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LUPUS LUPO HOMO

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Carlo Giannone

Carlo Giannone ha scelto di raccontare la violenza del nostro mondo attraverso una favola ambientalista che vede come protagonisti un branco di lupi parlanti, che si esprimono e ragionano quasi come esseri umani.

Nel volumetto “I lupi”, troviamo, infatti, questo gruppo di animali che vive nascosto da tempo sulle montagne, spaventato dalla cattiveria umana. L’anziano e rispettato capobranco Aikin decide che è giunto il tempo di capire se i lupi possano riconciliarsi con gli umani. Manda quindi quattro dei suoi in esplorazione. I primi tre fanno presto ritorno, ma con risposte sconfortanti: hanno visto città, zoo, circhi e allevamenti (tutti luoghi in cui gli animali vivono male) e sono stati presi a fucilate. Il più giovane degli esploratori sembra essersi perso e non fa ritorno.

È finito in una trappola, ma da lì è salvato da un centro che si occupa di animali feriti, che lo cura, lo accudisce e gli offre anche dell’affetto.

Quando, finalmente guarito, potrà fare ritorno dai suoi, la sua testimonianza sarà importante per far capire che se i tempi non sono ancora maturi, però c’è ancora la speranza che l’umanità sappia riconciliarsi con la natura.

In questi anni che ormai definiamo sempre più spesso Antropocene e in cui l’umanità si è dimostrata la causa scatenante della Sesta Estinzione di Massa, che potrebbe anche essere quella più grave e definitiva, questo libro ci aiuta a riflettere sull’arroganza della nostra specie, che non solo schiavizza, uccide e sfrutta tutti gli altri animali, ma contribuisce a distruggere il loro habitat, al punto che, sembrerebbe, ogni giorno circa cinquanta specie animali o vegetali si estinguono, facendo dell’uomo il più feroce genocida immaginabile.

Giannone ha scelto i lupi, per lanciare il suo messaggio e non si può non essere affascinati dalla nobiltà di questi animali tanto spesso ingiustamenteRisultati immagini per i lupi carlo Giannone denigrati, in quanto, con gli orsi, sono stati in Europa i nostri grandi competitor. Oggi, però, sono talmente ridimensionati, che dobbiamo imparare a non considerarli più come nemici ma come parte importante e imprescindibile dell’ambiente.

Vorrei ricordare qui un interessante volume, che ha anche ispirato le scene con lupi della mia saga “Via da Sparta”, ovvero “Il lupo e il filosofo” di Mark Rowlands, che davvero aiuta a capire la differenza tra noi e loro e mostra quanto sia più generoso e onesto il rapporto del lupo con i suoi simili, di quello dell’uomo con i propri pari, rovesciando il detto di Hobbes “Homo homini lupus”.

AAA – ASTROLOGIA E ANIMALI ASSASSINI

Guida il tuo carro sulle ossa dei mortiL’anno scorso il Premio Nobel per la Letteratura non fu assegnato per uno scandalo tra i giurati, così quest’anno abbiamo avuto la contemporanea proclamazione del premio per il 2018 e il 2019. Quello del 2018 è andato all’autrice polacca Olga Tokarczuk.

Ne ho, dunque, letto ora “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti”, titolo che si rifà a un verso di William Blake. Non a caso, perché la “trama secondaria” vede l’anziana protagonista intenta a tradurre con un amico i versi del poeta inglese.

Janina Duszejko (nome complicato per noi italiani, ma che anche la protagonista non ama), vive un po’ alla giornata, insegnando saltuariamente inglese e facendo la custode di una casa tra i boschi. Quasi fosse un giallo, vediamo la donna indagare su una serie di misteriose morti che, mediante l’astrologia e alcune tracce rinvenute, vedrebbero come colpevoli gli animali, in una sorta di vendetta verso cacciatori e allevatori particolarmente crudeli nei loro confronti.

La svolta finale è un rovesciamento di una regola del giallo, di cui proprio ieri sentivo parlare, dicendo “ovviamente questa è una cosa che in un giallo non può esserci”. Non voglio rovinarvi la lettura, per cui non dirò di cosa si tratta.

La motivazione del premio è stata “Per un immaginario narrativo che con passione enciclopedica rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”. Di sicuro lo sviluppo narrativo di “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” è ricco di immaginazione. Quanto all’attraversamento dei confini, ovviamente la giuria non deve aver fatto riferimento al fatto che qui la storia si svolge al confine tra Polonia e Cechia, che gli animali attraversano più volte, ma piuttosto al superamento dei limiti tra i generei letterari, alla capacità di lanciare un messaggio ecologista con ironia, all’esaltazione della vita in ogni sua forma, con la protagonista che combatte con chi considera gli animali inferiori a noi o addirittura senz’anima. Forse il vero confine che dovremmo imparare ad abbattere davvero è quello tra umano e animale, tra civiltà e natura. Che cosa s’intenda per “passione enciclopedica”, da questo romanzo non traspare e probabilmente fa riferimento alla ricchezza della sua opera complessiva.

