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Risultati immagini per maledetta primavera porto seguro cammilliPaolo Cammilli è il titolare della Porto Seguro Editore, ma è anche uno scrittore, oltre che l’organizzatore della fiera libraria toscana Firenze Libro Aperto.

Ho letto ora la sua opera prima “Maledetta primavera” con cui credo inaugurò la casa editrice. Il volume è poi stato ripubblicato da Newton Compton nel 2015.

Io ho letto la prima edizione del 2012.

Il titolo si rifà alla canzone omonima di Loretta Goggi, talora citata, ma il riferimento è soprattutto a tutto ciò che avviene in questa primavera (ma anche nel resto dell’anno). Ambientato nella periferia milanese e per la precisione nell’insignificante (descritto così) e immaginario Settimo Naviglio, ci catapulta tra campioni sportivi e belle ragazze in cerca di fama per descrivere i misteri dietro alcuni delitti e gli amori connessi.

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Paolo Cammilli

Avanziamo così in un vortice di personaggi, di incontri e scontri, di amicizie e amori cercando di orientarci e scoprire chi ha quasi ucciso la bella Consuelo e assassinato la povera Sofia, di sapere come andrà a finire il difficile amore di Fabrizio Montagner per l’irraggiungibile Carlotta Magonio e quanto si metterà di mezzo la inconsapevolmente perfida Ginevra, figlia di una famosa conduttrice televisiva.

Se non ci si lascia confondere dal turbinio degli eventi, scopriamo che la storia procede a ritmo sostenuto, ben rispettando la regola (se non sbaglio dettata da Stephen King o da qualche altro autore di bestseller) che non ci deve essere pagina in un libro in cui non accada qualcosa. E questo è già un grande pregio per un libro, qualcosa che, invece, spesso manca in storie dalle trame sottili come carta velina. Qui la trama c’è ed è ben intricata. I personaggi saltano fuori dalle pagine e a qualcuno ci si può persino affezionare.

Cammilli sostiene che i suoi libri successivi sono migliori di questo. Vedremo, certo che questo non pare un cattivo inizio.

UN’AMICIZIA LUNGA UNA VITA

KaijinHo conosciuto Linda Lercari un paio di mesi fa alla seconda edizione di Firenze Libro Aperto, dove presidiava il suo stand personale dal look nipponico. Presi allora da lei una copia del suo “Kaijin, l’ombra di cenere” e ora, alfine, l’ho letto.

Che storia è “Kaijin, l’ombra di cenere”, il romanzo di ambientazione giapponese scritto da Linda Lercari? Un po’ è romanzo storico, giacché vi si racconta, con dovizia di dettagli il periodo Kamakura, attorno al 1330, anche se non si toccano particolari eventi storici. È anche racconto di indagine e scoperta, poiché vediamo il signore Momokushi, riflettendo sulla morte del suo amato samurai Haka, scoprirne poco a poco aspetti ignorati e via via più intimi.

È dunque anche racconto di amicizia, quella tra il padrone e il suo migliore guerriero. Segretamente è anche storia d’amore.

Sono, queste vergate da Linda Lercari, pagine delicate ma ricche di particolari, che ci accompagnano in questo viaggio di scoperta di un essere umano, prima ancora che di un guerriero, che sotto la scorza dura che lo aveva fatto denominare “il demone”, nasconde un cuore ben diverso.

La sua è una scrittura scorrevole e coinvolgente e la lettura scivola via veloce e piacevole.

 

Settembre 2018 – Linda Lercari nel suo stand a Firenze Libro Aperto, mentre legge IL SOGNO DEL RAGNO.

IL VICINO TI GUARDA

Risultati immagini per strade perse LangianniCredo che la giovane casa editrice fiorentina Porto Seguro, in qualche modo abbia un certo fiuto per scovare autori promettenti.

