbono i vecchi sogni o i misteriosi Semiotici de “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” o i soldati dispersi nel bosco di “Kafka sulla spiaggia” o i Little People con le loro […]

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  5. […] è prolisso e ripetitivo, come avevo già notato con il mio primo approccio a questo autore (“La fine del mondo e il paese delle meraviglie”). Il primo difetto può essere soggettivo, nel senso che qualcun altro potrebbe non apprezzare […]

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  6. […] detto Il Ratto. Una certa passione di Murakami per gli erbivori direi che si ritrova anche ne “La fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” con i suoi unicorni al pascolo, mentre l’atmosfera surreale pare una costante nelle opere del […]

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  7. […] credo, invece, che manchino autori eccezionali ancora non insigniti del premio, basti pensare a un Murakami (di cui ancora non capisco i limiti della genialità), più volte candidato e mai vincitore o ad […]

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  8. […] comunque, candidati ben più autorevoli ancora non insigniti, basti pensare all’eterno candidato Murakami (della cui genialità ancora non capisco i limiti) o ad autori mai neppure presi in considerazione […]

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  9. […] che fanno dilatare ogni episodio oltre i livelli di prolissità più spinti di certi brani di Murakami, basti pensare alle pagine dedicate al letto cigolante e ai tentativi di risolvere il […]

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