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THE LOVE’S SERIAL KILLER

Il sentiero delle foglie caduteNon ricordo bene quando e come conobbi Maila Meini, ma fu in rete prima che di persona e credo che prima di averle mai parlato lessi il suo libro “A cavallo del tempo”, che recensii il 12 aprile 2018.

Ricordo poi di essermi trovato, a settembre 2018, durante la fiera Firenze Libro Aperto, assieme a Sergio Calamandrei davanti allo stand del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, che ancora non conoscevo e aver indicato il volume sul banco indicandolo a Calamandrei che lo scambiò, giustamente visto il titolo, per un romanzo di fantascienza. Gli feci notare che non lo era ma che si trattava di una sorta di diario di una signora conosciuta in rete. Fu in quell’istante che Maila Meini si materializzò alle mie spalle dicendo “quella signora sono io”. Mi sentì colto con le mani nella marmellata, anche se non stavo facendo nulla di male. Da allora ho incontrato alcune volte Maila e fu, anzi, lei, assieme a Barbara Carraresi, a convincermi a iscrivermi al GSF.

Ora ho finito di leggere il suo “Il sentiero delle foglie cadute” e credo che la veloce definizione data al suo “A cavallo del tempo” ben si addica anche a questo romanzo/ raccolta di racconti, anche se qui correggerei in “quasi il diario di una ragazza”.

Rispetto all’altro volume qui siamo maggiormente dalla parte del romanzo, sebbene la successione cronologica degli anni dal 1958 al 1971, con un’introduzione e un finale nel 1982 (anno in cui potrebbe esser stato scritto, anche se la pubblicazione è successiva).

Vi si parla di una bambina, che vediamo crescere. Non è espressamente un’autobiografia, anche perché la piccola si chiama Lia e non Maila, ma credo che non vi manchino riferimenti alla vita dell’autrice.

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Maila Meini (a sinistra)

Penso che le ruberò per qualche mio libro la bella citazione iniziale di Nietzche “Il mondo è favola e non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.

Sappiamo poco della protagonista dopo il 1982 ma l’incipit già ce la dipinge in modo affascinante:

Mangerò, quando avrò fame. Berrò, quando avrò sete. Dormirò, quando avrò sonno. Mi crogiolerò nel balsamo della solitudine. Questi sono i miei progetti per il futuro.

Questo è il risultato del mio passato”.

Non del futuro parla il libro, ma del passato.

Sempre nella prima pagina troviamo un importante indizio sul carattere di Lia, che dichiara che uno dei suoi più grandi errori è stato “essere come pensavo che gli altri volessero che fossi”. Ne nasce il ritratto di una figura sempre succube, dalle molte “maschere” (pag. 13), intenta a “costruire sorrisi” (pag. 17), “talmente scettica” che le “viene da ridere e da vomitare, contemporaneamente” (pag. 18).

La bambina e, poi, la ragazza, sono sempre alla ricerca dell’amore. Prima quello dei genitori, poi quello dell’altro sesso: “Avevo fame d’amore e tanta paura” (pag. 209). Ed è proprio questa ricerca costante che, forse, rende impossibile per Lia trovare il vero amore, perché non riesce a coglierlo quando le passa accanto, non riesce ad accontentarsi di quello che le viene offerto e, volendone di più e di diverso, lo perde.

Questo la porta a odiare, o quasi, fino a desiderare la morte degli oggetti del suo desiderio. Ed eccola ogni volta, alla fine di una nuova storia (non ne ha poche per essere un po’ “racchia”, come si definisce all’inizio: forse ha una percezione errata di se stessa), immaginare articoli di giornale in cui viene scoperta la fine tragica del suo ex-amato, fine che lei sogna di aver procurato lei stessa. I suoi amori sono come “foglie cadute” e Lia scrive:

Oggi

fossi non-io,

risalirei

il sentiero delle foglie cadute”.

Realtà e finzione si confondono: “Il mondo è favola” direbbe forse Nietsche. Lia, serial killer potenziale, ci fa quasi paura e viene persino da pensare a certi personaggi di Stephen King, dalla mente un po’ contorta, con quella sua amica immaginaria con cui si confida anche quando non più la bambina spaurita che nessuno vuole. Se anche si lamenta talora “Niente più amori per me, niente più amici” (pag. 228), le sue amate vittime, si susseguono una dietro l’altra o a volte alcune assieme (“Tre ragazzi cominciarono un corteggiamento che divenne assiduo – pag. 196) e Lia cerca “disperatamente di capire che cosa ho che non va” (pag. 204).

