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GLI AMICI SCOMPAIONO (E A VOLTE SI SUICIDANO)

 

Risultati immagini per Tokyo bluesHaruki Murakami (村上 春樹 – Kyoto, 12 gennaio 1949) è un autore che mi incuriosisce, nel senso che ancora non sono riuscito a capire quanto mi piaccia e quanto sia davvero uno dei migliori autori di questo XXI secolo. Che abbia delle indubbie qualità è testimoniato anche dal fatto che più volte sia stato fatto il suo nome tra i possibili Premi Nobel per la Letteratura, sebbene non l’abbia ancora mai vinto.

Di lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei suoi titoli più importanti, quindi non poteva mancare in questo percorso di scoperta.

L’arte di correre” non è un romanzo ma qualcosa a metà tra un testo autobiografico e un saggio su scrittura e corsa, quindi non fa particolarmente testo in quest’analisi. I due romanzi hanno forti componenti immaginarie e ci portano in mondi di fantasia in modo originale e mi era parso di cogliere la qualità di questo scrittore proprio nella sua capacità di calarsi con la dovuta leggerezza in questi universi inventati. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, però, mi aveva lasciato piuttosto perplesso per una certa prolissità e per un attardarsi nella descrizione dei dettagli.

Tokyo blues” è lettura del tutto diversa dalle altre tre. La componente immaginaria è del tutto assente, sebbene una dei personaggi abbia qualche leggero disturbo mentale, ma questo non porta Murakami a calarci in un mondo di allucinazioni, come mi sarei aspettato dalla lettura degli altri due romanzi.

Tokyo blues” è un romanzo che nasce con un “difetto” strutturale per il mio modo di valutare un’opera di narrativa: ha una trama esile. Questa si può riassumere agevolmente, senza togliere nulla al piacere di chi dovesse ancora leggere il libro: un ragazzo, nell’arco della sua vita che va dai diciassette a poco più di vent’anni, perde alcuni amici e amiche.

Forse la grandezza di questo autore può essere trovata proprio nella capacità di realizzare un romanzo valido pur rinunciando a questo fondamentale elemento. In realtà, non si può dire che la trama sia del tutto inesistente. È invece il suo rapporto con i personaggi a essere rovesciato. Per me in un buon romanzo i personaggi devono essere al servizio della trama. Qui invece è l’inverso. “Tokyo blues” è un libro costruito sul protagonista e sugli altri personaggi. Per descriverlo e descrivere i suoi amici, Murakami inventa delle piccole storie. Ogni personaggio nasce dunque da queste piccole trame. “Tokyo blues” è dunque un ritratto narrativo. Un dipinto in cui accanto al protagonista, per completarlo e descriverlo pienamente, vediamo i ritratti di chi gli è intorno. Eppure non siamo portati a distrarci o a perderci come in una raccolta di racconti, perché queste storie sono elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi e quindi del libro.

Cercando di analizzare alcuni best-seller (il primo fu la serie di Harry Potter), avevo individuato alcuni ingredienti fondamentali per il successo di un romanzo d’avventura: trama, strutturazione, ambientazione costante;  ripetitività e ritualità, magia come estraneamento dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici, grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance,  paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte.

Tokyo blues” non è un romanzo d’avventura, quindi, chiaramente, sarà difficile trovarci tutti tali elementi. Sono peraltro presenti amicizia, iniziazione e crescita verso l’età adulta e morte. Se davvero fossero necessari tutti gli elementi visti per Harry Potter per fare un romanzo di successo, questo non avrebbe molte possibilità! Dunque quelli che sono elementi importanti per un romanzo, non lo sono affatto per altri. Non contano solo gli “ingredienti”, ma anche le “dosi”.

L’assenza di trama può essere compensata da una “dose” maggiore di personaggi. Se un elemento è ben realizzato e sviluppato può, come in questo caso supplire abbondantemente all’assenza di altri.

Se analizzando “Harry Potter” mi ero chiesto cosa ne avesse determinato il successo,  mi chiedo ora quali elementi fanno sì che a me, personalmente, piaccia un romanzo.

I primi due romanzi che ho letto di Murakami mi erano piaciuti, credo, soprattutto per il mondo magico descritto. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” mi era piaciuto anche per le sue riflessioni sul tempo (tema che mi affascina sempre) e per il tentativo di descrivere una storia sulla coscienza e sui suoi limiti. In “Kafka sulla spiaggia” c’è ancora un interessante fuga dal tempo e c’è una storia di crescita e di iniziazione.