Ho acquistato vari volumi da loro pubblicati e devo dire di essere rimasto più volte colpito dalla lettura di opere che non avrebbero sfigurato presso marchi più noti, cosa che mi conferma di non aver scelto poi troppo male quando decisi di pubblicare con loro “Il sogno del ragno”.

Ho ora appena ultimato la lettura di “Strade perse” un romanzo di Francesco Langianni, pubblicato a dicembre 2017, seconda opera di questo autore e sono stato piacevolmente trascinato in un insolito rapporto di vicinato tra due famiglie, in una strada senza sfondo.

Colpisce, innanzitutto, la scelta di dedicare ogni capitolo a un anno, partendo dal 1978, anno della nascita di Stefano e Davide, per finire nel 1996, con un breve ritorno al 1978 e quindi un epilogo conclusivo.

Francesco Langianni (Classe 1965)

A parte l’insolito sviluppo temporale della narrazione, quella che stupisce è soprattutto la tensione che si respira nei rapporti tra i due nuclei familiari. Appare subito evidente che qualcosa deve essere successo prima dei fatti narrati, a turbare le relazioni tra queste due famiglie che, pur vivendo isolate dal resto del mondo, una di fronte all’altra, e pur conoscendosi da tempo, con ricordi d’infanzia dei genitori di Stefano e Davide che si snodano in quella stessa via, nascondo qualche segreto che tali rapporti ha turbato. E se Andrea, il padre di Davide sembra preferire a ogni altra attività lo scrutare le attività dei vicini (“Con tutto il tempo che hai dedicato ai vicini” dice spazientita la moglie Angela “potevi vivere un’altra vita!”), si fa presto a immaginare che qualcosa di sessuale deve esserci stato tra lui e Marta, la madre di Stefano, di cui era amico sin da bambino. E se più che spiare la donna, Andrea spia suo figlio Stefano, si fa presto a supporre perché, anche se non viene mai detto apertamente, sino alla fine, quando si svelerà come stanno davvero le cose (e non mancherà una sorpresa).

Intanto, volenti o nolenti i genitori, si sviluppa l’amicizia tra Davide e Lorenzo, ma il tarlo familiare rode e lo stesso la natura tanto diversa delle due case.

Senza aggiungere altro, per non rivelare troppo della trama, va detto che è un libro che ti invoglia ad andare avanti, a esplorare il mistero di questa “strada persa”, a capire quali strade queste persone si siano perse nel corso della propria esistenza e, se anche non ci sono clamorosi colpi di scena (che l’autore lascia volentieri alle soap opera) né episodi da thriller, questo non allenta la suspense, né l’attenzione del lettore e non ci resta che complimentarci con Francesco Langianni e sperare di leggere presto ancora qualcos’altro di suo.

INNAMORARSI DEGLI SCONOSCIUTI

Image result for qualcuno con cui correreQualcuno con cui correre” (2000) di David Grossman (Gerusalemme, 25/01/1954) è davvero un libro particolare e interessante. Tutto parte con un ragazzo che per l’estate lavora in un ufficio comunale a Gerusalemme e si trova, come incarico, a dover seguire un cane abbandonato, per vedere se riesce a ritrovare i suoi padroni e riscuotere una multa per averlo lasciato incustodito.

La cagna (giacché è una femmina) comincia a correre e Assaf, tenendola al guinzaglio le corre dietro, infilandosi in una serie di avventure incredibili e spesso pericolose.

Nella sua missione incontra tante persone che riconoscono l’animale e pensano che lui conosca la padrona e spesso lo trattano come se lui fosse lei. Scopre così, poco per volta a chi apparteneva la cagna, una ragazza della sua età, di nome Tamar. Più conosce chi l’ha conosciuta, più cresce la sua amicizia “virtuale” o “platonica”, se preferite, verso questa sconosciuta e sembra quasi innamorarsene. Scopre che la ragazza si è infilata in un mare di guai.