Il volume alterna alle predominanti parti in prosa, alcune in versi, che ben si inseriscono, grazie alla parte narrativa che le contestualizza, lasciando la lettura scorrere intensamente.

 

FOLLIA D’AMORE AI TEMPI DEL FASCISMO

Image result for Dall'abisso Lorella De BonA leggere la quarta di copertina del romanzo di Lorella De BonDall’abisso” mi ero fatto quasi l’idea che si trattasse di una semplice storia d’amore. Questo primo romanzo di Lorella De Bon, invece, contiene anche altri elementi. Innanzitutto, è ambientato in un manicomio italiano nel 1940, all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. C’è quindi, seppur come cornice, una riflessione su questa istituzione ora abolita e sul male che vi pativano i pazienti, a maggior ragione in un tempo assai poco tollerante verso le diversità come quello del fascismo. C’è, inoltre, dunque, anche una collocazione temporale che se non rende questo propriamente un romanzo storico, fornisce all’opera talune di queste caratteristiche.

Va, poi, detto qualcosa della particolarità della storia d’amore che, in effetti, rappresenta il cuore, in tutti i sensi, del romanzo. Protagonista è una paziente del manicomio, lì ricoverata sin da bambina, a seguito di violenze familiari, e a innamorarsi di lei (ricambiato) è il medico che l’ha in cura.

Penso che sia piuttosto facile che una paziente si innamori del proprio psicologo. Quest’ultimo, in genere, però, professionalmente, non si lascia coinvolgere. Sarà che erano altri tempi, ma qui a condurre i giochi è soprattutto il bel Dott. Givetti, innamorato di Teresa al punto di rapirla dal manicomio e fuggire con lei, perdendo il lavoro e sfidando i controlli e i sospetti dei fascisti.

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Lorella De Bon

Se questo è il primo romanzo di Lorella De Bon, come scrive nel risvolto di copertina, non è però la sua prima opera, avendo già pubblicato due raccolte poetiche e un giallo a quattro mani. Io, poi, la conobbi anni fa per la sua partecipazione con un racconto (“L’impero delle donne”) alla raccolta di allostorie da me curata “Ucronie per il terzo millennio”, in cui immagina un’antica Roma augustea alternativa.

Dunque, anche grazie a queste e altre esperienze, Lorella De Bon arriva con una certa esperienza e maturità ad affrontare la prova del primo romanzo “solista”, giacché anche il giallo scritto con Patrizio Pacioni era pur sempre un romanzo. “Dall’abisso” si presenta allora come opera di una certa profondità e di gradevole lettura e non posso che augurare all’autrice e al libro il miglior successo possibile.

 

 

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CHE TU SIA PER ME LA PSICOLOGA

Se fossi una donna e uno sconosciuto decidesse di scegliermi come controparte di un profluvio di lettere, credo che lo manderei a quel paese al primo approccio e certo non avrei né la voglia, né il tempo di assecondarlo nel suo desiderio di raccontarsi e raccontare di una relazione platonica tra di noi tutta nella sua testa.

Non sono, però, una donna e probabilmente le donne ragionano in modo diverso, anche se continuo a credere che a molte di loro un simile individuo sembrerebbe più che altro un maniaco e ne sarebbero spaventate.

Che tu sia per me il coltello” di David Grossman parla di questo. Un certo Yair incontra una signora, una certa Myriam, a una riunione scolastica. Non si presenta, non la contatta, non la corteggia, ma la scruta da lontano, nascosto nella folla, e comincia a scriverle.

A quanto pare lei gli risponde e vanno avanti così per mesi, raccontandosi tutto (tutto?) liberamente.

Per un bel po’ sappiamo quello che lei risponde solo dalle parole dello stesso Yair. Viene quasi da dubitare che Myriam esista davvero. Yair ci sembra quanto mai psicolabile. Nulla nella narrazione lascia presagire che Yair si trasformi in uno psicopatico e la trasformazione non avviene, ma con un carattere simile Yair poteva stare bene anche in un romanzo horror, di quelli con serial killer.