In “Tokyo blues”, come già scritto, non c’è magia e non ci sono neppure riflessioni sul tempo e la coscienza. In “Tokyo blues” si parla soprattutto di amicizia, tra un ragazzo e altri ragazzi, ma anche tra lui e delle ragazze. In questo caso, si coglie il sottile confine tra amicizia e amore. L’amicizia appare come un bene prezioso ma fragile, fugace. È prezioso proprio per questo. Il protagonista, che è anche la voce narrante, Tōru Watanabe, perde, infatti, i suoi amici più cari, anche se talora (penso a Midori Kobayashi) torneranno. All’inizio formava un terzetto molto stretto con Kizuki e Naoko, ma, una
dopo l’altro, si suicidano entrambi. “Tokyo blues” diventa quindi romanzo sulla perdita e il suo dolore, sul bisogno di superarlo e di crescere e maturare attraverso il superamento di questo dolore. Questo ne fa lettura intensa ed emotivamente coinvolgente. Ecco, dunque, tre degli “ingredienti” di cui parlavo, amicizia, morte e crescita, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dagli altri.

Se questo romanzo mi è piaciuto, nonostante l’assenza della creatività immaginifica che mi aveva fatto avvicinare a questo autore giapponese, credo sia per la forte presenza di questi elementi, oltre che per l’efficace descrizione dei personaggi.

Da autore ucronico e amante del genere fantastico (dove l’ambiente è fondamentale), non posso poi non notare qui un’ambientazione particolare. Siamo in Giappone, un Giappone molto reale, e talora si citano alcune città e luoghi di questo Paese, ma la storia avrebbe potuto svolgersi in qualunque Paese moderno. I riferimenti e le citazioni di opere musicali e letterarie sono numerose, a partire dalla canzone “Norvegian Wood” che dà il nome ad alcune edizioni del romanzo, ma sono quasi sempre titoli occidentali.

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Haruki Murakami

Siamo a Tokio ma potremmo essere benissimo a Berlino, Londra, Roma o Parigi. Tradiscono l’ambientazione solo alcuni rari termini giapponesi, più che altro legati alla cucina e all’arredamento. Come mai Murakami si rivela così poco giapponese? Nelle note alla fine del volume rivela che il romanzo è stato scritto tra la Grecia, la Sicilia e Roma. Indubbiamente questo deve avere avuto il suo effetto sulla scrittura, così come il fatto, sempre citato a fine volume, che Murakami ascoltasse musica occidentale e soprattutto Sergent Pepper dei Beatles mentre scriveva.

In conclusione, questo romanzo mi è piaciuto e si collocherà senz’altro tra le mie letture preferite, anche se non saprei ancora a che posto; però, sebbene abbia capito che Murakami sa essere autore vario e diverso da libro a libro, cosa che considero un grande pregio, ancora non saprei quanto sia geniale e se lo voterei per il prossimo Premio Nobel.

L’ANTOLOGIA DI PAGFORD RIVER

Il Seggio Vacante - J.K. Rowling

Il Seggio Vacante – J.K. Rowling

Ho affrontato la lettura de “Il Seggio Vacante” di J.K. Rowlings con grande curiosità, essendo scritto dall’autrice di maggior successo di questi anni. Ho avuto modo di leggere in precedenza tutti e sette i romanzi del ciclo di Harry Potter e di averne apprezzato la grande qualità. Di fatto, però, finora la Rowling aveva scritto un unico, lungo romanzo, diviso in sette capitoli, con qualche appendice tipo “Le Fiabe di Beda il Bardo”. Aspettavo dunque di vederla all’opera con qualcosa di diverso.

Harry Potter, come noto è un ciclo di romanzi fantasy per ragazzi, sebbene dai toni progressivamente più cupi.

Il Seggio Vacante” è invece presentato come un romanzo per adulti.

I quesiti che mi ponevo iniziando la lettura erano essenzialmente:

1)      In cosa differisce veramente la celebre saga dalla nuova opera e quali elementi ci sono in comune?

2)      La Rowling è davvero una scrittrice di qualità e sa quindi scrivere romanzi di genere e sostanza tra loro diversi?

Iniziando la lettura, mi hanno colpito subito due somiglianze, non con l’opera precedente della scrittrice inglese, ma, innanzitutto, con il mio piccolo romanzo “Ansia Assassina” e con la raccolta di poesie “L’Antologia di Spoon River” dell’americano Edgard Lee Masters.

Prima di rispondere alle domande, vorrei ora chiarire queste sensazioni.

