LO SCRITTORE CORRENTE E LO SCRITTORE CAMMINANTE

Murakami Haruki - L'Arte di correre

Murakami Haruki – L’Arte di correre

L’Arte di Correre” di Haruki Murakami non parla solo di corsa. Parla anche di scrittura e, secondariamente, di vita. Non ho un interesse particolare verso la corsa, dunque l’ho letto per due motivi: perché Murakami è un autore stimolante, che sto cercando di scoprire, e perché mi interessava comprendere la relazione che questo ritiene esserci tra scrittura e corsa.

Io non corro, ma di recente ho preso a camminare con regolarità. Murakami si definisce, più volte, nel volume “scrittore professionista”, mentre io sono solo un bancario che ama scrivere nel tempo libero. Mi è parso però che qualche similitudine tra le nostre pur diverse situazioni potesse esistere e quindi mi ha incuriosito approfondire le differenze.

Le più importanti le ho appena citate, ma non sono le sole. Murakami, essendo un professionista della scrittura, può permettersi di dedicare un numero di ore preciso e regolare alla scrittura (che io esercito nei ritagli di tempo) e altro tempo ricorrente e costante alla corsa. Per lui queste due attività sono prioritarie e legate tra loro, al punto che le ha iniziate entrambe a trent’anni. Io, invece, pur avendo sempre scritto, lo faccio in modo più regolare solo dalla metà degli anni ’90 (dunque quasi da vent’anni!), mentre ho scelto di camminare con frequenza solo da un anno. Per me scrivere viene dopo famiglia e lavoro. Camminare ancora dopo.

Per Murakami la corsa serve a compensare l’attività “malsana” della scrittura. Per me, camminare serve a tenere bassa la pressione. Lui ritiene che senza la corsa non sarebbe diventato uno scrittore e che molte cose che ha imparato facendo le maratone, le ha poi tradotte in metodo per la scrittura. Per me scrivere è un’attività benefica, che, se proprio vogliamo, compensa quella “malsana” del lavoro.  O, quantomeno, non riesco a considerarla “malsana”.

Murakami Haruki

Murakami Haruki

La maratona è un tipo particolare di corsa che richiede costante allenamento, perseveranza e, dice Murakami, talento. Lo stesso, ritiene, serva per scrivere romanzi. Non essendo un maratoneta, prendo per buona questa affermazione nel campo della corsa, ma la confermo per esperienza come scrittore, con qualche distinguo.

Murakami ritiene che il talento, di un maratoneta come di un autore, raggiunga a un certo punto un apice e poi declini, dovendo essere compensato da costanza, perseveranza e tecnica. Ritiene però che ci siano autori in cui il talento è solo una fiammata e altri in cui non cessa mai.

Esiste davvero un talento? Io credo che la scrittura come quasi ogni attività, richieda teoria, tecnica, esperienza e che con il solo talento si possa far poco. Se esiste, dovrebbe essere una sorta di capacità innata di fare le cose bene e con facilità. Un autore di talento non dovrebbe avere la crisi della pagina bianca. Mi viene dunque da chiedermi: sono un tecnico (dilettante) della scrittura oppure ho del talento? Credo che non dovrei esser io a rispondere, però non so se possano farlo neppure i lettori. Quali lettori sono in grado di riconoscere il talento dalla buona tecnica? Se il talento è una capacità di fare, non si può giudicare dal suo risultato, ma da come a questo siamo arrivati.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Mi consolo allora pensando che non ho mai difficoltà a scrivere. Il mio problema semmai è che sono troppe le cose che vorrei scrivere e troppo poco è il mio tempo. La mia è una capacità innata? Non credo. È vero che già alle elementari la scrittura mi divertiva, ma non ero certo in grado di affrontarla bene. Non ho scritto nulla di organico finché ero a scuola. Presumibilmente neppure ora domino adeguatamente la scrittura, alla soglia dei cinquant’anni, altrimenti sarei famoso, perché un vero talento dovrebbe superare tutte le difficoltà (gli editori che non leggono e non sostengono i piccoli autori, il mercato asfittico e tutte le altre scuse di noi autori sfigati).

Inoltre, Murakami dice di riuscire a concentrarsi su un solo progetto per volta. Ci riesco anche io (è stato decidendo di farlo che sono arrivato a ultimare il mio primo romanzo), ma solo impegnando gli scampoli di tempo che mi residuano, non certo dedicandoci varie ore ogni giorno. La regola è comunque buona e valida.

Insomma, credo che la grossa differenza tra me e lui, sia proprio in quanto dicevamo all’inizio: io scrivo per hobby, lui per mestiere e questo genera tutte le altre differenze.

Perché, allora, Murakami è un professionista del romanzo? Forse perché ha un talento sufficiente a consentirgli di diventarlo.

Peccato che qui in Italia gli scrittori di professione siano solo una decina. Evidentemente siamo un Paese senza talento! O forse no. Forse c’è anche qualcos’altro che non quadra. Ditemi voi.

Firenze, 26/09/2012

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8 responses to this post.

  1. Posted by martisorrentino on 1 maggio 2013 at 17:47

    Di Murakami per ora ho letto solamente “Norwegian Wood” ma purtroppo non mi ha entusiasmato molto..proverò altro sicuramente però perché ne ho sentito parlare molto bene.
    Complimenti per il blog e buona serata!

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  2. […] L’Arte di Correre – Haruki Murakami […]

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  3. […] già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei […]

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  4. […] che questo volume di tecnica non ne contenga. Sul rapporto tra scrittura e corsa, consiglierei “L’arte di correre” del grande romanziere giapponese Haruki […]

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  5. […] in un gigante della letteratura. Anche qui l’amore per i dettagli inutili e la prolissità di Murakami riescono a dare una bella botta a una storia che aveva le carte per essere qualcosa di piuttosto […]

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  6. […] certo essere affiancato anche ai libri sulla corsa, la marcia e, magari, l’alpinismo, come “L’arte di correre” di Haruki Murakami o “La solitudine del maratoneta” di Alan Sillitoe o, come si diceva, può […]

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