Questo tizio, egocentrico e infantile, mi risulta antipatico da subito, non tanto per una sua antipatia effettiva, quanto per questo suo approccio verso l’altro sesso che trovo odioso. Non si rende conto che in questo modo sta creando un rapporto fittizio, che sta ingannando Myriam, che la sta illudendo? Anche questa sua mania di offrirsi sempre nudo (in senso psicologico, ma descrive più volte il suo amore per la nudità fisica), di dire tutto di sé e pretendere lo stesso da lei presenta aspetti pericolosi per un rapporto. Scavare con un coltello nell’anima può provocare dei danni.

Perché, se vuole solo scrivere, non si limita a scrivere un diario o un romanzo o si tiene le lettere per sé? Perché deve essere tanto vigliacco da tormentare così una donna che neppure conosce?

Quest’antipatia verso Yair, ingiustamente, finisco per riversarla sullo stesso autore, anche se mi viene da pensare che in fondo, forse, Grossman, se la pensa come Yair, ha fatto proprio quello che Yair avrebbe dovuto fare: mettere i suoi pensieri in un romanzo e non tormentare la gente. So bene (anche io scrivo) che un personaggio non è l’autore e che se viene descritto in modo moralmente abbietto, questo non vuol dire che anche l’autore sia tale. Lo so benissimo, ma in un romanzo epistolare che quasi somiglia a un diario, questo rischio di immedesimazione è forte.

Poi, per fortuna, prende la parola Myriam. Cominciamo a leggere quello che scrive anche lei e abbiamo la conferma che Grossman non è Yair. Forse è più Myriam, se proprio deve essere un personaggio, o forse io, come lettore, mi sento più Myriam. Myriam ha la sua vita e i suoi problemi, è più reale e concreta, e quest’intrusione la disturba, anche se poi si lascia coinvolgere, anche se poi entrambi porteranno le cose oltre la carta. Forse entrambi avrebbero bisogno di un buono psicologo, più che di questa grafo-terapia da autodidatti.

Myriam compensa, nel racconto, Yair e rende più equilibrata la morale della storia.

Il romanzo, insomma, per essere compreso e apprezzato, va letto nella sua interezza.

Il romanzo epistolare, con il diario, è una delle forme narrative che meno mi piace. Innanzitutto per la sua forma indiretta: racconta invece di mostrare. È un po’ come farsi raccontare una partita il giorno dopo. Vederla e viverla mentre si svolge è un’altra cosa! Nonostante questo, nonostante la fastidiosa improbabilità del rapporto epistolare descritto, “Che tu sia per me il coltello” contiene un gran numero di splendide immagini (il bambino che si mangia il libro che sta leggendo, tanto per dirne una), che da sole meritano la lettura e gode di una scrittura calda e fluente, che spiegano il discreto successo riscosso qualche tempo fa da questo libro.

Il titolo è una citazione dalle “Lettere a Milena” di Kafka. Questo epistolario è monco delle risposte di Milena. Forse è a questo modello che Grossman si rifà nella prima parte, privandoci di conoscere subito la voce di Myriam, mentre nella seconda “completa” l’opera, arricchendola della voce femminile, quasi a darci ciò che Kafka non ci ha lasciato.

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David Grossman è nato a Gerusalemme il 25 gennaio 1954. È uno scrittore e saggista israeliano, autore di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, tradotti in numerose lingue.

QUATTRO STORIE D’AMORE

Ho conosciuto Evelyn Storm quando ha partecipato, come illustratrice alla “gallery novel” “Jacopo Flammer nella terra dei suricati”. Quando ho scoperto che questa ragazza, oltre a disegnare, aveva anche scritto un libro, incuriosito dalla sua versatilità, ho voluto leggerlo.

 

Evelyn Storm nel volume intitolato “La voce del sentimento”, tramite quattro racconti lunghi, quasi con il respiro del romanzo breve, ci parla dell’amore sentimentale.