Nello scrivere “Ansia Assassina”, la mia idea principale era scrivere una storia sull’assenza del protagonista. Vi si narra della scomparsa di un ragazzo, la cui scomparsa crea una serie di altri incidenti e problemi.

Ebbene, la Rowling ha fatto lo stesso. Nel suo romanzo tutto ruota attorno alla morte del Consigliere Locale Barry Fairbrother. All’inizio questo non comporta nessun dramma particolare, a parte il generale stupore e dolore per la scomparsa di un uomo di poco più di quarant’anni, ma poi, in un crescendo che mi ha ricordato l’incupirsi della trama di Harry Potter, si consumano alcuni drammi. “Ansia assassina” è un romanzo breve, mentre “Il Seggio Vacante” è un romanzo lungo, quindi il respiro di tutto è assai diverso e la Rowling ha lo spazio per farci conoscere con precisione i suoi forse un po’ troppo numerosi personaggi.

J.K Rowling

J.K Rowling

Come molti sapranno “L’Antologia di Spoon River” è una raccolta di 245 ritratti – racconti, che, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. L’umanità che viene messa a nudo da Lee Masters è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica, in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, celando al contempo la propria umanità di piccoli peccatori.

Ebbene, “Il Seggio Vacante” non è una raccolta di poesie, ma un romanzo, eppure quello che fa è qualcosa di molto simile: descrive, attraverso i ritratti dei suoi abitanti, le piccolezze, debolezze e peccati degli abitanti dell’altrettanto immaginaria cittadina inglese di Pagford.

Veniamo dunque alle due domande iniziali. Quali sono le somiglianze e le differenze tra le due opere della Rowling?

A parte l’evidente assenza della magia, la principale differenza è che mentre le avventure di Harry Potter, riguardano soprattutto un personaggio, il piccolo maghetto, sebbene circondato da una miriade di amici e nemici, “Il Seggio Vacante”, invece, scegliendo un protagonista morto, finisce per essere, come la raccolta di Lee Masters, un’opera corale, dove protagonista è, accanto al morto assente, l’intera città. Certo, tra tutti i personaggi, ne spunta una, cui è andata gran parte della mia attenzione e simpatia, la sfortunata pupilla del defunto Fairbrother, Krystal Weedon, figlia un po’ disadattata di una tossica. Emerge, ma non è certo protagonista. Guarda caso, come l’Harry Potter degli ultimi episodi, anche lei è un’adolescente (16 anni) e adolescenti sono una parte dei personaggi, dal suo compagno di scopate Ciccio, all’amico di questo Andrew, alla bistrattata asiatica Sukhvinder. Assieme a loro, però, ci sono, in primo piano, assai più che in Harry Potter, i loro genitori e altri adulti.

Un’altra differenza è la totale assenza di magia, sebbene a un certo punto comparirà “Il Fantasma di Fairbrother”, ma sarà solo il nickname, dietro cui, uno dopo l’altro, si nasconderanno i ragazzi per denunciare anonimamente, in rete, le bassezze dei propri genitori. La centralità del morto riprenderà, tramite i suoi emuli virtuali, nuova vita. Saranno queste denunce anonime, nate nel cuore delle famiglie, dove i genitori sconvolti non pensano di cercarne la fonte, immaginando invece intrighi e bassezze politiche connesse alla lotta per occupare il seggio lasciato vacante dall’improvvisa morte di Fairbrother. Con questo stratagemma, la Rowling mostra la potenza della chiacchiera nell’era del web, quando il pettegolezzo malvagio si trasforma in post e assume una strana ufficialità, un mondo in cui finiamo per credere a qualcosa solo per averlo letto in rete, dove chiunque può scrivere, senza nessuna certezza di verità. Mostra un mondo in cui i ragazzi usano, un po’ inconsciamente, la rete come un’arma letale contro i propri genitori, che, come l’amministratrice del sito su cui si scatena “Il Fantasma di Fairbrother”, non riescono a fermare o arginare e, soprattutto, a capire.

Si potrebbe poi dire che qui non troviamo la netta dicotomia tra Bene e Male che caratterizzava il ciclo fantasy. Eppure anche in Harry Potter, alcuni buoni si rivelavano malvagi e dei malvagi si mostravano buoni.

A Pagford, tutti sembrano all’apparenza brave persone, ma ognuno ha in sé qualcosa se non di malvagio, di un po’ marcio.

Pagford

Pagford

Se Harry Potter era il riscatto di un ragazzo sfortunato e maltrattato in famiglia, “Il Seggio Vacante” ci mostra il riscatto della “scimmiesca” Sukhvinder, la rivalutazione della disprezzata ragazza proveniente dal brutto quartiere dei Fields, Krystal Weedon. Questo riscatto, però, non ha la stessa centralità.