Devo dire che il Premio Nobel alternativamente mi delude e convince o mi lascia in una sorta di guado.

Olga Tokarczuk

Olga Tokarczuk, Premio nobel per la letteratura 2018.

Se quello a Peter Handke per il 2019 è più prossimo alla delusione, questo mi ha, invece, maggiormente convinto. Diciamo che il romanzo scorre bene, ha una sua trama, ha personaggi ben delineati e un’ambientazione valida. In particolare, la caratterizzazione mediante soprannomi dei personaggi, li rende ben caratterizzati, facilmente individuabili e meglio ricordabili. L’ambientazione essenziale, nei boschi e in poche case, ha una sua individualità ed è parte integrante della trama. Questa a sua volta, a parte le divagazioni su William Blake, che sono solo parzialmente giustificate, porta avanti con sapienza gli indizi per la soluzione finale, del tutto giustificata e ben anticipata, senza dilungarsi e senza fretta eccessiva. Insomma, un buon libro. Buono come molti altri che ho letto e che magari non hanno vinto alcun premio. Un’autrice di sicuro degna di lettura e rilettura. Addirittura da Premio Nobel? Lasciatemi leggere altro.

INNAMORARSI DEGLI SCONOSCIUTI

Image result for qualcuno con cui correreQualcuno con cui correre” (2000) di David Grossman (Gerusalemme, 25/01/1954) è davvero un libro particolare e interessante. Tutto parte con un ragazzo che per l’estate lavora in un ufficio comunale a Gerusalemme e si trova, come incarico, a dover seguire un cane abbandonato, per vedere se riesce a ritrovare i suoi padroni e riscuotere una multa per averlo lasciato incustodito.

La cagna (giacché è una femmina) comincia a correre e Assaf, tenendola al guinzaglio le corre dietro, infilandosi in una serie di avventure incredibili e spesso pericolose.

Nella sua missione incontra tante persone che riconoscono l’animale e pensano che lui conosca la padrona e spesso lo trattano come se lui fosse lei. Scopre così, poco per volta a chi apparteneva la cagna, una ragazza della sua età, di nome Tamar. Più conosce chi l’ha conosciuta, più cresce la sua amicizia “virtuale” o “platonica”, se preferite, verso questa sconosciuta e sembra quasi innamorarsene. Scopre che la ragazza si è infilata in un mare di guai.

In parallelo leggiamo proprio delle avventure di Tamar. Anche lei ha una “missione”, un obiettivo. Solo che la sua “missione” non è un incarico ricevuto da un ufficio, ma qualcos’altro di cui non vorrei parlare per non raccontare troppo.

David Grossman

La magia di questa storia è l’avvicinarsi di due anime sconosciute (mentre anche le loro essenze fisiche, i loro corpi, si cercano attraverso la città) per il tramite di un animale che entrambi amano, Tamar da sempre, Assaf da poche ore. Il fascino di questa storia è nell’alchimia che si crea tra Assaf e tanti sconosciuti, con cui, per il solo fatto di stare con Dinka (la cagna di Tamar) e per il suo buon carattere, riesce a creare amicizie profonde quando non rimane vittima di odii e malvagità di cui non dovrebbe essere il bersaglio.

Di Grossman avevo già letto “Che tu sia per me il coltello” (1999). Anche in questo romanzo ci parla di un amore a distanza, in entrambi c’è l’idea che ci si possa innamorare di qualcuno mai visto o appena intravisto, ma “Qualcuno con cui correre” mi è parsa opera migliore, per una serie di motivi, innanzitutto non è in forma epistolare (questo tipo di narrativa racconta troppo e mostra poco), poi i protagonisti sono più giovani e freschi, inoltre avevo trovato antipatico e maniacale il protagonista di “Che tu sia per me il coltello”, mentre i personaggi di “Qualcuno con cui correre” sono molto più genuini e simpatici, persino i “cattivi”.

Il tema dell’amore a distanza è quanto mai attuale, in questo tempo di web e chat (ne scrissi persino io in “Cybernetic love” con Simonetta Bumbi, pubblicato poi nel volume “Parole nel web”) in cui nascono amicizie e, talora, persino amori tra persone che si parlano attraverso lo schermo di un computer. Peculiare è la scelta di parlarne, in entrambi i casi, senza mai fare riferimento a internet, ma riferendosi solo alla vita “reale”.

