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QUANDO GLI UOMINI SI COMPORTANO COME ANIMALI

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Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido

Approfitto di questi giorni d’influenza in cui non ho le forze per attività più impegnative per leggere “Blacksad” di Juan Dìaz Canales e Juanjo Guarnido, un volume a fumetti che fa parte dei miei acquisti a Firenze libro Aperto, la fiera del libro visitata alla Fortezza da Basso.

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Si tratta di un giallo dalle forti tinte noir e con tutte le caratteristiche di una detective story. La novità è che i personaggi sono animali, o meglio umani dal volto animalesco.

Il protagonista è un tipo muscoloso con il volto di un gatto nero, il capo della polizia è un distinto cane, la vittima una bella gatta e non mancano gorilla, orsi, rinoceronti, rane, ratti e un essere che pur avendo gambe e braccia si direbbe un serpente.

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Il senso di tutto questo è detto nel riquadro di chiusura: “ormai ero condannato a quel mondo: una giungla dove il grande divora il piccolo e dove gli uomini si comportano come animali”. Quello che Canales descrive attraverso i bei disegni dalle tinte scure o sanguigne di Guarnido è, infatti, un mondo umano, ma in cui la violenza e la sopraffazione ci rendono peggiori delle bestie.

Il volume è il primo di una serie che, da quanto si legge sulla quarta di copertina, comprende per ora tre sequel e un retroscena.

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GIALLO PER ARCHI E TURCO

Leggendo in rete a proposito di “Concerto per archi e canguro” di Jonathan Lethem (New York, 19/02/1964) mi ero fatto l’idea che fosse una storia surreale. Come poteva non esserlo un romanzo in cui i personaggi, oltre agli umani, sono “animali evoluti” che camminano su due zampe, parlano e vestono come persone? Il problema è che se al posto di canguro, pecora, coniglio, gatto e cane l’autore avesse scritto, per esempio, turco, francese, italiano, belga e russo, la storia sarebbe cambiata ben poco e quello che ne sarebbe venuto fuori sarebbe stato un racconto hard-boiled, una classica detective-story, ambientata in un prossimo futuro che somiglia maledettamente al XX secolo americano, salvo alcune piccole trovate come la “vita a punti”, una scheda “karma” da cui vengono scalati i punti se ti comporti male, tipo patente a punti. Se rimani senza, ti congelano, che non è proprio morire ma una sorta di prigione, da cui dopo aver scontato un certo numero di anni, si esce. Certo chiamarlo “Concerto per archi e turco” avrebbe fatto meno effetto.

So bene di non amare gialli e detective story, anche se ogni tanto ne leggo qualcuno, giusto per confermare l’idea. Questa volta la scelta però è stata del tutto involontaria. Dal momento in cui ho cominciato a leggere la storia sostituendo ai nomi delle razze quello di alcune nazionalità, ne è venuto fuori un giallo, pieno di gente che si droga con miscele fantasiose di diverse sostanze, ciascuna con specifiche proprietà.

Jonathan Lethem

Più che la presenza di animali parlanti, che abbiamo visto in tanto fantasy, da “Le cronache di Narnia” a la saga di Jacopo Flammer (solo per citarne due agli antipodi della fama), quello che rende originale questo giallo sono proprio le droghe. Ognuna ha effetti diversi, ma ce n’è in particolare una che ti svuota il cervello dai ricordi e questo ha interessanti implicazioni sia come ambientazione sociologica, sia come sviluppo della trama.

C’è poi la faccenda delle “testoline” che avrebbero sostituito i bambini e le macchine della memoria che aiutano chi abusa di Dimenticol.

Per il resto, come dicevo, siamo davvero dalle parti del classico giallo. Le implicazioni fantastiche possono far pensare al ciclo dei Robot di Isaac Asimov e alle indagini di Elijah Baley, sostituendo alle tre leggi della robotica le proprietà delle droghe e agli automi gli animali.

Se non amate le detective story, però, questo romanzo potete anche lasciarlo stare.

* * * *

 

Vorrei approfittare di questa recensione, per una prima, piccola riflessione del tutto generale sulle detective story, per capire cosa c’è che mi annoia nel giallo.