Entrando un po’ più in dettaglio vorrei esaminare quelli che avevo chiamato “i magici ingredienti della Rowling”, alcuni elementi narrativi, che, secondo me, caratterizzano e danno forza alla saga di Harry Potter:

Trama: articolata e finemente intrecciata, consente di seguire le vicende di numerose famiglie di Pagford, tra loro legate, ognuna con la sua storia, che si sviluppa in modo strettamente correlato con quelle degli altri.

Ambientazione: se con Hogwarts e Diagon Alley abbiamo un mondo immaginario, ma costruito sulla falsariga dell’Inghilterra, Pagford potrebbe essere qualunque cittadina inglese e, come Hogwarts, appare all’inizio un luogo accogliente, ma rivela insidie.

Riti: non abbiamo le ritualità di Hogwarts, ma quelle tipiche della provincia inglese, con le elezioni e le messe, come momenti di incontro e confronto.

Magia: come detto, è, volutamente, assente, immagino soprattutto per l’esigenza di differenziarsi dal ciclo sul maghetto, proprio nel suo elemento più caratteristico.

Mondi paralleli: anche senza magia ci sono? In un certo senso sì. C’è il mondo delle apparenze sociali e quello delle realtà familiari. L’approccio, però, è ben diverso.

Linguaggio: le storie sulla scuola di magia usavano termini appositamente inventati, qui il linguaggio è quello comune, perché si vuole descrivere un mondo comune. Pagford è una qualunque cittadina dell’Inghilterra e del Mondo, ma, mi dicono, nella versione inglese c’è anche un interessante uso dello slang.

Amicizia: quella tra Harry, Ron e Hermione era un’amicizia forte e sincera, sebbene con i suoi dissapori. A Pagford ci sono molti amici, ma poche amicizie vere e quella tra Ciccio e Andrew si rompe irrimediabilmente, come quella tra le gemelle Fairbrother (anche qui una coppia di gemelli come i Wesley!) e Sukhvinder.

Isolamento: se il contrario dell’amicizia era l’isolamento patito da Harry nella casa degli zii, a Pagford, pur in seno alle famiglie e alla comunità, molti personaggi sono in realtà soli con se stessi.

Nemici: se il maghetto affronta nemici grandi piccoli, a Pagford ognuno ha il suo nemico personale e l’occasione politica della corsa al seggio vacante acuisce le inimicizie, facendole sfogare in sordida acrimonia.

Lotta tra Bene e Male: qui forse il contrasto tra Maghi buoni e cattivi potrebbe essere rappresentato dal contrasto politico tra coloro che vorrebbero liberarsi del quartiere popolare dei Fields e del centro di recupero dei tossicodipendenti e chi li difende. A voi scegliere dove sia una parte e dove l’altra.  Per il resto, però, la dicotomia si sfuma, come si diceva, e ognuno si mostra portatore di un poco di entrambi.

Scoperta di doti nascoste: se Harry, da sfigato, scopre di essere un grande mago, qui abbiamo la rivalsa di Sukhvinder e la rivalutazione dei Weedon, ma non sono così drastiche e complete e, soprattutto, non hanno la stessa centralità narrativa.

Spettacolarità: qui non abbiamo partite di Qiddich, draghi, grifoni e altri mostri, ma con gli intrighi e le vicende della gente del villaggio inglese si potrà di certo fare un bel film corale, ricco di numerosi attori.

Sport: anche qui non manca, con il canottaggio di cui era allenatore lo scomparso consigliere e che praticano Krystal e le sue amiche, però non assistiamo, tranne che in alcune memorie a nessuna scena sportiva.

Competizione: la lotta per la corsa al seggio scatena una corsa forse con non poi così tanti colpi bassi ma con molti cattivi pensieri. Certo per noi italiani, abituati a politici che si fregiano dei più pittoreschi delitti, i furti di computer, gli amorazzi segreti e i sogni pedofili fanno solo sorridere e non c’è facile capire come possano mutare il corso di un’elezione.

Mistero e suspance: non mi pare ce ne siamo un gran che per il lettore. Per i protagonisti c’è il mistero de “Il Fantasma di Fairbrother” e di come faccia a sapere cose tanto intime delle sue vittime. Scoprire chi vincerà le elezioni non mi pare sia, invece, motivo di particolare suspance e neppure l’evento più drammatico, la scomparsa del fratellino di Kriystal, è occasione per crearne.