 

Il primo (“Ricominciare”) è una bella storia sui sensi di colpa. Una storia ambientata ai giorni nostri, prevalentemente in un bosco, luogo che trasporta la narrazione in una dimensione atemporale, in cui quello che conta non è il contesto ma, soprattutto, le emozioni dei personaggi, innanzitutto la protagonista che vediamo prima bambina alle prese con il senso di colpa per la morte del proprio gatto, quando comincia a stringere la sua amicizia con l’amato Roberto. La ritroveremo poi, anni dopo, sempre con Roberto durante un incidente nel bosco, che sarà causa per la ragazza di assai maggiori sensi di colpa. Questi affliggono anche un altro Roberto, del tutto uguale al primo, fino al punto di spingerlo a rivelarsi alla giovane, tre anni dopo, nel solito bosco. Chi è questo secondo Roberto? Stesso nome, stessa età, stesso aspetto, stesso profumo. È il primo Roberto morto nel bosco che ritorna? È un “regalo” del primo Roberto alla sua amata, come lei vorrebbe credere? È un pazzo psicotico che intende perseguitarla? È un nuovo amore che nasce dai sensi di colpa per superarli? È una proiezione di una memoria impazzita? Una metafora? Questa figura enigmatica, figlia del senso di colpa, penso, valga la lettura dell’intero volume e ci fa sperare in altre sorprese soprannaturali.

 

Non stupisce, dunque, che la seconda storia (“Patto di sangue”) narri di vampiri, demoni, streghe, fate, in una vicenda che inizia nel medioevo e si prolunga fino ai giorni nostri. Più che dalle parti del romanzo gotico alla Lord Byron, Polidori, Stoker, Le Fanu, Mistrali o magari della Rice siamo nel territorio delle avventure amorose dei vampiri della Meyer, nuovo filone romantico rosso sangue che da qualche anno imperversa e in cui le creature della notte non sono più apportatrici di orrore e angoscia come nel XIX secolo, ma amanti sanguinari e pericolosi. Qui non appare centrale l’amore di una mortale con un vampiro alla McCullen, ma quello di una vampira con un demone e ci si stupisce di vedere le prodezze di due amanti tanto immortali e feroci, consumarsi, dopo un classico corteggiamento, tra domestiche doccia e camera da letto, anziché su letti di lava infuocata o nel ribollir sulfureo di qualche solfatara, segno di una sempre crescente umanizzazione di queste creature la cui evoluzione letteraria ha ormai reso non più tanto oscure.

 

Anteprima. “La Voce del Sentimento” di Evelyn Storm

Evelyn Storm

Il terzo racconto (“Destini incrociati”) narra di un ragazzino, considerato un po’ effeminato, che si dibatte tra i suoi due grandi desideri: diventare un ballerino hip-hop e trovare l’anima gemella. Riuscirà a esaudire il secondo, grazie a una splendida ragazza russa che, solo per un attimo vedremo vacillare lasciandosi sfuggire una frase da pazza, che già ci fa immaginare il protagonista vittima di sue follie future, ma il ragazzino sorriderà, considerando questa piccola pazzia un segno di “umanità” della ragazza e in breve la storia scivolerà verso un inatteso lieto fine, seppure aperto verso un futuro che, si spera, potrebbe mostrarsi incerto. Attendiamo speranzosi un sequel dagli sviluppi horror!

 

Evelyn Storm

Il quarto racconto (“Amore, desiderio e… ghiaccio”) ci mostra una ragazzetta che viene aiutata nel corso di una lite con il fidanzato, di cui vorrebbe liberarsi, da un tipo prestante e dai suoi cinque amici. Il moderno cavaliere dall’armatura scintillante (metaforicamente parlando) ne catturerà subito il cuore, nonostante un atteggiamento un po’ tracotante, di uno che sembra guardrea il mondo dall’alto e con i suoi suggerimenti sembra quasi la leggendaria Maria Antonietta che consigliava al popolo senza pane di mangiare brioches. Eppure, questa figura comparsa dal nulla, si rivelerà per la ragazza l’amore della sua vita, oltre che, come lei, un amante del pattinaggio su ghiaccio. Sarà tramite un travestimento (guarda caso vampiresco) che riuscirà a rapirle il cuore.

 

Insomma, quattro storie che ci parlano della nascita dell’amore, un amore spesso adolescenziale (anche quando riguarda esseri immortali con centinaia d’anni alle spalle, ma aspetto da ragazzini), quattro storie che ci fanno credere, almeno per il tempo della lettura, che l’amore tra un ragazzo e una ragazza sia la cosa più importante del mondo.

Ricominciare” è, secondo me, il migliore in assoluto e avrebbe meritato di diventare un romanzo autonomo e spero che questo possa ancora essere fatto.

Peccato poi per il titolo della raccolta, che sembra più quello di una silloge di poesie e che, mi pare, si memorizza male. Avrei preferito qualcosa di più incisivo.