Direi che la prima cosa che mi disturba sono gli interrogatori (nel romanzo di Jonathan Lethem non sono troppo presenti, ma se penso, tra le ultime letture, a “Il richiamo del cuculo” di Galbraith, alias Rowling, questo è certo un aspetto che non ho gradito). Perché non mi piacciono gli interrogatori? Perché vanno contro la semplice regola “mostra, non raccontare”. Se i fatti mi vengono narrati da un personaggio, sotto interrogatorio o meno, non li sto vedendo e il mio interesse e la mia attenzione sono mediati.

La seconda cosa che non amo dei gialli è l’argomento: in un giornale difficilmente leggo i fatti di cronaca. La cronaca quotidiana non mi interessa. Nei quotidiani leggo gli editoriali, gli articoli di opinione, i grandi fatti internazionali, la politica e l’economia. Che un tipo sia stato ucciso non mi riguarda. Deve essere l’autore a creare l’empatia e a farmi provare interesse per il morto, ma un cadavere difficilmente suscita simpatia. Per questo preferisco i thriller. Magari ci scappa comunque il morto, ma nel frattempo viviamo con lui, soffriamo con lui, abbiamo paura con lui. Nel thriller c’è molta empatia. Nella detective story potremmo provare simpatia per l’investigatore, ma questo non è mai davvero il protagonista. Il protagonista è assente. Non c’è più. È la vittima. Perché dovrei legarmi a un personaggio secondario come l’investigatore? Oltretutto, di norma, l’investigatore non dovrebbe essere direttamente coinvolto con il morto. Ne consegue che della vittima non gliene frega nulla. Gli interessa risolvere il caso, ma questo è come un gioco. Non c’è legame tra i due. Non c’è vero coinvolgimento, a meno che l’autore non sia così bravo da crearlo comunque. Non dico che sia impossibile essere coinvolti, ma non è automatico, occorre lavorarci. Qualche autore si inventa questi legami. Forse è questo il segreto del loro successo, ma, soprattutto nelle serie, questo non sempre è possibile. Un detective può essere legato a una vittima o due, non certo a tutte, se affronta decine di casi.

I gialli (con l’eccezione rara di storie come “Concerto per archi e canguro” o le indagini asimoviane) di solito hanno ambientazioni realistiche. Considerano la verosimiglianza uno dei loro pregi. Più una storia è “credibile”, più sarà apprezzata dagli amanti del genere.

Questo è però l’opposto di quello che cerco in un romanzo. Il romanzo ideale, per me, deve saper descrivere la realtà nel modo più fantasioso e inconsueto possibile.

Per questo posso anche leggere un giallo se è ambientato in contesti non comuni, magari in altre epoche storiche, passate o future. Se leggo, non voglio il quotidiano (sia esso cronaca o vita), ma l’avventura, il pathos, le situazioni estreme.

Eppure i gialli hanno molto successo. Perché? Forse per la ragione inversa per cui non amo i fatti di cronaca: tanta gente ha un interesse, che definirei morboso, per i delitti, le beghe familiari, le liti. C’è poi il gusto di scoprire l’assassino o il meccanismo del delitto, il suo movente. È un gusto da giocatori, da amanti delle parole crociate, dei rebus, dei misteri. Insomma, amore per il ragionamento logico e, nel contempo, per gli aspetti più torbidi della mente umana. La logica preferisco, però, vederla applicata alla fantascienza o al romanzo psicologico.

Non dico che questi due aspetti non mi attraggano. In altri contesti, li posso apprezzare, ma nel giallo non riescono a compensare la presenza delle altre componenti di cui dicevo.

Mi riprometto di sviluppare ancora queste riflessioni, perché mi pare importante capire i punti di forza e debolezza dei generi letterari.

IL LUPO, LA SCIMMIA E IL MISANTROPO

Se prendo un filosofo e gli metto accanto un lupo, cosa ottengo? Se il filosofo si chiama Mark Rowlands, il risultato sono delle riflessioni sulle differenze tra i lupi, i canidi, gli uomini e le scimmie, ma anche riflessioni sul contratto sociale, sull’alimentazione, sulla morte, sul tempo. Queste riflessioni le potete leggere ne “Il lupo e il filosofo” che è un po’ autobiografia, un po’ diario, un po’ saggio filosofico e un po’, in fondo, romanzo.

Il lupo e il filosofo” parla dell’incontro tra Mark Rowlands e un cucciolo di lupo, cui darà nome Brenin (“Re” in gallese) e con cui passerà una decina di anni, tra Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda e Francia.