Horror e paura: non direi che siano elementi di questo libro.

Avventure: sono quelle del quotidiano, assai meno spettacolari di quelle con maghi e draghi, ma non mancano i drammi.

Crescita: se mancano i tempi (i sette anni del ciclo) per vedere una vera maturazione dei personaggi, però assistiamo al cambiamento e alla maturazione di vari di loro, indotti dalle accuse del Fantasma e dal precipitare degli eventi che li costringe a confrontarsi con se stessi.

Morte: questo ingrediente fondamentale della celebre saga apre e chiude il nuovo romanzo e lo pervade dall’inizio alla fine, con la presenza ossessiva del defunto consigliere.

Veniamo quindi alla seconda domanda che mi ponevo all’inizio: quanto vale questo romanzo?

Credo che non potrà avere il successo planetario del ciclo fantasy, per la mancanza o la ridotta presenza di alcuni degli “ingredienti” che sottolineavo sopra, ma la robustezza della trama, la costruzione dell’ambiente, la descrizione, seppur non nuova, di un mondo borghese con le sue piccolezze, il dramma di alcuni personaggi (per quanto sesso e droga non siano certo elementi innovativi in un romanzo), l’affresco corale e l’innegabile capacità narrativa della Rowling fanno de “Il Seggio Vacante” un romanzo maturo, denso e intenso che, se troverà certo detrattori nell’indicarne alcune debolezze (non eccessiva originalità, un certo uso commerciale di alcuni cliché, per esempio), anche sull’onda del precedente successo, non potrà che portare questo libro in cima alle classifiche e a essere letto ancora per vari anni.

Vi lascio, infine, con due citazioni (non è trovate in effetti molte altre degne di esser ricordate):

Ma chi può tollerare di sapere quali stelle sono già morte? pensò, guardando il cielo notturno; c’è qualcuno al mondo che possa sopportare di sapere che lo sono tutte?

 

che tortura, quei piccoli fantasmi lasciati dai figli man mano che diventavano grandi”.

 

In conclusione, mi è piaciuto? Direi di sì. Penso che si potrà facilmente collocare tra i migliori libri letti nell’anno (ma siamo solo all’inizio), non direi però di riuscire a considerarlo un capolavoro, soprattutto perché non è riuscito a stupirmi. Mi ha fatto però riflettere e ragionare molto e questo è senz’altro un punto importante a suo favore. Inoltre, credo che sarà un romanzo di cui non mi dimenticherò troppo presto.

 

Firenze, 26/01/2013

LA GRAN CUOCA ROWLING E I MAGICI INGREDIENTI DI HARRY POTTER

Il mese scorso ho letto anche il settimo libro della serie di Harry Potter (Harry Potter e i doni della morte) e non posso non interrogarmi su quale sia la formula magica che ha portato J.K. Rowling a diventare la scrittrice di maggior successo di questi nostri tempi (e non solo) nel giro di pochissimi anni. Ne sono passati, infatti, solo undici da quel 1997 in cui partorì il primo libro, che la portò subito alla ribalta, partendo dal nulla.
Io credo che la storia di questa geniale autrice non possa che essere presa ad esempio da qualunque scrittore sconosciuto che ambisca ad emergere dalla folla degli autori da dieci copie.
Dire che il successo di J. K. Rowling sia stato determinato solo dal marketing, dalla pubblicità, dai bei film girati sui suoi libri, sarebbe ingeneroso nei suoi confronti. Non si fanno cinque film di gran successo su dei libri scadenti, non si vendono milioni di copie con delle storie che non funzionano.
Altrettanto ingeneroso sarebbe considerare un’autrice che vende più copie della Bibbia (bestseller mondiale e secolare) come un’autrice di seconda categoria.
Ovviamente il successo “economico” di un libro non è tutto e non si valuta un libro sulla base delle copie vendute (altrimenti i miei sarebbero da considerare delle schifezze!), ma, certamente, se un autore riesce a trovare il consenso di milioni di lettori che le comprano non un libro ma sette, che la seguono in un’avventura lunga ormai undici anni (come l’età del suo personaggio nel primo libro), che leggono avidamente migliaia di pagine, quest’autore non può non essere considerato un genio, perché la genialità, a volte, sta anche nel saper capire la gente, nel saperne riconoscere i gusti, nel dare alle persone ciò che vogliono. Per questo dunque io qui proclamo che Joanne Kathleen Rowling è un genio.