 

ADOLESCENZA E AMORI DI UNA SUDAFRICANA

Doris Lessing

Doris Lessing

Il 17 novembre 2013 è morta la scrittrice britannica Doris Lessing. Poiché mi riprometto di approfondire la conoscenza degli autori che hanno vinto il Premio Nobel, essendo appena uscito, abbastanza deluso, dalla lettura de “Il percorso dell’amore” della neo-premiata Alice Munro, ho voluto procedere in questo intento leggendo qualcosa della vincitrice del Nobel nel 2007 appena scomparsa.

Tra i volumi disponibili avevo “Martha Quest” e l’ho quindi letto. Il volume della Munro appena finito era una raccolta di racconti, forma narrativa che non amo molto. La mia prima reazione al testo della Lessing è stato dunque un sospiro di sollievo: sentivo un diverso respiro narrativo, a me più congeniale.

Purtroppo la sensazione positiva si è molto smorzata proseguendo la lettura.

Ovviamente si tratta di un romanzo scritto assai bene, con bei personaggi, compresa la protagonista Martha Quest, eppure la lettura non mi ha soddisfatto.

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Doris Lessing, autrice più anziana a ricevere il Nobel (a 88 anni), ha scritto oltre cinquanta libri, dalla fantascienza alla politica

La prima delusione è stata il classico “tradimento del lettore”, che ha assunto un duplice aspetto, uno imputabile a me come lettore e l’altro forse maggiormente all’autrice.

Il lettore viene tradito quando si aspetta qualcosa e trova altro tra le pagine. Il primo tradimento riguarda la mia illusione di trovare, leggendo un nobel, un bestseller o un classico, un romanzo di qualità nettamente superiore alla media. È una mia colpa. Non ci si dovrebbe illudere in tal senso, eppure quando leggo un autore sconosciuto è per me più facile rimanere positivamente colpito, perché da lui non mi aspetto nulla e tutto quel che trovo in più dello zero sono punti a suo favore. Verso gli autori famosi sono molto meno tollerante: mi aspetto tutto e ogni cosa che non trovo è per me un macigno che affonda la mia valutazione del testo.

Il secondo tradimento sta nel titolo, nel sottotitolo e nell’ambientazione. Quando ho cominciato a leggere non sapevo nulla dell’opera. Nulla tranne quanto scritto in copertina. “Martha Quest” è il nome di un’adolescente sudafricana. “Quest”, però, in inglese vuol dire anche “ricerca”. Dalle prime pagine, con le inquietudini della giovane Martha, mi aspettavo che questo titolo celasse in sé un doppio significato e che questa inquietudine giovanile si riversasse verso una “ricerca” del senso della vita. In parte ciò avviene, ma più che cercare il senso delle cose, Martha cerca l’uomo giusto con cui vivere! Questo sposta il romanzo nel campo sentimentale, genere che amo poco.

Fin dalle prime pagine si capisce che stiamo parlando di una ragazza bianca che vive, nel periodo tra le due guerre mondiali, in Sudafrica. Mi aspettavo quindi, soprattutto in quanto opera scritta da un’autrice tanto importante, che la storia evolvesse mostrandoci gli orrori del razzismo (sudafricano se non anche nazista). Del resto il sottotitolo (inventato degli editori o dell’autrice?) inganna in tal senso, essendo “Children of violence”. Non che desiderassi vedere violenza, ma mi aspettavo una storia maggiormente impegnata. Sono invece pochissima cosa, in termini di denuncia del razzismo, i rapporti della ragazza con i fratelli ebrei Coen. Per un bel po’ di pagine sembra peraltro che il solo, blando, problema razziale del Sudafrica siano i rapporti tra cristiani ed ebrei!

Poi si arriva all’”apice” del razzismo di questo romanzo con una scenetta da telefilm: i ragazzi bianchi che in un circolo, attorniati dagli impassibili servitori indigeni, ballano una parodia di danza africana e, alla fine, invitano, neanche troppo sgarbatamente, uno dei servitori neri, a ballare anche lui. Questo rifiuta e loro se la prendono, ma non passano alla violenza: tutto lì!

