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OGNI COSA É CONFUSA

Avendo letto l’illuminante e imperdibile saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, mi stupiva un po’ pensare che un simile autore potesse anche aver scritto dei romanzi. Ho dunque avuto qualche esitazione ad accostarmi a “Ogni cosa è illuminata”, romanzo pubblicato da Safran Foer nel 2002. Avrei indubbiamente preferito leggerne un altro saggio. Come romanziere, però riscuote un certo successo, così ho voluto tentarne la lettura.

L’opera mi ha in parte affascinato, spingendomi a considerarla un libro originale e appassionante, dall’altra parte, però, mi ha piuttosto deluso.

Quel che mi ha spinto a considerarlo un romanzo interessante è poi stato anche ciò che forse mi ha disturbato di più. Non amo e non capisco gli autori che, conoscendo e praticando la lingua nazionale scrivono in dialetto, sembrandomi una furbata per risultare più “simpatici” e per nascondere nella forma la debolezza della sostanza, come si copre il sapore di un cibo un po’ troppo vecchio con il sapore forte delle spezie.

Safran però non scrive in dialetto. Fa un’operazione più seria: crea una parlata per uno dei suoi personaggi, cosa che mi ispira e incuriosisce. Se questo è uno dei punti di forza dei grandi autori fantasy da Tolkien alla Rowlings, non sempre farlo, però, suona corretto e in linea con la narrazione.

Il protagonista di “Ogni cosa è illuminata” è un giovanissimo ucraino che cerca di parlare un inglese elegante, ma, conoscendo poco la lingua, la reinventa a modo suo, usando malamente sinonimi sofisticati. La cosa all’inizio stuzzica e forse diverte persino, poi ci si chiede come faccia uno che conosce così poco la lingua a conoscere termini così particolari, pur usandoli così male e, soprattutto, dopo un po’ ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo alcuni autori dialettali: che bisogno c’era? È solo una spezia per nascondere il sapore di un piatto poco saporito?

L’altra cosa che mi ha convinto poco, sebbene sia una tecnica ampiamente sfruttata, è stato dividere il romanzo in due (anzi tre) piani temporali, raccontando in sostanza una storia ambientata nel passato, una nel presente e un’altra quasi fuori dal tempo (lo scambio di corrispondenza tra il protagonista e il cosiddetto “eroe”, l’ebreo americano che viene guidato attraverso l’Ucraina dal protagonista alla ricerca della storia della sua famiglia).

Le due (tre) storie hanno indubbiamente punti in comune, ma ho atteso invano il momento in cui avrei potuto esclamare “Ogni cosa è illuminata” (che nel gergo del protagonista vorrebbe dire “tutto chiaro!”), perché finalmente mi si sarebbe chiarito ogni legame tra di esse.

Inoltre, avendo letto da poco il pregevole “Il complotto contro l’America” di Roth, che ci parla in modo davvero intelligente di ebrei e antisemitismo, questa nuova storia di ebrei perseguitati mi è parsa decisamente inferiore  e assai meno incisiva nel descrivere il vero dramma degli ebrei di fronte al razzismo che li perseguita e poco conta che l’intento qui era probabilmente di scrivere un altro tipo di storia, perché il raffronto con altre storie sull’antisemitismo (per esempio il bel “La bambina che salvava i libri”, “Il cielo cade”, “I cani e i lupi” – anch’esso con ucraini – o “Bastardi senza gloria”) non si può evitare.

Ci sono, per di più alcuni passaggi, non troppo lunghi nel complesso dell’opera, che ho trovato inutili e noiosi.

Peccato, perché il romanzo ha un grosso potenziale e partiva bene, ma se Safran Foer mi è parso un ottimo investigatore della società e un ottimo saggista in “Se niente importa”, in questo romanzo, per molti aspetti affascinante, mi è parso che abbia ancora da maturare.

 

Firenze, 11/10/2013

 

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Jonathan Safran Foer - Se Niente Importa

Jonathan Safran Foer – Se Niente Importa

A volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, anche perché l’ho finito di leggere solo ieri e magari domani l’avrò dimenticato, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. Magari non mi cambierà l’esistenza, ma forse mi cambierà il modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno fa, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già ora ho ridotto i miei consumi di carne al minimo (a quando, cioè, me la trovo nel piatto – prima la consumavo due volte al giorno) e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, dice il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

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Jonathan Safran Foer

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di soluzioni saline e di brodi.macellazione mucca

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che si immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Firenze, 29/08/2012

Un video in argomento: http://myscienceacademy.org/2013/08/19/without-saying-a-word-this-6-minute-short-film-will-make-you-speechless/

 

 

 

macellazione maiale

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