 

Cosa ha capito, allora mi chiedo, questa donna che noi bricoleur della letteratura non abbiamo compreso? Cosa la rende differente da noi

Rowling

sconosciuti della tastiera? Io non leggo tanto quanto vorrei, ma posso dire di aver letto libri di autori molto differenti tra loro, compresi alcuni di autori che i più definiscono “emergenti”. Quello che, talora, ho riscontrato nei libri che non emergono è, innanzitutto, la mancanza di una storia, di una trama. Parrà banale, ma, cari colleghi bricoleur, alcuni di noi a volte scrivono dei libri in cui non si parla di nulla. Ebbene, nei libri della somma Rowling, la trama c’è sempre ed è ricca, articolata, ben sviluppata, colma di richiami al passato (il settimo volume in particolare) e di annunci per il futuro. Ogni volume ha una sua trama che lo rende unico e leggibilissimo in sé stesso, ma tutti sono connessi da una trama comune che li lega bene tra loro.La mia impressione è che questa trama si sia delineata nella mente dell’autrice progressivamente, man mano che scriveva, direi soprattutto dal quarto libro in poi, dopo che il successo l’aveva ormai resa un’icona vivente e che aveva la certezza di poter scrivere con tranquillità tutte le centinaia di pagine che voleva. I primi due volumi e forse anche il terzo, sono, infatti, un po’ più chiusi in sé, più unitari. Il sesto è decisamente proiettato in avanti. Non è concepibile senza il settimo, che, a sua volta, chiude magistralmente il tutto. Quello che credo dovrebbe lasciare un po’ perplessi i fan di questo ciclo è l’improvviso salto temporale dell’ultimo capitolo, che sembra volerci dire: ok, è veramente finita, almeno per qualche anno non succederà più nulla. Probabilmente sarà così. Una trama vuol dire anche struttura. Certo la Rowling non è Dante e non divide i suoi libri pesandone le parti e bilanciandole in modo ossessivo, ma ogni suo libro ha una struttura di massima che si ripete. Questo dà tranquillità al lettore, gli fa sentire i libri come qualcosa di familiare. Per struttura mi riferisco qui al fatto che iniziano tutti a casa degli zii, c’è poi l’anno scolastico che segue il suo corso, secondo una tempistica ben nota ad ogni scolaro (quali sono la maggior parte dei lettori) e si chiude con una vittoria parziale del nostro eroe. Solo il settimo libro, rompe gli schemi. Sembra quasi un modo per aiutarci al congedo. Fin dall’inizio si capisce che tutto è cambiato. Anche l’ambientazione, altro aspetto tranquillizzante e che porta il lettore ad identificarsi con i libri, nel settimo improvvisamente muta, non è più nella scuola, la scuola c’è sempre, compare, ma è diventata uno spazio secondario. Tutto ciò sembra volerci preparare al cambiamento (che potrebbe essere la fine effettiva della serie o un suo nuovo inizio su altre basi).Questi tre aspetti (trama, strutturazione e ambientazione) già spiegano buona parte dell’affezione dei lettori verso il ciclo, lettori, in genere, giovanili, che quindi ricercano la sicurezza della ripetitività, del rito. Il rito. Ecco un altro aspetto. I libri sono rituali non solo per i tempi che si ripetono, ma anche per la componente magica, che ne costituisce la “religiosità”, quella che dà un senso al rito.

La magia viene spesso indicata semplicisticamente come la componente che fa di questi libri dei libri di successo. In effetti, ha la sua importanza, anche se, come stiamo vedendo, non è l’unica. Perché piace la magia? Innanzitutto perché ci rende capaci di fare cose che nel mondo reale non sappiamo fare, perché, quindi, ci fa sognare un mondo diverso dal nostro. I libri di HP sono colmi di magia. Il suo universo è pervaso di magia. Molte delle cose che nel nostro mondo fa la tecnologia, lì vengono realizzate con la magia. È un mondo alternativo, quasi ucronico. In un certo senso potrebbe essere davvero ucronico se immaginassimo la domanda “se la magia esistesse e i maghi vivessero nascosti in mezzo a noi, come sarebbe il mondo?” Non è un mondo ucronico, però, perché l’esistenza della magia non porta effetti sul mondo reale, non modifica la storia come la conosciamo, si limita a creare un universo parallelo (non uno divergente). Il successo dei libri di magia (considerate anche il Signore degli Anelli o le Cronache di Narnia, solo per citare i più famosi) nasce, a mio avviso, dal medesimo desiderio di mondi alternativi che è alla base dei romanzi ucronici (che quindi potrebbero meritare un successo almeno confrontabile, se solo l’editoria se ne rendesse conto!). La magia sostituisce, in questo scorcio di terzo millennio, la tecnologia nell’immaginario letterario. Solo pochi decenni fa era la fantascienza a svolgere questa funzione. Ormai, però, la tecnologia è andata troppo avanti, nulla più di essa ci stupisce, ci pare che abbia raggiunto i suoi limiti, i viaggi nello spazio non ci paiono realizzabili. La tecnologia non ci basta per sognare. Vogliamo la magia. La fantascienza ci faceva sperare in futuri migliori e diversi. L’ucronia ci fa sognare un diverso passato (e di conseguenza un diverso presente). La magia ci fa sognare solo un presente diverso. L’orizzonte temporale del sogno si restringe. Non osiamo sognare più in là. Non osiamo sognare sogni che potrebbero diventare reali. Il virtuale prevale. Il sogno domina il nostro tempo. Viviamo schizofrenicamente, come HP, in universi paralleli, nascosti dietro impossibili avatar e nickname. HP quando è a casa degli zii non può esercitare la magia. Sono due mondi paralleli. In ognuno siamo diversi, abbiamo poteri diversi. Per questo HP e il mondo di Hogwarth sono lo specchio del nostro tempo. Per questo ci riconosciamo in loro. Sono il virtuale.