Ho appena manifestato le mie perplessità sulla mescolanza di autobiografia e consigli di scrittura in merito a “On writing” di Stephen King. Come per quel volume, anche per questo, sento come stonata quest’unione, anche se entrambi i libri sono leggibilissimi, piacevoli e scorrevoli.

Nel caso di Rowlands le parti descrittive della sua vita con il lupo e alcuni cani sono da vedere come una sorta di romanzo e come tali si leggono volentieri, anche se non si è appassionati di animali, grazie a una scrittura vivace ed efficace, senza sbavature. Ciò che rende questo libro importante e degno di esser letto non sono però le passeggiate di Rowlands con i suoi animali o i tentativi di non farsi distruggere casa da loro, ma le riflessioni filosofiche che ne derivano.

Importante, mi pare l’approccio di Rowlands, che accomuna l’uomo alle altre scimmie e il lupo ai canidi Rowlands sembra, peraltro, quasi vedere maggiori differenze tra un lupo e un cane, che tra un uomo e un altro primate! Dalle differenze di approccio tra lupi e scimmie derivano numerose considerazioni interessanti e di un certo valore.

Riporto di seguito un paio di citazioni che meritano delle riflessioni e da cui derivano molte delle considerazioni successive dell’autore:

Brenin e Mark Rowland

“La tendenza a vedere il mondo e coloro che ci vivono in termini di costi – benefici, a pensare alla vita, e a ciò che di importante vi accade, come a qualcosa che può essere quantificato e calcolato è possibile solo perché esistono le scimmie.”

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“La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. È la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi.”

Quante cose si capiscono dell’umanità solo leggendo queste due frasi! Quanto siamo simili agli altri primati! Quanto la nostra evoluzione è già tutta scritta nella mentalità delle altre scimmie!

Come è falso immaginare il lupo come simbolo del male, se è invece la scimmia quella sempre pronta a mentire, tradire e complottare, come ci spiega l’autore. Quanto sono più onesti e fedeli lupi e cani!

Che dire poi della diversa concezione del tempo tra umani e lupi (e la maggior parte degli animali), concetto connesso al precedente (per sapere in che modo non avete che da leggere il libro): per noi il tempo è lineare, per il lupo circolare, dice Rowlands, nel senso che lupi e cani amano la ritualità del tempo e non si stufano mai del ripetersi di certi gesti o momenti, mentre l’uomo vive ogni attimo in funzione del passato e del futuro, non riuscendo così a godere quasi mai appieno dell’attimo presente, sempre raffrontato e filtrato attraverso le esperienze e le aspettative. L’uomo non ama la ripetitività ma corre in avanti lungo la freccia del tempo.

Da questo deriva anche una diversa concezione della morte. Rowlands disquisisce con dettaglio sia sul tempo che sulla morte che su altri temi. Cercherò qui di semplificare dicendo che la morte per l’uomo è più dolorosa che per il lupo, perché si carica delle aspettative sul futuro (che vengono perse morendo) e dell’investimento sul futuro fatto nel passato (che risulta vano).

Ci sono animali che si preparano al futuro, ma l’uomo lo fa in massimo grado, dedicando lunghi anni alla propria formazione, a prepararsi un benessere economico, tutte cose che andranno perdute nel caso di una morte statisticamente anticipata.

Cos’è allora la felicità e quale animale è il più felice? Cosa determina la felicità in genere e per l’uomo? Ne derivano considerazioni sulla prevalenza dei concetti di avere e essere.

Dalle considerazioni sul contratto sociale, criticando Hobbes, Rowlands arriva a immaginarne uno che includa anche tutti gli animali, in una comunanza spirituale, una fratellanza allargata, facendone derivare il corollario dell’immoralità di un’alimentazione carnivora.

Considerazioni tutte molto concrete, rese ancora più realistiche dalla descrizione di come siano nate semplicemente da riflessioni sulla vita (complicata) con un lupo in mezzo a un ambiente civilizzato. Vita che porterà Rowlands a isolarsi, accentuando un carattere che appare piuttosto da misantropo (come amare un simile uomo egoista, mentitore e crudele, del resto?), per la difficoltà di far accettare alla gente la presenza di un lupo (che si porta persino in classe quando fa lezione), per il cui camuffamento non sempre basta dichiarare che si tratta di una razza esotica di cane (un malamute).