In parallelo leggiamo proprio delle avventure di Tamar. Anche lei ha una “missione”, un obiettivo. Solo che la sua “missione” non è un incarico ricevuto da un ufficio, ma qualcos’altro di cui non vorrei parlare per non raccontare troppo.

David Grossman

La magia di questa storia è l’avvicinarsi di due anime sconosciute (mentre anche le loro essenze fisiche, i loro corpi, si cercano attraverso la città) per il tramite di un animale che entrambi amano, Tamar da sempre, Assaf da poche ore. Il fascino di questa storia è nell’alchimia che si crea tra Assaf e tanti sconosciuti, con cui, per il solo fatto di stare con Dinka (la cagna di Tamar) e per il suo buon carattere, riesce a creare amicizie profonde quando non rimane vittima di odii e malvagità di cui non dovrebbe essere il bersaglio.

Di Grossman avevo già letto “Che tu sia per me il coltello” (1999). Anche in questo romanzo ci parla di un amore a distanza, in entrambi c’è l’idea che ci si possa innamorare di qualcuno mai visto o appena intravisto, ma “Qualcuno con cui correre” mi è parsa opera migliore, per una serie di motivi, innanzitutto non è in forma epistolare (questo tipo di narrativa racconta troppo e mostra poco), poi i protagonisti sono più giovani e freschi, inoltre avevo trovato antipatico e maniacale il protagonista di “Che tu sia per me il coltello”, mentre i personaggi di “Qualcuno con cui correre” sono molto più genuini e simpatici, persino i “cattivi”.

Il tema dell’amore a distanza è quanto mai attuale, in questo tempo di web e chat (ne scrissi persino io in “Cybernetic love” con Simonetta Bumbi, pubblicato poi nel volume “Parole nel web”) in cui nascono amicizie e, talora, persino amori tra persone che si parlano attraverso lo schermo di un computer. Peculiare è la scelta di parlarne, in entrambi i casi, senza mai fare riferimento a internet, ma riferendosi solo alla vita “reale”.

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L’IMPORTANZA DI AMICIZIE E AMORI AI TEMPI DEL LICEO

La ragazza che non sapeva respirare le nuvoleLa ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è un bel titolo. È il titolo del romanzo di Silvio Donà ed è il titolo di una canzone di una band musicale liceale con cui partecipano a un “contest” (così oggi chiamano le gare canore!). La canzone, a quanto si legge, deve essere bella, perché piace al pubblico, ma non c’è dato conoscerla. Il libro è un buon libro e questo posso dirlo avendolo letto. È un libro che ho letto tutto d’un fiato (e questo non mi capita quasi mai), sia perché è corto, sia perché si lascia leggere proprio bene e coinvolge, anche se non si hanno più sedici anni (o giù di lì) come i protagonisti.

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Silvio Donà

La ragazza che non sapeva respirare le nuvole” è una storia di amicizia e di amore adolescenziale ma anche una storia sulla difficoltà dei rapporti sociali, sulla difficoltà di vivere, così come può essere percepita da un adolescente, giacché è quella l’epoca e l’età in cui ci rendiamo conto che il mondo non è tutto rose e fiori e che non tutti sono nostri amici. È quella l’età in cui ci innamoriamo per la prima volta e questa sembra una cosa bella e grandissima ma può anche essere una cosa brutta e dolorosissima. E di questo ci parla, con voluta e giusta leggerezza, Silvio Donà, raccontandoci questa storia di musica, di ragazzi che s’incontrano e scontrano in band musicali che sono anche bande di amici e nemici, in cui da una parte stanno i “fighetti” e dall’altra gli “sfigati”, perché a quell’età queste sonio etichette che contano e a volte continuano a contare anche da adulti, quando non si è riusciti a crescere davvero, dato che molti, per lo e nostra sfortuna la maturità rimane solo una meta irraggiungibile ed è per questo che abbiamo ancora in giro tanti razzisti o gente con la puzza sotto il naso. Gente che non ha vissuto momenti come quelli descritti nel libro, che li abbia fatti crescere o che li ha vissuti ma non ha imparato nulla. Il protagonista invece impara e cresce e questo dunque è, con lievità, anche romanzo di formazione e crescita.