Ed ogni mondo parallelo che si rispetti, come ci insegnano il fantasy e la fantascienza, ha il suo linguaggio. Parlare di Babbani, Dissennatori, Horcrux e altre simili parole inventate aggiunge sicuramente fascino alla narrazione e stimola il desisderio di conoscere e di arricchire il proprio linguaggio che è, io credo, innato in ciascuno di noi e particolarmente sviluppato nei ragazzi.
Cos’altro c’è in questi libri?
C’è l’amicizia. L’amicizia tre ragazzi, un’amicizia solida, indistruttibile, nonostante i vacillamenti, i litigi, un’amicizia che si estende al gruppo, ai Grifondoro, all’Esercito di Silente, all’Ordine della Fenice, un’amicizia concentrica, dilatabile, in cui c’è un centro ma in cui c’è posto per chiunque abbia un cuore da offrire. Un’amicizia che resiste per sette anni e oltre (come ci fa capire l’ultimo capitolo).
C’è, però, anche il suo opposto. Un bambino isolato, che vive con una famiglia che lo odia. Un ragazzo che a volte viene sospettato e accusato, che deve difendersi dall’invidia e dalla maldicenza. Ci sono nemici. Piccoli nemici, come quelli che ogni bambino e ragazzo e uomo hanno, ma anche grandi nemici, nemici personali, nemici giurati, nemici spietati. Ci sono falsi amici e falsi nemici. Nemici che si rivelano grandi amici e amici che nascondono dentro di sé il Male, quel Voldermort che si insinua dentro di loro, che muta aspetto, che ha un’anima spezzata per propria stessa folle volontà.
Voldermort è il male assoluto ma la Rowling ha la grande capacità di descrivercelo non come uno stereotipo del male. Ci fa vedere come e perché è diventato tale. Persino lui ha la sua umanità.
Questi sono libri in cui il Bene ed il Male si fronteggiano continuamente, ma non sono libri manichiesti. Bene e Male non sono sempre tutti dalla stessa parte, sono compenetrati. Lo stesso HP è un po’ Voldermort, ha un po’ di Tom Riddle in sé.
Streghe e lupi mannari non sono più simboli del male, come eravamo abituati a considerarli. Anche loro si dividono in buoni e cattivi.
C’è poi il personaggio. HP è un ragazzo, come dicevamo, che vive in un mondo di gente normale (Babbani) conducendo una vita sventurata con una famiglia che non lo ama e lo disprezza. Improvvisamente scopre di essere speciale. Un mago. Non solo: un mago speciale.
Non è mai convinto della sua eccezionalità, che però, libro dopo libro, anno dopo anno, appare sempre più evidente. È un personaggio in cui è facile per ogni adolescente (e non solo) identificarsi.
Tutti sognano di essere migliori di quelli che sono, speciali. È questo il sogno che ci regala HP.Cos’altro c’è? Ovviamente quello che più si apprezza al cinema, ciò che rende questi libri così adatti per trasformarsi in film da alto budget e dagli effetti speciali mirabolanti: la spettacolarità.
Fantasmi, giganti, draghi, magie, elfi, basilischi, ippogrifi, fenici e ogni altra sorta di mostri, un castello animato da scale mobili e ritratti parlanti. Come se non bastasse, la Rowling si è persino inventata il Quiddich e il Torneo Tre Maghi: anche gli amanti dello sport sono accontentati.
La competizione è, infatti, un ennesimo elemento, le quattro Case competono tra loro all’interno della scuola, le scuole competono nel Torneo Tre Maghi, i ragazzi delle Case si affrontano in strane partite a palla volando sulle scope.
In HP troviamo, poi, il mistero, molto mistero. Ci sono sempre molte cose poco chiare e che vanno scoperte. Non manca la suspance. C’è attesa per gli sviluppi successivi.
C’è paura. Non certo terrore, ma sufficiente a fare un film in cui il pubblico più giovane chiude gli occhi o sobbalza sulla sedia.
C’è anche un po’ di horror, dato che Voldermort non si può certo dire una bellezza, i Dissennatori sono inquietanti e i mostri non mancano.
C’è avventura. Tanta avventura, con lotte tra buoni e cattivi, peripezie, ostacoli da superare, percorsi di iniziazione. È, infatti, anche un ciclo di libri sulla crescita, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e contiene quindi anche piccole riflessioni sulla vita.