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PROVACI ANCORA LUIS

Risultati immagini per storia del gatto e del topo che diventò suo amico pdfDopo il successo della “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, Luis Sepùlveda ci riprova con una storiella con protagonista un gatto e altri animali con “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico”. Il prodotto è un raccontino che non oserei neppure definire favola e degno di tanti analoghi scritti di amici del web che ogni tanto si mettono a digitare qualche pagina di una storiella narrata a un figlio o nipote. Protagonisti sono tre personaggi dai nomi quasi omofoni, Max, Mix e Mex. Ci spiega l’autore che Max è il nome di suo figlio e Mix quello del suo gatto. A questi personaggi, presi dalla propria vita, aggiunge il topo Mex. Il gatto è cieco e il topo diventa suo amico e guida, fungendogli da occhi e narrandogli ciò che vede.

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Luis Sepùlveda

Ho detto che Mix è il gatto di Max, ma Sepùlveda ci spiega che “potrei dire che Mix è il gatto di Max, oppure che Max è l’umano di Mix, ma come ci insegna la vita non è giusto che una persona sia padrona di un’altra persona o di un animale, quindi diciamo che Max e Mix, o Mix e Max, si vogliono bene.” Questo è l’incipit di questo libricino (o libruncolo) e già basterebbe a farcelo chiudere per il banale buonismo pseudo-anti-razzista. Se fosse una favola, ci vorrebbe una morale in chiusura, ma questa è già nell’incipit e si sostanzia in un plauso dell’amicizia, che rende tutto possibile.

Per fortuna le pagine sono poche, scritte grandi e scorrono velocissime, perché la lettura mi pare alquanto inutile, persino per un bambino, cui più propriamente dovrebbe essere indirizzato. Magari gli si può dedicare una sera, seduti accanto a un figlio che ci ascolta leggere. Probabilmente si addormenterà prima della fine. A qualcosa almeno sarà servito.

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QUANDO GLI UOMINI SI COMPORTANO COME ANIMALI

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Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido

Approfitto di questi giorni d’influenza in cui non ho le forze per attività più impegnative per leggere “Blacksad” di Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido, un volume a fumetti che fa parte dei miei acquisti a Firenze libro Aperto, la fiera del libro visitata alla Fortezza da Basso.

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Si tratta di un giallo dalle forti tinte noir e con tutte le caratteristiche di una detective story. La novità è che i personaggi sono animali, o meglio umani dal volto animalesco.

Il protagonista è un tipo muscoloso con il volto di un gatto nero, il capo della polizia è un distinto cane, la vittima una bella gatta e non mancano gorilla, orsi, rinoceronti, rane, ratti e un essere che pur avendo gambe e braccia si direbbe un serpente.

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Il senso di tutto questo è detto nel riquadro di chiusura: “ormai ero condannato a quel mondo: una giungla dove il grande divora il piccolo e dove gli uomini si comportano come animali”. Quello che Canales descrive attraverso i bei disegni dalle tinte scure o sanguigne di Guarnido è, infatti, un mondo umano, ma in cui la violenza e la sopraffazione ci rendono peggiori delle bestie.

Il volume è il primo di una serie che, da quanto si legge sulla quarta di copertina, comprende per ora tre sequel e un retroscena.

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GIALLO PER ARCHI E TURCO

Leggendo in rete a proposito di “Concerto per archi e canguro” di Jonathan Lethem (New York, 19/02/1964) mi ero fatto l’idea che fosse una storia surreale. Come poteva non esserlo un romanzo in cui i personaggi, oltre agli umani, sono “animali evoluti” che camminano su due zampe, parlano e vestono come persone? Il problema è che se al posto di canguro, pecora, coniglio, gatto e cane l’autore avesse scritto, per esempio, turco, francese, italiano, belga e russo, la storia sarebbe cambiata ben poco e quello che ne sarebbe venuto fuori sarebbe stato un racconto hard-boiled, una classica detective-story, ambientata in un prossimo futuro che somiglia maledettamente al XX secolo americano, salvo alcune piccole trovate come la “vita a punti”, una scheda “karma” da cui vengono scalati i punti se ti comporti male, tipo patente a punti. Se rimani senza, ti congelano, che non è proprio morire ma una sorta di prigione, da cui dopo aver scontato un certo numero di anni, si esce. Certo chiamarlo “Concerto per archi e turco” avrebbe fatto meno effetto.

So bene di non amare gialli e detective story, anche se ogni tanto ne leggo qualcuno, giusto per confermare l’idea. Questa volta la scelta però è stata del tutto involontaria. Dal momento in cui ho cominciato a leggere la storia sostituendo ai nomi delle razze quello di alcune nazionalità, ne è venuto fuori un giallo, pieno di gente che si droga con miscele fantasiose di diverse sostanze, ciascuna con specifiche proprietà.