Possibile che sul razzismo ci sia da dir così poco? Evidentemente l’autrice non mirava a questo, ma allora perché ambientare la storia in Sudafrica? Forse semplicemente perché quello era quasi il suo mondo, dato che Doris Lessing (nata il 22/10/1919 a Kermanshah in Iran, da famiglia inglese) dal 1925, visse in Rhodesia con la propria famiglia. Insomma, sento più un intento autobiografico che di altra natura. Del resto i molti amori della giovanetta mi fanno pensare al doppio divorzio della Lessing (non so, peraltro, che genere di vita sentimentale abbia avuto).

Anche l’impegno sociale di Martha è quanto mai superficiale, basato soprattutto sulla scelta di un certo tipo di letture. Insomma, ancora poca cosa per un’autrice che nel 2001 fu premiata con il Premio Príncipe de Asturias nella categoria Letteratura per le sue opere in difesa della libertà e del Terzo Mondo.

Pare che Doris Lessing, pur candidata anche in precedenza al Premio Nobel, non l’abbia ottenuto prima del 2007 per lo scarso apprezzamento della letteratura mainstream verso la sua produzione fantascientifica, mentre, dicono, che quando le chiedevano quali fossero le sue opere migliori, lei citava la serie fantascientifica “Canopus in Argos”. Essendo io ormai quasi convinto della superiorità della letteratura fantastica rispetto al mainstream, penso che il prossimo romanzo della Lessing che potrei leggere sarà “Shikasta”.

SANGUE BLUES – quinta raccolta

Sangue blues - Carlo Menzinger di Preussenthal

Sangue blues – Carlo Menzinger di Preussenthal

SANGUE BLUES” è il quinto (e il più lungo) dei volumetti in cui sto raccogliendo alcuni versi scritti negli ultimi trent’anni, dalla fine del Liceo a oggi, ovvero tra il 1983 e il 2013.

La possibilità di auto-pubblicarmi e di realizzare da solo degli e-book mi ha convinto a darli alle stampe dopo vari anni che evitavo di pubblicare poesie (l’ultima raccolta prima di queste è “Viaggio intorno allo specchio”, pubblicata nel 1989 da Gabrieli).

Ho deciso di dividere il più possibile i versi in base all’argomento, sebbene questo sia un criterio impreciso e molti di questi avrebbero potuto collocarsi in raccolte diverse da quelle in cui le ho inserite.

Sangue blues” riunisce quelle che all’inizio avevo pensato potessero essere due raccolte separate e nelle introduzioni ai precedenti volumi li avevo chiamato “Una Pompa nel Petto” e “Ombre Blues”. I temi dei due volumi, mi paiono, però, troppo connessi per tenerli distinti.

La prima parte ci parla dell’amore e vi incontriamo, per esempio, la Bambina Senza Blues, la Donna Senza Sembianza e Aspetto, la Ragazza Nella Mano, Narciso, i Cybernetic Lovers, l’A-mantide Guerriera; la seconda parte tratta di tutti gli altri sentimenti, dall’amicizia, all’indifferenza, al rimpianto, alla speranza, alla perdita… Vi incontriamo, in particolare, la Scimmia Antica, l’Ombra, l’Uomo delle Scatole, il Dio sfrattato e il Dio Bambino.

 

I volumi già pubblicati sono:

  1. Il Terzultimo Pianeta” (pubblicato il 24 marzo 2013): un pianeta morente, l’uomo come un virus, dalla Genesi all’Apocalisse, in versi ora rabbiosi ora ironici che parlano di vita, morte e illusione di Dio.

    Plaia do Castelio - Vila do Bispo (Algarve) - Foto di Carlo Menzinger

    Plaia do Castelio – Vila do Bispo (Algarve) – Foto di Carlo Menzinger

  2.  “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto(pubblicato il 19 maggio 2013): raccolta di haiku, componimenti brevi, in stile giapponese. Nell’immedia-tezza dell’attimo la profonda percezione della vita.
  3.  “Schiavi Part-Time” (pubblicato il 31 agosto 2013): il nostro tempo, con le sue storture e prevaricazioni. Viviamo tutti come schiavi part-time e il tempo non ci appartiene.
  4. Spada di inchiostro”  (pubblicato il 30 settembre 2013): la scrittura, i libri e chi li scrive e alcuni versi autobiografici. Il Poeta Pallido è un cavaliere solitario che spara gocce d’inchiostro. Il Cavaliere del vento assalta il mondo decadente con fendenti della penna e guida l’esercito degli Scrittori Emergenti.

Il prossimo e ultimo volume di questa serie dovrebbe contenere limerick e altri versi scherzosi o satirici.