Non è la prima volta che leggo qualcosa di Silvio Donà. Anni fa lessi la sua distopia “Pinocchio 2112” che ci parlava dell’importanza dei libri e dell’amicizia. Un altro bel libro, perché Donà è davvero uno che sa scrivere. Da uno dei suoi libri, scritto assieme allo sceneggiatore Antonio De Santis è persino stato tratto il film “Mi rifaccio il trullo”.

Carlo Menzinger con due libri di Silvio Donà

CERCANDO IL GRANDE FORSE E L’USCITA DAL LABIRINTO

Cercando Alaska” è un romanzo d’iniziazione e crescita che parte con la ricerca di una Grande Forse, passa per la scoperta dell’amicizia, dell’amore e del sesso, si trasforma nella scoperta di una ragazza dallo strano nome, Alaska, si muta in una ricerca del senso del dolore e delle vie d’uscita da questo, diviene indagine sull’inattesa morte della giovane studentesca Alaska da parte dei suoi compagni di scuola e migliori amici, per diventare un’interrogazione sul senso di colpa, sul significato della vita e della morte.

Tutto si muove tra due citazioni, quella di Rabelais “Vado a cercare un Grande Forse” e le parole di Simon Bolivar né “Il generale nel suo labirinto” di Gabriel Garcia Marquez: “Come farò a uscire da questo labirinto?

Cercando Alaska” (“Looking for Alaska” – 2005), opera prima di John Green, racconta dello studente Miles Halter, appassionato delle ultime parole dette dai personaggi famosi, che parte per il collegio alla ricerca del suo rabelaisiano Grande Forse, per incontrare il fascino della strana compagna Alaska Young e l’amicizia del “Colonnello” Chip Martin, suo compagno di stanza. Appassionati di scherzi, creano un gruppetto di amici assieme a Takumi e Lara.

John Michael Green (Indianapolis, 24 agosto 1977) scrittore e blogger statunitense

L’improvvisa morte di Alaska, in un incidente che ha sapore di suicidio, genera i loro sensi di colpa e li lascia inquieti per oltre un anno, alla ricerca del perché di quella morte prematura e ingiusta e del senso della vita.

Può sembrare un semplice romanzo per adolescenti, ma ha la profondità lieve delle grandi opere, quella che ai lettori più distratti spesso sfugge.

Ne nasce un romanzo coinvolgente e intenso, che ha ben meritato il riconoscimento  nel 2006 del Micheal L. Printz dall’American Library Association e che lo ha portato al decimo posto nel 2012 nella classifica dei bestseller per ragazzi del New York Times.

Mi ha messo una gran voglia di rileggere “Il generale nel suo labirinto di Marquez”, lettura preferita di Alaska.

VITA, AMORE E MORTE NELLA PROVINCIA AMERICANA

Il riferimento alla Contea di Aberdeen mi aveva fatto pensare che il romanzo di Tiffany BakerLa ragazza gigante della Contea di Aberdeen” ” (The Little giant of Aberdeen County) potesse essere ambientato nella cara e vecchia Gran Bretagna e più specificatamente che fosse la cosiddetta Città d’Argento della Scozia. Il riferimento al gigantismo, forse, mi faceva pensare all’antico “Bestiario di Aberdeen”, un manoscritto miniato del XII secolo.

Leggendo appare invece chiaro che si tratta di una cittadina americana.

Nel tentativo di individuarla, scopro che solo negli Stati Uniti si possono trovare almeno 8 Aberdeen, per non parlare di quella in Canada e di quelle in Botswana, Cina, Sri Lanka e Sudafrica!