E c’è, infine, la morte, che nell’ultimo volume fa da padrona.
Abbiamo, dunque, incontrato i principali elementi di molti libri. Certo si possono fare buone torte e buone minestre usando ingredienti molto diversi, quindi, sarebbe naturale che anche qui qualche elemento, che è la forza di altri libri, manchi. Mancano, in effetti, l’amore e il romanticismo, anche se negli ultimi libri la Rowling cerca di darne una spolverata. Manca quasi del tutto la satira, anche se quel mondo alternativo con i suoi ministeri, le sue scuole e le su banche potrebbe esser considerato una sorta di satira del mondo reale. L’umorismo è presente in dosi moderate e non manca una blanda ironia. La metafora della vita e della politica mi pare secondaria o inesistente. L’introspezione e la psicologia ci sono ma in giusta dose. E così via. Non si sente la mancanza di quello che non c’è. Non si desidera che questa storia sia diversa. Certo anche questi libri hanno i loro difetti, ma sono peccati veniali (mi viene in mente,ad esempio, l’estrema lunghezza della parte sul campionato mondiale di Quidditch).
Del resto, in alcune migliaia di pagine c’è posto un po’ per tutto e, comunque, in ogni ricetta ci devono essere ingredienti principali ed ingredienti di cui occorre solo un pizzico. La maestria nel cuoco non sta solo negli ingredienti ma anche nelle loro dosi, nei tempi di cottura e nella presentazione del piatto. Quest’ultima l’hanno fornita il marketing e, in primis, i film realizzati.Lasciamo alla Rowling il segreto delle dosi e dei tempi di cottura, ma cerchiamo qui di riepilogare gli ingredienti:
– trama;
– strutturazione;
– ambientazione costante;
– ripetitività e ritualità;
– magia come estraneamento dalla realtà;
– mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia;
– linguaggio inventato;

– amicizia;
– lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto;
– compenetrazione tra il Bene e il Male;
– tanti nemici, grandi e piccoli;
– un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale;
– spettacolarità;
– competizione;
– mistero;
– suspense;
– paura;
– avventura;
– iniziazione e crescita verso l’età adulta;

– morte.Ho dimenticato qualcosa? Certamente, ma esaminate i libri che avete letto e ditemi in quanti trovate tutti questi elementi. Magari ne hanno altri. Elencateli. Sono pochi? Un buon piatto può anche avere uno solo, ma deve essere molto buono, però la mancanza di ingredienti può essere un indizio del perché i clienti lasciano il ristorante. Se vi chiedete perché non hanno il successo di HP, forse la riposta è tutta lì: gli autori sono stati un po’ tirchi con qualche ingrediente. Oppure non li hanno saputi dosare.
Joanne Rowling, invece, è una gran cuoca. Una curiosità

Visto che si parla di HP, vorrei fare una domanda a chi conosce meglio di me tutti i retroscena di questo libro? Come mai se solleviamo la sovracoperta del settimo libro in edizione italiana, sulla costa non si legge il titolo del libro ma una misteriosa parola: LANDUS? È, forse, mi chiedo, un segnale per dirci che questo libro è l’ultimo di questa serie ma il primo di un’altra, uno in cui su ogni libro scopriremo una piccola parola, per arrivare a ricostruire una frase misteriosa? Ho letto, però, che l’editore ha cambiato la nuova edizione di tutti i libri e, pertanto, ora, su ciascun volume si legge una parola simile, unendo tutti i libri della nuova edizione dovrebbe venire fuori il motto di hogwarts “draco dormiens nunquam titillandus”.

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