 Ancora una volta ho scelto la formula del copyleft:: un volume cartaceo da vendere a chi lo voglia, ma accompagnato da un e-book gratuito che sarà possibile scaricare senza spesa alcuna dal mio sito www.menzinger.too.it.

Parlo di questo volume sul mio sito qui.

L’e-book si può scaricare qui.

Il cartaceo si può ordinare in ogni libreria o acquistare qui (da dicembre 2013 dovrebbe essere disponibile anche su Amazon e nelle principali librerie on-line).

Titolo Sangue blues
Autore Carlo Menzinger di Preussenthal
ISBN 9781291618938
 Editore Lulu (cartaceo) + Carlo Menzinger (e-book) 
Pubblicato 4 novembre 2013
Pagine 150 
Rilegatura Copertina morbida con rilegatura termica
Peso 0,28 kg 
Dimensioni (centimetri) Larghezza: 14,81, altezza: 20,98
Prezzo: 12,00 €

IL MITO DELLE SORELLE LISBON

Jeffrey Eugenides - Le vergini suicideEssere genitori di figli adolescenti non è mai stato un mestiere facile. Alcuni, poi, ci sono meno portati di altri. Se le figlie sono cinque e tutte femmine, probabilmente deve essere davvero difficile. Se poi queste si ammazzano tutte e cinque, mi chiedo quale genitore non ne uscirebbe distrutto dai sensi di colpa.

Lo sguardo che Jeffrey Eugenides rivolge verso “Le Vergini Suicide” non è però quello dei genitori, ma di un gruppo di coetanei delle ragazze, che osservano, quasi sempre a distanza, la vita da recluse di queste ragazzine dai 13 ai 17 anni, che i genitori lasciano uscire di casa solo in rare occasioni (messa e scuola a parte) e  che ne limitano i contatti con il mondo esterno.

Da genitori ci si chiede quale sia il limite della libertà che si può e si deve concedere ai figli, se la sua negazione può portare a risultati tanto irreparabili.

Le ragazze forse non sono neppure particolarmente belle, ma il mistero che le avvolge le rende affascinanti, quasi mitiche per i giovani che le scrutano e cercano di contattarle.

Il romanzo è scritto in un’insolita prima persona plurale e mostra il punto di vista collettivo di questa quasi indistinta comunità maschile di ragazzi tutti innamorati di tutte loro, quasi indistintamente. Ogni tanto le distanze si riducono e allora emerge qualche differenza tra una sorella Lisbon e l’altra, lo sguardo si focalizza e si nota che non sono fatte con lo stampino. Non basterà però l’attenzione e l’interesse di questi giovani a iniettare nelle Lisbon la voglia di vivere. Se ne andrà prima la più piccola, al secondo tentativo, e poi le altre, ingannando i loro amici che le credevano finalmente pronte a una fuga d’amore, mentre cercavano solo la morte.

Ambientato nella provincia americana del 1974, il romanzo parla di un mondo un po’ bigotto che ha paura dei venti di rinnovamento che già da un po’ spirano nel resto dell’America e del mondo. Anche i ragazzi, nel loro vivere passivamente la passione giovanile verso il mito delle vergini suicide, dimostrano una ridotta emancipazione, tipica di quegli anni (che erano anche quelli della mia infanzia).

Parlando di ritratti collettivi di provincia, non può non venire in mente il recente romanzo della Rowling (“Il Seggio Vacante”): due province diverse, ma a loro modo entrambe malate.

La sfortuna che si annida in casa Lisbon mi fa invece pensare alla camera d’albergo maledetta del racconto “1408” di Stephen King (nella raccolta “Tutto è Fatidico”) e, forse, a “La Casa Stregata” di H.P. Lovecraft che ho iniziato a leggere mentre completavo questa lettura, anche se in questi due esempi l’intento è di spaventare, mentre qui la decadenza della casa, il suo diventare sempre più una prigione malsana, è qualcosa che deriva dai suoi stessi abitanti, lo specchio delle loro anime sempre più malate.

Jeffrey Eugenides

Jeffrey Eugenides

Libro coinvolgente, in definitiva, anche se, forse, l’impersonalità dei personaggi e la difficoltà di capire le motivazioni e i pensieri più profondi delle ragazze rendono la lettura meno appassionante di come magari avrebbe potuto essere con un maggior approfondimento.

Firenze, 06/05/2012

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