Abbinamento questo, tra vita reale e riflessione filosofica, che rende la scrittura de “Il lupo e il filosofo” particolarmente accessibile e adatta a un pubblico eterogeneo, ben diverso da quello degli addetti ai lavori, pur esprimendo pensieri di una certa profondità, acutezza e originalità, almeno agli occhi di un profano della filosofia come me.

 

I PARAOVINI DI MURAKAMI

Haruki Murakami

Un ragazzino che passa il tempo nel museo di un acquario a fissare un pene di balena, un tale (il ragazzino cresciuto) lasciato dalla moglie che si è portata via tutto ciò che la ricordava, persino la metà delle foto, un autista che ha il numero di telefono di Dio, un Boss moribondo che cerca una pecora e una pecora immortale che vuole cambiare il mondo sono tutte trovate geniali per scrivere delle storie affascinanti. Haruki Murakami le ficca tutte assieme in “Nel segno della pecora”, ottenendo un romanzo che incuriosisce ma che, purtroppo, ha i classici difetti dei romanzi di questo autore, che meriterebbe la collaborazione con un editor aggressivo per trasformarsi in un gigante della letteratura. Anche qui l’amore per i dettagli inutili e la prolissità di Murakami riescono a dare una bella botta a una storia che aveva le carte per essere qualcosa di piuttosto affascinante. Si aggiunga a questo una certa confusione generata nel lettore da vicende tanto incredibili e prive di una forte logica e forse si capirà perché la mia ricerca del capolavoro tra le pagine di questo autore tanto creativo sia fallita ancora una volta. “Nel segno della pecora” è stato pubblico nel 1982, mentre la bi-trilogia “1Q84” è uscita nel 2009-2010. Nel primo romanzo ritroviamo alcuni elementi che saranno sviluppati in “1Q84”. Il Boss ricorda molto il Leader della trilogia, la pecora qui ha il potere di entrare nelle persone, mentre in “1Q84” c’erano i Little People che uscivano da una capra cieca. Praticamente dei para-ovini (ovini dai poteri paranormali)! Qui non c’è il mondo alternativo e quasi ucronico dell’opera più recente, ma il protagonista si ritrova comunque estraniato dalla sua vita normale, spinto in questa caccia surreale alla pecora e alla ricerca dell’amico perduto detto Il Ratto. Una certa passione di Murakami per gli erbivori direi che si ritrova anche ne “La fine del Mondo e il Paese delle Meraviglie” con i suoi unicorni al pascolo, mentre l’atmosfera surreale pare una costante nelle opere del giapponese, non mancando neanche in “Kafka sulla spiaggia”. Fa eccezione in questo forse solo “Norwegian wood”. “Nel segno della pecora” condivide invece con “Tokyo blues” (altro nome di “Norwegian wood”) il senso di perdita, che si delinea subito con l’abbandono da parte della moglie del protagonista, poi da parte della sua ragazza, ma soprattutto con il senso di vuoto provato da chi (Il Professore delle Pecore, Il Boss) ha perso la pecora che era stata in lui o in chi (Il Ratto) teme di perderla. Anche qui si parla di amicizia, ma è più che altro ricerca di un’amicizia perduta.

Insomma, continuo ad adorare le idee di questo autore di Kyoto, ma non riesco a sentirmi mai pienamente soddisfatto dalla loro realizzazione. Tra i romanzi che ho letto, il solo che mi pare avere un buon equilibrio narrativo è forse “Kafka sulla spiaggia”. In effetti, un po’ poco per consentire all’accademia di Stoccolma di insignirlo del premio Nobel, cui è stato più volte candidato (con il mio incerto tifo).

IO SONO UN GATTO FILOSOFO

Io sono un gatto” di Natsume Sōseki è uno dei primi romanzi giapponesi di impostazione occidentale e tra i più ricchi di riferimenti non solo alla cultura locale ma anche a quella europea, inglese in particolare, essendo il padrone del gatto e vero protagonista della storia proprio un insegnante di tale lingua. Fu scritto nel 1905 ma è approdato in Italia oltre un secolo dopo, nel 2006, grazie all’Editore Neri Pozza e da allora sta riscuotendo un discreto e meritato successo postumo.

Si tratta di un’opera di delicata ironia nei confronti della piccola borghesia nipponica all’inizio del XX secolo, qualcosa che sarebbe eccessivo definire satira e che, nonostante, il titolo non è certo una metafora tipo “La fattoria degli animali” di Orwell.