Jonathan Lethem

Più che la presenza di animali parlanti, che abbiamo visto in tanto fantasy, da “Le cronache di Narnia” a la saga di Jacopo Flammer (solo per citarne due agli antipodi della fama), quello che rende originale questo giallo sono proprio le droghe. Ognuna ha effetti diversi, ma ce n’è in particolare una che ti svuota il cervello dai ricordi e questo ha interessanti implicazioni sia come ambientazione sociologica, sia come sviluppo della trama.

C’è poi la faccenda delle “testoline” che avrebbero sostituito i bambini e le macchine della memoria che aiutano chi abusa di Dimenticol.

Per il resto, come dicevo, siamo davvero dalle parti del classico giallo. Le implicazioni fantastiche possono far pensare al ciclo dei Robot di Isaac Asimov e alle indagini di Elijah Baley, sostituendo alle tre leggi della robotica le proprietà delle droghe e agli automi gli animali.

Se non amate le detective story, però, questo romanzo potete anche lasciarlo stare.

* * * *

 

Vorrei approfittare di questa recensione, per una prima, piccola riflessione del tutto generale sulle detective story, per capire cosa c’è che mi annoia nel giallo.

Direi che la prima cosa che mi disturba sono gli interrogatori (nel romanzo di Jonathan Lethem non sono troppo presenti, ma se penso, tra le ultime letture, a “Il richiamo del cuculo” di Galbraith, alias Rowling, questo è certo un aspetto che non ho gradito). Perché non mi piacciono gli interrogatori? Perché vanno contro la semplice regola “mostra, non raccontare”. Se i fatti mi vengono narrati da un personaggio, sotto interrogatorio o meno, non li sto vedendo e il mio interesse e la mia attenzione sono mediati.

La seconda cosa che non amo dei gialli è l’argomento: in un giornale difficilmente leggo i fatti di cronaca. La cronaca quotidiana non mi interessa. Nei quotidiani leggo gli editoriali, gli articoli di opinione, i grandi fatti internazionali, la politica e l’economia. Che un tipo sia stato ucciso non mi riguarda. Deve essere l’autore a creare l’empatia e a farmi provare interesse per il morto, ma un cadavere difficilmente suscita simpatia. Per questo preferisco i thriller. Magari ci scappa comunque il morto, ma nel frattempo viviamo con lui, soffriamo con lui, abbiamo paura con lui. Nel thriller c’è molta empatia. Nella detective story potremmo provare simpatia per l’investigatore, ma questo non è mai davvero il protagonista. Il protagonista è assente. Non c’è più. È la vittima. Perché dovrei legarmi a un personaggio secondario come l’investigatore? Oltretutto, di norma, l’investigatore non dovrebbe essere direttamente coinvolto con il morto. Ne consegue che della vittima non gliene frega nulla. Gli interessa risolvere il caso, ma questo è come un gioco. Non c’è legame tra i due. Non c’è vero coinvolgimento, a meno che l’autore non sia così bravo da crearlo comunque. Non dico che sia impossibile essere coinvolti, ma non è automatico, occorre lavorarci. Qualche autore si inventa questi legami. Forse è questo il segreto del loro successo, ma, soprattutto nelle serie, questo non sempre è possibile. Un detective può essere legato a una vittima o due, non certo a tutte, se affronta decine di casi.

I gialli (con l’eccezione rara di storie come “Concerto per archi e canguro” o le indagini asimoviane) di solito hanno ambientazioni realistiche. Considerano la verosimiglianza uno dei loro pregi. Più una storia è “credibile”, più sarà apprezzata dagli amanti del genere.

Questo è però l’opposto di quello che cerco in un romanzo. Il romanzo ideale, per me, deve saper descrivere la realtà nel modo più fantasioso e inconsueto possibile.

Per questo posso anche leggere un giallo se è ambientato in contesti non comuni, magari in altre epoche storiche, passate o future. Se leggo, non voglio il quotidiano (sia esso cronaca o vita), ma l’avventura, il pathos, le situazioni estreme.

Eppure i gialli hanno molto successo. Perché? Forse per la ragione inversa per cui non amo i fatti di cronaca: tanta gente ha un interesse, che definirei morboso, per i delitti, le beghe familiari, le liti. C’è poi il gusto di scoprire l’assassino o il meccanismo del delitto, il suo movente. È un gusto da giocatori, da amanti delle parole crociate, dei rebus, dei misteri. Insomma, amore per il ragionamento logico e, nel contempo, per gli aspetti più torbidi della mente umana. La logica preferisco, però, vederla applicata alla fantascienza o al romanzo psicologico.

Non dico che questi due aspetti non mi attraggano. In altri contesti, li posso apprezzare, ma nel giallo non riescono a compensare la presenza delle altre componenti di cui dicevo.

Mi riprometto di sviluppare ancora queste riflessioni, perché mi pare importante capire i punti di forza e debolezza dei generi letterari.

IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

e

“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

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