Nel volume forse ci sono riferimenti sufficienti per capire a quale di queste l’autrice si riferisca, ma lascio ad altri il compito di individuarla con maggior precisione sulla carta geografica. Mi basta sapere che è provincia americana. Perché questo è un libro sulla vita di provincia come possono esserlo la “Antologia di Spoon River” di Edgard Lee Masters o “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee o “Il seggio vacante” di J.K. Rowlings (ma in quest’ultimo siamo davvero in Gran Bretagna!). Lo è con i suoi personaggi come il dottore, l’unico del villaggio, figlio del precedente medico e di una lunga serie di medici di paese, tutti con il medesimo nome e cognome, fino a risalire a una leggendaria guaritrice, Tabhita, sposata da un suo antenato, e che pare abbia nascosto il suo “libro delle ombre”, che contiene il segreto delle sue antiche pozioni; personaggi come il contadino ricoperto di debiti ma dal cuore buono e che sopravvive grazie alle corse dei suoi cavalli perdenti, personaggi come la maestra acida e zitella, come il ragazzo piccolo e intelligente rovinato dalla guerra e tanti altri.

È però un romanzo di provincia diverso, non solo perché parlandoci della gente di Aberdeen ci parla di grandi temi come la Vita, la Morte, l’Amore, il Sesso, la Malattia, la Famiglia, l’Amicizia, ma anche perché tra i suoi personaggi spicca la protagonista Truly Place. Spicca anche per la sua mole. Di lei sappiamo che è più alta di tutti gli uomini del villaggio, che è robusta più che grassa, quasi un gigante, insomma. Tale la considera la sua maestra fin da quando la conosce bambina, tale la reputa il medico del paese che vuole studiarla (la stessa persona che da bambina la tormentava con i suoi beffeggiamenti, da adulta la tormenta con le sue cure). Lei non vuole sapere quanto è alta o quanto pesa e così anche a noi lettori non è dato saperlo. Dobbiamo limitarci a constatare che è davvero grande e che non smette di crescere neppure da adulta.
Il suo miglior amico è invece il ragazzino più intelligente e piccolo della scuola, quello che partirà per il Vietnam e tornerà menomato e trasformato.

Tiffany Baker

Per essere una storia sulla provincia americana ha insomma una protagonista un po’ troppo eccessiva, un po’ troppo evidente per luoghi in cui tutto tende a essere nella norma. Eppure, si sa (e i volumi che citavo lo confermano) che la provincia nasconde cose inconfessabili sotto la sua patina di normalità. Truly non è certo la sola “pecca” di Aberdeen.

È un libro che ci parla di magia e di leggende, con questo crescere inarrestabile di Truly e con il misterioso “libro delle ombre” che rifarà la sua comparsa, ma poco indulge, in realtà, al fantastico. Le cure prodigiose di Thabita si rivelano solo frutto di miscele di erbe, il gigantismo di Truly non supera mai certi limiti.

Prevale la descrizione dei rapporti umani: il difficile amore tra la grande Truly e il piccolo reduce del Vietnam, la morte dei genitori di Truly, la gravidanza inattesa della sorella Serena Jane, il suo matrimonio con l’odioso medico Robert Morgan e la sua fuga alla ricerca di fortuna, abbandonando il figlio omonimo di Robert Morgan, il primo della famiglia a rifiutarsi di divenire medico e a rivelarsi omosessuale, l’amicizia con la taciturna sorella adottiva Amelia e i rapporti con la famiglia che ha accolto Truly alla morte del padre (la madre se ne era andata mettendola al mondo).

Piccoli segreti tenuti nascosti in un ambiente troppo ristretto per nascondere una falsa morte, un’eutanasia, un omosessualità, una fuga, un’anormalità.

Un romanzo che scorre veloce, con personaggi che si fanno amare e alcuni che si farebbero odiare se la loro umana debolezza alla fine non li rendesse solo oggetto di pietà. Un romanzo che con lievità ci fa pensare ai grandi temi della vita. Un romanzo da leggere.

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