La voce narrante e il punto di vista sono quelli di un gatto e questo dona al romanzo la dovuta delicatezza e la possibilità di mostrare con occhio esterno ma molto ravvicinato le debolezze non solo dei piccoli intellettuali giapponesi ma dell’umanità intera.

Il gatto è estremamente acuto, attento e intelligente e arriva persino a leggere i pensieri del padrone, ma chiaramente quello che interessa a Natsume Sōseki non è certo fare un’analisi del comportamento felino, ma avvalersi di questo particolare punto di vista per sbeffeggiare i suoi simili e per mostrare il proprio concetto di morale e la propria visione filosofica, cui dedica dei piccoli trattati che si inseriscono più volte nella narrazione.

Natsume Sōseki

Se il gatto riesce subito simpatico e vorremmo quasi che la storia proseguisse un po’ come ne “La collina dei conigli” di Adams o nella “Storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” di Sepulveda, con gli animali a fare da veri protagonisti, questo però non interessa all’autore, assai più interessato a descriverci il suo padrone e il piccolo mondo antico che gli ruota attorno. A volte, sebbene sia sempre lui a parlarci, viene quindi da chiedersi: ma dov’è finito il nostro caro gatto?

Alcune parti poi sono un po’ lente, specie quando si vuole mostrare la prolissità e l’indecisione di certi personaggi, ma nel complesso, per quanto già un po’ datata, risulta una lettura piacevole e di sicuro molto interessante per un occidentale che voglia capire qualcosa dell’estremo oriente, di cui davvero sappiamo troppo poco e, certo, un autore “occidentalizzante” come Natsume Sōseki può essere un buon tramite tra noi e loro.

 

 

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

Bri interpreta Micetta, la gatta tricolore amica del protagonista

Antonio Morgia – un illustratore di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Antonio Morgia nasce a Pescara il 27 Marzo del 1985. Fin dall’infanzia nutre una forte passione per l’arte, maturando un particolare interesse verso il disegno a matita. Da autodidatta migliora la sua tecnica grazie all’interesse verso l’iperrealismo dal quale trae ispirazione per le sue più recenti opere unendo così la passione a una grande continuità e a una spinta costante al miglioramento. Oltre al disegno nutre interessi verso la musica, la letteratura, l’informatica e la psicologia, conseguendo, in relazione a quest’ultime, il diploma in Perito tecnico industriale Informatico e la laurea in Scienze Psicologiche.

Per visionare le sue opere potete visitare il suo blog: http://zeroperinfinito.wordpress.com/

 

Antonio Morgia ha fatto questo disegno (un suricato che disegna una lontra) per il romanzo JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI:

Questo è l’undicesimo post in cui parlo dei tredici illustratori di JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI. Chiamo questo tipo di lavoro “gallery novel” perché è un romanzo illustrato da numerosi disegnatori ed è quindi quasi una galleria di disegni sotto forma di libro.

Il primo post era dedicato a Fabio Balboni, il secondo a Raffaella Bertolini, il terzo a Camilla Bianchi, il quarto a Liliana Capraro, il quinto a Cinzia Damonte, il sesto a Guido De Marchi, il settimo a Giuseppe Di Bernardo, l’ottavo a DivaZ, il nono aRoberta Losito e il decimo ad Alessio Luna Pilia.

Presto pubblicherò delle schede anche per gli altri illustratori, che qui ringrazio tutti, per aver contribuito a rendere questo volume davvero speciale.

 

UN PO’ DI FOTO DI GATTINI

Da quando, in occasione dell’ultima epifania, abbiamo preso in casa una gattina, sto pensando di trovare un libricino per aggiornarmi in merito alle cure domestiche per queste creature. I volumetti che ho in casa sono infatti piuttosto datati e anche l’ultimo che ho letto mi ha dato poca soddisfazione (“La piccola bibbia per chi ama i gatti” di Cerys Owen). Nel negozio di libri usati sotto casa ho visto un libro illustrato di ampie dimensioni (circa 30×25 cm), anche se di poche pagine e visto il modesto prezzo, in mancanza di meglio, l’ho preso.

Contiene alcune graziose foto di cuccioli di gatto di varie razze con alcune semplici informazioni su ciascuna di queste e altrettanto sbrigative notizie sulla cura e le abitudini dei gatti, senza alcuna pretesa di esaustività, completezza o rigore descrittivo. Un volume piacevole da sfogliare. La lettura integrale non richiede più di dieci o quindici minuti.

 

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Bri a tre mesi

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